Per l'unità dei Popolari
Postato da admin [19/01/2020 07:36]



E’ stata una giornata di grande impegno politico culturale quella svolta ieri, sabato 18 gennaio 2020,  in occasione del 101 esimo anniversario dell’”appello ai liberi e forti” di Sturzo .In una sala stracolma di rappresentanti di partiti, associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, Lillo Mannino, accolto calorosamente dall’assemblea, reduce da una sentenza definitivamente assolutoria dopo oltre vent’anni vissuti dolorosamente, ha svolto una magistrale lectio storico politica sul pensiero di Sturzo e sullo sviluppo dell’idea popolare e democratico cristiana dal 1919 sino alla fine politica della DC (1994). Una fine, frutto dei nostri errori e di una ben calcolata strategia internazionale, la cui regia fu definita nell’incontro sul panfilo  “Britannia”, dove si stabilì “la saga dei vincitori e vinti” nel nostro Paese.

 

Oggi la situazione, come ha ricordato l’amico sen  Maurizio Eufemi con la sua nota uscita all’inizio dei lavori alla sala Alessandrina di lungotevere in Sassia a Roma, è caratterizzata da alcuni aspetti simili a quelli presenti al tempo di Sturzo nel 1919. Allora l’Italia era alle prese con i problemi di assetto interno con la crisi del giolittismo, che aveva esaurito la fase del trasformismo parlamentare su cui si era retto per anni, e con le conseguenze drammatiche del conflitto mondiale. Oggi siamo al culmine del più vasto trasformismo parlamentare che ha caratterizzato la stagione decadente della seconda repubblica, nella quale i partiti e i movimenti presenti a livello parlamentare sono espressione della più arida incultura politica. Regna l’incompetenza e l’improvvisazione che hanno finito col delegittimare la politica, lasciando ampio spazio alla deriva nazionalista e populista a trazione salviniana  e della destra di Fratelli d’Italia.

 

Ecco perché Mannino ha terminato il suo intervento facendo appello ai firmatari del patto federativo popolare dei DC  e a tutti i popolari affinché non si perda l’occasione che abbiamo davanti a noi, specie dopo la sentenza della corte costituzionale di rigetto del referendum richiesto dalla Lega, e la scelta  espressa della maggioranza di governo per il sistema elettorale proporzionale simil tedesco.

 

Invito raccolto immediatamente da Gianfranco Rotondi e da Lorenzo Cesa, reduci dall’accordo appena siglato per le regionali d’Abruzzo, uniti nella scelta condivisa e sottoscritta nel patto federativo per dar vita a un nuovo soggetto politico, ispirato ai valori del popolarismo, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra radicale.

 

“Il partito del popolo italiano”, è ciò che ha indicato Rotondi per il nuovo soggetto politico, inserito a pieno titolo nel PPE, che assume il simbolo storico della DC, lo scudo crociato e si propone come luogo della partecipazione politica dei ceti medi e delle classi popolari rimasti sin qui privi di rappresentanza, disgustati della politica urlata e renitente al voto per la quasi metà dell’elettorato italiano.

 

Certo, come hanno detto Renato Grassi, segretario nazionale della DC e da Mario Tassone, segretario nazionale del NCDU, non sarà solo un patto duale a risolvere il caso della diaspora apertasi dal 1994, anche se esso costituisce certamente una condizione necessaria, ma, appunto, non sufficiente. Serve la più ampia partecipazione aperta a quanti si riconoscono negli obietti del patto federativo.

 

Ora si tratta, di ragionare con lo sguardo rivolto in avanti, preoccupati non delle possibilità di sopravvivenza personali di qualcuno, quanto della capacità di offrire una nuova speranza al popolo italiano.

 

A chi temeva che anche dall’incontro della Federazione popolare dei  DC scaturisse l’ennesimo tentativo da aggiungere a quelli sorti consecutivamente negli ultimi vent’anni, tutti destinati al fallimento, dobbiamo assicurare che ora lo sguardo è rivolto al futuro, convinti come siamo che serva riportare in campo la nostra cultura cattolico democratico e cristiano sociale, non per un nostalgico pensiero retro, regressivo e inefficace politicamente, quanto per concorrere a costruire un grande progetto: quello di una politica al servizio e per la partecipazione di una “comunità” fondata sulla solidarietà organica tra persone, gruppi e classi sociali. Si tratta di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali delle ultime encicliche sociali di Papa san Giovanni Paolo II (Centesimus Annus),  di Benedetto XVI (Caritas in veritate) e di Papa Francesco (Evangelii Gaudium e Laudato SI); gli unici documenti che hanno saputo leggere “ i tempi nuovi” che stiamo vivendo e offrire preziose indicazioni, che spetta ora a noi cattolici impegnati in politica rendere operativi sul piano istituzionale. Sono le encicliche che hanno affrontato le questioni rilevanti del nostro tempo:

 

  1. la questione antropologica e demografica particolarmente grave in Italia;

  2. la questione ambientale;

  3.  la realtà nuova, complessa della globalizzazione, che per noi italiani si traduce soprattutto nel tema della sovranità monetaria e della sovranità popolare e il nostro modo di restare nell’Unione europea, caratterizzata dal dominio della finanza sull’economia reale e sulla politica ridotta a un ruolo subordinato e ancillare (rovesciamento del NOMA - Non Overlapping Magisteria,  come l’ha definito il prof  Zamagni).

 

Per fare questo, però, serve l’unità più ampia possibile e, soprattutto, un partito. Serve, insomma, la ricomposizione dell’area politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali. Mettiamo, intanto, subito in rete tutti i nostri siti web per preparare i comitati locali e regionali della Federazione e prepariamo l’assemblea costituente in cui decideremo insieme: nome, simbolo, programma e sceglieremo la nuova classe dirigente del partito.

 

Come un albero antico, possiamo cambiare le foglie conservando però le radici e possiamo avanzare le nostre proposte a misura dei nuovi bisogni delle classi popolari e dei ceti medi, conservando la fedeltà ai nostri principi.

 

E’ un invito che rivolgiamo anche agli amici della “Rete bianca” e a quanti hanno sottoscritto “il manifesto Zamagni”.  Seguiamo da osservatori partecipanti il serio dibattito che si è aperto su “il domani d’Italia” e desideriamo ricordare che é unanime tra di noi il giudizio di alternatività alla deriva nazionalista e sovranista della destra italiana, così come anche da noi sono condivise le indicazioni progettuali offerte dal manifesto Zamagni. Con franchezza evidenziamo che se sono comprensibili, proprio date le premesse, le scelte da voi assunte per le prossime elezioni emiliane e calabresi, del tutto sconcertante, a nostro parere, ci sembra quella di un dibattito che si svolge a senso unico e ripercorre senza soluzione di continuità la già consumata strada di una corrente popolare interna al PD, di cui, semmai, ci si preoccupa solo del suo possibile sbandamento a sinistra.

 

Cari amici, col voto della Consulta è finita la lunga stagione del maggioritario, che riduceva i cattolici e popolari a un ruolo ancillare nella destra o nella sinistra dei partiti e si torna al proporzionale, stella polare della nostra cultura politica: il tempo del mattarellum, porcellum, italicum, rosatellum, è finito. Ora, come nel 1919 lo fu per Sturzo con risultati straordinari imprevisti, dobbiamo ragionare secondo le regole del sistema proporzionale, con lo sbarramento al 5% e ci auguriamo con le preferenze. Non vi sembra una condizione più che sufficiente per mettere insieme tutte le nostre energie e sensibilità, per condividere insieme, sulla base dei nostri comuni principi  ispiratori e la strategica scelta di campo, una proposta politica programmatica all’altezza dei bisogni della società italiana ed europea? Il nuovo partito politico di cattolici, aperto alla partecipazione di altre culture compatibili, non sarà mai monolitico, come non lo furono, né il PPI sturziano, né la DC degasperiana, fanfaniana,   morotea e fino alla fine dello scontro del “preambolo”. Oggi è il tempo per il ritorno in campo della nostra cultura politica. Dopo e solo dopo aver costruito il partito, si porrà la questione delle alleanze, fermi nella nostra alternatività alla destra e alla sinistra radicale.

 

Ettore Bonalberti

Direzione nazionale DC

Comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC

Roma, 19 Gennaio 2020

 

 

 

 


PRIVILEGI DEI PARLAMENTARI
Postato da admin [06/01/2020 00:29]



Sull'Espresso di qualche tempo fa c'era un articoletto che spiegava che il Parlamento aveva votato all'UNANIMITA' e senza astenuti (ma và?!) un aumento di stipendio per i parlamentari pari a circa 1.135€ al mese.
Inoltre la mozione é stata camuffata in modo tale da non risultare nei verbali ufficiali.
STIPENDIO: 26.150€ AL MESE;

PORTABORSE: circa 5.030€ al mese (generalmente parente o familiare);

RIMBORSO SPESE AFFITTO: circa 3.900€ al mese;

INDENNITA' DI CARICA: (da 335€ circa a 9.455€);

TUTTI ESENTI DA TASSE
più

TELEFONO CELLULARE: gratis;

TESSERA DEL CINEMA: gratis;

TESSERA TEATRO: gratis;

TESSERA AUTOBUS gratis;

METROPOLITANA: gratis;

FRANCOBOLLI: gratis;

VIAGGI AEREO NAZIONALI: gratis;

PEDAGGI AUTOSTRADE: gratis;

PISCINE E PALESTRE: gratis;

FERROVIE DI STATO: gratis;

AEREO DI STATO: gratis;

AMBASCIATE: gratis;

CLINICHE: gratis;

ASSICURAZIONE INFORTUNI: gratis;

ASSICURAZIONE MORTE: gratis;

AUTO BLU CON AUTISTA: gratis;

RISTORANTE: gratis (nel 2018 hanno mangiato e bevuto gratis per 2.472.000€).

