Razionalizzazione strutturale spesa pubblica italiana
Postato da admin [02/05/2012 22:16]

RAZIONALIZZAZIONE STRUTTURALE SPESA E DEBITO PUBBLICO ITALIANI E PROPOSTE POLITICHE DI RIFORMA PER LA STABILITA' E LA CRESCITA ECONOMICHE DURATURE

Sintesi del 26 Aprile 2012 - dott. Alessandro Germinario

La presente relazione sintetizza studi approfonditi di istituzioni ed istituti quali Banca d'Italia, Ministero dell'Economia, Consiglio Nazionale Economia e Lavoro, ISTAT, ed altri, rielaborati ed analizzati con la finalità di elaborare una sintetica piattaforma coerente e coordinata di proposte politiche, da tradurre in atti legislativi, per la graduale razionalizzazione strutturale e non momentanea, della spesa e del debito pubblico Italiani, nonché riforme da adottare gradualmente per la Stabilità e la Crescita Economica duratura dell'Italia. I contenuti son stati elaborati sulla base dei Valori e dei Programmi propri del Popolo della Libertà ed ispirandosi dunque, ad ideali Popolari, Liberali e Riformisti.

 

E' costituita da quattro parti, per un totale di 12 pagine:

  1. Sintetica nota sulla composizione della Spesa Pubblica e del Risparmio Italiani al 31.12.2010;
  2. Sintetica nota sugli impatti finanziari positivi conseguenti alla riduzione / eliminazione delle Provincie;
  3. Sintetiche riflessioni in ordine al rapporto Lavoro - Impresa - Liberalizzazioni - Privatizzazioni;
  4. Conclusioni sintetiche di natura politica.

 

PARTE PRIMA: LA SITUAZIONE FINANZIARIA NAZIONALE ITALIANA

Il Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano, nel 2010, è stato di poco superiore a 1.500 Miliardi di Euro, pari a circa 25 Mila Euro per ciascuno dei 60.045.068 residenti.

Attraverso le imposte, le tasse e le tariffe pubbliche statali, i residenti in Italia (italiani o stranieri regolari che siano) contribuiscono, nei confronti dello Stato, per circa 537 Miliardi di Euro, ovvero 8.950 Euro pro-capite e, pertanto, il rapporto tra Spese effettive dello Stato (pari appunto a circa 537 Miliardi di Euro) e PIL annuale, nel 2010, è stato del 35,16%

Per conoscere la vera entità della Spesa Pubblica complessiva, però, è necessario aggiungere a questi 537 Miliardi di Euro i fondi propri delle Regioni, delle Province e dei Comuni (ovvero: imposte, tasse e tariffe regionali, provinciali e comunali. I trasferimenti dello Stato a questi Enti sono invece conteggiati nella spesa statale), i quali ammontano a quasi 220 Miliardi di Euro, pari a 3.664 Euro pro-capite. Quindi, la Spesa complessiva del comparto pubblico, in Italia, nell'anno 2009, è stata di circa 755 Miliardi di Euro, ovvero 12.605 Euro pro-capite, pari al 50% del PIL.

Come si evince dunque la Spesa Pubblica Italiana pari ad Euro 755 Miliardi nel 2009 è stata per il 75% in capo allo Stato centrale e per il 25% in capo alle Regioni, Provincie e Comuni.

All'interno di tale spesa complessiva, circa 73 Miliardi di Euro sono rappresentati dal contributo dello Stato alla previdenza sociale. Ad essi, poi, si devono aggiungere i contributi versati direttamente dai lavoratori e dalle imprese, che transitano dai bilanci dei diversi Enti previdenziali (e non in quello dello Stato) e che ammontano a circa 100 Miliardi di Euro. Pertanto, la Spesa Pubblica totale, compresa quella previdenziale, è pari a circa 855 Miliardi di Euro, ovvero 14.271 Euro pro-capite, pari al 57% del PIL nazionale. Ciò significa che il 57% delle risorse frutto del lavoro degli Italiani è gestito dallo Stato, dagli Enti Locali e dagli Enti Previdenziali.

