I punti fermi della nostra carta di identità
Postato da admin [06/06/2017 21:23]


I punti fermi della nostra carta di identità

 

Valori da affermare

La costruzione della comunità politica sociale economica non può allontanarsi dalle Leggi di natura; e operiamo per affermare:

- la vita quale supremo bene, base di ogni diritto;

- la libertà dei singoli e dei popoli, la lotta alla sperequazione, la difesa dello Stato di diritto contro ogni totalitarismo e contro la globalizzazione;

- l'etica dei doveri, della solidarietà e della pace, nel rifiuto assoluto del ricorso alle armi;

ciò che La Pira ricordava come l’essenza della giurisdizione del pretore romano: “Vim fieri veto” = “faccio divieto di usare la forza” per qualunque motivo e obbligare a riporre tutto nel civile confronto sulle reciproche pretese; e guardando all’operato di Augusto, il Ianus clausus, cioè la chiusura di quel tempio che custodiva le armi di difesa: una abolizione degli eserciti, perché la pace si difende con le leggi e non con le armi.

 

visione personalista e comunitaria 

Affermiamo il valore della persona nella sua individualità e nelle sue formazioni sociali:

- difendiamo l'esistenza dell'individuo concreto, a prescindere dalle sue qualità e del suo status: e la libera espressione di ogni persona e gruppo sociale.

Ciò che La Pira indicava a correggere la dottrina del “personalismo”: va bene la centralità della persona, ma la persona va intesa come individuo concreto, non come personalità già realizzata. La vita è legata alla persona singola, il cui valore è pertanto assoluto supremo.

- additiamo nella famiglia basata sul matrimonio (unione tra uomo e donna: “uomo e donna Dio li creò”) il fondamento della comunità, da tutelare mediante una mirata politica sociale economica fiscale e mantenendo alto, anche nei mass media, il riferimento ai valori morali naturali insuperabili;

- consideriamo prioritaria una politica della casa, da costruire quale ambiente adeguato a consentire una salda vita di relazione;

La Pira fece di questo punto il centro della sua attività di sindaco, forzando le istituzioni a una politica della casa come bene primario;

- tuteliamo la sacralità dell'infanzia e della adolescenza, il diritto alla riservatezza, il senso del pudore, il valore sociale e culturale della vecchiaia, la dignità della morte.

Sono questi i valori primari indicati come un complesso, che riceviamo dalla tradizione migliore.

 

a) Tutta l’educazione va orientata sull’infanzia,non solo come primo momento di sviluppo della vita ma anche come costante punto di riferimento di ogni espressione verbale e politica: l’infanzia come depositaria di ogni valore. La sua integrità va difesa come bene comune: lo sguardo del fanciullo giudica il mondo, e in base a quello saremo giudicati. Nel piccolo bambino è concentrata la sacralità dell’Altissimo e tutti i valori del mondo: non scandalizzare il bambino (meglio legarsi al collo una macina e gettarsi in mare: è la terribile punizione prevista da Gesù). Occorre che gli adulti guardino il mondo con la capacità di sguardo del bambino.

 

b) l’adolescenza è il momento in cui si sviluppa la sacralità dell’infanzia, il momento della consapevolezza di quei valori prima solo additati. E’ il momento più delicato della vita personale e ha bisogno di ogni cura: La Pira ricordava sempre che per gli ebrei l’ulivo è la pianta “signorina”, che ha bisogno di tutte le cure di una giovinetta: è l’età della esaltazione dei sentimenti, che dunque vanno curati nella loro suprema delicatezza. La civiltà si misura sulla cura dei sentimenti: legati al senso di purezza e di riservatezza, che l’adolescente esprime con l’innato rossore: contro ogni tradimento, contro la pornografia dilagante, contro le cosiddette “libertà” che l’individuo si concede.

 

c) il valore sociale e culturale della vecchiaia: dare a questa ultima età della vita e la più negletta dalla società una importanza fondante per attingere forze da utilizzare nell’aiuto ai problemi sociali e quale serbatoio di esperienze e di memorie della nostra tradizione di valori.

d) la sacralità della morte: l’unico accadimento certo nella vita di tutti. Che in ciò esprime il valore della effettiva uguaglianza. La morte è il compendio di una vita, l’esito e l’elemento di giudizio per le nostre azioni. L’onore al defunto è espressione della vita nel suo farsi storia dell’umanità.

- sviluppiamo una politica culturale avversa alla pena di morte, all'aborto, all'eutanasia, ad esperimenti su embrioni umani, alla violenza su animali e piante non necessaria alla sopravvivenza;

 

a) non accettabile la pena di morte in quanto soppressione di una vita: la quale ha valore in sé e non per le buone qualità dell’individuo; ed è più grave dello stesso omicidio, perché l’assassino viene sottoposto a giudizio ed è riprovato, nella pena di morte è lo Stato a compiere quell’atto: e nessuno si pente proprio perché quell’atto è considerato legittimo.

 

b) l’aborto è atto così grave che per parlarne ne abbiamo mutato i connotati: non osiamo neppur dire che è soppressione di una vita, lo vediamo come atto chirurgico sul corpo di una donna. Ma – replicava La Pira – esso è uccisione di una persona, in quanto quella persona già esiste, pur in quella incubatrice protettiva che è il ventre materno. E i giuristi romani dicevano “conceptus pro iam nato habetur” (il concepito deve essere ritenuto come individuo già nato), tanto che era persona già soggetto di diritti, con potestà di avere eredi in caso di morte prematura. A tal uopo era nominato un tutore a proteggerlo, si chiamava curator ventris, cioè un tutore deputato alla cura materiale del concepito nonché alla tutela del suo patrimonio, di cui il concepito è considerato titolare né più né meno come una qualsiasi persona già visibile.

- contro la tendenza a esagerare la filiazione biologica (e la cd inseminazione artificiale), incoraggiamo l'adozione contro tutte le restrizioni finora poste dalle leggi: dando il primato alla adozione degli infanti; l’adozione è un fatto di carità civile. La Pira ricordava che in diritto romano non v’è alcuna distinzione tra filiazione naturale e adottiva: di contro è stata la società borghese ottocentesca a introdurre una tale distinzione.

- valorizziamo la donna nelle pari opportunità sociali nonché nel lavoro di casa, con incentivi che le consentano di creare l'ambito ove si forma la persona;

- puntiamo sugli anziani come base essenziale di umanizzazione, anche in un loro impiego in servizi sociali per far tesoro di un patrimonio di esperienza e saggezza al servizio di nuove generazioni;

- accogliamo extracomunitari secondo il tradizionale senso di ospitalità del nostro popolo, regolando i flussi migratori con norme precise che, tutelando la diversità delle tradizioni, consentano la costruzione di una società pluralistica.

 

pluralismo istituzionale

Secondo un criterio di pluralismo istituzionale, additiamo

- le comunità naturali in cui il singolo svolge la sua vita (vicinato, aggregazioni territoriali, associazioni di lavoro, di cultura, di spiritualità) come inalienabile presidio di libertà e fonti primarie di diritto da cui lo Stato trae forza e autorità;

- il principio di sussidiarietà di ogni istituzione pubblica e il potenziamento delle autonomie come momenti di scelte di base che ispirino orientamenti politici nazionali e sovrannazionali;

- l'irrinunciabile ruolo dei partiti quale ponte fra cittadini e organi dello Stato,

- e il ruolo primario dell'azione diretta di ciascuno, sì che i singoli divengano protagonisti delle scelte nel quotidiano;

- un rinnovato senso di autorevolezza dello Stato e delle sue istituzioni quale sintesi delle istanze di base e rapporto tra passato e futuro.

 

politica sociale

L'assistenza sanitaria è luogo privilegiato per l'attenzione alla persona, essendo la salute un bene primario: il malato va informato delle cure che gli verranno somministrate; e i luoghi di cura si aprano a presenze affettive fondamentali al recupero delle forze, contro il modulo di una assistenza tecnologizzata e anonima che isola il paziente.

Proiezione dell'ambiente famigliare è la Scuola, strumento di sviluppo della persona se, libero da infiltrazioni esterne, miri alla formazione unicamente secondo criteri scientifici che sviluppino il senso critico. Lungi dall'impostare l'insegnamento in base a precostituite ipotesi lavorative, va curata la trasmissione del patrimonio classico-umanistico quale base per la libera scelta di qualsiasi orientamento.

Il cittadino va tutelato in primo luogo come consumatore e risparmiatore contro ogni rialzo dei prezzi, inoltre come lavoratore difendendo l'equità delle basi salariali.

Consideriamo il lavoro un valore di promozione e la festa un essenziale momento di elevazione personale e comunitaria. Perciò puntiamo a

- esigere le migliori condizioni negli ambienti di lavoro; incentivare il lavoro autonomo e forme di cooperazione;

- difendere il senso della festa, necessaria pausa nei ritmi di lavoro, fondamentale difesa della sfera privata, espressione di valori in cui il popolo trova continuità con la tradizione.

 

politica ambientale

Nel cogliere l'allarme sul degrado della natura, proponiamo di:

- recuperare l'equilibrio della biosfera, contro l'inquinamento atmosferico ed elettromagnetico, la manipolazione genetica, la dipendenza energetica da fonti non rinnovabili;

- tenere lontane le fonti di onde elettromagnetiche dai luoghi di vita anche se la pericolosità sia solo eventuale;

- sviluppare l'agricoltura come attività umanizzante rispettosa dei ritmi della natura, puntando su tecniche naturali tese a potenziare i cicli ecologici;

- contrastare la violenza solitamente operata (con giustificazioni di produttività) su animali e piante in moduli non consoni alla loro vita: stalle ove gli animali sono costretti alla sbarra, frutteti ove le piante – per una più rapida raccolta operata a macchina, sono costrette a una innaturale bidimensionalità.

- ricondurre a misura umana le Città quali ambiti in cui si sviluppa una vita di relazione e ispirandosi al senso della bellezza.

- incentivare le arti e il turismo, curare i beni culturali e ambientali di cui il paese è ricco.

 

politica economica

La politica economica deve subordinarsi alle esigenze primarie di vita:

- difendere il potere di acquisto per i beni essenziali;

- ridurre drasticamente la pressione fiscale,

non di qualche punto ma portandola al valore normale nominale del 5% annuo (esattamente quanto è il valore reale naturale della rendita agricola o della produttività del denaro) valutando furto e rapina ogni quota superiore;

- realizzare piena occupazione favorendo piccole attività, promuovendo l'artigianato e l'agricoltura come le due più nobili attività dell’uomo;

- orientare la politica creditizia al sostegno di esigenze di base dei singoli e dei nuclei famigliari.

 

politica internazionale

La comunità internazionale esprime una fratellanza universale basata su una norma fondamentale che pone ogni Stato, di qualunque dimensione o densità demografica o grado di sviluppo, in condizione di parità giuridica. Da ciò:

- lo sviluppo autogestito dei popoli, stimolandone l'autosufficienza economica fondamento di indipendenza, contro una economia globalizzata, ripudiando il ricorso alle armi o al ricatto economico;

- una politica mediterranea basata sulla unità della famiglia di Abramo (ebrei, cristiani, islamici), facendo dell'Europa (dall'Atlantico agli Urali) il riferimento di un ordine civile mondiale;

- l'Unione europea quale sistema sovrannazionale di Stati legati dal comune sentire e non quale Stato unitario mirante a una egemonia mondiale.

 

continuità

Ci riconosciamo nella bimillenaria Dottrina sociale della Chiesa e vogliamo darne attuazione.

Intendiamo inoltre conservare memoria dell'esperienza politica del movimento cattolico, dall'Opera dei Congressi a don Sturzo a Degasperi, nonché dell'opera di taluni pensatori-guida quali don Mazzolari, Maritain, La Pira e del "Cattolicesimo sociale" da Ozanam a Toniolo a Mounier ai Codici sociali di Malines e di Camaldoli.

 

rappresentatività

Vogliamo offrire la possibilità di esprimersi politicamente a quanti non hanno trovato finora nei partiti organizzati uno strumento conforme ai loro ideali, consentendo al popolo negli spazi quotidiani di esprimere valutazioni e indicare soluzioni;

con un sistema elettorale proporzionale, per la rappresentatività delle linee politiche e delle tradizioni culturali e il rispetto dei luoghi di elezione;

ci poniamo oltre i precostituiti schieramenti, secondo la formula di don Primo Mazzolari "né a destra né a sinistra, né al centro, ma in alto", guardando ai valori da attuare e al bene comune che è bene concreto di persone.

Fabrizio Fabbrini

 

 

 



 


Pillole omeopatiche per gli Amici democristiani
Postato da admin [25/05/2017 23:06]

Pillole omeopatiche per gli Amici democristiani

 

Prima pillola omeopatica 

(da digerire con molta acqua, nella prima settimana di cura)

 

 

Premessa: Per  una  presenza  dei  cattolici  in  politica

 

La politica è servizio orientato al bene comune, che è bene di persone concrete nella loro singolarità e nella dimensione sociale in cui vivono: è ricerca di soluzioni adeguate ai problemi di fondo e a quelli quotidiani, nel tentativo di scoprire dietro ogni ruolo la persona che lo riveste, far emergere dietro ogni potere l'umanità di chi lo gestisce. E la proposta politica nasce dalla consapevolezza di un disegno culturale di base, che si imposta secondo prospettive morali di fondo: e non vi è progetto culturale e politico che più di quello impostato dalla dottrina cattolica sia finalizzato alla liberazione dell'uomo.

Si tratta della cosiddetta "Dottrina sociale della Chiesa" (o del Magistero sociale della Chiesa) elaborata nei concreti contesti storici lungo il corso di duemila anni, enunciata progressivamente dai papi, riassunta negli ultimi due secoli in specifiche Encicliche sociali, filtrando i contenuti evangelici in proposte sociali stimolanti: prezioso bagaglio culturale da offrire anzitutto ai cattolici (che ne devono acquisire la custodia) e inoltre al mondo intero, per il quale è stato confezionato. E' da aggiungervi il contributo di esperienza del Movimento cattolico che, dai tempi del beato papa Pio IX, ha tentato di tradurre quei principi in opere sociali e in formazioni politiche, non sempre con successo ma quasi sempre con dedizione e con rispetto delle esigenze concrete della vita.

Questo tesoro non deve essere tenuto nascosto: dobbiamo appropriarcene e subito distribuirlo, senza farci fuorviare da proposte mondane (cosiddette "laiche") le quali, nate da ben altri progetti culturali e da tutt'altre prospettive, non ci appartengono.

Occorre partire da lontano, ricostruire l'identità del pensiero sociale cattolico e tentare una lettura attenta della storia di questi due secoli, per uscire dalla cultura dominante inquinata da ideologie; e così, liberi da paure, considerare la politica come parte dell'azione storica costruttrice della Casa comune, nella certezza che i principi emersi dal mondo cattolico valgano per l'uomo di sempre. La Chiesa addita non solo speranze ultraterrene, ma anche un itinerario concreto nel mondo quaggiù: e la politica è - disse Paolo VI - "il nuovo nome della carità", anzi "l'espressione eroica della carità".

 

una forza politica cattolica

E' dunque opportuna una forza politica che si richiami ai valori cristiani e immetta nell'azione sociale una carica di speranza, affermi la forza della verità come stile dell'agire e punti sul rinnovamento delle coscienze.

E' venuta l'ora in cui i cattolici ricomincino a pensare e a prendere coraggio nel proporre la costruzione di una forza politica che offra programmi e princìpi e soluzioni concrete al paese. E agiscano non già per obbedienza a comandi della gerarchia, ma in quanto Laici consapevoli di essere essi stessi, nel campo sociale e politico, veri “sacerdoti” dotati di un carisma preciso (il Concilio lo ha ricordato). E dunque agiscano con la consapevolezza di essere chiamati a tradurre in forme concrete - con responsabilità non delegabile - quel patrimonio di idee che la storia ci ha consegnato.

 

... per la sfida del nostro tempo

Tale forza consapevole è importante perché il nostro tempo ci convoca al banco di prova di una testimonianza che ci chiama in causa sulla base del nostro stesso status di cristiani. E in presenza di prospettive politiche provenienti da poli avversi tra loro ma altrettanto lontani dalla prospettiva personalista e comunitaria che ci convoca, due poli entrambi legati a una visione consumistica edonistica materialistica, è urgente additare in una proposta politica i valori indispensabili alla difesa della persona e dei suoi inalienabili diritti, richiamando ogni persona al senso del dovere.

 

dalla attuale divisione... a una prospettiva di speranza

Ma i cattolici sono divisi. Crollata l'unità politica - per aver essi stessi distrutto quel Partito che era un punto concreto di riferimento - essi vanno ora (in coalizioni diverse e tra loro avverse) ad appoggiare scelte che non hanno a che fare con quella cristiana. Eppure occorre ricostruire quella perduta unità, occorre farlo per colmare il vuoto che si è creato e che ovunque si avverte: vuoto politico e morale, vuoto di idee e di proposte. Per rilanciare una prospettiva e ricominciare a progettare, coscienti che il mondo attende la traduzione del messaggio evangelico.

Del resto la gente non riesce a capire... perché mai dalla vita quotidiana siano spariti i segni del sacro, dagli ospedali il crocifisso, dalle scuole l'insegnamento religioso; e perché mai si debba consentire ai medici di procurare l'aborto, ai registi di profanare la morale; e perché mai l'economia - che non può essere finalizzata all'interesse di pochi - non debba rispondere a principi morali; e perché mai la politica non si impegni a difendere i deboli, i bambini e i vecchi, dalla pressione costante di una vita sociale da cui è scomparsa perfino la pietà...; e perché mai l'esigenza della pace, così diffusa nel comune sentire, non determini i programmi politici.

 

riandare alle sorgenti

In sintonia con tali vaste attese vogliamo riandare alle sorgenti, ai fondamenti, ai principi onde scaturisce la nostra speranza. Dove sono i programmi che orientavano fino a ieri il mondo cattolico? dove il personalismo comunitario, il pluralismo istituzionale, il solidarismo sociale? dove la "terza via" tra le due proposte economiche (capitalismo e socialismo), dove l'esigenza di una rivoluzione morale, dove la pietà per un pianeta che abbiamo offeso e ferito? dove un programma per la famiglia e per l'infanzia e l'indicazione di valori a una gioventù smarrita, cui si offre solo possibilità di sfrenatezza morale e droga e rumore... e morte?

 

esiste uno "specifico cristiano" in politica

Ecco allora l'esigenza di una alternativa. E' estremamente opportuno che il mondo cattolico abbia una visibilità politica, per dare fiducia nella possibilità di cambiamento. Certo i cattolici non sono vincolati a una particolare scelta politica; tuttavia vi sono principi di ordine etico politico che li identificano: soprattutto nel ribadire i valori della famiglia, e nella difesa degli ultimi e nell'additare alle nazioni l'unità del genere umano. Esiste una visione politica cattolica ispirata alla dottrina sociale della Chiesa, radicata sulla Parola rivelata, sperimentata nell'intervento generoso di molti nelle povertà di base. V'è uno specifico cristiano nella politica: princìpi irrinunciabili, che non sono di destra o di sinistra, e neppure di centro, ma si conformano a esigenze primarie e a situazioni concrete.

 

puntare in alto, ai valori permanenti

Per questo non saremo schierati a destra né a sinistra; e neppure al centro - se Centro significa stare a metà strada - ma guarderemo avanti e verso l'alto: per trarre le condizioni del presente a un futuro impostato secondo esigenze di base e valori supremi, guardando nella concretezza dell'oggi per costruire secondo quei valori che ci trascendono e ai quali adeguarsi sempre più. Guarderemo dunque non a destra o a sinistra ma in avanti e verso l'alto, là dove stanno i valori da attuare. "Né a destra né a sinistra, né al centro, ma in alto!": questa formula di don Primo Mazzolari ci serve per non etichettare il comportamento in base a leggi elettorali.

Il nostro tempo ci convoca a una azione sociale e politica dimensionata alla portata cosmica della sfida che è stata lanciata e che non possiamo ignorare o rimandare: la sfida di fondo non già tra l’uno o l’altro programma, ma quella, sempre rimandata o evitata, tra tra il primato della persona o quello dell'ideologia, tra chi addita valori e chi difende privilegi.

 

Per  un  primo  riesame  del  Movimento  Cattolico

 

Il Novecento - afferma il grande storico Chabod - è stato il secolo della presenza cattolica nell'agone politico, e questa rappresenta dunque la grande novità, assieme a quella del Partito comunista. Venivano i cattolici da una esperienza fortissima, epica, quella del "non expedit". Occorre ricordarlo, nella linea di quella "purificazione della memoria storica" che il Papa Wojtyla dice essere il punto decisivo per una limpida lettura della storia. Era la risposta dei cattolici alla offensiva che il nuovo Stato italiano con il Risorgimento nazionale aveva portato contro la Chiesa e contro la cultura e la tradizione del nostro Paese.

 

scelta politica e scelta sociale

L'Intransigentismo dell'ultimo Ottocento – cioè il rifiuto di collaborare con quel tipo di Stato - fu una scelta politico-sociale di estrema importanza. I cattolici si astenevano così dalla vita politica di uno Stato massonico dedicandosi ad aiutare in concreto il popolo attraverso l'impegno sociale. E di qui verrà, in seguito, l'azione politica, intesa quale sviluppo delle opere sociali e che in esse trova giustificazione, e che si corrompe quando invece viene smarrita tale dipendenza.

Per questo nella storia del movimento cattolico troviamo Antonio Federico Ozanam e le sue Conferenze di San Vincenzo, opera di cultura e di civiltà. Alle origini delle quali è la spiritualità di "monsieur Vincent" del XVII secolo e i carcerati e i condannati ai lavori forzati e gli appestati, e i Lazzaristi e i Servitori dei poveri e Luisa de Marillac e le Figlie della Carità, le sorelle "cappellone", segno e termometro di una società cristiana. Vincenzo, cioè anche Federico Ozanam: le cui Conferenze di San Vincenzo sono l'atto di nascita del movimento cattolico verso la metà del secolo XIX: con mons. Affre, vescovo di Parigi che nelle quarantottesche barricate scopriva una nuova terra di missione: ove un popolo privato dei diritti dalla società borghese era stato ingannato dai rivoluzionari che gli consegnavano fucili e quindi nuove oppressioni.

Ozanam quindi come punto di riferimento: Ozanam e il padre Lacordaire predicatore di Notre-Dame, che coglievano la forza cristiana delle libertà moderne su cui invece la Rivoluzione francese aveva impostato la tirannica ipoteca borghese. E’ l’invito alle opere di carità concreta e tangibile: e Ozanam e Lacordaire furono riferimento ideale per i laici cattolici, iniziando dal reclamare una scuola cattolica per formare le nuove generazioni.

Dall’intransigentismo nei riguardi della società laicista sorgerà l’Azione Cattolica entro la vita di base di uno Stato contrario alla Chiesa: e le Leghe contadine che davano coscienza al mondo contadino di rivendicare una sicura tradizione cattolica nella vita sociale e nella cultura) e le Casse rurali assieme a quelle Artigiane, che rispondevano alla esigenza di sostenere il mondo produttivo di base (quello contadino e quello della attività artigianale) mediante anticipi in denaro a basso costo.

Su questa base le parrocchie ebbero una funzione economico-sociale di importanza primaria, così come tutte le realtà di base, dalla famiglia allargata, quella contadina, alle aggregazioni vicinali (vicini da vicus, villaggio) ai piccoli comuni rurali, alle associazioni di quartiere nelle città; e il ,mondo della base si espresse direttamente nei confronti dei pubblici poteri pur senza avere diritto di voto, e fece sentire la sua voce: la voce di un paese reale di fronte alle istituzioni statali che costituivano il paese legale. Una contrapposizione vincente, perché in definitiva il paese legale deve dare voce al paese reale del quale esso ritiene di essere espressione.

Il divieto fatto dal beato Pio IX Mastai Ferretti - cui lo Stato italiano aveva sottratto il potere temporale riducendolo a prigioniero nella stessa Roma - il divieto ai cattolici di collaborare con quello Stato che non li rappresentava era lo stesso divieto che San Paolo pose alla comunità cristiana, invitandola a fare da sé le sue scelte civili e a trovare da sé al suo interno i suoi magistrati e i suoi tribunali: il che significa indipendenza e libertà nelle basi di vita.

Era questo che Pio IX prescriveva: non un abbandono della vita politica, ma sostituirsi a coloro che fanno politica impegnandosi subito e direttamente nel sociale, a curare le ferite, le disuguaglianze, a dare speranza e libertà al paese.

 

Democrazia come governo di base pluralista

Ed era questa la vera Democrazia: la quale nel linguaggio antico dei greci di Atene significa non già “Potere del Popolo” come con cattiva tradizione viene comunemente detto, bensì Potere dei Demi, cioè delle piccole realtà territoriali in cui si differenziava lo stato ateniese. V’erano circa 150 Demi nella piccola Attica (4.000 kmq in tutto), di circa 24 kmq ciascuno (un distretto che conteneva un villaggio), circoscrizioni rurali sorte spontaneamente e che presero a governare dalla base quel territorio, entro cui le singole famiglie avevano sede e protagonismo: e in tali Demi le decisioni erano prese nella assemblea rurale. Quei piccoli cantoni di realtà famigliari reggevano la intera democrazia nell’Attica mandando le decisioni ad Atene, ove l’assemblea cittadina accoglieva le proposte dei singoli Demi. Ed era vera democrazia finché l’assemblea cittadina non si affidò ai Demagoghi.

Ebbene, nell’Italia contadina delle parrocchie rurali le decisioni sociali si prendevano a livello di base: e tale Democrazia di base - essendo il popolo tradizionalmente cattolico - metteva in atto necessariamente una democrazia “cristiana” nei suoi valori e nei suoi programmi e nella composizione famigliare  e nella prospettiva ideale del suo agire: cioè nel mettere in pratica concreta – sociale / politica – i princìpi del Messaggio cristiano.

Il che ci fa intendere la frase del papa Leone XIII - così attento ai problemi sociali da stendere il primo vero manifesto politico cristiano aggiornato nella enciclica Rerum novarum – secondo cui “la democrazia, o sarà cristiana o non sarà affatto democrazia”. In effetti nessuna democrazia avulsa dal messaggio cristiano può mai esprimere una forma di Stato che riconosca centralità al popolo, che assicuri libertà e indipendenza alle comunità di base. Per cui lo Stato - espressione pubblica globale dei suoi componenti - deve riconoscere e tutelare i diritti dei singoli e delle comunità naturali di base ove essi vivono la loro vita. Qui è la sostanza e anche la forma di quello che sarà l’art. 2 della Costituzione, che il prof. La Pira mise a fondamento di tutto l’edificio costituzionale.

Così lo Stato “deve” riconoscere e tutelare quei diritti, i quali non sono prodotti dallo Stato ma che lo Stato si trova dinanzi nella vita reale; e sono questi diritti di base a fondare e a dare legittimità e autorità allo Stato. Perciò tale democrazia è cristiana e “pluralista” cioè emerge da varie aggregazioni di base, diverse una dall’altra. Essa infatti è costruita sulle singole comunità quale espressione di queste, non può essere calata dall’alto, né può essere un blocco unitario, deve essere “plurima”, perché molteplici sono appunto le aggregazioni naturali di base che esprimono questa vitalità.

Dunque una democrazia pluralista: intendiamo per pluralismo non già la possibilità di esprimere opinioni diverse (il che è doveroso) bensì la struttura che esprime la consistenza di una pluralità di basi sociali e di aggregazioni libere e indipendenti diverse tra loro, ognuna sovrana nel luogo in cui le singole famiglie vivono la loro vita. E poiché nelle parrocchie e nei villaggi e nei borghi e nelle contrade vivono persone diverse, questa democrazia rispetta e tutela le autonome espressioni dei singoli, dando a ogni singolo di realizzare con pieno diritto la sua libertà e i suoi doveri.

Qui sta la nostra radicale diversità da ogni concezione socialista e di democrazia sociale (che premette la società generale ai singoli centri di vita e conferisce ad enti astratti Società e Stato – che non hanno una consistenza concreta - una potestà assoluta) e altresì la diversità da tutte le teorie individualiste. Il pensiero che non preveda la stretta e continua relazione tra individuo e comunità famigliare e sociale non riesce a fondare alcuna premessa giuridica assoluta che possa avere qualche valore, ma solo imposizioni dall’alto che sacrificano la realtà di vita reale e la sottomettono a un potere tirannico. E’ invece la vita personale a esigere la presenza di una famiglia in cui vivere e di una aggregazione sociale in cui la famiglia possa avere spazio e lavoro e per comunicare.

L’art. 2 della costituzione è proprio il fondamento della Costituzione e dell’ordinamento tutto. L’art. 1 senza l’art. 2 non si sostiene e del resto potrebbe essere anche sviante: vi si dice che la Repubblica è “fondata sul lavoro”, dizione generica e ambigua perché invece lo Stato è fatto di persone umane e non di api operaie in un alveare! Esso voleva dire invece – e sarebbe stato assai meglio che lo avesse scritto! – voleva e vuol dire che lo Stato è fondato sulla vita delle persone, le quali hanno un loro spazio fisico e mentale, e perciò sulla possibilità data ad ognuno di accedere a un lavoro onesto e retribuito e dove il lavoro sia giustamente pausato dal riposo e da attività ricreative del corpo e dello spirito. Basterebbe rileggerlo in questo senso tale articolo 1 e coordinarlo all’art. 2 e divulgarlo, ed avremmo espresso il messaggio di una politica demo-cristiana.

Da queste basi era nata l’Opera dei Congressi, che dette vita all’Azione Cattolica, la cui organizzazione era parrocchiale e interveniva nelle povertà reali. E dalle stesse basi sociali nacquero poi le proposte nazionali a un coordinamento politico ispirato al messaggio cattolico. E nacque, con il santo papa Pio X, la Democrazia cristiana, traduzione concreta di quel che aveva affermato Leone XIII sulla democrazia, in linea con le idee di Pio IX, di cui Leone XIII è stato fedele continuatore.

Leone XIII aveva anche detto, in altra enciclica, che Stato e Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine e grado, indipendenti e sovrani (e queste stesse parole furono inserite poi, per mezzo di Giorgio La Pira (su dettatura di mons. Montini, poi papa Paolo VI) nella Costituzione italiana all’art. 7. In realtà Leone ricordava l’antico monito di Gelasio I (494 d.C.) all’imperatore Anastasio che poneva la distinzione tra le due supreme potestà universali, Papato e Impero e fu elemento fondante il diritto internazionale. E la applicò all’Italia e a ogni Stato moderno: contro l’onnipotenza dello Stato nazionale, che aveva preteso di dar ordini alla Chiesa Ma anche contro la – pur moderata - sentenza del Cavour che proclamava “libera Chiesa in libero Stato”, formula attinta al cattolico belga Charles de Montalembert. No, disse il papa, tale formula non è accettabile, perché concede troppo potere allo Stato: e può adottarsi negli USA ove le chiese stesse (la cattolica e le protestanti) hanno notevole forza sociale che la tradizione conserva indipendentemente in uno Stato il quale ha nella sua costituzione un esplicito fondamento religioso. Invece là come in Italia uno Stato “laico” (e irreligioso nel fondo) si confronta con la Chiesa, la libertà di entrambe le istituzioni non garantisce la vita della più debole (quella disarmata): donde il pericolo di indebite ingerenze dello Stato nella vita quotidiana, mediante il potere coattivo che esso possiede.

Di fronte a uno Stato “laico” la Chiesa ha un solo modo di difendersi, quello di fare patti chiari fin dall’inizio. E’ uno stile che, ribadendo la importanza ma anche la diversità tra queste due istituzioni, esige un Concordato ove si stabiliscano i confini tra le due potestà. Ciò aveva ben intuito il grande papa veneziano Pio VII Chiaramonti con il segretario di Stato card. Consalvi, appena dopo l’esperienza napoleonica che lo aveva messo in prigione.

 

La nascita della Democrazia cristiana

Da Pio X nacque la DC: e don Romolo Murri il 3 settembre 1900 fonda a Roma la Democrazia cristiana italiana alla presenza di qualche centinaio di giovani. Ma la sua esigenza di riformare, assieme alla politica, anche la società e la Chiesa stessa, lo mette in conflitto con l’Opera dei Congressi che vede in ciò un vulnus all’Intransigentismo di allora. E ciò gli varrà l’accusa di modernismo. Sospeso a divinis e la scomunica per essersi presentato alle elezioni politiche in una lista di Radicali (1909). Lo riabiliterà Pio XII nel 1943: e in quell’anno Degasperi intitolerà il nuovo partito di cattolici esattamente con la denominazione del Murri, Democrazia cristiana: don Luigi Sturzo scriverà “Fu Murri a spingermi definitivamente verso la Democrazia cristiana e da allora vi sono rimasto sempre fedele”. E’ il Murri comunque il fondatore dello spirito democristiano, cui si attenne Don Sturzo, meno teorico di lui e più pratico e disinteressato al fenomeno modernista: come del resto Degasperi che tenne sempre presente il Murri distinguendo in lui il pensiero politico da quello teologico, essendo Degasperi un rigoroso “tomista”.

Ci pensò Giolitti a venir incontro al desiderio democristiano di inserirsi nelle istituzioni: e nacque il Patto Gentiloni (1912), a portare consensi al Giolitti che era stato contestato per la dispendiosa e inutile guerra di Libia: i cattolici avrebbero votato quei candidati del partito liberale che erano anche cattolici. E fu un trionfo elettorale di Giolitti nel 1913 e della sua politica sociale ed economica.

Ma il mondo cattolico non lo seguì più nel momento in cui invece avrebbe dovuto dare la sua più ampia adesione, allo scoppio della Grande Guerra. Quel leader – conscio dei pericoli – aveva sostenuto la neutralità: e i cattolici lo seguirono nel 1914, ma in pochi mesi sciolsero le file, e si gettarono nell’intervento: e neppure accanto all’impero austriaco (nell’eco della Triplice Alleanza) ma nel campo avverso, guidato dalla Massoneria internazionale. Furono dunque corrivi a un “tradimento” non giustificato neppure dalla indipendenza dei territori di Trento e di Trieste, che l’Austria ci offriva Gratis. Vinse l’ottuso nazionalismo: eppure alla notizia di quella tragedia era morto di crepacuore Pio X e Benedetto XV era il papa della pace! (così almeno è stato detto!).

Dopo il tragico conflitto – che il papa Benedetto XV definì “Inutile Strage” (assai tardi però! Solo nel ‘17! Dopo aver consentito a quella strage cui avrebbe dovuto opporsi dall’inizio!!!) – i cattolici dovevano impegnarsi nella ricostruzione e nella pace. Ed era ora che vi fosse una presenza politica cristiana. Fu il sacerdote siciliano Luigi Sturzo (amico del Murri) a prendere l’iniziativa, e dopo averlo sperimentato nelle realtà politiche di base comunali, lanciò il discorso famoso “Ai Liberi e ai Forti” che puntava a dare coraggio a quella che si presentava come una grande impresa, alla luce della Croce vincente sul mondo (a imitazione della Crociata, e con il segno crociato, ma che sostituiva alle armi la parola e l’azione sociale). Ed ebbe subito una gran quantità di consensi.

Ormai il non expedit di Pio IX e di Leone XIII non valeva più: era stato Pio X ad allentarlo: ma tale disciplina rimase: l’azione dei cattolici in politica non avrebbe impegnato la Chiesa, e il nuovo Partitio ebbe nome di Popolare significando che una politica cattolica era proprio quanto il Popolo esigeva; e che i cattolici entravano in politica per vocazione sociale e non per comando da parte ecclesiastica. E il Vaticano dimostrò la sua simpatia consentendo che fosse un prete a presentarsi come parlamentare e segretario politico di un partito: non mise divieti e ciò mostra l’apertura del papa della Pace.

 

Il Risveglio...

Quella formazione politica cattolica tornò ad essere presente dopo la fine del fascismo ed ebbe un enorme consenso di voti e governò il paese con moderazione e saggezza. Commise anche errori, ma non tali da portare a una sua emarginazione. Eppure i suoi leaders nel 1993 decisero di mutar nome e contenuti a quel partito (a imitazione dei mutamenti introdotti in altre formazioni politiche) rinominandolo popolare e subito decisero di non richiamarsi più alla dottrina della Chiesa e di “suicidarsi” confluendo in altre formazioni politiche, di destra laicista o di sinistra marxista, senza alcun riferimento alla matrice cristiana. E il mondo si chiede perché mai ciò sia avvenuto, se lo chiedono anche altre forze politiche, data la buona memoria storica che la DC aveva lasciato di sé.

Ora il tribunale ha espresso la Sentenza che in realtà quella DC non è mai spirata e che è tuttora viva. Una occasione nuova si presenta dunque ai cattolici che non intendano rinunciare a una diretta presenza politica. Ora è dunque tempo di rilanciare questa forza politica: anche perché nel paese trova espressione ogni impostazione culturale tranne quella cattolica: vi sono partiti marxisti e liberali, perfino quelli comunisti e che riprendono moduli autoritari… manca solo una posizione che si ispira alla dottrina della Chiesa.

E da molti anni il cittadino è costretto a una rigida polarizzazione, a un aut-aut tra una cosiddetta Destra e una cosiddetta Sinistra. E v’è una nuova formazione che (pur senza un chiaro orientamento: lo dice il nome stesso 5 Stelle che non ha contenuti politici precisi e riceve consensi da quanti non si sentono interpretati dagli attuali partiti): perché mai non offrire una scelta secondo una proposta organica e già collaudata nel corso della storia?

Può dirsi forse che quella proposta è stata bocciata dalla storia? No certo! La storia ha bocciato altri partiti, come quello socialista, che si estinse per mancanza di consensi, e quello comunista, che crollò per il crollo del regime sovietico al quale era indissolubilmente legato: donde i vari tentativi dei comunisti di ripresentarsi sotto altro nome: PDS, poi DS, infine PD… Ma la DC fu l’unico partito che non venne bocciato dalla storia né dall’intervento della magistratura (come accadde al PSI) né dagli elettori… Scomparve solo per la volontà suicida dei suoi dirigenti di allora, nel luglio 1993: cedendo alla imitazione di altri (i comunisti) che avevano mutato sigla. Ma ha lasciato nella memoria di moltissimi un positivo ricordo, di correttezza democratica e di buongoverno…

 

Giudizio storico sul Movimento cattolico in politica

 

a) Sul Partito Popolare

E’ vero che – come disse lo storico Chabod negli anni ’50 – il fatto nuovo della politica italiana nel XX secolo è la nascita del Movimento cattolico: ma dobbiamo convenire che non eccessivamente positiva fu la prima edizione di tale presenza. La quale, non ostante l’ottima qualità dei suoi componenti, fu segnata da uno spirito eversivo delle istituzioni vigenti gettandosi a capofitto contro l’equilibrato governo Giolitti e colpendolo al cuore su una questione di esile rilievo (la nominatività dei titoli bancari) aprendo la strada al fascismo ed entrando nel primo governo Mussolini (di concentrazione nazionale).

Con questo ho detto tutto quel che resta da dire su QUELLA esperienza (non prendo neppure in considerazione la questione dell’Aventino che era scelta giusta ma senza la fermezza che sarebbe stata necessaria e incamerando invece una denominazione di antifascismo senza averne i contenuti necessari).

E potrei anche chiudere su questa esperienza fallimentare del Partito Popolare... se non l'avessero POI rieditata altri cattolici i quali, autonominandosi anch'essi Partito Popolare con l'intenzione precisa di rifarsi a quella esperienza senza averne colto il limite, hanno voluto anche ripetere quello stesso iter del passato mettendo in crisi il governo Berlusconi (governo di moderati paragonabile forse a quello di Giolitti di allora) per appoggiare senza riserve il governo delle Sinistre. Determinanti, come allora: non già per sostituire a un governo laico uno cattolico, ma per avallare – nel nuovo come nel vecchio caso - formule ben distanti dalla tradizione cattolica. Ed esattamente così come Mussolini non poteva affermarsi senza l'appoggio dei cattolici, analogamente i DS del 1995 non potevano affermarsi senza l'appoggio dei cattolici, che glie la dettero attraverso la formazione dell'Ulivo, entro cui il nuovo Partito Popolare si dissolse, mettendo in tal modo la parola "fine" all'impegno cattolico in politica.

Questo è doveroso ricordare come fatto storico senza neppur dare giudizi in merito alla bontà dei singoli governi; però è un fatto che i cattolici nell'uno e nell'altro caso non hanno mirato né a governare né a correggere il governo altrui, bensì solo a far da sgabello ad altri, cioè a idee estranee a quelle di un movimento cattolico.

 

b) la Democrazia Cristiana: suo valore

Di ben più ampio respiro e di più elevato livello sociale e culturale e politico è stata l'operazione della Democrazia Cristiana, che merita ben altro giudizio storico. Che deve essere annunciato come positivo per l’intero Paese dal punto di vista della stabilità democratica, per la sincera e concreta difesa delle libertà, per il rispetto delle minoranze e delle opposizioni; per aver tenuto lontano gli insidiosi miraggi di regimi antiumani e di affermazioni di forza cui pur altre democrazie illustri si son fatte trascinare; e per aver creato le premesse della crescita economica del Paese e l'aver contribuito allo sviluppo civile di tutti gli italiani.

Il nome Democrazia cristiana non indicava un raggruppamento di “cristiani” ma un ideale cui tendere: verso una democrazia attuata secondo i principi e i metodi della tradizione cristiana, nella convinzione che solo in essi si realizzino condizioni di vita umane. Era un ritorno alle origini: a due valori forti, Cristianesimo e Democrazia (per i quali valgono ancor oggi le definizioni di Jacques Maritain nel saggio che porta questo titolo).

Il termine Democrazia è equivoco se non lo si qualifica: non ogni democrazia siamo disposti ad avallare, non quella giacobina, non le democrazie popolari dell'Est, non la democrazia borghese individualista, ma la democrazia pluralista che trova la sua definizione proprio nel pensiero cristiano. D'altra parte l'appellativo cristiana a qualificare una posizione politica sarebbe ambiguo se non fosse riferito unicamente al termine democrazia: infatti il cristianesimo ha avuto in politica varie espressioni (neoguelfismo, cristianesimo liberale, intransigentismo, ecc.) non tutte sottoscrivibili in pieno: e proprio per non creare equivoci i cattolici han voluto legare il richiamo al cristianesimo con quello alla democrazia. Cristiani sì ma democratici: ad accogliere il mondo moderno nelle sue migliori espressioni.

 

c) … e suoi limiti

Il giudizio positivo sui governi a guida democristiana dovrebbe essere considerato “categorico”.

Dobbiamo aggiungere però – a onor del vero - che molti furono gli errori compiuti dai democristiani: ne vedremo alcuni. Si riassumono nel non aver considerato talune conseguenze storiche poste dall'avvento della società moderna, e che sono sintetizzabili nella avvenuta scristianizzazione del nostro paese, visibile anche nella perdita di immagine subìta dalle nostre belle campagne e dalle nostre città, che vennero esteticamente degradate, segno evidente di elementi negativi di fondo, che non sono stati evidenziati con la cura necessaria. Ne parleremo. Ma deve dirsi già, a premessa, che questo scempio poteva essere evitato del tutto o almeno largamente corretto.

Il giudizio critico primario riguarda una certa difformità tra la gestione del potere da parte dei cattolici e i nobili principi che erano stati additati sia nelle "Idee ricostruttive " di Degasperi, sia nel coevo "Codice di Camaldoli" dell’estate 1943 (eppur non esattamente coincidenti).

La colpa di tale difformità non va però assegnata solo ai politici cattolici di allora ma all'intero mondo cattolico e, in primis, ai suoi prèsuli ecclesiastici. L'azione politica infatti è condizionata sempre da una tendenza della cultura di base presente nell’ambito sociale, dalle premesse sociali di questa: e occorre riconoscere che il mondo cattolico di base, quello delle parrocchie e delle diocesi, non ha approfondito, non ha riflettuto. L'errore evidente e massiccio da ciò conseguito è di aver trascurato ogni tipo di approfondimento culturale, e dunque ogni tipo di intervento decisivo, ogni riflessione attenta agli eventi, ogni idea di rispettare le premesse di fondo, quasi vi fosse una idiosincrasia verso le premesse culturali. Sì che il poderoso esercito organizzato nel Partito è stato privato dall’apporto di una classe intellettuale o almeno di una scheggia impegnata di essa. Tanto da rinunciare persino all’unico punto di riferimento davvero inossidabile, quello del Papa come capo della Chiesa e quale titolare della Santa Sede, elemento soprannazionale la cui importanza e la sua stessa nozione sfugge persino alla gran parte dei cattolici.