INOLTRE: Intascano uno stipendio e hanno diritto alla pensione dopo 35 mesi in parlamento mentre obbligano i cittadini a oltre 40 anni di contributi ( per ora!!!);

Circa 193.000€ li incassano con il rimborso spese elettorali (in violazione alla legge sul finanziamento ai partiti), più i privilegi per quelli che sono stati Presidenti della Repubblica, del Senato o della Camera. (Es: hanno a disposizione e gratis un ufficio, una segretaria, l'auto blu ed una scorta sempre al loro servizio);

La classe politica ha causato al paese un danno di 2 MILIARDI e 255 MILIONI di EURO.
La sola camera dei deputati costa al cittadino 3.215€ al MINUTO !!

Far circolare....... promoviamo un referendum per l' abolizione dei privilegi di tutti i parlamentari e di tutti i consiglieri regionali... queste informazioni possono essere lette solo attraverso Internet in quanto quasi tutti i massmedia rifiutano di portarle a conoscenza degli italiani..

 


Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
Postato da admin [01/01/2020 09:00]


 


COSTO DI UN DEPUTATO
Postato da admin [08/12/2019 21:18]


 


CAOS GOVERNO/ Mannino: Zingaretti, torna al Pci e sfiducia Conte a gennaio
Postato da admin [16/11/2019 16:02]



15.11.2019, agg. alle 08:36 - int. Calogero Mannino

Solo mandando a casa il governo Zingaretti può salvare il Pd. Il quadro politico ci guadagnerebbe in chiarezza. Salvini? Non è pronto

L’articolo è tratto da “Il Sussidiario.it”

 

Una manovra 2020 complessa e ancora divisiva; il caso Ilva che ha spaccato in due la maggioranza giallo-rossa; l’acqua alta a Venezia che certo aiuta mediaticamente a distrarre l’opinione pubblica dalle magagne del governo, ma nel contempo certifica ancor più l’indecisione e l’inconsistenza del premier Conte. Di fronte a questa roulette che gira all’impazzata, l’ex ministro Dc Calogero Mannino consegna idealmente a Nicola Zingaretti un ruolo da croupier. Tocca al segretario del Pd prendere il pallino e “collocarlo” sulla casella giusta: andare alle elezioni anticipate.

“Zingaretti – spiega Mannino – deve capire una cosa molto semplice: se il governo dura in queste condizioni di inefficienza, è il Pd che paga il conto. Mentre oggi il Pd, paradossalmente, candidandosi a essere l’alternativa a Salvini, costringe il leader della Lega a collocarsi sulla linea dei popolari e sbarazza tutto quello che c’è in mezzo. Con il voto anticipato non solo salva il profilo e la prospettiva del suo partito, ma Zingaretti emenda l’errore commesso ad agosto e aiuta a fare chiarezza. In democrazia solo con il voto si raggiungono risultati di chiarimento politico. I trasformismi non hanno mai chiarito nulla”. Per Mannino il Pd deve prendere esempio dalla Spagna: “Tutti hanno attaccato il presidente spagnolo perché ha sciolto per la quarta volta il Parlamento. Ma da questo voto è venuto fuori un chiarimento, recuperando le forze di sinistra e con un Partito Popolare che ha ridimensionato Ciudadanos”. Insomma, all’Italia serve uno shock, una defribillazione in grado di far tornare il battito della politica italiana a un ritmo più normale.

Partiamo dal caso Ilva, che ha spaccato il governo, tanto che ora Conte non sa cosa fare. Quanto è destabilizzante questa situazione di frattura, di stallo e di indecisione?

Su questa vicenda la maggioranza difficilmente potrà sopravvivere. C’è una constatazione cui a questo punto il Pd non può sottrarsi: l’alleanza con M5s non regge sul piano della governabilità.

Perché?

Il M5s non è un partito idoneo a governare questo paese. E non lo è perché i Cinquestelle si rifanno a un’ideologia-non-ideologia che circola nel mondo, quella della decrescita felice. Hanno un grosso problema culturale prima ancora che politico. Il Pd, invece, è un partito che ha sempre sostenuto la tesi sviluppista, fin dai tempi del Pci che, di fronte alla scelta di De Gasperi di avviare la ricostruzione industriale del paese, di utilizzare uno strumento come l’Iri e di creare un’area di imprese a partecipazione pubblica, non si schierò su posizioni contrapposte, bensì fece – diciamo così – un’opposizione consenziente. Quindi il Pd non può che essere un partito sviluppista.

Altrimenti?

Cosa si fa dell’Italia? Il rischio mortale, che già stiamo correndo con il caso Ilva, è di dare un colpo fatale alla nostra credibilità, già oggi ridotta al lumicino. In secondo luogo, c’è un intero settore dell’industria italiana che, fermandosi Taranto, si può bloccare: dalla siderurgia minore alla metallurgia fino alla lavorazione delle leghe. Cioè da Piombino a un pezzo di Liguria, da tutta l’Emilia Romagna a Brescia, da Padova a Udine, si ferma un pezzo dell’economia italiana?

Cosa dovrebbe fare, allora, il Pd?

Zingaretti ha a disposizione una sola arma, recuperando ciò che non ha usato ad agosto: andare alle elezioni anticipate. Con qualunque rischio. Le elezioni anticipate metteranno in moto un processo di tendenziale riordino della vita politica italiana.

In che senso?

Guardiamo al fronte dell’opposizione. Salvini sarà costretto ad accelerare la sua scelta strategica definitiva: non può presentarsi al paese, dal Friuli al Sud, come il capo del partito che ha lasciato chiudere l’Ilva, soltanto perché ha dominato l’idea di decrescita dei Cinquestelle. Sarebbe un’ammissione di debolezza rispetto al vecchio alleato. E poi la Lega non può presentarsi come il partito sovranista, perché le regioni del Nord, Emilia compresa, hanno una prevalente vocazione europeista, e penso che gli industriali di quelle aree abbiano già invitato Salvini a darsi un’aggiustatina. Se  vuole vincere bene le elezioni, deve presentarsi davanti agli italiani non più come campione della Le Pen, ma con l’immagine di un rapporto avanzato con il Ppe. Credo, anzi, che Salvini, a passo lento lento, abbia cominciato a farlo.

E se il Pd non decide di andare alle elezioni anticipate?

Si lascia erodere e travolgere dall’iniziativa di Renzi? Dà la possibilità al M5s di rimanere ancora in piedi, quando in un’elezione anticipata può essere ridotta a meno della metà dei voti che ha preso nelle politiche del 2018? Subisce l’azione di Di Maio, visto che l’errore più grave di Zingaretti non è stato tanto formare questo governo, ma l’essersi appiattito sulle posizioni del M5s, dal taglio dei parlamentari alla conferma del reddito di cittadinanza? No, il governo deve andare in crisi, perché non risolvendo il problema Ilva, per il Pd non ha proprio alcun senso tenere in piedi il Conte-2.

Zingaretti dimostrerà questo coraggio oppure, essendo nel pieno della preparazione di una manovra 2020 molto complessa e sotto stretta vigilanza Ue, potrebbe essere indotto ad aspettare fino al 31 dicembre, cioè non prima della sua approvazione?

La decisione di Zingaretti non deve essere immediata, ma andrebbe attuata a gennaio, prima del voto in Emilia-Romagna.

Una mossa del cavallo, insomma: scompaginare i tasselli sul tavolo per rimettere paradossalmente ordine nel mosaico dell’attuale politica italiana?

Esatto. È una manovra molto difficile, perché dentro il Pd tutti cercheranno di riproporgli il compromesso. Ma questo governo non gli sta dando niente. Anzi, Zingaretti ha sbagliato pure a caricarsi del ministero dell’Economia.

Eppure Gualtieri è molto stimato a Bruxelles e a Strasburgo.

Sì, ma Gualtieri ha rivelato una grande debolezza, gestendo una manovra che non è guidata da alcuna scelta, neppure su un tema tanto caro al Pd come la lotta alle disuguaglianze. È una manovra troppo timida, frammentata, non dà niente a nessuno e mette tasse. Meglio un’operazione unica sul cuneo fiscale: dare più soldi ai lavoratori dipendenti delle attività commerciali e industriali. Un intervento selezionato su cui concentrare più risorse. E poi va affrontato il problema dei nuovi investimenti, altrimenti il Pil non riparte più. Specie se a gennaio arrivasse la botta dell’Ilva.