Questa somma, nel 2009, è stata così impegnata:

  • Previdenza sociale: 173 Miliardi di Euro, ovvero 2.881 Euro pro-capite e pari all'11,32% del PIL. Il sistema previdenziale dunque, costa 173 Miliardi e ne ricava, dai contributi, solo 100, mentre 73, pari al 45% circa, incide negativamente sulla  fiscalità generale. Si sottolinea il fatto, in prospettiva insostenibile, che ogni 100 lavoratori vi sono ben 72 pensionati!!!;
  • Trasferimenti agli Enti Locali: 111 Miliardi di Euro, ovvero 1.849 Euro pro-capite e pari al 7,26% del PIL;
  • Sanità (Servizi Sanitari Regionali): 110 Miliardi di Euro, ovvero circa 1.800 Euro pro-capite e pari al 7,29% del PIL;
  • Altri servizi forniti dagli Enti Locali: 110 Miliardi di Euro, ovvero circa 1.800 Euro pro-capite e pari al 7,20% del PIL;
  • Interessi sul Debito Pubblico: 80 Miliardi di Euro, ovvero 1.332 Euro pro-capite e pari al 5,23% del PIL; Ogni "Punto" di interesse passivo sul Debito Pubblico costa circa 16 Miliardi all'anno;
  • Politiche economico-finanziarie: 65 Miliardi di Euro e pari al 4,25% del PIL;
  • Istruzione: 52 Miliardi di Euro, ovvero 866 Euro pro-capite e pari al 3,40% del PIL;
  • Cooperazione internazionale: 26 Miliardi di Euro, ovvero 433 Euro pro-capite e pari all'1,70% del PIL;
  • Politiche sociali: 25 Miliardi di Euro, ovvero 416 Euro pro-capite e pari all'1,64% del PIL;
  • Difesa: 19 Miliardi di Euro, ovvero 316 Euro pro-capite e pari all'1,24% del PIL;
  • Sicurezza: 10,5 Miliardi di Euro, ovvero 175 Euro pro-capite e pari allo 0,69% del PIL;
  • Trasporti: 10 Miliardi di Euro, ovvero 167 Euro pro-capite e pari allo 0,65% del PIL;
  • Giustizia: 7 Miliardi di Euro, ovvero 117 Euro pro-capite e pari allo 0,46% del PIL;
  • Sviluppo territoriale: 6 Miliardi di Euro, ovvero 100 Euro pro-capite e pari allo 0,39% del PIL;
  • Sviluppo delle imprese: 4,5 Miliardi di Euro, ovvero 75 Euro pro-capite e pari allo 0,29% del PIL;
  • Infrastrutture: 3,5 Miliardi di Euro, ovvero 58 Euro pro-capite e pari allo 0,23% del PIL;
  • Ricerca ed innovazione: 3,5 Miliardi di Euro, ovvero 58 Euro pro-capite e pari allo 0,23% del PIL;
  • Soccorso Civile: 3,5 Miliardi di Euro, ovvero 58 Euro pro-capite e pari allo 0,23% del PIL;
  • Lavoro: 3 Miliardi di Euro, ovvero 50 Euro pro-capite e pari allo 0,20% del PIL;
  • Ambiente: 1,5 Miliardi di Euro, ovvero 25 Euro pro-capite e pari all'11,32% del PIL;
  • Beni Culturali: 1,5 Miliardi di Euro, ovvero 25 Euro pro-capite e pari allo 0,10% del PIL;
  • Casa e Salute (Igiene Pubblica): 1,5 Miliardi di Euro, ovvero 25 Euro pro-capite e pari allo 0,10% del PIL;
  • Immigrazione: 1,5 Miliardi di Euro, ovvero 25 Euro pro-capite e pari allo 0,10% del PIL;
  • Agricoltura: 1 Miliardo di Euro, ovvero 17 Euro pro-capite e pari allo 0,07% del PIL;
  • Comunicazioni: 1 Miliardo di Euro, ovvero 17 Euro pro-capite e pari allo 0,07% del PIL;
  • Sport e Turismo: 1 Miliardo di Euro, ovvero 17 Euro pro-capite e pari allo 0,07% del PIL;
  • Energia: 0,5 Miliardi di Euro, ovvero 8 Euro pro-capite e pari allo 0,03% del PIL;
  • Varie: 23 Miliardi di Euro, ovvero 383 Euro pro-capite e pari all'1,50% del PIL, raggiungendo così la Spesa Pubblica Totale sopra detta.