 

a) il fastidio per la cultura

Questo fastidio per la cultura ha portato in definitiva alla crisi dello stesso mondo cattolico impegnato in politica. L'esatto opposto di quel che “contemporaneamente” ha segnato il partito comunista da parte di Antonio Gramsci, la cui "via italiana al socialismo" seguita da Palmiro Togliatti (parallela e contrapposta alle Idee ricostruttive degasperiane) ha portato al balzo e al trionfo delle idee marxiste e al consolidamento progressivo del Partito comunista, non tanto e non solo elettoralmente parlando, quanto al modo di pensare e dunque al riferimento ai valori etici e giuridici e perciò alla mentalità comune del nostro paese. Basti pensare che un solo Partito ha prodotto una stampa uniforme e costruttiva nel 90% dell’editoria italiana (sì che la Mostra del libro italiano attuata in Francia da Berlusconi registrava il 98% di pubblicazioni prodotte dalla sinistra marxista): e congiuntamente il Partito Democrazia cristiana non ha saputo dar voce neppure ad una editrice (sì, una, ma con solo cinque titoli! Le “Cinque Lune” che non esprimono alcuna cultura di livello) e neppure a un giornale di partito che non fosse un bollettino, e neppure una rivista che avesse il suono di un accento cattolico.

Questi due diversi atteggiamenti sono specularmente inversi: la Democrazia cristiana ha perduto tutto perché non ha curato la cultura, il mondo comunista ha vinto tutto proprio perché l'ha curata. La cultura è stata intesa dai cattolici come un fatto da intellettuali, - che la DC non ha saputo mai esprimere dal suo seno - nel mondo marxista italiano invece la cultura è stata la premessa di ogni posizione politica.

 

 

b) l'ottusa contrapposizione

Il successo del movimento marxista nella conquista delle masse nel dopoguerra ha dato ai cattolici un grande alibi, questo: la necessità di fare Argine contro i Comunisti (attenzione, non contro le idee comuniste, ma contro le masse organizzate). Un alibi per nascondere l'indolenza del non far azione di cultura, vestendo armi e scudo da combattenti per la Croce. Una contrapposizione necessaria certamente, ma svolta in modo acritico e sostanzialmente ottuso, quindi fatalmente perdente. Incapace di parlare di valori, incapace di mettere a nudo gli altrui disvalori, ambigua nel coordinarsi alla difesa di disvalori (la difesa del padronato agricolo e della industrializzazione forzata e delle armi atlantiche e di tutto ciò che è USA). 

Nel 1948 questa contrapposizione di pura aggregazione di forze era giustificata dal fatto che il partito comunista si poggiava su uno Stato diverso e avverso, l'Unione Sovietica (nulla si faceva senza i precisi ordini di Stalin, questo il Bollettino di guerra di Togliatti), in una scelta di campo antinazionale che meglio poteva qualificarsi come Secessione e Intelligenza con lo straniero (e tale legame con il blocco sovietico rimase anche dopo di allora, fino alla estinzione dell'URSS).

Ma la giustificazione dell'argine al Comunismo come forza politica (non venne neppur in mente la sua forza morale e culturale) è stata spesso una scusa per la rinuncia a una più decisa politica sociale. Infatti per far argine al Comunismo si ricorse al fronte capitalista: questa la innaturale e colpevole debolezza dei Democristiani. La DC ha certo dovuto garantire stabilità in un dato quadro internazionale imposto a Yalta nel '45 dalle potenze vittoriose nella Guerra mondiale, cioè la spartizione tra Est e Ovest, e ha necessariamente optato per l'Occidente. Ma i cristiani non dovevano limitarsi a questo, dovevano offrire ben altro respiro; anche perché - come diceva il filosofo Augusto Del Noce - quando tu imposti la politica in funzione di "anti- (comunismo o fascismo)” sei sempre in una posizione di "battuta seconda", cioè dove il protagonista è l'altro, non sei tu.

Che cosa si sarebbe dovuto fare, allora? La cosa più semplice: informare sui crimini del comunismo reale, valutandoli alla luce dei valori di fondo avvertiti dai più semplici tra i comuni mortali; additare la inconciliabilità tra quelle posizioni e non solo con la dottrina cattolica ma con quelli della cultura civile. E, salvo la brevissima parentesi elettorale del 1948, né prima né dopo di essa si fece alcun cenno. Si parlò solo di crimini di Hitler, che peraltro era già sepolto, e non di crimini di Stalin, che era vivo e vegeto e presente nei suoi dipendenti italiani. Ci si alleò anzi con costoro, per salvare – si disse - non so quale Paese da non so quale Pericolo! Occorreva fare cultura spicciola, insomma, nei seminari e nelle scuole, nella carta stampata e negli altri mezzi di comunicazione di massa. Avvisare e denunciare. Dire almeno una parola sulle foibe del Carso (che continuarono per anni dopo la guerra e la pace) e non tacerne, come si è fatto invece, per mezzo secolo… e quale mai operaio – se da noi informato - avrebbe mai più osato innalzare, allora, la bandiera rossa inneggiando alla Libertà comunista? O avrebbe potuto osar associare negli inni la Libertà con il Comunismo? Occorreva svelare che Comunismo significa un bel No allo Sciopero e al Voto e un No al Sindacato: e non avremmo avuto l'insopportabile assurdità di sindacati che si richiamano al comunismo!

Venne invece detto soltanto che il comunismo attentava alla proprietà! E allora, quale mai maggior invito ai diseredati di iscriversi proprio a quel Partito? E' evidente che i maggiori propagandisti del partito comunista sono stati i democristiani che dicevano queste cose. E si chiamarono all'appello i Proprietari, e si fece lega con i Massoni, che perfino Mussolini aveva sconfitto e disperso senza sforzo… Se dunque c'è stato un partito suicida fin dal suo nascere, questo fu la DC, che per dir male del partito comunista lo ha esaltato come movimento antiproprietario e antimassonico.

Invece il Codice di Camaldoli aveva pensato in modo ben diverso. Si osservi che in esso non c'è nessun accenno al marxismo né ad altre ideologie, in quanto si tratta di un discorso tutto propositivo, mirante al protagonismo del mondo cattolico.

 

c) anni '50: la scelta industriale scristianizzante

Invece l'aver indicato quale problema centrale il "pericolo" alle proprietà da parte del comunismo avanzante è stato come rinunciare a una politica propositiva. Del resto, l'argine al comunismo che fu decretato non significava una vera lotta a quel sistema, in quanto contemporaneamente i democristiani della prima ora si improvvisarono come improvvida Sponda al comunismo stesso, agevolandolo e legittimandolo, nel fascio antifascista di comodo già nei governi postbellici e anche nelle amministrazioni comunali e provinciali, in un generoso quanto insensato regalo a quella cultura di morte. Lo si legittimò per non alimentare - si disse - la tensione all'interno del paese!... e stendendo il velo del silenzio sugli orrori dal comunismo commessi (e che si stavano commettendo) né si sa perché.

La lotta al comunismo venne concentrata solo nel suo aspetto teorico di aggressione alla proprietà privata... Nella rinuncia all'ampio programma di riforme sociali, si scelse di non utilizzare l'enorme fiducia che le masse avevano dato al partito cattolico; e si imboccò la via del “centrismo”, in una soluzione liberista nell'economia, precisamente antitetica a quella cristiana (attenzione! Non diversa o complementare ma antitetica: nella sua premessa all'edizione del "Codice di Camaldoli", Taviani spiegò come non sia possibile coniugare liberismo e cristianesimo).

E si lasciò che le forze del potere economico avviassero una industrializzazione massiccia e rapida e non regolata nei tempi e nei modi. Questo è il peccato grave della DC: si dimenticò delle sue scelte prioritarie di sostegno della civiltà contadina, si dimenticò delle campagne, non adottò provvidenze per lo sviluppo del settore agricolo, non lo confortò con la cultura, si vergognò anzi del mondo contadino: forse per non imitare la retorica fascista (che però era sacrosanta) delle campagne e della battaglia del grano (con la quale però Mussolini si conquistò il paese), ribadì anzi l'istintiva sudditanza dei contadini verso il mondo operaio e cittadino: quel senso di vergogna di essere i sacerdoti della terra!

Ne conseguì un avvilimento dell'agricoltura e di tutta la società legata alla terra, con l'esodo massiccio dalle campagne: e la conseguente scristianizzazione del Paese e di tutte le sue strutture e di tutti i suoi contenuti e di tutte le sue scelte. Destrutturare il sistema agricolo, infatti, significa colpire al cuore la civiltà contadina, cioè l'unica vera e coerente civiltà cristiana, frutto di secoli di missione della Chiesa, che aveva avallato e confortato l'intrinseca religiosità che la forza contadina possedeva già nell'ancestrale paganesimo.

Il che del resto era anche sconsiderato dal punto di vista di pura politica economica, perché ignorava che la campagna è il primo fattore di produzione, detto perciò in linguaggio economicistico Settore Primario (accanto alla produzione delle miniere). Di fronte a cui doveva esser messo il passo dell’industria, la quale dal punto di vista economico deve occupare solo un posto gregario alla prima, in quanto cura la trasformazione dei prodotti, e perciò è chiamato Settore Secondario.

E occorre che qualcuno ci spieghi che cosa significa Civiltà industriale, dal momento che è impossibile considerarla elemento basilare di civiltà in quanto ha bisogno di presentarsi come gregario alle campagne, in quanto è servizio di trasformazione di prodotti.

Eppure i nostri bravi cattolici (nessuno dei quali sapeva qualcosa di economia, dovendo rifarsi solo al mondo dei liberali, il quale - lo vedremo - era intimamente congiunto, su questo, con i marxisti) hanno preteso l’abiura del popolo contadino al suo settore primario e la sua conversione alla fabbrica operaia, alle macchine (e ciò dietro il modello laicista e insieme comunista, quello del martello accomunato alla falce). E vi furono pur intellettuali cattolici che osarono editare una rivista dal titolo “Civiltà delle Macchine”! Sì, erano “cattolici” nel senso che eran gente pia e devota (pur se da loro usciranno taluni dei più fanatici extraparlamentari corrivi al crimine, insomma assassini)…

E tutto ciò senza aver preparato una sostituzione, senza aver evangelizzato la Città, che venne consegnata alla fabbrica e ai suoi meccanismi atei, pensati e voluti dagli atei e sostenti da una filosofia atea non mai contrastata, sulla quale aveva potere onnipotente il verbo marxista.

E se pur la DC ha il merito di aver assicurato la stabilità dell'assetto democratico nella difesa delle libertà e nel tener lontani insidiosi miraggi di affermazioni di forza, tuttavia la funzione assunta da essa quale Argine al comunismo le ha fatto smarrire il programma originario. Anzi la DC varò essa stessa congiuntamente proprio gli obiettivi principali delle due massime ideologie avverse, cioè tanto del Capitalismo quanto delle Sinistre: l'industrializzazione sfrenata da una parte, dall’altra (ma congiunta con essa) la proletarizzazione. Ne conseguì un drastico svilimento della società contadina: e con l'adesione di quelle masse allo stereotipo della società consumistica metropolitana.

Anche le "partecipazioni statali" nel mercato produttivo - additate dal Codice di Camaldoli, che prese atto di una realtà nuova del secolo XX, e con intenti sociali - sono state realizzate senza un'etica economica – dobbiamo ammettere che l’economia non interessò i leaders democristiani, che infatti la appaltarono ai partners laici: donde il conseguente processo di corruzione. 

 

d) anni '60 et ss: la disastrosa opzione nazionalizzante senza senso dello Stato

Tuttavia, la DC fu riformista nella prima ora, tanto da provocare la reazione di destra (visibile nelle elezioni del 1951); ma quando poi, dopo la parentesi centrista del boom economico, si decise la svolta a sinistra – avvertita come “doverosa” per gestire socialmente le fonti di energia, con le nazionalizzazioni - da allora ogni riforma (come quella delle partecipazioni statali) è stata realizzata senza un adeguato controllo e senza un'etica economica che impedisse spartizioni di potere e processi di corruzione.

 

e) anni ’90 et sqq: la tragica privatizzazione

E tuttavia peggiore di quei processi di corruzione è l'attuale rinuncia (dagli anni ’80) alle partecipazioni statali, il riflusso totale nel privato. In questo campo tutte le tematiche di allora sono oggi cancellate dalla memoria del mondo cattolico, sì che le persone poste a guidare le industrie dello Stato sono quelle che hanno venduto le industrie di Stato: si veda il caso Romano Prodi, che inaugurò tale tendenza: Fiduciario dell'Amministrazione delle aziende statali, le ha al contrario smantellate, con svendita (sottocosto!) ai privati.

 

i tre problemi dimenticati dai cattolici

E non dobbiamo dimenticare che la DC non ha risposto alle maggiori sfide del mondo moderno con i valori cristiani cui pur intendeva rifarsi: le sfide cioè della pace, dell'ambiente, della partecipazione politica:

a) al problema della pace occorreva rispondere con l'abolizione del ricorso alla forza e con la scelta rigorosa della nonviolenza (il potente richiamo biblico "non ucciderai!");

b) al degrado ambientale doveva contrapporre una chiara scelta ecologica (il potente richiamo biblico "la Terra è di Dio!");

c) al dirigismo politico e alla sparizione delle autonomie doveva opporre una scelta di base civica e del mondo contadino, assicurando il Pluralismo di base cioè la reale Democrazia.

 

a) il problema della Pace

Il non avere detto una sola parola sul problema della pace è stata una inqualificabile vergogna, poiché si tratta proprio della "carta di riconoscimento" del cristiano (amare chi ci ama è da tutti, solo se sapremo amare i nemici, da questo saremo riconosciuti: parola di Gesù!). La nonviolenza è il cuore del Cristianesimo: ma in Italia gli obiettori di coscienza venivano condannati e privati dei dritti civili; e, se cattolici, ricevevano in aggiunta la solenne scomunica da parte della Chiesa. Avete letto bene: "scomunica" da parte della Chiesa ed "espulsione dai pubblici uffici" da parte dello Stato. E' successo questo proprio al sottoscritto, obiettore del 1965-66 (cioè dopo il famoso Concilio Ecumenico!): non solo condannato al carcere, ma privato della S. Messa e della Comunione per decreto dell'Ordinariato Militare (scomunica "latae sententiae" prevista specificamente e da sempre per gli obiettori); ed espulso dal Posto conseguito per Concorso nella Università di Roma quale Assistente di Ruolo. E dire che quel caso fu assai clamoroso... ma Nessuno fece caso a quelle due conseguenze, così gravide di significati da disonorare la società civile ed ecclesiale!

E quanto alla Nonviolenza, si tratta di un messaggio che il mondo cattolico non ha ancora assimilato: e ancor oggi si viene apertamente a giustificare nel mondo cattolico l'uso della forza e la pratica della guerra; né solo della guerra di difesa (come un tempo lontano) ma altresì la stessa guerra di intervento giudicato "umanitario": si pensi all'invasione del Kossovo, decisa all'insaputa del Paese dal Governo di Sinistra! I miei interventi su "Avvenire" (il giornale dei Vescovi) vennero prima irrisi dalla presentazione della Direzione, poi cestinati; e venne perfino giustificata la stessa “Guerra preventiva” quale misura contro il Terrorismo Internazionale (due volte in Iraq, e in Afghanistan, con violenze vili inaudite)... Tanto che la nonviolenza, scartata dal mondo cattolico ufficiale (quello delle parrocchie e della stampa cattolica), ha dovuto emigrare e approdare ad altri lidi: prima presso i Radicali, che la storpiarono, poi perfino tra i Comunisti, addirittura tra quelli di Rifondazione, di Bertinotti, i quali perciò la ridicolizzarono avendo essi congiuntamente lo sguardo fermo a Fidel Castro e al Ché Guevara dopo avere sostenuto i regimi di morte marxisti in tutto il mondo (anche attraverso l'ampio sostegno dei Sindacati  mondiali che premiavano con i Premi della Pace il Mengistu etiopico sterminatore di milioni di connazionali etiopi). Così quello che era un punto di identificazione del cristiano - la Nonviolenza - ha finito per divenire bandiera di partiti e movimenti che hanno a loro fondamento l'uso sistematico della violenza.

 

b) il problema dell'Ambiente

Il non aver detto il mondo cattolico una sola parola sulla difesa dell'ambiente ha fatto sì che l'Ambientalismo fosse una bandiera diversa e sostanzialmente acattolica (laica anticristiana) con i Verdi (né servì l’ottimo cattolico Alex Langer per riscattare una tale anima), che nell'agire politico sono poi subito franati, immiserendo essi stessi il grande tema ecologico e mettendosi a ruota dei comunisti (quanto di vero nella battuta andreottiana delle angurie, verdi all'esterno ma rosse all'interno!). E nulla si è fatto (nulla i Verdi hanno fatto) né contro la violenza nelle campagne (non si è urlato contro le stalle moderne ove le mucche sono tenute imprigionate, né contro i moderni lager del pollame di allevamento; né contro la costrizione assurda degli alberi da frutta schiacciati a lame sottili per consentire la raccolta rapida con le macchine!), né contro il gravissimo problema dell'elettrosmog, lasciando che le antenne per i telefoni cellulari svettassero sulle case al centro delle città, portando continuo nocumento alla salute e perfino frequentemente la morte.

 

c) il problema delle Autonomie

Il non avere i cattolici detto una parola sulle autonomie civiche e sul mondo delle comunità agrarie è stato ancor più strano. Infatti, mentre per gli altri due princìpi, pur patrimonio genuinamente cristiano, non si poteva invocare alcun precedente programma politico (davvero i cattolici non sono mai stati pacifisti nella loro storia, davvero non hanno mai saputo neppur cos'è l'ambientalismo, e ciò pur nel loro antico amore per le campagne), invece l’argomento delle autonomie (su cui forse non potranno citarsi riferimenti evangelici) è stato proprio un cavallo di battaglia del Movimento cattolico, anzi della plurisecolare tradizione cattolica. Fin dalla società medievale, il cui cosmo è stato costruito proprio dalla Chiesa sulle autonomie di base, fino alla difesa delle autonomie contro l'avanzata protestante che le distruggeva (il famoso contrasto tra cantoni contadini cattolici e zone industrial/commerciali dei Riformati, intelligentemente individuato da Max Weber). E vi fu quella "avanzata congiunta" del Re e della Borghesia che chiamano Assolutismo: e tutto ciò preparava la destrutturazione delle campagne e la imposizione delle enclosures (recinzione dei campi e l'uso esclusivo della proprietà da parte dei borghesi e l'estromissione dei contadini da quelle terre in cui essi erano stati per lunghi secoli i conduttori diretti, o "direttari"): donde la tragedia della industrializzazione e della nascita del proletariato.

Ed è stata, quella delle autonomie, una lotta che definì l'identità politica e culturale del mondo cattolico contro i moderni Leviathani: si pensi al coraggio dei Gesuiti del '700 nelle “Riduzioni” del Paraguay, coraggio evangelico pagato addirittura con la censura papale/massonica/giansenista e la abolizione della stessa Compagnia di Gesù: il più vergognoso disarmo in cui il papato – del francescano marchigiano Clemente XIV - ridusse la Chiesa nei confronti del mondo borghese, esponendola agli imminenti assalti di questo nella stagione dei Sovrani detti "illuminati" e della Rivoluzione francese). E si pensi alla resistenza cattolica contro i Giacobini (i cattolici della Vandea contro il Giacobinismo di Parigi); fino alla smagliante prova di resistenza della Chiesa dell'Ottocento (contro quel tipo di Risorgimento che fu in realtà una piemontesizzazione della penisola…).

E ancora: l'età del Non éxpedit del beato Pio IX (il Papa Martire) e poi quella delle Leghe Bianche e della difesa delle comunità naturali e degli usi civici: dalle geniali idee del Toniolo (irrise allora, e ancor oggi, da tanti cattoliberali). E don Luigi Sturzo, che puntò sulle autonomie, ribadite dal Codice di Camaldoli, con uno sforzo che giunse a dar impronta alla Costituzione proprio in quegli articoli ove più forte si fece sentire l'influsso dei cattolici.

Ma la paura del comunismo ha fatto dimenticare questa gloriosa storia del Movimento cattolico e la tematica delle autonomie civiche e rurali come punto di riferimento e come obiettivo politico: tutto dimenticato da quel professionisti cattolici della politica affascinati dal pensiero laico liberale e ... innamorati del Centralismo Statale nel secondo Dopoguerra.

Così questa bandiera delle autonomie è passata in mani altrui:

a) in parte in quella dei Socialcomunisti, i quali, dopo aver fieramente avversato le autonomie regionali (anni 1948-51), poi, dopo il proprio successo alle elezioni comunali del 1951 (dovuto anche alle disattente parrocchie vogliose di ostentare carità e che non tennero conto del bando emesso nel '49 dal papa con la scomunica ai comunisti e ai loro fiancheggiatori) puntarono sulle autonomie regionali come via al controllo - totale e veramente squadrista, ma in modo totalizzante - del potere locale;

b) in parte, a scoppio ritardato (anni '80-'90), nelle mani della Lega (Lombarda e Bergumista) e della Liga (Veneta): si tratta di versioni diverse, si sa, dalla tematica originaria, ma che non sarebbero neppur nate se fossero stati i cattolici a interpretare l'idea delle autonomie e a darne il significato forte originario.

... Strano a dirsi, il Meridione non espresse quelle tematiche, che pur potevano dar soluzione a molti suoi mali. E non lo fece perché - dopo essere stato avvilito dal Risorgimento e nell'Unità d'Italia – esso si pose come Blocco di fronte allo Stato con atteggiamento di Creditore, a pretendere un intervento speciale continuo, avendo il Meridione stesso assunto mentalità unitaria statalista (anziché di regionalismo nel quale aveva fino allora contato); consegnandosi quindi, per le soluzioni di base locali, alla rinata Mafia.

E si pensi al disinteresse dei politici cattolici per le autonomie linguistiche: si limitarono a ratificarle solo in Val d'Aosta e in Alto Adige: ricevendone solo in quest’ultima gratitudine: la Suedtiroeler Volkspartei fu sempre alleata fedele della DC, al contrario della Union Valdotaine, inossidabile cellula comunista (ma invero qui non vi fu difesa di autonomie, poiché quel valdostano è l’unica lingua esistente nella piccola regione).

 

urgenza di riprendere questi temi

Quelle tre grandi tematiche dimenticate dai cattolici occorre invece riprendere in un rilancio ampio, quale bandiera del cattolicesimo politico, sicuri anche di incontrare le attese dei più, perché si tratta di tematiche oggi più convocanti di quanto lo furono nel passato, se abbiamo la forza di depurarle da improprie deviazioni e farne capire invece il senso rivoluzionario rispetto all'attuale modulo di vita.

 

"scelta religiosa" e abominio della desolazione

 

Dunque va detto e ribadito questo giudizio storico obiettivo: il mondo politico cattolico - vittorioso alle urne e in una difesa delle istituzioni, che ha sempre saputo onorare con imparzialità - nel suo complesso però ha ceduto: e su un punto importante, proprio nella difesa dei valori morali, e lo fece proprio nella sua apertura sociale al mondo laico, negli anni ’60 e ‘70… Donde la libera pornografia, che è attentato palese alla costituzione - ma non ho visto molti stracciarsi le vesti: forse per paura di esser considerati "retrogradi"? - e divorzio, e aborto, e liberalizzazione di droghe, e un attacco al valore della famiglia e in generale alla cattolicità in ogni sua dimensione... in una con l’attacco ai valori della Tradizione comunque, anche della tradizione accettata dal blocco marxista.

E il mondo cattolico (quasi per invasamento) optò per una "scelta religiosa"! E’ la famosa scelta dell'Azione Cattolica di Carlo Carretto e soprattutto di Vittorio Bachelet, e delle ACLI (il mondo sindacale cattolico) di Gabaglio... E così il mondo cattolico organizzato di base non si fece più sentire in sede politica… E proprio quel che Mussolini volle nel 1930 (che l'Azione Cattolica non si occupasse di politica), cui fieramente rispose il papa Pio XI con la secca enciclica "Non abbiamo bisogno", si è così d'un tratto realizzato trent'anni dopo, senza che nessun potere laico lo avesse richiesto: e in regime di totale rispetto del diritto di parola e di azione… Un suicidio politico, insomma! La Scelta religiosa è certamente il fatto più grave in assoluto: ha causato la vera morte del mondo cattolico tout-court.

Così si lasciò che la DC agisse avulsa dal mondo cattolico. E questo (sulla scia della tesi della unità politica dei cattolici) continuò a funzionare solo come serbatoio di voti nei momenti elettorali, ma anche in quei momenti disinteressandosi del partito, senza cioè più indicare alla DC (unico partito di riferimento) le persone da candidare: il che invece la DC chiedeva alle diocesi. Era doveroso che il mondo cattolico provvedesse il suo Partito di persone generose e valide che garantissero la difesa dei princìpi cristiani. Non lo fece: lasciò così la politica ai politici; creò compartimenti stagni tra parrocchia e partito, credendo in ciò di far azione moralmente encomiabile!

Con il risultato di una grave caduta di tensione morale sia nel Partito perché non più impegnato ad attuare principi cristiani esplicitati, sia nel mondo cattolico perché non più stimolato, questo, a responsabilizzarsi di fronte alle scelte politiche.

Che cosa facesse poi questo mondo cattolico disinteressato alla politica, che cosa facesse nella sua sbandierata "scelta religiosa", non si sa, dal momento che proprio allora le parrocchie si spogliavano del loro ruolo di espressione sociale: e distruggevano le loro attrezzature sportive e chiudevano oratori e teatrini e sale cinematografiche e vendevano terreni e le chiese stesse. Così le diocesi si spogliavano oltre che di arredi sacri (rifornendo i mercati antiquari) e vasti terreni e cappelle e chiese (trasformandole in magazzini e negozi - proprio come nelle requisizioni giacobine e napoleoniche, anzi in modo più vasto - anche di attività secolari, enti assistenziali, campi da gioco, cinema, teatri, operando proprio l'avvento di quella Desolazione prevista dal profeta Daniele, "l'abominio della desolazione" attuato nella stessa Casa del Signore. E la gioventù allora, non più convocata negli spazi parrocchiali, si avviava alle Discoteche, ad assorbire fumo e rumore e sesso e droga e morte.

 

il suicidio della DC

Da un certo punto, negli anni '70, dopo la questione del Referendum per il divorzio, si pensò alla Riforma della DC: ad andare a recuperare quello che era stato perduto. E si pensò ad una Ricostruzione, ad una Rifondazione della DC... Ma non si trovarono persone adatte né programmi perché tale ripensamento era ben lungi dall’essere approfondito: e poi una vera ricostruzione non vi fu, eppure permase il discorso di una Rifondazione.

E dopo anni di passività nel Pentapartito, ecco alfine la grande idea di "rifondazione" in che cosa consistè: si decise di togliere di mezzo quel simbolo e quella denominazione, rinunciare allo scudo crociato (e anzi alla stessa formula di un partito cattolico).

Ciò per imitazione dal PCI, che era diventato PDS (Partito Democratico di Sinistra). Eppure la differenza era grande: il partito comunista, essendosi appoggiato unicamente all'URSS ed essendo quella esperienza storica risultata fallimentare, doveva, per sopravvivere dinanzi all’elettorato senza smascherarsi né riconvertirsi, doveva dunque travestirsi! doveva registrare il venir meno di una grande illusione, che durava dall'ottobre del '17. Svelata la grande bugia, il partito non poteva presentarsi dinanzi ai suoi elettori senza esserne sbugiardato. Di qui il travaglio che lo ha attraversato portandolo al mutamento del Nome. Ma la DC non aveva quel tipo di colpe da rimproverarsi: i suoi errori erano di inadeguatezza personale di singoli politici o gruppi ai principi cristiani, ma quegli ideali non sono stati trovati carenti o contraddittori o bugiardi. Né l'elettorato era stanco della DC, bensì di talune persone che - spesso per comportamento non del tutto conforme al Vangelo - l'hanno interpretata e sono apparse inadeguate a quel simbolo.

Ma i segretari politici di allora (il rigoroso riformista Martinazzoli, con il suo partner o clown Buttiglione) e talune Giovanne d'Arco improvvisate (la Bindi e la Martini e la Jervolino ecc.) condotte da un Gesuita famoso e saccente (padre Bartolomeo Sorge) sentenziarono che la DC dovesse fare harachiri. Ed ecco, nel '93 la DC sparire, per tentare - trasformandosi - di acquistare nuove posizioni di potere; ma questa stupidità di fondo, ignorante di ciò che era l’animo e l’attesa delle masse deluse, da allora è sparita per sempre, e con essa il mondo cattolico che fa politica.

 

sul fiato corto del nuovo Partito Popolare

Per giudicare del riedito Partito Popolare occorre esaminare quanto esso fece nella prima azione da questo compiuta. Siamo nel 1994. Era giunto il momento fecondo in cui i cattolici, parzialmente sconfitti alle urne, potevano (per la prima volta in cinquant'anni) rimaner fuori dal governo, a ripensare i valori politici di base, attenti a intervenire su questioni fondamentali. Invece il Partito Popolare - che aveva tutti i voti di quel che restava della DC, cioè di quanti credono all'impegno politico unitario dei cattolici - ha voluto rientrare nel gioco politico per poter contare di più, mutando alleati senza preavvertirne gli elettori. E in un paese ove una situazione economica disastrata stava per venire sanata, ha aperto senza scrupoli una crisi al buio, senza uno stato di necessità, freddamente, con premeditazione. Dicembre 1994!

Il PPI aveva promesso, per bocca di Martinazzoli, di fronte al governo Berlusconi del 1994, una "opposizione diversa": attendere e vigilare, appoggiare le misure socialmente condivisibili, opporsi alle altre. Invece ha impedito che si governasse; né ha frenato i decreti demagogici sulla Scuola o la corsa alle privatizzazioni, ma si è unito al coro contro provvedimenti di rigore miranti a eliminare gli sprechi. Anziché preoccuparsi della ripresa della occupazione, ha lottato contro gli spot televisivi, invocato leggi antitrust. Se almeno avesse denunciato le indecenze che la TV di Stato propinava; se avesse difeso il buoncostume e la cultura! Invece ha speculato sul dissidio interno alla maggioranza, agendo in concerto con forze (Lega e PDS) fino a ieri dichiaratesi estranee l’una all’altra. Così questo partito, nato dalla DC senza quel dibattito interno che pur caratterizzò il PCI (nella analoga decisione, di tramutarsi in PDS); e che, rinnegando cinquant'anni di esperienza di una cristiana democrazia, si è denominato Partito Popolare, ha già ripetuto l'errore di tre quarti di secolo prima, quando il PPI di allora affossò il governo Giolitti e tutta l'esperienza liberale per poi appoggiare il governo Mussolini: rifiutò cioè un governo non ottimale (Berlusconi) per accettarne uno pessimo, mostrando impazienza nell'agire e incertezza nei valori.

 

Per una Democrazia Cristiana

La Democrazia Cristiana è l'unico partito che non è morto per aver registrato la sua fine storica ma solo per suicidio da parte dei suoi componenti. Essa non aveva denominazione di Partito, cioè non voleva rappresentare "una parte" del popolo, ma indicare una Mèta, ponendo insieme le due grandi parole del nostro tempo, "democrazia" e "cristianesimo". Lungi dall'essere un "partito dei cattolici" - come invece in molti esperimenti di cattolici sedicenti avanzati: "Cattolici per il Socialismo", "Cattolici popolari" ecc. - si orientava però su quei due valori che, messi insieme, erano nelle attese di tutti, perché a tutti sta a cuore che la società realizzi l'uguaglianza nella libertà. Dunque non una democrazia "di cristiani" bensì una “Democrazia "cristiana", cioè che ha ad obiettivo i principi etici politici del Cristianesimo. Il nome non è questione secondaria: i nomi dipendono dalle cose e ne sono oggettivazione ("nomina sunt consequentia rerum"), come il pensiero cristiano ha affermato contro il nominalismo di sempre.

Ma come si può recuperare il patrimonio ideale cattolico buttando a mare questa forte indicazione del nome? Non sono falliti i grandi ideali Democrazia e Cristianesimo; è fallita invece una politica legata a interessi di gruppi egemoni, che, incurante del programma democratico e cristiano, ha fatto scelte liberiste e laiciste: in perfetta contraddizione con gli ideali di fondo. Invece il mutamento di nome indusse a pensare che fosse sbagliato puntare sull'ideale democratico, e sbagliato richiamare la politica ai principi cristiani. Se si toglie l'etichetta "cristiana", con quale coraggio mai osare presentarsi al mondo cattolico da parte di un cattolico che voglia far politica: e in qual modo distinguersi da altri partiti? I partiti si riconoscono non solo dai programmi su singole cose da fare, ma soprattutto dai programmi orientati a determinati princìpi.

E Democrazia cristiana è nome più antico di Partito popolare, nacque assai prima e su idee di una tradizione cattolica già attivamente operante nella società civile. Quando poi i cattolici scesero in campo nel primo dopoguerra non poterono usare quel nome antico perché ciò era osteggiato in ambienti ecclesiastici: e si scelse la formula Partito popolare per indicare che la cattolicità entrava in campo contro la società dei notabili, scegliendo le esigenze degli ultimi. Oggi che la società è mutata e non è più solo una espressione di notabili, non ha senso chiamarsi "popolare".

Di estremo significato invece è dire: ci schieriamo con tutte le forze che intendono la politica come realizzazione degli assetti democratici; ci schieriamo per illustrare la grande novità e attualità della dottrina politica cristiana: l'unica organica dottrina politica esistente. E mentre proporre il Partito popolare significò indicare un’esperienza tramontata e non del tutto felice (che nell'impatto con il fascismo si autodistrusse), richiamarsi alla DC significa invece riandare a una esperienza storica che, con tutti gli errori (e con la rabbia che ha creato nelle masse fedeli e non interpretate), ha rappresentato un punto fermo nella stabilità e nella crescita civile del paese.

E oggi che sappiamo dalla Magistratura che la DC non è morta – il suo harakiri fu solo un “tentativo di suicidio” – possiamo cogliere l’occasione storica di pensare a una politica tale da riproporre la dottrina sociale cristiana, senza la pretesa di essere l’unico partito a interpretarla, ma con la speranza di offrire al Paese una prospettiva popolo verso un futuro di prosperità e di libertà e di pace.

 

Fabrizio Fabbrini

 

 

Spero che dopo questa prima pillola omeopatica non vogliate rifiutare la seconda, che vi somministrerò tra breve.

ff

 


A 39 anni dalla uccisione di ALDO MORO per mano delle BR
Postato da admin [09/05/2017 19:56]


A 39 ANNI DALLA  UCCISIONE DI ALDO MORO PER MANO DELLE BRIGATE ROSSE

 In questo tempo segnato dall’antipolitica devastante  abbiamo la convinzione che sia quanto mai prezioso attingere alla testimonianza e alla lezione di uomini politici come Aldo Moro la cui parabola umana può riconciliare con la nobiltà e grandezza della politica,  un tipo di politica che possa essere come “parte dell’amore”, come diceva Moro stesso. Quell’impegno pubblico inteso come la più alta forma della carità, come diceva Paolo VI,  come tutti sanno particolarmente vicino allo statista pugliese. Una rilettura dello statista di Maglie, figlio di genitori insegnanti, a sua volta “maestro”, rapito il 16 marzo poi barbaramente ucciso 9 maggio 1978 , come uomo e come politico, può essere oggi opportuna per quei giovani,  nati dopo la sua morte, che se correttamente informati possano arrivare a nutrire una dimensione "altra" ed “alta” di quella memoria, segnata da questa ormai non breve distanza, da un  evento tragico che ha caratterizzato la vita e le vicende successive della comunità nazionale. A questo proposito desideriamo riprendere alcune riflessioni da un volume stampato  da una piccola ma coraggiosa casa editrice di Roma, Eurilink, per la penna di Lucio D’ Ubaldo, esponente del Partito Popolare di Martinazzoli, dal titolo significativo “Aldo Moro: la vanità della forza”. Si tratta di un raccolta degli articoli (46 in tutto) che Aldo Moro pubblicò su “La Rassegna” di Bari, nell’arco del biennio 1943- 1945,  già pubblicata fuori commercio dall’ Università di Bari nel 1988. Forse un titolo aggressivo del tipo “Quando Moro non era (ancora) democristiano” avrebbe garantito all’insieme di questi contributi sparsi una maggiore efficacia evocativa ed anche una più larga diffusione editoriale. La loro lettura rivela il disagio o, più precisamente, l’insoddisfazione del giovane intellettuale cattolico per la fragilità della ripresa democratica, il vero cruccio per la crisi spirituale e politica del Paese, i segni di delusione per le incongruenze che sfibrano le scelte politiche del dopoguerra, anche ad opera delle nazioni vincitrici. Moro sorprende per lucidità di analisi e libertà di pensiero, come, ad esempio, agli inizi del 1945, quando risuona alto il suo “perché siamo all’opposizione”. È severo nel giudicare uomini e fatti. Non tiene nascosta neppure la critica a un certo modo di essere dell’antifascismo: in lui prevale un’esigenza di purezza e verità, che trapassa nella speranza di veder edificata la nuova democrazia su principi di rigore morale e umanità. In questa produzione giornalistica, giocata a tutto campo e sull’onda di determinate emergenze. Moro riversa la sua preparazione giuridica - per la quale aveva già ottenuto la libera docenza presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Ateneo barese - e la sensibilità, religiosa e sociale, di una generazione cattolica, cresciuta all’ombra della Chiesa di due grandi Papi: Pio XI e, soprattutto, Pio XII. Il titolo scelto per questo volume riprende una testuale espressione di Moro: la “vanità della forza”. Con essa si viene a identificare la tragica dialettica che avvolge la guerra, il cui sviluppo, affidato alla potenza delle armi e alla volontà di dominio sul mondo, non porta di solito a compimento le nobili premesse della giustizia e della libertà. È lecito, tuttavia, arguire come, sulla scorta di questo ragionamento, la vanità non si debba rintracciare nella sola dimensione straordinaria del conflitto armato, quanto piuttosto nella stessa normalità della vita politica. Ciò avviene, in conclusione, quando il bene comune e i valori della dignità umana perdono la loro centralità, sicché la lotta democratica declina fatalmente nella pretesa di misurare ogni cosa sulla base dei rapporti di forza, divenendo in assenza della giustizia un’espressione di “dura prepotenza”. Ecco perché, in conclusione,  proprio oggi abbiamo bisogno di conoscere, apprezzare e, se possibile, seguire il pensiero di Moro, in un’ epoca in cui, a partire dalla nostra Italia, non c’ è giorno in cui non ci sia uno scontro, un attacco violento, una valutazione superficiale fra le varie parti politiche in gioco, quando invece avremmo bisogno di un confronto pacato, di analisi approfondite e non strumentali, di uno sforzo corale di mediazione e di ricerca dei punti comuni, per un avvenire meno incerto e convulso del nostro Paese. Luigi Bottazzi

 


IMPORTANZA DELLA DOTTRINA PER L'AZIONE POLITICA DEI CATTOLICI
Postato da admin [09/02/2017 21:02]

La “Dottrina sociale della Chiesa”, come dice la stessa espressione, è una “dottrina”. Per molto tempo, però, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta, molti contestavano questo termine e cercavano di sostituirlo con altri, come per esempio “Insegnamento” sociale della Chiesa, oppure “Discorso” sociale della Chiesa. La parola dottrina, si diceva, è inadatta ad esprimere bene il concetto. Il principale argomento a sostegno di questa critica era che il termine “dottrina” era ritenuto astratto, teorico, deduttivo, mentre la vita sociale e politica era considerata concreta, sempre nuova, induttiva. L’uso del termine “dottrina” lasciava intendere ancora il metodo di partire dall’alto anziché dal basso, dai principi di per sé lontani dalla concretezza della realtà, dall’intellettualismo delle formule. Il percorso doveva invece avvenire al contrario, dalle situazioni umane, dai bisogni, dalle condizioni storiche di ingiustizia e di povertà bisognava partire per elaborare nuovi orizzonti dottrinali capaci di far progredire la prassi di giustizia e di pace. Questo discorso era sostenuto da diverse correnti teologiche secondo le quali il rapporto tra teoria e pratica doveva essere rovesciato, altrimenti – si sosteneva – il messaggio cristiano risulta incomprensibile, appunto perché calato dall’alto dentro una situazione umana ad esso estranea.

Alla fine, però, nessuno di questi tentativi conseguì dei risultati. I termini “insegnamento” o “discorso”, data la loro strumentalità, vennero abbandonati, il magistero ha continuato a parlare di “Dottrina” sociale della Chiesa ed oggi questa è ancora l’espressione adoperata da tutti, anche da coloro che non hanno nel frattempo perso l’abitudine di contestarla. Si è verificato, piuttosto, un fatto nuovo. Nessuno oggi propone più di sostituire l’espressione che contiene al proprio interno il termine “dottrina”, però gli atteggiamenti sono messi in atto come se quel termine non ci fosse. Non lo si contesta più direttamente, ma lo si aggira indirettamente, non si nega più la sua legittimità di diritto ma la si elude con il comportamento di fatto.

Questo è evidente soprattutto nel mondo di insegnare la Dottrina sociale della Chiesa, laddove ancora essa venga insegnata. Spesso i riferimenti dottrinali vengono semplicemente accennati, mentre si passa subito al discernimento pratico davanti ai problemi concreti, si passa subito alla prassi. Oppure, dopo un breve accenno alla dottrina, si parte dalla analisi della situazione fatta con l’ausilio delle scienze sociali e, da qui, si punta poi alla prassi. Di solito viene chiamato metodo “induttivo”, che vorrebbe recuperare in un secondo momento la dottrina ma invece la lascia in disparte. Un altro modo per aggirare l’ostacolo della dottrina è di partire dalla persona. Non da Dio ma dall’uomo. Poi si passa alla prassi. Questo fare a meno della dottrina non viene però più dichiarato, perché sarebbe una nuova forma di dottrina, viene praticato invece di fatto. Per questo oggi l’espressione “Dottrina sociale della Chiesa” viene formalmente rispettata ma praticamente negata.

Devo chiarire, però, cosa intendo quando uso la parola “dottrina” nell’ambito della Dottrina sociale della Chiesa. La Dottrina sociale della Chiesa è “teologia” (e non primariamente antropologia, sociologia o prassi). Inoltre essa si inserisce nella tradizione della Chiesa in quanto è parte essenziale della sua missione. Come tale, la Dottrina sociale porta con sé tutto il bagaglio della dottrina della fede rivelata, il suo punto di vista non è “l’etica della situazione” ma la fede apostolica. La dogmatica cattolica fa quindi da sfondo e sostanza alla Dottrina sociale della Chiesa. Questo intendo per “dottrina”, dato che è proprio su tutto ciò che si fondano i “principi di riflessione”, i “criteri di giudizio” ed anche le “direttive d’azione” della Dottrina sociale della Chiesa. Insegnarla partendo dalla situazione sociologica e andando direttamente alla prassi è quindi un errore, perché si tagliano fuori i suoi fondamenti.

I documenti sociali del magistero non hanno nessun dubbio che la Dottrina sociale della Chiesa sia “per la pratica”. Ma pensano che la pratica debba essere illuminata dalla dottrina e non viceversa, dato che non può essere un puro (e cieco) fare. E pensano anche che la dottrina non debba essere intesa come astratta o teorica, come una premessa di un sillogismo oppure un assioma di geometria. Chi critica la dottrina spesso compie questo errore. Non solo la pratica è vita, ma anche la dottrina è vita, anzi lo è in massimo grado al punto che la stessa pratica prende vita da essa, dalla dottrina. La dottrina permette di vedere la concretezza della realtà meglio delle stesse scienze sociali. Fu la dottrina a permettere a Leone XIII di gettare un profondo sguardo sulla realtà sociale del suo tempo e non le indagini sociologiche. Fu la dottrina a permettere a Giovanni Paolo II di vedere a fondo i cambiamenti legati al crollo del muro di Berlino e non le analisi dei politologi del tempo. La dottrina ci dice la realtà, la realtà soprannaturale che Dio ci ha provvidenzialmente rivelato e, per riflesso, la realtà naturale che proprio da quella viene illuminata. Gesù Cristo è la Dottrina della Chiesa. Egli, che è la Verità, ci ha dato delle verità e ci ha indicato dei doveri, non come dei gioghi insopportabili, ma come espressioni del suo progetto d’amore. E ci ha dato anche l’aiuto spirituale per sopportarli e viverli. La Dottrina è viva e vivificante.

Oggi si nota una considerevole frammentazione dell’impegno pratico dei cattolici. Si vede che la prassi che inizia dalla prassi e non dalla dottrina disarticola l’impegno cristiano in mille rivoli, anche contraddittori tra loro, purtroppo, ed anche incoerenti con le premesse della fede. Nella pratica spesso i cattolici combattono per battaglie che non sono loro proprie ma di altri, anzi che sono addirittura contro la Chiesa. Notiamo sbagli di valutazione religiosa e morale molto preoccupanti, militanze in eserciti che combattono sotto altre bandiere, prassi ispirate a teorie consolatorie del “minor male”, collaborazione con altri in vista di scopi prossimi senza tenere conto di quelli remoti, sottovalutazioni di mali e pericoli per la fede.