In tanti ci provano, ma dopo gli annunci, gli investimenti restano sempre sulla carta. Come si possono rendere effettivamente operativi?

Bisogna prendere tutti i soldi già disponibili e con procedure dittatoriali realizzare gli appalti che si possono fare.

Procedute “dittatoriali”?

Basta un decreto legge e basta una norma sola: il Governo nazionale approva i progetti e i progetti esecutivi possono andare all’appalto. Senza interferenze e affrontando un nodo delicatissimo: ci vorrebbe una moratoria della giurisdizione amministrativa e di quella penale connessa. L’eccesso di giustizialismo in Italia sta creando problemi dappertutto.

Nelle sue uscite pubbliche – dalla visita ai terremotati del Centro Italia subito dopo la formazione del governo giallo-rosso alle visite prima agli operai di Taranto e poi a Venezia sommersa dall’acqua alta – Conte non ha saputo offrire soluzioni. Quanto si sta dimostrando “unfit” nel ruolo di presidente del Consiglio?

Non riesce a concretizzare l’intuizione che ha del proprio ruolo. Lui sa che nel mondo dei Cinquestelle può rappresentare una leadership alternativa a quella di Di Maio. Ma lì si tratta di vedere che cosa hanno deciso i due padroni del M5s: Casaleggio e Grillo. Perché se loro tirano per Di Maio, allora l’intuizione di Conte rimane solo velleitaria e infondata.

Il M5s si sta sfaldando e lo stesso Di Maio ha prima ammesso che “è un momento difficile per i Cinquestelle” e poi ha dichiarato che “chi rema contro può anche andarsene”. Quanto può indebolire Conte?

Indebolisce Conte nella misura in cui questo sfaldamento non è uno spezzamento. Se si spezzasse in un troncone attorno a Di Maio e in un altro attorno a Conte, il premier avrebbe ancora le carte in mano per far sopravvivere il suo governo. Nel caso dell’Ilva, per esempio, Conte potrebbe tornare al tavolo della trattativa e offrire ad ArcelorMittal due cose: un nuovo scudo penale e un intervento della Ue per gli investimenti necessari al risanamento ambientale del sito produttivo. Oggi Bruxelles può essere disponibile a fare ciò che un anno fa non avrebbe mai fatto, perché si tratterebbe di un intervento di tipo “protezionistico”, un intervento sugli oneri allegati e connessi, non un intervento diretto sul processo industriale, quindi non configurabile come aiuto di Stato.

La maggioranza giallo-rossa sembra orientata verso un sistema elettorale proporzionale. Giorgetti ha però chiesto regole condivise, candidando la Lega a partecipare alla stesura della nuova legge; Renzi ha dato la sua disponibilità ad aprire al confronto, mentre Pd e M5s si sono mostrati più cauti, se non riottosi. Sono solo ballon d’essai?

Fino a questo momento sì. Tutti vogliono il proporzionale per guadagnare la possibilità di autonomia della propria forza, però tutti hanno la riserva dell’alleanza obbligata: dentro il Pd ci sono i vecchi teorici del maggioritario che influenzano Zingaretti, perché con il maggioritario si terrebbe a bada il M5s; Giorgetti, che è un bravo vecchio doroteo della Dc, si muove per una linea di garanzia a Berlusconi, nel senso che se c’è un maggioritario la Lega deve fare un’alleanza ufficiale con Forza Italia.

A proposito di centrodestra: continua a incassare e ingrassare sugli errori e sull’inerzia della maggioranza di governo e dice di voler mandare a casa Conte. Ma lo dice solo per guadagnare tempo?

Salvini non vuole andare subito alle elezioni, perché intende logorare questa maggioranza fino in fondo e perché ha bisogno di tempo per aggiustare il suo profilo senza essere incalzato. Ma nel frattempo deve affrontare un problema delicato: rinnovare la propria classe dirigente. Non può diventare maggioranza di governo senza portare in Parlamento forze adeguate, più moderate, europeiste e preparate.

 

 


COMUNICATO STAMPA
Postato da admin [06/11/2019 10:45]

Da: Centro Studi Leonardo da Vinci

Via della Colonna Antonina 36, Roma

Tel 06.6794253

 

COMUNICATO STAMPA

 

VIA AL NUOVO POLO DI CENTRO, SIGLATO A ROMA IL PRIMO PATTO FEDERATIVO TRA TUTTI GLI EREDI DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA

 

Si è costituita ieri, mercoledì 30 ottobre a Roma presso il Centro studi Leonardo da Vinci la Federazione tra i partiti e i movimenti che si ispirano alla tradizionale popolare della DC: hanno aderito 25 organizzazioni che si sono dati come programma la preparazione di un nuovo soggetto politico unitario per superare la diaspora e le divisioni che in questi lunghi anni hanno compromesso una presenza culturale e politica nel nostro Paese.

 

I firmatari del documento come manifesto politico della federazione, sono consapevoli della particolare situazione politica che attraversa il paese e della presenza di una destra estrema, eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi che ha attraversato il centro e la sinistra.

Con l’incontro svoltosi si mette la parola fine alla diaspora democratico cristiana durata oltre venticinque anni.

 

Presieduta dall’on Giuseppe Gargani, l’assemblea ha approvato il documento con cui nasce la federazione di centro sottoscritto dagli on. Lorenzo Cesa (UDC), Mario Tassone (NCDU), Renato Grassi (DC), Gianfranco Rotondi (Forza Italia), Publio Fiori (Rinascita popolare), Paola Binetti (Etica e Democrazia), Ettore Bonalberti (associazione liberi e forti) unitamente a parlamentari, e 25 rappresentanti di associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolica, del volontariato e della famiglia.

La nuova formazione si ispira ai valori dell’umanesimo cristiano e vuole inserirsi a pieno titolo nel PPE, in alternativa alla deriva nazionalista e populista.

 

Nel deserto delle culture politiche che caratterizzano la politica italiana, prende finalmente avvio un progetto di ricomposizione dell’area politica cattolica popolare, aperta alla partecipazione di movimenti, che si ispirano al popolarismo  per la difesa della Costituzione.

 

I firmatari del documento costituiscono il Comitato provvisorio della Federazione. Nei prossimi giorni verranno organizzate in tutta Italia iniziative regionali e locali per presentare l’iniziativa e strutturarla sul territorio, mentre i membri promotori lavorano ad un’Assemblea costituente che approverà il programma, il nome, il simbolo e gli organi dirigenti della Federazione a conclusione delle adesioni nazionali e territoriali.

 

 “Solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“ (Alcide De Gasperi)

 

 


La goliardia e la DC
Postato da admin [24/10/2019 06:07]

 

Ormai è un fatto quasi scientifico. Quando si evoca oggi la Dc, dopo anni e lustri di criminalizzazione politica, giornalistica, culturale, editoriale e televisiva, di norma c'è una lettura caricaturale, goliardica se non addirittura carnevalesca di quella storica esperienza politica. Tutti si sentono simpaticamente democristiani, quasi tutti apprezzano lo stile e la prassi dei vecchi democristiani, molti ne esaltano la qualità e addirittura le virtù di quella classe dirigente. Fatto questo tributo, però, se appena qualcuno ne accenna maldestramente ad una riproposizione nell'attuale contesto politico italiano, seppur in forma aggiornata e rivista, arrivano con una prontezza immediata i siluri contro una simile esperienza e un progetto politico neo o post democristiano.

Insomma, la Dc va benissimo, anzi addirittura é oggetto di celebrazioni e di ricercata convegnistica ai massimi livelli. Più si celebra e si commemora e meglio é. Come ha dimostrato l'ultima piroetta politica del nostro Presidente del Consiglio ad Avellino. Ad una condizione, pero': che il tutto rimanga nell'alveo della caricatura, dello scherzo, della nostalgia comica e del divertimento nei salotti televisivi e dei commenti giornalistici. Cosi c'è la possibilità di invitare il Cirino Pomicino di turno accompagnato dall'indimenticabile inno del Biancofiore e fare allegramente quattro battute e due risate su quel partito che tutti carnevalescamente rimpiangono ma che quasi tutti politicamente respingono e ripudiano.

Ora, é abbastanza semplice arrivare ad una persino banale conclusione. E cioè, i cultori e i critici più spietati della esperienza della Democrazia Cristiana e della presenza politica organizzata dei cattolici democratici e popolari non sono affatto spariti ne', tantomeno, hanno cambiato opinione. Semplicemente hanno trasformato la loro critica politica spietata e senza appello in una sorta di simpatica e gioviale rilegittimazione caricaturale e nostalgica. Atteggiamenti, entrambi, che sono comunque accomunati da un filo rosso: e cioè, quell'esperienza politica, culturale, di governo non potrà essere portata ad esempio e come modello per guidare un grande paese come il nostro. E' il vecchio vizio illuministico e giacobino della cultura dominante della politica italiana che storicamente individua nei cattolici una riserva importante per la società ma non abilitata a governare un paese come il nostro.