Fra gli 855 Miliardi circa di Spesa Pubblica sono compresi, distribuiti in ogni comparto e settore, i cosi detti "costi della politica" rappresentati dai compensi agli "eletti e nominati", nonché a tutte le spese di funzionamento degli organi rappresentativi e di supporto alla attività politiche degli eletti e dei nominati medesimi. Tali costi sono stimati, quasi unanimemente, in circa 20 Miliardi per anno, anch'essi al 75% circa in capo allo Stato centrale (Enti Previdenziali compresi) ed il 25% a Regioni ed Enti Locali.

Dei 1.500 Miliardi di Euro di PIL prodotto, gli Italiani destinano annualmente al risparmio, inteso come investimento, con ricorso parziale all'indebitamento privato (immobili o titoli), od inteso come accantonamento, circa il 50%, pari a circa 755 Miliardi di Euro, ovvero 12.605 Euro pro-capite, cui va però sottratto l'indebitamento privato, pari a circa il 30% del PIL, ottenendo quindi un risparmio annuo netto pari a circa il 20% del PIL, ovvero circa 305 Miliardi di Euro (5.091 Euro pro-capite). Questa grande propensione al risparmio, che da anni caratterizza la nostra Nazione, ha prodotto un risparmio complessivo, al 2008, ovvero la somma delle attività reali (abitazioni, terreni, etc.) e delle attività finanziarie (depositi, titoli, azioni, etc.) meno il debito (mutui, prestiti personali, etc.), di circa 8.284 Miliardi di Euro (ovvero 137.963 Euro pro-capite), pari a circa 5 volte e mezzo il PIL annuo e circa 5 volte l'ammontare del debito pubblico complessivo.

Il Debito Pubblico italiano, che nel 2009 ammontava a circa 1.700 Miliardi di Euro (pari al 115% del PIL ma solamente al 21% del risparmio complessivo) e che costa agli italiani 80 Miliardi di Euro l'anno per interessi, è detenuto per il 48,6%, pari a 855.938 Milioni di Euro da risparmiatori ed investitori italiani (quindi, il risparmio italiano è investito solamente per il 10,3% nel Debito Pubblico italiano: questo è un dato molto confortante perché, quand'anche si fosse nella malaugurata condizione di dover restituire tutto il debito pubblico, gli Italiani perderebbero solo il 10,3% dei propri risparmi), mentre il restante 51,4%, pari a 905.252 Milioni di Euro, è nelle mani di risparmiatori ed investitori stranieri, a cui ovviamente dobbiamo sempre e comunque rendere conto. (dati aggiornati al giugno 2009). Si rammenti, ad esempio, che l'ascesa al potere del Partito Nazista in Germania è stata proprio la conseguenza dell'impossibilità del Governo Tedesco di restituire i propri debiti agli investitori tedeschi e stranieri (Ebrei in particolare) contratti a seguito della prima guerra mondiale persa.

La quota annuale del debito in scadenza è di circa 215 Miliardi di Euro, pari a 3.581 Euro pro-capite ed al 14% del PIL. Tale somma, però, non viene finanziata dalle imposte e dalle tasse, bensì con l'emissione di nuovi titoli di debito (questa somma, sia in entrata che in uscita, transita nel Bilancio dello Stato). Quindi, la restituzione del debito non viene "sottratta" al PIL, ma viene effettuata impegnando i risparmi dei cittadini italiani e stranieri e gli investimenti delle imprese italiane e straniere che impegnano i loro fondi, fidandosi, nei Titoli di Stato italiani (è da qui che derivano l'importanza fondamentale ed assoluta del rating e della fiducia che l'economia e lo Stato italiani sono in grado di trasmettere agli investitori, soprattutto a quelli stranieri).

Infine, l'ultimo dato di rilievo che occorre segnalare è quello sull'evasione fiscale: ad oggi, l'imponibile evaso è stimato in 370 Miliardi di Euro l'anno, pari a 6.120 Euro pro-capite, ovvero il 24% del PIL, che produrrebbe circa 156 Miliardi di Euro l'anno (quasi il doppio degli interessi sul debito) di maggiori entrate fiscali per lo Stato, pari a 2.598 Euro pro-capite ed al 10,21% del PIL.

 

PARTE SECONDA: RIDUZIONE OD ELIMINAZIONE DELLE PROVINCIE

L'esistenza delle Province trova fondamento, oltre che nella impostazione istituzionale napoleonica, nell'articolo 114 della Costituzione Italiana, che prevede appunto che la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Provincie, dalle Città Metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. Le Regioni sono elencate in Costituzione, mentre per Comuni, Province e Città Metropolitane è demandato alla legge ordinaria la loro identificazione.

