Internazionalizzazione, globalizzazione e localizzazione
Postato da admin [18/03/2017 00:01]

Internazionalizzazione, globalizzazione e localizzazione

Prof. Giuseppe Pace, (Naturalista, perf.to in Ecologia Umana e Ingegneria del Territorio all’Univ. di Padova ).

Da sempre l’uomo, almeno dal neolitico, ha cercato di espandere il mercato delle merci e tale fenomeno va sotto il nome di internazionalizzazione. Globalizzazione, invece, è il fenomeno successivo che a partire dagli anni 1990, indicare un insieme assai ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo. Leggendo alcune considerazioni del colto Sociologo, Ettore Bonalberti, mi è sembrato di poter cogliere qualche più sottile differenza tra il primo ed il secondo fenomeno in esame. Bonalberti, citando La Valle, ex direttore di ”L’Avvenire”, precisa che: “i condizionamenti specifici della JP Morgan con il documento del 2013, in nome del capitalismo vincente, con cui indicava “quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: a) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere. “ E, continua La Valle: “Prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti, Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella che era allora la lotta al comunismo. E la stessa cosa vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano, il Financial Times ed il Wall Street Journal, i quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E alla fine è intervenuto lo stesso ambasciatore americano che a nome di tutto il cocuzzaro ha detto che se in Italia viene il NO, gli investimenti se ne vanno.” Conclude La Valle: “Ebbene quelle richieste avanzate da questi centri di potere sono state accolte e incorporate nella riforma sottoposta ora al voto del popolo italiano. Infatti con la riforma voluta da Renzi il Parlamento è stato drasticamente indebolito per dare più poteri all’esecutivo”. Ma Bonalberti, non si limita ad una sola fonte per aiutarci a capire la realtà socio-economica del nostro tempo quando scrive: ”Condivido l’intera analisi formulata dal professore, che individua lo spartiacque nel mutamento strategico tattico operato dal governo italiano, a misura del nuovo ordine mondiale che si andava costruendo, nella relazione tenuta il 26 Novembre 1991 alla Commissione Difesa della Camera, di cui La Valle era componente, dal ministro della Difesa Virginio Rognoni, sul nuovo modello di Difesa. Se questo è ciò che avvenne sul piano delle strategie politico militari del nostro Paese, credo che la relazione del prof La Valle, andrebbe integrata con l’altrettanto lucida analisi che ci fece nel 2013 il prof .Zamagni in un convegno di studio nel 2013. Secondo Zamagni, prima del fenomeno della globalizzazione si era affermato e condiviso il principio della divisione del lavoro sulla base del cosiddetto principio NOMA (Non Overlapping Magisteria) (Richard Whately) che, nel 1829, teorizzò la netta separazione  e non sovrapposizione tra etica, politica ed economia. Di qui derivò il concetto dominante che assegna alla politica il compito dei fini e all’economia quello dei mezzi per il raggiungimento di quei fini, entrambe comunque separate dall’etica secondo una visione iper machiavellica. Tutto questo funzionò sino all’avvento della globalizzazione. Fenomeno quest’ultimo che non sorse spontaneamente dal mercato, ma fu determinato più o meno consapevolmente al G6 del 1975 a Rambouillet (Italia presente come quinta economia mondiale dell’epoca!) nel quale si decise con atto politico di far partire il processo di globalizzazione, da non confondere con quello di internazionalizzazione presente sin dall’epoca antica. Con l’avvento della globalizzazione il principio del NOMA viene di fatto applicato in termini rovesciati: all’economia è assegnato il compito di decidere i fini e alla politica quello di scegliere i mezzi . Da questo rovesciamento che assegna il primato finalistico all’economia, deriva la stessa scelta di Bill Clinton, pressato dalle sette sorelle (JP Morgan,Morgan Stanly e C.) detentrici del potere finanziario di superare la legge Glass Steagall del 1933 che seppe garantire equilibrio e sviluppo al mercato americano. Il superamento dell’obbligo di separazione tra attività di speculazione finanziaria e attività bancarie tradizionali