Giorgio Merlo –

Torino, 23 Ottobre 2019

 

 


Patto della Federazione del Polo di Centro
Postato da admin [23/10/2019 10:36]


I sottoscritti

consapevoli della particolare situazione politica che attraversa il paese dopo la costituzione di un governo di emergenza tra due gruppi politici non omogenei il PD e cinque stelle e della esigenza di superare il “nazionalismo” e l’antieuropeismo che si erano affermati dopo le elezioni del 2018;

 consapevoli che la scomposizione dell’ attuale assetto politico possa portare alla costituzione di nuovi soggetti politici capaci di superare le incertezze e le patologie che abbiamo patito in questi anni;

consapevoli che la novità in Italia e in altri paesi europei vi è la presenza di una destra eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi del centro e della sinistra;

 consapevoli che per queste ragioni è urgente superare le attuali formazioni politiche che si richiamano alle posizioni di centro politico per una nuova aggregazione e quindi un nuovo soggetto politico

RITENGONO

che nel ricordo di un monito a tutti noto di Alcide De Gasperi “ solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi“, si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali;

invitano tutti coloro che si riconoscono in questi principi e in questi valori ad aderire al costituendo “Polo di Centro” per dar vita con urgenza ad un patto federativo e per seguire una comune linea politica che sarà indicata dagli organi della federazione;

propongono che le associazioni e i partiti politici, che aderiscono alla federazione, possano conservare per intanto la loro attuale individualità giuridica e politica, restando vincolati dal comune impegno a rispettare le norme contenute nel patto federativo e da quelle che saranno approvate dai costituenti organi della Federazione;

propongono che le singole associazioni e singoli partiti politici siano rappresentati, all’interno della federazione, dai propri segretari politici e responsabili delle associazioni, o loro delegati, capaci di esprimere, in seno all’organismo comune, la volontà del proprio gruppo;

propongono in occasione della prima riunione del consiglio della federazione, che i singoli aderenti esprimano la loro proposta per la formazione di un simbolo unitario da adottare a maggioranza qualificata e da presentare alle prossime elezioni comunali regionali e nazionali nel quale tutti si possano riconoscere;

auspicano che venga approvata una legge elettorale proporzionale unica legge democratica, che chiuderebbe la lunga fase di transizione che ebbe inizio negli anni 90 con la legge cosiddetta “mattarellum”, e che oggi impone di ridare identità ai gruppi politici e protagonismo all’elettore.

 

Letto, condiviso e sottoscritto dal 24 /09/2019 al  15/10 /2019

Giuseppe Gargani (DC)

Renato Grassi (DC)

Mario Tassone (NCDU)

Lorenzo Cesa (UDC)

Gianfranco Rotondi (FI)

Giuseppe Rotunno (Civiltà dell’Amore)

Ettore Bonalberti (ALEF – Associazione Liberi e Forti)

Antonino Giannone (Circoli Insieme)

Publio Fiori (Rinascita Popolare)

Mauro Scanu (Iniziativa Cristiana)

Maurizio Eufemi (Associazione Democratici Cristiani)

Gino Ferlicchia ( Centri studi Aldo Moro e Renato Dell’Andro)

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Conte e la DC
Postato da admin [19/10/2019 17:57]



La visita del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ad Avellino per commemorare e celebrare il centenario di un grande meridionalista democristiano come Fiorentino Sullo, ha avuto tre grandi meriti. Innanzitutto un riconoscimento pubblico ed autorevole – affatto non scontato – del ruolo storico e politico della Democrazia Cristiana. Un partito che ha avuto una responsabilità di governo per quasi cinquant’anni nella vita pubblica del nostro paese e che ha saputo, in quell’arco di tempo, conservare la democrazia, garantire lo sviluppo e accompagnare la crescita italiana. Un ruolo politico, culturale e sociale che, come tutti sanno, e’ stato pesantemente contestato e anche platealmente criminalizzato per molti anni da ampi settori della stampa italiana e da uno stuolo di intellettuali, commentatori e opinionisti che hanno individuato per molti lustri nella Dc la ragione e la causa di tutti i mali della politica italiana.

In secondo luogo, al di là dell’inevitabile colore e goliardia di molti commenti giornalistici, l’intervento di Conte – soprattutto di fronte ad alcuni leader storici della Democrazia Cristiana, a cominciare dal Presidente Ciriaco De Mita – ha fatto emergere, per l’ennesima volta e per chi non lo sapesse ancora, che la Dc era un grande partito anche perché era espressione di una precisa e determinata cultura politica. Del resto, il cattolicesimo democratico, il cattolicesimo sociale e il cattolicesimo popolare non possono essere scambiati come semplici pillole propagandistiche disancorate dalla realtà. La Dc aveva un progetto politico, aveva un progetto di governo, aveva una visione di futuro perché possedeva una cultura di riferimento. Rinnegarla sarebbe semplicemente una miopia politica e una falsità storica. E il riconoscimento ad un leader come Sullo – come quest’anno si è fatto per lo statista piemontese Carlo Donat-Cattin nel centenario della nascita – e’ la conferma che quella cultura ha prodotto un fatto storico. Continuare a nasconderla o a sottovalutarla sarebbe semplicemente un falso storico e politico. In terzo luogo la presenza di Conte ad Avellino ha evidenziato, per chi se ne fosse dimenticato, che la Democrazia Cristiana aveva una qualificata, preparata ed autorevole classe dirigente. A livello nazionale ma anche, e soprattutto, a livello locale. Una classe dirigente che ancora oggi, dopo essere stata contestata, ridicolizzata e dileggiata per molti anni dopo tangentopoli e la fine di quella grande esperienza politica, continua a suscitare attenzione ed interesse per la qualità che sprigionava e per la capacità, nella coerenza dei comportamenti, di indicare la rotta e la bussola da perseguire per il bene dell’intero paese.

Ecco, la visita e l’intervento di Conte ad Avellino hanno confermato questi tre aspetti. E di questo gli va dato atto. Dopodiché, e’ persino scontato sottolineare che non basta una celebrazione del passato per innescare un processo politico del futuro. Soprattutto in una fase politica dominata dal trasformismo  e dalla prassi trasformistica. Dove le alleanze sono il frutto di convenienze giornaliere, dove le appartenenze politiche vengono sacrificate nell’arco di poche settimane per la conservazione del potere e dove, soprattutto, le culture politiche semplicemente non esistono più perché domina il pressapochismo, la superficialità e la leggerezza della classe dirigente.

Insomma, la presenza dei cattolici democratici e popolari continua ad essere indispensabile e necessaria per il nostro paese. Con altre culture e altre esperienze politiche, com’è ovvio. Ma la presenza politica, culturale e programmatica di questo filone ideale non può essere semplicisticamente riproposto attraverso il richiamo della nostalgia o con una piroetta trasformistica. E questo per rispetto della Dc, del suo ruolo politico, della sua cultura politica e della sua autorevole ed irripetibile classe dirigente. Come, appunto, ha detto il Premier ad Avellino.


Giorgio Merlo

 

 


Il Nuovo umanesimo di Giuseppe Conte
Postato da admin [18/10/2019 12:58]



Il Nuovo Umanesimo di Giuseppe Conte 

a cura di Antonino Giannone^

 

Nel 100^ Anniversario di Fiorentino Sullo, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte spiega l’importanza vitale del cattolicesimo democratico e la sua attualità nella fase politica italiana e lo definisce “Nuovo Umanesimo”. 

Ad Avellino nel teatro Gesualdo, davanti a una platea formata da Rappresentanti delle Istituzioni: Sindaco, Presidenti Provincia e Regione; dalla maggior parte dei Sindaci dell’Irpinia; dagli Ex Parlamentari della Democrazia Cristiana che si sono dispersi in tanti anni tra Partiti di Centro Destra e di Centro Sinistra, uniti dopo 25 anni;

dai Vescovi di Avellino e Sant Angelo 

dei Lombardi; da autorità civili e militari; da imprenditori e manager di livello nazionale; da centinaia di Studenti delle scuole dove studio’ Fiorentino Sullo, si e’ tenuta la celebrazione del 100^ anniversario della nascita dell’ex Ministro irpino.

Sulla figura di Sullo ha parlato Gerardo Bianco, Presidente del Comitato Promotore del centenario della nascita di Sullo, che ne ha esaltato le qualità morali e politiche, nonché la concretezza nel porre al centro la questione del Mezzogiorno per lo sviluppo dell’intero Paese. 

Ha poi parlato Gianfranco Rotondi Presidente della Fondazione Sullo, che cambia il suo nome in Fondazione DC, che ha organizzato nei minimi particolari l’evento con grande partecipazione popolare. 

Rotondi ha ricordato aneddoti di Sullo: quando dimostrava di essere lo studente con il “dito alzato” grazie alla sua vivacità intellettuale; il suo grande coraggio: quando faceva propaganda per la Democrazia Cristiana, rischiando la propria incolumità con i fascisti del tempo; quando poneva il Mezzogiorno al centro di ogni ipotesi di sviluppo dell’Italia; quando incoraggiava i giovani a servire la politica. 

