Pensionati italiani ritenuti “ricchi”.
Postato da admin [21/07/2018 19:55]


Giuseppe Pace (già segretario prov.le del partito pensionati Padova). PADOVA. Circa 30 anni fa a Padova, nella storica Scoletta della Basilica di Sant’Antonio, venne a relazionare ad un corso di aggiornamento per docenti, Giovanni Gozzer, noto Pedagogista di fama mondiale. Egli allora ci disse con monito profetico: “Voi siete più giovani di me ed assisterete al fenomeno del cattocomunismo cioè all’incontro ”micidiale” del solidarismo marxista con quello cattolico”. Gozzer, morì e noi stiamo vivendo quello che ci disse preoccupato. Siamo, in sintesi, alla filosofia politica di prendere a chi ha per dare a chi ha meno, fino a non poter più prendere nulla ai poveri sempre più diffusi nell’ambiente sociale italiano. Il Governo Monti con il Ministro Fornero, che pianse anche, bloccarono l’aumento di contingenza ai pensionati con pensioni superiori a tre volte il minimo poco più di 1400 euro lordi. Poco dopo la Corte Costituzionale sentenziò l’incostituzionalità del blocco della contingenza ai pensionati ”ricchi”. Il Governo Renzi fu costretto a pagare per ottemperare alla Sentenza suddetta con un Decreto legge che vanificava di fatto il rigore della sentenza stessa e in agosto 2015 i pensionati “ricchi” si videro dare dell’elemosina, mentre ai possibili milioni di suoi elettori diede 8 euro al mese in più. La Corte Costituzionale partorì una seconda Sentenza che annullava la prima e pontificava l’operato governativo renziano. Molti pensionati fecero ricorso in Italia e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ma le Autorità costituite per elargire la Giustizia pensionistica applicano il”cattocomunismo”. Leggiamo l’ultima sentenza europea:”La Corte di Strasburgo boccia la 'class action' sulle pensioni. 'Decreto Poletti non viola diritti'. No a ricorso di 10 mila pensionati - Redazione ANSA -STRASBURGO -19 luglio 2018NEWS La Corte europea dei diritti umani ha respinto, dichiarandolo inammissibile, il ricorso di 10.059 pensionati contro il decreto Poletti (2015) sulla perequazione delle pensioni dal 2012. Nella loro decisione, che è definitiva, i giudici di Strasburgo affermano che le misure prese dal governo e dal legislatore non violano i diritti dei pensionati.  I pensionati, rappresentati tutti dall'avvocato Pietro Frisani, avevano presentato ricorso a Strasburgo all'inizio dell'anno contro il decreto Poletti (n.65/2015) sostenendo che il provvedimento - adottato per rimediare alla bocciatura da parte della Corte Costituzionale di quanto previsto dal decreto 'salva-Italia' del 2011 - avrebbe "prodotto un'ingerenza immediata sulle loro pensioni per il 2012 e 2013 e permanente per effetto del blocco sulle rivalutazioni successive". Inoltre, secondo i ricorrenti, la misura "non ha perseguito l'interesse generale, è sproporzionata" e avrebbe violato il loro diritto alla proprietà. La Corte di Strasburgo gli ha dato torto. Nella decisione d'inammissibilità i giudici sostengono che la riforma del meccanismo di perequazione delle pensioni è stata introdotta per proteggere l'interesse generale. In particolare per "proteggere il livello minimo di prestazioni sociali e garantire allo stesso tempo la tenuta del sistema sociale per le generazioni future", e questo in un periodo "in cui la situazione economica italiana era particolarmente difficile". In secondo luogo la Corte osserva che "gli effetti della riforma del meccanismo di perequazione sulle pensioni dei ricorrenti non sono a un livello tale da esporli a delle difficoltà di sussistenza incompatibili con quanto prescritto dalla convenzione europea dei diritti umani". Insomma l’interesse sociale intese dall’Europa è fare cassa su docenti pensionati in primis! Lo studio legale fiorentino ricorrente aveva promesso di chiedere anche il danno morale subito dai pensionati ricorrenti. A me aveva risposto che avendo già fatto ricorso tramite sindacato Snals non potevo ricorrere oltre le Alpi. Mi scrivono alcuni conoscenti ed amici pensionati che le tasse sono eccessivamente elevate ai pensionati “non ricchi” supposto che quelli di 4mila euro al mese siano ricchi. Come non dargli ragione? Ma il Governo diretto dall’Avv. Conte, che non dovrebbe essere cattocomunista almeno per la componente leghista, ha intenzione politica di continuare a fare cassa anche sui pensionati non poverissimi come i docenti laureati che hanno 600 euro mensili di tasse sulle modeste pensioni? Speriamo di no! In Germania, dove lo stato sociale funziona meglio che da noi, la tassazione sulle pensioni è più equa. Con l’introduzione del metodo contributivo per il calcolo della pensione e dell’adeguamento dei requisiti per il pensionamento con le aspettative di vita in futuro sarà sempre più difficile ottenere una pensione dignitosa. Ecco perché da anni si parla di introdurre una pensione di garanzia, così da riconoscere ai giovani d’oggi un assegno previdenziale dignitoso. Ad oggi però di pensione di garanzia si è solamente discusso nelle commissioni parlamentari, senza che un provvedimento di questo genere venisse approvato dal Parlamento. Semmai la soluzione per incrementare l’importo della pensione potrebbe essere quella di aderire ad un fondo pensione, così da avere una pensione integrativa a quella riconosciuta dallo Stato. Il problema è che solo la minoranza degli italiani oggi ha deciso di farlo; anche se in crescita rispetto agli altri anni, infatti, solo un terzo della forza lavoro (dati Covip) ha aderito ad un fondo pensione, per un totale di 8,3 milioni di italiani (il +7,1% rispetto all’anno precedente). E pensare che gli italiani sono universalmente riconosciuti come “popolo di grandi risparmiatori”; eppure il nostro Paese è indietro rispetto ad altri come l’Inghilterra dove l’adesione alla previdenza complementare è un obbligo imposto dallo Stato. Ed è proprio di questo che parla l’ultima ricerca Schroders Global Investor Study 2018, nella quale sono stati presi in esame 30 Paesi; secondo questo report, infatti, gli italiani sono sì dei grandi risparmiatori ma sono allo stesso tempo poco lungimiranti visto che solo una minima parte dei lavoratori decide di accantonare una parte di reddito per garantirsi in futuro una pensione più adeguata. A sparlare dell’Italia, spesso hanno l’ardire eminenti personaggi politici stranieri. Ma chi ci difende da simili ingiurie come quella che gli italiani risparmiano poco! La classe media italiana sta scomparendo a causa delle tasse elevate che i governi degli ultimi decenni stanno imponendo.

 


TOP EXPERIENCES - Politecnico di Torino
Postato da admin [10/04/2017 20:01]


Mario Moretti Polegato, Presidente Geox e Marco Gilli, Rettore del Politecnico di Torino con il Team di Top Experiences

 

10/04/2017

 

TOP EXPERIENCES al Politecnico di Torino per fare conoscere agli Studenti e ai Laureandi in Ingegneria, prossimi ad entrare nel mondo del lavoro, dei Top Manager e Imprenditori italiani che si sono affermati nel mondo e che hanno Leadership nel panorama internazionale.

Oggi e' intervenuto a TOP EXPERIENCES Mario Moretti Polegato Presidente Geox che ha spiegato l'importanza di un' idea per l'innovazione, per costruire qualcosa di utile, di necessario, per la bellezza, per un miglior benessere della gente comune, dei consumatori su scala planetaria.

Polegato ha inventato la scarpa GEOX che con membrana di gomma "traspira" ed e' "impermeabile all'acqua".

Il Gruppo GEOX governa con questi numeri:

- 30.000 dipendenti diretti e indiretti -Fatturato 910 milioni €

- Presenza in 115 Paesi

- 1250 Negozi

- 71% di azioni di proprietà della famiglia Polegato

- 2% investimenti in R&S

Il Presidente Polegato ha invitato gli studenti a "far funzionare il cervello" che, secondo ricerche scientifiche internazionali, utilizziamo solo al 20%. Ha invitato i futuri Ingegneri a brevettare idee innovative, magari a farlo con il Politecnico di Torino; di 100 idee, soltanto una si affermerà, ma questa, con tante altre idee che supereranno l'esame, darà forza e sviluppo futuro all'economia.

 

L'Italia dopo aver esportato:

Manodopera, braccia, e Fabbriche nel mondo, adesso dovrà esportare idee applicative, progetti, tante progetti da realizzare con la creatività italiana per la valorizzazione del genere umano.

Antonino Giannone

Team Top Experiences Politecnico di Torino

Docente di Etica e Relazioni industriali nel Corso di Laurea Magistrale in Ingegneria della Produzione e dell'Innovazione tecnologica

 

 

 

 


Lettera scritta da un ragazzo barese Ministro Poletti
Postato da admin [09/04/2017 09:02]

06/04/17, 15:02:40: Questa ė la lettera scritta da un ragazzo barese al ministro Poletti:

 

“Sig. Perito agrario Poletti (eh si,/  in un Paese che richiede la laurea/  anche per servire caffè in un bar, Lei e’ l’ennesimo caso di non laureato che raggiunge poltrone d’oro, vertici di rappresentanza delle istituzioni e stipendi pazzeschi), ho dato un’occhiata al suo curriculum e le garantisco che lei non verrebbe assunto neanche all’Arlington Hotel della mia Dublino a servire colazioni come io, giovane avvocato laureatomi in Italia, ho fatto per pagare le spese di sopravvivenza in un Paese straniero che mi ha dato una possibilità che il Suo Paese mi ha negato.