Attualmente le Provincie in Italia sono 110, di cui 15 coincidenti con altrettante Città Metropolitane.

Questo l'elenco:

Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Torino, Reggio Calabria, Roma (Capitale d'Italia per definizione costituzionale - Art 114 - ), Venezia.

Individuate dalle Regioni a statuto speciale:

Cagliari, Catania, Messina, Palermo, Trieste.

All'Ente "Città Metropolitana" sono attribuite le funzioni della Provincia e parte delle funzioni di interesse sovracomunale proprie dei singoli Comuni. Con l'istituzione della città metropolitana la provincia di riferimento cesserà di esistere. In Italia non è ancora stata istituita nessuna città metropolitana, poiché nel 2008 lo scioglimento anticipato delle Camere ha rinviato il compito di istituirle al Parlamento della Legislatura vigente.

Delle restanti 95 Province, 19 (Udine, Trento, Bolzano, Agrigento, Trapani, Siracusa, Sassari, Ragusa, Pordenone, Caltanissetta, Enna, Oristano, Nuoro, Olbia, Gorizia, Carbonia - Iglesias, Aosta, Medio Campidano ed Ogliastra) si trovano Regioni a Statuto Speciale e pertanto eventuali modifiche al loro stato, posso essere compiute solo dalle rispettive Assemblee Regionali, ad eccezione di Trento e Bolzano che sono autonome per determinazione costituzionale.

Le Provincie non coincidenti con una Città Metropolitana e non "autonome" dunque sono 110 meno 15 meno 19, pari a 76.

Ecco quelle con meno di trecentomila abitanti:

Isernia, Rieti, Verbano - Cusio - Ossola, Vibo Valentia, Crotone, Fermo, Vercelli, Sondrio, Biella, Matera, Massa Carrara, Belluno, Ascoli Piceno, Asti, Imperia, La Spezia, Lodi, Grosseto, Campobasso, Terni, Rovigo, Prato, Siena, Benevento, Savona, Piacenza, Pistoia per un totale di 27.

Il Decreto Legge 122 del 13.08.2011 prevede l'abolizione delle Provincie, con estensione territoriale inferiore ai 3.000 kilometri quadrati e popolazione al 31.12.2011 inferiore ai 300.000 abitanti: pertanto delle 26 sopra dette, sarebbero abolite tutte, ad eccezione di Sondrio.

Di seguito le Provincie con meno di 400.000 abitanti ed oltre i 300.000:

Aquila, Teramo, Viterbo, Pescara, Macerata, Rimini, Lecco, Livorno, Arezzo, Ferrara, Cremona, Pesaro, Catanzaro, Novara, Potenza, Ravenna, Barletta - Andria - Trani, Lucca, Forlì - Cesena e Chieti per un totale di altre 20.

 

Ecco invece l'elenco delle Province con meno di 500.000 abitanti ed oltre i 400.000:

Brindisi, Mantova, Pisa, Avellino, Alessandria, Parma, Ancona e Frosinone, pari ad 8.

Riepilogando, 110 Provincie:

15 coincidenti con le Città Metropolitane da costituire, di cui 1 Roma Capitale in parte avviata;

19 appartenenti a Regioni autonome;

27 con meno di 300.000 abitanti (di cui 26 oggetto di proposta di abolizione);

20 con meno di 400.000 abitanti, ma più di 300.000;

8 con meno di 500.000 abitanti, ma più di 400.000;

Le restanti 21 sono quindi: Brescia, Salerno, Bergamo, Padova, Verona, Caserta, Treviso, Varese, Vicenza, Monza - Brianza, Lecce, Cosenza, Modena, Perugia, Foggia, Como, Cuneo, Taranto, Latina, Pavia, Reggio Emilia.