E’ quindi intervenuto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con una Lezione per giovani e meno giovani:

“Il ruolo dei Cattolici e dei democristiani nell’Assemblea Costituente”. Conte ha fatto un’analisi del cattolicesimo democratico, decisivo nella fase dell’Assemblea Costituente e nella formulazione dei programmi politici della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi. Ha citato La Pira con il fine dello Stato; ha parlato del personalismo di Mounier in grado di Riconoscere- Garantire - Promuovere. I diritti della persona: si e’ soffermato sui concetti dell’uomo Integrale. Conte condivide con il personalismo che lo Stato non è il tutto, ma che è l’uomo al vertice e lo Stato al servizio dell’uomo. Di conseguenza il Presidente ha respinto l’idea della cultura orientata a misurare la persona in relazione alla sua produttività e il dominio del neoliberismo sull’uomo e sulla politica. 

L’uomo non è fatto di aspirazione soltanto economica. Massima attenzione alla sopraffazione della Tecnica sull’uomo; della globalizzazione e della info telematica. 

Per riuscire in questi obiettivi, Conte ha sostenuto che serve ricorrere agli insegnamenti delle Encicliche: Rerum Novarum, Quadrigesimus annum, Evangelii Gaudium che ha definito “la Rerum Novarum del XXI secolo”. Conte ha infine citato Aldo Moro e la sua idea della socialità progressiva, e ha lodato la grande intuizione della Democrazia Cristiana di tutelare le classi intermedie, unitamente alla Famiglia, la Scuola e il Lavoro che vanno messi al centro del programma politico, citando gli Art. 1 e Art. 2 e Art.4 della Costituzione. Oggi secondo Conte per rafforzare il recupero dei cittadini alla costruzione della Polis bisogna riproporre la Visione e Concezione dei cattolici costituendi del 1948. “Nella Costituzione tutti i cittadini dovevano sentirsi rappresentati perché la Costituzione è l’anima della polis, custode della vita e ad essa hanno contribuito in modo altamente significativo i costituendi cattolici”.

Ha richiamato così l’importanza del “Codice di Camaldoli” degli intellettuali cattolici; “Le Idee costruttive” (luglio 43) e “La parola ai democratici Cristiani” (dic 43) di A. De Gasperi, unitamente al suo discorso su “Le basi morali della democrazia” tenuto nel 1948 alla Conferenza di Parigi. 

Accanto al valore della laicità espresso da De Gasperi, si affianca il valore promozionale dell’aspetto religioso

In questa direzione Conte ha chiarito il convincimento che il Cristiano nel guardare alla Missione di Cristo nella storia deve manifestare la sua piena laicità che dovrebbe ispirare la politica italiana per i prossimi anni. 

Una bella lezione di storia e di etica politica che e’ servita ai giovani e ai numerosi presenti, ma anche a Conte per chiarire, con questo suo intervento, a differenza che in passato, il significato che lui attribuisce al Nuovo Umanesimo, cioè quello di un cattolicesimo democratico adattato nell’era digitale e nella società della globalizzazione perché pone l’uomo al centro con la sua dignità, senza sottrarsi a guardare a Dio. Dunque Conte ha ampiamente risposto alle accuse di Padre Livio e di tanti critici che hanno confuso il Nuovo Umanesimo di Conte con quello del filosofo Edgar Morin che teorizza nella società globale l’Uomo= Dio = Ragione con la definitiva cancellazione del Cristianesimo. 

Alla luce di questi riferimenti, Conte ha dunque affermato che politicamente e’ di grande attualità il cattolicesimo democratico anche per affrontare i problemi emergenti del XXI^ secolo: Crisi ambientale, sopraffazione dei popoli più deboli con guerra e distruzioni. Ma cosa resta di questa cultura politica dei cattolici? 

Il Cristianesimo non ammette fughe dalle responsabilità. Dunque il Nuovo Umanesimo ha come nutrimento i valori cattolici perché possa vivificare e soddisfare i bisogni dell’era digitale 

“Serve, quindi ai cattolici un sussulto di responsabilità per partecipare alla costruzione della Polis nella società italiana e nella casa comune europea. 

Non sappiamo se servirà un’unità politica o una più rinnovata democrazia dei Cristiani” 

Noi ci sentiamo di concludere che serva una nuova DC per riportare un nuovo umanesimo con la persona al centro senza subire il regresso e la decadenza morale di questi ultimi 25 anni. Conte ha quindi concluso che 

i cattolici sono chiamati a registrare l’attualità dei valori politici declinati da Don Luigi Sturzo con l’Appello ai Liberi e Forti. 

^ Prof. Leadership ed Etica - Fellow of ICE Lab Politecnico di Torino

Vice Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)

 

Roma, 14 Ottobre 2019

 

 


Coprono il deficit con le manette
Postato da admin [15/10/2019 20:52]


 


       La teoria finanziaria del governo giallorosso (ci scusino, i tifosi della Roma, non abbiamo nulla contro di loro e non spetta a noi difenderli da questa omonimia messa in voga) è questa: se con i limoni disponibili la limonata è scarsa, bisogna spremere di più i limoni. Più o meno: spremere anche la buccia.

       Di Maio promette al popolo già da lui e dai suoi “liberati dalla miseria” con il reddito di cittadinanza (che costerà allo Stato, per il meccanismo di elargizione e di contenzioso il doppio di quello che andrà nelle tasche dei cittadini e degli stranieri che cittadini non sono) di “coprire” il deficit di bilancio con una bella, ulteriore strizzata dei limoni. Di quelli più grossi, assicura, per ottenere l’applauso di quegli altri, che però tanto fessi non sono. Ci vogliono le manette agli evasori, naturalmente per i più grossi?

       Certo, gli evasori mi stanno antipatici non meno dei ladri e dei truffatori, alla cui genia quelli che propriamente “evasori” si possono chiamare appartengono.

       Ma se l’evasione fiscale è nel nostro Paese una delle caratteristiche più spiccate, anche se non originali, ciò è perché si vogliono considerare “evasori” magari quelli che non se la cavano con le 350 voci dei moduli vari per il pagamento delle imposte, quelli che hanno scelto il commercialista sbagliato, professionisti di cui non oggi possono fare a meno, manco i mendicanti.

       E, poi che significa “manette agli evasori”?

       Già oggi gli evasori più grossi ed “abili” ricorrono ad una serie di espedienti, falsi e pasticci vari che sono reati e comportano, se scoperti, le manette.

       In genere i cosiddetti “grandi evasori” dispongono dei commercialisti più abili e preparati che se la cavano (e li cavano) nel guazzabuglio di leggi, leggine, modifiche, aggiunte, interpetrazioni del sistema fiscale.

       Così, il giorno che un ufficio speciale antievasione riuscisse a fornire un rapporto plausibile sul fenomeno dell’evasione (che ho ragione di dubitare sia probabile) ne verrà fuori che i peggiori evasori, quelli cui Di Maio vuole vedere in manette, sono quelli che hanno scelto, o comunque hanno trovato il commercialista sbagliato. Gli altri o sono falliti perché sono stati convinti da quell’angelo custode della vita economica (??) dei Cittadini italiani a “fare il loro dovere”, oppure hanno dato consigli tanto efficaci da farli passare per contribuenti onesti e puntuali quando non lo sono affatto.

       La realtà è che non si tratta di un numero più o meno di mariuoli che la fa in barba al Fisco (ed ai contribuenti babbei o mal assistiti). C’è un’economia sommersa, che Iddio ce la conservi, perché, se dovesse essere affogata, ci ritroveremmo tutti, e non solo gli attuali “evasori”, con, come si suol dire, il culo per terra.

       Non sono un economista e fosse per me l’economia e le finanze d’Italia andrebbero in rovina perché pago sicuramente più tasse di quel che dovrei: se trovassi troppi imitatori (il che è difficile) il Paese andrebbe in rovina.

       Non credo che questa sia la predicazione di un anarchismo fiscale. E’, piuttosto, una riflessione sulla complicazione delle cose semplici che affligge il nostro Paese.

       Malgrado le buone intenzioni di Di Maio (scusate il riferimento ad un’ipotesi ridicola oltre che impossibile) le “manette agli evasori”, cioè un’ulteriore spremuta di un po’ tutti direttamente o indirettamente, hanno un costo ed una conseguenza politico-economica che strangola il modesto risultato che se ne cava.

       Anzitutto è ridicolo e degno delle logiche degli “Amici del Bar dello Sport” fare i conti per l’anno prossimo affidando il “ripiano” del bilancio al ricavato di una più rigorosa lotta all’evasione. Manette agli evasori significa, infatti, altri processi, fabbriche chiuse, fallimenti.

       E, quel che conta di più, un aumento di spese per lo Stato manettaro. Aspettate che i beni dei “grandi evasori” vengano messi all’asta, che si mettano le manette, oltre ai contribuenti furbastri, ai varii Saguto, che si “esauriscano” i procedimenti. Aspettate che la paura delle manette crei più contribuenti onesti e puntuali (e commercialisti disponibili a perdere la fiducia i clienti consigliando loro di essere tali), e poi fate i conti con il fallimento di una parte considerevole dell’economia sommersa, con il suo “indotto” anche di economia alla luce de sole (si fa per dire) e il ripianamento dei bilanci lo salutiamo da lontano. Altro che “manovra per il 2020!!!”.