 

Lei, ministro del lavoro, il lavoro non sa neanche cosa sia, lei che non ha lavorato neanche un giorno della sua vita (il suo cv parla chiaro). Lei, che si rallegra di non avere tra i piedi gente come me, non ha la piu’ pallida idea di quanto lei sia un miracolato. Lei non sa, perito agrario Poletti, che dietro ogni ragazzo che si trasferisce all’estero, ci sono una madre e un padre che piangono QUOTIDIANAMENTE la mancanza del figlio, c’e’ una sorella da vedere solo un paio di volte all’anno, degli amici da vedere solo su “facetime” e i cui figli probabilmente non ti riconosceranno mai come “zio”, c’e’ una sofferenza lancinante con la quale ci si abitua a convivere e che diventa poi quasi naturale e parte del tuo benessere/malessere quotidiano.

 

Il Suo, perito agrario Poletti, e’ un paese morto, finito, senza presente ne’ tanto meno futuro e lo e’ anche per colpa sua e di chi l’ha preceduto. Chi e’ Lei per parlare a noi, figli e fratelli d’Italia residenti all’estero, con arroganza, con spocchia, con offese e mancando del più basilare rispetto che il suo status di persona, oltre al suo status di ministro, richiederebbe?! O forse pensa che le sue pensioni d’oro, i suoi stipendi da favola possano consentirle tutto questo nei confronti di ragazzi, in molti casi più titolati, preparati e competenti di lei?!

Ha mai provato a sostenere un colloquio in inglese? Ha mai scoperto quanto bello, duro e difficile sia conoscere tre lingue e lavorare in realtà multiculturali? Ha mai avuto la sensazione di sentirsi impotente quando le parlano in una lingua che non e’ sua e ha difficoltà a comprenderla al 100%? Questo lei, perito agrario Poletti, non lo sa e non lo saprà mai. E’ per questo che il suo ego le permette di offendere 100.000 ragazze e ragazzi che l’unica cosa che condividono con lei e’ la cittadinanza italiana.

 

Lei e’ l’emblema di una classe politica e partitica totalmente sconnessa con la realtà, totalmente avulsa dal tessuto sociale che le porcate sue e dei suoi amici “compagni” hanno contribuito a generare. Io, e gli altri 99.999 ragazzi che siamo scappati all’estero dovremmo essere un problema che dovrebbe toglierle il sonno, lei dovrebbe fare in modo che questa gente possa tornare a casa, creare condizioni di lavoro e di stabilita’ economica che possano permettere a 100.000 mamme di non piangere più per la lontananza dei figli.

 

Lei, perito agrario Poletti, padre dei voucher e del precariato, e’ il colpevole di questo esodo epocale e quasi senza precedenti di questa gente che lei vorrebbe fuori dalle palle.

Si sciacqui la bocca, perito agrario Poletti, prima di parlare di gente che parla piu lingue di lei, che ha avuto il coraggio di non accontentarsi, e di cercare altrove ciò che uno stato che fa davvero lo stato avrebbe dovuto garantire al proprio interno.

 

E si tolga rapidamente dai coglioni per favore, prima lo farà e prima questo paese, visto dalla fredda e super accogliente Irlanda, sembrerà più bello e gentile. Firmato da uno di quelli che lei vorrebbe fuori dalle palle”.

 

Dedicato ai Paraculi, figli di Papà e porta borse della Politica italiana .

 

Domenico Gatticasa

 

 

 


La manovra bis è la nuova riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali ?
Postato da admin [02/03/2012 22:28]

Ormai dobbiamo abituarci alle manovre finanziarie periodiche ravvicinate, almeno fino a quando il livello di difficoltà finanziaria degli Stati sovrani rimane ai livelli attuali.

 

Naturalmente è sempre più difficile giustificarle all'opinione pubblica e quindi occorre trovare delle forme diverse di provvedimenti normativi che anche se dovrebbero regolare una determinata materia, in realtà servono a raggiungere anche altri obiettivi.

 

Tutte le riforme del lavoro del decennio 2001-2011 sono andate in questa direzione, ma è accaduto che successivamente esse sono state ridotte di potenzialità sia dal mercato degli operatori mediante modifiche delle parti sociali negli accordi collettivi di categoria e sia dal legislatore con provvedimenti correttivi.

 

E' bene precisare che la cassa integrazione in deroga e tutte le altre tipologie di ammortizzatori sociali hanno mantenuto dal 2007 ad oggi la pace sociale,  dato un sollievo economico alle famiglie dei lavoratori di aziende in difficoltà, mediante un sussidio economico, che altrimenti sarebbero rimasti senza lavoro e senza prospettive; mentre la mancanza di riforme strutturali simili a quelle decise in altri paesi europei ha evitato le tendopoli di piazza abitate da giovani e meno giovani, come abbiamo potuto constatare in altre città europee.

 

Quanto sopra non bisogna mai dimenticarlo, poiché è un merito dell'ultimo governo Berlusconi e soprattutto del ministero del lavoro di quel governo e questo merito va riconosciuto.

 

Preso atto dei risultati ottenuti da tali provvedimenti e tenuto conto che vi è stata per alcune aziende una ripresa a macchia di leopardo, ora si pone il problema di modificare i sostegni per le aziende ancora in difficoltà, o che lo saranno in futuro.

 

Attualmente il costo degli ammortizzatori sociali è a carico della collettività, ed oggi tale costo sta diventando non sostenibile in vista di un traguardo di pareggio di bilancio dello Stato e pertanto occorre ridurre tali costo.

 

E' possibile farlo?, E' eticamente corretto proporlo oggi in una situazione economica difficile per i motivi esposti nei precedenti articoli?

 

Sono convinto che un serio dibattito per determinare una scelta e precisamente se è meglio allungare e rafforzare il sussidio di disoccupazione incentivando i licenziamenti, oppure se è meglio il potenziamento delle politiche di mantenimento dei posti di lavoro mediante l'utilizzo e l'incremento degli ammortizzatori sociali in sospensione di rapporto di lavoro, come la cassa integrazione,  doveva essere proposto ed affrontato all'inizio della crisi e precisamente tra il 2007 ed il 2008.

 

Oggi è come cercare di salire su un treno che è già passato, cercando di scendere da un altro treno in corsa verso una stazione chiamata ripresa, c'è un particolare: da un treno in corsa se si scende ci si può far male.

 

Antonio Asquino

 
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Stranieri: percepiscono 319 euro in meno degli italiani, ma i senza lavoro hanno toccato l'11,4%
Postato da admin [19/04/2011 23:56]

Vengono pagati meno degli italiani (mediamente 319 euro al mese), ma il livello di disoccupazione ha toccato l'11,4% (contro una media nazionale presente in Italia che si attesta all'8,4%).

 

La CGIA di Mestre, dopo le dichiarazioni rilasciate dal ministro Tremonti, ha analizzato il livello retributivo ed occupazionale degli stranieri regolarmente presenti nel nostro Paese. Da questa analisi emerge che gli immigrati percepiscono mediamente 965 euro netti al mese; 319 euro in meno rispetto agli italiani.

 

"Questo differenziale - segnala il segretario della CGIA di Mestre Giuseppe Bortolussi - è dovuto al fatto che l'esperienza lavorativa tra gli immigrati è mediamente molto inferiore di quella maturata dagli italiani. Pertanto, i primi hanno scatti di anzianità più contenuti dei secondi."

 

Il tasso di disoccupazione degli stranieri regolarmente presenti in Italia, invece, ha raggiunto l'11,4% (contro una media della disoccupazione nazionale pari all'8,4%).

 

A livello territoriale è la Basilicata la Regione che presenta la percentuale di stranieri disoccupati più elevata (18,9%). Seguono il Piemonte/Valle d'Aosta (15,4%), la Liguria (13,8%), l'Abruzzo (13,6%) e il Friuli V.G. (13,2%).

 

Dall'inizio della crisi ad oggi, sono quasi 110.000 gli stranieri che hanno perso il posto di lavoro. Il numero complessivo degli immigrati alla ricerca di un posto di lavoro si attesta attorno alle 265.800 unità.

