Sulla crisi 2008-2009
Postato da admin [20/09/2009 09:46]

Carissimi Zabeo e Corradini, inizio con oggi a fare un dialogo con il sito, attraverso un commento a caldo all'ultimo intervento di Zabeo. Quanto sia dura o meno questa crisi non mi è ancora dato conoscere, ma una sensazione "non scientifica" io ce l'ho: ESSA è GRAVE MA NON GRAVISSIMA, e ve lo spiego prima da semplice cittadino, poi da minieconomista quale io mi picco di essere. Quando ci fu la crisi del 1962-1964 ci fu realmente una falcidia di auto che circolavano sulle strade (c'erano allora le famose Fiat 600, ma anche la gloriosa Aurelia!); ma nel '64 (avevo 23 anni), tornando da Parma la domenica sera, vedemmo una coda di auto chilometrica in senso inverso e dicemmo tutti in coro: la crisi è finita! E fu così, infatti. Oggi mi pare di vedere quasi quasi la stessa cosa: forse siamo ad una svolta. Ma molto cambierà, per sempre. Vediamo la mia sensazione "scientifica" e le mie impressioni. Io ebbi a Ragioneria un professore di diritto che ancor oggi ancora ammiro: il prof. Emilio Rosini, comunista doc, uomo integerrimo ed onestissimo, che in quinta superiore promuoveva dibattiti tra noi "scolaretti" di altissimo spessore e sinceramente democratici, senza alcun intendimento demagogico - populista: grand'uomo! Lo contestavo, lui non solo non si adirava ma mi rispondeva in modo piatto, tutt'altro che professorale, convincente. Ebbene, costui ci insegnò una cosa che poi non rividi mai esplicita nei libri: l'economia è come una cuoca che prepara una pozione, c'è il semolino, e poi gli altri ingredienti sempre un po' più grandi: il riso, i fagioli, le patate, i cavolfiori. Poi c'è la pentola, lei medesima, la cucina, la famiglia: questa è l'immagine della nostra società. Noi siamo i semolini, poi vengono le aziende più grandicelle, poi le PMI, le grandi, la Fiat, poi lo Stato. Pensare che il liberismo e la concorrenza smithiana possa valere per noi e per Fiat allo stesso modo, e che lo Stato debba assistere neutrale (allora a che serve, dico io) è un'illusione da babbei, e questo lo abbiamo capito tutti, ma non lo vediamo trattato dai nomoni: se mi sbaglio, ditemelo. Allora: lo Stato, gli organismi che ci governano (ONU, UE, etc) e le multinazionali (che spesso li sovrastano) non sono, e non sono mai stati, soggetti al liberismo ed alla concorrenza, ma quando agiscono, fanno comunque politica e non solo economia. E quindi, di fronte a questa crisi, debbono reagire con strumenti che non sono del liberismo ma dell'orizzonte temporale che si pongono di fronte, e nell'ambito della loro mission, che non è solo aziendale, ma d'altro tipo.E, soprattutto, essi debbono prendersi cura dei loro cittadini, che sono come i figli di una grande famiglia, e verso i quali ci vuole un'attenzione disinteressata, senza prezzo. Ma che, poi scendendo dalla pentola in giù fino ai fagiolini ed oltre, questa faccia "sociale" dell'agire economico interessi tutti, ciascuno per il suo ed all'interno delle sue possibilità e dei suoi orizzonti, ovvero dei valori che si è dato e che la società deve dare a tutti. Mi pare che l'ultima Enciclica "Charitas n veritate" abbia centrato il tema. Il mio professore di Economia (il celebre Giulio La Volpe) e di Storia Economica (allievo di Luzzatto), discipline che studiai molto bene, mi chiesero, a seguito di mie provocazione nei seminari da loro tenuti: "ma allora lei è favorevole all'ingente passivo delle Ferrovie dello Stato?" (allora stratosferico). Risposi: sì, purché esso corrisponda a maggiori profitti delle aziende nella società, e ciò mi valse degli encomi! Oggi, a suffragio di quello che dissi allora, si parla di stakeholders, di Bilancio Sociale e di BIL (benessere interno lordo) da contrapporre al PIL! Qualcosa quindi si sta muovendo in questo senso. Allora, tutto questo per dire: la crisi c'è, eccome, anche se meno di quello che si dice. Essa avrebbe potuto essere evitata se fossero stati messi a punto degli strumenti che dovranno per forza trovare applicazione in futuro, e questo sarà lo scenario che da questa stessa crisi si uscirà con le strumentazioni che qui elenco: - occorre che gli enti ed istituti economici siano in possesso dei Bilanci non solo delle società commerciali, ma di tutti: imprese, famiglie, comunità, individui