 

Per una analisi seria, occorre fare riferimento ad alcuni fattori storici ed istituzionali:

  1. Le Province nascono prima dell'unità d'Italia quando non esistevano le Regioni;
  2. Alle Province vennero attribuite tutte le funzioni che i Comuni, allora tutti molto piccoli, non avrebbero modo di compiere: si pensi che già nel 1875 in Italia vi erano circa 8.000 Comuni come oggi, mentre la popolazione, oggi di circa 61.000.000 di abitanti, era di circa 27.000.000. Ciò rende chiaro che la dimensione anagrafica e quindi economica dei Comuni, all'epoca della nascita delle Province, era molto ridotta rispetto alle attuali.
  3. Con le riforme costituzionali e legislative succedutesi, dagli anni 90 ad oggi, si è vista crescere la dimensione delle competenze, e quindi delle risorse dei Comuni, a scapito di quelle delle Province;
  4. La nascita delle 15 Città Metropolitane rende inutili, anzi dannose per ridondanza, le rispettive Province;
  5. Da tempo e con il consenso di Comuni e Regioni, è pronto una progetto legislativo complesso per il trasferimento delle competenze delle Province, non coincidenti con una Città Metropolitana, a Comuni e Regioni.

La Spesa Pubblica Provinciale Italiana si può dividere in tre categorie:

  1. Spese della politica provinciale: dei 20 Miliardi annui totali, gli organi istituzionali e politici provinciali spendono circa il 3% pari a circa 600 Milioni per anno;
  2. Spese di funzionamento: I bilanci provinciali italiani ammontano complessivamente a circa 18 Miliardi di Euro annualmente. Di questi, circa il 10% pari a 1.800 Milioni di Euro, sono destinati alle spese di funzionamento generale che, in caso di trasferimento delle funzioni delle Province ai Comuni ed alle Regioni, sarebbero assorbite da questi Enti, che già hanno strutture adatte e sufficientemente dimensionate per tale attività;
  3. Spese indirette sostenute dallo Stato ed altri enti: in ogni Provincia è obbligatoriamente presente una lunga serie di uffici periferici dello Stato e di altri Enti quali Prefetture, Questure, Comandi Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale, Vigli del Fuoco, Provveditorati agli Studi, Ispettorati dei Ministeri del Lavoro e delle Comunicazioni, Direzioni Provinciali del Tesoro, Banca d'Italia, Poste, Ferrovie, INPS, INAIL, INPDAP, Rai, Camere di Commercio ed altri minori. La spesa di questa strutture è calcolabile in circa 40 Miliardi annui, di cui circa il 10% pari ad Euro 4 Miliardi per spese generali di funzionamento e non finalizzate ad erogazione di servizi ai cittadini ed al territorio. L'accorpamento delle funzioni provinciali, lasciando inalterata le presenza dei servizi diretti ai cittadini ed al territorio e ricollocando le sole funzioni gestionali generali, produrrebbe, nel tempo, un risparmio pressoché totale di questi 4 Miliardi di Euro.

In sintesi, le diverse proposte alternative o da integrarsi fra loro:

  1. Eliminazione delle 15 Province il cui territorio coincide con quello di una Città Metropolitana: produrrebbe un risparmio diretto ed indiretto stimabile in circa 100 Milioni di Euro per anno;
  2. Accorpamento delle 26 Province con meno di 300.000 abitanti: produrrebbe un risparmio annuale diretto stimabile in circa 100 Milioni ed indiretto di circa 1 Miliardo di Euro (i costi indiretti e generali di funzionamento sono proporzionalmente molto più alti per Enti di piccole dimensioni);
  3. Accorpamento delle 46 Province con meno di 400.000 abitanti: produrrebbe un risparmio annuale diretto stimabile in circa 170 Milioni ed indiretto di circa 1,7 Miliardi di Euro;
  4. Accorpamento delle 54 Province con meno di 500.000 abitanti: produrrebbe un risparmio annuale diretto stimabile in circa 220 Milioni ed indiretto di circa 2,2 Miliardi di Euro;
  5. Abolizione di tutte le 75 Provincie non Città Metropolitane e non inserite in Regioni a Statuto Speciale: produrrebbe un risparmio annuale diretto stimabile in circa 450 Milioni di Euro ed indiretto di 3 Miliardi di Euro;
  6. Abolizione di tutte le 108 Provincie (escluso solo Trento e Bolzano costituzionalmente definite): produrrebbe un risparmio annuale diretto stimabile in 580 Milioni di Euro ed indiretto di quasi 4 Miliardi di Euro.

La riduzione di spesa diretta sarebbe pressoché immediata, mentre quella indirette andrebbe a regime, tenendo conto della anzianità professionale media dei dipendenti pubblici, in circa 15 anni.

Tali riduzioni, se non sprecate da nuove possibilità di spesa agli Enti che subentrassero alle competenze provinciali, sarebbero strutturali e quindi permanenti.