 

 

 

 

 

 

 

Retribuzione dei dipendenti stranieri e differenziali

con gli italiani (in €)

 

 

III trimestre 2010

 

Per retribuzione si intende la retribuzione netta del mese escluse altre mensilità (tredicesime, quattordicesime…)

 

e voci accessorie non percepite regolarmente tutti i mesi (premi di produttività, arretrati…)

 

 

 

Alcuni settori di attività

 

 

 

Retribuzione mensile

stranieri

(in €)

Differenziali

rispetto agli italiani

(in €)

Agricoltura

857

-77

Manifattura

1.134

-184

Costruzioni

1.084

-124

Commercio

1.005

-118

Alberghi e ristoranti

907

-31

Trasporti e comunicazione

1.238

-161

Servizi alle imprese

901

-245

Istruzione, sanità

1.104

-304

Altri servizi alle persone

726

-310

Totale

965

-319

Elaborazioni Ufficio Studi CGIA su dati Istat Rcfl

 

 

 

Il mercato del lavoro straniero nel 2010 (media primi 3 mesi 2010)

 

Occupati

Disoccupati

Nuovi disoccupati creati dalla crisi (2008/2010)

Tasso di disoccupazione straniero

Abruzzo

34.459

5.402

3.826

13,6

Basilicata

6.340

1.482

1.103

18,9

Calabria

26.039

1.961

405

7,0

Campania

75.905

5.634

54

6,8

Emilia Romagna

219.612

31.698

17.683

12,6

Friuli Venezia Giulia

44.621

6.782

1.460

13,2

Lazio

268.830

27.006

6.179

9,1

Liguria

58.623

9.442

4.373

13,8

Lombardia

467.827

65.267

35.336

12,2

Marche

61.193

8.955

3.216

12,8

Molise

3.892

511

305

11,6

Piemonte e Valle d'Aosta

186.523

33.992

17.109

15,4

Puglia

38.048

2.497

-85

6,1

Sardegna

18.747

1.849

831

9,0

Sicilia

56.970

6.456

2.181

10,2

Toscana

175.376

19.072

7.146

9,8

Trentino Alto Adige

38.186

5.235

2.012

12,0

Umbria

46.709

6.249

1.244

11,8

Veneto

225.864

26.319

5.581

10,4

Italia

2.053.765

265.807

109.958

11,4

Elaborazione Ufficio studi CGIA su dati Istat Rcfl

 


In Italia un nuovo disoccupato su quattro è straniero
Postato da admin [11/01/2011 18:38]

La Fondazione Leone Moressa di Mestre - Venezia ha pubblicato un comunicato sui 95 mila nuovi disoccupati stranieri, ma gli ingressi previsti dal decreto flussi sarnno quasi 100 mila. A questo proposito la redazione del BLOG INSIEME ha ritenuto utile informarVi sul tema.

Leggete il sotto pubblicato comunicato e le relative tabelle di analisi allegate.

 

In Italia un nuovo disoccupato su quattro è straniero

 

In Italia, dall'inizio della crisi il numero di disoccupati stranieri è aumentato di oltre 95mila unità, pari grosso modo ai nuovi ingressi di lavoratori extracomunitari previsti dal decreto flussi 2010, che ammontano a quasi cento mila unità. Tra tutti i soggetti che nel nostro Paese hanno perso il lavoro, il 28,4% è straniero. Questi, alcuni dei risultati di un'analisi della Fondazione Leone Moressa che ha studiato le dinamiche occupazionali degli stranieri in Italia nell'ultimo biennio.

 

Attualmente il tasso di disoccupazione degli stranieri si attesta al 9,8%, contro una media degli italiani del 7,3%. Le aree settentrionali, oltre a mostrare la più alta numerosità di disoccupati stranieri, evidenziano i tassi di disoccupazione più elevati: 10,4% contro il 9,0% del Centro e il 9,1% del Mezzogiorno.

I disoccupati stranieri sono oltre 235mila e rappresentano il 12,6% di tutti i senza lavoro in Italia. Nel corso dell'ultimo biennio a causa della crisi il numero dei disoccupati stranieri è salito di oltre 95mila unità, di cui 68mila solo al Nord. I nuovi disoccupati stranieri incidono a livello nazionale per il 28,4%. Nelle regioni del Nord la percentuale aumenta al 30,4%, al Centro e nel Mezzogiorno si tratta rispettivamente del 23,5% e del 26,3%.

 

"L'emorragia occupazionale che ha colpito soprattutto gli stranieri" affermano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa "rischia di farli cadere in una situazione di irregolarità, dal momento che il lavoro è la condizione necessaria per il loro regolare soggiorno in Italia. Considerando che il numero dei nuovi disoccupati stranieri (quasi 95mila) corrisponde grosso modo a quello dei nuovi ingressi previsti dal decreto flussi 2010 (poco meno di 100mila unità), serve ripensare quindi ad una politica di immigrazione che, tra le altre cose, privilegi dove possibile l'assunzione di quei soggetti già presenti nel nostro territorio, ma rimasti senza lavoro a causa della crisi".

 

 
Allegati
 Tabella sui disoccupati stranieri e decreto flussi
 


Mercato del lavoro e scuola nel mercato
Postato da admin [20/10/2010 19:37]

Siamo nuovamente ad occuparci di mercato del lavoro, ma attraverso un'altra lente.

Quale mercato del lavoro ci aspetta alla fine del processo di modificazione iniziato alla fine degli anni '70?

Recentemente sono stato alla Biennale di Architettura e mi ha molto colpito l'ipotesi di avere delle oasi cementificate, sia in terreni desertici, sia in spazi acquei in mezzo al mare, denominate più comunemente città del futuro, che hanno come caratteristica uno sviluppo urbanistico verticale, anziché come fino ad ora è avvenuto in orizzontale.

In questi complessi il settore industriale è praticamente assente, in quanto risulta impossibile una sua collocazione su uno sviluppo verticale del territorio.

Si ipotizzano masse di persone che con modalità più svariate raggiungono i loro posti di occupazione, siano essi di lavoro, di svago, di sport, di impegno sociale, ma di sicuro di occupazione deindustrializzata.

Credo che il mercato del lavoro futuro non possa prescindere da una analisi, valutazione e pianificazione del territorio nel quale una popolazione insiste.

E' la natura che ci "condanna" ad una determinata funzione. Questo riguarda il singolo individuo ed il suo ruolo nella famiglia, nel lavoro, ma anche la collettività, che deve comprendere e scegliere qual è il miglior futuro del territorio nel quale vive.

Sconfitti sul piano economico in termini di competitività dei costi, rimando alle precedenti analisi sul tema, da altre nazioni che sono oramai diventate le manifatture dell'umanità, condannati ad una legislazione dell'Unione Europea che per arrivare ad essere media di interessi comuni, non risulta esserlo di nessuno o di pochi, unica possibilità che all'Italia rimane è quella di affrontare il futuro guardando al proprio territorio.

Dal territorio si può capire quello che può essere il possibile futuro occupazionale di tanti giovani.

La pianificazione scolastica, collegata ad una pianificazione urbanistica territoriale può svolgere un grande ruolo, in quanto solo così si può realizzare un collegamento tra studio e futura collocazione occupazionale all'interno di una determinata zona geografica, rimanendo ben inteso che questo ragionamento vale per la maggioranza della popolazione scolastica, che sarà in cerca di occupazione, in quanto le eccellenze come è sempre stato avranno invece altre strade occupazionali non necessariamente collegabili al territorio di origine.

Pensiamo a Venezia, una città che può vantare di ospitare una mostra internazionale di arte cinematografica e di essere stata e di esserlo una sceneggiatura naturale per innumerevoli films; eppure non c'è una scuola superiore di cinematografia in veneto, ma solo, da quest'anno accademico presso l'Università degli studi di Venezia una corso provvisorio e sperimentale in cinematografia.

Questo è un esempio, per comprendere meglio quanto sopra si analizzava, ma di esempi si potrebbero farne a decine, si pensi all'edilizia artistica finalizzata al restauro conservativo di opere d'arte e domandiamoci se nel Veneto esiste una realtà educativa che formi in tale campo.

Un esempio realizzato lo abbiamo ed è la scuola superiore di enologia, che sta riscuotendo un enorme successo in termini di futura occupazione degli studenti e di valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti.

Molto spesso le ipotesi di sviluppo occupazionale in molti settori economici sono state disattese, in favore di altri settori, e questo lo possiamo verificare attraverso una analisi delle ricerche condotte negli anni da un progetto denominato excelsior.

L'analisi del mercato del lavoro attraverso il progetto excelsior, che per l'anno 2010 potete recuperarla dal sito web di unioncamere è molto accurate e ben fatte ed è una fotografia storica e presunta dell'occupazione in Italia ed è una sintesi dei profili degli occupati e degli aspiranti tali in Italia.

La sintesi sentenzia che l'Italia non è un paese che ha e che ricerca in maggioranza occupati specializzati, ma  occupati qualificati, e questo determina anche il grado qualitativo delle aziende, pertanto è naturale che altre nazioni abbiano migliore gioco nelle potenzialità produttive.

 

Antonio Asquino

 

 
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Così il lavoro diventa una scuola per i giovani
Postato da admin [16/10/2010 09:56]

IL FATTO/ Così il lavoro diventa una scuola per i giovani

Paolo Giovanni Del Nero

giovedì 14 ottobre 2010

"I sistemi di istruzione e formazione devono adattarsi ai bisogni individuali predisponendo piani di studio personalizzati, rafforzare l'integrazione con il mercato del lavoro, rendere trasparenti e mobili le qualifiche, migliorare il riconoscimento dell'apprendimento non-formale e anche di quello informale, consentire l'acquisizione di professionalità realmente spendibili, educare i giovani ad affrontare con senso critico la realtà che li circonda" (Italia 2020 - Piano di azione per l'occupabilità dei giovani attraverso l'integrazione tra apprendimento e lavoro - M.S. Gelmini, M. Sacconi - 16 giugno 2010).

