La giustizia sociale e il possibile incontro tra cattolici e liberali
Postato da admin [30/03/2014 10:41]

Ciclicamente si ripropone il dibattito tra cristianesimo e liberalismo e c'è sempre chi brandisce la nozione di "giustizia sociale" come motivo della loro incomunicabilità ed inconciliabilità. Crediamo invece che sia proprio quella nozione ad esprimere le ragioni di un incontro fin troppo ritardato. Un incontro che ci consentirebbe di andare oltre la contrapposizione "Stato-mercato", evidenziando la cifra del "civile" come la dimensione includente nella quale i processi di mercato, lungi dall'essere negati ovvero guidati dallo Stato e dalla politica, assumono il carattere autentico del vivere con l'altro e non contro l'altro. E' l'idea del mercato come processo relazionale, nutrito dalla sympathy, piuttosto che dall'interessata benevolenza del sovrano ovvero dal cieco disinteresse per le aspettative altrui.

Per chiarire questo punto, possiamo assumere, come esempio, il confronto critico tra Antonio Rosmini e l'economista austriaco Friedrich August von Hayek, prorpio sul tema della "giustizia sociale" e osservare come si possa delineare una sorta di "personalismo liberale" di matrice tipicamente hayekiana e rosminiana, capace di soddisfare tanto le istanze autenticamente liberali, quanto la sua portata morale-religiosa. Rosmini riesce ad integrare questi due momenti, che in Hayek rimangono volutamente e metodologicamente distinti. Anticostruttivismo ed antirazionalismo sono senz'altro le due prospettive teoriche nelle quali le posizioni dei nostri autori individuano un possibile punto di incontro.

Nel confronto con Hayek, si evince la fondamentale importanza del costituzionalismo rosminiano, in quanto è tramite il costituzionalismo che il roveretano riesce ad inserire il principio della "giustizia sociale" come criterio normativo a livello sociale. Hayek, come sappiamo, rifiuta tale concetto, in quanto gli appare "atavico", figlio di una società tribale, ovvero "onirico", in quanto prodotto di un "miraggio" nel quale la "great society", la popperiana "società aperta", non può permettersi di perdersi, pena il risucchio nella dimensione sociale clanica e tribale che nell'epoca contemporanea ha assunto le tinte fosche e terrificanti del totalitarismo. Secondo Hayek la nozione di giustizia sociale è priva di contenuto, poiché l'apparato governativo è incapace di agire per uno scopo specifico, dal momento che esprime la propria volontà attraverso il diritto che presenta le caratteristiche di astrattezza e di generalità dei fini. Ne consegue che la richiesta verrà raccolta da alcuni membri della società i quali assegneranno particolari quote della produzione a vari individui o gruppi. Per Hayek tale sottomissione, che ha come fine la giustizia sociale, porterà inevitabilmente alla eliminazione di quelle condizioni indispensabili per la crescita e lo sviluppo della libertà personale.

Ebbene, Hayek, per ragioni di ordine metodologico, è perciò fortemente intenzionato a ricondurre il principio della "giustizia" alla dimensione personale dell'agire. Effettivamente, il personalismo di Rosmini contempla l'impegno delle singole persone a dar vita ad istituzioni politiche ed economiche nel tentativo di rispondere all'esigenza di risolvere problemi "sociali"; ossia, l'agire individuale si risolve nell'edificazione di istituzioni sociali: è la cosiddetta "via istituzionale della carità", espressa da Benedetto XVI in "Caritas in veritate".

Ecco, dunque, che la giustizia, in quanto virtù, è praticata dalla persona (e non potrebbe essere diversamente), ma le idee e le azioni individuali se ripetute e sanzionate si risolvono in istituzioni politiche ed economiche che, nella misura in cui rispettano e promuovono la dignità umana, possono essere definite orientate alla "giustizia sociale" ovvero contraddire quest'ultima. In tale senso, Rosmini non cadrebbe nell'"agguato di Hayek". Egli, in definitiva, non compie l'errore che Hayek imputa ad una parte del pensiero sociale cattolico, spesso incantato dalle sirene dello statalismo e del corporativismo. Invero, Rosmini, citato da Hayek nel secondo volume di Legge, legislazione e libertà, intitolato Il miraggio della giustizia sociale, non interpreta il principio della giustizia sociale in modo olistico; in pratica, non trasferisce la responsabilità dell'esercizio della virtù della giustizia allo "Stato" - il criterio interpretativo della nozione di giustizia sociale in Rosmini è e rimane la persona umana.

Sulla base del confronto tra Hayek e Rosmini, assumendo il metodo della "via istituzionale della carità", possiamo ridefinire la nozione di giustizia sociale, sganciandola da una prospettiva statalistica, corporativistica e monistica, ancorandola ai principi di sussidiarietà orizzontale e di poliarchia. Per questa ragione, nelle società libere i cittadini sono portati ad usare la propria tendenza all'associazione per esercitare nuove responsabilità e per indirizzarsi verso fini sociali. La giustizia sociale è la particolare forma assunta al giorno d'oggi dall'antica virtù della giustizia. Pertanto, la giustizia sociale non prevede necessariamente il rafforzamento della presenza statale, quanto, piuttosto, lo sviluppo responsabile della società civile.

A questo punto appaiono evidenti le conseguenze pratiche e le ricadute politiche di tali considerazioni rosminiane e hayekiane sull'ordinamento sociale. Un ordinamento osservato nella sua concretezza e contingenza, almeno nella misura in cui si consideri l'ordinamento sociale come un sistema complesso, poliarchico, tutt'altro che omogeneo, all'interno del quale le sue istituzioni - politiche, economiche e culturali - si risolvono in un pluralismo non corporativo che rifiuta la gerarchizzazione istituzionale e, con essa, l'infausto primato del politica.

Flavio Felice è Adjunct Fellow all'American Enterprise Institute di Washington DC

 


25mila carcerati innocenti, 600 mln di euro di indennizzi. Nessun giudice ha mai pagato
Postato da admin [16/09/2013 19:28]

25mila carcerati innocenti, 600 mln di euro di indennizzi. Nessun giudice ha mai pagato

Pubblicato da ImolaOggiCRONACA, NEWSset 15, 2013

GIUSTIZIA ITALICA: 25.000 ERRORI GIUDIZIARI, 600 MILIONI DI EURO DI DANNI PAGATI DALLO STATO, 4 SOLI GIUDICI CONDANNATI

domenica 15 settembre 2013

Mettete da parte per un attimo il «fattore B». Dimenticate i guai di Silvio e concentratevi sul problema vero della giustizia, che riguarda tutti noi, cittadini del Belpaese e potenziali vittime di un «errore» che può trascinarci in un'aula di tribunale e poi dietro le sbarre di una cella. Prima del processo e senza aver fatto quello di cui siamo accusati.

Ecco i numeri della vergogna, rimasti segreti per vent'anni e di cui siamo entrati in possesso insieme con il sito www.errorigiudiziari.com, il primo archivio italiano sull'ingiusta detenzione. Dal 1989, con l'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, a oggi, circa 25 mila italiani (e non) sono stati incarcerati ingiustamente. Per rimborsarli lo Stato ha pagato 550 milioni di euro. Se a questi aggiungiamo altri 30 per errori giudiziari, arriviamo a quasi 600 milioni. Cento abbondanti in più di quanto stanziato giorni fa dal Governo con il «decreto del Fare» per rendere più sicuri i 43mila plessi scolastici italiani e costruirne di nuovi.

Non solo. Bisogna aggiungere le persone alle quali la richiesta di riparazione è stata negata, a volte per un cavillo. Eurispes e Unione Camere Penali parlano di una media di 2500 domande all'anno di risarcimento per ingiusta detenzione e sottolineano che appena un terzo (800) sono state accolte. Quindi possiamo stimare che da 25.000 casi si arrivi a circa 50.000. Immaginate lo stadio Olimpico: gli innocenti finiti dietro le sbarre ne riempirebbero oltre la metà.

Ma non è un fenomeno degli ultimi 22 anni. Accadeva anche prima e non c'era la legge sulla riparazione di ingiuste carcerazioni (galera preventiva) ed errori giudiziari (sentenza sbagliata). Per il Censis durante la storia repubblicana quattro milioni di persone sono state coinvolte in inchieste e sono risultate innocenti. E i giudici raramente hanno pagato. Dall'entrata in vigore della legge Vassalli (1988), che regolamenta la loro responsabilità civile, le cause contro le toghe sono state 406.