Inoltre, nel tempo molti immobili di proprietà pubblica, oggi occupati da sedi ed uffici provinciali, potrebbero essere diversamente utilizzati e quindi anche valorizzati: ipotizzando di liberare il 30% degli immobili oggi utilizzati dalle Provincie direttamente e dagli uffici periferici dello Stato e degli altri Enti presenti per funzioni generali e non per servizi ai cittadini ed al territorio, si libererebbero almeno 600.000 metri quadrati.  

 

PARTE TERZA: LAVORO, IMPRESA, LIBERALIZZAZIONI, PRIVATIZZAZIONI

In tema di lavoro, impresa, liberalizzazioni e privatizzazioni spesso si contrappongono una visione statalista ed una liberista, con proposte contrapposte e fra loro sempre inconciliabili, peraltro spesso di grande rilievo e con molti contenuti condivisi e condivisibili, però tutte figlie di elaborazioni culturali e politiche proprie del Novecento, i cui fondamenti geopolitici e quindi socio economici sono però oramai desueti e superati dalla globalizzazione.

Il Popolo della Libertà, può, invece elaborare proposte in grado di contemperare la complessità delle realtà geopolitiche e socioeconomiche globalizzate che stiamo vivendo e che, sempre maggiormente, caratterizzeranno, volenti o nolenti, la nostra vita quotidiana.

Ponendo al "centro" la "liberta'" di ognuno, nel "rispetto" del "prossimo", si presentano alcune proposte politiche, da approfondire, per essere eventualmente tradotte in proposte legislative.

  1. Sia data la possibilità al lavoratore di scegliere il regime del proprio contratto fra tre alternative, introducendo l'equazione virtuosa maggiori garanzie, minori costi per il datore di lavoro, maggiori imposte e minore spesa pubblica / minori garanzia, maggiori compensi, maggiori costo ma minori imposte:

·         Contratto garantito come da Statuto dei lavoratori attualmente vigente: maggiori garanzie (licenziamento solo per giusta causa) = minore compenso con contribuzione ad un fondo regionale e nazionale per gli ammortizzatori sociali, la formazione ed il sostegno all'impresa;

·         Contratto legato a progetti ed obiettivi: garanzie condizionate sui compensi e sulla licenziabilità = compensi integrativi condizionati. Rispetto alla precedente tipologia, il lavoratore sarebbe messo nelle condizioni di incassare maggiori emolumenti, in entità rilevante (si pensi ad un 10% sullo stipendio, oltre ad una indennità licenziamento di 12 mesi) che il datore di lavoro pagherebbe a fronte di maggiore flessibilità contrattuale;

·         Contratto flessibile: rapporto libero con licenziabilità unilaterale = maggiori compensi ed indennità (si pensi ad esempio ad un emolumento più alto del 20% ed indennità di licenziamento di 24 mesi).

  1. Sia data la possibilità al lavoratore di scegliere il regime previdenziale a cui aderire, legando il costo dei contributi da versare ed il valore della prensione da riscuotere alla durata del piano previdenziale scelto, definendo criteri minimi ed anche gestioni miste nel tempo: contribuzione variabile fra i 25 ed i 50 anni con contribuzione che si riduce più che proporzionalmente e valore delle pensione che cresce invece più che proporzionalmente.
  2. Si definisca che i professionisti iscritti ad un Albo obbligatorio, essendo maggiormente garantiti rispetto agli altri, versino una imposta crescente in relazione al reddito, con una sua predefinita presunzione, da destinare alla formazione ed allo sviluppo delle professioni non tutelate ed all'inserimento dei giovani nel mondo della libera professione .
  3. Si definiscano costituzionalmente le tipologie di attività economiche riservate allo Stato, alle Regioni ed ai Comuni, con liberalizzazione obbligatoria di tutte le altre e vincoli a partecipazioni minime degli Enti Pubblici nel capitale di società commerciali.
  4. Si definisca costituzionalmente che la scelta educativa dei figli spetta ai genitori e che le Istituzioni Statali, Regionali e Comunali riconoscono, garantiscono e promuovono tale libertà.
  5. Si definisca costituzionalmente l'istituzione del bilancio patrimoniale, economico e finanziario, consolidato fra tutte le Istituzioni ed Enti delle Repubblica con vincolo del pareggio e sul ammontare del debito pubblico complessivo consolidato, nonché il limite complessivo di imposizione e tassazione nazionale statale, regionale e comunale e divieto di conseguire utili dai servizi svolti in regime di privativa dagli Enti Pubblici nonché tassazione vietata sulla proprietà privata regolarmente conseguita.
  6. Si definisca costituzionalmente che ogni attività privata è libera, salvo quelle espressamente vietate dalla legge e che quelle sottoposte ad autorizzazione preventiva o conoscitiva, devono anch'esse, essere espressamente indicate dalla legge e attenersi sempre all'istituto del silenzio - assenso. Lo Stato, le Regioni ed i Comuni esercitano esclusivamente attività necessarie ed utili per attuare al meglio le proprie competenze definite ed elencate in Costituzione, mentre gli sono vietate tutte le altre. Tutte le attività economiche sono svolte, salvo i casi espressamente previsti dalla Costituzione in regime di reale concorrenza.