 

In Italia il fenomeno della dispersione scolastica è in continua crescita, a oggi si parla di almeno 126.000 ragazzi di età compresa tra i 14 e i 17 anni. Il fenomeno è esponenzialmente in crescita e spesso sfocia in varie forme di sfruttamento della manodopera minorile, retribuita attraverso contratti irregolari o in nero.

 

Un approccio al problema non può, quindi, che partire da un buon orientamento. Quando una persona viene coinvolta in un processo di orientamento è necessario tenere conto di numerosi e molteplici aspetti che, in funzione della definizione di percorsi formativi e/o lavorativi, lo aiutino a sviluppare un proprio progetto personale. La persona deve perciò essere messa al centro e questo è ancora più necessario quando i soggetti che devono essere orientati/accompagnati in un proprio percorso sono giovani. Le attività di orientamento hanno l'obiettivo di aiutare le persone a costruire percorsi pienamente soddisfacenti in ambito formativo e professionale.

 

Particolare attenzione va posta nel definire percorsi efficaci di orientamento per quei soggetti che per età (giovani), per storia personale (esperienze disfunzionali connotate da ripetuti fallimenti), per ridotte capacità (disabilità), si trovano in condizioni di maggior fragilità personale. Il concetto di orientamento ha preso sempre più una forma dinamica, una logica di processo, dove il momento della scelta si ripete e va costantemente o frequentemente confermato e, come spesso succede, riadattato verso l'esterno, a seconda delle opportunità, per la costruzione di un percorso basato su capacità, interessi e motivazioni. Si tratta, cioè, di operare una sintesi efficace fra le caratteristiche della persona (es. attitudini, interessi, esperienze, conoscenze, capacità, ecc.) e il contesto di riferimento: ambientale, economico, normativo.

 

Entrare in contatto, a diversi livelli, con un soggetto che porta una richiesta di aiuto per sviluppare un proprio percorso di orientamento, significa predisporsi a una azione che lo porti a scoprire le proprie attitudini, i propri interessi, le competenze acquisite, a ricevere informazioni che permettano la comprensione non solo delle caratteristiche del mondo della Formazione e del Lavoro, ma le effettive opportunità e la spendibilità delle proprie risorse. Ugualmente, significa comprendere quali distanze separino i realistici obiettivi della persona e le sue effettive capacità. Questo è un processo necessario per poter definire successivamente quali percorsi formativi ricercare e intraprendere.

 

La Provincia di Milano attraverso l'assessorato assessorato Sviluppo economico, Formazione professionale e Lavoro, ha deciso di investire più di 3 milioni di euro nel proprio "Piano Provinciale per l'Orientamento", un'esperienza che va ad attraversare le diverse istanze e situazioni che intersecano la vita scolastica e professionale delle persone. Mantenere al centro la persona, valorizzando le sue capacità e intervenendo sulle fragilità scolastiche e lavorative, significa fare una proposta progettuale che copra i possibili bisogni a 360 gradi. Il Piano Provinciale dell'Orientamento, concordato con la Regione Lombardia, è operativo con i diversi dispositivi, da settembre e si attuerà negli Anni Formativi 2010/2011 e 2011/2012.

 

Gli assi principali del Piano sono: a) Contrasto alla dispersione scolastica e lavorativa e sostegno al reinserimento; b) Sviluppo di percorsi di stage di eccellenza all'estero per studenti che stanno terminando con successo il IV anno nei diversi settori professionali; c) Sperimentazione di azioni di riconoscimento e di certificazione di competenze, come previsto dalla Legge Regionale (art 10 l.r. 19/07), con particolare riferimento all'uso del portfolio delle competenze personali; d) Individuazione di realtà sul territorio provinciale che abbiano capacità di attuare servizi di orientamento secondo i più evoluti standard di livello internazionale; e) Sviluppo di percorsi orientativi di eccellenza, "Dalla Formazione al Lavoro" con l'utilizzo di strumenti innovativi, destinato a diplomati e laureati (l.r. 19/07); f) Supporto al sistema unitario di Istruzione e Formazione: attività di orientamento nelle scuole con il Settore Istruzione - Sportelli di Orientamento Scolastico sul territorio della provincia di Milano; g) Stimolazione di competenze sociali attraverso attività di volontariato.

 

Un'attenzione particolare per l'asse a) è d'obbligo, in quanto altro non è che la prima vera sperimentazione in Italia dell'apprendistato per l'esercizio del diritto-dovere di istruzione e formazione (il c.d. apprendistato di primo livello), regolato dall'art. 48 del d.lgs. n. 276/2003. L'intesa tra Ministero del lavoro, Ministro dell'istruzione e Regione Lombardia, firmata il 27 settembre 2010, darà vita grazie a questa prima sperimentazione attuata dalla Provincia di Milano a nuove opportunità per i giovani che, vivendo con disagio la scuola tradizionale, la abbandonano senza conseguire alcuna qualifica o titolo di studio. L'apprendistato è una opportunità anche per le imprese, che hanno la possibilità di contribuire fortemente alla formazione di giovani con competenze coerenti con le esigenze del sistema produttivo e dunque in grado di spendere le proprie competenze nel mercato del lavoro.

 

L'apprendistato di primo livello trova applicazione in tutti i settori di attività, con esclusione (al pari delle altre tipologie di apprendistato della legge Biagi) della pubblica amministrazione ed è finalizzato al conseguimento di una qualifica professionale ai sensi dell'art. 15 del d.lgs. n. 226/2005 di attuazione della legge Moratti. Non un semplice contratto di lavoro, caratterizzato da una finalità formativa e professionalizzante, ma un vero e proprio percorso del sistema educativo di istruzione e formazione finalizzato al conseguimento di un titolo di studio e precisamente una qualifica professionale triennale secondo la previsione dell'art. 15 del d.lgs. n. 226/2005, attuativo della legge Moratti, ed eventualmente anche una qualifica valevole a fini contrattuali

 

 L'intesa fa seguito al contenuto delle linee guida per la formazione del 17 febbraio 2010 che aveva come obiettivo quello di garantire un percorso di formazione agli apprendisti. In quella occasione i firmatari (Governo, Regioni, Province autonome e parti sociali) già avevano sollecitato il rilancio dei contratti di apprendistato in tutte le sue tre tipologie: a) professionalizzante, b) per l'esercizio del diritto-dovere di istruzione e formazione, c) di alta formazione universitaria.

 

La durata del contratto, e del relativo percorso formativo, viene determinata in base alla qualifica da conseguire, al titolo di studio, ai crediti professionali e formativi acquisiti, al bilancio delle competenze realizzato dai servizi pubblici per l'impiego o dai soggetti privati accreditati, mediante l'accertamento dei crediti formativi definiti in base alla legge Moratti.

 

In coerenza con la finalità di questa tipologia contrattuale, vera e propria esperienza scolastica in assetto di lavoro, la durata del monte ore formativo è pari, di regola, a 400 ore di formazione annue, interne o esterne alla azienda, che saranno certificate dalle istituzioni regionali competenti anche per il tramite degli enti bilaterali. Ben più dunque delle 120 ore previste per l'apprendistato professionalizzante, e delle 240 ore di formazione previste dalla legge Treu.

 

In conclusione, l'intesa sull'apprendistato di primo livello, è un primo passo per dare attuazione a un istituto, nato per rispondere a precise esigenze: l'obiettivo che persegue il legislatore è consentire e, anzi, sostenere l'apprendimento attraverso un'attività di lavoro formativa, nella convinzione che il lavoro abbia in sé anche una valenza educativa e formativa. L'attività lavorativa, per questo motivo, viene inserita in percorsi di istruzione e formazione professionale di qualità e coerenti con le esigenze del sistema produttivo.

 

La Lombardia e la Provincia di Milano saranno, dunque, la prima regione e la prima provincia in Italia (oltre al caso della provincia autonoma di Bolzano) a dare senso e significato a quella buona formazione fondata sulla alternanza scuola lavoro, contribuendo così a diffondere e manifestare la valenza della loro integrazione.




 

 


Contrattazione collettiva o immobilismo collettivo
Postato da admin [29/04/2010 22:29]

Tra le fonti del diritto, quello del lavoro ne annovera una che è molto particolare ed efficace ed è quella riguardante il regolamento sindacale o meglio conosciuto come contratto collettivo di lavoro di diritto privato. Risparmio le precisazioni giuridiche ed arrivo al punto.

E' ancora attuale il contratto collettivo di lavoro?

Per rispondere a questa semplice domanda occorre fare una valutazione suddivisibile in tre parti.

 

1)La contrattazione collettiva con la riforma del mercato del lavoro avvenuta con i provvedimenti del periodo 2002-2006, dei quali il più noto è il d.lgs 276 del 2003 ha avuto  un impulso notevole ed ha ottenuto una centralità alla normativa in materia di regolazione dei rapporti di lavoro.

Questo impulso e rinnovata centralità doveva tradursi in una rapido ed opportuno recepimento dei principi e delle novità normative inserite nella riforma del mercato del lavoro, comunemente definita riforma Biagi.

Ad oggi invece questo recepimento non è ancora avvenuto nella sua interezza, basti pensare al CCNL degli studi professionali che in alcuni istituti contrattuali si dimostra carente o ne è addirittura privo.