       C’è un solo modo di combattere l’evasione fiscale: rendere il meccanismo di prelievo meno complicato. Oggi, anche e soprattutto con il Fisco è troppo difficile essere onesti, quando non è impossibile per chi non voglia fallire il giorno dopo.

       Ma vallo a far capire a gente come questa che ci governa: pensano solo alle reazioni del pubblico di domani mattina!!

       Manette! Manette!

       Sì certo, ce ne vorrebbero, ma quando sono manette invocate, esaltate e predicate, sono quasi sempre per le mani sbagliate.

       E non sono certo un modo per ripianare i bilanci.

                                                                    Mauro Mellini

           

15.10.2019

 


Una probabile patrimoniale mascherata
Postato da admin [13/10/2019 20:43]


A proposito di finanziaria si profila l’ennesima stangata per i contribuenti italiani. Il Governo intende accorpare IMU e TASI con un aumento del 13%.

 

Al momento l'aliquota base dell'IMU è pari allo 0,76% del valore catastale, con i Comuni che possono alzarla o abbassarla entro certi limiti, mentre l'aliquota della Tasi ammonta allo 0,1%. L'IMU rende rispettivamente 3,8 miliardi di euro allo Stato e 17 ai Comuni, mentre la Tasi fa guadagnare a questi ultimi 1,1 miliardi. In tutto fanno 22 miliardi, che il governo intende aumentare fissando allo 0,86% (0,76% + 0,10%) l'aliquota base della nuova imposta "unificata" contro il precedente 0,76%: il 13% in più. Una patrimoniale mascherata, dunque. Anche perché, la maggior parte dei sindaci non applicano la Tasi finanziando le proprie attività con la sola IMU. Con la nuova imposta, invece, il carico fiscale a carico dei cittadini aumenterà ovunque. Una mossa pensata dal ministero dell'Economia per incassare di più e ridurre così i trasferimenti agli enti locali.

 


Taglio dei Parlamentari
Postato da admin [11/10/2019 22:31]


 


Fondazione Democrazia Cristiana
Postato da admin [11/10/2019 22:10]


 


Tempo di ristrutturazione del sistema politico italiano
Postato da admin [19/09/2019 07:24]


 

La Lega era ieri a Pontida, dove allo sventolio delle bandiere della secessione padana al tempo della leadership di Bossi, sono subentrate prevalenti quelle tricolori della nuova Lega nazionalista e sovranista salviniana. Cambio di politica e  di strategia, ma replica dei toni aggressivi e delle intemperanze, sino alle minacce violente contro giornalisti e cine operatori additati come “nemici”.

 

Prove di alleanza tra M5S e  PD, alla vigilia di importanti elezioni regionali a partire da quelle prossime dell’Umbria, nella consapevolezza che il governo Conti 2 difficilmente sopravvivrebbe a un eventuale filotto di vittorie del centro-destra in tutte le restanti regioni interessate al voto.

 

Annunciata,  sempre ieri, l’eventuale scissione del PD e la nascita del nuovo partito di Matteo Renzi aperto al centro del sistema politico italiano. Esploratori in avanscoperta Calenda e Richetti. Sono questi i tre avvenimenti più importanti che caratterizzeranno la settimana politica e quelle a seguire.

 

La Lega, dopo la sconfitta nella battaglia del Papeete, punta a ricomporre l’unità del centro destra, proponendo l’utilizzo del referendum abrogativo della quota proporzionale del rosatellum, al fine di avere mano libera col maggioritario, nella formazione delle eventuali liste per le politiche. Giorgia Meloni, alla spasmodica ricerca di un ritorno al governo, dopo la giovanile esperienza con la Casa delle libertà, sembra pronta a sostenere la legge  elettorale maggioritaria, con l’aggiunta di una modifica costituzionale in senso presidenzialista della nostra Repubblica, consegnandosi, così, mani e piedi alla volontà del conducator meneghino. In fondo, confermando  la nascita della nuova destra – destra italiana.

 

Forza Italia, non ancora stanca di subire i tradimenti salviniani come quelli post 4 Marzo 2018 e le successive discriminazioni, tranne qualche intelligente voce di dissenso, sembra accettare il ruolo subalterno al dominio leghista che finirebbe, a mio avviso, coll’assorbire totalmente ciò che rimane del consenso al partito del Cavaliere. Solo Gianfranco Rotondi  con pochi altri, continuano a ricordare a Berlusconi, che i Popolari europei, gruppo cui appartiene Forza Italia nel parlamento europeo, mai hanno fatto alleanze con partiti di destra o sovranisti in Europa, auspicando, semmai, che il partito dovrebbe utilmente concorrere alla costruzione del nuovo centro della politica italiana, in una fase di forte scomposizione e ricomposizione del sistema politico.

 

Molto importante è il tentativo di “alleanze civiche” annunciato da Di Maio con una lettera a Zingaretti e da questi immediatamente colto positivamente, a partire dal caso difficile delle elezioni umbre e, più avanti, sperimentabile in quelli di Emilia e Romagna, Toscana e Calabria.  Sarebbe la naturale logica conseguenza del patto di governo stipulato sul piano programmatico a livello nazionale. Il riferimento del presidente del consiglio Giuseppe Conte, nel suo discorso di investitura, a Giuseppe Saragat, come ben ha evidenziato l’On Cariglia nel suo sito informatico, potrebbe essere il giusto viatico per la costruzione finalmente  di un movimento- partito di cultura  socialdemocratica in Italia.

 

Più complessa la situazione del PD dove, Matteo Renzi, dopo la giravolta sulla proposta di alleanza col M5S, forte della sua rappresentanza parlamentare, maggioritaria all’interno del PD, e timoroso per ciò che potrebbe accadergli in caso di elezioni anticipate, punta a sparigliare, non per creare difficoltà al governo, ma per contare di più con una formazione politica autonoma. Ne sapremo di più fra pochi giorni alla Leopolda, ma, in ogni caso, questa operazione non potrà che portare consensi alla scelta di una nuova legge elettorale proporzionale che, mi auguro, possa essere “alla tedesca” ( sbarramento al 4% e sfiducia costruttiva) e alla quale una parte degli stessi parlamentari di Forza Italia dovrebbero corrispondere, se non vorranno mettersi attorno al collo il cappio della Lega salviniana.

 

Guai, però, inseguire Salvini sulla legge elettorale; il governo affronti, invece, da subito i problemi reali del Paese: diseguaglianza sociale, tasse, lavoro, ambiente, sicurezza e politica dell'immigrazione. Intanto utilizziamo al meglio la nuova affidabilità e i ruoli assunti dall'Italia nell'Unione europea.

 

In questa fase di forte scomposizione e ricomposizione del sistema politico italiano, infine, cosa dovremmo fare noi “ DC non pentiti”?  Personalmente temo che il tempo per ricostruire la DC sia terminato. Troppi egoismi e molta stupidità politica sino al suicidio, sono stati sin qui prevalenti tra di noi, con il concorso decisivo di alcuni sabotatori seriali, che hanno contribuito al sabotaggio permanente del progetto. Ora é tempo di concorrere alla costruzione del nuovo centro democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra che si ricompatterà nel PD. Le alleanze, se passerà il sistema proporzionale, si potranno fare con coloro che  intendono difendere e attuare la Costituzione repubblicana, unica garanzia di riforme vere per la salvaguardia del bene comune. La discriminante attuale è quella che divide gli europeisti, che intendono battersi per la nuova governance dell’Unione europea, e i sovranisti nazionalisti, disperatamente isolati in Europa, divisi persino dai loro riferimenti del gruppo di Visigrad. I cattolici democratici e i cristiano sociali italiani, uniti ai Popolari europei,  sanno bene da quale parte stare, nella fedeltà ai principi e ai valori dei padri fondatori democratico cristiani dell’Unione europea.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it)

Direzione nazionale DC

Venezia, 16 Settembre 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Renzi e il nuovo partito: pronto i nuovi gruppi renziani
Postato da admin [15/09/2019 12:07]


Renzi e il nuovo partito: pronti i nuovi gruppi renziani. Il piano scissione agita il Pd

L’addio con 18 deputati e 6 senatori. Orlando: pensiamo a governare non a dividerci. la svolta potrebbe arrivare addirittura prima della Leopolda del 19 ottobre

Di Claudio Bozza

 

Riempite tutte le caselle del nuovo governo, Matteo Renzi avvia la scissione dal Pd. Il logo è pronto, ma top secret: la svolta potrebbe arrivare addirittura prima della Leopolda del 19 ottobre, creando due nuovi gruppi in Parlamento. Oggi sono 18 i deputati e 6 senatori pronti a seguire l’ex premier in questa nuova avventura, che potrebbe condurre a breve a fondare anche un nuovo partito. L’accelerazione è arrivata dopo che Renzi non è riuscito a incassare quanto chiedeva: 5 tra viceministri e sottosegretari (solo 2 alla fine: Anna Ascani e Ivan Scalfarotto), dopo aver ottenuto i dicasteri di Famiglia e Agricoltura. Ma se l’ex premier accelera, sono diversi, nel partito, a frenare sull’ipotesi scissione: «Nel Pd ci sono tante sensibilità, se qualcuno ci lascia non mi sento più libero. Poi il destino ognuno se lo sceglie, ma non ne sarei felice», commenta il presidente del Parlamento Ue David Sassoli. «Il Pd dovrebbe discutere di come governare non di come e se dividersi», scrive su Twitter il vicesegretario dem Andrea Orlando. E l’ex segretario Maurizio Martina: «Tornare a Ds e Margherita? No grazie». Mentre Sandro Gozi invita a «lasciar stare la teologia»: «Nessuno scisma o aiuto al suicidio. Dobbiamo invece rafforzare la maggioranza e riorganizzare la politica italiana».