Solo 4 concluse con una condanna, meno di una su 100. Le vittime sono sconosciuti e vip, uomini politici e tutori dell'ordine, medici e impiegati, liberi professionisti e, naturalmente, anche magistrati. Vi racconteremo le loro storie, le sofferenze patite, dalla perdita del lavoro a quella dell'immagine, nel caso di personaggi pubblici. Dopo, a poco servono le smentite e le rettifiche. E perfino i risarcimenti. Perché non è solo una questione di denaro. Quello che resta delle loro esistenze, famiglie, rapporti di amicizia e professionali sono macerie, rovine sulle quali è difficile, a volte impossibile, ricostruire. Vite bruciate. Per uno sbaglio.

(Maurizio Gallo per Il Tempo)

 
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Aborto di Stato vergogna da cancellare
Postato da admin [11/05/2013 17:37]

Detesto le persecuzioni giudiziarie di chi dica quel che pensa, a meno che il pensiero espettorato a mezzo bocca o a mezzo stampa non sia il riflesso del pensiero dominante, nichilista, nella forma più cinica e moralmente sordida. Il reato istigato è l'infanticidio (articolo 578 codice penale, nel testo modificato dalla legge 5 agosto 1981, numero 442). Sulla morte dei bambini non nati o appena nati, morte procurata per ideologia, si può marciare, chiedere moratorie, digiunare, presentare liste alle elezioni politiche, invocare referendum, proporre nuove norme di diritto in Italia e nel mondo, fare tante altre commendevoli cose e prendersi le sassate del tempo, ma non si può tacere. E, forse, bisogna procedere in giudizio. Specie ora che la linea rossa del rispetto della vita altrui, già violata ampiamente dalla sordità morale in materia di aborto, è riclassificata nel pensiero eugenetico più radicale e moderno, quello che ancora non si porta tra la gente perbene, ma tra poco sarà una moda prêt-à-porter. Nel nome della differenza di genere, della libertà procreativa, del diritto a un bimbo sano e bello e della equiparazione logica dell'aborto prima della nascita con l'infanticidio dopo la nascita. 
Alberto Giubilini e Francesca Minerva, in un recente articolo scientifico del Journal of medical ethics, sostengono, in quello che definiscono un «articolo accademico», la seguente tesi: abbiamo stabilito che per ragioni varie, dalle cattive condizioni economiche e psicologiche della gestante e della sua famiglia alla eventuale disabilità potenziale o effettiva del feto, è moralmente giustificabile annientare un non ancora nato; il corollario della tesi è che anche i neonati condividono la statuto di non persona, in senso razionale e volitivo, e quindi, sulla base delle stesse identiche ragioni, ciò che è possibile per i non nati, l'aborto, è possibile e moralmente giustificato anche per neonati, abortion after birth. 
Questi ricercatori non sono isolati nel loro pensiero omicidario detto «utilitaristico», fanno parte di una Università e di un centro diretto da un filosofo o eticista che si chiama Peter Singer, uno che è generalmente stimato come una voce importante nel nostro panorama culturale, uno che chissà come, chissà quando, magari potrebbe vedersi rifilato un Nobel. Il principio da cui partono questi medici che tolgono la vita o istigano a togliere la vita, il che è moralmente lo stesso e giuridicamente è un sostegno a comportamenti annichilatori aggravato dalla competenza della fonte e dal suo rilievo sociale (lo scienziato), è lo stesso da cui mi è capitato di partire nella mia lotta contro l'aborto seriale, di massa, eugenetico e selettivo. Polemizzando con il senatore Luigi Manconi, dissi una volta che nel caso dell'aborto di massa oggi legittimato si tratta in realtà di infanticidio, perché lo statuto di persona umana del feto, dal momento del concepimento e poi nella crescita intrauterina, è dimostrato dalla ricerca empirica sui cromosomi e poi, in modo spettacolare e insostenibile, dalla capacità di fotografarlo in pancia addirittura con mezzi tridimensionali. Fui oggetto di una dura reprimenda per il paragone. 
Ora questa equiparazione, che per me ovviamente valeva in quanto dissuasiva dell'aborto, è usata a mani basse, con le tutele della ricerca scientifica, ma nel senso opposto. Se c'è equiparazione, niente vieta che, in relazione non soltanto a eventuali disabilità, ma anche alle altre ragioni sociali e psicologiche «soppressive» di una discendenza generata nell'amore o comunque nell'atto sessuale, si proceda liberamente all'eliminazione della vita. Non quella nascente, quella nata o neonatale. 
Brava gente orante e sincera ha sfilato per le vie di Roma contro la manipolazione indifferente della vita umana. Ciascuno ha le sue idee, le sue sensibilità, ci sono gli individui, le famiglie, le donne cariche di speranza e di libertà, i maschi che capiscono il carattere maschio e arrogante del fenomeno della indifferenza all'aborto, c'è la chiesa cattolica, ci sono i movimenti pro life. La mia è una sensibilità del tutto laica, del tutto razionale, moralmente giustificata dal rigetto della casistica più infame dai tempi in cui Pascal la denunciava nel Seicento come obbrobrio della cristianità ovvero dell'umanità nelle sue lettere dette le Provinciali. 
Bisogna tornare non tanto a indignarsi, a scandalizzarsi, a ribellarsi, ma ad agire in modo coerente e congruo contro l'istupidimento criminale del pensiero e della prassi umana moderne e post-moderne. Bisogna ribadire che nessuna donna deve essere penalmente perseguita per un aborto, e nessun medico, ma al di là dell'obiezione di coscienza e del foro interiore, esiste in termini espliciti e pubblici, in punto di diritto, un dovere di intervento, chiamatelo umanitario se volete, che porta inevitabilmente a battersi con ogni mezzo lecito contro la peste del XXI secolo: l'offesa concettuale e pratica alla vita degli altri, ai deboli, ai poveri dei poveri, ai senza potere. 
Ha senso considerarsi esseri razionali e animali politici e non capire che, comunque giustificato, l'infanticidio, variante postmodernista dell'aborto di massa, è un delitto contro la nostra comune natura umana?

di Giuliano Ferrara

Da Il Giornale 11 Maggio 2013

 
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Intanto aumenta lo stipendio dei magistrati: 8.000 euro all'anno in più
Postato da admin [05/05/2013 20:20]

intanto aumenta lo stipendio dei magistrati: 8.000 euro all'anno in più

02 maggio, 2013

Gli stipendi di magistrati ed alti dirigenti non si possono tagliare. E' incostituzionale. Così aveva stabilito la Corte Costituzionale, così ha recepito, ubbidendo, il governo Monti prima di passare il testimone al nuovo esecutivo presieduto da Enrico Letta. In virtù di questo, un magistrato che nel 2011 guadagnava 174.000 euro annui potrà ora guadagnarne 182.000, 8.000 in più in tempi di crisi. Con buona pace del governo Berlusconi e dell'allora ministro dell'Economia Giulio Tremonti che nel 2010 aveva disposto, vista la situazione di emergenza per le casse statali, un blocco dell'aumento del 5% per i 5 anni successivi, fino al 2015.
Era il decreto legge 78 del 31 maggio 2010, "Misure urgenti in materia di stabilità finanziaria e di competitività economica". L'articolo 9, "Contenimento delle spese in materia di impiego pubblico", così recita al comma 22:

22. Per il personale di cui alla legge n. 27/1981 non sono erogati, senza possibilità di recupero, gli acconti degli anni 2011, 2012 e 2013 ed il conguaglio del triennio 2010-2012; per tale personale, per il triennio 2013-2015 l'acconto spettante per l'anno 2014 e' pari alla misura già prevista per l'anno 2010 e il conguaglio per l'anno 2015 viene determinato con riferimento agli anni 2009, 2010 e 2014. (( Per il predetto personale l'indennità speciale di cui all'articolo 3 della legge 19 febbraio 1981, n. 27, spettante negli anni 2011, 2012 e 2013, è ridotta del 15 per cento per l'anno 2011, del 25 per cento per l'anno 2012 e del 32 per cento per l'anno 2013. Tale riduzione non opera ai fini previdenziali. Nei confronti del predetto personale non si applicano le disposizioni di cui ai commi 1 e 21, secondo e terzo periodo. ))

Niente aumento degli stipendi dei magistrati per 5 anni. C'è crisi, bisogna ridurre le spese del pubblico impiego. Nei sogni, forse!
Non sia mai. Con la sentenza numero 23 dell'11 ottobre 2012, la Corte Costituzionale ha bocciato l'intero comma. Pubblichiamo alcuni stralci della sentenza:

11.6.— Il meccanismo di adeguamento delle retribuzioni dei magistrati può, dunque, a certe condizioni essere sottoposto per legge a limitazioni, in particolare quando gli interventi che incidono su di esso siano collocati in un quadro di analoghi sacrifici imposti sia al pubblico impiego (attraverso il blocco della contrattazione - sulla base della quale l'ISTAT calcola l'aumento medio da applicare), sia a tutti i cittadini, attraverso correlative misure, anche di carattere fiscale.
Allorquando la gravità della situazione economica e la previsione del suo superamento non prima dell'arco di tempo considerato impongano un intervento sugli adeguamenti stipendiali, anche in un contesto di generale raffreddamento delle dinamiche retributive del pubblico impiego, tale intervento non potrebbe sospendere le garanzie stipendiali oltre il periodo reso necessario dalle esigenze di riequilibrio di bilancio.
Nel caso di specie, i ricordati limiti tracciati dalla giurisprudenza di questa Corte risultano irragionevolmente oltrepassati. (…)
Inoltre, l'intervento normativo in questione non solo copre potenzialmente un arco di tempo superiore alle individuate esigenze di bilancio, ma soltanto apparentemente è limitato nel tempo (…).
In tale contesto, il fatto che i magistrati, in quanto esclusi dalla possibilità di interloquire in sede contrattuale, si giovino degli aumenti contrattuali soltanto con un triennio di ritardo, salva la previsione di acconti, non può consentire di arrecare esclusivamente ad essi un ulteriore pregiudizio, consistente non soltanto nella mancata progressione relativa al triennio precedente, ma anche conseguente all'impossibilità di giovarsi di quella che la contrattazione nel pubblico impiego potrebbe raggiungere oltre il triennio di blocco. In questo senso, l'intervento normativo censurato, oltre a superare i limiti costituzionali indicati dalla giurisprudenza di questa Corte, che collocava in ambito estremo una misura incidente su un solo anno, travalica l'effetto finanziario voluto, trasformando un meccanismo di guarentigia in motivo di irragionevole discriminazione. (…)
Per altro verso, poi, trattandosi di una componente del trattamento economico collegata ai principi di autonomia ed indipendenza della magistratura, la sua riduzione, in sé, in aggiunta alla mancata rivalutazione, determinerebbe un ulteriore vulnus della Costituzione (…)
Inoltre, la misura denunciata neppure ha modificato l'istituto dell'indennità giudiziaria, perché alla temporanea diminuzione di alcuni punti percentuali della entità di tale indennità non corrisponde, come sopra precisato, né la correlativa riduzione degli obblighi e prestazioni previdenziali, né la riduzione dei carichi lavorativi che l'indennità è diretta a compensare. Infine, l'assenza di una espressa indicazione della destinazione delle maggiori risorse conseguite dallo Stato non esclude che siano destinate a sovvenire pubbliche spese, e, in particolare, a stabilizzare la finanza pubblica, trattandosi di un usuale comportamento del legislatore quello di non prevedere, per i proventi delle imposte, una destinazione diversa dal generico "concorso alle pubbliche spese" desumibile dall'art. 53 Cost. Nella specie, tale destinazione si desume anche dal titolo stesso del decreto-legge: «Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica», in coerenza con le finalità generali delle imposte (…).

La legge è uguale per tutti, ma ridurre gli stipendi dei magistrati senza indicare la destinazione delle risorse generate dal "risparmio" e senza diminuire i carichi di lavoro è anti-costituzionale, anche in tempi di crisi. Rischierebbe persino di mettere in crisi "autonomia e indipendenza della magistratura". Nonché costituirebbe una "irragionevole discriminazione".
Non si toccano, quindi, gli stipendi dei giudici.
Il governo Monti non ha potuto far altro che recepire quanto stabilito dalla Consulta, dando il via libera all'aumento degli stipendi in questo 2013. E rendendolo retroattivo anche per il 2012. Questo mentre intere categorie di lavoratori hanno i contratti nazionali bloccati da anni.
Come riporta oggi Libero Quotidiano, i magistrati, in più, hanno diritto ad "un'indennità giudiziaria" come "compenso all'attività di supplenza alle gravi lacune organizzative dell'apparato della giustizia". Tale indennità corrisponde ad 1/6 dello stipendio.
Perché riformare la giustizia e renderla più efficiente, anche per i cittadini? Meglio "risarcire" i magistrati, tutti, anche quelli che non lavorano in condizioni disagiate, per il disturbo.

Attualmente milioni di Italiani o non percepiscono nulla oppure ricevono 300,00 o 400,00 €. Al mese mentre la Casta continua a scialare. Quando il POPOLO BUE si decide a scendere in piazza e chiede a questi Signori di dare un taglio all'enormità di soldi che percepiscono e non ridistribuiscono anche agli altri che vivono nell'indigenza una parte di questa enorme somma.

Per un settantenne o ottantenne bastano due o tre mila €. Al mese gli altri sono assolutamente superflui, aiutiamo chi attualmente non sopravvive.

Gianmaria Cappi

 
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Milano - Sentenza Montanelli/Di Pietro per discriminazione femminile IDV
Postato da admin [27/05/2011 00:24]

TRIBUNALE MILANO : ENTRO AUTUNNO LA SENTENZA AL PROCEDIMENTO MONTANELLI / DI PIETRO PER DISCRIMINAZIONE FEMMINILE IDV

 

Milano, 26 mag - Giunge a conclusione il procedimento contro Antonio Di Pietro avviato tre anni fa presso il Tribunale di Milano dalla ex coordinatrice nazionale donne Idv Wanda Montanelli per discriminazione femminile. La giudice Orietta Miccichè ha stamani trattenuto la causa in decisione sulle questioni preliminari concedendo alle parti un breve termine per la comparsa conclusionale.

"E' ragionevole ritenere che in un breve volgere di tempo, verosimilmente entro l'autunno, il procedimento arriverà a sentenza - ha affermato l'avv. Maddalena Claudia del Re che coordina il team legale che difende Montanelli, spiegando anche di aver chiesto, nell'udienza odierna "il rigetto di tutte le istanze, domande ed eccezioni di controparte Idv. Ciò che abbiamo da stabilire - ha aggiunto la coordinatrice del team legale, di cui fanno parte anche il prof. Michele del Re e l'avv. Gianmarco Cesari - è l'approfondimento di tutti gli elementi processuali non ancora emersi al momento dell'avvio della causa, come le dichiarazioni dei legali di controparte nella vertenza promossa presso il Tribunale di Roma contro l'Italia dei Valori da Elio Veltri, palesemente confliggenti con le eccezioni preliminari avanzate nella comparsa di costituzione e risposta del procedimento milanese. Mentre nella causa di Roma si è infatti dichiarato che l'associazione a tre ed il partito Italia dei Valori sono la stessa cosa, a Milano si è tentato di dimostrare che si tratta di soggetti distinti e separati".

"Sebbene i recenti accadimenti politici abbiano certificato che la condotta di Antonio Di Pietro tesa a privilegiare le cooptazioni in fase di definizione delle candidature sia stata largamente improduttiva - ha dichiarato Wanda Montanelli - non mi pare di aver ancora ravvisato in lui alcun segnale di ravvedimento verso questo criterio anti meritocratico che in primo luogo ha penalizzato le donne del partito. La discriminazione femminile ostinatamente perpetrata e le scelte errate di nomine-candidature blindate hanno premiato, salvo pochi soggetti di qualità,  personaggi di squallore esistenziale e politico che alla prima occasione hanno fatto fagotto per andarsene, approfittando di campagne acquisti della controparte politica. Il nostro obiettivo - ha concluso Montanelli - è solo quello di ottenere il rispetto di quanto previsto dagli art. 2,3 e 51 della Costituzione. La nostra è una causa pilota che dovrà stabilire per sentenza ciò che il partito Idv non ha messo in atto come dovere sociale e politico".

