Roma, 27 aprile 2012 - relazione dell'on. Gianni Fontana Segretario Nazionale della DC
Postato da admin [06/05/2012 20:13]

Ci siamo messi su una strada difficile: del resto nessuna strada è facile da percorrere.

Nello zaino del nostro andare non trovano posto né ottimismo, ché la realtà ce lo proibisce, né pessimismo perché il cristiano non può mettersi il vestito nerastro del suo pensiero, dei suoi sentimenti, della sua piccola fede: può solo attingere alla speranza, al coraggio di osare nell'associare gli ideali al possibile.

La bussola il cui ago non è agitato da vibrazioni continue, ci consente di continuare l'itinerario che interpretò, anche in politica se non soprattutto in politica, la tradizione dell'umanesimo. A me piace, di tanto in tanto, accompagnarmi con Maritain, amico di La Pira, Dossetti e dello stesso de Gasperi il quale ha scritto un libro su Maritain. Un libro che non sono riuscito a rintracciare ma che da tempo mi sono promesso di trovare grazie alla figlia Francesca, e che vorrò approfondire come costante richiamo della grandezza del padre: come statista, uomo senza vanterie, rigido nell'osservanza del servizio politico con un alto senso della mediazione.

È mia fondata opinione che la Costituzione, che molti amano, moltissimi ignorano, altri rifiutano e che altri valutano come una palestra di radicali modifiche, contenga non tracce ma profondi aspetti di umanesimo. Cito due principi, due valori: la persona umana e il lavoro. Bastano due parole: la persona come diritto, la persona come progetto.

Nel Vangelo manca la figura del disoccupato, e come poteva esserci? In verità il disoccupato esiste; Gesù lo invita: è l'ultimo chiamato che riceve la stessa paga di chi ha lavorato sin dalla prima ora. Il primo chiamato brontola, contesta. "Perché non posso dare all'ultimo quanto al primo? Voi avete avuto quanto contrattato", replica il padrone della vigna La parabole mette in evidenza l'atteggiamento sempre uguale del Maestro: l'ultimo non è mai un perduto, spesso sarà il primo nel regno dei cieli. Così, anche il buon ladrone sarà in paradiso con Lui dopo tanto peccare. È il segno, non di una gradita donazione ma di una speranza che non può essere sottratta in alcun momento della vita. È mia convinzione che il detto latino "spes ultima dea" sia segnato in ciascuno di noi che, anche nei momenti tragici, non può negare il soccorso, invisibile ma reale, di un terminal positivo.

 

Se Dio in una settimana ha creato il cosmo, l'uomo nella sua settimana storica è chiamato a continuare la creazione. Continuare la creazione corrisponde alla parola progresso: termine che non mi piace e al quale preferisco sviluppo. Oggi, con la crisi dirompente, si chiama crescita e tutti ci domandiamo quando comincerà la crescita? Aspettiamo che la Merkel si animi di questi termini prima che la povertà rinsecchisca nella sua miseria e venga meno anche l'ultimo alito di speranza? Si può sperare che Hollande, vincendo le elezioni, mandi in frantumi il patto tra Sarkozy e la Cancelliera tedesca? Quali le soluzioni in questo mondo globale dominato dalle banche?: un potere difficile da addomesticare Ci sono i post-keynesiani, i monetaristi, i neo-keynesiani, quelli che optano per la vendita dell'argenteria e quelli che sostengono la vendita del patrimonio immobiliare. Tutte ipotesi meritevoli di attenzione purché i processi decisionali non vengano rinviati all'infinito.

Per quanto ci riguarda, amiamo pensare che i provvedimenti debbano avere come misura il progetto umano. Progetto definito dalla dotazione naturale: intelligenza, volontà, sensibilità, sentimento …. ; dalla dotazione ambientale: le risorse, la natura, l'energia …. ; dalla dotazione storica: pensiero, tradizione, culture, ricerca, scienza, tecnica …. ; dalla risorsa della società o meglio della comunità universale il cui finalismo, quando la seconda venuta del Salvatore presenterà al Padre la comunione umana e la comunione di fede, volge come disegno umano e divino al bene comune.

 

Il realismo, ho detto, ci inetta il pessimismo. Se dieci ricchi equivalgono a tre milioni di poveri, la speranza non è soffermarci su questi numeri, ma quella di ricostruire, rifondare un paese diroccato: diroccato un po' dovunque, anche se, spesso,forte nelle fondamenta. Così lo Stato, forte nella Costituzione, è diroccato nell'esprimere la sua autorità e la sua autorevolezza. Così la persona, forte nella sua struttura, svuotata nella sua coscienza; così la famiglia, forte nel suo fondamento, sacro e civile, svuotata nella sua sacralità; così il dramma di certi credenti, svuotati del senso di Dio, che si interrogano perché Dio permette il male.

