Festa di compleanno
Postato da admin [23/03/2017 21:38]


Festa di compleanno.

(di Stelio W. Venceslai)

 

 

 

            Sessant’anni fa furono firmati i Trattati di Roma che lanciavano l’idea, addirittura, di tre Comunità europee, quella carbosiderurgica, quella nucleare e quella economica. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Chi la visse da giovane oggi ha i capelli bianchi e milioni di persone, in un’Europa a dimensione crescente, hanno fruito dei vantaggi di quell’idea.

            Le tre Comunità si sono fuse nell’Unione europea, il numero dei Paesi membri è passato da sei a ventotto, un lavoro immenso di coordinamento, di ravvicinamento e di regolamentazione è stato fatto in oltre mezzo secolo. L’Unione europea ha cambiato la storia e l’economia di un continente appena uscito da una delle guerre tra le più “totali” e sanguinose della storia.

            Quando si critica, con molta faciloneria, l’impotenza europea, si dimenticano (o s’ignorano) i grandi passi compiuti: il mercato interno, la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone, il riconoscimento reciproco delle professioni, l’unione doganale, la politica commerciale, le regole sociali, sanitarie, di sicurezza, di concorrenza, la difesa dei prodotti europei, della proprietà intellettuale e così via. Il cittadino comune non è in grado di capire quanto sia stato difficile ed importante arrivare a certi risultati.

            Basterà un esempio fra tanti: Erasmus. Milioni di giovani hanno girato l’Europa, si sono conosciuti, hanno studiato e lavorato assieme, hanno scambiato i loro progetti di vita.

            Queste sono le luci. Poi, ci sono le ombre, pesanti, perché l’Europa, dopo sessant’anni, è ancora, come preconizzava De Gaulle, un gigante nano dai piedi di argilla.

            Sessant’anni fa sarebbe stato difficile partire da un progetto di fusione politica tra Paesi che pochi anni prima erano in guerra tra loro. Meglio un’’unione basata sugli interessi economici comuni piuttosto che su basi ideali. 

È stata una scelta di campo, ragionata e ragionevole.

            Dopo sessant’anni, il gigante scricchiola. Una volta cresciuto sugli interessi doveva essere messo in grado di conseguire quegli ideali, che erano stati messi da parte, e che avrebbero dovuto assicurare il passaggio da un’Europa delle patrie a una Patria europea, il sogno degli utopisti di Ventotene.

            Ciò non è avvenuto. I Governi non hanno voluto la Comunità Europea di Difesa, non hanno voluto una Costituzione europea, non hanno trasferito a un’Europa federale competenze federali come la difesa, il fisco, la sicurezza e la politica estera. A questo punto l’Europa è stata solo uno strumento, non il risultato di una libera espressione convergente e comune. Chi comanda sono ancora gli Stati e, tra questi, lo Stato più forte, la Germania.

            Chi parla di “sovranismo”, auspicando, ad esempio, il ritorno alla lira, non si rende conto che la frammentazione europea porterebbe all’impoverimento e alla riapertura dei contrasti fra i vari Paesi. La sovranità nazionale, in tempi di multipolarismo e di globalizzazione, è roba da ridere, specie se gestita dalle attuali classi dirigenti di gran parte dei Paesi europei. Quale sovranità? Quella d’essere ancora più servi di Germania, Stati Uniti e Russia?

            Fin quando l’Europa sarà un gigante, magari nano, conterà sempre molto di più della Grecia o della Finlandia da sole, l’una vicina al lupo turco e, l’altra, accanto all’orso russo.

            Se l’Unione europea ha potuto contare sulla NATO e sull’interessata protezione nordamericana, la situazione, oggi, è profondamente mutata. L’ombrello amaricano è chiuso, la NATO è incerta sul suo destino e l’ombrello russo preoccupa tutti, a partire dagli ex Paesi dell’Est.

            È sterile scagliarsi contro un’Europa impotente, perché tale l’hanno in questi ultimi anni voluta i governi ciechi dei suoi Paesi membri, convinti che l’America ci avrebbe garantito traffici senza spendere in sicurezza, una sinecura che si credeva illimitata. E quanto a politica estera, nulla c’era di meglio e di più saggio che adeguarsi alle direttive di Washington.

            Tutto il pianeta, ora, è in movimento, dall’Estremo Oriente all’Africa sub sahariana, dal Medio Oriente all’area mediterranea fino all’America stessa. Sono mutati i termini della questione e l’Europa deve darsi una mossa, nell’interesse di tutti.

            Occorre una politica comune della difesa.  Ci vuole un ombrello europeo, costi quel che costi. Divisi, saremmo perduti, non solo l’Italia, nella sua impotenza endemica, ma anche la grandeur della Francia e la potenza economica della Germania. Nessuno vuole la guerra, ma se vis pacem, para bellum. Con il buonismo non si ottiene molto e si perde sempre.

            Occorre una politica estera, una, non ventotto e neppure ad una o due velocità. Gli interessi europei sono globali, come globale resta la sua importanza economica, anche in tempi di crisi. L’Europa non può prendersi in faccia gli schiaffi di Erdogan senza ricordargli che paghiamo tre miliardi e mezzo ad Ankara perché tenga buoni i rifugiati. È un servizio che ci rende perché fa comodo a lui e a noi, ma c’è un limite alle provocazioni. Che farebbe? Imbarcare un milione e mezzo di profughi verso la Grecia e l’Italia? E se gli restituissimo i due milioni e passa di Turchi che vivono in Europa?

            Occorre una politica globale di contenimento dell’immigrazione nei confronti dei Paesi africani, non il balbettio della cooperazione internazionale che ha portato a poco o a nulla, in tutti questi anni. Per questo ci vogliono politica estera, difesa e denaro, molto denaro, ma certamente di meno di quanto ci costerebbe accogliere tutti i profughi in Europa.

            A sessant’anni, in genere, si dovrebbe essere maturi, se i padri sono stati saggi. I padri li conosciamo, sono peggiori della figlia che hanno generato. Anche questo è un problema che ogni Paese dovrà risolvere per conto suo.

            In conclusione, questa festa di compleanno è un po’ in tono minore. La ravviveranno i black block con le loro devastazioni ed i cortei degli sciocchi che credono che l’euro sia la madre di tutti mali. Come sempre, si guarda al dito e non alla luna.

            Facciamo festa, ma cerchiamo di passare alla storia, non al cordoglio di una grande kermesse funebre.

 

Roma, 23 marzo 2017.

 

 

 

 


 
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