 

2)Le esigenze di flessibilità del mercato del lavoro, soventemente ricercate mediante provvedimenti normativi, non si soddisfano fondamentalmente per due ragioni:

la prima dovuta alla difficoltà di regolare comportamenti che molto spesso seguono i processi produttivi imposti dalla facilità degli interscambi (più comunemente conosciuta come globalizzazione), la seconda per un mancato patto regolatore tra impresa e lavoratore certo e definito.

La contrattazione collettiva potrebbe ovviare e regolare la flessibilità in maniera molto semplice e chiara. Quanti rapporti a tempo determinato si eviterebbero di stipulare se i periodi di prova stabiliti nei contratti collettivi fossero attualizzati rispetto a quando furono stabiliti decenni fa?

La motivazione molto spesso velata nei rapporti a tempo determinato è da ricercarsi nell'alea del futuro e nella difficoltà al riconoscimento reciproco tra imprenditore e lavoratore in quel patto comunemente definito rapporto di lavoro.

 

3)L'ultima parte dell'analisi è dedicato al fallimento della contrattazione decentrata, in quanto molto spesso essa si fossilizza solo sulla ultra regolamentazione del salario territoriale o variabile. Tale regolamentazione con le modifiche alla normativa sulla decontribuzione ha subito un drastico ridimensionamento, in quanto la procedura oltre che essere lenta, porta a privilegiare le contrattazioni territoriali di categoria e non quelle aziendali.

La crisi della produzione nel settore manifatturiero ha attutito il fenomeno, ma sicuramente in periodi di alta produttività esso si sarebbe rivelato nella sua interezza.

 

La contrattazione collettiva così come appare dell'analisi sopra esposta sembrerebbe essere una modalità obsoleta rispetto ai tempi attuali.

In realtà essa ha una qualità innata. Il regolamento sindacale è una fonte del diritto che è federalista di natura.

Infatti essa ha in sé tutte le caratteristiche di un ordinamento su basi decentrate e quindi federali.

I salari diversificati a livello territoriale altro non sono che l'ammissione indiretta che in territori di una stessa nazione esistono e convivono economie ed esigenze umane differenti.

Inutile evitare di vedere l'evidenza: solo una buona contrattazione collettiva fondata su due livelli:

uno su base nazionale puramente basata su principi e recepimenti di norme di carattere generale e l'altro su base territoriale che rimanda ad una contrattazione decentrata a valenza sia regionale, sia provinciale, sia comunale e sia aziendale per quanto concerne la regolamentazione delle parti normative specifiche ed economiche del rapporto di lavoro, permetterà di assecondare le esigenze specifiche delle imprese e dei lavoratori residenti in zone produttive e sociali diverse tra loro.

Quindi alla domanda iniziale, la risposta che si può tranquillamente dare è positiva, la contrattazione collettiva è uno strumento ancora attuale, valido e capace di permettere di dare gli strumenti alle imprese ed ai lavoratori per poter affrontare i nuovi mercati e le nuove sfide dell'economia nazionale ed internazionale.

Deve essere ben chiaro che la contrattazione è fatta da soggetti, se questi però non sono adeguati, ecco che il meccanismo si inceppa, quindi è opportuno che le associazioni sindacali dei lavoratori e delle imprese sappiano cogliere le opportunità offerte dalla normativa vigente e dalla situazione economica.

La contrattazione collettiva potrebbe essere un ottimo prodotto immateriale che il nostro paese potrebbe esportare nel mondo, soprattutto in quelle economie che hanno bisogno di regolamentare su basi più idonee i rapporti di lavoro, rispetto a quanto siano attualmente regolamentati.

Affinché ciò avvenga l'attuale contrattazione collettiva deve slegare quei nodi normativi che si collegano ad una tradizione lavorativa e a figure di lavoratori, che oggi non esistono più.

Infine la contrattazione collettiva nazionale potrebbe essere il punto di partenza per poter arrivare a creare una contrattazione collettiva europea concordata con soggetti aventi una rappresentatività a valenza europea e quindi iniziare un percorso che permetta di  raggiungere l'obbiettivo di un diritto del lavoro dell'Unione Europea, che dopo una moneta europea ed una Banca Centrale europea abbia una impresa ed un lavoratore regolati mediante un contratto di lavoro europeo con specificità federali.

 

Lì, 28.04.2010                                                                

 Asquino Antonio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     

 
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Rimodulazione del lavoro e termovalorizzazione della società
Postato da admin [03/03/2010 23:14]

Attualmente il mercato del lavoro offre agli imprenditori un ventaglio di possibilità per inserire nelle loro aziende del personale in forme diverse dalla tipologia tipica del contratto di lavoro a tempo indeterminato a tempo pieno.

La concorrenza si gioca sul costo del lavoro, in quanto ormai sia i costi di produzione e sia i costi di trasporto sono livellati tra i vari paesi produttori di lavorazioni finite o semilavorate.

I provvedimenti in materia di lavoro che sono in cantiere sono rivolti a rendere sempre meno pesante la demarcazione tra lavoro autonomo e lavoro subordinato, rendendo entrambe le tipologie molto simili sul piano delle tutele.

Questo è quello che è già avvenuto in Spagna ed in Francia.

L'intenzione nobile del legislatore è quella di ridurre l'eventuale contenzioso per l'utilizzo delle varie tipologie, in modo che si possa avere una minore incidenza del costo del lavoro, considerato che il lavoro subordinato classico occidentale è tra i costi di produzione più onerosi, specialmente in paesi come l'Italia.

Inutile analizzare i motivi, o  le eventuali soluzioni per modificare lo scenario dei costi appena sopra accennato, in quanto se si stanno materializzando provvedimenti rivolti a dare sempre più tutele al lavoro autonomo, mediamente meno oneroso e più legato a criteri di produttività, ciò vuol dire che preso atto dell'impotenza attuale a generare cambiamenti radicali sui sistemi occidentali, si cerca di avvicinarsi in maniera indolore ai sistemi orientali.

Anni fa un illustre giornalista scrisse sul miracolo economico giapponese che per poter ridimensionare la crescita di quel paese due erano le soluzioni: o diventare noi giapponesi nel lavoro, oppure loro diventare occidentali nelle abitudini (riposi-ferie etc.).

Oggi la situazione è molto complessa, l'Italia tra i primi paesi manifatturieri, non a caso risulta essere tra i paesi dell'Europa occidentale che hanno un basso costo retributivo, ora rischia, se non lo è già, di essere superata per due ragioni:

- la potenzialità produttiva ed il basso costo del lavoro di paesi emergenti;
- l'alto costo energetico a carico delle imprese, dovuto alla mancata pianificazione negli anni '80 di un serio piano energetico nazionale.

Indico brevemente le possibilità che oggi le aziende hanno di poter avere in forza con orari diversificati il proprio personale:

Lavoro a tempo parziale solo in alcune ore della giornate tutti i giorni lavorativi, lavoro a tempo a tempo parziale solo in alcuni giorni della settimana lavorativa, lavoro alternato tra due o più soggetti definito ripartito, mediante il quale due persone possono alternarsi nella prestazione lavorativa, facendo sì che il lavoro che può essere svolto da un solo lavoratore, possa essere attuato da due, lavoro ad intermittenza, solo quando vi sono esigenze aziendali di utilizzo della prestazione di lavoratori disponibili a lavorare, lavoro accessorio, mediante l'utilizzo di buoni lavoro, permette di svolgere occasionalmente una prestazione lavorativa ed avere una regolarità contabile.

Eppure nonostante queste possibilità offerte dalla normativa di rimodulare le prestazioni lavorative attualmente le imprese in difficoltà usano gli strumenti di sostegno del reddito, definiti comunemente ammortizzatori sociali, quali disoccupazione in deroga, cassa integrazione in deroga, mobilità.

Fondamentalmente per cui si arriva al loro utilizzo è la carenza di lavoro e la paura del futuro e la necessità di avere un reddito dignitoso, perché le forme sopra descritte di rimodulazione della prestazione lavorative, anche se presentano scenari lavorativi suggestivi e diversificati hanno tutti un elemento in comune: la riduzione del reddito del lavoratore, in quanto lavora meno.

Questo in un paese che ha già dei bassi salari e stipendi è un elemento molto negativo, che rende questi strumenti difficilmente utilizzabili, se non in una prospettiva di rimodulare la società produttiva nel suo complesso.

A questo punto sorge spontaneo domandarsi su che modello economico si sta puntando, in quali settori stiamo cercando di valorizzare e spendere le energie  imprenditoriali.

Il Veneto: una regione campionaria, votata al turismo, di origini contadine (molti prodotti agricoli sono eccellenze alimentari nel mondo), deindustrializzata e capillarmente diffusa in micro aziende sul territorio, geograficamente in posizione strategica oggi sta imboccando una  pericolosa strada di reindustrializzandone distrettuale su un prodotto particolare: il rifiuto, che sia solido urbano o industriale poco importa

Quindi di fronte alle possibilità offerte:
1) dallo sviluppo di aziende che possano studiare fonti alternative di energie,

2) di sfruttare due poli universitari, con allegati incubatori di impresa e parchi scientifici tecnologici come esistono a Venezia e Padova,

3) di rioccupare il personale operaio delle aziende che continuano ad operare fino a prossima chiusura a Porto Marghera e assumerne di ulteriore nella riqualificazione di uno dei litorali più ambiti dell'adriatico, quale potrebbe rappresentare Porto Marghera,

4) dalla occasione di creare Venezia polo dell'arte mondiale, considerato che Venezia nel 2019 sarà la capitale mondiale della cultura

5) dalla valorizzazione di prodotti agricoli che possano creare filiere produttive di qualità,

6) di creare il polo della gestione amministrativa della pubblica amministrazione: locale e nazionale,

occorre creare un sistema non irrazionale, come accaduto nel passato, ma una società ecologicamente equilibrata per gli sviluppi possibili che si intendono perseguire e socialmente sostenibile realizzando opportunità per la popolazione residente e non.