Da anni in Italia, come del resto in tutt'Europa, si parla di liberalizzazioni, sia come processo per favorire e stimolare la crescita, che come unica occasione per ampliare le libertà dei Cittadini, nella loro qualità essenziale e quotidiana di consumatori, risparmiatori e contribuenti.

Dalla seconda metà degli anni '90, alcune di queste sono state avviate, poche hanno prodotto il risultato di migliorare la qualità dei prodotti e dei servizi, diminuendone contemporaneamente i prezzi. Spesso si sono tradotte solamente nel trasferimento di veri e propri monopoli pubblici ad altri operatori monopolisti privati. Altre volte si è trattato di colpire piccoli commercianti ed artigiani a favore di multinazionali, cooperative rosse e banche.

Adesso si torna prepotentemente a parlare di liberalizzazioni ed ancora una volta si tenta di togliere a tanti per dare a pochi: taxi, farmacie, commercio al dettaglio, carburanti. Ancora una volta si tenta lo scippo!!!

I liberali e riformisti VERI, però credono nelle VERE liberalizzazioni!!!

Queste sarebbero VERE LIBERALIZZAZIONI, che produrrebbero davvero effetti economici e politici a favore della Comunità intera solo e soltanto se liberalizzassero risorse oggi sottratte alle Famiglie ed alle Imprese ed affidate alla gestione dello Stato, quindi della politica e dei grandi gruppi, cioè della speculazione.

Come indicato nella prima parte della presente relazione, si è evidenziato che circa il 55% delle risorse frutto del lavoro degli Italiani è gestito dallo Stato, dagli Enti Locali e dagli Enti Previdenziali pubblici. Se a tale ingente somma, si aggiungono anche quelle prodotte nell'ambito delle aziende a partecipazione pubblica (municipalizzate in particolare), la percentuale del Prodotto Interno Lordo affidato alla gestione pubblica e quindi, in qualche modo, più alla politica e meno al mercato, supera il 58%.

Dunque, come detto, dei 1.500 Miliardi di Euro prodotti dagli Italiani, 822 sono sottratti al "libero utilizzo" dei Cittadini a favore dello Stato, degli Enti Locali e della Previdenza Sociale pari ad Euro 14.239,304 per ogni residente.

Gli altri 678 Miliardi, sono destinati per 33, come detto alla previdenza privata obbligatoria e 645 lasciati "nelle tasche" della famiglie e delle imprese e sono, secondo i dati ufficiali ISTAT relativi al medesimo anno 2009, impegnati mensilmente, per la "vita quotidiana e per i risparmi", per Euro 2.443 per ogni famiglia, in questo modo:

•           Alimenti e bevande:                           461

•           Abbigliamento e calzature:                142

•           Utenze:                                              184

•           Casa (arredi e servizi comprese):     817

•           Salute:                                                  88

•           Istruzione:                                            24

•           Trasporti privati e pubblici:                 336

•           Tempo libero:                                     102

•           Altro:                                                  289

In sintesi 2.443 Euro al mese per ogni famiglia residente in Italia per 12 mesi per circa 22 milioni di famiglie, pari appunto a 655 Miliardi di Euro, vengono destinate ai consumi liberi ed al risparmio; quest'ultimo ammonta ad Euro 131 miliardi di Euro per anno.

Pensioni, sanità, istruzione, trasporti pubblici, utenze (acqua, elettricità, gas, rifiuti e telefonia) assorbono dunque ben 529 Miliardi di Euro pari al 35,4% del Prodotto Interno Lordo italiano!!!