 


Caudio Scajola estraneo ai fatti
Postato da admin [05/05/2011 20:29]


 

 
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Domani inizia il processo Ruby a Milano
Postato da admin [05/04/2011 09:56]

Nei prossimi giorni e mesi il processo a Silvio Berlusconi per l'affare Ruby sarà all'ordine del giorno di ogni dibattito politico; pertanto, la redazione del BLOG INSIEME ha ritenuto interessante pubblicare i punti critici sul processo per una visione organica sulla questione. Il testo che riportiamo è stato preso dal sito il giornale.it del 5 aprile 2011

 

(il giornale.it) - Milano - E alla fine, il B-Day è arrivato. Inizia domani a Milano il processo a Silvio Berlusconi per l'affaire Ruby. Non sarà un'udienza pirotecnica, ma servirà solo a fissare il calendario del dibattimento. Il Cavaliere non ci sarà, né ci saranno gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo. Ma il dado è tratto. Mesi di indagini, migliaia di carte depositate dalla Procura, il Bunga Bunga che entra nel vocabolario politico-giudiziario del terzo millennio, e i riflettori della stampa mondiale puntati sull'aula del tribunale milanese. I pm sono convinti di aver montato un impianto accusatorio granitico. Ma al netto del clamore mediatico, ci sono alcuni punti che potrebbero far pendere l'ago della bilancia a favore del premier. O addirittura, di far saltare l'intero banco. Ecco quali:


A La prostituzione minorile. È uno dei paradossi dell'inchiesta, e dunque, del processo. Berlusconi è accusato di aver avuto rapporti sessuali con Karima El Mahroug, alias «Ruby Rubacuori» (all'epoca 17enne) in tredici occasioni. Ma la giovane marocchina ha sempre smentito in tutte le occasioni in cui è stata sentita dai pm. Eppure Ruby è stata inserita nella lista testi dell'accusa, oltre che in quella della difesa. Di più, dai pm è considerata il testimone «chiave». Dovesse ribadire in aula quanto già messo a verbale, uno dei «jolly» in mano alla Procura rischierebbe di rivelarsi un bluff. Se invece Ruby dovesse costituirsi parte civile (la decisione verrà formalizzata domani), la prospettiva per le difese potrebbe farsi più complicata.

B La concussione. Il premier è accusato di aver fatto pressioni sui funzionari della questura perché rilasciassero Ruby la notte del 27 maggio scorso. Ma la versione dell'accusa non coincide con quella delle presunte vittime del reato. Sia il capo di gabinetto Pietro Ostuni, sia i funzionari Giorgia Iafrate e Ivo Morelli hanno riferito di non essere stati «costretti» a liberare la ragazza. In più, agli atti c'è il verbale del caposcorta di Berlusconi (a bordo dell'aereo presidenziale al momento della telefonata incriminata) che descrive la conversazione come una richiesta di informazioni dai toni "assolutamente normali".


C Il tribunale per i minori. Il pm Annamaria Fiorillo ha negato di aver mai autorizzato l'affidamento di Ruby al consigliere regionale Nicole Minetti, arrivando a uno scontro con il ministro dell'Interno Roberto Maroni, accusato di aver «calpestato la verità». Ma, come già scritto dal Giornale, le carte dell'inchiesta dimostrano altro. Ossia, che decine di volte i minorenni fermati vengono rilasciati senza affidamento a comunità o parenti. Insomma, il caso di Karima è tutt'altro che un'eccezione.


D La «pistola fumante». La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio del premier sulla base dell'evidenza della prova. Ma - fatta salva l'enorme mole delle risultanze investigative, che dovrà essere valutata dai giudici - la prova non appare poi così evidente. Sia per quanto riguarda la concussione (come visto, i funzionari negano di aver subito pressioni), sia per il reato di prostituzione minorile (la presunta vittima nega). Quanto alle fantomatiche fotografie del Bunga Bunga, si trattava solo di pochi scatti - e privi di ogni interesse - di villa San Martino.

 

E Il conflitto di attribuzioni. È la spada di Damocle che pende sul processo. Secondo i legali del premier, il presunto reato di concussione sarebbe stato commesso da Berlusconi nella sua veste di presidente del Consiglio. Dunque, la competenza passerebbe al Tribunale dei ministri. Se la Camera voterà per sollevare la questione davanti alla Corte Costituzionale, ci vorranno mesi prima la Consulta decida nel merito. E se la decisione sarà favorevole al Cavaliere, il processo - oltre a cambiare «sede» - ritornerà alla richiesta di autorizzazione a procedere.

F L'iscrizione tardiva del premier. È un altro punto opaco dell'inchiesta, che potrebbe arrivare a condizionare anche il dibattimento. Il nome di Berlusconi, infatti, è comparso nel registro degli indagati sei mesi dopo rispetto a quelli di Emilio Fede, Lele Mora, Nicole Minetti, senza che apparentemente affiorassero elementi nuovi rispetto a quanto già raccolto dai pm. Una possibile violazione del codice di procedura penale, in base al quale la notizia di reato e l'autore vanno iscritti «immediatamente» nel registro, proprio a tutela dell'indagato. E su questo, i legali del Cavaliere potrebbero sollevare un'eccezione di nullità. Se accolta, il processo ne verrebbe travolto.


G La competenza territoriale. È un'altra incognita per il dibattimento. I pm, infatti, hanno potuto chiedere il rinvio a giudizio del presidente del Consiglio perché il reato più grave (la concussione) ha portato a Milano quello meno grave (la prostituzione minorile, consumata ad Arcore), che altrimenti sarebbe stato di competenza della Procura di Monza. Ma se la Consulta deciderà che la competenza per la concussione è del Tribunale dei ministri, allora i magistrati milanesi dovranno passare la mano ai colleghi brianzoli.


H Le «Olgettine». Sono le ragazze che vivevano nel residence di Milano 2, quelle presenti alle cene e ai dopocena di Arcore, e che sono finite nella lunga lista testi (132) della Procura. Sono 49, le intercettazioni delle loro telefonate riempiono migliaia di pagine, ma quattro di loro - sentite a verbale da Ghedini e Longo e inserite nella lista testi della difesa - negano che il Cavaliere abbia avuto rapporti sessuali con minorenni ad Arcore.


I I testimoni non sentiti. L'enorme attività istruttoria dei pm ha escluso una serie di testimonianze che - alle difese - hanno raccontato un'altra versione del Bunga Bunga. Non uno fra autisti, giardinieri, uomini della scorta, domestici, cuochi, addetti alle pulizie, baristi, deejay e cantanti presenti a Villa San Martino ricorda scene di sesso per compiacere il Cavaliere. E i giudici dovranno tenere conto anche di questi racconti.


J I vip. È forse l'aspetto più farsesco della vicenda. Perché tra i tanti testimoni che saranno chiamati in aula ci sono anche George Clooney ed Elisabetta Canalis, Aida Yespica, Belen Rodriguez e Barbara D'Urso, quattro ministri e due sottosegretari. Ma la sostanza è già emersa dagli atti: attori e showgirl negano di aver preso parte al Bunga Bunga. I politici, invece, hanno chiarito a loro modo l'equivoco sulla parentela tra Ruby e l'ex presidente egiziano Mubarak.

 


Riforma della giustizia - sondaggi
Postato da admin [13/03/2011 15:14]

La proposta sulla riforma della giustizia indicata dal Governo Berlusconi è di pochi giorni e già la battaglia politica si fa sentire in misura piuttosto forte. Appunto per questo la redazione del BLOG INSIEME si impegnerà a dare più informazioni possibili sul tema. Pubblichiamo un sondaggio di oggi 13 marzo c.a. 

 

(www.clandestinoweb.com) Il sondaggista Mannheimer ha effettuato una ricerca per tastare il polso degli italiani riguardo alla giustizia, e al Governo. Ne risulta che il 56% afferma di condividere la riforma costituzionale che prevede la separazione delle carriere tra pubblico ministero e magistrato giudicante, mentre il 30% non la condivide e il 14% si astiene dal rispondere. Inoltre il 52% dichiara di avere molta fiducia nella magistratura, mentre il 46% ne ha pochissima e il 2% si astiene dal rispondere.

Alla domanda: Condivide la proposta che prevede la responsabilità, anche in sede civile dei magistrati che, nel loro lavoro, sbagliano per dolo o colpa grave il 77% ha risposto di si, il 15% dice di non condividerla e l'8% si astiene dalla risposta. Il 54%, inoltre, ritiene che la riforma della giustizia sia opportuna e da fare al più presto, mentre il 30% dice che è opportuna ma non è una priorità, il 13% che non serve e il 3% si astiene dal rispondere.

Il 73% ritiene poi negativo il proprio giudizio sull'operato complessivo del Governo, il 24% lo ritiene positivo  e il 5% non risponde. Infine l'81% ritiene negativo l'operato dell'opposizione, il 14% lo ritiene positivo e il % non risponde.

 

 


Riforma della giustizia
Postato da admin [10/03/2011 20:06]

La redazione del BLOG INSIEME ha ritenuto opportuno pubblicare una nota di Francesco Pantano tratta dal sito www.gruppoeditoriale.it per dare una sintesi della riforma della giustizia approvata oggi dal Consiglio dei ministri.

