Made in ...????? Interessa a qualcuno?
Postato da admin [02/02/2009 18:09]

Da ormai sette anni, l'Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani, sta lottando in sede comunitaria per l'approvazione di un principio, per alcuni scontato nella sua semplicità, per altri fondamentale per garantire chiarezza e trasparenza ai propri clienti e una maggiore tutela per il lavoro di maestranze e competenze italiane, ovvero: l'obbligatorietà del marchio d'origine delle calzature.

Molti purtroppo non sanno che, non vi è alcun obbligo di marcatura od etichettatura, per articoli di calzature, di pelletteria, di ceramica, d'abbigliamento o d'arredamento, provenienti da paesi produttori o distributori extraeuropei.

<... Ma come ?!> verrebbe da dire …  Sì !

Ma dov'è la trasparenza nei confronti del consumatore?

La chiarezza dell'etichettatura?

Il rispetto per gli stessi dettaglianti che devono vendere un prodotto, di cui non sanno la provenienza? E da ultima l'onestà?

Io non le vedo! E Voi?

 

Stiamo parlando di un'informazione talmente semplice e scontata per la maggior parte delle persone, che non la si dà.

Si preferisce così lasciare il campo libero ad una serie infinita di "tecniche" per spacciare  il prodotto, come italiano o francese o spagnolo o tedesco, a seconda della comodità ed interesse della circostanza.

 

Vediamo cosa succede nel resto del mondo, nello specifico per le calzature.

L'obbligo di certificare l'origine di una calzatura in importazione esiste dai primi anni '70 negli USA,  da ormai diversi anni in: India,  Paesi Arabi, Giappone, Cina, Vietnam,ecc..

Avete capito bene. I produttori europei di calzature per vendere ed esportare in tutti questi paesi debbono dichiarare e marchiare sui propri prodotti il famoso "Made in …", per noi italiani certamente un vanto in tutto il mondo.

Chiunque però può importare calzature da qualunque paese extraeuropeo, senza che vi sia alcun obbligo né doganale, né commerciale, né tanto meno legale di un'etichettatura indicante la provenienza.

Cosa può secondo voi pensare un consumatore e cosa date per scontato voi tutti, quando vedete  una calzatura, il cui brand richiama "l'italianità" ( Paolo Conte, Fantasia, Donna Venezia, ecc..) oppure che sia  notoriamente italiana, appartenente magari  a qualche grande gruppo della moda, venduta in più o meno famose botteghe del centro o negozi monomarca o  in centri commerciali specializzati "in grandi firme a metà prezzo" ? Difficile immaginare che possano provenire dall'Asia o dal Sud America o da qualche altro Paese a minor costo del lavoro.

 

L'informazione su qualunque prodotto in commercio è la base della tutela del consumatore, del rispetto del cittadino e della correttezza del rapporto qualità/ prezzo.

Tutelare il consumatore significa, oltre ad offrirgli prodotti a prezzi convenienti,  fornirgli anche gli strumenti per valutare veramente se lo sono.

Non vogliamo limitare nessuno nell'acquisto di prodotti extra europei, né a colleghi produttori di produrre direttamente od indirettamente all'estero.

Non imporre però l'obbligatorietà dell'origine del prodotto, significa permettere a chiunque voglia approfittarne, il semplicissimo strumento del dubbio del "probabilmente Made in Italy".

 

 

Noi calzaturieri chiediamo che sia ben chiara e visibile la tracciatura dell'origine delle merci e quindi se un prodotto viene prodotto in Italia, che sia ben chiara questa origine.

Essendo l'Italia nell'Unione Europea  si può pretendere il "Made in Europe" con la tracciatura dell'origine delle merci per le produzioni interne, a differenziare il prodotto proveniente dai Paesi extra UE.

 

Questa semplice informazione, darebbe dei risultati  immediati e a medio lungo termine, quali:

 

  • Stop alla confusione per il consumatore;
  • Maggior valore al Made in Italy, patrimonio di un intero paese;
  • Tutela di tutti i lavoratori e professionisti che in secoli di duro lavoro, capacità imprenditoriali, creatività e maestria hanno saputo realizzare delle opere d'arte per cui l'Italia è famosa nel mondo.

 

Questo è ciò che stiamo semplicemente, ma in maniera ferma e decisa, chiedendo, da diversi anni ormai, alle nostre istituzioni, nazionali ed europee.

