Proposte per un mercato diverso
Postato da admin [23/10/2009 18:20]

 

Alcuni mesi fa parlando della attuale crisi economica globale si è arrivati a definirla come una conseguenza di una serie di comportamenti e di convinzioni.

A che punto siamo ora: ne siamo usciti, ne siamo nel mezzo, oppure i momenti difficili devono ancora arrivare?

Molto sinteticamente vorrei condividere delle riflessioni, sulle quali chi legge potrà dare un parere, che possono suggerire una via d'uscita dal sistema che attualmente ci determina una condivisione forzata con crisi ricorrenti, fino ad una cronicità del fenomeno.

Per uscire dalla crisi, occorre permettere alle aziende di poter ritornare ad essere competitive.

Ciò può avvenire mediante tre riforme che di seguito si descrivono molto succintamente, ma il loro  disegno particolareggiato è ben più complesso, anche se in molti punti già definito.

 

La prima riguarda la modifica del T.U. 917/86, l'attuale testo unico delle imposte dirette, prevedendo l'abrogazione dell'IRE e la contestuale introduzione dell'ICO, (IMPOSTA DI CONSUMO).

Questo consentirebbe sia al popolo delle partite iva e sia al popolo dei lavoratori dipendenti e parasubordinati di poter avere non più una tassazione sul reddito prodotto, ma sul reddito consumato, in maniera progressiva in relazione al valore dei beni e servizi acquistati.

Infatti per i lavoratori dipendenti scomparirebbe la tassazione alla fonte con conseguente incremento del reddito corrente.

La dichiarazione dei redditi sarebbe obbligatoria per tutti, ma notevolmente semplificata mediante un modello avente valore solo dichiarativo sullo stato patrimoniale del contribuente.

Sostituzione dell'IRAP con una imposta locale di scopo.

La seconda  riforma riguarda l'uniformità dell'aliquota contributiva per la totalità dei lavoratori:

autonomi- subordinati- parasubordinati, calcolata per i primi sui ricavi, mentre per le altre due categorie di prestatori (subordinati e parasubordinati) calcolata sulla retribuzione o compenso lordo, ciò per questi ultimi già avviene, ma con un diverso sistema di aliquote.

L'aliquota potrebbe attestarsi sul 28% alla quale aggiungere, solo per i lavoratori subordinati e parasubordinati, un ulteriore 4% per le contribuzioni ed assicurazioni minori.

Per le categorie di lavoratori aventi agevolazioni contributive (apprendistato-mobilità- disoccupati di lungo periodo) il sistema attuale rimarrebbe invariato.

La minore contribuzione verrebbe compensata dall'obbligatorietà dell'accantonamento del TFR ad un fondo pensione, o in alternativa ad una erogazione diretta al lavoratore, che liberamente può decidere come capitalizzare il maggior reddito disponibile, mediante l'erogazione mensile del trattamento di fine rapporto da parte del datore di lavoro.

Ultima riforma consisterebbe nella creazione di una patente a punti imprenditoriale.

Sarebbe una sorta di patentino che ogni imprenditore o aspirante tale dovrebbe conseguire prima di aprire partita iva ed iscriversi in camera di commercio.

Tale patente potrebbe essere conseguita mediante scuole di formazione specialistica organizzate e tenute da associazioni datoriali - sindacati dei lavoratori-enti ed istituzioni del settore (unioncamere -spisal -ministero del lavoro-agenzia delle entrate- INPS - INAIL- enti bilaterali).

Questa idea sta già prendendo piede nel settore dell'edilizia, ma potrebbe essere adottato in tutti i settori economici.

I punti potrebbero essere pari ad un determinato numero, come per la patente di guida e  suddivisi in relazione alla materia (sicurezza ed igiene dei luoghi di lavoro-conoscenza degli aspetti organizzativi e della gestione risorse umane-conoscenza della importanza della responsabilità sociale, fiscale e contributiva dell'impresa - cultura generale come ad esempio la conoscenza della lingua italiana per gli imprenditori stranieri - gestione ed accesso al credito).

In caso di ispezioni a seconda della gravità e tipologia di impreparazione si andrebbero a sottrarre punti fino, in caso di recidiva, all'azzeramento totale e quindi all'espulsione dal mercato per la tutela di una corretta competitività di esso.

Sulle proposte sopra accennate, ripeto in maniera molto sintetica,  si può discutere e se le condividete o volete dire la Vostra fatelo sul blog.