Ma Luca Lotti resta

A Montecitorio, per creare un nuovo gruppo, servono almeno 20 deputati. Per ora il pallottoliere è arrivato a 18, ma il vicepresidente della Camera Ettore Rosato è impegnato da giorni in una delicata campagna acquisti tra eletti del Misto e, soprattutto, tra gli anti Salvini di Forza Italia: Mara Carfagna è il principale interlocutore. Oltre a Rosato, tra gli scissionisti dem ci sono: Maria Elena Boschi, Silvia Fregolent, Marco Di Maio, Gennaro Migliore, la viceministra all’Istruzione Anna Ascani, Luciano Nobili, Roberto Giachetti, Luigi Marattin e il sottosegretario Ivan Scalfarotto, che assieme a Rosato è coordinatore dei comitati civici nati per superare il Pd. A sorpresa potrebbe esserci anche Catello Vitiello, espulso dal M5S prima dell’elezione. Resteranno invece nel Pd buona parte dei parlamentari della corrente di Base riformista, guidata da Luca Lotti e dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini. In questo quadro, in Parlamento, si formerebbero due gruppi renziani: i «falchi» della nuova formazione e quelli dell’ala più moderata, dove potrebbe arrivare l’addio di qualche scontento.


Il ruolo di «azionista del governo

Al Senato la partita è un po’ più complicata, perché il regolamento non consente la creazione di un gruppo autonomo. I renziani, con l’ex premier in testa, potranno soltanto formare una componente all’interno del Misto, con la ministra Teresa Bellanova, l’ex tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, Davide Faraone, probabilmente Nadia Ginetti ed Eugenio Comincini. Resta da capire quali saranno le mosse di un altro iper renziano come Andrea Marcucci: il capogruppo al Senato rimarrà nel Pd? Oppure lo farà solo in un primo momento per un addio in seguito? Il primo obiettivo di Renzi, con la creazione di gruppi autonomi, è di vedersi riconosciuto formalmente il ruolo di «importante azionista» del governo per sedersi al tavolo delle nomine. Quelle da fare a breve sono pesanti: il rinnovo dei vertici di Cassa depositi e prestiti, AgCom, Inps, Enel, Eni, Leonardo, Poste e Terna. Mentre a medio termine, con l’approvazione di una nuova legge proporzionale, l’obiettivo è tornare ad essere decisivo anche con un peso di consensi decisamente inferiore rispetto a quando era il paladino del maggioritario.

 

I finanziatori

L’ex premier, da gennaio, in vista della creazione del suo nuovo partito è anche tornato a caccia di finanziatori con la sua nuova Matteo Renzi Foundation, dopo che la precedente Open aveva raccolto 6,7 milioni in sei anni. Nell’ultimo periodo, l’ex premier ha intensificato, a Milano, cene da 5 mila euro a testa in su con imprenditori, manager e mondo della finanza. In prima linea, tra i nuovi sostenitori, ci sarebbe Daniele Ferrero (patron di Venchi, cioccolateria che ha fatturato oltre 100 milioni nel 2018), ma anche il noto finanziere Francesco Micheli e pure Gianfranco Librandi, deputato Pd (ex Pdl e FI) e imprenditore lombardo con una fitta rete di contatti.

Articolo tratto dal Corriere della Sera.it

 

 


Renzi, ecco il gruppo: c'è anche la Boschi. E Leu entra nel Pd
Postato da admin [08/09/2019 10:24]

Il nome del capogruppo ancora non c'è. Ma potrebbe essere quello di un panzer, Roberto Giachetti. Il progetto invece, e stiamo parlando della nascita del gruppo di Renzi alla Camera, che potrebbe venir annunciato nei giorni della Leopolda ad ottobre, è pronto. E i suoi amici assicurano: «Mai sentito Matteo tanto determinato, si parte». A Montecitorio, con una trentina di deputati «d'assalto riformista» come dicono loro, e non al Senato perché le regole di Palazzo Madama impediscono nuovi gruppi che non siano stati già presentati alle elezioni. E dunque: una trentina saranno i renziani alla Camera, almeno per partire («ma poi vedrete - dice Matteo ai suoi - che dovremo chiudere le iscrizioni per overbooking») mentre al Senato l'operazione è questa. Esce dal gruppo dem Renzi, per andare al Misto, e con lui cinque o sei senatori (si fanno i nomi di Faraone, Magorno, da Stefáno, la Malpezzi, la toscana Caterina Bini) mentre Marcucci resta dov'è: capogruppo Pd. Perché serve più lì che fuori per il momento. E infatti, spiega uno degli strateghi dell'operazione, tra i più vicini a Renzi: «Diversi guastatori, anzi chiamiamoci spingitori, gente cioè che incalza il Pd dal di dentro a colpi di iniezioni di coraggio riformista e di grande radicalità innovativa, in una prima fase non aderisce al progetto. Lo sostiene da fuori».

Dunque il turbo-renzismo va subito all'assalto del governo che Matteo ha molto contribuito a creare? Neanche per sogno. Ai suoi Renzi spiega: «Sarà una separazione assolutamente consensuale. Il nostro progetto serve a rafforzare il governo, ad aggiungere una gamba in più capace di parlar fuori dal recinto della sinistra e anche ad aiutare la sinistra». Cioè? Scomposizione e ricomposizione politica sono le espressioni che usano quelli dell'«assalto riformista» che - specificano - non è per rompere ma per correre di più.
Se i renzisti escono, questo il ragionamento, si facilita la riunificazione di Leu con il Pd che ormai è nei fatti e i bersaniani-dalemiani scalpitano per ritornare nella ditta insieme a tutto quel mondo di sinistra-sinistra che mai aderirebbe a un partito con dentro Renzi considerato proverbialmente da quelle parti un mezzo destrorso e un vero berlusconiano.

Mentre il nuovo gruppo dell'ex premier farà da calamita ai moderati anche non di sinistra, ai riformisti senza etichette, compresi quei forzisti critici, sfiduciati e stanchi ma vogliosi di contare ancora fuori dai vecchi schemi destra-sinistra. E si guarda infatti all'area Carfagna e - dicono alla Camera - «anche direttamente a Mara, se in Forza Italia non succede niente e niente succederà». «La nostra uscita dal Pd e l'entrata di Leu nel Pd sarebbe quasi a saldo zero», così parla Matteo ai suoi, pur sapendo che se tutti i renziani andassero via dal gruppo dem poco resterebbe stando ai numeri attuali. E un ragionamento così serve a dire che Zingaretti non perderebbe granché, ma sarebbe più libero di fare la sinistra che vuole, mentre il renzismo potrebbe senza più troppi vincoli potrebbe fare il mestiere suo.
«Conte - raccontano alcuni di quelli chi stanno gestendo l'operazione - non ha nulla da temere, anzi sta già capendo che questa operazione lo fortifica». Il premier troverà una sinistra più forte a sostenerlo e un centro innovativo renzista, a sua volta capace di contare e attrarre e di dare sostanza al governo rosso-giallo. Etichetta che a Renzi non piace granché, se resta binaria, e infatti punta a farla diventare triplice: «È mai possibile che noi che ci siamo spesi tanto e prima e più di altri per far nascere questa maggioranza ora dobbiamo vedere che c'è solo Zingaretti nei tavoli che contano e a fare la politica che serve?». Questo il mood. Non esplosivo, ma costruttivo. Almeno per adesso. E tra i 25-30 deputati pronti ad aderire al gruppo, ci sarebbero - ma la lista è passibile di uscite e soprattutto di altre entrate - Giachetti e Anzaldi, Morani e
 Boschi, Ascani (che comunque andrà al governo) e Nobili, Miceli, il lombardo Fragomeli, Marco Di Maio, Cosimo Ferri, Marattin, Romano, Buratti e via dicendo. «Noi però siamo dinamici - dice qualcuno di loro - e restare nel Pd per pungolarlo e spingerlo, per esempio sui temi del lavoro, sarà altrettanto eccitante». Lotti non farebbe parte dell'operazione. Il neo ministro Guerini neppure. Tanto è vero che nel pranzo di festa, per l'ingresso al governo, Guerini non c'era con Renzi ma con Matteo solo le due donne: la Bellanova e la Bonetti. E comunque: Renzi vuole vedere riconosciuto il suo ruolo di ispiratore della fase rosso-gialla, e ha trovato il modo mettendosi in proprio. Ma come reagirà M5S nella nuova coabitazione che si annuncia sara tutto da vedere. E non sarà una passeggiata.

articolo Il Messaggiero.it

 


Silvio Berlusconi non si piegherà a Matteo Salvini
Postato da admin [07/09/2019 12:44]

Non è una questione di sondaggi e neppure della logica del tutti (Salvini, Meloni, Toti) contro uno. Il fatto è che il leader di Forza Italia punta sulla legge elettorale proporzionale e sui tempi lunghi. Non sarà affatto facile “disinnescarlo”.