Questo si potrebbe realizzare se la decadenza dei valori, la perdita del know own della dignità, che dovrebbe essere la base sulla quale fondare una società coesa non ci impedissero di riconoscere i nostri limiti.

Resta ora purtroppo solo la paura di non saper affrontare il futuro, in quanto per interpretarlo e riconoscerlo dobbiamo anche un po' scegliercelo, forse oggi è più semplice termovalorizzarlo.

 

Antonio Asquino

   

 

 
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Progetto di scheda anagrafico professionale per i lavoratori e per le imprese
Postato da admin [27/07/2009 22:36]

Le recenti normative in materia di lavoro in tema di adempimenti amministrativi riferiti all'instaurazione modificazione e cessazione dei rapporti di lavoro subordinato-parasubordinato e non solo (ad es. stage) hanno introdotto come unica modalità per la loro gestione la modalità telematica.

 

Contemporaneamente all'obbligo di comunicazione telematica da parte di tutti i datori di lavoro o dei loro intermediari abilitati, solo per quanto concerne l'instaurazione del rapporto di lavoro è stato introdotto l'obbligo di comunicarla preventivamente al suo perfezionamento.

 

Il rapporto di lavoro è un contratto sinallagmatico, che si perfeziona con lo scambio delle prestazioni da parte dei due contraenti (datore di lavoro e lavoratore).

 

La comunicazione amministrativa di instaurazione del rapporto di lavoro ha solo un valore di pubblicità, pertanto correttamente può prevedersi la possibilità di comunicare un futuro negozio giuridico, in quanto non è la comunicazione che né sancisce la validità, ma la sola volontà e comportamento delle parti.

 

In tale direzione deve anche leggersi la recente modifica normativa introdotta dal DL 112/2008 che impone l'ulteriore obbligo in capo ai datori di lavoro di predisporre e consegnare copia della comunicazione telematica di assunzione o il contratto di lavoro, così come regolato dal D.lgs 152 del 1997 almeno entro il giorno prima dell'inizio del rapporto di lavoro.

 

Tale velocità imposta a questa serie di adempimenti trova la sua logica sia in relazione a ridurre il fenomeno del lavoro sommerso che molto spesso esso emerge in caso di infortuni sul lavoro e sia per rendere più certa ed incisiva qualsiasi azione ispettiva.

 

Questa velocità di esecuzione però rende gli operatori ed infine gli informati finali a rischio di errori.

 

I dati molto spesso devono essere elaborati in brevissimo tempo e la mancanza di una diffusa  cultura datoriale in termini di approccio alla scelta del personale subordinato e quindi l'adempimento viene vissuto per gli operatori del settore come un servizio-incubo e non come un servizio-utile, in quanto i dati molto spesso devono essere catalogati in codici che non sempre aiutano le parti ad individuare con esattezza quello che la normativa permette alle parti di instaurare.

 

La comunicazione telematica oltre ad obbligare ad aggiornare i dati degli intermediari , finalizza la sua attività ad aggiornare i dati dell'amministrazione locale e non solo.

 

Proprio per questa potenzialità e peculiarità i dati trasmessi potrebbero consentire un aggiornamento in tempo reale delle banche dato delle camere di commercio oltre che quelle degli enti previdenziali e non solo.

 

Per poter arrivare a rendere certo, semplice ed il più possibile corretta la trasmissione dei dati, si potrebbe prevedere una duplicazione dell'adempimento in due fasi:

-la prima fase sarebbe composta dalla formazione delle volontà delle parti mediante la formulazione, la consegna del contratto di lavoro da parte del datore di lavoro e l'accettazione del contratto di lavoro da parte del lavoratore.

A tale adempimento interno alle parti si potrebbe prevedere una comunicazione semplificata elettronica mediante l'utilizzo di card (simile a quelle delle anche o imob) nella quale sono contenuti i dati anagrafici dell'azienda e del lavoratore.

 

Quindi due tipi di carte una rilasciata dalle camere di commercio (aziendali) ed una rilasciata sia dai centri per l'impiego o sia dalle associazioni sindacali dei lavoratori (personali).

 

Con una comunicazione utilizzando i circuiti telematico telefonici (tipo pos) si comunicherebbe in temo reale l'avvenuta assunzione.

 

Successivamente tramite gli intermediari abilitati si potrebbe formulare e trasmettere telematicamente con il sistema CO- regione ……… LAVORO l'adempimento on line entro cinque o dieci giorni dall'assunzione aggiornamento gli archivi in modo corretto e senza stress temporali.

 

Per quanto concerne gli adempimenti di modificazione del rapporto: trasformazione o proroga del rapporto basterà un atto interno tra le parti e l'utilizzo del sistema attuali di adempimenti on line.

 

Per quanto concerne gli adempimenti di cessazione del rapporto sono da suddividere in due tipologie: quelli derivanti da rapporti a termine ed allora sarà necessaria la comunicazione on line solo per casi specifici e quelli derivanti da rapporti a tempo indeterminato ed allora sarà sempre necessaria la comunicazione on line.

 

Per gli adempimenti di modificazione o cessazione del rapporto l'attuale termine di cinque giorni risulta essere ampiamente sufficiente.

 

Le carte sopra citate possono essere poi utilizzate in altri circuiti, come quello previdenziale, o assistenziale.

 

Gli utilizzi sarebbero molteplici, come anche le comodità per le aziende ed i lavoratori.

 

Naturalmente del progetto occorrerà:

-un patrocinio ed una adeguata pubblicizzazione e sponsorizzazione;

-un gruppo di lavoro che analizzi le problematiche tecniche-operative e giuridiche;

-una adeguata struttura che poi renda operativo il progetto.

 

Ogni ulteriore dettaglio può essere successivamente chiarito.

 

  

Dott. Antonio Asquino

 

 

 

 
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Costituzione, Etica e riforme in materia di lavoro
Postato da admin [09/03/2009 22:59]

 

A distanza di più di quindici anni è stato siglato un accordo, sia pure senza la sottoscrizione della CGIL, che modifica i principi generali secondo cui dovrà muoversi la contrattazione collettiva.

Durata triennale dei contratti sia per la parte normativa sia per la parte economica, a tutti i livelli; introduzione di un nuovo indice per l'adeguamento delle retribuzioni computato come indice dei prezzi armonizzato in Europa e riferito all'Italia; incentivi alla contrattazione di secondo livello per stimolare produttività, redditività, qualità ed efficienza; derogabilità agli istituti regolati dalla contrattazione di primo livello da parte della contrattazione di secondo livello; questi sono i principi innovativi inseriti nell'accordo sottoscritto dalle principali associazioni dei lavoratori con esclusione della CGIL.

E' di tutta evidenza che dovranno ora essere definiti i dettagli operativi che caratterizzano la fase attuativa dell'accordo.

Sin d'ora è però possibile affermare che si è cominciato a muoversi nell'unica direzione possibile considerando il quadro economico generale.

Ai più sarà sfuggito, ma è da ricordare, che la nostra Costituzione ha appena compiuto 60 anni e nonostante l'"età" mantiene ancora tutta la sua forza e la sua integrità soprattutto per quanto riguarda il "lavoro".

Frutto indubbio di una mediazione di alto livello con il suo art. 36 ci ricorda ancora oggi che, oltre che essere fondata sul lavoro, riconosce anche retribuzioni che garantiscano un'esistenza libera e dignitosa ai cittadini lavoratori. Tale pilastro deve peraltro essere visto alla luce del fatto che la Carta Costituzionale fu approvata e quindi fece proprio un contesto di natura capitalistica che è poi un principio economico di base: le retribuzioni si possono erogare se nel lungo termine l'impresa produce utili. Diversamente l'iniziativa imprenditoriale fallisce trascinando con sé tutti i suoi attori.

Di qui l'importanza primaria dell'Etica e della produttività come fattori concreti e non astratti di una economia avanzata.

Non è possibile, né sul piano etico né sul piano economico, erogare somme (rectius indennità) se non a fronte di prestazioni lavorative tangibili!

In altri termini, cassa integrazione al 100% della retribuzione ma solo a fronte di impieghi alternativi a favore della comunità.

Non è più possibile, ancora su ambedue i piani, applicare procedure di cassa integrazione ad imprese con piani industriali obsoleti e con produzioni tecnicamente insostenibili e senza innovazione.

La concessione di questi aiuti deve essere preceduta da rigorose analisi di strategie e piani industriali di ampio respiro e perseguiti rigorosamente.

Non è possibile, sempre in ambedue i piani, spingere i budget aziendali riconoscendo benefit stratosferici ai top manager e poi rinunziare al recupero di tali indennità ponendole di fatto a carico del cittadino che finisce per pagarle come sovra imposizione o come aumento dei prezzi e delle tariffe, quando l'impresa fallisce.