Del resto si può capire che, senza un quadro di senso completo ed organico costituto dalla dottrina, anche gli interventi pratici perdano di unitarietà di prospettiva. Viene meno la strategia. Si pensa più a intervenire praticamente sul singolo problema acuto ed emergente piuttosto che lavorare a lungo termine e sui diversi piani per “costruire” una comunità umana secondo il progetto di Dio. Si pensa che il cattolico debba tamponare, suturare, medicare, ma non lo si ritiene più in grado di pensare organicamente per poi anche agire organicamente. Se dalla fede deriva solo una prassi, il cattolico deve operare qui e ora nei confronti del bisogno senza chiedersi tanti perché, ma se dalla fede deriva una dottrina, il cattolico ha uno sguardo sulla realtà che gli permette di agire per recuperarla nella sua funzionalità complessiva. La Dottrina sociale della Chiesa è per la pratica, ma intesa in questo senso, non corto ma lungo, non estemporaneo ma costruttivo. Per questo essa non può cessare di essere “Dottrina” sociale della Chiesa.

Mons. Giampaolo Crepaldi


 

 


Qui ad Atene noi facciamo così
Postato da admin [18/05/2016 19:34]


Per fare capire della nostra attuale e drammatica condizione di civiltà, non più democratica e non più etica, ma estremamente progredita e avanzata per le tecnologie e le loro applicazioni in tutti i campi, riporto, come metafora, un pensiero di Pericle (Colargo, 495 a.C. circa – Atene, 429 a.C.) nell'antica Grecia, maestra di civiltà 



                Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell'eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l'uno dell'altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell'Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.



È forse questa la nuova sfida: 

riportare l'Etica nella società, in generale, e nella politica, in particolare. 

Ripristinare l'equilibrio rotto tra Politica ed Economia/Finanza con quest'ultima che fissa gli obiettivi e comanda sulla politica che è del tutto succube. 

Riportare l'Etica nell'equilibrio del principio del NOMA (Non Overlapping Magisteria), come è stato per secoli.

Ripristinare le regole della legge Glass- Stegall Act la cui eliminazione da parte di Bill Clinton Presidente USA, ha permesso l'invasione per trilioni di dollari di una moneta virtuale (derivati- futures) da parte delle banche commerciali e finanziarie.


Antonino Giannone

Vice Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti)

Inviato da iPhone

 


Intervento di Antonio Fazio al convegno di Trento
Postato da admin [30/03/2016 19:28]

Intervento di Antonio Fazio al convegno organizzato nell’ambito dell’evento "100 anni dalla Grande Guerra - La contesa del Monte Melino". Teatro Sociale di Trento.

Sono interventi: Antonio Fazio, economista, Governatore della Banca d’Italia dal  1993 al 2005; Michael Ebner, presidente della Camera di Commercio di Bolzano e vicepresidente dell’Associazione Europa; Carlo Dellasega, direttore generale della Federazione Trentina della Cooperazione.

 

Antonio Fazio, economista, Governatore della Banca d’Italia dal  1993 al 2005

 

Quando il mio amico, di antica data, Ivo Tarolli, mi ha parlato di questa iniziativa sono stato esitante; poi ho riflettuto: credo che si possa discutere di alcune questioni che preoccupano molti cittadini italiani e di altri paesi dell’Europa.

Sono venuto per fare  una lezione, ma anche  per imparare. Hoascoltato due ottime relazioni, quella del dottor Dellasega e quella del dottor Ebner, su argomenti specifici, ma  di rilievo.

Il problema dell’Europa, concordo pienamente con loro, esiste ed è serio;  c’è un problema grave di  disoccupazione e sotto-occupazione: la principale fonte di disuguaglianza sociale e di ancora non completamente espresse conseguenze politiche. Ricordo di averne parlato qualche anno fa, allorché il problema era molto meno grave, con Tobin. C’è poi il discorso dell’integrazione; fino a che non ci comprendiamo come lingua, ma anche come cultura, tutto è moltocomplicato.

La mia esposizione non si sovrappone con quella dei due relatori che mi hanno preceduto. Farò un rapido excursus di storia economica; poi parlerò della attuale situazione dell’economia Italiana, in particolare collegandola alla situazione dell’economia europea.

Ricorderete Historia magistra vitae. Il passo di Cicerone è più ampio. La storia è testimone degli avvenimenti dei tempi, è luce di verità, è la vita della memoria. Ha la stessa funzione che ha la memoria nell’uomo; la  memoria costituisce la nostra personalità; la conoscenza della storia costituisce la cultura e l’anima di un popolo.

L’antichità ha una sua tradizione, una sua forza; deve essere combinata poi con l’innovazione, con l’avanzamento, con l’adeguamento ai tempi nuovi.

Stamattina, scorrendo i giornali, ho letto: “La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell’evadere dalle idee vecchie, le quali per  coloro che sono  stati educati, com’è stata la maggioranza di noi, si ramificano in  tutti gli angoli della mente”. È una frase di Keynes allorché affronta alcuni grandi snodi della teoria economica.

Ho studiato con alcuni economisti di rilievo nella storia del pensiero  : il problema che sta loro a cuore è l’occupazione. Il vero sviluppo di una società si misura con il Prodotto Interno Lordo; ma l’ammontare del Prodotto Interno Lordo è strettamente  correlato con il tasso di occupazione, della buona occupazione.

Qualche volta vedo la funzione dell’economista come una sorta di conoscitore e, quando a responsabilità,  di medico della società.  La società è una realtà complessa. L’economia è una parte rilevante della società, può essere studiata scientificamente. Il medico ha come obiettivo quello della  salute. L’economista, se svolge la sua funzione di medico sociale in qualsiasi campo, sia della politica economica, sia della politica monetaria, deve avere davanti a sé l’obiettivo dell’occupazione. Quando c’è disoccupazione la società non sta bene, la società è malata!

La nostra Costituzione si apre con un fondamentale articolo, il numero 1: “La Repubblica Italiana è fondata sul lavoro”. Il lavoro è alla base dei diritti civili e della cittadinanza; è la base della cittadinanza, anche se chi  non ha lavoro può avere ugualmente diritti civili, ma di fatto non gli interessa esercitarli perché il suo problema è quello del lavoro; il lavoro non è solo fonte di reddito, ma anche fonte di dignità.

Ho la sensazione che ci siamo scordati, a livello politico, di questo fondamento. I grandi uomini e fondatori dell’Europa, De Gasperi, Adenauer, Schumann lo avevano ben presente. I nostri padri costituzionali lo hanno consacrato nel primo articolo della nostra Carta .

La Costituzione è l’incontro delle culture cattolica, socialista, di sinistra e liberale. Tutti  si si trovarono d’accordo sull’importanza politica del lavoro; parlarono e scrissero esplicitamente nella Costituzione di Diritto al Lavoro.

Il fenomeno del non voto e del voto di protesta  è strettamente legato a questa problematica. La crisi economica, la crisi di occupazione, ha delle profonde influenze politiche oltre che sociali.

Per studiare la storia dell’Economia del tempo, occorrono serie analisi, riprendendole dagli economisti contemporanei,  altrimenti si fanno chiacchiere. Questo è il significato della frase, che ho citato, di Keynes, maggioreeconomista, rivoluzionario e innovativo del pensiero economico,  del ventesimo secolo.

Quando mi sono trovato a lavorare e a studiare, negli anni sessanta,  con Franco Modigliani - non aveva ancora ricevuto il premio Nobel- mi disse: “Antonio, il problema  è l’occupazione”. Stessi argomenti dedotti dalle lezioni di Samuelson  sulla politica economica di Kennedy.  Eravamo in una classe, due professori con sei giovani. Samuelson ci parlava della politica economica  di Kennedy e la spiegava con  modelli economici di tipo Keynesiano. Il Presidente Kennedy ascoltava molto i consigli che provenivano da quella scuola.

Keynes nel libro “A Tract on Monetary Reform” del 1923 inizia con l’andamento della inflazione dal 1913 prima dello scoppio della Guerra Mondiale, fino ai primi sei mesi del ’23. Nel 1913, la Germania era la seconda potenza economica mondiale; non abbiamo molti dati sul prodotto interno lordo, ma abbiamo l’indice  della produzione di energia elettrica che era allora, più di oggi, fortemente legata all’andamento all’industria. La produzione dell’energia elettrica in Germania nel 1914 era maggiore di quella di Inghilterra, Francia e Italia tutte insieme.

Nel 1914 viene meno Il Gold Standard. Il Gold standard consisteva nel legame rigido tra il valore di una moneta e l’oro. Ogni portatore della moneta emessa dallo Stato o dall’Istituto di Emissione, il dollaro, la sterlina, il marco, il franco, talora anche la lira poteva cambiarla in oro. Questo ordine monetario,  aveva di fatto garantito per quasi un secolo la stabilità dei prezzi a livello mondiale. Nel 1914, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, si abbandona il Gold Standard. Le spese della guerra deprimono i valori delle monete , fanno crescere ovunque i prezzi. Nel Regno Unito i prezzi passano da 100 nel 1913 a 160 nel 1923; in Francia i prezzi si quadruplicano, in Italia quasi si sestuplicano. Gli Stati Uniti, che sono diventati oramai la prima nazione industriale del mondo, mantengono il Gold Standard fino agli inizi degli anni ’30; lo congelano a dire il vero tra il 1917 e il 1923. Dopo il 1923 il dollaro è la moneta più stabile a livello mondialeNel Giappone i prezzi si raddoppiano.

Ma guardate che cosa succede alla Germania, dove nel 1920 i prezzi erano aumentati già di 15 volte;  nella prima metà del 1923  aumentano di 7.650 volte rispetto a dieci anni prima.

Parlo di questi aspetti della storia economica e monetaria, perché si tratta di avvenimenti che hanno inciso profondamente sulla storia politica e sulla cultura tedesca.

Costantino Bresciani Turroni, economista Italiano di fama internazionale, è autore del trattato : “Le vicende del Marco Tedesco”.   Sono vicende sconvolgenti per la loro intensità e per le gravi conseguenze politiche. La politica ha un ruolo rilevante, determinante per l’economia,  in quel periodo storico:  sono gli anni della Repubblica di Weimar; è  il primo tentativo di costruzione di una Repubblica Democratica Tedesca che finisce però miseramente e volontariamente nelle mani del nazismo  A causa dell’inflazione, quindi della successiva politica  deflazionistica, anche negli anni della grande depressione. Tra il 1913 e il 1918 l’aumento annuo dei prezzi è del 19%. i Tedeschi sono convinti di vincere la guerra; aumentano fortemente le spese pubbliche. Improvvisamente si rovesciano le sorti; cade lo Stato, il secondo Reich di Bismarck, l’ imperatore va in esilio. Nasce la Repubblica di Weimar.

A causa delle esagerate riparazioni di guerra richieste dagli Stati vincitori, in primo luogo dalla Francia, continuano in Germania le gravi difficoltà dell’economia, anche per tentare di venire incontro,  con sussidi e forme di occupazione fittizia, a quasi 6 milioni di uomini che dalla guerra rientrano nelle attività civili. L’equilibrio viene trovato ricorrendo progressivamente alla stampa di moneta. Il marco inizia a perdere valore nei confronti del dollaro e delle altre monete: salgono i salari e i prezzi, lo Stato riduce la disoccupazione creando nuova moneta. Nel corso del 1919 l’aumento dei prezzi sale in un anno al 60%, nell’anno successivo sale al 240%. Nel 1923 a causa anche dell’invasione della Ruhr da parte dei Francesi l’inflazione sale tra il 15 e il 40% al giorno

Si raccontano gli aneddoti,  sono veri, degli avventori che si sedevano al bar per  prendere il caffè; quando si alzavano il prezzo era raddoppiato. Diventa  usuale in questa fase, per i dipendenti pubblici, ma anche privati, di andare a riscuotere gli stipendi con le carriole. Gli stipendi e i salari erano pagati in biglietti di banca.  I francobolli con l’ immagine di Bismarck erano di molti milioni di marchi; non ce la facevano più a stamparli a valori crescenti;  le lettere venivano spedite affrancandole con  biglietti di banca. Si stampano banconote da mille miliardi, da cinquemila miliardi, da centomila miliardi di marchi; non fanno in tempo a stamparle da ambedue le parti, sono stampati solo su un lato.

 I prezzi a Berlino nel novembre del ’23: 1 kg di pane costava 428 miliardi di marchi, 1kg di burro 5.600 miliardi di marchi, un francobollo 100 miliardi. È un fenomeno di cui non si ha nessun altro precedente, fortunatamente, nella storia.

 I Tedeschi sono stati capaci di creare un’inflazione della quale gli studiosi stanno ancora cercando di capire le cause. Cosa avevano fatto i Tedeschi? Una cosa che hanno ripetuto  nella seconda guerra mondiale: durante la guerra, iniziano ad espandere  fortemente il debito pubblico, perché sperano di vincere la guerra e rifarsi con i territori conquistati. Non ci riescono, debbono stampare moneta in misura sempre crescente. Quando l’inflazione è così forte diventa un fenomeno puramente monetario. Nel Novembre del 1923 viene introdotta una riforma che comporta una riduzione drastica della quantità di moneta, stabilizzazione e in alcuni casi riduzione dei prezzi, ma con enormi disagi della popolazione che non ha più sufficiente reddito né per l’alimentazione né per acquistare il carbone per ripararsi dal freddo. Si arriva ad una nuova moneta, il nuovo marco il cui valore viene stabilito in mille miliardi di vecchi marchi.

Dal 1924 in poi la politica economica tedesca, come chiarito da Bresciani Turroni ed è vero ancora oggi, si è ispirata al concetto che la preoccupazione della stabilità monetaria dovesse prevalere su qualunque altra considerazione. Ecco perché mi interessava raccontare questo; bisognava mantenere stabile la moneta a qualunque costo, anche a prezzo di ripercussioni temporaneamente dannose per l’economia. Quando sentite il Ministro Schäuble… Lo Statuto della Banca Centrale Europea è più o meno su questa linea: la BCE ha l’obbligo di mantenere la stabilità della moneta. La stabilità della moneta significa  inflazione del 2% all’anno. Adesso siamo all’1%, addirittura sotto, ad un livello forse di deflazione, questa è una malattia  estremamente grave: Il 2% di inflazione è un fenomeno molto meno grave del 2% di deflazione, perché la deflazione frena gli investimenti.

 Keynes nel 1923, nel libro che ho citato, aveva scritto: ”In verità, il Gold Standard –cioè il rigido legame tra la moneta e l’oro-  è una reliquia barbarica. Tutti noi, dal Governatore della Banca d’Inghilterra in giù, siamo ora  soprattutto interessati nel preservare la stabilità dell’economia, dei prezzi e dell’occupazione”; e non siamo legati a questo dogma, di avere un rapporto fisso tra il prezzo dell’oro e la moneta”.

 Nel 1925, l’Inghilterra, nel tentativo di riassumere il suo primato nella finanza internazionale rientra nel Gold Standard; ma lo fa ai prezzi del 1913. Keynes era divenuto famoso per la sua critica devastante al Trattato di Versailles, che è essenzialmente alla base del disastro della economia tedesca. Nel trattato di pace di Versailles, imposto con la forza delle armi alla Germania, criticato anche da Eugenio Pacelli, allora nunzio in Baviera, si richiedono delle riparazioni di guerra alla Germania che di fatto ne minano l’economia e nella visione di Keynes, ciò avrebbe comportato un grave danno, data l’importanza della Germania, per tutta l’economia europea.

Nel Novembre del 1923, mentre si cerca di fermare l’inflazione galoppante c’è il fallito putsch di Hitler della birreria di Monaco. Hitler viene arrestato, viene temporaneamente tolto di mezzo, ma viene poi assoggettato ad una condanna piuttosto mite da parte di una magistratura compiacente.

La violenza  è una costante nella  prima Repubblica di Weimar; i primi tempi sono caratterizzati da omicidi politici, da scontri a mano armata nelle strade cittadine, che continuano per tutti gli anni venti. La disoccupazione dà luogo ad una importante presenza del Partito Comunista. La reazione sono i partiti dei destra e alla fine il nazifascismo. Questo viene appoggiato, alla fine degli anni venti, in qualche misura, anche dalle classi industriali.

 Nella Repubblica di Weimar si poteva governare con decreti. Il bilancio complessivo doveva comunque essere approvato dal Parlamento. Il Cancelliere, cioè il capo del governo, aveva il potere di sciogliere il Parlamento. il Presidente della Repubblica nominava il cancelliere; veniva eletto direttamente dai cittadini a suffragio universale.

Nel Novembre del 1918 viene eletto Presidente della Repubblica il socialdemocratico Ebert. Governa saggiamente per sei anni, anche durante il periodo della grande inflazione. Muore  prematuramente nel 1924. I vari partiti non riescono a trovare un accordo per concentrare il voto popolare su un cattolico, uomo del centro. Viene eletto Presidente della Repubblica l’anziano generale Paul  Hindenburg, eroe della guerra vittoriosa per la Germania franco prussiana del secolo precedente.

Alla stabilizzazione monetaria del novembre 1983, fa seguito un apolitica nettamente deflazionistica attuata da una nuova banca centrale indipendente dal Governo. La politica deflazionistica si prolunga nel corso di tutti gli anni venti.

Nel marzo del 1930 Hindenburg nomina Cancelliere un esponente del Centro, Heinrich Brüning, convinto deflazionista. Sono gli anni della grande crisi. Come si combatte la grande crisi? Nella visione di Brüning con una ulteriore deflazione, volta illusoriamente ad aumentare il risparmio. La Germania era il secondo Paese industriale a livello mondiale dopo gli Stati Uniti. Alla crisi del 1929 iniziata a livello internazionale e già manifestatasi fortemente nel Stati Uniti si aggiunge la deflazione in Germania. Il Parlamento non approva il bilancio di Brüning. Il Cancelliere scioglie il Parlamento; nelle successive elezioni il nazismo conquista il 18% dei seggi. Si insiste nella politica di deflazione. I nazisti nelle elezioni del 1932 per la rielezione del Presidente diventano il primo partito con il 37% dei voti. Nel Marzo dello stesso 1932 il governo Brüning cade per questioni relative a sussidi alla agricoltura. Continuano le violenze e i disordini politici, subentrano nuovi governi guidati da uomini del centro, ma essenzialmente di coalizione.

Si comincia a parlare di politiche di tipo Keynesiano; di effettuazione di lavori pubblici per far fronte alla disoccupazione, enormemente aumentata. Non se ne fa nulla per timore dell’inflazione. Si insiste nella deflazione. Nel 1932 si parla in Germania di quasi sei  milioni di disoccupati, erano soltanto ottocentomila nel 1928. Nel Presidente Hindenburg matura la decisione di chiamare al governo i nazisti. Viene offerto il governo ad Hitler che richiede soltanto per sè il cancellierato e la posizione, per il suo partito, del ministero dell’interno. Gli altri membri del Governo si illudono di poter tenere a freno le tendenza estremistiche di Hitler. Hitler assume formalmente e legalmente il potere il 30 Gennaio 1933. Sono interessanti le fotografie, immediatamente dopo la nomina,  dell’incontro di Hitler con i maggiori uomini di affari tedeschi.

Non mi soffermo sulla politica di Hitler di presa del potere, dell’assunzione di pieni poteri, sospendendo tutte le garanzie costituzionali, con un voto a grande maggioranza del Reichstag estorto con la violenza e con il terrore. Iniziano violenze e delitti politici da parte dei nazisti nei confronti dei comunisti, dei sindacalisti, dei socialisti. Hitler non riesce a piegare pienamente l’esercito con la sua grande tradizione prussiana né la Chiesa cattolica. Alcuni esponenti cattolici, in una prima fase, avevano appoggiato il nazismo, poi rapidamente vengono richiamati o comunque si ritraggono in una posizione polemica. La Chiesa protestante si spacca in due, una parte si oppone al nazismo; un famoso esponente di questa, trucidato dai nazisti, è il grande teologo Dietrich Bonheffer.

Ma Hitler rilancia anche l’occupazione.  Prendendo esempio dall’autostrada Napoli-Pompei, in Italia, di trenta kilometri, lancia il progetto e lo realizza in pochi anni di una autostrada di tremila chilometri, tra il Mare del nord e la Germania meridionale. Viene fondata, attraverso i sindacati, la Volkswagen; per diffondere l’automobile a livello popolare lo stesso Hitler progetta il maggiolino; ne affida lo sviluppo all’ingegnere Porsche, ma non si riesce a produrlo prima della guerra. L’Economia tedesca, all’avanguardia in molti campi industriali, era concentrata per i trasporti sulle ferrovie; la motorizzazione privata era pressoché inesistente.

 La Produzione industriale della Germania dal 1932, in cinque anni raddoppia, ma nell’ultima fase di questo periodo inizia la produzione di carri armati, aerei e armi. Viene rilanciata l’occupazione e nello stesso tempo viene diffusa l’ideologia della Grande Germania. Hitler, questa è la sua pazzia, si convince a poco a poco, di essere il più grande tedesco della storia; vorrà trasformare Berlino in capitale dell’Europa.

Che cosa è avvenuto negli altri Paesi? L’Inghilterra nel 1925 rientra nel Gold Standard.  Keynes nel pamphlet “Economic consequences of Mr Churchill” critica la mossa del Cancelliere dello Scacchiere (Ministro delle Finanze) mettendo in luce la perdita di competitività, essendo stato il cambio della sterlina in termini di oro fissato ancora di nuovo ai prezzi del 1913. L’aumento dei salari e dei prezzi in Inghilterra era stato più rapido di quello degli Stati Uniti. Il cambio della moneta inglese troppo elevato si rifletterà in una riduzione della capacità di esportazione e in una tendenza all’aumento delle importazioni. L’economia inglese risente negativamente, negli anni seguenti, dell’errore nella fissazione del cambio, compiuto per motivi di prestigio, al valore di prima della guerra; per tentare di far riprendere a Londra un ruolo centrale nel sistema monetario internazionale. Critiche dure sono mosse da Keynes anche nei confronti della Banca d’Inghilterra, che in un periodo già di difficoltà economica e di disoccupazione, attua una politica restrittiva per tentare di abbassare salari e prezzi. Il risultato  è un peggioramento della disoccupazione.

Ma la mossa dell’Inghilterra si rivela ancora più grave poiché da un lato la Francia decide ugualmente, dopo qualche anno, di rientrare nel Gold Standard, ma lo fa ad un tasso di cambio svalutato. Inoltre molti altri Paesi, circa trenta, a livello mondiale,  rientrano nell’oro, sempre per motivi di prestigio, seguendo l’esempio dell’Inghilterra.

La politica monetaria allora intesa, in senso grettamente limitato, come difesa del rapporto di cambio in ogni Paese, tra la moneta legale e l’oro, distrae da una politica economica che avrebbe invece dovuta essere indirizzata a combattere l’incipiente recessione dovuta alla crisi internazionale. Si è già detto della politica tedesca. L'Italia nel 1926 attua ugualmente una politica di forte restrizione, la cosiddetta quota 90. Gli economisti italiani consigliano a Mussolini di seguire la politica che Keynes aveva ironicamente consigliata a Churchill, di ridurre del 10%, d’imperio, prezzi e salari. Churchill non aveva il potere di farlo in Inghilterra, ma Mussolini aveva la possibilità di farlo in Italia, cosicché la Quota 90, rapporto di cambio tra Lira e Sterlina viene ad essere popolarmente interpretata come la riduzione al 90% di tutti i prezzi, tariffe, stipendi e salari.

 Ciò in effetti non basta per riacquisire competitività verso l’estero; occorrono altre azioni forzate di riduzione di prezzi e salari. Comunque agli inizi degli anni trenta  l’Italia mette in atto una politica di grandi opere pubbliche, di fatto combattendo in qualche misura la recessione.

Il tentativo a livello di molti paesi grandi e piccoli di legare le monete ai prezzi dell’oro oramai fuori linea, con i livelli dei prezzi interni fa precipitare l’economia mondiale nella grande crisi.

La crisi era iniziata per motivi di mercato, in agricoltura, dove si era creato dopo la Prima guerra Mondiale, un eccesso di produzione rispetto alla domanda.  Si manifesta nell’estate del 1929 negli Stati Uniti attraverso una brusca caduta della produzione industriale. Segue il tristemente famoso crollo dei corsi delle azioni a Wall Street, dove speculazioni avventate avevano spinto eccessivamente in alto le quotazioni delle azioni. Va detto a chiarimento dei meccanismi in atto a livello mondiale, che la forza produttiva degli Stati Uniti, attraeva l’oro delle banche centrali da tutto il mondo verso il mercato finanziario di New York. Anche la Francia accumulava oro grazie alla svalutazione del cambio del Franco. Tutti gli altri Paesi perdono oro,  finché iniziano crisi bancarie,  dapprima in Austria e Germania. L’Inghilterra comprende che non piò reggere con il tasso di cambio e lascia svalutare la sterlina a settembre del 1931. La crisi continua ad espandersi a livello internazionale con ripercussioni politiche fatali.

 Gli Stati Uniti escono dalla recessione, a seguito della vittoria del candidato democratico Roosevelt sul candidato repubblicano Hoover. Attuano una politica di forte espansione degli investimenti pubblici di chiara marca Keynesiana, svalutano fortemente il dollaro nei confronti dell’oro. L’economia americana, dopo la forte caduta dovuta alla recessione mondiale, riprende a crescere al ritmo del 10% all’anno in termini reali.

In Germania la soluzione della crisi passa attraverso la presa di potere del  nazismo, con il rilancio dell’economia cui si è accennato sopra, ma con le conseguenze politiche ben note.

Un articolo scientifico di Ben Bernanke del 1997, allora professore, dimostra che in tutto il mondo la ripresa per ogni Paese si ha, nel corso degli anni trenta, mano a mano che le singole economie si staccano dal Gold Standard.

L’avvento del nazismo, conseguenza politica della grande inflazione trasformatasi alla fine degli anni venti nella grande depressione, trascina l’Europa e poi il Mondo nella seconda guerra mondiale.

L’Economia mondiale riprende per le spese di guerra, ma con enormi costi umani, civili e politici.

Nel 1997 l’Italia entra nell’Europa dell’Euro.

Nel Trattato di Roma del 1957 l’obiettivo dell’Unione- si comincia con la Ceca, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio - è lo sviluppo economico.  Un principio solennemente espresso nel Trattato che deve presiedere alla politica  economica è la sussidiarietà. Ogni Paese deve attuare la politica che ritiene adatta al suo sistema economico e alle sue istituzioni e coordinarsi con gli altri per tendere all’obiettivo comune della crescita.

La Commissione deve aiutare gli Stati che non riescono ad inserirsi favorevolmente nel processo di crescita.

È cambiato qualcosa? Dov’è finito il principio di sussidiarietà?

Si dice a livello politico “l’Italia deve entrare in Europa”. Ero Governatore e obietto : “Ma noi siamo già in Europa! Siamo stati fondatori, ma siamo pronti ad entrare nell’Euro?” A mia insaputa si decide di rientrare nel Sistema Monetario Europeo (Sme); ne eravamo usciti per l’incapacità di tenere il cambio a causa della insufficiente competitività nei costi di produzione interni. Il rientro nel sistema monetario prelude alla partecipazione alla moneta comune. Il Governatore ha l’alternativa di due linee di comportamento: può dire “non mi interessa, me ne vado” oppure “faccio ciò che mi si chiede”   aiutando il mio Paese a realizzare gli obiettivi che si è dato a livello politico.

Ritenevo che fosse opportuno quanto meno attendere per entrare nella moneta comune, ma la decisione politica era esplicitamente orientata per una adesione immediata al sistema.  La politica monetaria aveva svolto i suoi compiti di stabilizzazione del cambio: riduzione del forte spread tra titoli pubblici italiani e titoli pubblici tedeschi che aveva raggiunto 900 punti. Aveva drasticamente frenato l’inflazione. Non aveva potuto certamente ridurre il rapporto tra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo al di sotto del 60% richiesto dai trattati europei per partecipare alla moneta comune. Ritenevo pertanto che dovessimo attendere e in particolare fare delle politiche volte ad aumentare la produttività dell’industria e in generale e ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto.

Come ho raccontato in altre occasioni, nella riunione drammatica nella notte  del 24 marzo 1997 a Francoforte, quando si discute di quali Paesi abbiano i requisiti per entrare nell’Euro. Il Belgio e l’Italia non hanno i requisiti, sono fuori per l’eccesso di debito pubblico. La Grecia è fuori,  ma ha deciso di non entrare subito. Eravamo in quindici allora; L’Inghilterra decide di restare fuori indefinitamente e così anche la Danimarca e la Svezia.  Perché l’Italia deve restare fuori? Deve restare fuori perché il rapporto fra  debito e prodotto interno lordo  è molto al di sopra della soglia richiesta. Io dico: “Cari amici governatori, io non posso accettare questo e vi avverto che se domani si scrive nel Rapporto (cosiddetto) di convergenza che l’Italia  non partecipa, salta il Sistema Monetario Europeo e viene meno l’avvio dell’ Euro. Non è una minaccia, è analisi economica”.

Nel rapporto si finirà per scrivere che l’Italia è molto preoccupata del suo elevato debito pubblico. Era mezzanotte, non potevo consultare alcuno a Roma; scrivo sul momento un piano pluriennale di rientro del debito pubblico, impegnandomi a proporlo al Governo per farlo diventare operativo.

 Con un linguaggio criptico, l’Italia viene ammessa.

Ricordo che purtroppo di quelle promesse la politica italiana, dopo averle assunte formalmente, anche per l’evoluzione politica non ne ha fatto nulla. Il rapporto fra debito pubblico e prodotto interno lordo ha continuato ad aumentare paurosamente, fino al 2015.

Vado in Parlamento, vengo chiamato da una Commissione della Camera. Mi si chiede del perché del mio atteggiamento circa l’entrata, fin dall’inizio, nella moneta comune.

 Riferisco.

“Tutta la politica monetaria che ho attuato nel corso degli anni novanta era volta a ridurre l’inflazione e lo spread.  Lo spread nel 1995 era arrivato a 900 punti perché i titoli Tedeschi rendevano il 5,5% e i titoli Italiani il 14,5%. Non ho fatto né consigliato alcun macello in termini di politica economica, ho condotto soltanto la politica monetaria adeguata ed ho dato dei messaggi consoni ad una aspettativa razionale di andamento delle variabili economiche, inclusa la possibilità di entrare nella moneta comune.”  Lo spread si è ridotto a meno di 200 punti. Avevo condotto una politica monetaria per stabilizzare il cambio ed annullare l’inflazione. Il banchiere centrale doveva in ogni caso condurre le politiche che ho descritto, indipendentemente dal partecipare o meno alla moneta comune.

Spiegai ancora: “Sentite, noi entriamo, ma il problema è come restare nell’Euro.  Quando si perde la manovra del cambio, si dovrebbe riacquistare una flessibilità del costo del lavoro e della finanza pubblica che ci permetta di rimanere competitivi”. Abbiamo l’esperienza del Sistema Monetario Europeo. Qualcuno diceva: stando nel sistema spingeremo le imprese ad aumentare la produttività e a contenere i salari; ma ciò non era avvenuto:  il sistema non aveva funzionato. Anche quando ero a capo del Servizio Studi, avevo sempre seguito con attenzione  questi fenomeni: questo meccanismo non funziona. Affermo in Parlamento: “non avremo più i terremoti monetari, ma avremo una sorta di bradisismo; sapete che cos’è il bradisismo? È il terreno che si abbassa sotto il livello del mare gradualmente, come avviene  a Pozzuoli. Ogni anno perderemo qualcosa in termini di crescita rispetto agli altri Paesi.”  

Guardate i dati della competitività italiana. Il Clup, che è il costo del lavoro per unità di Prodotto, aumenta in Italia tra il  2000 e il 2003 del 9,9%;  in Germania del 1,7%; in  Francia del 1,5%. Sapete che Germania e Francia sono i nostri maggiori partner e competitori sul mercato internazionale dei prodotti industriali.  In tre anni abbiamo perso 8 punti di competitività. Nel primo semestre del 2004 in Italia il CLUP aumenta del 5,5%;  in Germania si riduce perché aumenta fortemente la produttività.

La produzione industriale in Italia tra il 2000 e il 2004 scende del 2,8%, in Germania sale del 3%, in Francia del 2%;  nell’ Europa dei dodici  (Italia inclusa) cresce del 3%. Dai grafici  si vede che la produzione industriale italiana ha lo stesso ciclo di quella europea, ma mentre quella europea sale, quella italiana scende. Mi piace molto farmi da solo i conti sulle principali variabili macroeconomiche; me li continuo a fare regolarmente da solo con  i dati ufficialmente disponibili.   Mi sono calcolato  da dopo la crisi del 2006 ad oggi gli andamenti in Italia e in alcuni altri Paesi dei dati più rilevanti.  il Prodotto Interno Lordo in questi nove anni è diminuito in Italia del 5,5%, meno 0,6% all’anno; nel resto dell’Europa dell’Euro che comprende non solo la Germania e la Francia ma anche la Slovacchia, l’Estonia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia, cresce dello 0,8% all’anno. Osservate il bradisismo, uno sprofondamento dell’ 1,4% all’anno.

Quello  che muove l’economia sono gli investimenti produttivi, che sono diminuiti in Italia tra il  2006  e il  2014 del 27%; nel resto dell’Europa sono aumentati.

Le esportazioni sono aumentate in Italia dal 2006 del 14,6%. Il problema è che le esportazioni crescono molto più rapidamente dell’economia  e nel resto dell’Europa sono aumentate del 35%.

E come va il Clup? In Italia sempre dal 2006 in media è aumentato del 2,4%, nel resto dell’Europa che comprende anche Grecia e Portogallo dell’1,5%, ma in Germania e in Francia l’aumento è stato pressoché nullo.

 Allora si debbono fare le riforme, ma non sarà la riforma del Senato a ridurre il costo del lavoro, punctum dolens  dell’Italia per uscire da questo stallo. Avremmo, per esempio, da imparare dalla Germania circa la partecipazione dei sindacati nell’indirizzo e gestione delle imprese. Adam Smith, che è ritenuto il fondatore della moderna economia politica, diceva che i sistemi economici si reggono sulla concorrenza e sul mercato, ma anche sulla sympathy, l’amicizia civile che è unità di intenti. Se non c’è unità di intenti nelle parti sociali, nel sistema, non si avanza. Non si può vivere di sola concorrenza e tanto meno di lotta di classe.  

Mi avvio alla conclusione. Vediamo l’economia mondiale. Il Prodotto Interno Lordo degli Stati Uniti è di circa 18 trillion, 18 mila miliardi di dollari l’anno. Il Pil della Cina è circa la metà, (tenete presente però che negli Stati Uniti vivono trecento milioni di persone, nella Cina sono un miliardo e trecento milioni, quindi il  reddito pro capite è un ottavo). Il Giappone ha un PIL di circa 5 mila miliardi. La Germania, in base al cambio dell’Euro 1,10 per Dollaro, ha tre 3 miliardi di dollari di reddito; la Francia 2,3, l’ Italia 1,7. L’area dell’Euro: circa 11 mila, un po’ superiore alla Cina, notevolmente inferiore agli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno più del 20% del Pil mondiale, l’area dell’Euro circa un ottavo, l’Italia ne ha il 2% circa.

La bilancia dei pagamenti, che è la differenza tra quello che si esporta e quello che si importa, negli Stati Uniti è deficitaria per 400 miliardi di dollari, l’ultimo dato disponibile. Come fanno gli Stati Uniti? Creano dollari, che è la principale moneta internazionale, per coprire il disavanzo. La Cina, di cui tanto si parla, ha quasi 300 miliardi di dollari l’anno di  surplus della bilancia dei pagamenti. Pagano pochissimo il lavoro, il costo del lavoro è forse un decimo di quello europeo e degli Stati Uniti;  la qualità dei prodotti in molti casi non è  però quella europea e americana. Ma il fatto più straordinario, è che la Germania, proprio per l’aumento di competitività che inizia nel 2000, ha un surplus come quello della Cina. La Germania è  un terzo della Cina, ma ha un surplus della bilancia dovuto al fatto che ha un’industria particolarmente efficiente. Ma gode grazie all’euro di un cambio favorevole in quanto altri paesi, tra i quali l’Italia, la Spagna, la Grecia, anche la Francia, di fatto abbassano il valore del cambio. Un Paese che ha un surplus della bilancia dei pagamenti dovrebbe reinvestirlo in spesa reale o prestarlo ad altri paesi che hanno un deficit, altrimenti crea deflazione nel sistema di cui è parte.

Il piano che aveva ideato Juncker di investimenti per 300 miliardi l’anno era la soluzione giusta; l’area dell’Euro ha un surplus, nei confronti del mondo esterno del 3% del suo prodotto interno lordo. Cosa fa? Ha disoccupazione, ha deflazione, può e deve spingere gli investimenti.  Il ministro greco  Varoufakīs, che è stato tanto criticato, aveva capito le cose molto meglio degli altri. Aveva argomentato: “Se invece di puntare tutto sul  quantitatives easing  (Draghi si sta muovendo nella giusta direzione,  al massimo di quanto gli concede lo statuto),comprando titoli pubblici, quindi coprendo una spesa già effettuata,  i 300 miliardi all’anno fossero stati impegnati in progetti di investimento scelti dalla Banca Europea degli Investimenti e i relativi titoli acquistati dalle banche centrali nazionali, avremmo un immediato, notevole sollievo della situazione economica.

 La politica monetaria molto espansiva aiuta l’ economia, in particolare in questo momento attraverso il cambio, che dopo i livelli che aveva raggiunto proibitivi per le economie più deboli è ora tornato su livelli più naturali. Comunque se il cambio è in linea con le economie più deboli è estremamente favorevole per quelle più forti.

Keynes ci ha insegnato: in un’economia dove c’è disoccupazione, il risparmio lo formano gli investimenti. Effettuando gli investimenti aumenta il reddito e si forma il nuovo necessario risparmio. Non bisogna ragionare, come si fa in Europa, come se i soldi fossero già in cassa, questo è un ragionare da contabili, non tenendo conto delle più elementari nozioni di macroeconomia.

L’area dell’Euro soffre di problemi gravi di disoccupazione. La domanda globale è insufficiente.  I riflessi sociali sono evidenti, seguiranno purtroppo riflessi anche politici. I surplus di bilancia di pagamento di alcuni Paesi dovrebbero essere impiegati in investimenti reali, non finanziari,  in patria o  in altri Paesi dell’area. Una politica del genere aiuterebbe anche l’economia mondiale.

Un’ultima considerazione. Nel 2007 il Rapporto tra Debito pubblico e Prodotto Interno Lordo era nel nostro Paese pari a 103, è arrivato a 137 a seguito delle politiche di aumento dell’imposizione fiscale suggerite dalla Commissione Europea. O è sbagliata la diagnosi o è sbagliata la medicina, ma se è sbagliata la diagnosi, la cura è sicuramente controproducente.

Se in una economia già in difficoltà si accresce il livello di imposizione fiscale l’attività economica viene ulteriormente frenata con gli effetti negativi sull’occupazione e sulla società. L’unico modo di ridurre il rapporto tra Debito Pubblico e Prodotto Interno Lordo è stimolare la crescita dell’economia. Se la politica che si pratica in Europa e che viene consigliata per l’Italia non ha questo risultato non si esce dal circolo vizioso.

Il discorso è aperto, si deve qui entrare in una analisi economica più approfondita e nelle connesse implicazioni politiche.

 Ad una prossima occasione. Grazie dell’attenzione!

 

 


ALL'ITALIA di Giacomo Leopardi

Alcune strofe della canzone leopardiana All'Italia, che descrivono perfettamente la realtà di oggi


PARAFRASI


L’apostrofe ‘O patria mia’, evoca l’esordio della celebre canzone petrarchesca (Canzoniere CXXVIII), che è il modello a cui si rifà tutta la canzone; vedo le mura di Roma, gli archi di Trionfo, le colonne, le statue e le torri dei nostri avi ma non vedo (non vedo...non vedo -Anadiplosi) la gloria non vedo l'alloro e le armi dei quali erano carichi i nostri antenati.

nuda…mostri’ si riferisce all’Italia che viene personificata ( Personificazione) e sta a significare: Ora sei indifesa, mostri nuda la fronte e spoglio il petto. Aimè quante ferite, che lividi, che sangue! Ti vedo come una donna formosissima (= latinismo per esprimere bellezza e maestà)! Io chiedo al cielo e al mondo: “Dite, dite: chi l'ha ridotta in tale stato (tale)? E quel che è peggio è che ha entrambe le braccia incatenate; così che siano sparsa la chioma e senza un’elmo (senza velo = cioè spoglia d’ogni distinzione regale) siede in terra abbandonata e afflitta nascondendo la faccia tra le ginocchia, mentre piange!

Ed hai ben ragione di piangere, Italia mia, popolo nato per vincere nella buona e nell'avversa sorte (
nella …ria’ = nella buona e nella cattiva sorte).
Se i tuoi occhi fossero due fonti perenni, mai il pianto potrebbe commisurarsi (
Adeguarsi = commisurarsi  a, pareggiare il) alla tua sciagura e allo scempio (tuo danno ed allo scorno);


 


Credito Cooperativo, Banche Popolari, Economia Reale, Costituzione
Postato da admin [07/01/2016 20:44]

BOZZA PER DISCUSSIONE[1]

CREDITO COOPERATIVO, BANCHE POPOLARI, ECONOMIA REALE, COSTITUZIONE

"Il discostarsi in partenza anche di poco dalla verità si moltiplica all'infinito via via che si procede"

(Aristotele, Trattato sul cielo)

Il bonapartismo economico

Il d.l. 3/2015 sulle banche popolari, un provvedimento frettoloso, superficialmente ed, in parte, erroneamente motivato, privo di un dibattito pubblico, o anche solo parlamentare, adeguato alla grandissima importanza della materia su cui incide, solleva serie inquietudini e preoccupazioni sia sotto il profilo della legittimità costituzionale che della funzionalità economica e creditizia, che dei suoi riflessi generali sulla concezione generale dell'ordinamento economico.

I due aspetti sono peraltro inscindibili. La corretta valutazione della legittimità costituzionale richiede, infatti, un approfondimento degli aspetti economici e creditizi. Questi, a loro volta, necessitano di un quadro di riferimento istituzionale e giuridico. Ci muoviamo ancora nell'ambito di un diritto fondamentalmente privatistico e liberistico e della libertà d'impresa, come è quello della Costituzione italiana, o stiamo traghettando verso una filosofia d'intervento palesemente dirigistica e di stampo pubblicistico, verso un sistema che è stato, giustamente, definito di "bonapartismo economico" (Corrado Sforza Fogliani)? Sempre di più il rischio dell'autoreferenzialità, se non autoritarismo, dell'istituto vigilante, che si muove, tra l'altro, ormai come semplice esecutore di direttive tecnocratiche che provengono non, come si dice, dall'Europa, ma da centrali finanziarie internazionali e tecnocratiche, la cui cultura domina i nostri centri governativi  in modo inquietante. E ciò è ancor più pericoloso perché viene a coincidere con un periodo di palese e comprovata caduta qualitativa della direzione dell'Istituto vigilante. La preoccupazione maggiore è rappresentata dal rischio che si diffonda la sensazione che, magari per ragioni astrattamente "buone", ma pur sempre politiche, come quella "dell'interesse pubblico", non ci sia più un "giudice a Berlino". Una sensazione di questo genere, già in parte infiltratasi nel tessuto sociale, è deleteria anche sotto il profilo dell'agire degli attori economici. E' quindi urgente che si ripristini la legittimità costituzionale, che il "bonapartismo economico" ceda il passo alla legalità ed al pensiero di giudici indipendenti.

 

 

E' stato detto che il d.l. 3/2015 si limita ai imporre la trasformazione in Spa delle maggiori banche popolari e, quindi, è un provvedimento limitato a queste e che non tocca le banche popolari come genere. Si tratta di una delle tante falsità con le quali si sono avvelenati i pozzi in questa inquietante vicenda. Il provvedimento in questione, ponendo il limite di otto miliardi di euro di attivo, oltre il quale una banca popolare deve trasformarsi in una SpA, e demolendo un pilastro del sistema come il voto capitario, necessariamente incide sulla natura e sull'operatività di tutte le banche popolari e del credito cooperativo in generale, ponendo un tetto al loro sviluppo.