Liberalizzare, dunque questi cinque settori, significa liberare oltre il 35% della nostra vita!!!

Significa sottrarre tali risorse alla politica, ma senza una seria regolamentazione antitrust potrebbe significare consegnarle alle banche ed alla speculazione finanziaria internazionale!!!

Lasciare allo Stato ed agli Enti Locali la competenza esclusiva dell'ordinamento e della gestione finanziaria comune di questi cinque settori e liberalizzarne davvero la loro gestione ordinaria!!!

Lo Stato e le Regioni fanno le regole, raccolgono attraverso le imposte e le tasse i fondi necessari per i servizi propri dei cinque settori detti, riversandoli e distribuendoli, secondo i diritti di ognuno, ai Cittadini sotto forma di buoni che questi spenderebbero, secondo le regole date, dove e come preferiscono, scegliendo LIBERAMENTE a quale operatore rivolgersi per questi servizi!!!

 

CONCLUSIONI

La crisi economica e finanziaria che da anni ormai attanaglia le famiglie e le imprese ha certamente diverse cause che qui non si intende rievocare.

In sintesi si rimarca come diffusamente, per le imprese che devono creare lavoro, i tre grandi impedimenti individuati siano il fisco troppo pesante, la burocrazia troppo penalizzante ed il credito divenuto impossibile, mentre per le famiglie il lavoro che manca, il reddito insufficiente ed i servizi pubblici inefficienti siano le ragioni di grave sconforto.

I due grandi colpevoli individuati sono la politica ed i partiti da una parte e l'Europa e l'Euro dall'altra. Questi elementi però, nella storia contemporanea, rappresentano gli strumenti individuati per garantire la democrazia (la politica ed i partiti sono lo strumento individuato in tutte le Costituzioni dei paesi occidentali, per attribuire al Popolo la sovranità nazionale) e la pace (dopo le due guerre mondiali provocate proprio dalla instabilità monetaria e dalla disoccupazione l'unione politica dell'Europa è l'unica via alla civile convivenza).

Ritengo pertanto molto pericoloso eliminare la politica ed i partiti, come molto pericoloso sarebbe ridimensionare l'Europa e cancellare l'Euro!!!!

Senza politica e senza i partiti ci sarebbe solo la dittatura!!!!

Senza l'Europa e senza l'Euro avremmo solo la guerra!!!!

La democrazia e la pace però NON si possono imporre, devono essere frutto del sentimento profondo del Popolo, da alimentare offrendo sicurezza, stabilità e crescita!!!!

Partiti leggeri, poco costosi, trasparenti che facciano dell'impegno, della meritocrazia e della professionalità (limiti temporali negli incarichi politici ed istituzionali) il loro segno distintivo ed un Europa davvero unita politicamente.

Non passi indietro, in tal senso, ma passi avanti:

  • Attribuzione all'Europa di 5 competenze esclusive quali la politica estera, la difesa comune, la politica monetaria, l'ordinamento giudiziario, il coordinamento legislativo ed azzeramento di tutte le altre attività inutili e costose;
  • Elezione diretta del Parlamento Europeo di 500 componenti che legifera sulle competenze Europee esclusive ed un Senato federale di 150 unità in rappresentanza dei territori, che legifera sulle competenze concorrenti Unione - Stati e con poche competenze comuni (ordinamento dell'unione e principi fiscali europei);
  • Elezione diretta del Presidente dell'Unione, sul modello di quello degli USA, con potere di nomina e revoca di massimo 8 ministri europei;
  • Riduzione a 240 Parlamentari, che legiferano sule competenze esclusive dello Stato, atteso che le competenze legislative statali sarebbero in parte attribuite all'Unione Europea ed altre lo sono già alle Regioni, inesistenti all'epoca della adozione della Costituzione nel 1948;
  • Riduzione a 120 Senatori che legiferano sulla competenze concorrenti Stato - Regioni e poche competenze comuni fra Camera e Senato (ordinamento nazionale e politiche di coesione territoriale);
  • Riduzione sensibile del numero dei Consiglieri ed Assessori Regionali;
  • Riduzione a 60 Provincie e conseguentemente del numero degli uffici governativi e regionali in esse decentrati;
  • Elezione diretta del Consiglio Regionale, Nazionale ed Europeo di Giustizia come organo di governo della Magistratura.

 

 

 
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Postato da [02/05/2012 22:16]

 
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