 

Vi prego di avere ancora un po' di pazienza. I miei riferimenti storici mi parlano del popolo ebraico, popolo eletto da Dio. Altri, come la cultura nazionalista tedesca, hanno creduto che il popolo fosse eletto dalla natura come progetto del diritto al dominio. Altri ancora hanno creduto che il popolo della povertà sia stato eletto dalla storia come progetto di liberazione attraverso il socialismo (Gaston Fessard De l'actualité Historique ed. Desclée Bower).

E io? noi? Chi siamo? Siamo chiamati a vivere nel mondo ma a non essere del mondo. Siamo chiamati, senza glorificarci, senza tentazioni integraliste, senza deviazioni clericali e laiciste, ad una missione che sul piano temporale significa giustizia, virtù pre-cristiana come le altre virtù già individuate da Platone (prudenza temperanza fortezza), e, sul piano trascendente, significa "amore". Il rapporto tra Chiesa e Stato si può riassumere in questa espressione: né confusione né separazione. Questa è la laicità cristiana.

Oggi la giustizia, sia quella dei magistrati sia quella sociale, sembra un termine interdetto pur con un grande mercato inascoltato: i poveri, i precari, i disoccupati gli affamati, gli emarginati …. Essi recitano la parte di nessuno, non hanno rappresentanza quindi riconoscimento e sono fortunati se i missionari, non della giustizia ma della carità, si accostano a loro con amore: i samaritani che curano le ferite degli sconfitti dalla storia, gli aggrediti dall'egoismo.

 

Nella prima riunione del Consiglio Nazionale, ho accennato alle città come luoghi di rinascita della politica, della solidarietà, dei valori etici, delle competenze e della speranza. Simbolicamente, per ogni centro, ho parlato di una "segnaletica" dei padri che ci hanno consegnato i loro valori, la loro testimonianza, la dignità della loro missione politica. La città ci riguarda come fonte di impegno partitico, come alfabeto della democrazia che può essere un sistema politico solidamente stabilito soltanto se i cittadini responsabili la animano costantemente. Così la libertà e la soggettività sono valori positivi, sempre desiderati e onorati, e che mai deviano nella passività e nell'asservimento.

Abbiamo sperimentato il populismo nel suo processo degenerativo che ha annullato la soggettività. A me pare che la rinascita sia legata alla restituzione di questa soggettività politica. Il partito si è fermato, dissolto nella sua funzione di rappresentanza, mediazione, progetto: è diventato partito-personale, partito-potere per una soggettività della società alienata, sia nell'etica della responsabilità che nell'attenzione alle istituzioni, per adeguarsi alla fuga dalla legge, nell'astuzia dell'evasione, del clientelismo, nel tangentismo e nella prassi della menzogna.

La strada da percorrere è di difficili equilibri: tra autorità statale, garanzia del diritto e partecipazione popolare. Occorre superare molte tensioni tra classi privilegiate e realtà periferiche alla comunità. Non minore è la tensione tra la dimensione nazionale e quella europea: senza anima popolare e senza anima europea la prospettiva delle frontiere aperte, l'incontro con le ragioni della primavera araba, con i movimenti ambientalisti del Sud-America, con i dissidenti birmani o cinesi è un'illusione.

Oggi la tensione cui siamo dipendenti e subordinati per pesanti sacrifici, è quella tra stato sociale e stato del rigore: categorie, entrambe, sostenute da culture forti: quella della solidarietà e quella della competitività. Due concezioni difficili da armonizzare ma che devono trovare le ragioni della loro irrinunciabile conciliazione.

Non vorrei confondere né che fosse confuso il piccolo sogno che mi ha suggerito Gonella, come mi avesse espresso un suo attuale desiderio: annoverare tra i motivi ispiratori del nostro partito il laburismo cristiano (v Relazione introduttiva di Guido Gonella al I Congresso nazionale della Democrazia Cristiana, aprile 1946). Lo dico perché l'antico e irreversibile finalismo chiamato popolarismo, richiamato con l'ultimo segretario della DC, Martinazzoli, ben si adeguerebbe a questa definizione del grande politico veronese.

Spero di non avervi annoiato ma di aver tentato di indicare una linea di rinascimento, di umanesimo, a condizione che si operi al servizio delle nuove generazioni nelle città cui assicurare, per quanto possibile, un contributo non di affiliati ma di interlocutori di vocazione magistrale, accompagnati da una studiata programmazione elementare di tipo editoriale.

Vi ringrazio per l'attenzione con tutta la mia umiltà e la mia limitata ma doverosa disponibilità.

 
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