 

Antonio Asquino - Libero professionista

 

  

 
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Postato da a.mariconda@tiscali.it [23/10/2009 18:20]
La proposta è suggestiva. Non sono un esperto fiscale, ma l'unico timore che ho è vs. un possibile calo di entrate, cosa che non possiamo consentirci data la tensione del bilancio italiano e l'aumento del debito pubblico conseguito all'attiale crisi, perdurante e che non sappiamo quando e come finirà. Mi consola anche l'annuncio di Tremonti su di una riforma del fisco, che comunque oggi grava sui dipendenti fissi e consente molte scappatoie ai redditi più alti. Crederei più giusto, invece, focalizzare il fatto che l'Italia da 16-17 anni soffre di un andamento economico critico che in termini di PIL vuol dire un punto circa in meno dellòa media EU e più di un punto rispetto ai Paesi EU più dinamici, quali Danimarca, Finlandia, Svezia, U.K. e altri. Mi riferisco a prima della crisi attuale. La ragione è semplice, ma trova la classe politica intera, destra e sinistra, del tutto insensibile alle necessarie riforme. I punti più critici sono i seguenti: 1) Un Paese dove il costo del lavoro è alto deve puntare su produzioni ad alto valore aggiunto, come ha fatto da sempre la Germania. Certamente il Governo non può fare molto in un'economia di mercato. Ma, la ricerca in Italia è bassissima, pari a circa l'1% del PIL, quando in Svezia si ritiene che la linea discriminante tra Paesi leaders e followers è considerata al 2,5% del PIL. La ns. scuola e università non sono meritocratiche. La formazione e selezione delle classi dirigenti nemmeno. Si vedano per confronto Paesi vicini come Francia, Germania, U.K., senza necessariamente riferirsi agli U.S. 2) Abbiamo la Giustizia talmente disastrata da essere un deterrente per l'investitore estero. Ho letto che alcuni stimano che questo disastro pesa in negativo fino ad un 1% di PIL. La classe politica è divisa tra chi fa le leggi su misura per proteggersi a volyte anche da eccessivi attacchi dei magistrati - ma non sempre - e chi invece a sinistra è strenuo difensore di uno status quo inaccettabile. Nessuno parla in Italia dei Rapporti CEPEJ, Commission Européenne pour l'Efficacité de la Justice, che nel 2006 denunciana per l'Italia: - Il costo del sistema Giustizia da noi è allineato a quello dei maggiori Paesi EU, con alcune differenze. Da noi l'incidenza del costo dei magistratri era nel 2006 pari al 79% sul costo titale del sistema, contro il 40-42% nel resto d'ìEuropa con una punta del 55% in Svezia. Questyo anche perché lo stipendio del magistrato italiano, fatto 100 il suo valore iniziale, sale a 320 a fine carriera, a prescindere dagli incarichi rivestiti, dal merito e dalla produttività dello stesso, mentre altrove si va da 100 a 200-220, con una punta di 250 in Svezia. -Abbiamo 220.000 avvocati, 1 ogni 270 italiani, contro 1 a 100/1500 nel resto d'Europa e 2500 in Svezia -E' vero che la ns. litigiosità è più alta e non abbiamo filtri per accedere ai diversi gradi di giudizio. Poi vi sarebbero procedure da rivedere e sistemi telematici da introdurre. 3) Se la ns. società non è meritocratica, abbiamo anche poca concorrenza e poco mercato, specie nei Servizi Pubblici Locali. 4) Last but not least: il Sud. Nel 1997 ero al municipio di Berlino e sentivo chi si lamentava dell'investitore tedesco occidentale che saltava la ex parte Est per andare in polonia, Rrepubblica Ceca, ecc. Oggi, a 20 anni dalla caduta del muro, il gap Est/Ovest si è dimezzato. In nItalia, quello Nord/Sud è rimasto ferma dalla Liberazione ad oggi. Quanto dipende dall'intreccio patologico delle classi politiche non solo e non sempre con le mafie del Sud, ma anche con mentalità e sistemi di acquisizione del consenso del tutto patologici? Il discorso vale per Campania e Calabria di sinistra e Sicilia di destra. Questo in estrema sintesi. Solo che il tempo in epoca di globalizzazione è ancora più tiranno, se ha ragione E. Luttwack quando diceva che la caduta del Muro trasformava il capitalismo in turbo-capitalismo. Aldo Mariconda - Venezia
 
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