E' stato anche detto che le banche  popolari sono un'anomalia del sistema bancario italiano. Si tratta di una falsità così grossolana che ci si meraviglia che provenga da fonti che dovrebbero essere autorevoli. Essa può essere un'anomalia, anzi un fastidio solo per chi si identifica nella cultura piratesca delle grandi banche d'affari internazionali, che sono solo interessate alla contendibilità dei soggetti bancari. La verità è che è proprio questo limite, artificioso e privo di ogni fondamento tecnico che rappresenta un'anomalia mondiale. In tutto il mondo, in forme diverse, il credito cooperativo, dalla Germania alla Thailandia, dalla Francia a numerosi paesi dell'Africa, è diffuso e spesso fiorente. In nessun altro paese dell'Unione Europea e del mondo i governi hanno mai pensato di proibire la forma cooperativa a banche sopra gli otto miliardi di euro di attivo. Gli esempi di banche cooperative sopra quella soglia sono, invero, assai numerosi. In Europa operano banche cooperative, presenti sui mercati internazionali con attività che superano ampiamente non solo gli otto miliardi ma i 1000 miliardi. Basti pensare ai colossi francesi ed olandesi come Credit Agricole e Rabobank. I primi 50 gruppi cooperativi europei presentano tutti un attivo di gran lunga superiore agli otto miliardi di euro con una media di 154 miliardi (fonte Bankscope). E questa anomalia mondiale doveva verificarsi proprio nel Paese la cui Costituzione contiene il più lampante riconoscimento della funzione della cooperazione, come è l'art. 45! E' stato da tempo rilevato che il requisito della mutualità può riferirsi anche alla "mutualità esterna", attestata dalle clausole statutarie di tutte le Banche Popolari che indirizzano parte della loro attività a favore delle economie locali servite dalle banche "nell'ambito di un disegno di incentivazione che ha già in sé i caratteri della mutualità"(Studio n. 5617/ della Commissione Studi d'Impresa del Consiglio Nazionale del Notariato, 2005/31).Tale funzione sociale della mutualità esterna delle Banche Popolari si estrinseca nella loro opera a favore dello sviluppo dei territori in cui operano, delle PMI, delle famiglie. La relazione accompagnatoria al d.l. n. 6/ 2003 par.15 chiarisce: "la cooperativa a mutualità non prevalente resta una società mutualistica. Il reale valore dell'impresa mutualistica (appunto: la sua funzione sociale) va ricercata sul piano dei bisogni che la cooperativa soddisfa, su quella della categoria sociale al cui servizio la cooperativa si pone; ed infine anche su regole strutturali (voto capitario, porta aperta) estranee alle organizzazioni delle società ordinarie". Le Banche Popolari destinano mediamente il 5% dell'utile netto, con punte dell'8%, a finalità sociali (mutualità esterna). Rientra in questo quadro anche la particolare attenzione verso il Terzo settore. Dall'inizio della crisi del 2008 al dicembre 2014, l'impegno del Credito popolare nei confronti del Terzo settore, è aumentato con una crescita complessiva degli impegni del 30%, 7 punti percentuali in più del sistema bancario. Oggi, tre clienti su dieci, del Terzo settore hanno come referente creditizio una banca popolare.

 

Se, dunque, la Costituzione, con norma precettiva, prescrive la promozione e favorisce l'incremento della cooperazione in ragione della sua funzione sociale e ciò anche in campo bancario, essa non può consentire che si imponga un limite, sia esso riferito all'ambito delle attività nelle quali la cooperazione può operare o rapportato alla dimensione che l'azienda cooperativa può assumere. Tanto più quando tale limite sia totalmente privo di qualsivoglia fondamento o anche semplice spiegazione tecnica, e quando venga imposto per una sola categoria delle banche cooperative (non è infatti, per ora applicabile alle BCC)  ed anzi per nessuna altra impresa cooperativa (si pensi alle grandi cooperative di consumo che svolgono, in parte, anche funzione di credito al consumo) .

 

Banche Popolari ed economia reale

Nel 2016 si festeggerà il 140° anniversario della fondazione dell'Associazione delle Banche Popolari. Dodici anni prima, nel 1864, era nata la prima banca popolare italiana, la Banca Agricola Popolare di Lodi[2], con il contributo di Tiziano Zalli e di Luigi Luzzati. Due anni prima Tiziano Zalli, già fondatore della Società Generale di Mutuo Soccorso degli Operai, di cui presidente onorario era Giuseppe Garibaldi, aveva proposto la creazione di una cassa "perché senza ricorrere all'usura privata sempre ruinosa o al Monte di Pietà, l'operaio onesto potesse ottenere credito per provvedere a' suoi bisogni domestici ed industriali sulla garanzia della sua onoratezza e del suo amore al lavoro".  Il contributo che le Banche Popolari, proprio perché ispirato da queste finalità, hanno dato al Paese ed ai propri territori nel corso di 150 anni, è stato immenso e non può, in questa sede, neppure essere riassunto.

E' meglio concentrarsi sulla performance delle Banche Popolari (Pop) in confronto con le banche commerciali (Comm) e quelle di credito cooperativo (BCC), nel periodo della grande crisi del 2008. Per questo raffronto è preziosa la nota che riproduciamo integralmente di seguito, di Fulvio Coltorti, sulla base dei dati pubblicati il 1° dicembre 2015 dall'Area Studi Mediobanca (della quale lo stesso Coltorti è stato a lungo il direttore ed è ora presidente onorario):

14/12/2015

Nota sulle banche italiane con focus sulle popolari, stesa da Fulvio Coltorti, (già distribuita in forma integrale).

Questa nota è stata elaborata sulla base del focus pubblicato il 1° dicembre 2015 dall'Area Studi Mediobanca (v. sito www.mbres.it). E' opportuno considerare che Mediobanca rileva i dati delle principali aziende di credito (quelle con almeno 50 milioni di euro di attivo tangibile), escludendo quindi le minori che tuttavia non rilevano ai fini di questa nota.  La copertura dell'insieme Mediobanca sul totale nazionale in termini di mezzi propri varia dal 93% per le banche commerciali (cosiddette con raccolta a breve che sono sommate alle banche di credito mobiliare, di investimento e di gestioni, tutte sotto forma di SpA), al 96% per le banche di credito cooperativo, al 99,5% per le banche popolari. Percentuali simili (dal 95% al 99%) valgono in termini di addetti e di sportelli.  I dati riguardano il periodo dal 2005 al 2014; non necessariamente gli aggregati sono omogenei nei vari anni;ma sono sempre presenti le maggiori banche i cui dati determinano in larga misura le tendenze del totale. Per le banche popolari si dispone di un aggregato delle 33 maggiori (37 nel 2005) e di un sub-aggregato relativo alle prime 9. Dunque, i confronti vanno ritenuti significativi per la costante ampia rappresentatività degli insiemi rilevati).

L'obiettivo che mi sono posto è una valutazione delle performance delle banche popolari (Pop) in confronto alle banche commerciali (Com) e a quelle di credito cooperativo (Bcc). Se queste performance apparissero strutturalmente peggiori per le Pop allora la "riforma" sarebbe giustificata; in caso contrario si danneggerebbe senza motivo l'interesse del Paese con particolare riguardo ai clienti delle banche (che nel caso delle Pop comprendono una maggiore quota di piccole e medie imprese)e ai numerosi soci sui quali l'obbligo di trasformazione in SpA mi appare comunque un sopruso lesivo della libertà di intrapresa e quindi di concorrenza.

Veniamo ai dati. Il primo aspetto da esaminare riguarda i risultati d'esercizio che hanno subìto nel periodo esaminato pesanti deterioramenti. Nel 2005 tutte le categorie presentavano nell'aggregato conti economici in utile; nel 2014, escluse le banche di credito cooperativo (i cui volumi sono assai contenuti), questi utili si sono trasformati in forti perdite.  Gli sbilanci più consistenti riguardano l'aggregato delle popolari (perdite pari al 39,1% dei ricavi) e quello - il più voluminoso - delle banche commerciali. Le Bcc  sono quelle ad aver segnato il peggioramento più contenuto: 20,4 punti contro i 50,4 punti delle popolari (53,7 punti per le 9 principali). I peggioramenti risultano in un ordine di grandezza compreso tra 20 e 50 punti circa:

 

2005

2014

Variaz.

 

Risultato netto in % del totale ricavi

9 maggiori pop

22,2

-31,5

-53,7

Totale pop

11,3

-39,1

-50,4

Totale com

23,8

-13,0

-36,8

Totale bcc

26,8

6,4

-20,4

 

Fonte: elaborazioni su dati del Focus Mediobanca. Vale questa stessa fonte per le tabelle successive. Il totale ricavi rappresenta la somma del margine di interesse, del saldo commissioni attive e passive, dei dividendi e altri proventi tipici dell'attività bancaria.

 

 

 

 

Il deterioramento dei risultati economici ha avuto origine dalle perdite su crediti. Queste sono ovviamente dovute alla congiuntura negativa del periodo che ha messo in crisi i mercati di sbocco dei prodotti delle imprese clienti delle banche, con particolare riguardo al mercato interno sacrificato dalle politiche di austerità. Le perdite sui crediti in rapporto ai ricavi hanno segnato valori medi simili (36-37%) per l'insieme delle banche popolari e commerciali; qui esse hanno assorbito nel quinquennio 2010-14 una quota di ricavi pari mediamente al 36,5%, ovvero 25,6 punti in più rispetto al quinquennio 2005-09. Per le banche popolari il peggioramento è stato leggermente inferiore (23,7 punti), e ancor meno per le 9 maggiori di esse (quelle destinate alla trasformazione in s.p.a.) il cui indice è salito solo di 21,9 punti (3,8 punti in meno rispetto alle banche commerciali che comprendono gli istituti più grandi del Paese). Fermo il fatto che si tratta di percentuali che non si differenziano tra loro per valori troppo elevati, esse non consentono di affermare che le banche popolari (in particolare le maggiori) siano meno capacidi valutare il merito di credito dei loro clienti:

 

 

 

2005-09

2010-14

Variaz.

 

Perdite medie annue su crediti in % dei ricavi

9 maggiori pop

12,2

34,0

+21,8

Totale pop

13,1

36,8

+23,7

Totale com

10,9

36,5

+25,6

Totale bcc

7,9

31,1

+23,2

 

Quanto detto trova una conferma nell'analisi dei crediti verso la clientela. Distinguendo quelli in bonis da quelli deteriorati (inclusivi questi ultimi di sofferenze, incagli e altri) si hanno i seguenti dati:

 

 

2005

2014

Variaz.

 

2005

2014

Variaz.

 

Crediti in bonis

 

Crediti deteriorati

 

Mrd€ a fine anno

Totale pop

231,0

325,8

+94,8

 

8,7

52,2

+43,5

Totale com

1.108,9

1.042,3

-66,6

 

46,4

122,3

+75,9

Totale bcc

75,4

105,4

+30,0

 

3,9

14,9

+11,0

 

I dettagli per le 9 maggiori popolari non disponibili.

 

 

Le banche commerciali hanno variato di poco gli impieghi (+9,3 miliardi di euro), ma tale lieve variazione rappresenta il saldo tra 75,9 miliardi di euro in più di crediti deteriorati e 66,6 miliardi di euro in meno di crediti in bonis(quindi, il credito è stato espanso ai clienti cattivi e razionato a quelli buoni). Le popolari hanno invece erogato ai clienti 138,3 miliardi di euro in più, per i due terzi relativi a clientela in bonis. Inutile ricordare che ciò ha significato non razionare il credito a clienti costituiti in buona misura da piccole e medie imprese in momenti di congiuntura difficile; azione che si è tradotta in un maggior sostegno alle imprese produttive: a fine 2014 la quota di attivo tangibile costituita da crediti verso clienti rappresentava per le popolari il 59,4% (4,6 punti in più rispetto al 2005) contro il 57% per le banche commerciali (2,1 punti in più sul 2005). Anche per questo, a fine 2014, le popolari registravano uno stock di esposizioni deteriorate relativamente più elevato: 13,8% del totale crediti v/ clienti, ovvero 10,2punti in più rispetto al 2005, contro i 6,5 punti in più delle banche commerciali.

 

2005

2014

Variaz.

 

2005

2014

Variaz.

 

Crediti v/clienti su totale attivo tangibile

 

Crediti deteriorati su totale crediti v/ clienti

 

%

 

%

Totale pop

54,8

59,4

+4,6

 

3,6

13,8

+10,2

Totale com

54,9

57,0

+2,1

 

4,0

10,5

+6,5

Totale bcc

67,6

58,9

-8,7

 

4,9

12,4

+7,5

 

A fronte di ciò, in chiusura dell'esercizio 2014 la consistenza dei mezzi propri delle popolari non era significativamente diversa da quella delle banche commerciali, grazie al buon livello già in essere all'inizio del periodo:

 

 

2005

2014

Variaz.

 

Capitale netto in % del totale attivo tangibile

Totale pop

11,0

8,6

-2,4

Totale com

9,1

8,9

-0,2

Totale bcc

11,6

9,3

-2,3

 

In conclusione, valutando gli aggregati delle banche censite da Mediobanca, a me pare che i dati consuntivi del periodo 2005-2014 mettano in evidenza per le principali banche popolari una dinamica gestionale relativamente più virtuosa (o meno viziosa) rispetto a quella delle altre categorie sia per quanto attiene agli aspetti aziendali sia per quanto riguarda l'interesse del Paese. Questo deve infatti portare a preferire in generale operatori anticiclici; nel comparto del credito ciò significa istituti che assicurino il soddisfacimento della domanda di finanziamento espressa dal sistema delle imprese e, in particolare, da quelle di piccola e media dimensione che rappresentano notoriamente il nostro vantaggio competitivo.

 

Altri dati che confermano le conclusioni di Fulvio Coltorti sono i seguenti.

Dal 2008, le Banche Popolari:

-          hanno guadagnato quote di mercato per quanto riguarda il credito erogato all'economia reale, passando dal 22 al 25,5%;

-          hanno visto crescere significativamente il numero dei soci, saliti da 1.150.000 a 1.330.000;

-          hanno visto crescere il numero di clienti arrivati a 12,3 milioni di unità, un milione e mezzo in più;

-          hanno, come già ricordato, aumentato il loro credito verso il Terzo settore, per 7 punti in più del sistema bancario nel suo insieme.

 

Attacco al credito cooperativo

Ma bisogna continuare a battersi, perché, nella azione del Governo e della Banca d'Italia, alla violazione plateale di norme costituzionali si aggiunge una concezione distorta e pericolosa del sistema creditizio. E questi sono due temi troppo importanti per venire archiviati con leggerezza. Infatti, il "discostarsi in partenza anche di poco dalla verità si moltiplica all'infinito via via che si procede" (Aristotele, Trattato sul Cielo). E il provvedimento in questione è basato su due colossali non verità.

La prima è la convinzione che, in materia bancaria, contano solo le grandi dimensioni e la seconda è che solo il patrimonio è baluardo di stabilità.

E' certo vero che soprattutto in alcune delle banche coinvolte, erano necessarie importanti correzioni di rotta e un ridisegno della "governance". Ma, in questi casi, un legislatore saggio, stimola una vera riforma dell'istituto e non promuove un'aggressione incostituzionale e basata su argomenti privi di verità. E un organo di vigilanza responsabile fa la stessa cosa con un uso accorto dei suoi enormi poteri, anche senza una legge ad hoc.

La verità è quella che scrive Becchetti: "Non nascondiamoci dietro un dito. La riforma delle popolari (e l'idea di voler abolire il voto capitario prima in toto ora solo per le banche sopra gli 8 miliardi di attivo, limitando peraltro il diritto dei soci di dissentire da questa scelta con il recesso) interviene in modo brutale su uno dei punti più delicati del rapporto tra economia e democrazia". La verità è quella che ha detto Prodi nel corso di un recente incontro al Centro Studi della CISL: le banche popolari "sono un esperimento interessante, unico, che ora si vuole chiudere in un attimo", perché "da noi sono considerate una deviazione dalle regole del sistema". Questo è il punto centrale: sono considerate una deviazione dal sistema. Ma da quale sistema? Da quello delle grandi banche che ci ha portato sparati alla catastrofe finanziaria del 2008 e che sta, alacremente, lavorando per la prossima catastrofe ?

 

 

L'inconsistenza e la falsità degli argomenti avanzati per giustificare il provvedimento, sono rese evidenti da un'analisi seria, come quella contenuta nell'appello sottoscritto da 156 economisti di valore, provenienti da un numero impressionante di Università da tutta Italia. E' proprio l'infondatezza della maggior parte degli argomenti adottati a sostegno del provvedimento che preoccupa molto più del provvedimento stesso. Eppure quest'analisi seria non è stata ritenuta neppure degna di discussione, se non altro per confutarla. Ma che paese siamo diventati se procediamo a colpi di voti di fiducia, senza accettare un serio dibattito, anche su argomenti di questa importanza sistemica e di questa complessità?  Ma possiamo ancora chiamare Parlamento una cosa che avalla qualunque progetto venga dal Governo, senza nessuna seria discussione? E la Banca d'Italia, con la quale, una volta, si poteva discutere e dissentire ma sempre su un livello di serietà professionale e scientifica, come mai è, sostanzialmente, ridotta a fare acritico megafono del pensiero dominante, mostrando una sempre più scarsa conoscenza e rispetto del sistema italiano e delle sue peculiarità? Forse perché nel suo gruppo dirigente non ci sono più veri banchieri o perché siamo ormai al limite oltre il quale diventeremo, senza speranza, paese coloniale? Come può il direttore generale della stessa affermare: "La stella polare è la forza patrimoniale delle banche". (Lectio magistralis al Collegio Borromeo di Pavia, marzo 2015), come se questo fosse l'unico vero criterio. Forse perché lo dicono gli americani che rifiutandosi di affrontare il nodo cruciale, questo veramente cruciale, delle dimensioni troppo grandi, della banche "too big to fail", hanno ripiegato sul capitale sempre più elevato come difesa contro i disastri. Ma non c'è capitale sufficientemente alto per evitare gli effetti della "mala gestio".

Da dove vengono queste fondamentalmente erronee credenze? Forse che il MPS, per fare un solo esempio, non aveva accumulato un patrimonio sufficientemente grande nei suoi 600 anni di storia senza distribuzione di dividendi, prima che questo patrimonio, una volta diventata SpA, venisse, in breve tempo, dilapidato da una dirigenza disastrosa, operante indisturbata dagli organismi di vigilanza e secondo una strategia basata su quelle fusioni e acquisizioni così amate e raccomandate in alto luogo? Allora aveva torto Tovini, fondatore di banche sane, quando diceva che la solidità di una banca non è determinata dal patrimonio ma dall'onestà dei gestori e da corretti ed equilibrati rapporti tra le varie forme di attività e di passività?

E cosa intende il commentatore del Financial Times, Wolf, quando scrive: "Un'impresa bancaria troppo grande per essere lasciata fallire, non può essere gestita sulla base degli interessi degli azionisti, perché non fa più parte del mercato. O è possibile chiuderla oppure va gestita in un altro modo. E' semplicemente e brutalmente così" (Il Sole 24 Ore, 25 Giugno 2009).

E il confiteor di Greenspan, uno dei maggiori responsabili del disastro del 2008, a chi è diretto, quando, nel 2013, scrive: "Le grandi banche sono entità sempre più complesse che generano un potenziale di rischi sistemici ben più ampio del passato…. Le ricerche condotte dal Federal Reserve non hanno riscontrato economie di scala nelle banche, di là da quelle di modeste dimensioni. Non vedo alternative: bisogna costringere le banche a dimagrire al di sotto di una soglia tale che, se falliscono, cesseranno di costituire una minaccia per la stabilità della finanza dell'America".

Sono tutte vecchie credenze che dobbiamo archiviare, come il voto capitario? O sono solo cose giuste che vogliamo cancellare nonostante l'impressionante conferma empirica ricevuta dal 2008? E perché vogliamo cancellarle? Perché sono estranee al sistema, esattamente come il credito cooperativo, come il voto capitario. Ma questo pensiero dominante non è esattamente lo stesso che ci ha portato diritti al disastro finanziario del 2008? O, come molti membri del pensiero dominante hanno scritto, questo è stato solo un piccolo incidente di percorso che non cambia la direzione di fondo? Le banche devono diventare sempre più grandi, sempre più omogenee, sempre più burocratiche, sempre più rigide, sempre più patrimonializzate, sempre più anonime e staccate dal territorio e da simili sentimentalismi, senza anima, identità e cultura? L'unica cosa che conta è che siano ben patrimonializzate ma, soprattutto, contendibili, per la gioia dei raider mondiali. E basta provincialismi, come fa la Merkel con le sue Landesbank!

La verità è che il pensiero dominante, del quale i nostri sono ormai semplici megafoni, viene da molto lontano. Viene dall'America a cavallo tra il XIX e XX secolo, il periodo del formarsi dei grandi trust, delle grandi banche d'affari, dell'accumulo dei grandi patrimoni e della concentrazione dei redditi. Per conoscere questo periodo e le forti analogie con i nostri anni siamo oggi favoriti da un libro appena uscito in Italia: Louis D. Brandeis, "I soldi degli altri e come i banchieri li usano", (Edizioni di storia e letteratura, 2014). Louis D. Brandeis è stato un eminente giurista ed economista americano della prima metà del '900. Ha assistito al formarsi delle grandi concentrazioni di potere finanziario, alla nascita dei grandi trust dell'acciaio, del petrolio, delle ferrovie, all'emergere delle grandi banche favorite dall'unione tra le attività di banca commerciale o di deposito e le attività di banche d'affari (la loro forza era basata appunto sulla possibilità di usare i soldi degli altri, dei depositanti, per i propri investimenti e affari). Si è battuto per l'intera vita contro la concentrazione del potere finanziario, come coautore della legislazione antitrust, come pubblicista battagliero (il libro racchiude i suoi articoli di battaglia dei primi anni del '900), come stretto collaboratore di Wilson nella campagna per la presidenza (vinta da Wilson) nel 1912.  E' interessante osservare che l'unico antidoto che Brandeis vede possibile per opporsi allo strapotere dei grandi conglomerati finanziari è proprio il modello europeo del credito cooperativo e l'unico italiano citato nel libro è Luzzati, alfiere dello stesso. Dal 1915 al 1939 è stato giudice della Corte Suprema degli USA, da dove ha continuato le sue inesauribili battaglie contro i monopoli e le concentrazioni economiche e finanziarie, per la riforma del sistema bancario e la tutela dei diritti civili e del lavoro. Nel 1933, con Roosevelt vedrà realizzarsi il suo sogno della separazione, con il Glass-Steagall-Act, delle banche commerciali (accettare depositi e fare prestiti) e le banche d'affari (fare emissioni e negoziazioni di titoli). Nel frattempo però l'oligarchia finanziaria, e soprattutto la Morgan, usando e abusando dei "soldi degli altri" aveva guadagnato cifre colossali e acquisito un potere, anche, politico, enorme, che continua anche oggi.

 

 

 

 

L'inquietante interesse del libro è che scopriamo che oggi, dopo lo svuotamento di fatto della legislazione antitrust, l'abrogazione, sotto la presidenza Clinton, del Glass-Steagall-Act, e il ritorno all'unione tra banche commerciali e di deposito e banche d'affari, la conseguente ripartenza virulenta della concentrazione di ricchezza economica e finanziaria, il proliferare di strumenti finanziari fuori da ogni controllo ("shadow banking system"), siamo più o meno ritornati all'inizio del '900. Come scrive nell'eccellente introduzione Lapo Berti: " La sconcertante conclusione che possiamo trarre noi oggi dal libro a cento anni esatti dalla sua prima pubblicazione e nel pieno di una crisi iniziata proprio con le banche e poi dilagata all'economia intera è che i fenomeni che analizza e discute sono gli stessi nostri, nonché, per chi voglia vederle, buona parte delle soluzioni che offre".

Tutto quello che si oppone a questo insensato e pericolosissimo gigantismo va schiantato. Il credito cooperativo e di territorio è estraneo a questo sistema e, per questo, va cancellato. Questa è l'unica verosimile motivazione del provvedimento in esame.

Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, per qualche tempo ci si è interrogati seriamente sulle cause della crisi e tra esse un grande peso fu assegnato al gigantismo bancario. I principali contributi sono analizzati nei paragrafi: la degenerazione del supercapitalismo; la degenerazione del gigantismo bancario; la tragedia del "too big to fail"; le criticità secondo il rapporto del Working Paper Ferguson, del libro di Marco Vitale, "Passaggio al Futuro, Oltre la crisi attraverso la crisi" (2010). E' impressionante rileggere queste pagine, scritte nell'estate 2009. Furono molte le voci che, allora, sostennero che la soluzione consisteva nel frenare e smontare il gigantismo bancario. In questo senso per citare solo una persona che era parte del sistema è possibile citare l'allora direttore della Banca dei Regolamenti Internazionali che si dichiarò apertamente nella direzione di smontare i gruppi bancari troppo grandi. Ma anche la Banca Centrale Svizzera pubblicò un rapporto sui pericoli del gigantismo bancario e il suo vice-presidente Philipp Hildebrand si dichiarò apertamente per la riduzione dimensionale delle banche troppo grosse "senza remore e senza tabù". Tra i maggiori studiosi si può ricordare William Sharpe che dichiarò: "C'è una seria discussione da affrontare sulle istituzioni troppo grandi non solo per lasciarle fallire  ma anche per poterle regolare… Sicuramente certi gruppi erano diventati troppo grandi per poter funzionare non solo per poter fallire". Ma già nell'estate 2009 era possibile scrivere, che " l'intervento pubblico ha salvato, senza condizioni, il sistema bancario internazionale e la strategia del "too big to fail" ha stravinto" (Marco Vitale) o come scrisse Bob Monks: "Solo gli storici saranno in grado di appurare se un Dipartimento del Tesoro, dal personale quasi interamente di formazione Goldman-Sachs, "segnalò" in qualche modo a un gruppo di pochi eletti che il gioco - prestiti 33:1, assicurati da asset incomprensibili - poteva continuare, contando sul fatto che ci sarebbe stato un estremo salvataggio federale sotto forma di ristrutturazione del debito, garanzia o liquidità".  Già, nel 2001, il Working Party presieduto da Roger W. Ferguson, vice presidente del Board of Governors del Federal Reserve System,  ai quali parteciparono gli esperti di governo e banche centrali di molti paesi, aveva illustrato le sei aree dove si concentravano le maggiori criticità del processo di concentrazione bancaria, da poco avviato, nei seguenti termini:

 

 

·         Costi e ricavi

I conclamati obiettivi del processo di consolidamento di riduzione dei costi e incremento dei ricavi, pur essendo in parte realizzati, restavano molto lontani dalle attese.

 

·         La concentrazione e vantaggi della piccola dimensione

Le ricerche empiriche dimostrano che le sbandierate economie di scala sono, in gran parte, illusorie. Solo nelle banche minori si verificano economie di scala, attraverso un ampliamento od una focalizzazione della loro dimensione (economie di scala e di scopo). In questo processo, fusioni ed acquisizioni sono caratterizzate da un trasferimento di ricchezza dagli azionisti della banca acquirente a quelli della banca acquisita. Nello stesso tempo, la banca acquirente deve far fronte ad un percorso di complessità organizzativa che incide negativamente sui risultati (diseconomia di scala).

 

·         Il management del rischio

Le strategie di consolidamento hanno reso cruciale il problema del controllo del rischio, anche perché un effetto delle maggiori dimensioni è che aumenta il "moral hazard". Il problema coinvolge un profondo cambiamento dei modi di esercitare la "governance". Si tratta di una vera e propria rivoluzione culturale che si rende necessaria: è come se si andasse verso un tipo di "governance " centrata sulla trasversalità e sull'innovazione.

 

·         Il peso degli azionisti nei confronti degli altri "Stakeholder"

La compressione dei margini di profitto ha determinato una progressiva pressione degli azionisti sul management per il miglioramento di risultati di gestione, anche a scapito degli altri "Stakeholders".

 

·         Il processo di concentrazione nei confronti con il territorio

Studi sugli effetti delle concentrazioni bancarie sui prestiti alle piccole imprese erano allora disponibili solo per due Paesi (Italia e USA). Le conclusioni di questi studi empirici erano chiare: dopo la fusione o l'acquisizione, le banche riducono la percentuale di portafoglio investita in prestiti alle imprese di minore dimensione. Si tratta di una specie di allentamento del rapporto con il tessuto economico locale.

 

·         Cultura e integrazione

Tra i fattori che rendono difficile il processo di consolidamento, un ruolo importante è rivestito dalle differenze culturali non accompagnate, per lo più, da un'efficace strategia d'integrazione. Occorre una nuova cultura manageriale che sappia governare il processo.

 

 

 

Questo studio di grandissimo interesse, sul quale sarebbe stato utile un ampio dibattito che avrebbe aiutato a prevenire tante involuzioni e tanti pericoli, è stato, sostanzialmente, ignorato. Non era di moda!

La moda era ritornata prepotentemente quella delle grosse dimensioni. Punto e a capo! Ogni tesi sul ridimensionamento delle banche troppo grandi fu archiviata sotto la pressione degli istituti interessati. Prevalse, invece, la tesi del capitale e del patrimonio elevato. Ogni banca poteva fare quello che voleva, poteva crescere sino al cielo, purché avesse un capitale  sempre più alto. Ecco da dove viene la stravagante tesi dell'attuale direttore generale della Banca d'Italia che sostiene che la stella polare è il livello del patrimonio e non il fare buona banca, ed essere utili ai clienti, come insegnava il sorpassato Luigi Einaudi.

Ma la discussione non è finita, non può finire. Mentre i nostri continuano a inseguire il mito delle grandi dimensioni (come se il rapporto Ferguson non fosse mai stato scritto, come se la catastrofe finanziaria delle grandi banche del 2008 non ci fosse stata, come se l'enorme dibattito scatenato dalla stessa fosse stato uno scherzo, come se non fosse stata proprio la mania delle grandi dimensioni, delle acquisizioni e delle SpA, stimolata dalla Banca d'Italia di Antonio Fazio, del quale gli attuali vertici sono tardivi e peggiori epigoni, a massacrare banche popolari splendide, utilissime al loro territorio e splendidamente dirette, come l'Agricola Mantovana, ai tempi del direttore Melani, o come la Banca Popolare di Lodi, ai tempi del direttore Mazza).

Il dibattito su altri tavoli continua. Se è vero che l'Economist del 7-13 marzo 2015, pag. 10, sotto il titolo "Global banks/Cocking up all over the world, ha scritto: "E' difficile evitare la conclusione che le banche globali sono, secondo gli standard delle imprese normali, conglomerati inefficienti che stentano a usare bene le loro risorse. I loro capi devono ora sforzarsi di creare imprese più snelle utili al commercio globale a costi e rischi più bassi, Se i loro clienti troveranno i loro servizi utili, esse saranno capaci di ricuperare i loro giganteschi costi generali e assicurare ai loro azionisti un ritorno decente. Altrimenti esse meritano di diventare nulla più che un nuovo fallimento della finanza"[3]Oltre tutto la rincorsa alle grandi dimensioni e a cercare la quadratura del cerchio nel patrimonio elevato è, in tutti i campi, compreso quello bancario, un approccio suicida per il nostro paese. Noi siamo quello che siamo. Un'economia di medie e piccole imprese, con le grandi imprese o distrutte (Olivetti) o emigrate (Fiat) o vendute (Pirelli), con un ordinamento che stimola le medie imprese a non crescere[4], con un mercato dei capitali asfittico (anche ora che nel mondo c'è una liquidità mai vista), con una classe imprenditoriale brava a fare ma non a governare, con un familismo impressionante, con una dipendenza dall'intermediazione bancaria enorme, con delle condizioni del credito bancario che presentano livelli di diversità inaccettabili a seconda delle dimensioni delle imprese e soprattutto della loro collocazione territoriale, con un livello di occupazione molto basso, con differenze territoriali di sviluppo generale drammatiche. Per questo la pretesa di cercare di applicare da noi impostazioni, approcci e livelli patrimoniali, dettati da paesi da noi molto diversi, in funzione dei loro interessi specifici, può essere assai dannosa. Un barlume di comprensione di ciò appare anche nel Vice Direttore Generale della Banca d'Italia, Fabio Panetta, che, in una buona relazione tenuta a Perugia il 21 marzo 2015, dal titolo: "La transizione verso un sistema finanziario più stabile", ha detto: "Il ritorno alla crescita, l'abbassamento degli oneri per interessi contribuiranno a risollevare la redditività delle imprese e migliorare la qualità del credito. Gli intermediari dovranno accompagnare la ripresa della domanda di prestiti mantenendo un fermo controllo dei rischi, in particolare quelli creditizi. In questa fase un ulteriore inasprimento dei requisiti di capitale e di liquidità per le banche rischierebbe di frenare l'offerta di credito, allontanando la ripresa economica. Aumenterebbero in questo, insieme a quelli macroeconomici, i rischi del sistema finanziario, con un esito opposto a quello desiderato".

Noi siamo condannati a fare di più con meno, in tutti i campi. Se ci mettiamo sulla strada delle grandi dimensioni e del grande capitale siamo, per definizione, perdenti e avviati ad un destino inevitabile di paese coloniale, via nella quale ci siamo già molto inoltrati nel campo industriale. Noi dobbiamo concentrarci sulle cose che sappiamo fare e sulle dimensioni che riusciamo a dominare e non scimmiottare gli altri, o farci imporre da altri soluzioni a noi dannose.

Dunque se è vero quello che documenta l'allegato appello dei 159 economisti e quello sin qui detto, che cosa resta in piedi delle motivazioni addotte per il provvedimento sulle popolari e per la sua presunta urgenza?

Forse, ma solo forse, una maggiore facilità di accesso al mercato dei capitali. Ma dico forse, perché ogni volta che una banca popolare ha avuto bisogno di capitale non ha mai avuto difficoltà a trovarlo sul mercato sia dai propri soci che da quegli investitori istituzionali internazionali che hanno un'impostazione a lungo termine, interessati al rendimento e poco interessati al diritto di voto (tanto è vero che quando sono soci in società industriali quotate dove hanno tale diritto, di solito non lo esercitano, astenendosi). Ciò non vale per quell'altra categoria d'investitori istituzionali interessati solo a speculazioni a breve termine su titoli, attività certamente utile e legittima, ma che non rappresenta il massimo desiderabile come investitori nelle nostre popolari sia che queste conservino la struttura a voto capitario sia che assumano la veste di SpA, anche se sono proprio questi che spingono e, con causa, perché la trasformazione avvenga.  Ma questo punto merita ulteriori approfondimenti in un paragrafo successivo.

Se dunque anche il maggior accesso al mercato dei capitali è, in gran parte, una favola metropolitana, che cosa resta veramente? La contendibilità.  E la contendibilità, unita alla forma SpA, dovrebbe essere lo strumento che, secondo dichiarazioni stravaganti e attribuite dalla stampa a esponenti di Banca d'Italia, assicurerebbe la buona salute alle ex banche popolari, com'è già successo, ad esempio, alle SpA MPS e Carige [5]. Ma siamo sicuri che la contendibilità è sempre e comunque un bene, che tutto debba essere attaccabile, instabile, precario, che la stabilità non sia anch'essa un valore soprattutto in un mondo come il nostro dove "mentre siamo ampiamente convinti di vivere in un mondo liberale, il capitalismo che ci governa ha ben poco a vedere con i principi del liberalismo"[6]

Einaudi e Roepke s'interrogano a fondo su questo tema e il risultato è un saggio straordinario di Einaudi dal titolo "Economia di concorrenza e capitalismo storico" che prende le mosse da un'analisi del libro di Roepke "Die Gesellschaftscrisis der Gegenwart" (La crisi sociale del presente, 1942). Scrive Roepke: "Il mercato, la direzione del lavoro, la commercializzazione, la concorrenza, la razionalità economica, hanno in comune come ogni altra istituzione umana un ottimo per la loro attuazione, a partire dal quale i danni cominciano a sopravanzare sempre più i vantaggi" L'attuazione senza limiti e senza distinzione dell'economia di concorrenza dà alle relazioni umane un tal grado di tensione, a cui la natura umana non resiste a lungo. Esistono limiti per il capitalismo che debbono essere osservati se non si vogliono porre agli uomini esigenze spirituali alle quali essi non giungono, sì che rispondono alla fine con la rivolta".

E questa visione corrisponde al saggio equilibrio della nostra Costituzione.

Einaudi commenta:

"Non tutti gli uomini tuttavia hanno l'anima del soldato o del capitano disposti ad ubbidire od a lottare ogni giorno quant'è lunga la vita. Molti, moltissimi, forse tutti in un certo momento della vita o in dati momenti di ogni giorno della vita sentono il bisogno di riposo, di difesa, di rifugio. Vogliono avere un'oasi dove riposare, vogliono sentirsi per un momento difesi da una trincea contro l'assillo continuo della concorrenza, della emulazione, della gara. Le oasi si chiamano famiglia, amici, vicini, compaesani, concittadini, connazionali, correligionari, posto sicuro contro il licenziamento, ufficio professionale avviato, con clienti affezionati, negozio ben conosciuto con tradizioni affidanti, marchio di fabbrica famoso, cattedra assegnata fino alla vecchiaia, casa di reddito od appartamento proprio, podere fruttifero di derrate o frutta, titoli d'impiego da buon padre di famiglia, associazione di mutuo soccorso o di difesa professionale con i compagni di lavoro o di mestiere o di professione, legislazione tutrice contro la concorrenza sleale. L'economia di concorrenza vive e dura, data l'indole umana, solo se essa non è universale; solo se gli uomini possono, per ampia parte della loro attività, trovare un rifugio, una trincea contro la necessità continua della lotta emulativa, in che consiste la concorrenza. Il paradosso della concorrenza sta in ciò che essa non sopravvive alla sua esclusiva dominazione…. Di qui un principio posto dal Roepke con energia singolare: la sostanza vera dell'economia di concorrenza, al pari di quella del liberalismo politico, non sta nella concorrenza, ma nei limiti nei vincoli posti alla concorrenza".

Noi  non riusciamo a credere che sia vera la  dichiarazione attribuita dalla stampa al direttore generale della Banca d'Italia, Salvatore Rossi: " Solo le SpA assicurano un futuro". Forse però è meglio continuare a basarci su Luigi Einaudi e Wilhelm Roepke, ancorché superati.

 

 

 

Sul concetto di banche di territorio, a margine del d.l. 3/2015 sulle banche popolari[7]

1.    Per una definizione di "banca di territorio".

 

Il fattore di successo che viene più frequentemente citato a supporto delle banche cooperative è il loro essere banca di territorio.

Una definizione di banca di territorio è complessa come la stessa memoria della Banca d'Italia dimostra.

Una definizione della banca di territorio in termini puramente quantitativi - basata sull'incidenza degli impieghi della banca sull'area o aree di operatività - appare riduttiva, e non consente di cogliere che la ragione del radicamento (e, quando accade, del successo) della banca di territorio, sta nella cultura imprenditoriale da cui la banca è stata generata.

Le banche di territorio italiane (siano esse banche popolari o casse rurali) ma vi sono anche banche di territorio tra le banche private ordinarie), si sviluppano infatti sulla scorta di un modo peculiare di fare credito, che richiede, per essere implementato, un legame più stabile e meno anonimo tra chi presta risorse e chi le prende a prestito.

E' naturale - e anche storicamente documentato - che questa cultura maturi e prenda forma in istituti di credito che operano su dimensioni territoriali circoscritte: la prossimità fisica favorisce la conoscenza reciproca e la condivisione di patrimoni valoriali, ma soprattutto consente il funzionamento dei processi di controllo sociale che sono alla base del superamento delle asimmetrie informative.

Tuttavia, va sottolineato che l'operare del modello imprenditoriale in questione - se è favorito dalla limitatezza dell'area di competenza dell'intermediario - non trova, di necessità, nell'ampliamento della operatività (né sul piano della consistenza delle masse, né su quello del territorio) un vincolo ineluttabile alla propria replicabilità. Vi sono banche di territorio che operano come tali su una molteplicità di territori.

Lo stile della banca di territorio, infatti, si basa sul decentramento e sulla localizzazione del processo decisionale, e dunque si sostanzia in una maggiore autonomia e dei responsabili di filiale e di area territoriale, che non sono avvertiti come terminali di decisioni strategiche assunte dal vertice, ma sono deputati a declinare in un contesto specifico la vocazione localistica della banca. Il modello, come si vede, si fonda sulla piccola scala dimensionale ma può essere replicato più volte quando la banca vive una fase di crescita dimensionale.

 

 

Che questo "stile di direzione" sia ben più che una semplice dichiarazione di intenti e che abbia anzi costituito il valore aggiunto di queste forme di intermediazione del credito è documentato dai non pochi sforzi profusi dai gruppi bancari maggiori per far propria (o, dovremmo dir meglio, imitare) questa caratteristica delle banche di territorio: è difficile dimenticare le diverse campagne pubblicitarie con cui banche di grandi dimensioni hanno cercato di accreditarsi come "banche di territorio" o "di prossimità". Gli esiti non incoraggianti di questi tentativi di accreditamento mostrano che la prossimità non è figlia di un modello organizzativo, ma piuttosto di una specifica storia imprenditoriale (e dunque non è imitabile, né acquisibile per incorporazione).

Grazie a questa "risorsa culturale" le banche di territorio sono diventate gli interlocutori privilegiati delle famiglie e delle PMI, concentrandosi sulla concessione di credito e meno sugli investimenti finanziari rispetto a quanto si riscontra nei gruppi bancari di dimensione maggiore e di profilo concentrato solo ed esclusivamente sul profitto.

E va rimarcato come le PMI attribuiscano alla relazione di lunga durata stabilita con le banche di territorio un valore cui non sono disposte a rinunciare facilmente: è l'indagine Istat sull'accesso al credito per le PMI a rilevare che le motivazioni che spingono le PMI a selezionare la banca prevalente risiedono per oltre l'80% dei casi nel rapporto di clientela già consolidato con essa: un valore decisamente superiore a quello di chi considera elemento dirimente solo le condizioni sul tasso di interesse[8].

Gli effetti della crisi sulla performance delle PMI e i conseguenti riflessi sugli attivi dei bilanci delle maggiori banche popolari confermano, sebbene in modo paradossale, questa strategia: se è vero infatti che - in assenza di buone opportunità di impiego - la quota di attività finanziarie detenute ha superato la soglia del 20%, raddoppiando i valori pre-crisi[9], queste banche sono riuscite ad accrescere l'incidenza degli impieghi verso clienti, portandola dal 55% degli anni precedenti la crisi ad un 60% corrente; un valore, questo, molto simile a quello della media delle banche commerciali, che servono una clientela ben più diversificata sul piano dimensionale (Mediobanca - R&S 2015).

Se dunque alcune di queste banche hanno registrato difficoltà in corrispondenza degli anni di crisi economica, ciò si deve prevalentemente al loro coinvolgimento con il tessuto produttivo dei territori in cui sono operative piuttosto che ad azzardate manovre speculative di natura esclusivamente finanziaria.

 

Come questo possa essere considerato solo un sintomo di maggiore vulnerabilità e non piuttosto come l'adempimento ad un compito di sostegno alle imprese piccole e medie, che continuano a costituire un elemento trainante dell'economia nazionale[10], è questione difficile da comprendere.

2.    Il vincolo dimensionale

 

Curiosamente, il d.l. 3/2015 definisce la soglia al di sopra della quale le banche popolari sono chiamate a cambiare veste sociale senza prendere in considerazione la dimensione territoriale: il criterio prescelto, come è noto, è quello della consistenza dell'attivo patrimoniale, nella convinzione che esso costituisca "un indicatore in grado di ricomprendere la complessità dell'intermediario e la sua rilevanza per la stabilità del sistema finanziario" (Rossi 2015).

La scelta del regolatore può trovare diverse giustificazioni:

a)      il regolatore suppone una relazione semplice, di proporzionalità, tra la diffusione territoriale e la consistenza dell'attivo. La relativa eterogeneità - dal punto di vista della diffusione territoriale - delle banche interessate dal decreto non sembra tuttavia autorizzare l'assunto;

b)      il regolatore trascura deliberatamente la caratteristica di banca del territorio, ed ha come obiettivo la trasformazione in società di capitali di tutte le banche con un attivo superiore ad una soglia critica;

 

Quest'ultima interpretazione costituirebbe dunque la chiave di lettura del decreto medesimo: si ritiene che una banca cooperativa con un attivo superiore alla soglia critica non sia compatibile con la "stabilità del sistema finanziario", in forza, soprattutto, delle peculiarità connesse al suo modello di governance. La ragione sembra essere la difficoltà che una banca cooperativa con attivi rilevanti potrebbe incontrare nell'accesso rapido al capitale di rischio, a fronte di urgenti necessità di (ri)capitalizzazione.

Pur avendo già sollevato qualche perplessità circa l'evidenza empirica a conforto di questa tesi (quali e quante difficoltà hanno incontrato davvero le popolari che hanno rafforzato i propri indicatori patrimoniali in vista degli stress test europei?), la questione più rilevante è invece: quand'anche la forma societaria costituisse un vincolo relativo nell'accesso al mercato dei capitali per le banche popolari con attivi consistenti, appare proporzionato un intervento regolativo che sopprima una tipologia di intermediari (confinandola nell'ambito delle banche con attivi limitati), determinando in tal modo anche la dispersione di un patrimonio di cultura imprenditoriale di cui il sistema si è finora giovato, che è costituzionalmente protetto e che è largamente diffuso internazionalmente?

