Una prima risposta alla tesi dell'avv. Montagna
Postato da admin [01/02/2009 11:00]

Analisi quanto mai approfondita e intelligente quella dell'avv. Carlo Montagna che si conclude con questa affermazione: "Non vorremmo che coloro che sono animati da ispirazioni morali o spirituali, più alte di quante possa permettersene il diritto, finiscano con il ferire quella dignità dell'uomo, di cui, viceversa, dovrebbero essere i supremi garanti".

Questa laicissima idea di una sorta di superiorità equilibratrice del diritto sulla morale e il tentativo di confinare il caso Englaro ad un problema di stretta competenza individuale e personale non mi convince affatto e cercherò di spiegare il perché.

Innanzi tutto vorrei chiedere all'avv. Montagna se la pur comprensibile ed amorevole interpretazione del papà di Eluana della volontà di sua figlia, fondata su quanto egli deriva dal pensiero, a suo dire più volte espresso dalla figlia in condizione di piena coscienza, possa  essere attribuita seriamente alla volontà effettiva di Eluana nello stato in cui ella si trova da molti anni a questa parte.

A me sembra piuttosto il risultato di una libera e arbitraria trasposizione temporale di una volontà che, pur non avendo ragione alcuna di dubitare possa essere stata espressa in illo tempore da Eluana, non può seriamente, se non, appunto, arbitrariamente essere oggi attribuita effettivamente dal padre alla figlia, se non per un atto di presunta generosità, finalizzata a porre fine ad una condizione della figlia, insopportabile e incomprensibile per noi, nelle piene facoltà mentali. Porre fine, dunque, alla vita ridotta allo stato vegetativo di Eluana.

Il tema, quindi, resta quello di fondo non ascrivibile al singolo caso umano: se sia lecito porre fine alla vita vegetativa di qualsiasi essere umano sulla base di un'interpretazione traslata, a posteriori, di volontà espresse in forme e momenti diversi da quelli in cui il soggetto è caduto nella condizione di vita vegetativa di Eluana.

A mio modesto parere, caro avv.Montagna, questo "porre fine" alla vita, seppur vegetativa, di un essere umano che non può più esprimere la propria reale volontà, non è assolutamente lecito, tanto più in assenza di una legge che preveda esplicitamente il che fare in tali situazioni. Anche solo restando al livello prettamente giuridico, nell'attuale vuoto legislativo in materia di testamento biologico, non credo spetti ad alcuna autorità giudiziaria o amministrativa, stabilire alcunché in materia di vita e di morte.

Condividiamo sino in fondo la reazione del governatore Roberto Formigoni alla sentenza del TAR della Lombardia che obbliga la Regione a indicare una struttura del servizio sanitario nazionale dove far morire Eluana Englaro. Condividiamo la tesi da lui espressa, quando ha detto di  non credere che "sia una  questione amministrativa decidere sulla vita o la morte di una persona".

Pur riconoscendo al diritto il valore e il carattere di funzione altissima regolatrice delle vicende umane, continuiamo a pensare con Antigone al valore supremo della coscienza personale, tanto più lecita, specie in una situazione nella quale, come quella di Eluana,  nessuna norma  è stata scritta in merito al cosiddetto "testamento biologico". Situazione nella quale, a partire dal caso Englaro, e trasferibile in tutti gli altri casi consimili, se Eluana potesse morire, o meglio fosse fatta morire di fame e di sete, l'eutanasia sarebbe già prestazione obbligatoria. Un assurdo morale prima ancora che giuridico che, credo, nemmeno l'avv. Montagna sarebbe in grado di sostenere.

 

Ettore Bonalberti

 

 

 
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