La riforma cosa prevede:

Due CSM, i compiti che spettano ai due CSM (giudicante e requirente) sono quelli di assegnazione, trasferimento, assunzione e promozioni dei giudici ordinari e dei pubblici ministeri. Inoltre il CSM giudicante è presieduto dal Presidente della Repubblica, ne fa parte anche il presidente primo della corte di cassazione, gli altri membri sono eletti per metà dal parlamento in seduta comune fra avvocati con almeno 15 anni di esperienza e professori universitari in materie giuridiche e la restante metà viene eletta da tutti i giudici ordinari tra gli appartenenti alla medesima categoria. Anche il CSM requirente è presieduto dal Presidente della Repubblica, ne fa parte il procuratore generale della corte di cassazione, i restanti membri vengono eletti per metà da tutti i pubblici ministeri fra gli appartenenti alla medesima categoria e per metà sempre dal parlamento in seduta comune fra professori universitari in materie giuridiche e avvocati con almeno 15 anni di esperienza. Per entrambi i Consigli i membri durano in carica 4 anni e non possono essere rieletti.

Distinzione delle carriere, tutti i magistrati si dividono in Pubblici ministeri e giudici, le due carriere non sono sovrapponibili, all'ufficio dei PM è assicurata l'autonomia e l'indipendenza.

Responsabilità civile, al pari degli altri dipendenti e funzionari dello stato i magistrati sono responsabili degli atti compiuti in violazione dei diritti, la responsabilità civile dei magistrati viene disciplinata inoltre per casi di indebita limitazione della libertà personale e ingiusta detenzione.

Mobilità dei magistrati, i CSM possono destinare ad altre sedi i magistrati in caso di specifici motivi  previsti dalla legge o collegati all'organizzazione e al funzionamento del sistema giudiziario.

Ministro della Giustizia, il guardasigilli ha il compito annuale di riferire alle camere sullo stato della giustizia, sui mezzi di indagine e sull'esercizio dell'azione penale, inoltre spettano sempre al ministro i compiti di ispezione, organizzazione e controllo sul funzionamento del sistema giudiziario.

Disciplina sui magistrati, previsto dalla riforma l'inserimento della  Corte di disciplina divisa in due sezioni una per i giudici e una per i pm. I componenti di ogni sezione vengono eletti per metà dal Parlamento in seduta comune e per metà rispettivamente da tutti i giudici e i pm. I componenti eletti dal Parlamento vengono scelti tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno 15 anni di attività quelli eletti da giudici e pm  vengono scelti tra gli appartenenti alle medesime categorie. I membri della corte durano in carica 4 anni.

Francesco Pantano

Tutto ciò che c'è da sapere sulla proposta di riforma della giustizia, cliccando sul sito qui sotto riportato

http://www.angelinoalfano.it/index.php?option=com_acymailing&ctrl=archive&task=view&mailid=55&key=8c4eaa2a2a97f6ff804dc12a332abb1e&Itemid=64

 

 


A proposito di magistrati politicizzati e di inefficaci consigliori legulei
Postato da admin [04/10/2010 19:54]

ROMA -"Mettere in discussione, in maniera così violenta, un'istituzione, rischia di sovvertire gli equilibri". Lo ha sostenuto il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara nel corso del programma condotto da Paola Saluzzi e in onda su Sky, a proposito degli attacchi alla magistratura.

"E' una situazione che si trascina dal 1992, cioè dall'inizio di Tangentopoli - ha aggiunto Palamara - ma negli ultimi tempi ha raggiunto livelli mai visti:ogni inchiesta giudiziaria viene strumentalizzata".

"Assistiamo a invettive e insulti": lo ha detto il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, commentando le parole del presidente del Consiglio sulla Commissione di inchiesta che indaghi sull'associazione a delinquere che ci sarebbe nella magistratura. "Si vuole una magistratura docile che non disturbi il manovratore di turno", ha aggiunto.

"Questa aggressione continua non è più solo un problema della magistratura ma di tutte le istituzioni", ha detto ancora Palamara, che ha sottolineato la "gravità" dell'accusa di associazione per delinquere rivolta ai magistrati" e ha biasimato lo "stillicidio" degli attacchi alle toghe.

 

Questa la dichiarazione del dr Palamara riportata dall'ANSA oggi alle ore 17,02.

Da parte nostra vorremmo ricordare al presidente dell'ANM che:

i padri costituenti,De Gasperi, Togliatti, Nenni e Saragat, nel momento in cui concordarono di condividere una Costituzione di tipo rigido con l'indiscutibile suddivisione dei poteri, seppero prevedere con somma preveggenza, l'istituto dell'immunità parlamentare a garanzia dei rappresentanti del potere legislativo da possibili incursione della magistratura .

Questo fondamentale istituto è stato abolito, dopo i fatti emersi con Tangentopoli, e da allora il vero squilibrio è proprio rappresentato da un soverchiante potere della magistratura senza più limiti e controlli che non siano quelli autoreferenziali di un CSM, alla mercé delle correnti politiche dominanti al suo interno.

Magistrati scelti sulla base di concorsi pubblici, come funzionari dello Stato chiamati a svolgere l'essenziale funzione giurisdizionale, sono di fatto detentori di un potere  che nasce:

a)     dall'autonomia di cui non dispone in pari misura nessun altro potere, bene prezioso se fosse accompagnato da quello della responsabilità delle proprie decisioni. Una responsabilità  che, votata a larga maggioranza da un referendum popolare, è stata di fatto e di diritto del tutto disattesa;

 

b)    dall'obbligatorietà dell'azione penale che, nelle condizioni attuali, di fatto si traduce in una sostanziale discrezionalità del magistrato inquirente che, di volta in volta, sceglie il tipo di reato da perseguire. Situazione pressoché unica rispetto a tutte le democrazie occidentali. Non a caso su Berlusconi sono state aperte decine e decine di inchieste e di verifiche, mentre su altri autorevoli esponenti del mondo industriale e finanziario, ci si è limitati a qualche buffetto sulla guancia; specie con "alcuni noti" di cui solo a posteriori, post mortem, stiamo scoprendo di quali elevate virtù fossero detentori…specie in materia di fisco e dintorni;

c)     da una perfetta coincidenza delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante non più tollerabile e tollerata da parte della stragrande maggioranza degli italiani, ai quali, spetta, in ogni caso e in via esclusiva, la sovranità nella Repubblica.

Spiace costatare che alcuni dei legulei consigliori del Presidente del Consiglio, in tutti questi anni, anziché avventurarsi in inutili e inconcludenti leggi e leggine ad personam, al fine di  salvaguardare la funzione di governo di un presidente del consiglio votato dalla stragrande maggioranza degli italiani, non abbiano perseguito l'unica strada veramente logica e condivisibile da tutti i parlamentari in buona fede: il ripristino dell'originaria scelta dei Padri costituenti, ossia  quella dell'immunità parlamentare.

Sicuramente non è accettabile l'attribuzione del termine " associazione a delinquere" a carico di qualsivoglia compagnia di magistrati politicizzati, ma, ci aiuti il dr Palamara:  come si possono definire magistrati per i quali, da un capo all'altro dell'Italia, da oltre  quindici anni, sembra che l'unica persona pubblica da perseguire in via sistematica sia proprio il presidente del Consiglio? Una scelta fatta da alcuni magistrati  i quali  ben sanno che ci sono partiti politici e pseudo leader che basano, quasi in via esclusiva,  la loro stessa strategia politica e le loro personali fortune su di essi.

E così,  alla fine, per molti cittadini,  quei politici sembrano collusi con quella parte della magistratura che offre loro lo strumento per battere per via giudiziaria un uomo e un partito che andrebbe semmai  combattuti sul piano della sola contrapposizione politica.

Redazione di Insieme - Venezia, 4 ottobre 2010

 

 


Sergio Lario, magistrato vero
Postato da admin [23/07/2010 22:31]

Il giustizialismo, come al solito, è il falso valore di  certi sepolcri imbiancati.
Sono stanco di vedere strumentalizzare le nostre indagini contro Berlusconi, perché lui non c’entra niente.
Non lo dico io ma un magistrato:
http://www.libertaepersona.org/dblog/articolo.asp?articolo=1922

Buona lettura.
Antonio Chierichetti

 


Qualche interrogativo
Postato da admin [16/03/2010 19:53]

Leggo sulla stampa ( L'Unità) che "Il presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, è formalmente indagato dalla procura di Trani nell'inchiesta Rai-Agcom. Lo si è appreso a Trani da fonti vicine alle indagini. È quindi questo il contenuto della risposta che la procura di Trani ha fornito all'istanza presentata stamani dai legali del premier, Filiberto Palumbo e Niccolò Ghedini, che chiedevano se il premier fosse indagato. Berlusconi è indagato per concussione e per "violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario"

Il Ministro Alfano ha predisposto una ispezione,che inizierà il suo lavoro oggi,presso la Procura di Trani a seguito delle notizie  uscite  qualche giorno addietro relative alle intercettazioni telefoniche  che sono apparse, pare illegittimamente, su un quotidiano italiano e rimbalzate un po' ovunque.