persone fisiche, e via dicendo. Il Bilancio deve diventare lo strumento quasi obbligatorio per chiunque, e la sua valenza dovrà essere concepita non solo come oggi, a garanzia dei Terzi (clienti, fornitori,m etc) ma degli stakeholders e di tutta la società. Per far questo potranno venirci in aiuto Banca d'Italia, Istat, Enti di patronato (questi ultimi soprattutto per coloro che non potranno esservi obbligati ed altri minori). Intendiamoci: molto si fa già in questo senso, ma non nell'ottica di una generalizzazione economico-giuridica, ma solo per esigenze d'informazione statistica generale - per taluni enti di maggiori dimensioni, ma non solo per quelli (l'obbligo potrebbe riguardare tutte le imprese commerciali ed altri: Onlus, Fondazioni, etc), dovrebbe essere reso obbligatorio il Budget a fine anno da allegare allo stesso Bilancio, che, intendiamoci, non è cosa difficile da redigere una volta arrivati a metà anno (a Giugno, mese di presentazione dei consuntivi, non è difficile prevedere un preconsuntivo a Dicembre, anzi, lo si sa già di fatto, se si crede nella propria attività). In altre parole, oltre ai "fatti di rilevo accaduti dopo la chiusura dell'esercizio precedente fino alla data di redazione della nota intergrativa", vi dovrà essere apportato un paragrafo: "previsioni a fine anno", con apposita tabella standard, semplificatissima, di Sato Patrimoniale, Conto Economico e Finanziario - occorrerà poi che, alla prossima redazione del consuntivo, siamo esposte le differenze con il preventivo precedente, ben spiegando le ragioni delle differenze, ponendo così gli individui redattori di fronte alle cause che hanno generato previsioni non avveratesi, raffinando così in tutti, e soprattutto nelle cellule produttive, la consapevolezza generale e sociale delle interconnessioni economiche; - inoltre, il Bilancio sociale non dovrà essere una sommatoria di chiacchiere inutili ed agiografiche di sé medesimi ma, ed è la cosa più difficile, tracciare un Bilancio "esterno" degli effetti che la propria economia incide su quella degli altri, con una specie di "what if" in cui sia rappresentato cosa succederebbe se non esistesse la nostra azienda. - Questi Bilanci andranno poi consolidati dall'Istat, che provvederà alla redazione non solo dei dati del PIL, ma ad un Bilancio complessivo nazionale, con tanto di Stato Patrimoniale, Conto Economico e Finanziario: solo così sapremo quanto potremo resistere alle crisi, se il nostro Patrimonio è valutato appropriatamente e se ci sarà di salvaguardia (si sa che quante diverse valutazioni esso potrebbe subire, ma almeno avremmo un dato su cui discutere!) Benché su quest'ultimo punto io ritenga che il cammino da fare sia ancora lungo, pur tuttavia sono anche convinto che se questi ragionamenti non fossero solo degli economisti ma di tutti gli operatori economici, e che se questo entrasse nella testa dei commercialisti, oggi intenti più a parare alambicchi fiscali che problemi economici, ebbene, io sono convinto che, allora, poiché le previsioni ed le prospezioni sarebbero materia non solo di pochi sacerdoti ma di tutti (e la funzione dei sacerdoti sarebbe quella di affinare metodi e non di fare previsioni, che assomigliano più alle analisi tecniche -ovvero vuote- di Borsa piuttosto che a reali conoscenze dei dettagli della società) ebbene, io sono convinto che così molte cose cambierebbero e che vi sarebbero, in economia , molte meno sorprese e che essa diventerebbe più prevedibile e governabile. Da ultimo, sarebbe tutto inutile se alla redazione die Bilanci non ci fossero dei veri revisori, indipendenti, che con raffinata strumentazione, che non manca, fossero capaci di valutare adeguatamente, in un'ottica generale e non particolare (come oggi) le valutazioni dei Bilanci e delle quote d'azienda distribuibili perché consolidate negli anni, e non perché ipervalutate da effimere valutazioni borsistiche che si perdono nei "pacchettamenti e spacchettamenti" fatti ad arte per non far capire nulla a nessuno, anche se la strumentazione per valutarli c'era, e non fu applicata. Ma qui il discorso porterebbe lontano, comunque in aree a mio giudizio ancora poco indagate, purtroppo. Ne parleremo assieme.

Un caro saluto Gianni ARSLAN

 
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