In sintesi, riprende fiato il modello Veneto? No, è semplicemente sempre stato l'unico modello equilibrato nel medio-lungo termine.

Flessibilità del lavoro, economia reale, valore aggiunto economico e non finanza d'assalto, credito alle persone e non alle iniziative fantasma. Se gli interventi in materia di lavoro saranno seguiti velocemente da misure di riequilibrio della condotta generale, la flessione dei mercati in Italia potrà essere superata senza grossi danni.

Se non si comprenderanno questi principi fondamentali della nostra Carta Costituzionale rimarremo in balia delle bad companies.

Alessandro Bonzio

libero professionista

 

 
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Valutazioni sull'Accordo Quadro del 22 gennaio 2009
Postato da admin [27/02/2009 14:57]

Siamo nel 2009 e siamo ad affrontare il nuovo accordo quadro tra le parti sociali in materia di 'lavoro' stipulato lo scorso 22 gennaio.

E' un accordo che rivoluziona le relazioni sindacali in Italia, oppure è un maquillage non troppo invasivo sul viso anziano di quello strumento, ormai un po' invecchiato, chiamato contrattazione collettiva.

Il tempo pronuncerà la sentenza, mentre a noi, affacciati sulla finestra della strada che è stata imboccata con questo accordo quadro, resta solo la possibilità di guardare e di commentare.

L'accordo assomiglia ad una carta giuridica formata in punti e per la precisione diciannove, numero dispari.

In questa sede è opportuno per questione di sintesi commentare i più innovativi.

Prima di addentrarci l'accordo è già una novità nella stipula, anche se per quanto è avvenuto dopo l'inizio del nuovo secolo non lo sembra in tema di relazioni sindacali e cioè manca la firma di una delle tre più importanti organizzazioni sindacali dei lavoratori italiane: la CGIL.

Questo, oltre a quanto sottolineato dallo stesso professore Tiraboschi in un articolo apparso su una rivista specializzata in materia di lavoro che ha auspicato che alle firme dell'accordo si aggiungano anche quelle di altre organizzazioni sindacali datoriali, rende l'accordo attuabile sicuramente con una difficoltà in più, o per essere ottimisti una facilitazione in meno.

Viene stabilito un doppio binario di contrattazione collettiva, che però resta ancorato fondamentalmente a logiche precedenti.

Vi è una contrattazione nazionale ed una contrattazione collettiva di secondo livello, che, se nel comparto artigiano, che ha fatto da battistrada stipulando un accordo quadro separato già in data 21 novembre 2008, è stata ben definita, risulta alquanto diversificata nel concetto e nelle definizioni negli altri settori economici.

In tema di bilateralità, l'accordo quadro stabilisce la giusta conseguenza della riforma Biagi del 2002-2004 ponendo nuove competenze e responsabilità sociali poste a carico della stessa bilateralità.

Gli enti bilaterali avevano incassato ruoli crescenti ed importanti con la riforma del mercato del lavoro del 2002-2004, ma ciò era condizionato ad un ruolo attivo di tali enti in tema di sostegno al reddito e di servizi a favore dei lavoratori e delle imprese.

Il ruolo di "dispensatore" di ammortizzatori sociali, cito uno tra i servizi che la bilateralità può offrire e che in questi tempi di crisi accentuata è più richiesto, non viene solo assegnato all'INPS, ma sarà condiviso anche dagli enti bilaterali.

Questi enti, oltre che essere sede di competenze, di accumuli di accantonamenti, possono essere anche degli enti in grado di poter svolgere il ruolo che la contrattazione collettiva, stante l'accordo del 22 gennaio 2009, affiderà loro?

Considerando le capacità del personale che opera all'interno degli enti bilaterali la risposta è sicuramente affermativa, ma purtroppo ciò in futuro non basterà, se esso non verrà accompagnato da un adeguato sostegno economico a questi enti.

L'adeguato sostegno economico vuol dire attivare gli strumenti per finanziare i compiti assegnati all'ente bilaterale.

Questi enti di natura sindacale, sono nati in sordina e poi negli anni grazie al sostegno normativo e  sindacale si sono sviluppati promuovendo in maniera disciplinata ed oculata sostegni mirati alle aziende ed ai lavoratori iscritti.

Questo equilibrio rischia però di essere sconvolto qualora a questi enti venisse affidato anche il ruolo di gestire la "collettivizzazione delle perdite" , ruolo che finora in questi ultimi quarant'anni ha avuto come protagonista assoluto e mai discusso o rivendicato da altri: l'INPS.

L'inps ha una leva per sostenere i servizi che deve erogare, incrementare le aliquote utilizzate per il calcolo dei contributi previdenziali ed assistenziali.

Gli enti bilaterali dovranno agire nel medesimo modo, considerato che gli enti locali, gli unici che potrebbero sostenere gli enti bilaterali, attualmente non credo abbiano risorse monetarie disponibili per finanziare a fondo perduto.

Altro punto importante è la determinazione della conflittualità sindacale, che inizia non appena il periodo di "tregua" viene superato senza alcun accordo di rinnovo.

A tal proposito viene stabilito una sorta di "salvagente" retributivo a favore dei lavoratori occupati nei settori che hanno il contratto collettivo scaduto. Tale salvagente previsto al punto sei dell'accordo dovrebbe risultare molto migliore di quanto  è stato il ruolo dell'elemento economico definito indennità di vacanza contrattuale, che il suo utilizzo ha dimostrato la sua poca incisività.

Molto importante è il punto dodici che introduce un nuovo strumento per ridurre il contenzioso giudiziario in materia di lavoro, mediante l'affidamento alla contrattazione collettiva del compito di regolare strumenti di conciliazione ed arbitrato.

Infine per concludere l'esame di questo aspetto dell'accordo non si può non sottolineare lo sforzo di limitare gli scioperi, che sono uno strumento di lotta durante i periodi di conflittualità sindacali, prevedendo di stabilire quali sono le organizzazioni autorizzate alla proclamazione degli scioperi, andando oltre quanto già regolamentato dalle leggi sul diritto di sciopero.

Su questo punto si potrebbe aprire un confronto, sia sulla legittimità che una norma di contrattazione collettiva possa limitare le libertà sindacali e di opinione, sia sulla illegittimità del diritto di sciopero che ormai è diventato uno strumento di lotta solo per quei settori che se lo possono permettere di fare, in quanto l'astensione dal lavoro non incide sulla collettività in egual modo in tutti i settori.

L'ultimo punto che intendo sottolineare in questa sintesi valutativa dell'accordo del 22 gennaio 2009 è l'introduzione della modifica del parametro di valutazione dell'incremento del costo della vita al fine di determinare gli aumenti contrattuali in modo da non far perdere ai lavoratori il potere di acquisto delle loro retribuzioni.

Questa innovazione assomiglia molto all'operazione di scrivere una parola moderna in un testo antico, oppure ritrovare un orologio al quarzo in una stazione dell'ottocento in una scenografia mal scritta di un film.

Benissimo l'innovazione, ma allora se vogliamo dare un'indicizzazione europea, dobbiamo dirottare l'accordo non su un piano strettamente nazionale, ma comunitario e quindi coinvolgere non le maggiori organizzazioni sindacali datoriali e dei lavoratori maggiormente rappresentative sul piano nazionale, ma quelle rappresentative a livello europeo, oltre che regolamentare il mercato del lavoro nazionale su un piano di diritto sindacale comunitario.

A questo punto arrivo alla conclusione che non vuole limitarsi a dare un giudizio negativo o positivo, in quanto ogni azione fatta, purché non sia illogica, è sicuramente degna di apprezzamento e deve essere data ad essa il tempo di attuazione per poter poi essere giudicata in maniera completa e corretta.

Vorrei far riflettere su un tema che in questi anni, anche se timidamente, sta prendendo spazio e precisamente: la contrattazione collettiva così come è disciplinata è ancora attuale?

La riforma Biagi in realtà aveva dato non una mano, ma un braccio, molto teso, per aiutare la contrattazione collettiva ad uscire dalla crisi, ma essa non è decollata sia a livello nazionale, sia a livello decentrato e sia a livello aziendale.

Adesso quest'accordo vuole dare una prova di appello alla contrattazione collettiva.

Antonio Asquino

Libero professionista

 

 

 

 

 

 
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In materia di lavoro si stanno aprendo nuovi scenari
Postato da admin [17/02/2009 09:18]

La nostra associazione ha avviato un proficuo dibattito sul tema della crisi economica e finanziaria a livello mondiale, suscitando un forte interesse tra i nostri blogger.

Raccolte le varie proposte e testimonianze assai apprezzate (pubblicheremo tutte le notizie che i nostri lettori ci vorranno inviare, coerenti con i temi in discussione), "Insieme" organizzerà dei convegni di approfondimento in provincia di Venezia e nel Veneto. Intanto alcune delle proposte del Prof Corradini le abbiamo inviate a numerosi parlamentari e ministri del governo. Ci ha risposto, sino ad ora, con forte condivisione, l'On Bruno Tabacci che ringraziamo.