Le risposte o spesso le non risposte sono le più disparate:

si va dal mettere in discussione  ciò che è da considerare "Made in Italy",

alla illusoria necessità di dare lavoro anche ai paesi emergenti, ( magari a chi è già la quarta potenza economica mondiale),

oppure all'idea di un'Italia paese di servizi e non più di manifatturiero.

Figuriamoci!

Proprio in queste settimane in cui la finanza non controllata e i paesi cresciuti con essa stanno pagando il prezzo più alto della crisi del credito e dei mutui subprime, il settore manifatturiero, e quello italiano in particolare, dovrebbe essere portato in palmo di mano e coccolato per aver difeso posti di lavoro, professionalità, innovazione, creatività e ricchezza reale.

Di queste scelte di politica economica ne parleremo magari in un'altra occasione.

 

Purtroppo finora ci siamo scontrati con dei colossi economici e lobbies in sede europea che hanno tutto l'interesse a che le regole del gioco restino le stesse.

E chi in particolare? Ovviamente chi ne beneficia maggiormente! 

I grandi gruppi della distribuzione, nordeuropei ed americani in primis, che producono o fanno produrre miliardi di calzature nei paesi a più basso costo della manodopera e poi le commercializzano in Europa beneficiando dell'assenza dell'etichetta d'origine.

Ovviamente a questi si affiancano istituzionalmente i paesi produttori, che fanno "comunella" con i distributori loro clienti, per il medesimo fine.

Pensate che a Bruxelles, presso la sede della Commissione Europea, una schiera di avvocati e consulenti sono permanentemente pagati da questi soggetti, con il solo scopo di impedire o bloccare ogni nostra iniziativa volta all'ottenimento dell'obbligatorietà del marchio d'origine.

Nonostante pensassimo di avere qualche appoggio da altre associazioni o paesi amici, storicamente produttori anch'essi di calzature, ciò non è avvenuto. Da ultima proprio la risposta negativa dalla Presidenza Europea nell'ultimo semestre 2008, il francese Sarkozy, su cui avevamo molto sperato, vista la supposta vicinanza d'interessi in materia tra i due paesi.

 

Finora, aiuto non è arrivato né dall'Europa né dai nostri vicini di casa, ma la partita non è ancora persa. Abbiamo dalla nostra i consumatori, i nostri collaboratori e la nostra voglia di lottare per un principio che riteniamo giusto e indiscutibile.

 

Daniele Salmaso

Presidente Nazionale Gruppo Giovani Calzaturieri A.N.C.I.

 

 
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Postato da giulianolevorin@hotmail.com [02/02/2009 18:09]
Salve Daniele navigando nel sito capito al vostro articolo,curioso e mi soffermo perchè leggo ;settore calzaturiero. Io lavoro in altri settori ma con la manutenzione meccanica anche questo potrebbe essere di mia competenza,ma non e perciò che scrivo ma perchè mi ricordo che non in tempi sospetti,il settore non ha mai navigato in acque tranquille,poi ci mancavano solo i cinesi poi,ci mancava solo 11 settembre e poi e poi e poi. Già il made in italy,vi ricordate la batosta presa dal made in italy con la guerra del golfo? mi ricordo pure le "cordate di artigiani" organizzate dai nostri consorzi di tutela (vedi CNA,UPA )ad esempio in Tunisia dove da sempre siamo gl'infedeli da combattere,cordate scrivevo finalizzate ad investire,ma dove!!!!?mentre Io già presente lì vedevo quasi quotidianamente i nostri imprenditori investitori ritornare a casa con le "pezze al culo" silurati dicevo dal governo tunisino perchè non tutti si chiamavano Bettino e mi ricordo che si parlava delle grandi conferenze organizzate da quel governo dove qualcuno interveniva chiedendo spiegazioni sul perchè aveva perso la sua azienda (divenuta proprietà del governo e altamente produttiva) aperta coi "suoi" soldi in risposta riceveva l'espulsione immediata.Ma mi ricordo pure di Benetton che,perchè 250 dipendenti cominciassero a lavorare seriamente e avendo investito dovette far intervenire Burghiba, chene spedì a casa almeno un centinaio.Adesso stà crisi,un mercato infame fatto da prodotti cinesi(costa poco) Sai che succede Daniele,che forse anche in italia tutti sti disgaziati di cinesi che vivono lavorano schiavizzati in topaie sono alla strenua come quelli che arrivano in Angola,spediti dal governo cinese che da loro una scelta o la prigione in cina o lavorare come schiavi nei cantieri, ecco che si spiega perchè ce ne sono parecchi anche in italia solo che a noi non è dato saperlo publicamente.
 
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