 

 

3.    Le alternative al provvedimento

 

L'esistenza e il successo delle banche di territorio si lega dunque alla specificità del modello imprenditoriale che esse rappresentano.

E' ragionevole, peraltro, che proprio la crescita dimensionale (tanto sotto il profilo dell'area di operatività, quanto delle consistenze patrimoniali) delle maggiori banche di territorio abbia fatto sorgere una esigenza di adattamento dei meccanismi di governance.

Gli interventi che possono essere proposti, tuttavia, devono avere come primo obiettivo la salvaguardia della specificità di queste banche, e non - suo esatto contrario - la loro forzata omologazione ad altre tipologie di istituti.

Vincoli territoriali all'operatività. Un primo, drastico, intervento che consideri la natura di banca di territorio incompatibile con l'espansione illimitata dell'area di competenza può vincolare l'operatività di queste banche ad una macroarea. Anche la facoltà di essere socio della cooperativa sarebbe in questo caso riservata ai residenti nella macroarea.

Il vincolo, tipico delle Bcc, ha sicuramente il pregio di rendere più stringente il funzionamento del meccanismo di group lending, ma impedisce ad un istituto - che mostri di essere in grado di svolgere il proprio compito anche su scala ampia - di sviluppare tutte le proprie potenzialità, a beneficio del sistema.

Il modello duale. La separazione tra funzione di supervisione strategica (consiglio di sorveglianza eletto dai soci con voto capitario) e consiglio di gestione (nominato dal supervisore strategico) può contribuire a garantire una professionalità maggiormente qualificata nell'organismo di gestione. E' opinione diffusa, infatti, che il voto capitario favorisca la selezione degli amministratori più sulla base della capacità di gestire il consenso che sulla scorta della effettiva esperienza e competenza professionale specifica.

Lo scarso successo del sistema dualistico, tuttavia, induce a nutrire qualche dubbio sull'efficacia della scelta; ma soprattutto si deve rilevare la scarsa incisività che questo modello di governance avrebbe sull'accesso della banca al mercato dei capitali, che pare invece essere il nodo da sciogliere.

Il voto capitario. Il limite strutturale maggiore che il regolatore sembra rilevare a carico delle banche di territorio sembra essere il criterio di voto capitario per l'elezione degli organi sociali.

Lungi dal negare che la crescita dimensionale di alcune banche cooperative con vocazione territoriale richieda una rimodulazione di questo criterio, è tuttavia necessario sottolineare che la via seguita del d.l. 3/2015 è l'opposto di quanto parrebbe opportuno per valorizzare le specificità e le risorse che questi istituti rappresentano.

 

 

Non solo, infatti, il decreto impone di dismettere la forma sociale cooperativa e il criterio del voto capitario, ma anche le ipotesi di temperamento alla trasformazione sociale forzata che sono state ventilate (limiti al possesso azionario; limiti al diritto di voto; maggiorazioni del diritto di voto per soci entrati nella compagine sociale prima della trasformazione) sono concepiti come contrari alle finalità della riforma o, al più, tollerabili in misura limitata solo nella fase di transizione (Rossi 2015)[11].

Se è vero, invece, che le banche di territorio rappresentano una risorsa per il sistema economico in quanto rispondono ad una comunità piuttosto che ad un azionista di riferimento, la rimodulazione delle modalità di partecipazione dei soci alla determinazione delle scelte e delle strategie aziendali dovrebbe avere come principale obiettivo la conservazione delle caratteristiche strutturali della banca.

E' oggettivo che la quotazione in borsa - resa opportuna dalla necessità di accedere al mercato dei capitali - metta a rischio la dimensione della banca come "banca di territorio": la strategia dell'azionista che non risiede nell'area di operatività della banca diventa, fatalmente, speculativa e poco - nel giudizio espresso sulla performance della banca - pesa il ruolo giocato dalla banca nella promozione delle economie locali.

In questo senso il voto capitario finisce per essere il baluardo al "divorzio" della banca dal territorio: proprio perché l'esercizio del diritto di voto risulta più oneroso per chi diventa azionista per mere ragioni speculative, il voto capitario assicura che a prevalere nell'orientare le scelte strategiche della banca e la selezione degli organi apicali siano gli interessi dei territori in cui la banca opera.

Gli interventi sul diritto di voto, quindi, devono essere finalizzati ad avvicinare il comportamento e l'interesse del "socio speculatore" ai comportamenti e agli interessi del "socio di comunità", piuttosto che viceversa.

In questo senso, è quasi paradossale che la proposta di riforma preveda, a favore delle sole banche di territorio di dimensione ridotta, l'adozione di accorgimenti che agevolano l'accesso al mercato dei capitali, incurante - in apparenza - delle possibili distorsioni che anche queste innovazioni potrebbero portare con sé. In particolare:

-          l'introduzione di un numero minimo e l'innalzamento del numero massimo di deleghe attribuibili al medesimo socio per il voto in assemblea:

-          l'emissione di strumenti finanziari partecipativi (ex art. 2526 c.c.), che possono conferire diritti rafforzati ai soci finanziatori, come la nomina di una parte degli amministratori (Rossi 2015).

 

 

 

Ma è sull'esercizio del voto capitario che vanno introdotte le innovazioni più incisive, capovolgendo la logica della riforma. Ovvero: anziché mirare alla soppressione della tipologia delle banche di territorio di grande dimensione, è opportuno prevedere l'introduzione del voto plurimo o maggiorato commisurato, entro limiti definiti, all'effettivo capitale sottoscritto.

La maggiore aggregazione della proprietà costituisce un incentivo alla partecipazione al voto assembleare e consegue quindi l'obiettivo di avvicinare gli interessi delle diverse tipologie di socio, oltre ad agevolare l'accesso al mercato dei capitali, rendendo possibile al socio esercitare - entro i limiti previsti - una influenza sulle delibere assembleari proporzionale alla quota di capitale detenuto.

Nei casi in cui la banca agisca su un territorio circoscritto, il voto plurimo può essere riservato ai soci residenti al di fuori dell'area di operatività: allo scopo di incentivare la partecipazione di questi ultimi alle assemblee.

4.    Conclusioni

 

Ciò che rischia di andare disperso con la conversione forzata in società di capitali delle banche popolari è un modo di operare nel mercato del credito - una cultura d'impresa - che ha dato negli anni buone prove di sé, sia dal punto di vista della redditività, sia sotto il profilo della capacità di accompagnare la crescita economica regionale e nazionale.

Le possibili patologie che l'applicazione del modello - come è accaduto per ogni altro modello imprenditoriale - ha subito nel tempo non fanno velo alla opportunità di riconoscerne il valore e l'utilità:

a)      da un lato, perché l'Autorità di Vigilanza dispone già oggi delle possibilità di intervento per sanare tali patologie: dalla moral suasion fino alla conversione della forma societaria della banca che non si riveli in grado - sul campo e non sulla base di un discutibile principio - di far fronte ai requisiti di solidità posti a tutela dei propri clienti;

b)      dall'altro, perché appare possibile una modulazione delle caratteristiche peculiari di queste banche (in particolare, il voto capitario) che tenga in adeguato conto le questioni poste dalla loro crescita dimensionale, senza distruggere la loro impronta originaria.

 

Al contrario, l'abbandono forzato della veste cooperativa e del voto capitario espone questi istituti alla scalata da parte di investitori finanziari che, pur capaci di creare e gestire -con alterne fortune- gruppi bancari di rilevanti dimensioni, non sarebbero in grado di garantire la valorizzazione di questo patrimonio di cultura imprenditoriale, che andrebbe perduto, a danno non di particolari gruppi di interesse, ma dell'intero mercato del credito.

 

 

Riferimenti bibliografici

S. Rossi (2015), Audizione nell'ambito dell'istruttoria legislativa sul disegno di legge C.2844, di conversione in legge del decreto-legge n.3 del 2015, recante misure urgenti per il sistema bancario, Camera dei Deputati - Commissioni riunite Finanze e Attività produttive, commercio e turismo, Roma 17 febbraio 2015

Mediobanca - R&S (2015), Focus comparativo sulle banche popolari italiane, disponibile a: http://www.mbres.it/sites/default/files/resources/download_it/Focus%20Banche%20Popolari%20Italiane%20novembre.pdf

 

 

Sull'utilità delle varie forme di esercizio del credito [12]

 

I.         Problemi generali: macroeconomici.

 

La struttura del sistema bancario non è efficiente dato che non è adeguata all'obiettivo del finanziamento degli investimenti delle Pmi e nel territorio:anche la banca centrale ha sottolineato il fatto che la espansione monetaria non si è tradotta in un adeguato flusso di credito verso l'economia. Solo le banche locali hanno accesso ad informazioni spesso tacite e a superare le asimmetrie informative, per rispondere alle esigenze di finanziamento delle imprese sul territorio. Il finanziamento degli investimenti delle Pmi richiede delle banche locali e non è possibile il ricorso diretto al mercato finanziario come le grandi imprese che di fatto hanno diminuiti il ricorso al credito bancario. È necessario tenere conto anche degli obiettivi dello sviluppo e degli interessi delle imprese industriali che sono finanziate dalle banche e non solo dell'obiettivo della stabilità del sistema finanziario.

 

 

2.         Problemi generali: il settore del credito

 

L'obiettivodella stabilità del sistema finanziario o bancario è compromesso se tutti gli operatori sono uguali e corrono gli stessi rischi operando secondo gli stessi criteri. La sicurezza del sistema finanziario rende necessarioisolare parte del sistema finanziario da fattori sistemici che operano in modo simultaneo su tutti gli attori di uno stesso sotto settore. La differenziazione tra le banche  consente una diversificazione del rischio e una maggiore stabilità del sistema finanziario nazionale complessivo. Il sistema delle banche universali è pericoloso e determina inevitabilmente una concentrazione eccessiva che limita la concorrenza e crea delle imprese "too big to fail".

 

 

 

Esiste una complementarietà tra la diversità dello specifico campo di attività delle singole banche che impone che esse abbiano caratteristiche strutturali diverse o che abbiano una struttura della proprietà e di governance diversa. L'attività finanziaria o di concessione di credito e di investimento non impone un'unica soluzione ma soluzioni diverse secondo il tipo di investimento che le banche intendono compiere e quindi le banche devono avere una struttura diversa, secondo da un lato il campo di attività o il settori in cui investono e dall'altro secondo il mercato della raccolta dei fondi considerato (risparmio locale o emissioni di titoli sul mercato internazionale).

 

Analogo è il problema ben noto della necessaria distinzione tra banche commerciali e banche di investimento. Si deve prendere atto del fatto che per svolgere lavori diversi ci vogliono strutture diverse e che la separazione tra commercial banking e investment banking è codificata da lungo tempo. È chiaro che chi opera nel commercial banking ha una prospettiva di breve e ha accesso ad informazioni standardizzate e che chi opera sugli investimenti a medio termine deve essere in grado di utilizzare informazioni qualitative e assumersi un livello di rischio non quantificabile con meri indicatori di merito di credito.

 

L'eccessiva concentrazione del sistema bancario ha portato a meccanismi collusivi tra le diverse banche e tra le banche e i grandi gruppi industriali e finanziari, ed è certamente concausa importante della crisi del 2008 e dell'imponente operazione di salvataggio internazionale.

 

La diversità delle tipologie di banca è funzionale all'obiettivo di aumentare la concorrenza sul mercato del credito. La riforma permetterebbe di eliminare un pericoloso concorrente più capace delle grandi banche universali. Le caratteristiche delle banche popolari aumentano la concorrenza e valorizzano alcuni fattori del tutto legittimi che assicurano loro un vantaggio competitivo rispetto alle banche ordinarie.

 

La differenza nei modelli di management è un fattore importante della competitività delle singole banche. La concorrenza è possibile solo se i modelli di management delle imprese sono diversi e non avviene solo nel prezzo ma anche tramite la diversificazione della qualità del prodotto e servizio reso.

 

La concorrenza non deve essere fine a se stessa e non deve comportare un minore benessere per il consumatore. La concorrenza deve permettere la migliore soddisfazione del cliente, la cui soddisfazione può essere maggiore se la offerta valorizza le economie di prossimità o le soft information locali.

 

La riforma comporta uno stravolgimento della governance e tale riforma della governance non migliora ed anzi peggiora i risultati delle banche e avrà effetti negativi sul sistema delle imprese che sono clienti tipici  delle banche popolari.

 

 

 

 

3.         Problemi di natura locale o territoriale

 

Nel finanziamento delle imprese sono inevitabili le asimmetrie informative. Le informazioni tacite accessibili solo tramite contatti ravvicinati con le imprese che richiedono i prestiti. È errato parlare di "opacità" nella valutazione da parte della banca dei prestiti alle imprese quando si deve tenere conto di fattori qualitativi e non solo misurabili quantitativamente, dato che è inevitabile l'esistenza di asimmetrie informative tra banca e debitore ed è necessario avere accesso non solo a tutte le informazioni numeriche o monetarie ma anche a informazioni e conoscenze che sono tacite e disponibili solo a livello locale

 

In particolare lo sviluppo del credito alle famiglie e al settore delle costruzioni e immobiliare  richiede valutazioni molto vicine al territorio. Le grandi banche universali si sono progressivamente ritirate da questo mercato o settore di attività per specializzarsi nell'investimento in titoli finanziari a scala internazionale.

 

È necessaria una visione nazionale ma anche un forte radicamento locale che permette alla banca di trarre vantaggi dall'investimento nella realtà locale considerata.

 

 

4. Problemi generali: microeconomici

 

La riforma non risponde al vero problema che non è la natura della proprietà ma il comportamento dei manager/amministratori, come provano anche i problemi sorti recentemente con decisioni prese in modo troppo affrettato senza tenere conto degli interessi dei risparmiatori e dell'impatto delle misure sul risparmio locale.

La dimostrazione che il vero problema non è la natura della proprietà o degli investitori che di fatto subiscono gli effetti negativi delle crisi bancarie, ma:

A)    La carente  e terribilmente tardiva sorveglianza sul management e prevenzione degli abusi da parte delle autorità competenti.

B)     Il controllo e il rinnovo periodico del management che spesso fa operazioni finanziarie in perdita per colpa o per dolo in accordo con chi ha ricevuto prestiti dalle banche e non li restituisce.

C)    L'intervento della magistratura che deve sanzionare i manager incapaci o corrotti.

 

 

5. La specificità delle banche popolari e la governance

 

Il voto capitario si applica nel caso di decisioni collettive di rilevanza nazionale e non si vede perchè debba essere limitato al caso di organizzazioni piccole (con un capitale inferiore a 8 mld).

 

 

 

Va sostenuto che il voto capitario è tipico della democrazia politica ove è inconcepibile ormai che il singolo abbia diritti diversi secondo il proprio patrimonio. Il sistema del voto capitario non impedisce nè nel caso della singola banca nè nel caso di un sistema paese che il capitale sia distribuito in modo diseguale e nulla impedisce che nelle banche popolari ci siano azionisti che hanno investito un capitale maggiore che altri. Il voto capitario si giustifica quando è necessario che la banca si comporti (come lo Stato) nell'interesse di tutti e non solo nell'interesse di quelli che hanno un capitale maggiore.

 

In particolare, il voto capitario è funzionale o indispensabile per assicurare un radicamento della banca nella comunità e nell'economia locale

 

Gli azionisti delle banche popolari sono rappresentati in assemblea non in quanto investitori finanziari ma in quanto rappresentanti degli interessi del territorio o degli utenti stessi della banca. Infatti l'obiettivo della banca cooperativa non è quello di remunerare in modo piu' elevato il capitale ma quello di contribuire allo sviluppo economico della realtà locale, assicurando un rendimento normale al capitale investito. Di fatto gli azionisti rappresentati in assemblea devono tutelare questa missione sociale o territoriale della banca cooperativa.

 

La partecipazione al capitale di rischio può essere variabile ma il diritto di voto non deve essere proporzionale al capitale investito ma unico per ogni investitore in modo da tenere conto dell'insieme degli investitori o della comunità locale e non di interessi individuali. Il diritto di voto potrebbe essere limitato ai residenti nella regione considerata e gli investitori non residenti potrebbero essere esclusi dal partecipare alla assemblea in modo attivo.

 

Il problema della ricapitalizzazione delle banche:

·         si possono trovare altri strumenti per assicurare la ricapitalizzazione delle banche e per attivare il risparmio locale,

·         solo se si assicura una forte rappresentanza a scala locale sarà possibile raccogliere capitali a scala locale,

·         necessario stimolare l'investimento locale tramite l'assicurazione di vantaggi locali.

 

La dimensione e la distribuzione degli utili. Gli utili delle banche popolari devono tenere conto del fatto che tali banche hanno come obiettivo di creare un beneficio per il territorio e per i diversi attori/stakeholders e non solo per gli azionisti delle banche stesse.

 

La riforma dei poteri del management. Il problema delle banche popolari cooperative non è la struttura dell'azionariato o il principio del voto capitario rispetto a quello del valore del capitale investito, ma il problema del controllo degli azionisti sugli amministratori. Infatti in presenza di una proprietà frammentata il management, che si tratti o meno di SpA, assume un potere eccessivo. Un problema di collusione tra manager e azionisti e di scarsa rotazione del management avviene anche nel caso di società di capitale con molti azionisti.

 

Sono tuttora carenti e richiedono una riforma i meccanismi di selezione e rotazione del management della banca popolare dato che il management può trarre un beneficio da una eccessiva frammentazione della proprietà è quindi necessario individuare forme che permettano una maggiore aggregazione degli azionisti in modo che i loro rappresentanti possano indicare chiari linee strategiche al management della banca cooperativa. Il problema è analogo a quello nella democrazia politica ove i politici eletti danno indicazioni vincolanti ai dirigenti della amministrazione pubblica.

 

È necessario regolamentare non solo l'azionariato ma anche il potere del management e impedire la irresponsabilità dei manager e meccanismi di tipo autocratico o di mera cooptazione.

 

 

6. Il principio di libertà

 

È necessario rivendicare un principio di libertà per cui ogni cittadino e organizzazione è libero di decidere come meglio organizzarsi per perseguire scopi legittimi e la normativa non deve pretendere di vincolare tutti agli stessi comportamenti ma solo impedire eventuali danni a terzi o effetti negativi sul benessere di altri. Unobbligo di assumere la forma di società per azioni contraddice il diritto di libertà che ogni cittadino ha di decidere la forma e il contenuto dei propri contratti. In particolare non si possono imporre per legge vincoli che limiterebbero la iniziativa economica o la capacità competitiva delle banche popolari rispetto alle altre banche.

 

Il benessere collettivo dipende dalla complementarietà tra i diversi soggetti e non si deve imporre dall'alto l'omogeneità o l'omologazione a comportamenti o modelli ritenuti più "corretti" o "moderni". È ormai consolidata nella letteratura la consapevolezza che esistono modelli diversi di "capitalismo" (renano, anglosassone, delle piccole e delle grandi imprese, ecc.), e che l'esperienza storica indica che ognuno ha avuto fasi diverse di successo e insuccesso relativo.

 

 

Sulla tematica dell'accesso al mercato finanziario economico strumentale[13]

" La trasformazione in SpA, che dovrebbe comunque essere accompagnata da accorgimenti finalizzati a mantenere nel tempo l'attuale carattere di Public-company indipendente, andrebbe prevista non quale obbligo cogente ed ineludibile, ma solo quale sanzione, per le popolari che non completino un percorso evolutivo finalizzato, tra l'altro, a riconoscere al voto capitario un ruolo non esclusivo, ed al voto proporzionale un ruolo non marginale".

 

 

Dalle conclusioni dell'audizione presso la Camera dei Deputati del presidente di Assopopolari dott. Ettore Caselli del 19.2.2015.


Per le nostre considerazioni è utile partire da questa che ci pare l'unica apertura ufficiale e sufficientemente esplicita di Assopopolari al tema che stiamo analizzando: come dar vita ad un processo di cambiamento delle banche popolari che possa rispondere - senza snaturarle - ad alcune esigenze espresse dal mercato, dai Regolatori e diffuse nell'opinione pubblica.
Non rileva, ai fini di questo lavoro, se molte delle critiche che vengono collegate alla formula di banca popolare siano sbagliate, parziali o in cattiva fede.


Vogliamo solo dimostrare che queste "obiezioni" alla permanenza dello status di popolare sopra una certa dimensione:


a) sono teoricamente risolvibili con modelli statutari e di governance che rispondono alla necessità di bilanciare (come dice Caselli) il ruolo dell'azionariato diffuso con quello dell'investimento di capitale;

b) che esistono casi reali - la Banca Popolare di Milano dalla fine del 2011 ad oggi - in cui questa situazione è stata realizzata sotto lo stretto controllo/indirizzo di Bankitalia ed ha garantito un rilancio giudicato, a consuntivo,  molto positivamente.


Sono sicuramente possibili formule statutarie che consentono agli investitori istituzionali di eleggere, in un percorso separato e al riparo dalle "logiche" dl voto per testa, i propri amministratori, in grado di verificare che la gestione rispetti gli obiettivi comunicati al mercato e sulle cui basi gli investitori hanno sottoscritto quote sempre più significative di capitale delle grandi popolari.


Ciò si traduce anche in meccanismi statutari che prevedano maggioranze qualificate per le decisioni fondamentali e per il funzionamento dei diversi comitati (controlli ad es.), maggioranze non raggiungibili senza il voto favorevole di questi amministratori in modo che la loro funzione risulti dirimente in un appropriato bilanciamento di poteri.


Uno schema del genere, applicato in un modello "duale" (dove la distinzione tra la funzione di supervisione strategica, quella di gestione e quella di controllo è accentuata dall'essere  attribuite a organi distinti) può ulteriormente scongiurare rischi di ingerenza non sana di gruppi di soci nelle scelte di conduzione aziendale e rischi di autoreferenzialità.

Questa possibilità è già in parte prevista nelle disposizioni di Vigilanza Capitolo I GOVERNO SOCIETARIO.  Alla sezione quarta "Composizione e nomina degli organi sociali", nei principi generali all'ottavo capoverso si legge: "Le modalità di nomina e di revoca degli organi aziendali devono essere trasparenti e disciplinate a livello statutario. Tali modalità devono assicurare una adeguata rappresentanza negli organi aziendali delle diverse componenti della base sociale (investitori istituzionali, minoranze qualificate)".
Alla sezione quinta "Funzionamento degli organi, flussi informativi e ruolo del Presidente" Bankitalia prevede un punto (1.3) specifico per le popolari che devono prevedere nello statuto:  "...i criteri per la presentazione delle liste per la nomina dei consiglieri. Se la banca popolare è quotata, la presentazione delle liste è consentita anche ai soci che rappresentano percentuali di capitale sociale stabilite dallo statuto e definite in modo coerente con la dimensione e l'articolazione degli assetti proprietari".

Una simile innovazione nella governance dovrebbe sicuramente cancellare le preoccupazioni espresse in varie sedi  da Salvatore Rossi in tema di capacità di ricapitalizzazione delle popolari.
Dice il dr Rossi Direttore generale di Bankitalia: "La formula giuridica cooperativa è uno svantaggio competitivo in questo contesto: se l'aumento di capitale che viene richiesto è, per dimensione e per urgenza, realizzabile solo sul mercato dei capitali, fattori quali il voto capitario e i limiti al possesso azionario e alla rappresentanza in assemblea sono assai poco attraenti per investitori istituzionali che desiderano incidere sulle scelte gestionali dei soggetti finanziati al fine di tutelare il loro investimento.." (Camera dei Deputati 17.2.15)
L'affermazione è contraddetta dalla capacità realizzata delle banche popolari di reperire capitali sul mercato. Ma qui si assume che le argomentazioni dei "critici" abbiano qualche elemento di fondatezza, per dimostrare comunque che esiste una gamma di opzioni senza la necessità di imporre la trasformazione in SpA (o con parole diverse che la legge è sproporzionata pure rispetto ai fini dichiarati). 
Ma c'è di più, l'esperimento di una popolare "ibrida", accompagnato da un processo positivo di risanamento dei conti, è già stato realizzato sul campo con l'assetto  assunto dalla BPM dal 2011 a oggi.

In quella fase la banca era in piena crisi: di risultati, di management (dimissioni e ricambio del DG), reputazionale (vicenda "convertendo") e nei rapporti con l'Organo di Vigilanza che ha concluso un'ispezione dagli esiti pesantissimi affibiando "add on" in termini di capitale che impediscono qualsiasi sviluppo possibile e mettono in discussione la solidità patrimoniale.

In più scandali pesanti, legati a concessione di crediti contro versamento di "dazioni", coinvolgono la Presidenza stessa della banca (che non è di antica nomina ma di recente e innovativa nomina su indicazione politica, anzi governativa) e in questo contesto coloro che hanno forte influenza sul voto assembleare non trovano nulla di meglio che ingaggiare un inutile e stupido braccio di ferro con Bankitalia bocciando la proposta di innalzamento delle deleghe di voto proposta dal Consiglio di Amministrazione (proposta fortemente "suggerita" da Bankitalia).


 Si apre così una crisi in Consiglio che porta nell'autunno ad una assemblea straordinaria nella quale si modifica profondamente lo Statuto e si procede al rinnovo degli organi in base alle nuove Regole statutarie che sono letteralmente "dettate" al Consiglio uscente (che le deve proporre ai soci) dalla Banca d'Italia.



Varie versioni vanno avanti e indietro da Milano a via Nazionale fino alla formula che tuttora è in vigore e che ha come obiettivo dichiarato quello di impedire che si possano riprodurre tutte le disfunzioni nella governance che hanno messo in crisi la banca.
Si fronteggiano in assemblea due schieramenti entrambi capitanati da due finanzieri "cavalieri bianchi" in grado di fare fronte con risorse proprie alle prime necessità di ricapitalizzazione: Andrea Bonomi contro Matteo Arpe.


Qui, più di scrivere la storia recente di BPM, interessa esaminare i punti centrali in cui si sostanzia lo Statuto nuovo e che consentono in quella fase "emergenziale" l'ingresso in un ruolo preminente di grandi investitori privati e un successivo processo di risanamento.

 

Intanto si impone il sistema "duale" con caratteristiche molto influenzate dalla contingenza del momento: non c'è funzione di supervisione strategica del Consiglio di Sorveglianza (diversamente da ciò che accade nelle situazioni dove il duale è già utilizzato) e i poteri sono fortemente sbilanciati sul Consiglio di Gestione (il che si rivelerà poi un problema per l'eccessiva autoreferenzialità di un solo azionista).


Ma ai nostri fini rileva che lo Statuto consente agli ORGANISMI DI INVESTIMENTO COLLETTIVO l'elezione di 3 amministratori con una corsia "preferenziale" e in aggiunta, in automatico, di 1 amministatore ciascuno per i 2 soci "industriali" della banca (allora Credit Mutuel e Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria che aveva apportato la "propria" banca in BPM).
Per la nomina e la revoca del Consiglio di Gestione prevede maggioranze qualificate di 3/4 ma tale maggioranza DEVE includere il voto favorevole di un consigliere rappresentantedei Fondi E di un consigliere rappresentativo dei soci "industriali".


Analogamente nel Comitato per i controlli interni e nel Comitato Nomine queste categorie di amministratori devono essere presenti. Nel Comitato Nomine le deliberazioni sono prese a maggioranza ma tale maggioranza deve necessariamente includere il voto favorevole sia del Consigliere dei Fondi che di quello dei soci industriali.


Non si tratta di erigere questi meccanismi a modello. Si tratta solo di rilevare che anche in situazioni complicate e difficili esiste la possibilità di contemperare esigenze e interessi dell'azionariato diffuso con quelle degli investitori istituzionali e finanziari e i meccanismi di governance possono prevedere questo "equilibrio", pur rimanendo nell'alveo del sistema delle popolari.
Il successivo fermo rifiuto della maggioranza dei soci alla trasformazione in SPA, proposta dall'azionista di riferimento il finanziere Bonomi nel corso del 2013, non ha impedito che nuovi amministratori e manager conducessero in porto le successive ricapitalizzazioni, il rilancio operativo e il superamento brillante degli AQR e stress test della BCE (secondo sem. 2014).
La noticina un po' paradossale è che oggi sono in carica amministratori nominati da alcuni Fondi ma non c'è più la partecipazione azionaria che essi dovrebbero "tutelare" venduta dal finanziere per realizzare un capital gain a breve.


Il che dimostra che anche l'assunto di Rossi sui Fondi che vogliono gestire le aziende è almeno opinabile. Vi è un riscontro di ciò nella pratica delle società quotate in borsa. In queste società, i Fondi sono liberi di esercitare il voto proporzionale ma, di norma, in Assemblea dei soci, i Fondi si astengono dal votare, per prassi e regolamenti loro.

La quotazione in Borsa delle popolari è strumento utile per l'accesso al mercato finanziario e non è in contrasto con la loro natura, anzi è alla stessa congeniale essendo strumento di proprietà diffusa. Essa permette di contare, in caso di necessità di aumentare il capitale, sia sull'apporto dei propri soci storici che raramente è mancato che di quegli investitori istituzionali di lungo termine, mente in nessun caso sarà possibile né utile contare sugli investitori tocca e fuggi che sono esclusivamente interessati a guadagni di capitale a breve con operazione speculative. Questi sì sono in contrasto esistenziale con le popolari, mentre la c.d. riforma ha l'unico obiettivo comprensibile di aprire loro la porta. Anche l'accesso al mercato finanziario va segmentato e finalizzato alla luce degli obiettivi di lungo termine dell'impresa, della sua natura, della sua cultura, della sua storia.

Sulla tematica del mismanagement e dei possibili rimedi

Un'altra  fiaba ampiamente alimentata dal pensiero che sostiene il d.l. in discussione è che la tematica del mismanagement sia legato alla forma giuridica. L'elenco delle bancarotte e scandali bancari realizzati attraverso l'uso e l'abuso della società per azioni è impressionante, da Sindona a Calvi al Monte dei Paschi di Siena allo scandalo di subprime della JP Morgan, alle tempeste dello IOR, al disastroso fallimento della Lehman Brothers, tutte SpA. Lo scandalo più grosso delle popolari è stato quello della Banca Popolare di Lodi, stimolata verso una dissennata corsa a sempre maggiori dimensioni attraverso acquisizione e fusioni, sostenuta se non guidata dall'allora governatore Antonio Fazio della Banca d'Italia. E' impressionante come l'attuale direzione della Banca d'Italia stia guidando il sistema verso un ciclo analogo a quello del governatore Fazio, perseguendo le stesse credenze ed obiettivi che guidavano questo governatore dall'azione del quale la caduta di credibilità della Banca d'Italia non si è più interamente ripresa.

Il problema del mismanagement, problema generale e universale, ha poco o nulla a che fare con la forma giuridica della banca, ma richiede:

 

 

 

-          una efficace e tempestiva vigilanza sul management da parte delle autorità competenti che già hanno tutti i poteri per evitare abusi e anticipare pericoli. Nonostante le campagne di sostegno televisivo e presidenziali il giudizio diffuso tra esperti e operatori, e  ampiamente documentato, è che tale vigilanza sia stata recentemente molto insufficiente e tardiva. E questa ricerca di sostegni metodici,  fa semplicemente alzare il tasso di sfiducia nel sistema;

-          il controllo e il rinnovo periodico del management, certamente entrambi realizzabili anche per le popolari, senza cancellarne il "genus";

-          l'intervento duro della magistratura che deve rapidamente sanzionare manager e amministratori incapaci e corrotti, sia sul piano penale che del ristoro di danni provocati.

Annotazioni su memorie di costituzione  in giudizio depositate da banca d'Italia e da Presidenza del Consiglio dei Ministri rappresentata e difesa dall'Avvocatura Generale dello Stato.

1.      La memoria della Banca d'Italia dedica ampio spazio per sostenere la carenza di interesse a ricorrere in capo a tutti i ricorrenti. Il tema è evidentemente decisivo, perché se fosse fondato chiude la partita. La memoria dell'Avvocatura (che sembra molto più seria dell'altra) non solleva questo argomento. Vi è qualche ragione che spiega questa differenza? Questo contrasto può essere utile?

2.      Un trucco retorico della memoria della Banca d'Italia è di giocare sui termini cooperazione e caratteristiche mutualistiche. I due termini sono spesso usati come se avessero lo stesso significato. E invece è da tempo pacifico che una struttura cooperativistica può esistere anche senza l'elemento di mutualità interna e si è così sviluppato il concetto di mutualità esterna basato sulla distribuzione di utilità nel territorio, requisito presente nella grande maggioranza delle banche popolari, anche con norme statutarie. Questo trucco retorico va smontato con  vigore. A pag. 26 della memoria della Banca d'Italia si afferma: "oppure prendere atto della incompatibilità del regime delle società mutualistiche per intermediari enormi e ad operatività internazionali". Ma nessuno dei soggetti in parola è o pretende di trovarsi in un regime mutualistico. A pag. 30 della stessa memoria si afferma che le popolari apparterrebbero al "generis delle società cooperative  a mutualità prevalente". Si tratta di una affermazione fuorviante perché è pacifico  da tempo, in dottrina e giurisprudenza, che le popolari non appartengono a tale "generis", come è del resto chiaramente enunciato nella memoria dell'Avvocatura: "sicché è sempre stato escluso che una banca popolare potesse essere qualificata come cooperativa a mutualità prevalente". Siamo d'accordo. La Banca d'Italia, invece, dissente per confondere le acque.

3.      Un altro trucco retorico evidente consiste nel citare a sostegno dei propri argomenti testi presumibilmente scritti da chi fa la citazione. Spesso, ad esempio, si cita come documento di sostegno la relazione al d.l. di conversione del decreto, cioè un testo che se non scritto direttamente dalla Banca d'Italia è stato certamente con la stessa concordato. Così attraverso queste citazioni incrociate sono sempre le stesse poche persone che parlano tra loro e si auto citano. A pag. 13 questo trucco retorico diventa, nella memoria della Banca d'Italia, sfacciato.

 

 

Prima si afferma che siffatta riforma trova riscontro anche nei continui richiami sul punto del Fondo Monetario Internazionale e della Commissione Europea ma questi continui richiami non vengono identificati. E poi tra virgolette si citano delle riflessioni che sono tratte dalla Relazione al d.l., e  che vengono citate in modo da far credere al lettore affrettato che esse coincidano con quelle presunte del FMII e della Commissione. Invece il parere più oltre analizzato del CESE (organo di consulenza istituzionale della Commissione europea) afferma: "Anche il Fondo Monetario Internazionale pone l'accento sul ruolo essenziale della banche cooperative. Questi istituti che dipendono in misura minore dalla aspettativa degli azionisti soddisfano in modo affidabile e sicuro le necessità di credito delle PMI  e di molti nuclei familiari". Chi dice il vero?

4.      Accanto agli esercizi retorici ed alle affermazioni non documentate (come quella riferita al FMI e alla non meglio definita "Europa" emergono evidenti contraddizioni, come le seguenti:

-          a pag. 12 della memoria Banca d'Italia si cita come ragione dell'urgenza dell'intervento il "Credit crunch". Abbiamo illustrato come le statistiche dimostrino che le popolari sono il settore creditizio che ha  lasciato lo spazio minore al "credit crunch", anche a costo di un controllato aumento del rischio di credito. Ben lungi dal costituire un caso di imprudente gestione del credito, questa scelta ha dato sostanza agli inviti delle Autorità competenti ad evitare fenomeni di "credit crunch" che amplificassero gli effetti della recessione;

-          tutta la memoria della Banca d'Italia è (erroneamente) dominata dal concetto che le popolari in parola sono troppo grandi e operano su troppe province per poter essere definite banche territoriali. Ma la memoria dell'Avvocatura cita una testimonianza del Direttore Generale della Banca d'Italia nell'audizione nell'ambito dell'istruttoria legislativa sul disegno di legge di conversione in legge del d.l. n. 3/2015 che afferma: "Innanzitutto la concentrazione geografica e settoriale dei prestiti rende le banche territoriali intrinsecamente fragili non potendo ricorrere oltre certi limiti alla diversificazione dell'attivo".

Allora queste banche non possono definirsi territoriali perché troppo grandi o sono territoriali e "quindi" fragili? Qui si gioca con le parole e con concetti che non essendo definiti con precisione, sono ambigui e vengono usati in modo contraddittorio.

Non lo chiede l'Europa

Un altro trucco retorico che però merita distinta evidenza è quello di fare riferimento a non identificate necessità derivanti dalla legislazione europea, e questo vale per entrambe le memorie. Ad esempio si cita l'entrata in vigore della Vigilanza europea e del "bail in" come ragioni dell'intervento sulle popolari. Ma si tratta di cose completamente diverse e pacificamente applicabili alle banche popolari, a prescindere.  In tutto il testo aleggia una specie di misterioso: "lo chiede l'Europa". Ma quale Europa? Anche Francoforte è in Europa ma le istituzioni democratiche che rilevano e che rappresentano l'Unione Europea non sono a Francoforte.

 

 

Per uscire da questo grande imbroglio si deve chiedere con chiarezza: quale specifica norma o disposizione regolamentare delle istituzioni politiche e legislative europee stabilisce che il credito cooperativo ed il voto capitario vanno cancellati? Perché la vera ed unica ragione della c.d. riforma è chiarita sin dalle prime parole della memoria Banca d'Italia quanto a pag. 3 della stessa si afferma che la riforma in parola "prende in considerazione le banche popolari quale modello da riportare alla logica di mercato" (si intende sotto il profilo del voto capitario) e questo è tutto. E chi lo stabilisce? Chiediamo ci venga indicata una norma europea che faccia chiarezza su questo punto centrale. Altrimenti, si tratta di una semplice impostazione ideologica e politica portata avanti da alcuni tecnici privi di una base ragionevole, culturale, politica, legislativa. E come conciliare questa favola dell'Europa che lo chiede con le affermazioni del CESE, il Comitato economico e sociale europeo che in data tre febbraio 2015 ha formulato il suo parere su: "Il ruolo delle banche cooperative e delle casse di risparmio nella coesione territoriale - proposte per un quadro di regolamentazione finanziaria adottato". Il parere è stato approvato nella sessione plenaria dei giorni 18 e 19 febbraio 2015, con 153 voti favorevoli, 2 voti contrari e 10 astensioni.

Nelle "Conclusioni e raccomandazioni" formulate da questo Organismo che fa parte delle istituzioni europee e che quindi può rappresentare veramente una voce europea legittimata e autorevole, si legge:

1          "  Conclusioni e raccomandazioni

1.1.            Il CESE ritiene che, nella transizione verso nuovi modelli di attività bancaria (new banking­ business model) e non bancaria di natura finanziaria, sia indispensabile preservare la "biodiversità" delsistema finanziario, senza che questo implichi, arbitrarietà nell'applicazionedelle norme.

1.2.            Le banche in cui prevale il valore per l'azionista (shareholder's value o SHV)  devono essere complementari, in modo efficiente, alle banche in cui prevale il valore per le parti interessate (stakeholder's value o STV) attraverso le attività all'ingrosso, al dettaglio e d'investimento. Soltanto in questo modo sarà possibile pervenire a un ecosistema finanziario stabile ed efficace, che contribuisca appieno allo sviluppo dell'economia reale.

1.3.            Il CESE appoggia risolutamente gli sforzi compiuti dalla Commissione europea nel prendere in considerazione nella nuova regolamentazione finanziaria la specificità -delle banche cooperative e delle casse di risparmio evitando le conseguenze indesiderate derivanti dall'uniformità nell'applicazione delle norme prudenziali e il possibile eccesso di oneri amministrativi.

1.4.            Ciononostante, il problema principale continua a riguardare l'adeguata applicazione del principio di proporzionalità nella nuova regolamentazione bancaria (specialmente in
rapporto alla direttiva sui requisiti patrimoniali - CRD IV - e al regolamento sui requisiti
patrimoniali - RRC-), che il Comitato di Basilea ha invece proposto di applicare in modo proporzionale, conformemente ai Trattati dell'Unione europea. Questo implica che bisognerebbe applicare i requisiti più stringenti alle banche che operano a livello globale, requisiti rigorosi alle banche paneuropee (che hanno carattere sistemico in Europa) e requisiti più flessibili alle banche nazionali e locali (garantendo un livello adeguato di protezione per il consumatore).

1.5.            Non si tratta qui di concedere gratuitamente privilegi a determinati comparti del settore finanziario. Il CESE ha sempre puntato sulla parità di condizioni e, di conseguenza, sollecita l'utilizzo di parametri oggettivi che giustifichino una regolamentazione specifica per ogni modello di attività. Fondamentalmente, questi parametri sono i risultati economici e finanziari, il contributo all'economia reale, la gestione del rischio e la governance. Il CESE propone alle autorità finanziarie di incentivare gli attori che meglio soddisfino tali condizioni.

1.6.            Se da un lato il CESE intende valorizzare il modello bancario rappresentato dalle banche cooperative e dalle casse di risparmio, dall'altro afferma con forza il suo totale rifiuto di determinati comportamenti del settore finanziario, seguiti anche da alcuni attori di questo settore, e chiede un rafforzamento delle norme deontologiche e dei codici di buona governance per l'insieme del settore finanziario quale conditio sine qua non per recuperare la fiducia perduta.

1.7.            Il CESE sottolinea gli .effetti drammatici che il persistere della stagnazione e il rincaro del credito alle PMI  e alle famiglie possono avere per il futuro dell'Unione europea. Il Comitato fa proprie inoltre le critiche recentemente rivolte dal Parlamento europeo alla posizione del Comitato di Basilea che ha messo in discussione gli strumenti specifici europei tesi a finanziare le PMI.

1.8.            Se l'Europa vuole affrontare con successo le sfide future ed essere un agente del cambiamento (invece di subirlo in modo passivo), dovrà adottare con urgenza una serie di misure nel settore finanziario che portino all'attuazione effettiva della strategia Europa 2020, degli Atti per il mercato unico I e II, dello Small Business Act, del programma COSME, dell'iniziativa per l'imprenditoria sociale, ecc. Il rafforzamento del ruolo delle casse di risparmio e delle banche cooperative nel sistema finanziario europeo sarà determinante per la realizzazione di questi obiettivi.

2.             Le banche cooperative e le casse di risparmio nel contesto finanziario europeo

2.1.            Le casse di risparmio e le banche cooperative hanno storicamente svolto un ruolo chiave nello sviluppo dell'economia, in particolare nel sostenere l'agricoltura, la piccola industria e il commercio. Attualmente esse rappresentano circa il 40% del settore finanziario dell'Unione europea (in Francia raggiungono il 70% e in Germania il 60%), con significative differenze nella loro configurazione da un paese all'altro. Nel caso delle casse di risparmio la concentrazione settoriale in paesi come la Spagna e la Finlandia contrasta con la forte frammentazione della Germania o dell'Austria.

2.2.            In generale l'effetto della ristrutturazione bancaria è un panorama di istituzioni finanziarie più circoscritto, più sano ma anche meno inclusivo, nella misura in cui negli ultimi anni è stato tagliato il flusso di finanziamenti alle PMI e alle famiglie, accompagnando questo taglio con la graduale diminuzione della rete territoriale di agenzie e con la forte riduzione di posti di lavoro. Questo fenomeno può essere intensificato se la banca locale viene espulsa dal mercato.

2.3.            Le banche cooperative e le casse di risparmio, quali modelli di attività bancaria al dettaglio,

presentano elementi distintivi molto significativi: il loro legame con il tessuto produttivo locale, il loro radicamento territoriale, la capillarità delle loro reti commerciali, la prossimità alla clientela, il finanziamento di settori specifici, la contiguità agli interessi locali e agli attori sociali, nonché la solidarietà.

2.4.            La configurazione strutturale delle casse di risparmio e delle banche cooperative spinge generalmente questi istituti di credito a possedere strutture patrimoniali sane con un'assunzione di  rischi ragionevole, e indirizza i loro processi di investimento e capitalizzazione in linea con le politiche di sviluppo territoriale endogeno.

 

2.5.            Dal punto di vista concettuale è opportuno fissare le caratteristiche che differenziano le banche cooperative dalle casse di risparmio:

 

-          le banche cooperative sono enti di diritto privato che soddisfano due condizioni: sono società cooperative e, al tempo stesso, sono istituti. di credito la cui finalità principale consiste nella prestazione di servizi finanziari ai loro soci/proprietari e clienti. I principi cooperativi su cui è basata la loro governance sono quello di un processo decisionale democratico e quello di partecipazione (una persona, un voto); inoltre, una parte significativa dei loro utili è destinata a fondi di riserva e a fondi sociali con dotazione obbligatoria;

2.6.            le casse di risparmio sono enti di diritto privato collegati a fondazioni che perseguono essenzialmente due obiettivi: l'attività finanziaria e la finalità sociale. La singolarità del modello consiste nell'assenza di proprietari espliciti, anche se esistono altre configurazioni, come le società di diritto pubblico o le società perazioni. Quando fanno capo a fondazioni, i membri degli organi direttivi sono nominati da un'assemblea generale in cui sono rappresentati gli enti locali e regionali e anche - a seconda dei paesi - i clienti, i soci fondatori e i dipendenti. Gli utili sono accantonati a riserva o destinati a opere sociali. I dati relativi alle banche cooperative sono molto significativi in tempo di crisi: nessuna banca cooperativa è stata oggetto di una procedura concorsuale nell'UE. Esse detengono circa il 20% della quota di mercato in termini di depositi; in paesi come l'Italia, la Francia, la Germania e i Paesi Bassi finanziano tra il 25% e il 45% dei prestiti alle PMI e la loro quota di depositi è aumentata in modo costante nel corso degli ultimi anni, fatto che costituisce un importante segnale di fiducia verso questo tipo di organismi.