Sempre l'Unità  scrive "Csm: fare luce sugli ispettori Il Csm metta sotto la lente di ingrandimento l'ispezione disposta dal ministro della Giustizia Angelino Alfano alla Procura di Trani, per accelerare se vi siano interferenze nelle indagini in corso che riguardano "personaggi politici di rilievo nazionale"

Il personaggio nazionale sarebbe poi Berlusconi.

Io mi pongo qualche domanda e sarei grato a colui o a coloro che mi  dessero risposte  credibili.

Mancano due settimane al voto e  da qualche altra settimana noi assistiamo a una continua serie di avvenimenti "negativi" che coinvolgono, mediaticamente, il premier Berlusconi. E' una coincidenza oppure che cosa è ?

La fuga di notizie secretate, o che avrebbero dovuto essere tali, ci sono state. Qualche responsabile ci sarà pure, magari  l'ultimo  degli ultimi, ma se erano secretate dove lo erano se non  presso la Procura di Trani ? oppure dove altro ?

E' normale che  il Csm  "metta sotto la lente di ingrandimento", cioè apra una sua indagine, sulla ispezione  promossa dal Ministro Alfano e non  sulla fuga di notizie, e delle intercettazioni, uscita dalla Procura di Trani?

Confesso di essere tendenzialmente allergico alle coincidenze e  quindi il mio modo di pensare e di pormi delle domande è ingenuo se non addirittura da sempliciotto e sprovveduto, ma purtroppo mi ritrovo così. Aiutatemi voi a capire.

Grazie

Mario Giulianati

 

 
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TEMPI - "Giusti dubbi, giusta giustizia"
Postato da admin [28/01/2010 18:41]

A partire da venerdì 29 gennaio 2010 (sabato 30 per le isole maggiori e Calabria) è in edicola con Tempi il manifesto sulla giustizia. Storie di vite rovinate da una giustizia esercitata senza dubbi.


«Ci sono esempi recentissimi, dove una persona, unanimemente indicata dal sistema mediatico giudiziario come colpevole e già condannata in anticipo, è risultata poi completamente innocente ed è stata scagionata. (…) Credo che in questo momento dobbiamo sempre esercitare l'arte insieme laica e religiosa del dubbio, sapendo che nella nostra civiltà giuridica la persona è e rimane innocente fino a prova provata del contrario e fino a sentenza definitiva emessa». 
Roberto Formigoni,

Seduta straordinaria del Consiglio regionale lombardo, 18 dicembre 2009

 

Di fronte alla giustizia umana è bene coltivare sempre un sano dubbio. Il manifesto "Giusti dubbi, giusta giustizia", è la grande bacheca delle vite rovinate da una giustizia esercitata senza dubbi: da Claudio Burlando a Ottaviano Del Turco, da Giulio Andreotti a Calogero Mannino, un elenco impressionante di inchieste trasformate subito in condanne preventive e infine risolte, dopo anni di accanimento giudiziario e gogna mediatica, nell'assoluzione (quando non nell'archiviazione) dei "presunti colpevoli". Mentre sarebbe bastato lasciare spazio a qualche semplice dubbio per risparmiare a loro (e al paese) tutto questo.

 

 
Allegati
 TEMPI, un manifesto sulla giustizia
 


Avvocati alla riscossa di Fabiano Schivardi
Postato da admin [24/11/2009 22:56]

 

L'Italia non è un paese per liberalizzatori, né per giovani. Più agguerrite che mai, le varie lobby che negli anni scorsi hanno visto intaccati i loro interessi dalle liberalizzazioni dei decreti Bersani stanno dettando la restaurazione. Ne è un esempio eclatante la riforma della professione di avvocato, appena approvata dalla commissione Giustizia del Senato. Cancella i pochi provvedimenti innovativi dalla legge 248 del 2006 e ribadisce una impostazione assolutamente corporativa della gestione della professione di avvocato.

La breve stagione delle "lenzuolate" di Pier Luigi Bersani è morta e sepolta. Più agguerrite che mai, le varie lobby che hanno visto intaccati i loro interessi stanno dettando la restaurazione. La riforma della professione di avvocato, approvata la settimana scorsa dalla commissione Giustizia del Senato, ne è un esempio eclatante. Cancella i pochi provvedimenti innovativi dalla legge 248 del 2006 e ribadisce una impostazione assolutamente corporativa della gestione della professione di avvocato. Non è un paese per liberalizzatori, né per giovani, che trarrebbero vantaggio da una regolamentazione meno corporativa dell'attività forense.

 

LA RESTAURAZIONE

 

Il mercato dell'attività forense italiano non è certo un far-west senza regole. La tavola sotto riporta l'indice di regolamentazione della professione di avvocato per i paesi Ocse. Nel 2008 l'Italia si colloca al ventiseiesimo posto su ventisette paesi per quel che riguarda la regolamentazione complessiva: solo la Turchiaha un livello superiore a quello italiano. Siamo ai massimi livelli per la regolamentazione dell'accesso alla professione, mentre andiamo un po' meglio per la condotta - quello che un avvocato può e non può fare in termini di pratiche concorrenziali -, grazie alla legge 248 del 2006 con una serie di provvedimenti per "il rilancio economico e sociale". Tra le altre cose, la legge ha abolito le tariffe minime, il divieto di tariffe contingenti al risultato, quello di pubblicità, quello di fornire i servizi da parte di società di persone. Tariffe minime e restrizioni sui contratti stipulabili sono classiche misure di restrizione alla concorrenza. La possibilità di fornire servizi da parte di società di persone dovrebbe contribuire al nascere di forme organizzative più moderne e produttive. La legge non modificava la disciplina di accesso alla professione. Tuttavia, la scelta di liberalizzare prima la condotta e poi l'accesso è comune a molti paesi che hanno intrapreso il processo di liberalizzazione dei servizi professionali. Lasciava ben sperare che il provvedimento fosse il primo di un percorso più ampio.
Il disegno di legge approvato in commissione Senato spegne ogni illusione: dopo un passo avanti, due indietro.

a) In termini di restrizioni alla condotta, vengono reintrodotte le tariffe minime, "inderogabili e vincolanti". Lo stesso non vale però per le massime: "È consentito che venga concordato tra avvocato e cliente un compenso ulteriore rispetto a quello tariffario". Sono vietati accordi fra cliente e avvocato che prevedano il pagamento di una parcella solo nel caso che la causa sia vinta (contingency fees). La pubblicità, seppur non vietata, viene fortemente regolamentata: "È consentito all'avvocato dare informazioni sul modo di esercizio della professione, purché in maniera veritiera, non elogiativa, non ingannevole e non comparativa".
b) Quanto all'accesso all'attività forense, viene ampliata la riserva di attività degli avvocati nel campo della consulenza legale e nelle procedure arbitrali. L'esame di abilitazione diviene più oneroso, così come le condizioni di praticantato, senza riconoscere ai praticanti nessun diritto di compenso. Si ribadisce il divieto di esercitare l'attività organizzandosi in società di capitali: la paura della concorrenza da parte di forme organizzative più complesse e possibilmente più efficienti accomuna tassisti e avvocati. Unica innovazione, si introduce la società interdisciplinare: si permette a professionisti di più categorie - avvocati, commercialisti e così via - di ripartire tra loro i costi fissi delle strutture (come lo studio) e di sfruttare le sinergie derivanti dalla collaborazione reciproca.
L'Associazione nazionale forense presiede e supervisiona praticamente ogni aspetto della professione. Alla prossima rilevazione dell'Ocse supereremo sicuramente la Turchia e raggiungeremo la testa della classifica. Un primato di cui andare poco fieri, a meno di essere titolare di un avviato studio legale o, in alternativa, figli di titolare.