deciso dal congresso americano e promulgata il 12 novembre 1999 da Bill Clinton diede il via libera ai fenomeni di speculazione finanziaria del mercato dei derivati e dei futures che saranno alla base della grave crisi finanziaria in cui tuttora ci dibattiamo dal 2007. Solo agli inizi del 2013 negli USA fu introdotta la nuova norma Volcker dal nome dell’ex presidente del Federal reserve, con cui venne ripristinata la separazione tra attività bancarie e di speculazione finanziaria I pragmatici americani hanno saputo rimediare ai guasti clintoniani; in Europa si continua invece nelle attività speculative. Intanto, però, il danno era fatto con la vicenda dei futures e degli edge funds che hanno finito con l’insozzare l’intero sistema bancario mondiale, sino a raggiungere un volume di debito complessivo di oltre 10 volte il valore dell’ìntero PIL mondiale.  Ora, come, con estremo realismo denuncia La Valle, proponendo la stessa tesi che il prof Paolo Maddalena, v.Presidente emerito della Corto Costituzionale, espone nel suo ultimo saggio ”Gli inganni della finanza”, sono gli stessi responsabili del superamento del NOMA del 1999 e dei fatti e nefasti successivi che inducono “i governi amici” a darsi da fare per consegnare le mani libere al mercato che è mondiale al quale stanno troppo strette le regole, i lacci e i lacciuoli di ciò che rimane alle democrazie occidentali costruite a misura delle costituzioni post belliche. In questo mercato devono valere solo le leggi del mercato, e non importano le conseguenze sul piano economico e sociale, né, tantomeno, quelle sul piano di diritti politici e civili. Si comincia dai Paesi più in difficoltà, meglio se con “governi amici” più disponibili, meglio ancora se questi sono costruiti su basi di dubbia legittimità con l’aiutino di capi dello Stato consenzienti e/o conniventi, non badando a spese per il controllo monopolistico dei mezzi di comunicazione con l’obiettivo di puntare al governo di “ un uomo solo al comando”. Se gli italiani abboccheranno sarà la fine della democrazia e la vittoria dei padroni del turbo capitalismo finanziario. A referendum svolto, solo il 40% degli elettori ha abboccato, oltre il 60% no e soprattutto nelle aree del Bel Paese ad economia meno avanzata, dove la globalizzazione è meno spinta. L'internazionalizzazione oggi appare come il processo di adattamento di un’azienda, una merce oppure un servizio immateriale pensato e progettato per un mercato o un ambiente definito e riferito ad altri mercati o ambienti internazionali, in modo particolare anche ad altre nazionalità con proprie culture. Le merci o i prodotti che possono essere l'oggetto di tali processi sono vari: dalle aziende stesse, alla pubblicità e le campagne di comunicazione (televisiva, editoriale), ai software (sistemi e programmi operativi ed applicazioni), dai siti web ai manuali d'uso, dalle pubblicazioni mediche e scientifiche, alle etichette dei prodotti venduti sul mercato internazionale. La globalizzazione oggi è un processo d'interdipendenze sia economiche che sociali, culturali, tecnologiche e politiche i cui effetti positivi e negativi hanno una rilevanza planetaria, tendendo ad uniformare sia il commercio che, le culture, i costumi e il pensiero. Alla globalizzazione, sostenuta dai neoliberisti ed osteggiata dai no-global, oggi si va diffondendo la localizzazione o difesa dei mercati locali, che competono con le merci globali per la qualità più alta (con costo maggiore, a volte il doppio), soprattutto per gli alimenti del cosiddetto mondo del “biologico”. In futuro le due facce della stessa medaglia troveranno equilibri dinamici per le merci scambiate, ma sul piano sociale e politico non può che essere prevalente la spinta verso governi multi regionali e sovranazionali. Forse è l’Homo sapiens che ha nella sua evoluzione culturale il fine di vivere nell’areale, almeno, planetario e non solo del piccolo comune, provincia, regione, stato e unione di più stati nazionali federati. Il mezzo per realizzare tale evoluzione irrefrenabile (ma frenabile oppure accelerabile) è la cultura, che viene definita in zoologia come ”capacità di adattamento a situazioni nuove”. Ma sulla cultura le definizioni si sprecano!

 

 


 
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