2.7.            Dal canto loro, le casse di risparmio hanno mantenuto una forte partecipazione al sistema finanziario dell'UE. Ad esempio, in Germania la loro quota di mercato è del 43% in termini di depositi e del 39% sotto il profilo dei prestiti; in Spagna le loro quote di mercato sono rispettivamente del 41% e 42%.

2.8.            Anche il Fondo Monetario internazionale[14] pone l'accento sul ruolo essenziale delle banchecooperative. Questi istituti, che dipendono in misura minore dalle aspettative degli azionisti, soddisfano in modo affidabile e sicuro le necessità di credito delle PMI e di molti nuclei familiari. ( Sottolineatura aggiunta).

2.9.            Ciononostante, si possono osservare delle eccezioni: alcune casse di risparmio e banche cooperative hanno tralasciato gli obiettivi loro propri, entrando con forza nel mercato delle attività speculative e puntando su espansioni eccessive in altri territori, circostanze che ne hanno minato il prestigio e che sono state il motivo alla base dell'introduzione in alcuni paesi di misure di regolamentazione che per alcuni aspetti hanno snaturato questo modello di banca.

2.10.        In sintesi, il rafforzamento del capitale, il raggiungimento di una dimensione adeguata, il mantenimento del  radicamento territoriale e la salvaguardia degli alti livelli di tutela del consumatore devono andare di pari passo con il mantenimento delle caratteristiche di fondo di un modello d'impresa specifico. Il CESE chiede alle istituzioni dell'Unione europea di riconoscere e sostenere questo processo.

3.      Sfide per Io sviluppo dell'attività bancaria al dettaglio

3.1.            Le banche cooperative e le casse di risparmio possiedono le caratteristiche tipiche di un modello di attività bancaria al dettaglio: prossimità alla clientela, radicamento territoriale, cooperazione, finalità sociale, ecc. Lo sviluppo delle loro potenzialità è tuttavia condizionato da differenti fattori[15]:

-          la crescente concorrenza ha comportato un taglio progressivo dei margini di intermediazione finanziaria;

-          la distribuzione multicanale richiede ingenti investimenti nella tecnologia;

-          dimensioni insufficienti comportano, in taluni casi, la necessità di stringere alleanze strategiche tra istituti o di realizzare fusioni;

-                    i fenomeni di concentrazione non sono privi di rischi e possono implicare diseconomie di scala;

-                    è difficile conciliare la banca di prossimità con la diversificazione geografica sui mercati internazionali.

3.2.            Ciononostante, le banche cooperative e le casse di risparmio continuano a svolgere un ruolo molto importante nel raggiungimento degli obiettivi della strategia Europa 2020 attraverso la loro funzione finanziaria, sociale e territoriale, e la loro attività è integrata dalle forme di finanziamento non bancario (finanziamento collettivo - crowdfunding, capitale di rischio, investitori informali - business angels, ecc.) sorte a causa della forte contrazione del credito bancario (credit crunch) e delle ingenti garanzie richieste

3.3.            Il CESE ritiene che  le autorità economiche e finanziarie debbano rafforzate le misure per rendere più facile l'accesso ai fondi da parte delle PMI  eper stimolare i finanziamenti a lungo termine, promuovendo la varietà delle forme d'impresa[16] é la ripartizione dei rischi nel settore dei servizi finanziari.

4.                   Funzione sociale al servizio delle economie locali

4.1.                            Nelle banche cooperative e nelle casse di risparmio la funzione finanziaria e quella sociale sono strettamente intrecciate nel loro sostegno all'obiettivo della coesione territoriale. L'impegno sociale e l'interesse per la comunità. Sono le caratteristiche più visibili per i cittadini[17].

4.2.                            L'avanzo realizzato viene distribuito a vantaggio della cultura, dell'assistenza sociale e sanitaria, dell'istruzione e della ricerca, del patrimonio storico e artistico, della sostenibilità ambientale, ecc., e nel caso delle casse di risparmio il dividendo sociale rappresenta svariati miliardi di euro l'anno.

4.3.            Di fronte alla necessità di creare valore per le economie locali, l'approccio del "valore per le parti interessate" (stakeholder's value) sta acquisendo sempre più importanza. In concreto, la banca sociale facilita l'inclusione finanziaria e la coesione territoriale, promuovendo l'imprenditoria e la realizzazione di progetti di microfinanza e di investimenti socialmente responsabili.

4.4.            Le banche cooperative e le casse di risparmio svolgono un ruolo importante quali intermediari degli strumenti e dei programmi dell'UE. Il CESE punta a facilitare la funzione di intermediazione degli strumenti finanziari della Banca europea per gli investimenti (BEI) e del Fondo europeo per gli investimenti (FEI) a favore delle banche cooperative più piccole attraverso la semplificazione dei requisiti amministrativi, un aspetto che è fondamentale per la realizzazione del piano Juncker. E' inoltre indispensabile rafforzarne il ruolo nell'attuazione dell'iniziativa per l'imprenditoria sociale.

 

5.      Effetti della ristrutturazione sul settore dell'attività bancaria a finalità sociale

 

5.1.      Negli ultimi tempi, le casse di risparmio in Europa sono state sottoposte a un intenso processo

di ristrutturazione che ha comportato in alcuni paesi la trasformazione della loro natura di fondazioni.

5.2.      Successivamente, a causa della crisi finanziaria mondiale, sono stati realizzati processi di salvataggio e risanamento, di fusione e acquisizione, di nazionalizzazione e -persino di trasformazione dell'assetto proprietario ("bancarización") per le casse di risparmio spagnole.

5.3 I problemi di governance societaria, i maggiori requisiti imposti dalla nuova regolamentazione finanziaria e la necessità di adeguare le dimensioni del settore a un mercato in calo hanno determinato alcuni fenomeni di concentrazione bancaria. Di fronte alle difficoltà d'internazionalizzazione che questi istituti incontrano nel toro sforzo di ingrandirsi, il CESE sottolinea che l'assunzione di rischi è di solito maggiore nei gruppi multinazionali.

5.4.      All'altro estremo, sulla:base della relazione del gruppo Liikanen elaborata nel 2012 e per far fronte ai problemi che le banche "troppo grandi per fallire" implicano per le tasche del contribuente, la Commissione ha pubblicato un regolamento sulle misure strutturali volte ad accrescere la resilienza degli istituti di credito dell'UE, un documento in merito al quale il Comitato ha già elaborato un parere[18] che à stato approvato a larga maggioranza.

5.5.      In alcuni articoli di questa proposta di regolamento sono previste eccezioni per i requisiti patrimoniali e i diritti di voto nel caso delle banche cooperative e delle casse di risparmio, in quanto esse possiedono una struttura economica e un assetto proprietario molto specifici.

5.6       Secondo il CESE, talune norme relative alla separazione tra banca di credito ordinario e banca d'investimento potrebbero snaturare il sistema di funzionamento delle banche locali di dimensioni minori e la loro presenza quotidiana sul territorio a sostegno dell'economia reale e quindi, potrebbero risultare sproporzionate.

5.7.      Questi cambiamenti non sono senza conseguenze per il cittadino europeo: si traducono in una riduzione della capacità esistente (uffici e personale), con un impatto sui finanziamenti a privati e PMI.

5.8.      In definitiva, secondo il CESE, se non si prevede una certa flessibilità in merito al rispetto dei nuovi requisiti regolamentari, si corre il rischio che le banche cooperative e le casse di risparmio subiscano una trasformazione del loro assetto proprietario ("bancarización"), con un loro conseguente snaturamento che provocherebbe la perdita per la società di un grande patrimonio sociale costruito lungo i secoli."(Sottolineatura aggiunta).

 


Su alcune riflessioni conclusive

 

Appare, dunque, chiaro che il provvedimento in esame altro non è che il primo passo verso la cancellazione del genus delle banche popolari e, più in generale, del credito cooperativo, un genus a tutela costituzionale, essenziale, a giudizio del CESE, per il sistema europeo e per la biodiversità finanziaria, malvisto da Banca d'Italia e dai suoi referenti.

 

Appare altresì chiaro che il management di queste banche e la loro governance, come di tutto il sistema, mostrano casi di disfunzioni che devono essere corrette con forza e decisioni molto maggiori di quanto siano stati capaci di fare, sino ad ora, i vertici degli istituti di vigilanza.

 

Appare anche chiaro che la correzione di tali disfunzioni non solo è possibile senza cancellare o snaturare, il genus bancario delle popolari, ma in qualche caso essa è già stata sperimentata.

 

Appare, infine, chiaro che il sistema generale delle banche popolari è serio e solido e la sua funzione è ancora oggi fondamentale, come tante banche ben gestite e rispettose delle loro articolate finalità a favore non solo dei loro azionisti ma dell'economia e dello sviluppo sociale e culturale del loro territorio, dimostrano.

 

Ma un passaggio della memoria dell'Avvocatura dello Stato stimola una ulteriore riflessione. E' il passaggio a pag. 36 dove la memoria afferma: "In realtà ciò che emerge dal ricorso è che i ricorrenti avrebbero privilegiato una diversa soluzione al problema della riorganizzazione delle Banche Popolari, preferendo una realtà più conservativa ("esistono numerose vie per migliorare le banche popolari senza snaturarle o sopprimerle" pag. 25 del ricorso). Ma questa valutazione non è ammissibile in sede di vaglio di costituzionalità delle norme, laddove, come nel presente caso, essa si traduce in una scelta motivata e non irragionevole".

In verità, indicando delle soluzioni di alternative i ricorrenti non intendevano esprimere una preferenza per l'una o l'altra soluzione, ma solo far emergere che la distruzione del genus delle banche popolari, che è la non celata intenzione della Banca d'Italia, non è necessaria per raggiungere gli obiettivi migliorativi dichiarati.  E, dunque, la questione centrale è la seguente: è lecito violare un complesso di norme costituzionali distruggendo un "genus" costituzionalmente tutelato per perseguire obiettivi che sono perseguibili e, anzi, migliorabili anche senza questa violazione? E perché si persegue, con tanto accanimento, questa violazione, anche raccontando delle fiabe, per non chiamarle con il loro nome di autentiche falsità? Non siamo di fronte ad una vera e propria riforma costituzionale occulta, portata avanti senza autentico dibattito parlamentare grazie al voto di fiducia, da tecnocrati estranei ad ogni visione democratica dell'economia? E da dove deriva il filone di pensiero che ha guidato questi tecnocrati sulla via della violazione della Costituzione del loro Paese?  Non siamo in verità di fronte ad un conflitto autenticamente politico e ideologico mascherato  in chiave tecnologica  che si ricollega a schieramenti internazionali, sul quale i nostri responsabili si pongono in una posizione di servile subalternità?

 

Viviamo in un mondo dominato dalla grande finanza, che sta alacremente lavorando per un nuovo crac finanziario  che sarà ancora molto più doloroso di quello del 2008-2009. Un recente studio di S&P Capital Iq e Snl,  i provider di analisi finanziaria di McGrew Hill, "rilancia a otto anni dal crac Lehman un monito allarmante (Fabio Pavesi su Il Sole 24 Ore del 29 novembre 2015). Le 30 (dicesi: trenta) più grandi banche mondiali, le "too big to fail" detengono attività complessive per un valore totale di quasi 60 mila miliardi di dollari, una cifra che vale il 76% dell'intero PIL mondiale. E' questo il mondo che vuole travolgere tutto quello che possa opporsi o solo infastidire questa enorme concentrazione di potere finanziario. La recente vicenda dell'applicazione delle norme europee alle risoluzioni bancarie, così maldestramente e dannosamente condotta dalle nostre autorità economiche, ha dimostrato che siamo ad un punto di svolta straordinario che non può essere affrontato con il solito disinteresse pubblico verso questioni considerate tecniche mentre sono altamente politiche. La situazione è descritta mirabilmente da uno dei più seri studiosi italiani, Donato Masciandaro, con queste parole su Il Sole 24 ore, del 24 dicembre 2015:

"Alla fine di novembre, su queste pagine, si era osservato come la vicenda dell'applicazione italiana delle norme europee sulle risoluzioni bancarie rischiava di rappresentare un classico esempio di quali danni potesse provocare il mix tossico tra burocrazie autoreferenziali a Bruxelles da un lato e governi e parlamenti nazionali distratti dall'altro. Purtroppo l'evoluzione dei fatti ha confermato in pieno che un cattivo disegno di regole tecniche dell'Unione - argomento squisitamente da addetti ai lavori  - può divenire la palla di neve da cui può nascere una valanga di danni, soprattutto se applicate in un Paese caratterizzato da alto analfabetismo finanziario e nel contempo da un bassissimo livello di cultura delle istituzioni. I termini della vicenda sono riassumibili nella risposta a quattro quesiti sequenziali. Sul piano dell'analisi economica, le regole europee sugli aiuti di Stato alle banche sono chiare? No. Questa situazione consente alla burocrazia europea ampia discrezionalità? Si. Tale discrezionalità ha finora creato applicazioni distorsive della normativa? Sì. La politica, europea e nazionale, si è finora girata dall'altra parte? Sì. La ragione? Reciproca convenienza delle burocrazie europee e dei governi, comunitari e nazionali….

Dunque, in tempi normali, al politico non conviene dedicare tempo alle regole bancarie; parlamenti e governi non se ne occupano, o se ne occupano male.

Le cose cambiano radicalmente quando i tempi diventano straordinari: se le regole sono disegnate o applicate male, possono esserci danni per i risparmiatori, più o meno diffusi. Al crescere dei danni, effettivi o presunti, di regole o politiche bancarie errate, i costi reputazionali salgono esponenzialmente. In quei momenti il politico ha una doppia reazione: accusare le burocrazie a cui la gestione delle regole sono state delegate di inefficacia ed inefficienza; riavocare  a sé il diritto/dovere di gestione delle regole, per migliorarle. E' questa la fase che stiamo vivendo nelle ultime settimane".

Queste esattissime parole valgono anche per l'imbroglio che i nostri tecnocrati stanno realizzando sulla questione delle banche popolari, senza nessun rispetto per le norme costituzionali e per la necessitò di adattare le innovazioni alle caratteristiche ed ai bisogni del nostro Paese.  Chi ricorda la dura battaglia che un vero e grande governatore della Banca d'Italia, come Paolo Baffi, combatté contro i partner e le burocrazie europee per assicurare l'ingresso dell'Italia nello SME a condizioni d'ingresso sostenibili per il nostro Paese e chi ricorda quante fatiche e quante amarezze dovette Paolo Baffi sopportare per questa sua battaglia, non può non rimanere colpito nel vedere il servilismo dei nostri di fronte agli ordini che vengono dalle centrali finanziarie internazionali. Ed è di conforto vedere che ultimamente perfino Renzi, nella sua più recente intervista, ha detto: "Ma quel che non mi piace, qui da noi, è una certa subalternità psicologica che ormai trovo surreale" (La Stampa, 4 gennaio 2016).

La nostra Costituzione è un grande baluardo per resistere a ulteriori concentrazioni di potere finanziario, per una economia ed una finanza partecipativa dove c'è posto per i grandi e per i piccoli, per un'economia del libero intraprendere ma nel rispetto di diritti sovraordinati, rispetto a quelli, pur legittimi, della buona finanza, per un'economia, una società, una cultura equilibrate che si oppongono all'appiattimento ed omogeneizzazione tecnocratica per la quale solo le grandi dimensioni meritano rispetto.

Ecco perché non perdono occasione per tentare di scardinarle. Questa, e semplicemente questa, è la partita in gioco nel tentativo in atto di omogeneizzare e banalizzare tutte le nostre strutture bancarie, per sottoporle al pensiero unico di chi pensa che le banche popolari, e tutto il credito cooperativo siano, un'anomalia del sistema. Ed in effetti si tratta di un'anomalia rispetto al loro sistema. Ma il loro sistema è esattamente quello che i padri costituenti non volevano.

 

Marco Vitale

 

Milano, 6 gennaio 2016

 



[1] Questa nota è stata stesa da Marco Vitale per il Gruppo di lavoro su: "Credito cooperativo, Banche popolari, economia reale, Costituzione" utilizzando i contributi via via indicati nel testo. I membri del Gruppo di lavoro sono indicati in allegato. La bozza non è stata ancora esaminata dal Gruppo di lavoro.

[2] Questa banca splendida, solidissima e fortemente radicata nel proprio territorio, sarà avviata ad una crisi gravissima quando cadrà vittima della sindrome della ricerca di dimensioni sempre più grosse, stimolata e sostenuta in questo deleterio processo dall'allora governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio.

 

[3] The Economist, March 7th-13th 2015, pag. 10 (Global Banks/COCKING UP ALL OVER THE WORLD): "It is hard to avoid the conclusion that global banks are, by the standards of normal firms, dysfunctional that facilitate global trade at low cost and risk. If clients finds these services valuable, the banks will be able to charge enough to offset their huge overheads, and make a decent return for their shareholders on top. If clients do not, the global bank deserves to become just another of finance's failed ideas"

[4] Ed ora questo stimolo a non crescere varrà anche per le popolari che dovranno stare bene attente a non raggiungere il fatidico livello degli 8 miliardi, dopo di che non avranno più la libertà di rimanere una popolare.

[5] Popolari, Banca d'Italia spinge la riforma. "Solo le SpA assicurano un futuro" Il Giorno 18 febbraio 2015

[6] V. Charles, Le libéralisme contre le capitalisme, Librerie Arthème Payard, Paris, 2006, cit. da Alberto Giunto nell'introduzione a Luigi Einaudi, Il paradosso della concorrenza, Rubbettino, 2014.

 

[7] Questo paragrafo è una rielaborazione, con piccoli interventi di coordinamento, del contributo di Giuseppe Porro dell'Università dell'Insubria,  già distribuito in  versione integrale.

[8] Dati Istat 2010.

[9] Ma andrebbe notato, al tempo stesso, che nelle Banche di Credito Cooperativo (Bcc) le attività finanziarie hanno, nello stesso periodo, raggiunto una quota del 30% dell'attivo tangibile, anche in forza delle regole statutarie sulla mutualità prevalente, che impongono di indirizzare almeno la metà degli impieghi verso soci o nella sottoscrizione di titoli di Stato.

[10] Tra le imprese manifatturiere esportatrici italiane, l'89,9% è rappresentato da imprese sotto i 50 addetti. Sul totale delle PMI europee che vendono all'estero i loro prodotti, una su quattro (25,3%) è italiana (dati Eurostat).

[11] Varrebbe la pena notare che limiti all'esercizio del diritto di voto sono previsti, in via permanente e non transitoria, negli statuti di istituti bancari di grandi dimensioni.

[12] Questo paragrafo è una rielaborazione del contributo di Riccardo Cappellin dell'Università di Roma 2, già distribuito in forma integrale

[13] Questo paragrafo è un adattamento del contributo di Claudio Casaletti, che è già stato distribuito in forma completa

[14] Redesigning the Contours of the Future Financial System ("Ridefinire il quadro del futuro sistema finanziario") IMF Staff position note, 16 agopsto 2010 (SPN/10/10)

 

[15] Banco de Espana: Cooperative and savings banks in Europe: Nature, Challenges and perspectives ("Banche cooperative e casse di risparmio in Europa: natura, sfide e prospettive"), aprile 2011; Associazione europea delle banche cooperative (EACB): EACB  answer to the Green Poper on territorial cohesion turning territorial diversity into strengh, ("Risposta dell'EACB al Libro verde sulla coesione territoriale: fare della diversità territoriale un punto di forza"), febbraio 2009; WSBI-ESBG: 200 years of savings banks: a strong and lasting business model for responsible, regional retail banking ("I 200 anni di esistenza delle casse di risparmio; un modello saldo e durevole per un'attività bancaria regionale responsabile"), settembre 2011; CESE: L'economia sociale nell'Unione europea, 2014.

[16] GU C.318 del 23.12.200, pag. 22

[17] Castelló, E.: El liderazgo social de las cjias de ahorros ("La leadership sociale delle casse di risparmio") FUNCAS,    Madrid 2005.

 

[18] GU C 451 d,e l  16.12.2014  pag. 45

 


L'ultimo saggio del Prof. Giuseppe Guarino: "Requiem per una Europa mai nata"
Postato da admin [23/09/2015 21:00]

La redazione del BLOG INSIEME pubblica l'ultimo saggio del Prof Giuseppe Guarino sul tema: "Requiem per una Europa mai nata".

 

E' una lettura quanto mai realistica delle cause che hanno determinato la condizione di sostanziale fallimento del processo di unità europea, basata sul confronto di dati inoppugnabili e di valutazioni di natura giurdiica ineccepibili.

Essenziale la premessa di Guarino: "Esistono due tipologie fondamentali di entità operative che gli uomini possono creare avvalendosi del diritto: gli organismi e le organizzazioni. Gli organismi sono assimilabili all'uomo. Le organizzazioni alle macchine. Negli uomini esiste un organo particolare che coordina tutti gli altri ed esercita la funzione di guida. E' il cervello, il "vertice di ultima istanza". E' inerente alla funzione di guida la libertà di scelta. L'uomo se ne avvale in ogni sua condotta: rispettare il comando, divergerne, violarlo?

L'opzione che il Trattato di Roma doveva compiere aveva ad oggetto le due distinte tipologie. Senza che ce se ne rendesse conto, ha optato per la tipologia della organizzazione."

Sul ruolo e la funzione dell'organismo, decisore politico, il consiglio dei ministri in assenza di un Parlamento dotato di autentici poteri, ha prevalso l'organizzazione, ossia la commissione  senza alcun mandato popolare. E sulla commissione ha finito con il prevalere l'amministrazione e, come scrive Guarino: " non c'é "nessuna norma nel Trattato di Roma e conseguenti che dica che l'organizzazione burocratica è alla dipendenze della Commissione.La si è ritenuta una conseguenza implicita. Le direzioni generali hanno il monopolio della titolarità delle funzioni, cui si aggiunge quello dei contenuti. Hanno dunque il monopolio dell'informazione. I contenuti (le direttive, le normative, le proposte e ogni altro atto della Commissione) sono opera degli uffici. "

Un documento che vale la pena di far conoscere e che presto avrà il suo epilogo con le proposte di Guarino per tentare di uscire dall'impasse.

 

CLICCA SULL'ALLEGATO E PUOI LEGGERE IL SAGGIO DEL PROF. GIUSEPPE GUARINO

 
Allegati
 Il saggio "Requiem per una Europa mai nata"
 


Lettera di Abramo Lincoln al maestro di suo figlio
Postato da admin [22/09/2015 19:56]

La redazione del BLOG INSIEME pubblicha una lettera che si trova nel teatro dove fu assassinato Abramo Lincoln. Lettera che fu scritta da Padre al Maestro di suo figlio. Rappresenta, a nostro avviso una pagina di alto profilo per l'Etica della Responsabilità paterna e d'indirizzo per l'educazione dei giovani che è di assoluta attualità in ogni parte del globo.

 

LETTERA DI ABRAMO LINCOLN al maestro di suo figlio

 

Caro Maestro,

lei dovrà insegnare a mio figlio che non tutti gli uomini sono giusti, non tutti dicono la verità.

Ma la prego di dirgli che per ogni malvagio c'è un eroe, per ogni egoista un leader generoso.

Gli insegni che per ogni nemico ci sarà un amico e che vale molto di più una moneta guadagnata col lavoro che una moneta trovata.

Gli insegni per favore a perdere  ma anche a godere delle vittorie. Lo allontani dall'invidia ma gli faccia riconosce l'allegria profonda  di un sorriso silenzioso.

Lo lasci meravigliare del contenuto dei suoi libri ma anche distrarsi con gli uccelli nel cielo, dei fiori nei prati nei campi nelle valli.

Nel gioco con gli amici gli spieghi che una sconfitta onorevole è meglio  di una vittoria vergognosa.

Gli insegni a credere in se stesso anche se si ritrova solo contro tutti, a essere gentile con i gentili e duro con i duri, a non accettare le cose solo perché le hanno accettate anche gli altri.

Gli insegni ad ascoltare tutti ma al momento della verità a decidere da solo.

Gli insegni a ridere quando è triste ma gli spieghi che i veri uomini qualche volta piangono

Gli insegni ad ignorare le folle che chiedono sangue e a combattere anche da solo contro tutti quando è convinto di aver ragione

Lo tratti bene ma non da bambino perché solo con il fuoco si tempera l'acciaio.

Gli faccia conoscere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di essere coraggioso

Gli trasmetta la fiducia in se stesso perché solo così può avere fiducia negli uomini.

So che le chiedo molto ma veda cosa può fare

 


Onere e onore dei cristiani in politica
Postato da admin [17/02/2014 21:33]

Onere e onore dei cristiani in politica

di Maria Francesca Carnea

Giorgio La Pira, in una lettera a Pio XII, scrisse: "La politica è l'attività religiosa più alta, dopo quella dell'unione con Dio: perché è la guida dei popoli [...] Una responsabilità immensa, un severissimo e durissimo impegno che si assume. La politica è guidata non dal basso, ma dall'alto: nasce da una virtù di Dio e si alimenta di essa, altrimenti fallisce, cade, come cade e rovina la casa costruita sulla sabbia". Straordinario stimolo per insistere sulla necessità dell'impegno politico, e sulle caratteristiche che esso deve avere. Nessuno può rimanere estraneo a questo importante ufficio. I cristiani non si possono chiamare fuori, né possono considerare gli avvenimenti sociali con distacco.

Lo scopo precipuo della politica è il raggiungimento del bene comune. Il bene comune è il fine della società, tutti i suoi membri sono responsabili nell'instaurarlo e conservarlo. Per Tommaso d'Aquino, il vero bene individuale può essere attuato solamente nella società. Non esiste il bene individuale se non è inserito nel bene comune. In tal modo il bene comune per essere attuato da tutta la comunità deve diventare il bene nostro, il bene di ciascuno di noi. Ora, l'ottenimento di un bene esige un impegno attivo. La politica non può limitarsi all'ambito teoretico: non basta comprendere perché un'azione umana sia buona o cattiva in ordine al bene sociale. Il suo scopo è anche, e in maggior misura, quello di "dirigere" l'agire umano verso il bene. Questa propensione alla prassi è trasformata ed elevata, nell'insegnamento sociale cristiano, dalla forza della Parola di Dio, che è viva ed efficace (Eb 4,12), e mai rimane senza effetto (Is 55,11). La dottrina sociale della Chiesa, non è un sapere asettico o puramente accademico: la morale interpella personalmente chi la coltiva e la studia: non basta conoscerla, occorre viverla per poterla capire e, così, meglio trasmettere. Di fatto, l'insegnamento sociale cristiano possiede un'imprescindibile dimensione pratica, ed è chiamata a evitare una dannosa divisione: quella che separa la fede dalla vita e che oggi, purtroppo, si sperimenta. Un uomo, una società che non reagisce davanti alle ingiustizie, peggio non cerca di alleviarle, non è all'altezza della rispettiva sostanza umana. Si deve pertanto prendere la decisione di agire positivamente sulla vita politica, evitando una vita cristiana apparente, amorfa, che non può essere autentica se trascura i doveri sociali.

In primo luogo, bisogna curare lo sviluppo delle persone: migliorare la società senza il necessario impegno per il raffinamento e miglioramento delle persone non può che rivelarsi ingannevole. È, invece, dalla conversione del cuore che scaturisce la sollecitudine per l'uomo che fa avvertire come onere l'impegno per risanare le istituzioni, gli organismi, le condizioni di vita antitetiche alla dignità umana.

Una crescita interiore che non s'impegni per i miglioramenti sociali è soltanto apparente e, un impegno politico non sorretto da valori interiori, è debole oltre che di breve durata. Bisogna, quindi, permeare la modernità di fervori etici, i soli che danno fondatezza all'evoluzione umana completa. La politica è finalizzata a promuovere la dignità delle persone, al raggiungimento del bene di tutti gli uomini e di tutto l'uomo. L'agire politico è legato alle esigenze morali, pertanto la metodologia politica non deve essere sorretta da un'antropologia di tipo quantitativo, che ambisce a un gran numero di consensi, piuttosto deve essere sorretta da un'antropologia qualitativa, che miri a ottenere la fiducia dei cittadini. Principio cardine dell'etica sociale è la dignità di ogni essere umano, il rispetto della persona esige la solidarietà, perché nessuna categoria economica, etnica, religiosa, sia esclusa dal bene comune.

Il principale nemico di una società, del suo essere umanità, è l'egoismo, cioè la ricerca del vantaggio proprio a scapito o, almeno, senza tener conto di quello altrui. Inoltre, unitamente all'egoismo, è da ritenere, oggi più di ieri che, in ogni ambito di responsabilità, soprattutto in quello politico, un comportamento onesto non è efficace. Da ciò nasce non soltanto l'idea che la politica sia sempre un affare bieco, ma ne accresce la disaffezione. Va da sé che quando dilaga la disonestà, dilagano gli svantaggi materiali per tutti. È fin troppo facile, tuttavia, capire che i vantaggi che si possono ottenere mediante una condotta immorale sono ben poca cosa rispetto alla perdita umana di chi così agisce: Socrate sosteneva che è peggio compiere un'ingiustizia che subirla, e lo stesso ha sempre insegnato la dottrina cristiana.

Viviamo oggi un periodo nuovo, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti, una trasformazione sociale e culturale che comporta necessariamente dei riflessi anche nella vita politica. Mutamenti, cambiamenti cui il 'cristiano' può apportare contributi sostanziali, di dedizione intensa ed estesa, sentendosi sempre più obbligato a promuovere il vero bene comune, facendo valere il peso della propria opinione in modo tale che il vigore civile sia esercitato secondo giustizia e le leggi corrispondano ai precetti morali e al bene comune. L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro il suo cuore: "Obbedire a essa è la dignità stessa dell'uomo e, secondo questa, egli sarà giudicato" (Rom 2, 14-16). Bisogna, inoltre, tener conto della libertà, dono implicito che, Caterina da Siena ci ricorda essere "Tesoro che Dio dona nell'anima", dunque, concreto esercizio pratico di scelta, destinata al conseguimento del bene universale. La sua attualità di pensiero, oltre a ciò, mette ben in evidenza come tre sono i peccati fondamentali dell'uomo politico, necessari da superare per poter essere responsabili operatori di bene comune: evitare la contesa, rimandare la decisione e tollerare il male. Peccati che ella riassume nel: "Sonno della negligenza". La politica è e rimane un mezzo e non un fine, la 'città' terrena non è un possesso personale privato di chi la governa, è in realtà una città prestata (L. 123). Di cosa abbiamo bisogno per le sorti della nostra politica? Di donne e uomini di buona volontà, interventisti, pur con riflessione e con prudenza, determinati, coerenti; che non temporeggiano, che non rimandano, puliti moralmente, generosi nell'offrire le proprie energie alla causa, fidente solo nel bene comune. Che non rimanga solo una idealità, superiamo questo torpore: non dormiamo più ma destiamoci dal sonno poiché siamo chiamati all'amore coraggioso, l'unico capace di concretizzare un bene comune

 


Il bene comune e la pace sociale
Postato da admin [29/01/2014 19:23]

La redazione del BLOG INSIEME ha ritenuto illuminante e incoraggiante pubblicare la terza parte del Capitolo IV dell'enciclica di Papa Francesco"Evangelii Gaudium", molto cara al nostro direttote dott. Ettore Bonalberti, che nelle sue note molto spesso la cita.

Pubblichiamo la parte inerente a " Il bene comune e la pace sociale" che dovrebbe essere assunto alla base di ogni ragionamento, se vogliamo realmente impegnarci a tradurre nella città dell'uomo gli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa in questa tormentata e complessa fase evolutiva/involutiva del capitalismo internazionale.

Quattro principi fondamentali cui fare riferimento:

  1. Il tempo è superiore allo spazio
  2. L'unità prevale sul conflitto
  3. La realtà è più importante dell'idea
  4. Il tutto è superiore alla parte

 

III. Il bene comune e la pace sociale

217. Abbiamo parlato molto della gioia e dell'amore, ma la Parola di Dio menziona anche il frutto della pace (cfr Gal 5,22).

218. La pace sociale non può essere intesa come irenismo o come una mera assenza di violenza ottenuta mediante l'imposizione di una parte sopra le altre. Sarebbe parimenti una falsa pace quella che servisse come scusa per giustificare un'organizzazione sociale che metta a tacere o tranquillizzi i più poveri, in modo che quelli che godono dei maggiori benefici possano mantenere il loro stile di vita senza scosse mentre gli altri sopravvivono come possono. Le rivendicazioni sociali, che hanno a che fare con la distribuzione delle entrate, l'inclusione sociale dei poveri e i diritti umani, non possono essere soffocate con il pretesto di costruire un consenso a tavolino o un'effimera pace per una minoranza felice. La dignità della persona umana e il bene comune stanno al di sopra della tranquillità di alcuni che non vogliono rinunciare ai loro privilegi. Quando questi valori vengono colpiti, è necessaria una voce profetica.

 

219. La pace « non si riduce ad un'assenza di guerra, frutto dell'equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini ».[179] In definitiva, una pace che non sorga come frutto dello sviluppo integrale di tutti, non avrà nemmeno futuro e sarà sempre seme di nuovi conflitti e di varie forme di violenza.

 

220. In ogni nazione, gli abitanti sviluppano la dimensione sociale della loro vita configurandosi come cittadini responsabili in seno ad un popolo, non come massa trascinata dalle forze dominanti. Ricordiamo che « l'essere fedele cittadino è una virtù e la partecipazione alla vita politica è un'obbligazione morale ».[180] Ma diventare un popolo è qualcosa di più, e richiede un costante processo nel quale ogni nuova generazione si vede coinvolta. È un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare a farlo fino a sviluppare una cultura dell'incontro in una pluriforme armonia.

 

221. Per avanzare in questa costruzione di un popolo in pace, giustizia e fraternità, vi sono quattro principi relazionati a tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale. Derivano dai grandi postulati della Dottrina Sociale della Chiesa, i quali costituiscono « il primo e fondamentale parametro di riferimento per l'interpretazione e la valutazione dei fenomeni sociali ».[181] Alla luce di essi desidero ora proporre questi quattro principi che orientano specificamente lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all'interno di un progetto comune. Lo faccio nella convinzione che la loro applicazione può rappresentare un'autentica via verso la pace all'interno di ciascuna nazione e nel mondo intero.

 

Il tempo è superiore allo spazio

 

222. Vi è una tensione bipolare tra la pienezza e il limite. La pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che ci si pone davanti. Il "tempo", considerato in senso ampio, fa riferimento alla pienezza come espressione dell'orizzonte che ci si apre dinanzi, e il momento è espressione del limite che si vive in uno spazio circoscritto. I cittadini vivono in tensione tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell'orizzonte più grande, dell'utopia che ci apre al futuro come causa finale che attrae. Da qui emerge un primo principio per progredire nella costruzione di un popolo: il tempo è superiore allo spazio.

 

223. Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l'ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell'attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci.

 

224. A volte mi domando chi sono quelli che nel mondo attuale si preoccupano realmente di dar vita a processi che costruiscano un popolo, più che ottenere risultati immediati che producano una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana. La storia forse li giudicherà con quel criterio che enunciava Romano Guardini: « L'unico modello per valutare con successo un'epoca è domandare fino a che punto si sviluppa in essa e raggiunge un'autentica ragion d'essere la pienezza dell'esistenza umana, in accordo con il carattere peculiare e le possibilità della medesima epoca ».[182]

225. Questo criterio è molto appropriato anche per l'evangelizzazione, che richiede di tener presente l'orizzonte, di adottare i processi possibili e la strada lunga. Il Signore stesso nella sua vita terrena fece intendere molte volte ai suoi discepoli che vi erano cose che non potevano ancora comprendere e che era necessario attendere lo Spirito Santo (cfr Gv 16,12-13). La parabola del grano e della zizzania (cfr Mt 13, 24-30) descrive un aspetto importante dell'evangelizzazione, che consiste nel mostrare come il nemico può occupare lo spazio del Regno e causare danno con la zizzania, ma è vinto dalla bontà del grano che si manifesta con il tempo.

 

L'unità prevale sul conflitto

 

226. Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev'essere accettato. Ma se rimaniamo intrappolati in esso, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata. Quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dell'unità profonda della realtà.

 

227. Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l'orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l'unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. « Beati gli operatori di pace » (Mt 5,9).

 

228. In questo modo, si rende possibile sviluppare una comunione nelle differenze, che può essere favorita solo da quelle nobili persone che hanno il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale e considerano gli altri nella loro dignità più profonda. Per questo è necessario postulare un principio che è indispensabile per costruire l'amicizia sociale: l'unità è superiore al conflitto. La solidarietà, intesa nel suo significato più profondo e di sfida, diventa così uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita. Non significa puntare al sincretismo, né all'assorbimento di uno nell'altro, ma alla risoluzione su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto.

 

229. Questo criterio evangelico ci ricorda che Cristo ha unificato tutto in Sé: cielo e terra, Dio e uomo, tempo ed eternità, carne e spirito, persona e società. Il segno distintivo di questa unità e riconciliazione di tutto in Sé è la pace. Cristo « è la nostra pace » (Ef 2,14). L'annuncio evangelico inizia sempre con il saluto di pace, e la pace corona e cementa in ogni momento le relazioni tra i discepoli. La pace è possibile perché il Signore ha vinto il mondo e la sua permanente conflittualità avendolo « pacificato con il sangue della sua croce » (Col 1,20). Ma se andiamo a fondo in questi testi biblici, scopriremo che il primo ambito in cui siamo chiamati a conquistare questa pacificazione nelle differenze è la propria interiorità, la propria vita, sempre minacciata dalla dispersione dialettica.[183] Con cuori spezzati in mille frammenti sarà difficile costruire un'autentica pace sociale.

 

230. L'annuncio di pace non è quello di una pace negoziata, ma la convinzione che l'unità dello Spirito armonizza tutte le diversità. Supera qualsiasi conflitto in una nuova, promettente sintesi. La diversità è bella quando accetta di entrare costantemente in un processo di riconciliazione, fino a sigillare una specie di patto culturale che faccia emergere una "diversità riconciliata", come ben insegnarono i Vescovi del Congo: « La diversità delle nostre etnie è una ricchezza [...] Solo con l'unità, con la conversione dei cuori e con la riconciliazione potremo far avanzare il nostro Paese ».[184]

 

La realtà è più importante dell'idea

 

231. Esiste anche una tensione bipolare tra l'idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l'idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l'idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell'immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all'idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza.

 

232. L'idea - le elaborazioni concettuali - è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. L'idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento. Bisogna passare dal nominalismo formale all'oggettività armoniosa. Diversamente si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi.[185] Vi sono politici - e anche dirigenti religiosi - che si domandano perché il popolo non li comprende e non li segue, se le loro proposte sono così logiche e chiare. Probabilmente è perché si sono collocati nel regno delle pure idee e hanno ridotto la politica o la fede alla retorica. Altri hanno dimenticato la semplicità e hanno importato dall'esterno una razionalità estranea alla gente.

 

233. La realtà è superiore all'idea. Questo criterio è legato all'incarnazione della Parola e alla sua messa in pratica: « In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio » (1 Gv 4,2). Il criterio di realtà, di una Parola già incarnata e che sempre cerca di incarnarsi, è essenziale all'evangelizzazione. Ci porta, da un lato, a valorizzare la storia della Chiesa come storia di salvezza, a fare memoria dei nostri santi che hanno inculturato il Vangelo nella vita dei nostri popoli, a raccogliere la ricca tradizione bimillenaria della Chiesa, senza pretendere di elaborare un pensiero disgiunto da questo tesoro, come se volessimo inventare il Vangelo. Dall'altro lato, questo criterio ci spinge a mettere in pratica la Parola, a realizzare opere di giustizia e carità nelle quali tale Parola sia feconda. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi e gnosticismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo.

 

Il tutto è superiore alla parte

 

234. Anche tra la globalizzazione e la localizzazione si produce una tensione. Bisogna prestare attenzione alla dimensione globale per non cadere in una meschinità quotidiana. Al tempo stesso, non è opportuno perdere di vista ciò che è locale, che ci fa camminare con i piedi per terra. Le due cose unite impediscono di cadere in uno di questi due estremi: l'uno, che i cittadini vivano in un universalismo astratto e globalizzante, passeggeri mimetizzati del vagone di coda, che ammirano i fuochi artificiali del mondo, che è di altri, con la bocca aperta e applausi programmati; l'altro, che diventino un museo folkloristico di eremiti localisti, condannati a ripetere sempre le stesse cose, incapaci di lasciarsi interpellare da ciò che è diverso e di apprezzare la bellezza che Dio diffonde fuori dai loro confini.

 

235. Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev'essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti. È necessario affondare le radici nella terra fertile e nella storia del proprio luogo, che è un dono di Dio. Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva più ampia. Allo stesso modo, una persona che conserva la sua personale peculiarità e non nasconde la sua identità, quando si integra cordialmente in una comunità, non si annulla ma riceve sempre nuovi stimoli per il proprio sviluppo. Non è né la sfera globale che annulla, né la parzialità isolata che rende sterili.

 

236. Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l'altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l'azione pastorale sia l'azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l'unione dei popoli, che, nell'ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti.

 

237. A noi cristiani questo principio parla anche della totalità o integrità del Vangelo che la Chiesa ci trasmette e ci invia a predicare. La sua ricchezza piena incorpora gli accademici e gli operai, gli imprenditori e gli artisti, tutti. La "mistica popolare" accoglie a suo modo il Vangelo intero e lo incarna in espressioni di preghiera, di fraternità, di giustizia, di lotta e di festa. La Buona Notizia è la gioia di un Padre che non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli. Così sboccia la gioia nel Buon Pastore che incontra la pecora perduta e la riporta nel suo ovile. Il Vangelo è lievito che fermenta tutta la massa e città che brilla sull'alto del monte illuminando tutti i popoli. Il Vangelo possiede un criterio di totalità che gli è intrinseco: non cessa di essere Buona Notizia finché non è annunciato a tutti, finché non feconda e risana tutte le dimensioni dell'uomo, e finché non unisce tutti gli uomini nella mensa del Regno. Il tutto è superiore alla parte.

 

 

 

 

Forse il Signore si avvale del nostro impegno per riversare benedizioni in un altro luogo del mondo dove non andremo mai. Lo Spirito Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole; noi ci spendiamo con dedizione ma senza pretendere di vedere risultati appariscenti. Sappiamo soltanto che il dono di noi stessi è necessario. ( 279 V° capitolo)

 

 


Paradigmi a confronto di Antonino Galloni
Postato da admin [03/04/2012 07:20]

Dopo la crisi del 1929 e la fine della seconda guerra mondiale, venne presentato il verbo keynesiano che comprendeva: a) la possibilità, per i singoli Stati, di indebitarsi (a bassi tassi di interesse) o di spendere in deficit (emettendo moneta sovrana) allo scopo di effettuare investimenti e riassorbire la disoccupazione ovvero provvedere i disoccupati (e, in alcuni casi - Beverige, La Pira - i poveri) di un reddito; b) un sistema di regolazione e regolamentazione internazionale per sostenere i disavanzi delle bilance commerciali dei Paesi che dovevano importare beni finalizzati a dotarsi di un adeguato apparato industriale (FMI e accordi di Bretton Woods del 1944, ben presto traditi per aiutare, invece, i soli Paesi allineati agli USA senza distinguere tra importazioni di beni strumentali necessari allo sviluppo e movimenti speculativi di capitali finanziari); c) un paniere di monete agganciate al dollaro, a sua volta convertibile - per i non residenti, in base ad una parità fissa - col metallo aureo (il che voleva dire che non si prendeva in considerazione la capacità produttiva di ogni singolo Paese e, quindi, che la moneta non era veramente sovrana, ma doveva la sua efficacia, per i non residenti, ad un legame con l'oro; e Lord Keynes - si dice - ne morì).

