A proposito di "green economy"
Postato da admin [23/11/2009 15:40]

A proposito di "green economy"

Si parla tanto, e da parte di molti, della necessità di modificare il sistema economico finanziario internazionale.

Gran parte dei discorsi in proposito contengono espliciti riferimenti alla necessità di convertirci a quella che viene definita "economia verde", ritenuta panacea di tutti i mali.

Preciso subito che non metto in discussione la necessità di uniformare il sistema produttivo alle esigenze poste dal rispetto dell'ambiente, ma ritengo, tuttavia,  che ciò debba avvenire sempre ed esclusivamente garantendo il rispetto delle leggi economiche, e cioè operando solo dopo una attenta e positiva analisi del rapporto costi/benefici dell'iniziativa che si vuole intraprendere.

Nella accezione dei termini "economia verde"  ("green economy")oggi dominante, e nei programmi che vengono via via accennati o presentati, questa necessità di rispetto delle regole economiche viene invece trascurata. Ascoltando i mentori della nuova prospettiva, come Stern e Rifkin, senza nominarne altri, sembra di rivivere gli anni trenta dell'economia sovietica: i programmi prescindono da un' analisi corretta ed approfondita delle condizioni esistenti e delle risorse disponibili.

Per quanto personalmente mi riguarda, anche a questa problematica cercherò di applicare i principi della Dottrina Sociale Cristiana: giustizia, carità, partecipazione, antropocentrismo, in primis: senza sbandierarlo,  ma cercando di non perdere battuta. Ho la presunzione di credere che, nello stato confusionale nel quale si trovano tanti amici con i quali condivido l'ispirazione, queste note possano essere utili.

1. Economia verde significa innanzitutto convertire il sistema energetico, orientando la produzione di una percentuale significativa dell'energia necessaria verso fonti rinnovabili; trasformare quindi la sua struttura produttiva, attualmente accentrata in pochi grandi impianti, in una struttura distribuita, con piccole unità di produzione vicine alle singole comunità di utenti; diminuire drasticamente gli spostamenti di uomini e merci, quindi l'utilizzazione di risorse a questo fine; diminuire il consumo di prodotti importati.

Tutto questo può avvenire solo al prezzo di grave collasso del sistema esistente, e di un rapido ritorno ad un' economia curtense magari un po' più sviluppata, con i corrispondenti (bassi) livelli di benessere materiale. Dal medioevo il rapido miglioramento quali-quantitativo delle produzioni e degli scambi ha garantito un innalzamento senza precedenti delle condizioni di vita, fondato sulla progressiva crescita dei centri specializzati di produzione di bene e dei trasporti conseguentemente necessari alla loro distribuzione, che nell'ottica "verde" dovrebbero essere quanto più possibili evitati (l'affermazione di moda della necessità di consumare "a chilometri zero" fa parte  di questo approccio). Mi sembra difficile, specie in assenza di certezze sugli esiti positivi del processo, che questa prospettiva possa raccogliere il consenso di porzioni significative di cittadini, anche perchè sarebbe accompagnata da un forte aumento della mortalità infantile e dall'abbassamento drastico delle aspettative di vita.

Nonostante queste affermazioni siano frutti lampanti del semplice buonsenso, ci sono persone e gruppi organizzati che seguitano a pontificare sulla necessità di ristrutturare drasticamente il sistema economico mondiale verso un sostanziale pauperismo: costoro trovano udienza e sono considerate oracoli dalle teste deboli e dai conformisti di tutto il mondo. Non voglio fare nomi, ma ce ne sono tanti, di figuri che vanno imperversando su televisioni e giornali, e sono citati da personaggi di tutti gli schieramenti politici: ma che volete farci, l'imbecillità e l'ignoranza non hanno una sola casa, sono trasversali ed in progressivo aumento!

2. L'economia ha sue leggi inderogabili, che non possono essere eluse: la prima  di esse dice che non è possibile ripartire ciò che non è stato prodotto. La priorità nel circuito economico è della produzione, e ad essa, prima e più che alle fasi dell'uso sociale, della ripartizione e dell'attivazione del flusso della spesa pubblica, va riservata ogni cura per garantire che sia adeguata alle attese di benessere presenti nel tessuto sociale, e crescente in produttività.

Lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo, prima di poter distribuire ai fedeli pani e pesci, dovette moltiplicarli,  confermando la priorità della produzione. Tra i sostenitori della green economy sono molti coloro che  non hanno chiaro questo concetto: il dividere ciò che non è stato prodotto, cioè nulla, non porta benefici a nessuno. Si aumenta la ricchezza di una società solo se si generano, tramite il lavoro, beni prima non esistenti. Il processo di produzione deve avvenire in modo tale che i beni o le risorse prodotte abbiano un valore superiore alla somma del valore dei beni e delle risorse impiegati a produrli; in caso contrario c'è distruzione, non creazione, di ricchezza. Naturalmente sarà sempre possibile scegliere un'opzione che determini un sacrificio, ma questa deve essere conosciuta e accettata per scelta cosciente e anticipata, previa valutazione del rapporto costi/benefici anche dal punto di vista sociale o ambientale. In tal caso può essere accettato un sacrificio nel breve in vista di una maggior somma di benefici nel futuro.

