Non solo le province. è tempo di macroregioni
Postato da admin [01/02/2012 23:17]

Il dibattito, dai toni talora sopra le righe, sui costi della politica e sulla frammentazione delle istituzioni create nel primo mezzo secolo della Repubblica, dopo il recente intervento del Presidente  Napolitano sull'abolizione delle province, impone una riflessione a tutto campo.

E' dall'entrata in vigore della legge di riforma degli enti locali 142/90 che, da consigliere provinciale della DC a Venezia, mi sono battuto con altri colleghi, tra cui l'allora segretario provinciale della DC, Giorgio Zabeo, per il superamento della provincia di Venezia e la formazione della città metropolitana che poteva nascere automaticamente facendola coincidere esattamente con i confini della provincia stessa, assumendo le nuove competenze e funzioni che quella legge prevedeva e prevede.

Si oppose con forte determinazione l'On Luciano Falcier, aspirante alla formazione della provincia del Veneto orientale, un'area territoriale che mal subiva la concorrenza distorta del vicino Friuli V.Giulia, aiutato dalla cedevolezza dell'On Malvestio che con il suo voto e quello dei suoi amici ci mise sotto in una non dimenticata e  combattuta riunione del comitato provinciale della DC.

Sono trascorsi quasi vent'anni da quelle battaglie e siamo ancora alle questioni di allora.

In realtà, come andiamo scrivendo da tempo, oltre alla riforma della legge elettorale, l'Italia necessita di una profonda revisione costituzionale, tanto da assegnare al prossimo Parlamento, da eleggere con voto proporzionale alla tedesca, la funzione di assemblea costituente per procedere a quella revisione senza la quale il permanente conflitto tra norma costituzionale vigente  e prassi politico istituzionale rinnovata determinerà il blocco e/o l'implosione del sistema.

Un sistema già sottoposto alle dure prove di un conflitto sociale, economico, finanziario e da gravi episodi di ribellismo popolare sempre più diffusi e dai connotati propri dell'antipolitica.

Non si tratta di eliminare soltanto le province, per le quali basterebbe finalmente far partire le città metropolitane che, dalla Legge 142/90 in poi, sono state individuate e integrate dalle successive normative, ma di procedere a una profonda revisione della stessa struttura regionale se si vuole veramente perseguire quel federalismo fiscale che, dopo la Lega, è diventato l'obiettivo della stragrande maggioranza delle forze politiche italiane.

Pensare che si possa realizzarlo con le attuali venti regioni è semplicemente un sogno e un'illusione senza speranza.

Il compianto Prof. Miglio nel suo celebre ultimo saggio: " L'asino di Buridano", sintetizzando una sua lunga meditazione sui problemi istituzionali dell'Italia, riconfermò la scelta delle macroregioni, strumento indispensabile per costruire a un ' effettiva Italia federale.

Obiettivo tanto più realistico nella nuova situazione d'impasse politico istituzionale esistente a livello europeo e nei rapporti tra istituzioni politiche nazionali e comunitarie  e grande finanza internazionale.

Cinque o sei macroregioni con piene competenze e forte rappresentanza territoriale e popolare, con sufficienti risorse da integrare sul piano della solidarietà nazionale, lasciando al potere centrale solo le ormai residue competenze della spada e della giustizia, posto che il potere di emettere moneta, è già stato perduto sull'altare di un equivoca realtà monetaria europea tutta da ridisegnare: questo il nuovo assetto tra Stato e regioni da perseguire.

Riunificazione dei comuni sulla soglia di almeno 15.000 abitanti, città metropolitane e macroregioni: questo un possibile nuovo disegno istituzionale dell'Italia in grado di garantire, con la netta riduzione dei costi e dei centri decisionali della politica,  con il federalismo istituzionale e fiscale, migliori servizi e una più efficace ed efficiente capacità di partecipazione e controllo da parte dei cittadini elettori.

 

Ettore Bonalberti-

Presidente ALEF ( Associazione dei Liberi e Forti)

Venezia, 1 Febbraio 2012

 

 
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Postato da a.mariconda@tiscali.it [01/02/2012 23:17]
Condivido al 100% le affermazioni di Ettore Bonalberti. Siamo arrivati all'eccesso di provincie e di regioni. Ricordo da ragazzo a scuola come la Sardegna avesse 3 provincie, mentre ora sono 5 o 6, alcune con pochi più abitanti della nostra Spinea o Conegliano! La riduzione del numero deklle regioni è stata perorata anche da tantissimi anni dalla Fondazione Agnelli, ma invano. Aggiungo, laddove sia difficile raggruppare più regioni, come può essere il caso siciliano, vi è anche un problema di costo. Possdibile che la Sicilia, con pochi abitanti in più rispetto all'Emilia-Romagna, abbia costi 10 volte più alti? Aldo Mariconda - Venezia
 
Postato da [01/02/2012 23:17]
ciao, Ettore. La tua riflessione settimanale chiarisce le mie poche e piccole idee politiche meglio che la lettura di due settimanali. Mi piace l'idea delle macroregioni e penso subito al Triveneto (chissà perchè ora viene chiamato Nord-Est, quando da sempre si è chiamato Triveneto). Con l'abolizione delle provincie da te e da quasi tutti auspicata temo di perdere la “polesanità”. Portando i comuni sopra i quindicimila abitanti perderò anche la mia “lusianità”. Lusia diventerà frazione di Lendinara. Una soluzione per salvare le mie identità e anche i risparmi necessari. Facciamo il comune del Polesine con sede municipale a Rovigo e aboliamo pure provincia e tutti i cinquanta comuni. Un comune con 250.000 abitanti sarebbe ancora più piccolo di Padova e Verona, anche se come territorio risulterebbe il più vasto d'Italia. Quattro circoscrizioni: Delta, Adria, Rovigo, Badia. A questo comune si affidano anche le poche competenze ora provinciali. Massimo risparmio e l'identità del Polesine sopravvive. Le identità ora comunali saranno rappresentate dalle pro-loco, potenziate nei loro compiti. Se dobbiamo risparmiare risparmiamo il massimo con il minor danno. Renato Maggiolo
 
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