 

Il più importante studio sulla moneta di questo dopoguerra, svolto nell'Inghilterra degli anni '50,  va sotto l'etichetta di Rapporto Radcliffe, ma fu opera di un post-keynesiano di nome Nikolas Kaldor, il quale dimostrò la non crucialità della quantità di base monetaria per regolare l'economia: se la moneta scarseggia, gli stessi privati possono emettere mezzi monetari (ad esempio cambiali) e, quindi, ciò che regola il sistema ed anche il valore della moneta, non è il quantitativo di essa, ma il tasso di sconto (interesse); se il tasso di interesse reale (depurato dall'inflazione) aumenta, ne risentono le attività produttive che non riescono a scaricare sui prezzi il maggior costo. Ma per Kaldor e la sua scuola (vedi anche Joan Robinson) le imprese operano in condizioni di oligopolio, scaricano sui prezzi i maggiori costi e ciò fa aumentare la domanda di moneta. Lo stesso oligopolio, ovviamente, lo possono gestire - in determinate circostanze - i sindacati e gli stessi lavoratori (con qualifiche difficili da reperire): i loro aumenti salariali faranno crescere la domanda di moneta.

Per i non keynesiani o monetaristi, invece, la maggior quantità di moneta ne determina la diminuzione di valore (quindi, essi non possono distinguere tra aumenti dei prezzi e inflazione); mentre esperienza e teoria avevano mostrato come il nesso andasse in senso opposto: l'aumento dei prezzi dovuto alla difesa dei margini di profitto richiedeva una maggior offerta di moneta (se non si voleva, in alternativa, frenare l'economia facendo aumentare il tasso di interesse).

Fu operata anche una sintesi teorica che va sotto l'etichettatura di "neokeynesiana" (ad esempio Modigliani che tanta influenza ebbe non solo in USA, ma anche in Italia): i sindacati chiedono e ottengono aumenti e la maggior quantità di moneta messa in circolazione stimola l'inflazione. Questa posizione "neokeynesiana", dunque, non coglie il nesso causale e sembra più filo-monetarista che filo-keynesiana!

Nell'analisi keynesiana classica (originaria), derivante dalla scuola svedese di Wicksell e altri (vedi "il tasso naturale di interesse" che consente la piena occupazione), il tasso di remunerazione sulle obbligazioni più importanti, quelle pubbliche, è preso a riferimento dagli investitori e dalle imprese che valuteranno praticabili solo quelle attività produttive capaci di generare un profitto non inferiore a questo rendimento o tasso di interesse: quindi, la disoccupazione deriverebbe dalla non praticabilità di investimenti, seppur profittevoli, tuttavia non così profittevoli come l'alternativa dei titoli obbligazionari. Il tasso "naturale" di interesse sarebbe quello che non annulla la convenienza dell'ultimo investimento produttivo, capace di assorbire l'ultimo disoccupato, rispetto all'acquisto di un titolo finanziario privo di rischio.

Sempre per l'analisi keynesiana originaria, vi è, però, un caso (detto comunemente "trappola della liquidità") in cui, non ostante il basso tasso di interesse reale e la non scarsità di mezzi monetari, i privati non investono o non investono abbastanza e la disoccupazione permane (elevata): in tale caso - si dice anche a causa del "cavallo che non beve" - lo Stato, in funzione anticiclica, deve effettuare spese produttive o assistenzialistiche ed assunzioni.

Durante l'era keynesiana - che esordisce con la lotta degli Stati nazionali contro la depressione degli anni '30 e comincia ad incontrare fatali ostacoli circa quarant'anni dopo - i Paesi industrializzati vivono un lungo periodo, a partire dalla fine della guerra, di grande sviluppo industriale ed occupazionale, di moderata trasformazione tecnologica, di crescita della cosiddetta classe media, dei livelli della democrazia e della demarginalizzazione sociale e culturale.

Il modello che si sta cercando di tratteggiare si caratterizza per una forte attesa di profitti, sospinta anche dall'impegno pubblico nell'economia che sostiene le grandi opzioni strategiche (a redditività scarsa o differita, ma capaci di far attivare gli appetiti dei privati); i salari crescono notevolmente, grazie alla spinta dei sindacati ed alla possibilità di spartire i guadagni di produttività del lavoro secondo una logica che consente anche allo Stato - mediante la tassazione - di orientare una crescita, pure di qualità, dei principali servizi pubblici: e ciò porta ad un miglioramento decisivo nella pubblica istruzione, nella sanità e nei trasporti che solidifica l'ideale democratico.

I proprietari (anche lo stesso Stato in questo caso) appaiono indeboliti nelle loro attese di potere, visto che produttività e profitto prendono maggioritariamente la strada degli investimenti non finanziari, degli aumenti retributivi, delle tasse (redistribuzione).

 

Ma, già negli anni '70, intanto che si avvertono i primi scricchiolii del modello keynesiano (e la scarsa reattività dei maggiori beneficiari di tale modello) comincia ad organizzarsi - o, se si vuole, a riorganizzarsi - una reazione politica e culturale fortissima che troverà pieno successo durante il decennio successivo (gli anni'80) e in seguito.

Il 15 agosto 1971, anche a seguito del disastroso andamento della guerra in Vietnam, il Presidente degli Sati Uniti d'America annuncia la fine del legame della moneta (il dollaro) con l'oro. La libera da un limite che - nei millenni passati - aveva impedito alla moneta stessa di sviluppare tutta la sua funzionalità e, al contempo,  aveva però ostacolato la eventuale deriva inflazionistica (quando, ad esempio, per una carestia, l'esito di una guerra, lo stesso eccesso di monetazione rispetto alle oggettive condizioni della produzione di beni reali, i possessori di moneta non trovavano i beni domandati).  

Gli anni '70 sono la culla di tre fenomeni culturali che caratterizzeranno la storia europea e mondiale fino all'estate del 2011 (quando, il 15 settembre, la FED annuncerà che sta sostenendo e continuerà a sostenere  - e chiede all'Unione Europea di fare altrettanto - "illimitatamente" la immane domanda di liquidità da parte delle banche): 1) riprendono vigore teorie - monetariste (quantitative) e liberiste - che sembravano cancellate dall'armamentario degli economisti; 2) iniziano la loro irrefrenabile ascesa le logiche "neomalthusiane"  di insostenibilità, per il pianeta, di prospettive di sviluppo, soprattutto industriale, allargate al Sud e all'Est del mondo stesso; 3) si determina una sorta di incapacità - da parte dei sostenitori delle teorie keynesiane - ad adeguarsi all'evoluzione effettiva e potenziale dell' economia e della società.

Tale evoluzione potrebbe riassumersi così: a) nel corso degli anni '70 cambiano le funzioni dello sviluppo che passano dalla linearità (allargamento della base produttiva e dell'occupazione proporzionali al tasso di investimento, conferma dinamica delle cosiddette economie di scala in base alla crescita delle dimensioni delle imprese) alla complessità derivante dalla trasformazione dei desideri dei consumatori che - ferma restando l'ampia area di manipolabilità dei bisogni stessi - tuttavia modifica radicalmente la domanda di lavoro, la sua tipologia, le caratteristiche relative all'enorme diversificazione nelle qualificazioni professionali; b) con la moneta del tutto sganciata dall'oro, il sistema dei cambi tra valute sovrane comincia a fluttuare sulla base delle dinamiche speculative internazionali e dell'esigenza di adeguare i tassi di cambio all'andamento delle bilance commerciali (ovviamente, il tasso di cambio e l'equilibrio della bilancia dei pagamenti dipendono sia dal movimento di capitali - anche speculativi - sia delle merci); c) i Paesi esportatori di materie prime si accordano fra loro per ottenere livelli dei prezzi (valori) delle proprie merci capaci di realizzare surplus finanziari rispetto alle proprie esigenze di importazioni dai Paesi industriali che invadono i mercati internazionali dei capitali.

La supremazia del dollaro permane e richiede una tutela politico-militare nel caso qualcuno o qualcosa tenti di guastare il modello che va dalla stampa di pezzi di carta (dollari e titoli di Stato americani) alla loro accettazione, con le buone o con le cattive, su tutti i mercati.

I cambiamenti su descritti portano conseguenze vastissime sulle scelte di  politica economica.

La crescita dei disavanzi pubblici e la spesa pubblica in generale - pur finanziata con emissioni monetarie o titoli di Stato a basso tasso di interesse - non assicurano più l'assorbimento della disoccupazione per due motivi : 1) accade che l'incremento di moneta spinga all'aumento di domanda per beni di importazione e, quindi, spinga ad una svalutazione della moneta sovrana stessa; 2) la domanda di lavoro si diversifica ed è possibile che un elevato numero di disoccupati (con scarse qualifiche) esista a fianco di evidenti carenze di organico da parte delle imprese che, addirittura, rivedono verso il basso i loro programmi proprio perché ritengono di non reperire facilmente i collaboratori adatti.

Così, le richieste di aumenti salariali - pur nei limiti dei guadagni di produttività - spingono verso l'alto la domanda di moneta o, il che è lo stesso, la sua velocità di circolazione: le autorità, se non vogliono far crescere i tassi di interesse e soffocare l'economia, devono adattare l'offerta di moneta alla domanda.

Ma l'evidenza ed il logico nesso causale vengono capovolti nell'analisi liberista e monetarista: gli aumenti salariali determinano inflazione e si annullano da soli così come la crescita dei fabbisogni dello Stato non provoca sviluppo reale, ma finisce per sottrarre risorse ai privati che, se potessero investire, farebbero crescere l'occupazione e la competitività del sistema.

Di qui le principali indicazioni liberiste e monetariste (fatte proprie anche dai cosiddetti neokeynesiani): tenere bassi i salari (tanto gli aumenti hanno solo effetti sull'inflazione e la svalutazione del cambio) e ridurre tasse e spesa pubblica (indicata come tipicamente inefficiente) allo scopo di contenere l'offerta di moneta liberando risorse che i privati sapranno gestire al meglio.

Di qui i principali strumenti per ottenere il cambiamento: l'attacco alle o la snaturazione delle organizzazioni sindacali anche nelle cosiddette democrazie industriali (e non solo nei Paesi in via di sviluppo, come era stato nei decenni precedenti); la definizione di un rigido vincolo di bilancio pubblico (con la criminalizzazione della classe politica se voleva effettuare investimenti) allo scopo di obbligare lo Stato a reperire la copertura dei propri disavanzi direttamente sui mercati (con un insostenibile innalzamento dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico).

Alla fine degli anni '70 inizia un braccio di ferro tra governi e organizzazioni sindacali che porterà al loro smantellamento ovvero alla loro snaturazione (i sindacalisti verranno pagati molto di più dei lavoratori per cui dovrebbero battersi e vengono coinvolti nei piani governativi per l'adattamento della forza lavoro al mutare delle esigenze produttive).

La paura dell'inflazione viene condivisa da tutte le componenti della società e la sua causa viene attribuita all'eccessiva crescita di base monetaria da parte degli Stati e di richieste di aumenti salariali per la gran parte dei lavoratori.

Alla fine degli ani '70 non si riesce a capire che il modello keynesiano poteva, anzi, doveva venir adattato a livello mondiale e che la crescente compenetrazione dei mercati nazionali fra di loro richiedeva una riforma del modello stesso; non il suo abbandono per tornare a paradigmi del passato che si erano già dimostrati infondati e fallimentari.

Occorrevano regole a livello internazionale onde evitare che il produttore più disonesto apparisse il più meritevole e competitivo; studiare un accordo che consentisse alle monete sovrane di svolgere la loro funzione all'interno degli Stati nazionali e ad una valuta (anche solo di conto), collegata ad un paniere di quelle operative, di svolgere le compensazioni tra import ed export di merci: se un Paese importava troppo, vedeva ridursi il proprio peso nel paniere e, prima di subire una svalutazione, veniva aiutato a sostituire le proprie importazioni.

Invece, a parte qualche isolato economista, la cultura prevalente optò per un unanimismo incapace di identificare i nessi causali dei fenomeni e le conseguenze di sistemi che, a parole, inneggiavano alla competizione, ma, in pratica, portavano all'annullamento delle più comuni regole di civiltà ed all'obliterazione delle vere opportunità che le tecnologie ed un moderno uso della moneta avrebbero consentito a tutta l'umanità.

A differenza dell'analisi keynesiana, infatti, il mondo stava prepotentemente avanzando rivoluzioni tecnologiche che avrebbero potuto rendere del tutto superflue le discussioni sull'inflazione e sulla moneta; a differenza dei secoli (e dei millenni) passati, infatti, l'eventualità di trovarsi tra le mani una moneta senza valore perché la produzione risultava insufficiente a soddisfare tutta la domanda, si restringeva ai casi di turbative nel trasporto delle merci oppure di penuria dovuta a fenomeni bellici o di sottosviluppo economico.

Le nuove tecnologie degli anni '80 - soprattutto i macchinari a controllo numerico - rendevano così efficiente il lavoro industriale da richiedere profondi ripensamenti di tutta l'organizzazione sociale; se quella stessa intelligenza umana che aveva portato a superare virtualmente la scarsità di beni (la condizione principale dell'esistenza dell'economia - della scarsità - come la consideriamo comunemente) fosse stata utilizzata anche per provvedere di un reddito tutti i cittadini (anche allo scopo di approntare uno sbocco per un quantitativo sufficiente della produzione potenziale) ogni cosa sarebbe andata al suo posto. Ma, invece - dal lato politico e sociale - prevalse una visione inadeguata e superata dei fenomeni, sicchè la funzionalità possibile della moneta (anche per il tramite degli Stati) venne completamente sterilizzata.

Certamente, se tutti i cittadini dei Paesi che avevano una dotazione industriale sufficiente, fossero stati provvisti di reddito, gli equilibri sociali e politici dentro e fuori dai luoghi di produzione avrebbero completato quel percorso che il dibattito degli anni '30 e le realizzazioni dei decenni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale avevano cominciato: la crescita della classe media, la minimizzazione della marginalizzazione (e della povertà), la riduzione del ruolo della proprietà e, con essa, delle rendite e dei profitti.

La crescita e il miglioramento delle tecnologie, infatti, spinge ad un allargamento delle forze produttive - in mancanza di ostacoli artificiosi - che porta ad una continua compressione del profitto che si ottiene da un'unità di investimento; a quel punto o le funzioni produttive vengono assunte dallo Stato o i privati trovano un modello di organizzazione sociale che non è più sospinto dalla ricerca di profitto. A tale dilemma, però, non si giunse - come si è già accennato - alla fine degli anni '70; ci si fermò prima, si tornò alla centralità del proprietario, alla ricerca di saggi di profitto elevati, ai bassi salari, alla negazione della funzionalità di una moneta moderna, alla pretestuosa necessità di un accumulo di risorse finanziarie previo ad investimenti, ad orizzonti temporali dello sviluppo che risentivano di tassi di interesse abbastanza elevati da scoraggiare - una volta che lo Stato stesso si fosse ritrovato privo di vera sovranità monetaria - piani e progetti ambiziosi nell'ambito delle infrastrutture, della ricerca, dei principali servizi pubblici.

Due fattori culturali, peraltro, hanno consentito a rendere - di fatto - incontrovertibile tale dinamica per circa un trentennio (dalla fine dei '70 dell'altro secolo all'inizio dei '10 di questo); un periodo nel quale si sono sperimentati, nei Paesi di più antica industrializzazione ed in quelli in ritardo, un continuo peggioramento dei tassi di sviluppo, una dinamica inquietante dell'ordine pubblico, una preoccupante e devastante tendenza alla concentrazione della ricchezza in poche mani che ha agevolato i processi di finanziarizzazione e di abbandono delle attività produttive: con una continua tendenza ad esagerare le prospettive di redditività della finanza (ciò ha portato alla crisi di liquidità degli speculatori) e ad una sorta di emarginazione delle principali attività produttive, caratterizzate da rendimenti sempre più modesti.   

Il primo fattore culturale è stata la diffusione delle logiche neo-malthusiane basate su una descrizione antiquata dello sviluppo che pretendeva di calcolare l'inquinamento del pianeta e l'esaurimento delle risorse in funzione di equazioni lineari, avulse dalla capacità del progresso tecnologico di minimizzare la quantità di agenti inquinanti e di risorse non rinnovabili (o di sostituirle altrimenti) per unità di prodotto. Era soprattutto lo sviluppo del cosiddetto Terzo Mondo (allora si chiamava così) a far scattare l'allarme: se l'India, la Cina e l'Africa arrivassero ai nostri livelli industriali (a parità di tutte le altre circostanze), il pianeta come potrebbe reggere?

E così, mentre i neomalthusiani ottenevano che lo sviluppo non progredisse secondo le sue naturali vie di affermazione (che avrebbero consentito la crescita delle tecnologie capaci di minimizzare inquinanti e risorse pregiate per unità di prodotto), i liberisti imponevano - in nome della concorrenza internazionale - un modello di globalizzazione del peggio.

In tali condizioni, i più poveri tagliavano le foreste per riscaldarsi e sopravvivere, quelli che potevano produrre senza il rispetto delle regole (sul lavoro, l'ambiente, la salute) esportavano a ritmi impressionanti e mostravano tassi di sviluppo da record.

L'altro fattore culturale fu la scarsa reazione al quadro inquietante che si andava delineando fin dall'inizio; i Keynesiani si divisero fra di loro o, meglio, la maggior parte abbandonò la partita divenendo di fatto "liberista" e la piccola pattuglia dei post-keynesiani (Kaldor, Robinson, Caffè e altri) tese all'estinzione per cause naturali, accidentali, ma anche sospette (durante gli anni '80 perì la maggior parte di loro: scomparse senza ritrovamenti, attentati terroristici, incidenti stradali strani e morti improvvise e difficilmente spiegabili…mentre nulla di paragonabile accadde alla scuola economica avversa, sebbene quest'ultima fosse divenuta molto più numerosa della prima!).

Ciò spiegherebbe anche - venti anni dopo - perché il ritorno di un'analisi genuinamente post-keynesiana, principalmente in USA, Australia e Regno Unito vada sotto l'etichetta di MMT (Modern Monetary Theory) come se si trattasse di una scoperta, di una novità; peraltro la MMT tende a trascurare - come è tipico dell'analisi keynesiana originaria - gli equilibri/squilibri del commercio internazionale, gli effetti del progresso tecnologico e la trasformazione del mercato del lavoro che ha superato il cosiddetto operaio massa (indifferenziato come qualifiche professionali).

 

Anche la Chiesa cattolica che, pure, avrebbe avuto tutto l'interesse a trovare soluzioni altre rispetto alle linee strategiche dei Reagan e delle Thatcher, specie dopo l'avanzatissima Populorum Progressio (per non citare altre importanti Encicliche), mancò di collegamento con la realtà effettiva.

In pratica, non fu tentato un progetto di economia "cristiana" che andasse oltre richiami generici all'etica o alla centralità dell'uomo senza ricadere - di fatto - nelle tesi alla von Hayek, Novak o Friedman che, poi, l'esperienza successiva dimostrerà fallimentari.

 

Un discorso a parte andrebbe fatto per i marxisti.

Non vedono che la principale previsione di Marx si realizza con la crisi del 1929; non vedono che lo Stato emergente dalla grande depressione, dopo la seconda guerra mondiale e i dibattiti che ne seguirono, superava la condizione di sovrastruttura; non capiscono che il tipo di capitalismo sperimentato negli anni '60 e '70 sta portando al potere le classi produttive, spiazzando proprietari e rentiers, trasformando gli operai in classe media; si illudono che il capitale finanziario degli investitori istituzionali possa portare benefici nei rapporti di forza interni alle imprese industriali; non trovano un'alternativa alla concezione quantitativistica della moneta.

Eppure c'era stato un Antonio Gramsci che poteva venir riletto alla luce di quanto stava accadendo non solo a livello economico, ma soprattutto politico e culturale, in termini di una visione del mondo capace di porre al centro della società la legalizzazione di un confronto fra le classi sociali che superasse uno scontro a senso unico dove i produttori venivano sistematicamente sacrificati rispetto agli interessi dei centri del potere finanziario, delle grandi concessionarie dello Stato, dei privatizzatori delle utilities collettive.

Nel corso degli anni '70 si era, dunque, aperta una finestra che prevedeva la possibilità di andare oltre il modello keynesiano, migliorandone la limitatezza in ambito prettamente nazionale e la scarsa considerazione per gli effetti del progresso tecnologico. Questa prospettiva è andata perduta in quanto - almeno dal punto di vista dei modelli e dei paradigmi - si è andati indietro: l'euro è stato trattato come se fosse oro, il dollaro è stato gestito come moneta sovrana, ma solo per favorire speculazioni finanziarie e inutili guerre; l'approvvigionamento di risorse ai ricchi (e a scapito dei poveri e delle classi medie) provenienti dai tagli alle spese ed alle tasse - quando realizzati - ha solo ampliato gli investimenti finanziari e non quelli produttivi perché la prospettiva di profitti era asfittica essendo stati ridotti salari, stipendi, occupazione, prospettive di consumo.

La tesi che si vuole sostenere in questa sede è che una nuova finestra si stia aprendo dopo il 2011.

Le banche centrali possono stampare migliaia di miliardi di euro e di dollari (o l'equivalente in titoli a basso tasso di interesse) per fronteggiare le esigenze di liquidità delle banche che, con i derivati ed altre pratiche, avrebbero distrutto centinaia di migliaia di miliardi di risparmi; la proposta di aiuti illimitati alle banche stesse, garantiti dalla FED e poi accettati dalla BCE, dimostrano - oltre ogni ragionevole dubbio - che non c'è, nel nostro tempo, un limite alla monetazione: allora il concetto di quantità di moneta risulta per lo meno inutile.

Nella misura in cui essa viene accettata dagli operatori essa non determina inflazione perché è altrettanto illimitata la quantità di beni e di servizi che si possono produrre.

Ovviamente, si tratta di un'opportunità che l'umano dovrebbe giocarsi con intelligenza.

Ma il punto cruciale da sottolineare è che il problema dell'economia non è il debito, bensì lo sviluppo il cui tasso superi quello dell'interesse sui titoli; se il debito rimane costante in quantità, la sua dinamica dipende dall'interesse e se il reddito del debitore cresce a un tasso superiore non vi sono problemi. Attualmente, la tendenza ad offrire titoli a tasso di interesse inferiore all'inflazione (il che comporta l'equivalenza tra mezzi finanziari e moneta di base), sposta l'enfasi della sostenibilità del debito sull'incremento del reddito.

I problemi, invece, sono altri due: chi-cosa-come assicura che la migliore tecnologia (quella che fa risparmiare risorse umane e naturali) venga effettivamente introdotta nei processi e non accada il contrario, vale a dire che venga utilizzata la tecnologia più compatibile al mantenimento degli equilibri di forza esistenti tra i poteri prevalenti?

Secondo: dopo decenni di precarizzazione ed emarginazione di intere generazioni dal mercato del lavoro, come si fa a colmare il vuoto di istruzione e di professionalità per chi non ha potuto o voluto inserirsi?

Entrambe le risposte hanno un filo comune: il ripristino di un'autorità statale o nazionale che provveda a fornire almeno un reddito (nei limiti della disponibilità delle tecnologie di ciascun Paese ad assicurare una determinata quantità di beni e di servizi) ai disoccupati e agli inoccupati e che sappia eliminare i vincoli arbitrari all'introduzione delle tecnologie disponibili e necessarie. Entrambe le cose richiedono una riscoperta della politica e della sua funzione, evidentemente.

La politica dovrebbe quindi rifondarsi a partire dalla richiesta del ripristino di una moneta sovrana e di un'autorità capace di superare i particolarismi dei poteri forti.

La storia ha sempre dimostrato che, quando sorge una leadership adeguata, i cosiddetti poteri forti - dopo le iniziali prevedibili resistenze - finiscono per accettare la situazione. Mentre l'incapacità delle maggioranze, delle minoranze attive e dei leader politici di prevalere sulla miopia dei poteri particolaristici porta sempre alla catastrofe generale.

 

 

 

 

IL FUTURO DELL'EURO

 

 

In tutto ciò si inserisce la problematica della moneta comune in Europa. Si tratta di una vicenda che nasce su un terreno "ambiguo": da una parte la visione antiamericana e, quindi, anti-dollaro che affonda le sue radici in epoche addirittura precedenti i primordi degli accordi della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, anni '50), dall'altra la saldatura tra i paradigmi liberisti ed il "patto" tra Germania e Francia (peraltro a danno dell'Italia e di altri pur meno minacciosi Paesi mediterranei).

I paradigmi liberisti anti-keynesiani: contenere la spesa pubblica per contenere le tasse e liberare risorse dei privati da destinare alla ripresa; qualunque progetto di sviluppo, per avere successo, deve per prima cosa riequilibrare i conti pubblici; l'equilibrio della bilancia dei pagamenti è responsabilità di ciascun Paese che deve ridurre i costi per esportare di più.

Tutte e tre queste affermazioni sono storicamente e teoricamente false. Infatti, se c'è ripresa, la spesa pubblica può venir contenuta (a patto che permanga una politica monetaria adeguata allo sviluppo stesso); ma se la ripresa non c'è, non basta ridare risorse ai privati perché la classe media riceve abbuoni tributari, ma non può consumare di più in quanto deve spendere ancora di più per compensare gli effetti riduttivi sulla quantità e/o sulla qualità dei servizi pubblici, mentre i "ricchi" non investono, non intravvedendo opportunità di profitto in mancanza di ripresa.

Anche le politiche "lacrime e sangue" (ovvero: prima il risanamento dei conti pubblici, poi seguirà la ripresa) non funzionano proprio perché la teoria economica e l'esperienza hanno entrambe dimostrato come la spesa dello Stato vada o possa andare al contrario rispetto ai cicli dell'economia, raccogliendo più risorse tributarie ovvero riducendo il suo impegno quando c'è la ripresa; viceversa, se si tenta di contenere la spesa pubblica quando c'è crisi, si peggiora la situazione economica e, in prospettiva, diminuisce il gettito tributario e si sottopone la spesa sociale a maggiori tensioni.

Infine, è agevole sostenere un equilibrio dei conti con l'estero che parta dal disavanzo commerciale del Paese leader di una certa area (ad esempio gli Stati Uniti) - agevolmente assicurato dalla regolazione degli scambi stessi nella moneta sovrana del leader - ovvero che preveda l'esportazione delle sole eccedenze dei Paesi in parità di condizioni (e ciascuno con la sua moneta sovrana); mai, tuttavia, un equilibrio in cui ciascuno cerchi un avanzo a scapito dei partners.

La spiegazione di un'Europa miope e cieca, pertanto, può soddisfare in via approssimativa, ma non regge ad un approfondimento.

Il Paese, in Europa, dove abbia, apparentemente,  funzionato il modello liberista è la Germania per la semplicissima ragione che lì vi era un serio controllo sul sistema dei prezzi, le banche a servizio delle industrie, alti salari a fronte di acquisizioni tecnologiche continue (agevolate dal basso costo del denaro); in queste condizioni non era il modello liberista, ma quello "renano" a funzionare, basato com'è non su bassi salari e alti profitti, ma su alti salari ed elevata propensione agli investimenti garantita dal sistema bancario. Quindi, il contenimento della spesa pubblica avveniva in virtù della situazione di sviluppo. Ovviamente, ciò andava a scapito dei partners europei che dovevano chiedere alla Germania continue rivalutazioni del marco.

La situazione si risolse quando maturarono le condizioni per la riunificazione della Germania e la Francia nascose la propria contrarietà in cambio dell'euro che avrebbe fatto crescere i tassi di interesse in Germania riducendoli nel resto dell'Europa; ma perché l'accordo tra H. Kohl e F. Mitterand avesse un senso, occorreva che la competitività delle realtà mediterranee (soprattutto l'Italia) venisse compromessa non solo da una moneta unica - che un singolo Paese non poteva svalutare - ma anche dalla privatizzazione dei servizi pubblici e delle imprese a partecipazione statale.

Vi è grande differenza, infatti, tra il proprietario tout court (lo Stato) ed il socio di maggioranza: quest'ultimo è tenuto ad assicurare un determinato rendimento ai soci di minoranza, così sacrificando una politica di allargamento strategico seppure a condizioni di mercato. Non si sta qui, infatti, parlando di imprese statali che investono a prescindere dalla produttività (vale a dire sistematicamente in perdita, in quanto, ad esempio, si giudica di vitale importanza nazionale la permanenza o gli sviluppi in un determinato settore o comparto), ma di imprese a partecipazione statale che possono essere di tre tipi: 1) senza soci di minoranza, ma tenute a rispettare condizioni di economicità e vincolo di bilancio (si tratta di realtà che hanno, come obiettivo, la massimizzazione dello sviluppo a condizioni di mercato, corrispondenti al pareggio tra il ricavo e il costo dell'ultimo pezzo approntato: massimo impegno di risorse e massimo profitto totale); 2) con soci di minoranza che stanno lì per chiedere una determinata remunerazione (più elevata di quella obbligazionaria) e che, quindi, vogliono contenere l'impiego di risorse e gli investimenti o nei limiti di un determinato obiettivo finanziario o finchè l'ultimo pezzo prodotto non veda la massimizzazione tra ricavo e costo; 3) di minoranza finalizzata, a) alla valorizzazione del capitale conferito, b) a sostenere - con dovuti controlli e nell'ambio di strategie condivise - la realizzazione di progetti.

Come è facile capire, solo i casi 1) e 3b) sono compatibili con gli obiettivi di uno Stato costituzionale che voglia far crescere la quantità/qualità di beni e servizi disponibili e l'occupazione produttiva.  Ciò spiegherebbe la gran richiesta di revisioni costituzionali finalizzate, appunto, alla rinuncia ad uno Stato che abbia obiettivi di natura politico-sociale; richiesta avanzata anche in ambito europeo per corroborare le stesse privatizzazioni.

Il caso 1) aveva fatto grande l'Italia fino a tutti gli anni '70; ma gli accordi "europei" prevedevano una sua sostituzione coll'ipotesi 2) o, addirittura, 3a) fino alla completa privatizzazione.

Forse un futuribile potrebbe essere la crescita del modello 3b) grazie a un diverso rapporto tra pubblico (che si riappropria di moneta sovrana) e privati che si attrezzano per realizzare obiettivi sociali nell'ambito di una gestione dell'economia che comprenda - ovviamente - anche la loro remunerazione.

Questo ragionamento può sembrare strano se si parte dal luogo comune che l'obiettivo dell'impresa (privata) consista nella massimizzazione del profitto; obiettivo "massimo", appunto, che in quanto tale non spiega nulla a differenza dell'obiettivo "minimo", la cui definizione consente di identificare la stabilità strutturale del modello di cui si sta parlando.

Se l'obiettivo "minimo" dell'impresa è un profitto non inferiore al rendimento reale delle obbligazioni pubbliche, come mai il 90% delle imprese italiane - ad esempio - non lo raggiunge quasi mai (fatto salvo quel 10%, e non è poco, di alti profitti o/e di alta evasione)?

Cosa spinge 4 milioni di titolari di imprese che non fanno profitto a rinunciare a disinvestire per vivere di rendite obbligazionarie?

Evidentemente un obiettivo diverso rispetto al profitto: visto che non lo realizzano da tempo e non hanno fiducia in una ripresa a breve/medio termine. Controllare risorse reali, nelle nostre società, è più importante (in termini di ruolo e di funzione) rispetto al mero possesso di attività finanziarie pur remunerative: darsi un'occupazione, prometterla ai congiunti, essere qualcosa di produttivo.

Vengono in mente due cruciali circostanze nella storia del mio Paese.

La prima. A Caporetto, durante la prima guerra mondiale, i soldati italiani - in gran parte contadini - disobbedirono ai loro superiori e riuscirono a riparare oltre il Piave; se non avessero disobbedito, gli Austrotedeschi li avrebbero circondati e, forse in 500.000, li avrebbero deportati, mettendo fine al conflitto. Invece, disobbedendo, essi posero le basi di una riorganizzazione dell'esercito stesso che poi riuscì ad avere la meglio sugli avversari.

La seconda. Il citato accordo franco-tedesco per la moneta unica prevedeva un forte ridimensionamento delle capacità produttive italiane (in un'ottica di equilibrio basata sulla sopravvivenza dei Paesi mediterranei come aree di mero consumo), ma gli imprenditori italiani - soprattutto di piccole dimensioni - non ostante quanto si era fatto per agevolarne la scomparsa (banche crudeli, pubblica amministrazione ostica, smantellamento della domanda pubblica) hanno continuato a produrre, rendendo il complotto europeo - che stava dietro la moneta unica - non del tutto completabile.

La Francia registra l'impossibilità di frenare la devastante competitività della Germania e l'euro è destinato a esplodere oppure a vedere tutti i Paesi interessati attorno a un tavolo per cambiare le regole attuali, fare un'Europa che guardi al Mondo, entrare in un'era diversa.

In occasione delle tornate elettorali in Francia (fine primo semestre 2012) e in germania (dopo), i partiti di sinistra (anche l'italiano) hanno cominciato a sollevare il tema (era ora!) di una priorità dello sviluppo rispetto all'austerità.

Per dirla tutta, l'austerità possibile (e, al limite, auspicabile) è quella che avviene grazie allo sviluppo; l'altra, quella che si vuole imporre prima o a prescindere dallo sviluppo è solo destabilizzante a tutti i livelli). Ma non basta tale richiamo: occorrerebbe - per tornare ad essere credibile - che la sinistra si smarcasse totalmente dalla logica del rigore inattuabile e pericoloso del FMI e della destra europea antipopulista in contrapposizione all'apparente espansionismo finanziario a senso unico (solo a vantaggio delle banche) che isola e impedisce (almeno per ora) gli unici investimenti necessari per lo sviluppo, quelli reali.

Il male maggiore è rimanere in Europa così com'è (per quanto tempo senza utili cambiamenti e a quali costi economici e sociali?); il male minore è uscire dall'euro; il bene sarebbe restituire un ruolo vero alla politica e definire i contorni economici della sostenibilità - anche ambientale, ma non solo  - dello sviluppo. Tra l'altro, inserendo, al posto del devastante ESM (European Stability Mechanism), un qualche criterio di riequilibrio delle bilance commerciali: l'Europa si salverà quando i leader comprenderanno la differenza tra l'applicazione di meccanismi finanziari automatici che aumentano gli squilibri e quella di meccanismi differenziali di effettivo riequilibrio. Risulterà da approfondire, forse, un'armonizzazione fiscale (anche in termini di progressività delle imposte) che attenui - senza stravolgere - gli effetti socialmente indesiderabili degli eccessi di competitività (ovviamente, senza indulgere nel suo contrario: vale a dire il prevalere delle logiche assistenzialistiche). Ma se il Regno Unito non sarà di ostacolo (perché si è già chiamato fuori!), la Germania potrebbe continuare a pretendere il rispetto delle regole (del mercato, quindi dello squilibrio) solo quando a suo favore: la via maestra per mettere fine all'esperienza dell'euro…

 

 

 

 

 

LA DECRESCITA "FELICE": UNA SOLUZIONE?

 

In tutto ciò avanza la tesi della decrescita felice. Il punto di partenza è accettabile…né i soldi, né - quindi - il PIL fanno la felicità; ma figuriamoci senza!

E' vero - come sostengono Latouche ed i suoi numerosi seguaci - che molta parte del cosiddetto PIL è costituita da malattie, incidenti, disastri vari che, se non ci fossero, genererebbero un PIL inferiore! Ma non è detto che la soluzione indicata dai decrescionisti sia praticabile o auspicabile.

Infatti, un conto è cercare un indicatore (di benessere, di felicità) più adeguato del PIL e un altro conto non riflettere sulle conseguenze della decrescita: ad esempio, si può calcolare che - in Italia - in condizioni di idilliaco rapporto con la Madre Terra e relativa minimizzazione dello sviluppo industriale, potrebbero vivere o sopravvivere solo 15 milioni di persone.

Dove metteremmo gli altri 45? Forse potrebbero migrare verso territori scarsamente popolati; ma, si sa che il "progetto" dell'ambientalismo più avanzato - quello facente capo alle teorie di Aurelio Peccei, del Club di Roma, del WWF e altri illuminati - prevede, auspica e si regge su un'ipotesi di riduzione ad un terzo dell'insieme degli attuali abitanti del pianeta.

Se non si prevede, altresì, che i circa 4 miliardi in "esubero biologico" vadano su qualche lontanissimo pianeta, resta un fatto evidente (che chiunque abbia viaggiato nei Paesi poveri della Terra ha potuto osservare): la gente non scompare, non muore…vive male senza sviluppo e inquina di più di quanto non farebbe se - invece - ci fosse un sano sviluppo.

 

Riassumendo: oggi abbiamo a disposizione almeno tre paradigmi con le loro relative soluzioni.

Il primo - quello liberista - ha dominato la scena per oltre trent'anni fino all'estate del 2011, per oltre trent'anni e sarà ricordato come la causa di tutti i mali che, attualmente, affliggono l'umanità, persino nelle aree che, una volta, erano considerate altamente sviluppate; esso si è rivelato insostenibile, non potendo risolvere la contraddizione tra vittoria dei più forti e sconfitta dei migliori.

Da una costola del liberismo è emersa la soluzione della finanza speculativa: lo sviluppo in primo luogo, ma con i conti pubblici in ordine; tuttavia, l'esperienza ci aveva dimostrato che i conti pubblici possono risultare in ordine solo dopo che lo sviluppo abbia raggiunto risultati ragguardevoli in termini occupazionali. Il merito di questo sub-paradigma - apparso prepotentemente dopo l'estate del 2011 - poteva essere l'abbandono delle politiche "lacrime e sangue"; ma così non è avvenuto.

Oggi il pianeta è inondato di trilioni di mezzi monetari "equivalenti" (moneta, anche virtuale, e titoli a tassi di interesse inferiori a quelli dell'inflazione); occorre quindi recuperare - anche ai fini della ripresa e del sostegno dei reddito, non solo delle esigenze di liquidità delle banche - la possibilità di fornire mezzi di finanziamento nei limiti delle potenzialità di crescita (invece di aspettare, come hanno predicato i liberisti ed i monetaristi, l'accumulo delle risorse necessarie per avviare la ripresa).

Il secondo paradigma, quello ambientalista neo-malthusiano - negando la principale equazione dello sviluppo, vale a dire che l'introduzione delle tecnologie può ridurre l'uso di risorse pregiate o tendenzialmente scarse e l'emissione di agenti inquinanti in misura più che proporzionale rispetto agli incrementi del prodotto - ha agevolato l'inquinamento del pianeta: perché ha frenato l'introduzione delle tecnologie più avanzate senza ottenere l'alternativa che vagheggiava, vale a dire la scomparsa totale degli umani o, almeno dei due terzi di essi. Infatti, gli umani sono talmente carogne che, non ostante le buone intenzioni di chi li vorrebbe morti, si accaniscono a sopravvivere.

Il terzo paradigma (postkeynesiano, marxiano e cristiano) richiede attualizzazioni e puntualizzazioni che riguardano la moneta sovrana, l'ambiente (e il controllo politico non esoterico della tecnologia), il commercio internazionale, la dimensione sovra-nazionale che non deve sfuggire ai popoli.

La definizione di standards internazionali del lavoro, della dignità (libertà) umana, dell'ambiente e della tutela della salute appare basilare; ma, a sua volta, presuppone che ogni popolo (nazione, etnia, fino alla dimensione del villaggio) sia messo in condizione di puntare ed ottenere la propria autonomia (sovranità) alimentare e riguardante tutta la produzione tradizionale e fondamentale. L'importazione deve divenire un criterio residuale e corrispondente, in valore, alla esportazione delle proprie eccedenze, una volta soddisfatta tutta la domanda interna.

Di qui la necessità di due monete: una locale, concreta e sovrana, basata sulla fiducia di chi la condivide e/o sull'autorità (statale, ma non necessariamente statale) che la emette, fino a saturazione delle esigenze interne; un'altra, internazionale, di conto o virtuale.

Quest'ultima - per evitare il ritorno all'oro, che sarebbe un regresso ed un limite per tutti, anche perché potrebbe stimolarne una sua ricerca fine a sé stessa - dovrebbe derivare da un paniere di monete sovrane proporzionato all'importanza economica di ciascun emittente locale ovvero alla quantità dei singoli disavanzi commerciali. Disavanzi, comunque, da evitare (se tutte le bilance fossero in equilibrio, la moneta internazionale non servirebbe, se non in casi eccezionali), ma gestibili con emissioni sovrane dei Paesi in debito che, così, obbligherebbero quelli in avanzo a comperare beni e servizi dalle aree momentaneamente meno efficienti.

La moneta sovrana garantirebbe un reddito "massimo disponibile" proporzionato alla capacità degli apparati produttivi e tecnologici interni di garantire il flusso di beni e di servizi richiesti; ciò urge, data la tendenza dei sistemi previdenziali a contribuzione a raggiungere tra pochi decenni l'insostenibilità sociale e l'esigenza di intervenire sul costo cosiddetto indiretto del lavoro. Così, la popolazione di ogni Paese avrebbe un reddito adeguato alla sua capacità produttiva e il costo del lavoro si ridurrebbe senza danneggiare chi lavora.

A tali condizioni, le tutele della salute e dell'ambiente non sarebbero più considerate un costo da minimizzare, ma un valore da massimizzare e la scelta delle tecnologie più appropriate propenderebbe verso quelle capaci di ridurre il più possibile l'impegno di risorse reali e fisiche ovvero l'emissione di agenti inquinanti. Infatti, se il costo finanziario dell'acquisizione delle tecnologie più efficienti (che riducono le quantità di risorse fisiche e di inquinanti per unità di prodotto) è inferiore a quello riguardante l'impegno delle risorse fisiche, vi sarà convenienza economica a migliorare le condizioni dell'ambiente. A questo punto, l'occupazione sufficiente è destinata a ridursi, ma il parametro di valutazione della sostenibilità del sistema coinciderà con la capacità dell'apparato produttivo di fornire i beni e i servizi richiesti.

L'euro potrebbe sopravvivere come unità di conto a livello europeo, contribuendo a calmierare il paniere delle monete nazionali sovrane ai fini della moneta o dell'unità di conto internazionale; tuttavia, potrebbe anche divenire una moneta sovrana e continuare ad essere utilizzata dagli stessi consumatori. In tal caso occorrerebbe che la delega degli Stati non fosse - come adesso - un abbandono (in quanto tale illegittimo e denunciabile) della sovranità monetaria, ma comportasse la possibilità, per un'istanza europea, di finanziare gli investimenti per la ripresa. Ciò sta già accadendo per le banche - tramite la stessa BCE - e, per la ripresa,  potrebbe bastare il 10% delle migliaia di miliardi di euro che si stanno autorizzando dal 2012 e che continueranno a venir emessi finchè non si imporrà una netta separazione tra i soggetti che forniscono il credito all'economia e quelli che esercitano attività speculative.

Il governatore della BCE, Mario Draghi, sostiene che tali migliaia di miliardi finiranno, in qualche modo, a finanziare anche la ripresa e l'economia; è possibile, ma occorre capire dove vanno a finire: nella migliore ipotesi, nelle tasche dei risparmiatori che, dopo essere stati ingannati sui miracolosi rendimenti dei titoli offerti loro dalle banche, recuperano, in tutto o in parte, i loro capitali; e, tra questi risparmiatori, occorre annoverare anche funzionari e dirigenti delle banche stesse che, grazie ai loro patrimoni, costituiscono una componente fondamentale di quella che alcuni esperti - addirittura del FMI (Zoltan Pozsar e Manmohan Singh) - chiamano "sistema bancario ombra"; allora, si potrebbe ipotizzare un sostegno - per tale via ai consumi - ma bisognerebbe vedere se si tratterà di un incremento netto o di un mero recupero. Per ora, i dati sul PIL e sui consumi non lasciano intravvedere grandi riprese. Staremo a vedere, ma il futuro è già cominciato: le banche centrali stampano moneta (per scopi che non sono i migliori) e non si genera inflazione. Il Re è morto: viva il Re!

In alternativa allo stesso euro, ciascun Paese potrebbe seguire la propria vocazione storica.

Per l'Italia, ad esempio, l'Africa, i Balcani, l'Egeo, il Mar Nero, la Russia, ( e la potenzialmente   ricchissima Siberia).

Debiti degli Stati, abbandono dell'euro, denominazione in altre valute dei debiti commerciali sono piccoli e risolvibili temi; più complicato appare delineare un futuro all'economia reale, visto che la molla capace di muovere i produttori non risulta più - a parte casi importanti, ma, tutto sommato, eccezionali - il profitto. Tale molla sembrerebbe il controllo delle risorse non finanziarie (destinate a raccogliersi sotto l'etichetta del "basso costo").

Se ciò è vero, la politica è destinata a ritornare al centro del dibattito democratico: come definire i limiti di esercizio del potere dei cittadini allo scopo di evitare che la titolarità del controllo di risorse instauri situazioni di sudditanza, addirittura più subdole di quelle del danaro?

L'umanità è oggi dotata di tre fondamentali strumenti di progresso: la democrazia; la moneta sovrana; lo sviluppo della tecnologia finalizzata al bene comune.

Ebbene, questa volta le connessioni reciproche tra questi tre strumenti (o poteri) ne determinerà il successo o, più esattamente, l'ambito - il livello - di praticabilità.

E nessuno potrà dirsi democratico senza sovranità monetaria o in grado di affermare la sovranità della moneta trascurando il controllo dello sviluppo delle tecnologie.