 

IL PROBLEMA DELL'ECCESSO DI AVVOCATI

 

Basta leggere un romanzo di Gianrico Carofiglio o di Diego Da Silva per comprendere la condizione di sottoccupazione di molti giovani avvocati italiani. Ciò deriva da a) un eccesso di offerta di avvocati, a indicazione del fatto che le barriere amministrative sono uno strumento costoso e inefficiente per limitare l'entrata; b) vincoli alla condotta che limitano le possibilità di crescita professionale dei giovani avvocati. La strada intrapresa dalla legge del 2006 era quella di deregolamentare le condotte, abolendo arcaiche restrizioni alla concorrenza che rendono difficile per i giovani avvocati farsi largo nel mercato forense. La concorrenzaavrebbe assicurato un'allocazione efficiente delle risorse. L'impostazione del disegno di legge va esattamente nella direzione opposta, reintroducendo le restrizioni alla condotta, in vista di probabili ulteriori vincoli all'entrata. Il problema dei troppi avvocati si risolve proteggendo dalla concorrenza i professionisti avviati e riaffermando la dualità di questo mercato del lavoro.
Per capire a chi giova una riforma di questo tipo basta vedere chi l'ha promosso a pieni voti: il presidente del Consiglio nazionale forense, secondo il quale "il lavoro della commissione Giustizia è stato efficace" e il presidente dell'organismo unitario dell'avvocatura italiana, secondo il quale "la commissione Giustizia del Senato ha avuto coraggio, smentendo l'Antitrust che ha contrastato questa riforma", e "un ulteriore passo è il numero programmato dall'università alla professione" - e chi l'ha criticata - l'Unione giovani avvocati italiani, secondo cui è "stata approvata una controriforma ma contro i cittadini".

 

COSA CI DOBBIAMO ASPETTARE?

 

La strada che si sta percorrendo per riformare le professioni non promette nulla di buono. Stupisce l'appoggio al disegno di legge da parte dei senatori del Pd, il cui segretario aveva seguito tutt'altra direzione quando aveva responsabilità di governo: impossibile resistere al richiamo della corporazione? Le modifiche marginali proposte in commissione Giustizia del Senato non sono sufficienti. Il senatore Carofiglio, membro della commissione, scrive bei romanzi con protagonista Guido Guerrieri, un avvocato idealista e squattrinato che difende i poveri e i deboli. Questa riforma non aiuterà né avvocati come lui né i loro assistiti, né, in generale, i cittadini. Serve un'inversione netta di tendenza. Altrimenti, meglio lasciare le cose come stanno e tenersi strette le lenzuolate di tre anni fa. Ma sembrano ormai cento.

 

AVVOCATI ALLA RISCOSSA

di Fabiano Schivardi 21.11.2009 dal sito: www.avoce.info

 
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Diritto dell'internet. Perché è necessario essere aggiornati
Postato da admin [20/04/2009 20:15]

«Ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza».

Così l' articolo 8 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali - CEDU- del 4 novembre 1950 riconosce in capo ad ogni individuo quello che viene comunemente definito il diritto alla privacy.

Anche il nostro ordinamento riconosce a chiunque il «diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano» (art. 1 del  d.lgs. 30 giugno 2003 n. 196 - Codice in materia di protezione dei dati personali).

Il Codice della Privacy, ora citato,  mira infatti a garantire che «il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell'interessato, con particolare riferimento alla riservatezza, all'identità personale, e al diritto alla protezione dei dati personali» (art. 2 d. lgs. 30 giugno 2003 n. 196).

Ciò viene però reso più difficile dalla rapida evoluzione della tecnologia e dall'utilizzo sempre più diffuso di internet uniti, purtroppo, alla poca conoscenza che i titolari del trattamento dei dati spesso hanno non solo in materia di diritto alla privacy, ma anche relativamente al diritto dell'internet.

Internet, ormai definita la Rete delle reti, rappresenta una parte integrante della nostra vita e ciò è un fatto innegabile.

Ormai la maggior parte se non tutte le famiglie possiedono un pc ed una connessione ad internet, che usano regolarmente, tutti  inviamo e riceviamo abitualmente E-mail,.. Anche i nostri rapporti con il mondo esterno stanno cambiando, basti pensare al numero sempre crescente di iscrizioni a Facebook o a Secondlife.

Internet, però, non è solo uno strumento di studio o di divertimento, esso è anche uno strumento di lavoro.

Innumerevoli sono i contratti che  vengono continuamente conclusi con lo scambio di e-mail o con il click and point...

Queste sono solo alcune delle molteplici attività che, grazie ad Internet, vengono comunemente poste in essere, con il risultato che ogni giorno facciamo transitare nella Rete tanti, troppi dati personali.

Siamo però sicuri che detti dati vengano sempre trattati in modo adeguato?

No. Giusto un mese e mezzo fa, ed esattamente il 27 febbraio scorso, con la conversione in legge (l.14/2009) del decreto legislativo n. 207 del 30/12/2008, è stato determinato un notevole inasprimento delle sanzioni in caso di violazione del trattamento dei dati, ciò al fine, evidentemente, di limitare gli illeciti amministrativi commessi  in tale ambito.

La tecnologia e la Rete sono degli importanti strumenti tramite i quali possiamo sicuramente migliorare le nostre vite ed espandere le nostre aziende, ma tramite i quali, se non usati in modo adeguato, possiamo creare delle situazioni che ci espongono a rischi anche legali.

È  ormai pacifico che il diritto alla riservatezza spetta ad ogni individuo in ogni aspetto della propria vita, ivi incluso l'ambito lavorativo ( come tanto chiaramente ha esposto la sentenza Niemitz vs. Germania del 16/12/1992).

È un dato di fatto, poi, che la tecnologia ci pone a disposizione sistemi sempre più sofisticati, ma al tempo stesso facili da utilizzare, che ci consentono di controllare tutto quello che avviene attorno a noi.

Esistono, ad esempio, programmi, detti "sniffer", tramite i quali si è in grado di monitorare e analizzare il traffico di un'intera rete. È, pertanto, oggi possibile "vedere"  tutto ciò che transita in una  rete aziendale, tracciando inoltre i file di Log.

È ben vero che così il titolare della rete aziendale può esaminare eventuali problemi di comunicazione nella sua rete o tentativi di intrusione, ma egli viene posto nelle condizioni di controllare anche i siti visitati da un proprio dipendente.

Inutile dire che così facendo verrebbero inevitabilmente raccolti dei  dati, addirittura sensibili, in merito a quella persona, quali, ad esempio, le proprie preferenze sessuali (pensiamo ad un individuo che si collega a siti omosessuali), o il proprio credo religioso,...

Se da un lato è legittimo che il titolare di un'azienda voglia e possa controllare cosa succede nella propria rete, ciò al fine primario di evitare illegittimi utilizzi, dall'altro lato detto controllo, costituendo indubbiamente trattamento di dati personali, deve essere rispettoso dei diritti dei lavoratori e soprattutto del diritto di ognuno alla propria privacy.

Tanto più che il mancato rispetto della normativa vigente non solo rende inutilizzabili gli eventuali dati illecitamente acquisiti, ma espone il violatore a sanzioni di vario genere.

Come prima brevemente accennato,  il 27 febbraio scorso, il decreto legislativo n. 207 del 30/12/2008 è stato convertito in legge (l. 14/2009).

È superfluo evidenziare, per quanto verrà ora esposto, l'importanza di tale fatto.

Innanzitutto si è così avuto un notevole inasprimento delle sanzioni relative proprio agli illeciti amministrativi commessi nel trattamento dei dati.

Per fare solo un esempio, oggi, chi omette di svolgere l'informativa prevista dall'art. 13 del Codice della Privacy, o pone in essere un 'informativa inidonea, è soggetto ad una sanzione che va dai 6.000,00 euro ai 36.000,00 euro.

Chi poi cede dati violando la normativa stessa è soggetto ad una sanzione che va dai 10.000,00 euro ai 60.000,00 euro.

Con la legge 14/2009 le sanzioni amministrative sono state praticamente raddoppiate (prima le sanzioni erano infatti di 3.000,00 e 18.000,00 euro nel primo caso e di 5.000,00 a 30.000,00 euro nel secondo).

Ma vi è di più.

Sono anche state introdotte nuove fattispecie di illeciti amministrativi.

L'art. 162 del Codice della Privacy è stato modificato ed allo stesso sono stati aggiunti due rilevanti commi: il comma 2 bis ed il comma 2 ter.

Il  comma 2 bis dell'art. 162 prende in considerazione l'ipotesi in cui il titolare del trattamento non adotti le misure minime di sicurezza, previste dall'art 33 del Codice, volte ad assicurare almeno un livello minimo di protezione dei dati personali, o violi la normativa vigente in tema di corretto trattamento dei dati (art. 167 del Codice). Tale ipotesi oggi costituisce un illecito amministrativo sanzionato con il pagamento di una somma che varia da 20.000,00 a 120.000,00 euro.