3. Scelte di questo tipo possono liberamente effettuarsi solo in un contesto politico nel quale abbia vigore il libero mercato, regolato in modo accettabile dal punto di vista etico e applicativo, cioè normato efficacemente: vale a dire un sistema capitalista corretto, nel quale sia fortemente garantita e regolata la libertà economica e di  impresa. Vale qui la pena di ricordare che ogni libertà esiste non in quanto garantita, ma in quanto esercitata: la costituzione dell'URSS, che formalmente garantiva tutte le libertà, era in effetti la maschera dietro la quale si celava il regime più sanguinario, illiberale e tirannico mai conosciuto nella storia dell'umanità.

4. Se poi esaminiamo l'"economia verde" dal punto di vista dell'occupazione, troveremo molti aspetti meritevoli di essere approfonditi con attenzione. Dire che la trasformazione del sistema economico secondo principi verdi determinerà un aumento di posti di lavoro non è falso, è semplicemente la prima parte della verità: la seconda è quella riguardante il costo di questi posti, che va conteggiato nella  spesa pubblica e posto a carico di tutti i cittadini, perché essi non determinano produzione ma distruzione di ricchezza.

I più anziani ricorderanno che nell'ultimo dopoguerra furono istituiti i cosiddetti "cantieri di lavoro", nei quali si pagavano degli operai perché facessero dei lavori inutili; in tal modo, a carico dello Stato, si offriva una forma di aiuto agli strati più deboli della popolazione.

Obiettivo dell'azione amministrativa, però, non deve essere creare posti, ma lavoro, cioè valore aggiunto. Abbracciare l'economia verde significa solo produrre meno a costi più alti, derivanti dai carichi aggiuntivi sulla spesa pubblica. Potrebbe essere una scelta da fare per ottenere (forse) una migliore qualità dell'ambiente, ma occorre farla - se lo si ritiene opportuno - in piena consapevolezza, non parlando apoditticamente di nuovo sviluppo e di progresso: questo sarà lecito solo quando conosceremo numeri elaborati secondo corrette e complete premesse. Per esempio, se vogliamo parlare del costo dell'energia prodotta mediante il ricorso a fonti rinnovabili, occorrerà tener conto del contributo erogato dallo Stato (cioè da tutti noi) ai produttori. Non può dichiararsi  fattore di sviluppo il fare ricorso a questo tipo di energia, se non si dice chiaramente che tale energia costa molte volte di più dell'energia prodotta da sistemi tradizionali o dal nucleare. Onestà vorrebbe che tali dati fossero dichiarati, e che si motivasse l'eventuale decisione di privilegiare le rinnovabili con motivazioni ambientali,  ammettendone il costo e consentendo ai cittadini di valutare l'opportunità della spesa.

5. C'è anche, alla base di questa situazione, lo stato di frustrazione nel quale si trovano molti economisti.Costoro sono sicuri di conoscere la soluzione di tutti i problemi del mondo, e di essere quindi i più qualificati per governarlo; invece solo a pochissimi di loro è concesso di entrare nelle stanze dei bottoni, e per lo più non per gestire, ma per dare suggerimenti spesso non ascoltati o per trovare giustificazioni pseudo tecniche ai danni prodotti dagli amministratori. Questo  stato di cose genera in loro una propensione a suggerire soluzioni nelle quali l'intervento dello stato sia importante: ciò permetterebbe a loro, da consiglieri del principe, di contribuire alla gestione: in pratica, di avere le mani in pasta. Molto spesso, nell'ansia di raggiungere questo obiettivo, giungono perfino a dimenticare dati essenziali ed evidenti dei problemi che si candidano a risolvere. Proprio questo sta succedendo a proposito di "economia verde": sono trascurati dati (dis)economici evidenti per prospettare soluzioni miracolistiche ai problemi seri che stiamo attraversando.

Probabilmente alla base di tutto questo sta anche il maledetto contagio che le idee comuniste e socialiste hanno sparso nel mondo, e che, a vent'anni dal giorno benedetto in cui Giovanni Paolo II e Ronald Reagan hanno fatto crollare le strutture materiali che ne costituivano l'attuazione concreta, seguita ad esercitare la sua fetida influenza sulle menti poco o male strutturate. Eppure dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che economia diretta dallo Stato significa, senza eccezioni, fallimento e disastro. Allo Stato spetta porre e far rispettare le regole. In casi particolari svolgere quel minimo di  intervento attivo necessario per superare un momento critico: scegliere cosa e come realizzare le intraprese deve essere compito degli imprenditori.

Chiarezza e distinzione di ruoli, quindi: senza le quali sono assicurati l'insuccesso e il tracollo. E l'"economia verde", con il suo sistema di oneri per la fiscalità generale, è solo la forma nuova dello statalismo, aggravata dal fatto che per lo più non è neanche lo Stato a gestire le imprese in prima persona, ma che il suo intervento si limita a finanziare attività di privati che un mercato corretto avrebbe già espulso da tempo.

Prof. Paolo Togni

Presidente di "VIVA" - Associazione per la diffusione di una corretta cultura ambientale

                                                                                   tognipaolo@gmail.com

 
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