Da  questo momento e grazie allo stimolante intervento del Dr Asquino sull'accordo quadro (v. rubrica " Lavoro"), vorremmo aprire un dibattito su quanto emerge in materia di lavoro sia in riferimento alla approvazione della riforma Brunetta della Pubblica Amministrazione, che nei giorni scorsi è diventata Legge dello Stato,  sia in riferimento alle proposte del ministro Sacconi circa la necessità di una regolamentazione del diritto di sciopero nei servizi: tema approvato dal consiglio dei ministri di venerdì 27 febbraio, con il consenso di molte parti sociali, esclusa la solita CGIL di Epifani; sull'accordo quadro raggiunto con i sindacati, anche qui sempre con il parere contrario della CGIL, in materia di riforma della contrattazione nazionale, territoriale  e locale.

Inoltre, vorremmo allargare il dibattito sulle problematiche del lavoro e del non lavoro che affligge, ahinoi, molti dei nostri giovani diplomati e laureati che rischiano, se non si prenderanno provvedimenti forti, di ingrossare schiere di emarginati e scontenti la cui reazione, in termini culturali, sociali e politici, potrebbe diventare esiziale per la stessa tenuta del nostro sistema.

Siete tutti invitati a offrire il vostro contributo.

Ettore Bonalberti- capo redattore

1 - Valutazioni sull'accordo quadro in materia di lavoro di Antonio Asquino - vedi rubrica Lavoro.

2 - Costituzione, Etica e riforme in materia di lavoro di Alessandro Bonzio - vedi rubrica Lavoro.

 


Mercato del lavoro e misure anti-crisi
Postato da admin [15/12/2008 22:10]

 

Uno degli effetti connessi con la globalizzazione dell'economia è l'interconnessione dei legami tra i vari mercati sia in senso geografico che in senso merceologico. Ciò rende ancor più stridenti certe differenze di base nell'approccio alle problematiche del lavoro così come espresse nei paesi di civil-law rispetto a quelli di common-law.

La crisi, partita nei paesi nei quali tradizionalmente la fiducia nelle capacità di autoregolamentazione del mercato è maggiore, si sta velocemente espandendo in quei paesi nei quali il carrozzone dei controlli e dei filtri di mercato parevano il primo degli scogli che l'impresa ben gestita doveva superare. L'intervento dello stato sta riprendendo fiato al fine di sostenere i consumi e l'occupazione e quelli che sono i tradizionali ammortizzatori sociali (cassa integrazione, mobilità, etc.) sono stati prontamente attivati ed estesi a categorie che non ne godevano i benefici in precedenza. La questione principale è però quella circa la loro efficacia oltre il breve termine. In altri termini la verifica e la capacità di controllo dell'occupazione prevedendo e smorzandone gli effetti negativi connessi alle flessioni di mercati. Fuor di metafora è apparso dimostrato che il liberismo indiscriminato non è in grado di autoregolamentarsi mentre nel contempo il controllo pubblico del collocamento e del mercato del lavoro, se poteva avere un senso in un contesto economico governato da pochi e ipertrofici potentati, in un contesto economico velocemente evolutosi e sviluppato nel terziario avanzato, non poteva più risultare efficiente ed efficace. La flessibilità occupazionale è divenuta il fulcro attorno al quale dovranno muoversi tutti i fattori produttivi presenti nei mercati.

Lo sforzo profuso dal Prof. Marco Biagi deve essere visto come un semplice inizio, sia pure di rilevante importanza, verso un effetto "vasi comunicanti" che dovrà pervadere l'intero mercato del lavoro.

Che senso ha, infatti, sostenere nel breve periodo la produzione in un mercato, sia pure importante, se nel medio lungo termine le previsioni in quel mercato sono di riconversione o di ridimensionamento quando nel contempo altri mercati (servizi alla persona, ristorazione collettiva, etc.) denunciano strutturali carenze di reperimento di figure professionali ormai assenti nei nostri ambiti. Si dovrà pensare seriamente ad una reinterpretazione dell'art. 36 della nostra Costituzione dando adeguato rilievo alla differenza tra retribuzione minima a garanzia della dignità della persona e retribuzione contrattuale gestita nell'ambito delle gabbie salariali a riconoscimento di un ruolo attivo che punti al risultato e non più alla sola ed esclusiva certezza del posto di lavoro come unica invariante in un mondo che cambia a velocità un tempo impensabile.

Le misure anti-crisi dovranno chiaramente occuparsi di formazione, di nuovi servizi, di credito agevolato e di sburocratizzazione coinvolgendo tutte le associazioni di categoria (datorili, sindacali e professionali). Fuori da tale approccio sarà molto dura.

 

Alessandro Bonzio

dottore commercialista

 
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I sindacati in crisi d'identità
Postato da admin [15/12/2008 21:14]

I sindacati dovrebbero essere organismi che raccolgono i rappresentati dei diversi settori produttivi (lavoratori e datori di lavoro) i quali si dovrebbero riunire allo scopo di difendere gli interessi delle loro categorie. Uso il condizionale perché, nella crisi generale di valori e di obiettivi che stiamo attraversando, risulta evidente che anche l'attività sindacale ha perduto gran parte della tradizionale identità.

Ha ancora senso oggi parlare di rappresentanza sindacale quando le OOSS dei lavoratori non trovano punti di condivisione in alcuno dei grandi temi in discussione: scuola, economia, e, perfino, sui rinnovi contrattuali?

Il recente sciopero del 12 dicembre ci ha evidenziato la crisi profonda in cui è finito il sistema sindacale italiano: la Cgil, incurante dell'inopportunità del momento economico, ha proclamato da sola lo sciopero generale. Nonostante i tentativi delle altre sigle sindacali che, smarcandosi dall'iniziativa, chiedevano un atteggiamento più responsabile, la Cgil non ha voluto sentire ragioni e, in modo ostinato e preconcetto, ha perseguito uno sciopero generale del lavoro che non aiuta i lavoratori, che non serve ad impostare una seria politica contro la crisi economica e che accentua le divisioni anziché favorire la convergenza di tutto il sindacalismo confederale attorno ad una politica riformista e di sviluppo.

Di fatto, lo sciopero è stato un flop sotto il profilo delle adesioni, ma è stato soprattutto un errore di portata storica proprio perché ci si trova a fronteggiare una crisi mondiale pesantissima. Una crisi che non è solo finanziaria, ma colpisce i settori produttivi, aggredisce i livelli di vita di grandi masse e fa intravedere i sintomi di una recessione senza precedenti. Esclusa la Cgil lo hanno capito ovunque ed, infatti, in nessun Paese industrializzato il sindacato si è sognato di dichiarare uno sciopero generale. Di conseguenza non meraviglia che sette italiani su dieci non abbiano fiducia nei sindacati (v. i risultati del sondaggio realizzato da Crespi Ricerche nei giorni scorsi).

Dove sono finiti i tavoli di contrattazione in cui tutti sapevano che, fuori dal gioco delle parti, si doveva arrivare ad una convergenza di interessi per il bene comune?

Vorrei tuttavia allargare lo scenario perché il problema della rappresentanza è sostanzialmente strutturale e investe tutti. Infatti, nelle Organizzazioni di Categoria non si sta meglio, anzi. Lo dico per esperienza diretta, perché ho vissuto per alcuni decenni l'attività sindacale in prima persona, firmando diversi contratti collettivi nazionali dei metalmeccanici, come rappresentante di Confartigianato. Sono state stagioni di grande fermento anche culturale, di spirito di servizio e di dialettica politica in un tavolo nazionale in cui il confronto, pur duro e serrato, era sempre costruttivo.

Qualcuno potrebbe dire "altri tempi", ma personalmente credo sia sbagliato archiviare sbrigativamente la questione senza chiedersi dove l'ingranaggio si è inceppato e perché non si è riusciti a formare le nuove leve sindacali.

Attualmente guardo con malinconia la non-azione delle associazioni di Categoria, sempre più società di servizi e sempre meno rappresentanti degli interessi sindacali degli associati. Eppure, in questo momento di crisi, bisognerebbe essere uniti e compatti come un sol uomo, bisognerebbe avere ben chiare le istanze da rappresentare ai nostri amministratori, a tutti i livelli, e soprattutto bisognerebbe lottare per "portare a casa i risultati".

Per esempio, fa rabbia, in queste settimane di acqua alta, vedere che le associazioni di Categoria cittadine non si siano mobilitate in modo forte ed unitario a tutela delle attività produttive veneziane considerati gli ingenti danni materiali e i mancati guadagni dei giorni di emergenza.

Pur essendo vero, non basta dire che il Sindaco di Venezia è incapace di amministrare la città e mugugnare perché invita i cittadini a mettersi gli stivali. Come mai non si sente alcuna voce di protesta neppure davanti alla sua scelta di non presentare la richiesta del riconoscimento della calamità naturale? Assistiamo ad un silenzio assordante da parte della classe politica locale, a partire dalla municipalità fino ad arrivare alla Giunta, al Sindaco di Venezia. Non sono escluse, ovviamente, le Associazioni di Categoria che dovrebbero agire tornando alle origini, lasciando i servizi agli studi professionali e dedicando tutte le loro energie alla tutela degli interessi di quelli che pagano le quote associative.

Considero di estremo interesse questa nuova Associazione che nasce e che si pone tra gli scopi fondanti quello dell'informazione e della formazione politica specialmente dedicate alle giovani generazioni che sono la vera speranza di svolta sociale, anche attraverso un ritorno ai veri valori su cui si costruisce il bene comune.

 

Roberto Leprotti

imprenditore

 
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