Il comma 2 ter introduce, invece, un'altra tipologia di illecito amministrativo che si configura quando il titolare del trattamento non osserva le misure necessarie per rendere il trattamento conforme alle disposizioni vigenti e prescritte dallo stesso Garante, ovvero pone in essere un trattamento dei dati vietato dal Garante (art. 154 del Codice). In questo caso la sanzione oscilla tra i 30.000,00 ed i 180.000,00 euro.

L'inasprimento sanzionatorio, qui brevemente descritto, è stato evidentemente determinato dal fatto che troppo numerose erano, e continuano ad essere, le violazioni nel trattamento dei dati personali. Probabilmente il legislatore spera che sanzioni pecuniarie  più elevate rappresentino un deterrente per i titolari del trattamento dal commettere nuove violazioni ed uno stimolo a correggere il trattamento inidoneo già posto in essere.

Forse dinnanzi al rischio di un ingente esborso di denaro, per non parlare delle altre conseguenze cui il titolare del trattamento potrebbe incorrere, la Rete verrà finalmente vista come un luogo anch'esso regolamentato da norme che devono essere rispettate.

Non dimentichiamo che il diritto dell'Internet così come il diritto della privacy esistono e sono in continua evoluzione.

Quid iuris? Che fare allora?

Ritengo che l'unico modo per tutelare noi stessi e gli altri, che, consapevolmente o inconsapevolmente ogni giorno ci forniscono tanti dati, sia quello di essere informati, di aggiornarsi continuamente e di attuare gli opportuni accorgimenti, anche al fine di evitare sanzioni sempre più gravi.

 

Dr.ssa Francesca Fabris

Dottoranda di ricerca presso l'Università degli Studi di Padova

 

 
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A chi giova la sentenza della Cassazione su Eluana Englaro?
Postato da admin [23/02/2009 20:53]

Seguendo il "motivo" del diritto romano nell'individuare la causa di un evento, mi chiedo: cui prodest?, a chi giova veramente la sentenza con la quale la Cassazione nel novembre 2008 ha ribaltato i precedenti giudizi di merito relativamente all'abbandono del soccorso alimentare ad Eluana Englaro? Incorniciamo, allora, politicamente  il momento in cui la questione era all'attenzione della Cassazione: faticosamente stava maturando l'accordo bipartisan PdL-PD sulla riforma della Giustizia. Il PD aveva appena accusato duramente il colpo circa la questione morale avente per oggetto propri amministratori accusati, come nel biennio di Tangentopoli, di corruzione e concussione. Questa volta, però, sempre in proprio,non per finanziamento illecito ai partiti. Ebbene, tale accordo bipartisan avrebbe sicuramente travolto ogni resistenza di qualsivoglia corporazione di magistrati tesa ad ostacolare novità o mutamenti relativamente all'assetto attuale della giustizia,pur vista da più parti come la grande malata del Sistema Italia. Come dividere sul punto destra e sinistra, unite nell'isolare Tonino Di Pietro, sempre  e comunque solidale con la sua origine? L'occasione era ghiotta. Il potere giudiziario occupando lo spazio del legislativo sulle questioni del testamento biologico, non ancora normate, avrebbe avuto due conseguenze. Primo, ribadire il proprio ambito di azione  in ogni situazione non regolamentata dal potere legislativo. Secondo, costringere l'Esecutivo ad ubbidire ad una sentenza fatta in difetto legislativo, anche senza base di appoggio. Spiazzando l'Esecutivo, che sicuramente avrebbe risposto alla mossa, avrebbe contemporaneamente costretto l'opposizione a schierarsi dalla parte di Di Pietro.

Il braccio di ferro istituzionale avrebbe ancor più divaricato Pdl, da una parte, e PD dall'altra. Il PD, prima in cocci, improvvisamente troverebbe un nemico comune e alleati impensabili: i grembiulini, di cui parla Folli sul Sole 24Ore, e tutta la galassia anticlericale, invero mai in pace  finché un Papa sarà libero di esprimere il dovuto insegnamento su temi squisitamente religioso-morali.

Il gioco è tragico? Meglio così, per i promotori. Piuttosto di cambiare, muoia Sansone con tutti i Filistei.

Fantapolitica? Può darsi. Chi vivrà vedrà.

Giovanni Avanzi - medico in Udine

 

 
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I numerosi casi di stupro
Postato da admin [22/02/2009 20:02]

Il governo, in relazione ai numerosi casi di stupro, ha emanato una apposita norma volta ad affrontare con determinazione il grave problema.

Sulla nozione di stupro si è svolto, nel passato, un serrato dibattito in conseguenza di una pronuncia della Corte di Cassazione - passata alla storia come la sentenza dei jeans - la quale aveva affermato che, nel caso in cui la vittima indossi i jeans, non vi può essere un atto sessuale  se non con il consenso della vittima medesima.

La Cassazione, infatti, annullò la condanna di un uomo, inflitta dalla corte d'Appello di Potenza, sostenendo che i jeans indossati dalla giovane non erano sfilabili "senza la fattiva collaborazione" di chi li portava e che quindi la medesima doveva essere consenziente. Aggiungendo, poi, che è impossibile togliere i jeans a una donna che si oppone "con tutte le sue forze", dato, questo, "di comune esperienza".

Per quella che è passata alla storia come "la sentenza dei jeans" scesero in campo, unite dalla volontà di difendere la dignità delle donne contro il "maschilismo retrivo" dei giudici, Rita Levi Montalcini, Tullia Zevi, Livia Turco, Giovanna Melandri ed Emma Marcegaglia. Lo "sciopero delle gonne" fatto dalle deputate del Polo (allora all'opposizione) che si presentarono tutte in jeans a Montecitorio, Prestigiacomo e Mussolini in testa, fece il giro del mondo. Il mondo politico e giudiziario s'indignarono per il pronunciamento della terza sezione penale della Cassazione, che rischiava di vanificare anni di lotte e conquiste per la parità delle donne.

Fioccarono le polemiche, e la Cassazione prese subito le distanze da questo verdetto con "tutti gli accorgimenti tecnici per far sì che la sentenza rimanesse un caso isolato".
Ed, infatti, a novembre dello stesso anno ( 1999) il primo orientamento fu parzialmente corretto in una sentenza dove si precisava che la testimonianza di una donna che asserisce di aver subito uno stupro "non può essere messa in dubbio perché lei indossava i pantaloni e per esserseli sfilati".

Nei pronunciamenti successivi fu affermata la convinzione secondo la quale " i jeans non sono di ostacolo alla violenza sessuale".

Tutto ciò nella speranza che il più recente orientamento della Cassazione sia sempre confermato e che, nel dibattito che si aprirà sul provvedimento governativo, non si ritorni a disquisire sul ruolo impeditivo o meno dei jeans.

Luigi Fistarollo

Dirigente di Azienda

 

 
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Un'assurdità nel cd. "pacchetto sicurezza"
Postato da admin [17/12/2008 21:09]

Con legge n. 125 del 24.7.2008 denominata "pacchetto sicurezza" il Legislatore ha previsto che, nella trattazione dei processi è assicurata la priorità assoluta ad alcuni di essi, che trattano reati relativi alla criminalità organizzata e terroristica, alla circolazione stradale, agli infortuni sul lavoro e nei casi di in cui l'indagato sia sottoposto ad arresto o misura cautelare.

Al fine poi, di assicurare la rapida definizione dei processi pendenti alla data di entrata in vigore della citata Legge, ha stabilito che i dirigenti degli uffici possono individuare i criteri e le modalità di rinvio della trattazione di quelli relativi a reati commessi sino al 2 maggio 2006, in ordine ai quali ricorrono le condizioni per l'applicazione dell'indulto a' sensi della legge n. 241/2006.

A tal fine ha disposto che il loro rinvio non possa avere durata superiore a diciotto mesi.

Orbene, il Legislatore dovrebbe mirare all'accertamento della verità e non ad evitare di trattare i processi.

Invero, è necessario evidenziare che, un processo relativo ad un reato la cui pena è indultabile, deve, comunque, essere celebrato, posto che, i principi costituzionali che reggono la società civile, richiedono l'accertamento della responsabilità o meno dell'imputato, per la comminazione di una pena.

L'assurdità di tale norma consiste nel posticipare di un anno e mezzo la trattazione di processi, che nel frattempo verranno "cassettati", per riemergere in massa, intasando nuovamente il carico giudiziario, senza che si sia raggiunta alcuna soluzione valida al problema delle lungaggini giudiziarie.

Laura Trenti

avvocato

 

 
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