I fatti di questa cosiddetta crisi ci stanno liberando dai vecchi feticci; basta vederlo, volerlo vedere. Di qui la necessità di una scelta che abbini la insostenibile negazione del bene comune (fatto di democrazia, sovranità della moneta, indirizzo delle tecnologie) e lo sforzo politico per organizzare le volontà degli uomini liberi.

 

 
Vai al post    Vota l'articolo:                    Media dei voti:                  Votanti: 1  Commenti: 0
 
Aggiungi un commento
 
Email (*)

Commento



(*) L'indirizzo email è obbligatorio per gli utenti non loggati nel sistema.
L'inserimento del commento comporta l'iscrizione a questo blog ed il commento verrà pubblicato solo una volta accettate le condizioni presenti nell'email di conferma spedita automaticamente dal sistema.


Documento Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace: "Per una riforma del sistema fin. e mon. inter."
Postato da admin [07/11/2011 20:36]

Il 24 ottobre scorso è stato presentato il documento della Pontificio Consiglio  di  Giustizia e Pace : " Per una riforma del sistema finanziario  internazionale nella prospettiva di un'Autorità pubblica a competenza universale".

Alleghiamo la nota di presentazione del segretario generale, Mons Mario Toso. I documenti si possono leggere cliccando negli allegati qui sotto riportati.

 
Allegati
 Nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sulla riforma
 Riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un'Autorità pubblica a competenza universale
 


Formare le giovani generazioni alla Dottrina Sociale della Chiesa e alla Carità
Postato da admin [18/10/2011 19:39]

Formare le giovani generazioni alla Dottrina Sociale della Chiesa e alla Carità contro il degrado antropologico dei nostri tempi

di Francesco Saverio E. Profiti

In occasione della sua recente visita in terra di Calabria, Benedetto XVI ha invocato ancora una volta la necessità di una "nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto gli interessi di parte, ma il bene comune".  Nel pronunciare questo invito alla responsabilità,  rivolto non soltanto alla gente di Calabria ma alla comunità nazionale tutta,  il Santo Padre si è soffermato in particolar modo sul ruolo primario che la formazione  alla Dottrina Sociale della Chiesa assume in questa prospettiva.

Un prospettiva che, con negli occhi le violenze e le barbarie del 15 ottobre a Roma, appare sempre più urgente a quanti hanno a cuore le sorti del nostro Paese,  dell'Europa e del mondo intero.

In un orizzonte odierno in cui tutto sembra scadere in un bieco individualismo, in cui soprattutto le giovani generazioni soffrono una condizione che impedisce loro di vivere dignitosamente la propria vita e di pensare con fiducia al proprio futuro, formare alla Dottrina Sociale della Chiesa significa sottrarle alla tentazione degli estremismi e della violenza, al relativismo morale, alle mafie, prospettando loro l'esistenza di un'alternativa concreta e possibile, un'alternativa di speranza, di pace, di partecipazione, di concordia ed equità sociale.

Formare i giovani oggi alla Dottrina Sociale della Chiesa è più che mai essenziale, per dotarli  di una griglia di riferimento che sia strumento di sano e rispettoso confronto tra società civile e politica, che consenta loro di diventare cittadini in grado di partecipare consapevolmente e costruttivamente allo sviluppo di processi sociali e politici che promuovano la centralità dell'uomo.

E perché questa formazione sia veramente fonte di rinnovamento, sia veramente roccia su cui i giovani possano fondare la casa comune del domani,  è importante far cogliere loro la bellezza di un altro invito che Benedetto XVI ha più volte sollecitato nelle sue Lettere Encicliche: l'invito alla Carità.

La Carità che è prima di tutto amore verso il prossimo e si manifesta nell'agire quotidiano, nell'associazionismo e nel volontariato.  Come sottolinea la Deus Caritas Est, è questa la Carità di Martino di Tours che, alle porte di Amiens, fa a metà del suo mantello con il povero. Ma altrettanto importante e prioritario è sviluppare il senso della Carità intesa come agire pubblico cristianamente orientato per amore e per rispetto del dignità del prossimo o, come definita dalla stesso Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, "la via istituzionale alla Carità".  

Per non rivedere più quanto accaduto a Roma e in altre parti del mondo, abbiamo bisogno oggi che le nuove generazione conoscano la Dottrina Sociale e la Carità, quella Carità che come ricorda San Paolo  non manca di rispettonon cerca il suo interessenon si adiranon gode dell'ingiustiziama si compiace della verità.

Soltanto impegnandoci in questa non facile battaglia possiamo sperare di far crescere una nuova generazione capace di promuovere  il bene comune in ogni ambito dell'agire umano, sia esso agire nella società civile o impegno istituzionale e politico,  riparando così al degrado antropologico dei nostri tempi.


Francesco Saverio E. Profiti è fellow del Centro Studi Tocqueville-Acton e Presidente della Scuola all'Impegno Sociale e Caritativo "Giovanni Paolo II" della Diocesi Mileto-Nicotera-Tropea

 

 

 


La grande lezione di Benedetto sui limiti e i doveri della politica
Postato da admin [29/09/2011 21:24]

La grande lezione di Benedetto sui limiti e i doveri della politica(Il  presente articolo è stato pubblicato su Avvenire del 29 settembre 2011)

 

di Luca Diotallevi, Membro del Comitato Scientifico del Centro Studi Tocqueville-Acton

Il discorso di Benedetto XVI al Bundestag continuerà ad impegnare a lungo coloro che sono interessati alle questioni fondamentali della politica.

 

Papa Ratzinger dedica un'attenzione costante a questo tema. Basta pensare a numerosi paragrafi della Caritas in veritate o al discorso tenuto giusto un anno fa alla Westminster Hall di Londra.

È davvero difficile sopravvalutare l'importanza di questi insegnamenti anche per noi italiani chiamati a vivere momenti politicamente difficili e travagliati.

 

Anche ad una lettura veloce del discorso rivolto dal pontefice al Parlamento tedesco non sfugge l'assenza di ogni riferimento alla nozione di bene comune. Al suo posto troviamo la affermazione squisitamente agostiniana della pace come fine proprio della politica. Ancora una volta (cfr. DH 6), un pronunciamento magisteriale individua il fine della politica non nel bene comune, ma solo in un gruppo di quei beni comuni di cui esso consiste. Alla visione razionalistica e "politicista" di origine aristotelica viene opposta la visione realista, che risale a s.Agostino, di una politica che serve scopi limitati con mezzi particolari. Il compito della politica consiste infatti nel mettere la forza fisica (Macht) al servizio del diritto (Recht). Questo compito viene assolto anche attraverso la produzione e la difesa di leggi (Gesetz), ma queste sono strumenti contingenti e non fondamenti del diritto. Non è il potere politico che fonda i diritti.

 

Si chiede Ratzinger: «come riconosciamo ciò che è conforme al diritto?» Il realismo di Benedetto XVI si fa a questo punto radicale e limpido: «alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi tale questione è diventata ancora molto più difficile». I cristiani non riconoscono a nessuna autorità, neppure religiosa, la facoltà di mascherare lo scarto che c'è tra potere politico e diritto. La strada da percorrere è invece quella della saggezza, che nasce dalla docilità del cuore e si manifesta secondo le parole di Agostino nell'umiltà. Nell'azione politica la riflessione critica, la ricerca, l'ascolto, il confronto, la coscienza della provvisorietà delle scelte storiche concrete, non sono sinonimo di debolezza, non sono un'alternativa alla disponibilità a combattere ed alla ricerca del successo, ne sono piuttosto l'alimento sano. Questa idea di politica non ha isolato i cristiani, ma anzi ha consentito loro di condividere le prospettive di alcune correnti della filosofia greca e la grande eredità del diritto romano. Da questo incontro è nata l'idea e la pratica di un potere politico limitato e responsabile di cui siamo eredi e custodi.

La saggezza è quella di una coscienza che si apre alla natura, alle sue ragioni oggettive e soggettive, che non rinuncia ai dati provenienti dalla conoscenza positiva del mondo, ma che porta i suoi interrogativi anche oltre, verso la vastità dell'insieme e verso le condizioni di possibilità delle nostre istituzioni. Il diritto naturale di cui parla Ratzinger non è basato sull'idea positivistica di natura. È invece indagando anche il raggio e le condizioni della nostra libertà che appare una asimmetria anteriore ad ogni simmetria, una manifestazione della dignità umana cui la politica è chiamata a rendere il proprio servizio, limitato ma indispensabile.

 

Nella civitas la presenza pubblica e responsabile della Chiesa e dei cristiani è limite alle tentazioni della politica, e perciò presidio e non minaccia alla libertà di tutti.

 

 


Il rapporto inter-generazionale
Postato da admin [03/09/2011 20:13]

ROMA, sabato, 3 settembre 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso tenuto il 25 giugno a Vidiciatico dal Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna.

* * *

La linea di pensiero che seguirò nell'affrontare il tema del rapporto fra le generazioni, è molto sottile. Questo rapporto infatti deve essere pensato da molte prospettive, di cui non ho nessuna competenza. Mi devo quindi limitare a descrivere come una sorta di grammatica del rapporto.

Dividerò la mia riflessione in due parti: la fisiologia del rapporto e la sua patologia. Cioè: quando funziona, quando è sano; quando non funziona, quando è ammalato.

1. FISIOLOGIA del RAPPORTO

In questo rapporto entrano in gioco almeno tre realtà: la tradizione, il principio di autorità, la libertà.

La tradizione è l'universo di senso che viene trasmesso da una generazione all'altra. Che cosa significa universo di senso? La persona umana non si rapporta alla realtà solo in base alla legge stimoli-risposta; solo in base alla legge bisogno-soddisfazione. La posizione umana nella realtà non è neppure solo una questione di adattamento.

La persona umana è un essere interrogante e desiderante. Esso pone domande sulla realtà, la più radicale delle quali è la seguente: "perché esiste qualcosa anziché il nulla?". L'uomo ha bisogno di darsi ragione di ciò che esiste. Non solo di singoli frammenti della realtà, ma dell'intero come tale.

Inoltre la persona umana non desidera solo vivere, ma desidera vivere bene, vivere una buona vita: e come singolo e come società.

Da questa struttura della persona umana nasce ultimamente ciò che potremmo chiamare il "mondo umano" che non coincide col mondo fisico e biologico. Ho chiamato questo mondo umano l'universo di senso, in quanto esso è una creazione della persona umana come risposta al suo interrogare e al suo desiderare. Faccio qualche esempio.

Gli animali si accoppiano, ma solo le persone umane si sposano. Quando gli animali litigano, la soluzione è nella forza; gli uomini ricorrono ai tribunali ritenendo che esista una soluzione ragionevole, da condividere anche dalla parte soccombente. Non ho mai visto animali costruire templi. Nozze, tribunali, templi sono costitutivi di quell'universo che ho chiamato di senso.

"In questo contesto dobbiamo osservare che il concetto di mondo ha due significati; una volta sta ad indicare l'insieme di ciò che esiste dal mio intervento… ; ma il concetto di mondo ha anche un secondo significato ed indica l'insieme di ciò che nasce quando io incontro l'ente, ciò che scaturisce dal mio modo di guardare, sperimentare, conoscere, dalle mie prese di posizione e decisioni, dal mio agire e dar forma" [R. Guardini, Etica, Morcelliana 2001, 55].

Quando una nuova persona umana entra nella vita, trova già costituito questo universo di senso, il mondo nel secondo significato. Chi lo ha preceduto ritiene necessario trasmetterlo, comunemente. Anzi lo introduce nella realtà, nella vita precisamente attraverso questa trasmissione. È ciò che chiamiamo educazione. Quando parlo di tradizione intendo l'universo di senso che viene trasmesso di generazione in generazione.

È questa trasmissione che costituisce il legame fra le generazioni; che lega una generazione all'altra.

Questo legame, cioè la tradizione, è costituito da due principi operativi: da una parte - la generazione che trasmette - il principio di autorità; dall'altra - la generazione che riceve - il principio di libertà.

Il principio di autorità deve essere inteso bene in questo contesto. Esso denota una modalità propria del trasmettere, dell'educare. Per cogliere questa modalità partiamo da una constatazione.

Esistono due tipi di verità che noi possiamo conoscere: verità puramente formali e verità esistenziali. Le prime sono verità che non sono in grado di esercitare nessuna provocazione sulla libertà di chi le conosce. Il sapere che il fiume più lungo della terra non è il Nilo ma il Mississippi, non ha alcuna influenza sulle scelte che devo fare, sul mio stile e modo di vivere. Il sapere se esista o no una vita personale dopo la morte, cambia l'orizzonte fondamentale della vita.

Chi mi trasmette la conoscenza del primo tipo di verità, ha l'autorità per farlo se ha la competenza. Autorità significa in questo caso semplicemente competenza. La cosa è più complessa per il secondo tipo di verità.

Certamente è richiesta la competenza. Ma non basta. Poiché si trasmette un modo di essere nella realtà, un modo di vivere, perché questo possa essere accolto deve avere in se stesso un fascino tale da esercitare una profonda attrazione. Agostino ha scritto pagine assai profonde al riguardo. Le astrazioni non affascinano; sono le persone che affascinano.

Il principio di autorità denota la condizione in cui si trova la persona che trasmette la tradizione: è la forma vivente di ciò che trasmette. Possiamo anche dire. Il principio di autorità è la testimonianza, la quale è più che l'esempio. Gesù è la Verità perché è la Via; è la Via perché è la Verità. E per questo è la Vita: "chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio non ha la vita" [1Gv 5, 12].

Il principio di libertà designa il volto di chi riceve. La tradizione infatti è sempre offerta alla libertà di chi l'accoglie. Se avesse un altro destinatario non sarebbe più trasmissione dell'universo umano.

All'origine della nostra esperienza e concezione della libertà stanno tre eventi: l'alleanza sinaitica, la polis greca, la res publica romana.

Non abbiamo ora il tempo di analizzare accuratamente l'apporto di ciascuno. Mi limito ad alcuni richiami essenziali.

Tutti e tre gli eventi generano una idea di libertà come di un bene umano condiviso: si è liberi assieme e all'interno di una comunità. L'idea di una libertà che sia affermazione di sé a prescindere dagli altri è assente ed incomprensibile. Comincia a farsi strada una tale idea solo nello stoicismo, in un momento di grande crisi della civiltà greco-latina.

Ma la condivisione del bene della libertà non è solo sincronica: fra i presenti. Secondo l'alleanza sinaitica la libertà nasce a causa di un evento - la liberazione dall'Egitto - di cui deve essere sempre custodita la memoria "di generazione in generazione", pena la sua perdita. E pertanto la libertà si costituisce in ultima analisi custodendo l'alleanza col Signore. La persona diventa libera dentro a questa storia ricordata, celebrata, condivisa.

Nella visione greca la libertà è condivisione della deliberazione circa la vita della polis; nasce così l'idea di democrazia. La libertà è radicata nell'esercizio della ragione, presupponendo che i beni umani sono beni comuni.

Nella visione romana la libertà è strettamente connessa alla legge: per questo siamo liberi - scrive Cicerone - perché abbiamo le leggi. E la legge esprime la consapevolezza dell'esistenza di una "res publica" e la decisione per custodirla e difenderla.

E pertanto, scrive Cicerone, il popolo non è "omnis coetus moltitudinis, sed coetus iuris consensu et utilitatis communione sociatus" [cit. in Agostino, La Città di Dio, 2, 21].

La visione cristiana farà proprio questo triplice rapporto, e lo integrerà nella proposta della libertà come capacità di creare il legame dell'amore nel reciproco servizio.

Lo stesso Agostino correggerà Cicerone e scriverà: "populus est coetus multitudinis rationalis, rerum quas diligit concordi communione sociatus" [ibid. 19, 24].

Tradizione - autorità - libertà sono le tre grandezze che nel loro corretto rapportarsi costituiscono un vero e buon rapporto fra le generazioni.

La perfezione della propria persona non può avvenire nell'isolamento individualistico. Lo dico nel senso diacronico. Ognuno di noi nasce dentro un universo di senso già costituito, che deve essergli trasmesso: è questa la via percorrendo la quale, ognuno entra nella realtà.

"Ciò è collegato al fatto… della storicità dell'essere umano. L'uomo inizia la sua esistenza all'interno di un dato periodo, di una situazione storica e di una comunità umana, che gli trasmette da subito, involontariamente e come un destino, la sua caratteristica da lungo esistente e le sue strutture vigenti." [L. Scheffczyk - A. Zigenaus, Fondamenti del dogma, Lateran University Press, Roma 2010, 113].

Ma nello stesso tempo, la via, in cui nascendo l'uomo si trova, deve essere percorsa coi propri piedi. La persona umana diviene se stessa o nega se stessa necessariamente nella decisione personale; la quale, nel momento in cui viene confrontata con l'universo di senso dentro il quale è introdotta, lo assume e lo assimila o lo rifiuta. In ogni caso è un atto della persona, il quale non è mai ripetitivo.

2. PATOLOGIA del RAPPORTO

Il rapporto fra le generazioni si "ammala" anche di malattia mortale, quando degenera una o tutte e tre le realtà che lo costituiscono o quando non funziona il loro rapporto. Per ragioni didattiche considero distintamente le due possibilità, anche se nella realtà si avverano, quando si avverano, insieme.

2.1 [Prima ipotesi]. La degenerazione della tradizione è il tradizionalismo; del principio di autorità è l'autoritarismo o il permissivismo; del principio di libertà è l'arbitrio e il conformismo.

A)Il tradizionalismo possiamo descriverlo come l'attitudine che identifica una particolare visione della realtà come l'unica interamente vera e buona, e quindi la sola in grado di supportare la proposta educativa.

Il tradizionalismo così inteso ha radice in gravi errori antropologici. L'esperienza della realtà, propria dell'uomo, porta con sé ed in sé una tale ricchezza che la sua presa di coscienza da parte dell'uomo non può non conoscere sviluppo o anche oscuramento.

L'universo di senso in cui l'uomo esprime la sua esperienza della realtà, è opera della ragione umana, la quale è impedita o favorita anche dalle condizioni morali in cui versa la persona umana. In un certo senso, ogni generazione deve ritornare alla sorgente - l'incontro colla realtà - per farla risgorgare. E ciò non può umanamente accadere che attraverso un processo vivente di trasmissione. [Si veda quanto scrive H. Arendt in Tra passato e futuro, Firenze 1970, 9]. Agostino scrive profondamente che Dio crea l'uomo perché possa sempre accadere un "inizio". La distinzione della storia dalla natura sta in questo. Il tradizionalismo nega la necessità di questo processo, perché lo fissa in un momento considerato privilegiato.

La degenerazione della tradizione in tradizionalismo corrompe più direttamente il principio di autorità, come possiamo vedere subito.

B) La degenerazione del principio di autorità può assumere due forme: l'autoritarismo ed il permissivismo.

L'autoritarismo è una conseguenza diretta ed immediata del tradizionalismo.

L'autoritarismo è l'attitudine che identifica l'introduzione della nuova generazione nella realtà al consenso dato da parte di questa all'universo di senso che chi esercita l'autorità identifica con la verità e la bontà tout court. Il tradizionalista è sempre autoritario.

La questione è delicata ed importante. La trasmissione dell'universo di senso non è in ordine a se stessa, non è finalizzata a se stessa, ma all'introduzione della nuova generazione nella realtà, all'incontro di questa con la realtà. È per questo che la tradizione è sempre esposta al rischio di essere rifiutata dal soggetto cui è trasmessa, di essere corrotta, o di essere liberamente accolta. Insomma la tradizione si sottopone al confronto di chi la riceve, fra l'esperienza che questi ha di se stesso e ciò che gli viene trasmesso. Confronto che può avere uno degli esiti suddetti.

L'autoritarismo è un'attitudine che non può ammettere questo confronto, perché è un tradizionalista. La conseguenza è che poco o tanto l'autoritarismo trasmette sempre imponendo, non proponendo.

Ma non meno grave, e forse oggi più frequente, è l'altra malattia mortale del principio di autorità: il permissivismo.

Il permissivismo è l'attitudine di chi ritiene che la trasmissione di qualsiasi universo di senso sia distruttiva del principio di libertà.

Questa degenerazione del principio di autorità ha le sue radici in un gravissimo errore antropologico: la persona umana è incapace di raggiungere una verità circa il bene della persona, una verità che sia condivisibile da ogni soggetto razionale. L'uomo può avere solo opinioni che non posseggono alcuna validità universale. "Non siamo capaci di fare un passo oltre se stessi" [D. Hume].

Da ciò deriva che qualsiasi proposta di una via da percorrere per essere introdotti nella realtà, è una indebita prevaricazione nei confronti della nuova generazione. Questa deve imparare da subito a far proprio quel destino di solitudine che è la sorte dell'uomo. Nessuna narrazione della vita può essere raccontata da una generazione all'altra.

La nuova generazione al massimo può essere aiutata ad acquisire gli strumenti per imporre il proprio punto di vista, cioè il proprio interesse: per persuadere, non convincere.

Il permissivismo implica anche l'errore di identificare libertà e spontaneità. Ma con questo siamo già nella terza degenerazione, quella del principio di libertà.

C) La degenerazione del principio di libertà, nel contesto di cui stiamo parlando, potrei denotarla come concezione ed esperienza di una libertà senza radici. Kierkegaard la chiamava la disperazione della pura possibilità priva di ogni necessità. Il grande filosofo danese la descrive nel modo seguente: "Per quanto il mare sia agitato, e in qualunque punto del mondo uno si trovi, la bussola indica sempre la direzione del nord. Ma sul mare della possibilità… non è possibile distinguere quando l'ago magnetico devia e quando indica la direzione giusta". In maniera autobiografica F. Kafka ha espresso la stessa cosa: "ho un'esperienza, e non scherzo dicendo che è un mal di mare in terra ferma".

Due sono le metafore più capaci di descrivere la degenerazione del principio di libertà. La prima è quella dello sradicamento. S. Tommaso scrive: "la radice di tutta la libertà è il giudizio della ragione". Negata la possibilità di raggiungere la verità circa il bene, la libertà ha dentro di sé il vuoto di senso [che senso ha scegliere A piuttosto che B, se A e B hanno lo stesso valore?], e fuori di sé il deserto ["non siamo capaci di fare un passo oltre se stessi"].

L'altra metafora è quella del vagabondo, la quale sta sostituendo la metafora cristiana del pellegrino: il vagabondo non ha meta; la meta è il viaggio stesso.

L'altra degenerazione mortale del principio di libertà è il conformismo. Non mi fermo su questa degenerazione; essa è facilmente identificabile.

2.2 [Seconda ipotesi]. La degenerazione anche di una sola delle tre grandezze, impedisce il loro corretto rapporto, la loro vivente correlazione. Cioè impedisce il rapporto intergenerazionale.

Sarebbe assai interessante fare un percorso storico per verificare quanto ho appena detto. Ma per il nostro scopo non è necessario. Tuttavia esso ha depositato alcune forme nella società occidentale, alcuni eventi culturali. Mi limito a richiamarle molto sinteticamente.

La prima figura è stata l'emarginazione della persona anziana. Resiste ancora in parte nella figura dei nonni, ma credo possiamo dire che la configurazione, il volto che si sta dando la società occidentale non include la figura dell'anziano.

La seconda figura è stata, ed è, la progressiva esclusione dei giovani dall'assetto sociale. Il giovane è considerato, e si sente sempre più, sovra-numerario e superfluo per la costruzione dell'edificio umano. I segni di questa figura sono, per es., l'enorme difficoltà dei giovani ad accedere al lavoro, e il ricorso alla precarietà oltre ogni ragionevole parametro.

La terza figura è la progressiva delegittimazione della famiglia fondata sul matrimonio ad essere il luogo privilegiato dove tradizione, autorità e libertà si correlano nel modo vero e giusto; dove il tradizionale e il nuovo [la nascita di un figlio!] si appartengono reciprocamente.

Conclusione

Vi dicevo fin dall'inizio che la mia riflessione avrebbe avuto un filo molto sottile. Credo tuttavia che qualunque problema intergenerazionale abbia le sue radici nella correlazione fra le tre grandezze di cui ho parlato.

Il rapporto fra le generazioni non potrà mai essere ritenuto risolto una volta per sempre, magari attraverso qualche "tecnica didattica".

E non potrà mai essere risolto una volta per sempre per una ragione molto semplice. Le nuove generazioni sono sempre state caratterizzate, e lo sono anche oggi, dalla viva coscienza e di un bisogno, di un vuoto del cuore, di una sorte di ferita e di una incapacità a corrispondervi da soli, a guarire da soli. Da questa condizione così specifica dei giovani, nasce l'attesa e l'invocazione che qualcuno possa dar loro risposta.

Quando il giovane custodisce questa posizione nella vita; quando incontra l'adulto che gli offre risposta, allora l'io del giovane e l'io dell'adulto scopriranno e vivranno l'appartenenza alla stessa storia, allo stesso destino: compagni dello stesso pellegrinaggio. L'emergenza educativa consiste nel fatto che è sempre più difficile incontrare chi sappia venire incontro all'io-in-attesa del giovane: trovare educatori.

P.S. A questo punto dovremmo vedere, con gli occhi della fede, come Gesù ha risolto questo problema. E la soluzione ha un nome: la Chiesa. Essa vive di una Tradizione, che i vecchi [i "presbiteri"] custodiscono e trasmettono, così che la Chiesa ringiovanisce sempre. Ma … ars longa sed vita brevis!

 


Sono i figli il motore della ripresa
Postato da admin [25/07/2011 19:50]

(Il  presente articolo è stato pubblicato su l'Osservatore Romano del 21 luglio 2011)
di Ettore Gotti Tedeschi, Membro del Comitato Scientifico del Centro Studi Tocqueville-Acton

Osservando la popolazione dei Paesi occidentali - in particolare, i Paesi che si potrebbero definire "maturi", come gli Stati Uniti e quelli che formano l'Europa dei 20 - si nota che la percentuale di popolazione con un'età al di sopra dei sessant'anni continua a crescere sensibilmente. Oggi le persone comprese in quella fascia di età rappresentano circa un quarto del totale. Nei Paesi emergenti, invece, non arrivano a un decimo. E già si avverte come i costi di questa tendenza non siano in realtà sostenibili. 

L'invecchiamento della popolazione può essere infatti considerato la vera origine della crisi economica in atto. Ma nel prossimo decennio i suoi effetti rischiano di non essere più sopportabili, perché la percentuale sempre maggiore di persone che esce dalla fase produttiva diventerà un costo fisso impossibile da assorbire e da sostenere da parte di chi produce. Sempre meno persone, inoltre, entrano nel ciclo produttivo e, quando riescono a entrarvi, lo fanno molto lentamente. Senza considerare i cambiamenti del concetto di occupazione diffuso sino a qualche tempo fa. 

I costi di una popolazione sempre più anziana non potranno quindi essere sostenuti dai giovani, i quali, oltre a essere sempre di meno, potrebbero anche chiedersi perché dovrebbero farlo, soprattutto se immigrati. Un altro fenomeno, meno osservato, relativo all'invecchiamento della popolazione sta nel cambiamento della struttura dei consumi. Sintetizzando un po' brutalmente, si potrebbe affermare che si comprano meno auto, ma più medicine. Sta cambiando, e cambierà sempre più, anche il ciclo di produzione del risparmio, in declino e destinato a crollare: prima perché ha dovuto sostenere i consumi, ora a causa della drastica riduzione dei redditi. 

Di fronte a questa realtà, è indispensabile avere il coraggio di affrontare il tema delle nascite e dell'invecchiamento della popolazione. Trascurarlo è dannoso, e per questo è ormai improrogabile la definizione di strategie per sostenere concretamente le famiglie nella loro naturale vocazione ad avere figli. Solo così potrà essere innescata una vera ripresa economica. Una famiglia di oggi con due redditi guadagna meno di quanto trenta anni fa la stessa famiglia guadagnava con un solo stipendio. E questa è la conseguenza della crescita delle imposte sul prodotto interno lordo, raddoppiate nello stesso periodo proprio per assorbire le conseguenze dell'invecchiamento dovuto al crollo delle nascite. 

I governanti dei Paesi "maturi" devono investire nella famiglia e nei figli per generare una rapida crescita economica, grazie all'attivazione di fattori quali l'aumento della domanda, il risparmio e gli investimenti. Le persone anziane sarebbero così maggiormente accettate, e non solo sopportate, come a volte avviene oggi. In fondo, la natura stessa insegna che se l'uomo e la donna non generano figli è difficile che qualcuno si prenda cura di loro quando invecchieranno. Lo Stato ci può provare, ma a costi altissimi.
 


Protagonisti, non ascari
Postato da admin [20/07/2011 22:22]

Alla luce delle ultime iniziative, volte al superamento della diaspora dei cattolici in politica, pubblichiamo un articolo di Dario Antiseri, tratto dal numero 1 della nuova rivista "Libertas. Cattolici per la libertà". E' questo un contributo del Centro Studio Tocqueville-Acton alla comune riflessione.

 

La diaspora dei cattolici nelle diverse formazioni politiche ha posto fine alla loro incidenza nella vita politica.

 

E pensare che il mondo cattolico nel dopoguerra ha salvato (con l'aiuto degli Americani) il Paese: è stato un presidio della libertà e con ciò dello sviluppo economico.

Il popolo cattolico sparso nelle 25.000 parrocchie, attivo nelle tante sedi e iniziative della Caritas, generosamente presente nel vasto universo del volontariato non ha e non trova, ai nostri giorni, una rappresentanza politica. È diffusa l'idea che non ci siano le condizioni o, addirittura, che non ci sia affatto bisogno di un partito dei cattolici. I cattolici, si è detto e si continua a ripetere, dovrebbero dare testimonianza dei valori in cui credono in tutte le formazioni in cui si trovano a militare. Nobile intenzione, indubbiamente; una meritevole proposta morale. Solo che, nella quasi totalità dei casi, gli esiti di questa posizione si sono risolti e si risolvono in una completa serie di disfatte politiche. Tu cattolico sei in una Commissione, in un partito; fai presente soluzioni in linea con i tuoi valori; la maggioranza, però, vota - per convinzione, opportunismo, vigliaccheria, bassi interessi - per soluzioni in contrasto con i tuoi valori; tu hai testimoniato, ma inutilmente; hai salvato l'anima, ma quello che tu reputi "il sale della terra" non ha neppure l'effetto dell'acqua calda.

 

La persona è sacra e inviolabile dal concepimento all'ultimo istante della vita. L'anno scorso ci sono stati in Italia aborti in un numero equivalente ai cittadini di una città come Bergamo.

Sacro l'embrione, inviolabile il feto. Ma la persona sta anche sui banchi di scuola e nelle aule dell'Università. Del "buono-scuola", strumento di libertà di scelta da parte delle famiglie, non si parla più. Si ha quasi paura di parlarne. Eppure esso costituirebbe l'introduzione nel sistema formativo italiano di quelle linee di competizione in grado di aiutare sia quel grande patrimonio costituito dalla scuola di Stato sia le scuole non statali a sollevarsi dalla non brillante situazione in cui si trovano. E quali aiuti ha avuto la famiglia (nidi, asili) - della quale da tante parti ci si è proposti come paladini? È stata fatta una riforma dell'Università: se ne è parlato e discusso per mesi e mesi, una questione di fondamentale importanza per il futuro del Paese, ma il mondo cattolico è rimasto sostanzialmente taciturno. Che fine ha fatto quella grande scuola che è stata la FUCI? E che ne è dell'AIMC e dell'UCIIM?. Ininfluenti nell'ambito mediatico - sempre meno edificante - e poco ascoltati, nonostante tanti nobili e generosi sforzi, in quello della più ampia informazione, le tante iniziative di gruppi, centri e associazioni non riescono ad andare al di là del livello del "prepolitico" - gli altri hanno in mano "il politico", fanno cioè politica, noi ci affaccendiamo nel "prepolitico" e proponiamo "ascari" per altri eserciti. E, intanto, sulle nostre strade muoiono ogni anno circa 6.000 persone e 250.000 sono i feriti, di cui 20.000 restano seriamente handicappati: un vero bollettino di guerra. E se drammatica, come più volte denunciato da esponenti radicali, è la situazione delle "persone" nelle nostre carceri, mai un partito si è preso cura di ascoltare coloro che forse meglio degli altri ne conoscono i problemi, cioè i cappellani delle carceri. E ci accorgiamo dei Rom solo quando ci troviamo a piangere sui loro piccoli morti bruciati o annegati. Nel frattempo la classe politica si occupa di "altro". Predica il merito e pratica la più squallida logica della corte - di una corte abbastanza affollata da servi in livrea e clarinetti "ben remunerati".

 

Siamo tutt'altro che disfattisti. Proprio per questo non ce la sentiamo di restare nelle retrovie. Non ci sono più le condizioni per cui tutti i cattolici si sentano chiamati a militare in un unico partito, ma quello che sosteniamo come possibile - e di cui si avverte l'urgenza e la mancanza - è un significativo partito di cattolici liberali che si situi nella grande tradizione di quel cattolicesimo liberale che va da Tocqueville a don Sturzo. Protagonisti e non ascari - devoti peccatori ben distinti dagli atei devoti; laici perché cattolici; capaci da laici perché cattolici di una azione politica cristianamente ispirata «a difesa - come voleva don Sturzo - della libertà per tutti e sempre». C'è o no oggi, in Italia, l'urgenza di un partito di cattolici liberali?

 

 

 

 


La Dottrina sociale della Chiesa è la risposta alla crisi
Postato da admin [07/03/2011 20:06]

Lezione di economia di Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello IOR

 

La crisi economica e le sue radici, la legge naturale ignorata, la creazione di un benessere puramente materiale e la delocalizzazione sono alcune delle problematiche collegate all'Enciclica Caritas in Veritate che sono state al centro di una lezione magistrale del presidente dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR), Ettore Gotti Tedeschi, al termine del seminario "Economia sociale e di mercato: una nuova visione", mercoledì nella sede di Via Poli della Camera dei Deputati.

Gotti tedeschi ha ricordato che l'economia di mercato è stata definita dall'economista italiano Luigi Einaudi "una terza via tra capitalismo e socialismo, che assicura la libertà dell'individuo frenando il suo istinto egoistico, attraverso criteri imposti di sussidarietà e di solidarietà. Né statalismo né capitalismo esagerato".

"Ma perché funzioni - questa è la mia opinione - deve fondarsi sulla Dottrina Sociale della Chiesa, non solo perché ha esperienza, ma perché ha valore", ha detto.

Il banchiere ha considerato che "la Dottrina Sociale della Chiesa è stata il modo per rendere effettiva la carità, anche se - come dice il Papa nell'Enciclica - la carità svincolata dalla verità non sta in piedi".

La Dottrina Sociale della Chiesa, per poter funzionare, ha tuttavia bisogno di due grandi pilastri: "insegnare, perché la Chiesa sia maestra, e che lo Stato non sia troppo avido".

Il presidente dello IOR ha spiegato che "l'economia sociale di mercato, come primo grande obiettivo, deve utilizzare le risorse disponibili nel modo più efficiente e trarre in modo efficace i risultati. Come secondo obiettivo, deve assicurare un progresso integrale, tenendo presente l'unità anima e corpo dell'uomo. Per finire, deve distribuire la ricchezza creata, non tanto per una questione di carità, ma per sostenibilità". "L'uomo economico sa che non ci può essere un'economia con molti poveri e pochi ricchi", ha precisato.

"Questi obiettivi che sono stati incorporati dalla Dottrina Sociale della Chiesa sono stati raggiunti?", si è chiesto. "No - ha risposto -; abbiamo sprecato le risorse, abbiamo fatto uno sviluppo economico soltanto materiale e non abbiamo distribuito la ricchezza. Quindi l'economia è fallita in tutto". 

"Perché negli ultimi trent'anni non si è osservata la Dottrina Sociale della Chiesa", ha indicato. "In cosa non è stata interpretata? Fondamentalmente in tre aspetti: la legge naturale è stata ignorata totalmente, si è cercato un benessere soltanto materialsitico e invece di distribuzione si è fatta delocalizzazione".

"Leggete questa Enciclica, la Caritas in Veritate", ha invitato Gotti Tedeschi. "Molti pensano che sia noiosissima perché hanno letto un riassunto sui giornali. Qui il Santo Padre spiega perché ci troviamo nell'attuale crisi economica. Se venisse letta e discussa, che vantaggio sarebbe per l'umanità!".

Crisi di senso

"L'Enciclica dice che se la libertà viene prima della verità, l'uomo raramente - l'uomo immaturo - arriva alla verità, e quindi non sa distinguere tra fini e mezzi e confonde l'uso degli strumenti. E gli strumenti sono neutrali. Non c'è la banca etica, non c'è la finanza etica, c'è l'uomo etico che fa la finanza in modo morale ed etico. Il medico e il filosofo lo devono fare in modo etico, cioè dando senso alle sue azioni".

E ha aggiunto: "Se la vita non ha senso, è inutile chiedere al banchiere il senso della banca. Ma perché ve la prendete con i banchieri se la vita non ha senso, se siamo animali che ci limitiamo a mangiare e altre cose? Come si può pensare che un uomo che fa il banchiere, il finanziere, il medico, il politico, dia un senso? Se la vita non ha senso, godiamoci la vita". 

"Nell'introduzione dell'Enciclica, il Papa dice che se l'uomo non inizia a ragionare e a dar senso alla sua vita, gli strumenti, la politica, la medicina, prendono il sopravvento e autonomia morale. Lo strumento non può avere autonomia morale, è l'uomo che dà senso all'uso degli strumenti".

Si è quindi riferito all'importanza di questo testo dal punto di vista economico. "Doveva uscire nel 2007 ed è stata rimandata al 2009, perché la crisi stava modificando tutti gli scenari. L'Enciclica è un richiamo pastorale e dottrinale fuori dal tempo, ma nel tempo deve prende in considerazione i problemi specifici".

"E Benedetto XVI nella Caritas in Veritate ricorda cosa ha detto Paolo VI nella Populorun progressio e nella Humanae Vitae: che non si può prescindere dalle azioni umane e dal rispetto totale della vita, e che non si può fare un piano di sviluppo economico se il progresso è soltanto materiale, perché l'uomo non è soltanto un animale materiale".

Eutanasia e bilancio

Gotti Tedeschi ha quindi ricordato che "abbiamo negato la dignità della vita e realizzato un progresso soltanto materialistico. E oggi è in discussione la legge sul fine vita. Provocatoriamente dirò: no, è economia, perché non si possono mantenere i vecchi, che costano troppo, se non nascono i bambini, è una questione di bilancio".

"Quando le persone escono dal ciclo produttivo costano in sanità e pensione. Che succede nella struttura di una società che non ha ricambio generazionale con due figli a coppia? Se la struttura rimane uguale, come fa ad aumentare il PIL?".

Il relatore a questo punto ha spiegato che "se il numero di popolazione resta inalterato, il PIL aumenta soltanto se aumentano i consumi pro capite; anche i bambini devono consumare, e ci vogliono tante vacanze per i vecchietti. Ma la popolazione che numericamente resta uguale produce l'aumento dei costi fissi da supportare, perché aumenta più la popolazione che costa rispetto a quella che produce, e il sistema sociale deve assorbire la crescita dei costi fissi".

Come si copre questa spesa? In Italia, ha detto, "con le tasse. Nel 1975, con una crescita del 4 per cento l'anno le tasse erano il 25 per cento del PIL, oggi sono il 50 per cento. Quindi i consumatori hanno meno potere d'acquisto e le aziende meno possibilità di investire. Vale a dire, c'è meno risparmio. Il denaro costa di più e si devono aumentare i derivati".

"Questo è contenuto nell'Enciclica - ha ribadito Gotti Tedeschi -. E nei principi dice che abbiamo negato: la vita e uno sviluppo integrale".

Falsa crescita

Per di più, "in un mondo occidentale a tasso di crescita zero abbiamo fatto consumare di più la persona per aumentare il PIL. Come la si fa spendere di più? Facendola guadagnare di più. Ma se il ciclo economico e piatto? Intanto non si fa più risparmio. Negli ultimi 25 anni il tasso di risparmio è sceso dal 25 per cento al 6 per cento".

Quindi, "per aumentare la produttività si impiegano più macchine e alti volumi di produzione. E fin qui questo fenomeno è accettabile. Ma abbiamo fatto la delocalizzazione. Una serie di beni che in Europa avevano un prezzo, fatti in Asia costano la metà. Quindi è un modo per aumentare il potere d'acquisto". Il paradosso è che bisogna "consumare sempre di più in Occidente e produrre sempre di meno, mentre in Asia aumentano la produzione e non consumano".

Quale l'eccesso di questo sistema? "Quando si è passati da un consumo alto al consumo a debito. Guadagno 100, spendo 100, il mio PIL è 100. E per aumentare il proprio PIL si chiede un prestito in banca. Un anno di stipendio futuro lo spendo oggi, e il mio PIL è aumentato del 100 per cento, ma anche il debito delle famiglie".

Il relatore ha presentato alcuni dati: "Dal 1990 al 2008 , dato certo, la spesa delle famiglie americane è passata dal 68 per cento al 98 per cento grazie all'indebitamento. Ma se la famiglia non paga, la banca fallisce. E quindi negli Stati Uniti hanno nazionalizzato il debito dei privati. Il sistema passa così da un debito del 200 per cento del 1998 al 300 per cento nel 2008".

Ma è possibile ridurre il debito? Gotti Tedeschi ha ricordato che i tre sistemi sono un default come quello argentino, l'inflazione - una nuova bolla - e quello che insegna il Papa: l'austerità. 

"Si ritorni a risparmiare per formare la base monetaria, e a costruire - ha detto -. In più, il 60 per cento delle cose che si consumano non crea mano d'opera".

E ha ricordato il caso italiano di alcune imprese nelle quali l'amministratore delegato ha detto "O mi permettete di lavorare in questo modo o delocalizzo". 

Dal punto di vista economico, "l'uomo ha tre dimensioni: produttore, consumatore, risparmiatore. Fino a 20 anni fa le dimensioni erano coerenti. Ora lavoro e produco un prodotto, ma ne compro uno simile in Asia, migliore e che costa di meno. Dopo tre anni la mia azienda che produceva quel prodotto fallisce, e quindi non risparmio più e non spendo più".

"Questo è il paradosso della globalizzazione consumistica. E' quello che il Papa chiama sviluppo economico non integrato. Perché l'uomo ha pensato di non avere un'anima, soltanto un corpo ed ecco l'influenza del nichilismo e del relativismo".

"Come diceva l'ex Ministro Umberto Veronesi, 'è inutile pensare che l'uomo abbia una scintilla di divino, quando l'uomo solamente è un animale intelligente'. Mangiate e divertitevi, e poi si lamentano se qualcuno lo fa un po' troppo".

L'Italia è stata sussidiaria?, si è chiesto il presidente dello IOR. "Fino al 1995, quasi il 65 per cento del PIL era in mano allo Stato: Eni, Iri ecc. Le banche erano pubbliche tranne due banchette. E la più grande impressa privata è stata definita così: quando guadagna è privata, quando perde è pubblica".

Gotti Tedeschi ha ricordato che "per entrare nell'euro dovevamo privatizzare. Ma abbiamo privatizzato? Per privatizzare c'è uno che vende e uno che compra e paga. Che si vendeva? imprese molto grandi e inefficienti, e chi è che le compra? Gli stranieri no. E come fanno gli italiani? Ci siamo inventati di far finanziare l'acquisto dalle banche. Se le avessimo regalate non avremmo assorbito quella massa di soldi, che avrebbero potuto andare alle vere imprese trainanti, le Pmi".

"Un esempio soltanto: non dico che sia la verità. Alla fine della guerra fredda, Washington spendeva un 4,5 per cento del PIL in armamenti, e dopo l'11 settembre questa spesa è salita all'11 per cento. Come si fa ad assorbire questa spesa se non si inventano i subprime? Bush nell'ultimo G8 lo ha riconosciuto: si è speso di più di quanto si poteva".

 




 

 

TOCQUEVILLE-ACTON 

Centro Studi e Ricerche

associazione di cultura, ricerca e formazione ispirata ai principi dell'economia di mercato e della dottrina sociale della Chiesa


Website
www.tocqueville-acton.org - www.cattolici-liberali.com  E-mailinfo@tocqueville-acton.org

 

 


 
Email:
Password:
 
            
Vuoi commentare gli articoli? Inserisci la tua email e richiedi la tua password premendo sul tasto "registrati"
 
 
    
Alcuni movimenti politici e associazioni stanno tentando di ricomporre su basi innovative l'area dei democratici cristiani e dei popolari, Ritieni la cosa positiva?
 
SI
NO
 
       












Partners
 
 
 
 
 


Dir.Resp.: Ettore Bonalberti - Coordinatore Blog: Giorgio Zabeo
Redazione e amministrazione: C.so del Popolo, 29 - 30172 Mestre (Venezia) - tel. e fax 041/978232 - Email: info@insiemeweb.net
©2008 Associazione Insieme - powered by Enforma Solutions - based on en-press engine - Privacy Policy