Lega, Fratelli d’Italia e Cambiamo di Giovanni Toti in piazza lunedì a Montecitorio per protestare contro il Governo giallorosso. Forza Italia invece sarà in aula a votare no. Indipendentemente da quelle che sono le percentuali dei sondaggi, il centrodestra deve fare i conti con posizioni molto diverse.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni, leader di Lega e Fratelli d’Italia, vogliono archiviare l’intesa con Silvio Berlusconi (Forza Italia) e chiedono a Giovanni Toti di fare altrettanto per cercare di intercettare lui il consenso finora riservato agli “azzurri” in tutti questi anni.

Un’area, quella centrista, moderata e liberale, che comunque i sondaggisti più accreditati danno tra il 15 e il 20%.

Silvio Berlusconi sta ragionando in prospettiva, su due elementi che gli altri sembrano ignorare. Il primo è che, comunque vada a finire, il governo giallorosso cambierà la legge elettorale. Che sarà tutta proporzionale. Vuol dire che i numeri dovranno trovarsi in Parlamento, ma vuol dire pure  che i vincoli di coalizione verranno meno.

D’altronde, è il ragionamento di Berlusconi ai suoi, un anno e mezzo fa è stato Salvini a fregarsene della coalizione di centrodestra (che aveva vinto), staccandosi e facendo l’accordo con i Cinque Stelle. In realtà Forza Italia non cederà. Potrà perdere qualche parlamentare, ma non cederà. Come ha confermato nelle ore scorse il coordinatore del Lazio Claudio Fazzone

Inoltre, se davvero la legislatura dovesse durare 4 anni per arrivare a scadenza, allora saremo davanti ad un tempo biblico, durante il quale può cambiare tutto e il contrario di tutto per chissà quante altre volte ancora. È su questo che conta Berlusconi, nonostante si renda conto di non essere più giovanissimo (per usare un eufemismo).

Matteo Salvini dovrà riorganizzare l’opposizione alla Camera e al Senato, ma non sarà semplice. Silvio Berlusconi non si accoderà alla Lega.

Articolo di AlessioPorcu.it

 

 

 


Primo commento sul governo Conte bis: delusione
Postato da admin [07/09/2019 12:12]


Avevamo visto con favore la nascita del nuovo governo M5S-PD, seriamente preoccupati per il grave isolamento italiano in sede europea e internazionale, che la deriva nazionalista e populista a dominanza salviniana, aveva determinato.

 

La suicida iniziativa politica di Matteo Salvini di por fine all’esperienza di governo giallo verde, con la prospettiva di trarne diretto beneficio elettorale, magari insieme alla Meloni, costante sollecitatrice di una maggioranza sovranista nazionalista, con l’esclusione della stessa Forza Italia, ha dovuto fare i conti con la realtà di una repubblica parlamentare e con quanto previsto, in questi casi, dalla nostra Costituzione.

 

A differenza dei sistemi maggioritari il nostro attuale sistema, frutto della legge elettorale di tipo misto, rosatellum modificato, implica che le maggioranze si fanno in Parlamento. Così è stato, dopo il voto del 4 Marzo 2018 e così si sta verificando in queste ore. Arrampicarsi sugli specchi del “poltronismo” e/o sul “trasformismo” o era valido anche allora, o è inutile farlo adesso. Tanto più da parte di un “capitano”, la cui strategia si è dimostrata palesemente fallimentare e che, della poltrona, non si è mai liberato, nemmeno dopo aver “ pugnalato alle spalle” i suoi partners.  Espressione, quella della pugnalata, usata dai Cinque Stelle,  oggetto della durissima “catilinaria” anti Salvini  pronunciata da Giuseppe Conte al Senato.

 

Il timore del prevalere di una deriva populista nazionalista, dagli evidenti caratteri autoritari propri di un governo di estrema destra,  con l’isolamento dell’Italia in preda a una condizione gravissima di anomia sociale, culturale, economica, politica e istituzionale  e in una fase internazionale caratterizzata da pesanti situazioni di conflitto, era ciò che mi portava a sostenere il progetto del nuovo governo giallo rosso.

 

Ieri Di Maio, rafforzato dal voto plebiscitario degli iscritti alla piattaforma Rousseau, ha evidenziato il carattere di “continuità e stabilità” del governo Conte bis. Zingaretti, al contrario,  quello della “discontinuità”, accompagnato dalla volontà di “cambiare l’Italia”.

 

A Conte il compito di mettere insieme propositi e prospettive così diverse, non solo nella sua capacità di interpretare i ventisei capitoli della bozza di programma sin qui editati, ma anche nella formazione della lista dei ministri che, ci auguriamo, siano davvero espressione di quella “discontinuità” reclamata dal PD e della “competenza” annunciata dal capo carismatico del movimento Beppe Grillo.

 

Dai primi nomi annunciati non sembrerebbe emergere né la discontinuità, né la competenza se solo valutassimo quella dello stesso Di Maio, assurto miracolosamente dalla condizione di disoccupato strutturale a quella di vice presidente del Consiglio con il Conte 1, e, adesso,  annunciato di …..ministro degli Esteri. Credo che in tutta la storia nazionale e non solo in quella repubblicana, sia difficile, se non impossibile, trovare un precedente simile a questo che, indubbiamente, rappresenta un fattore di evidente cambiamento, la cui cifra, tuttavia, è ancora tutta da scoprire.

 

Da un primo esame dei titoli della bozza di programma, possiamo dire che le tre questioni di cui oggi l’Italia ha necessità di soluzione: economia e rapporti con l’Europa; recessione e lavoro, immigrazione, sono tutte evidenziate. Manca solo di conoscere come s’intende concretamente affrontarle e con quali risorse finanziarie.

 

Da parte mia, avevo sempre scritto che, preliminare a ogni progetto serio di riforma nel nostro Paese, due erano le scelte non rinviabili: il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Itala e la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria.

 

Al punto 18 della bozza è scritto semplicemente: “È necessario porre in essere politiche per la tutela dei risparmiatori e del risparmio.” Mi sembra troppo poco e troppo generico e, in attesa del discorso che Conte pronuncerà all’atto della richiesta di fiducia alle Camere, concordo con quanto ha scritto ieri l’amico Alessandro Govoni, esperto di vicende interne al M5S, con una nota che trascrivo integralmente:

 

“NELL'ACCORDO PD-MOV 5 STELLE E' STATO TOLTA ALL'ULTIMO MOMENTO LA LEGGE CHE SEPARA LE BANCHE DI PRESTITO DALLE BANCHE SPECULATIVE.

LA LEGGE CHE SEPARA LE BANCHE DI PRESTITO DALLE BANCHE SPECULATIVE E' LA LEGGE PIU' IMPORTANTE DELLO STATO, PERCHE' E' LA LEGGE CHE IMPEDISCE AL SISTEMA BANCARIO DI FAR USCIRE IN NERO LE QUOTE CAPITALI PAGATE DAI MUTUATARI, IN FAVORE DEI GRANDI FONDI SPECULATORI DEI BANCHIERI DELLA GERMANIA DELL'EST ROTHSHILD E JP MORGAN, CHE LO CONTROLLANO.

SENZA QUESTA LEGGE ALTRI 1350 MILIARDI DI EURO USCIRANNO DALL'ITALIA E IN NERO NEI PROSSIMI 20 anni. QUALE PROGRAMMA PUO' ESSERE REALIZZATO QUANDO E' AUTOMATICO CHE USCIRANNO DALL'ITALIA E IN NERO CENTINAIA DI MILIARDI DI EURO DERIVANTI DAL LAVORO E DALLA FATICA DEI CITTADINI ?

Per realizzare una politica economica ci vogliono solitamente 10 miliardi di euro che sono coperti per esempio dall'intero gettito dell'IMU che è appunto di circa 10 miliardi all'anno, quale qualsiasi politica programmatica potrà mai essere realizzata quando usciranno per certo ancora dall'Italia e in nero nei prossimi anni oltre 1.000 miliardi di euro ?

I cittadini italiani lavoreranno ancora per pagare le rate del mutuo, ma le quote capitali pagate non rimarranno in Istituzione pubbliche che le possono utilizzare per realizzare servizi per i cittadini: ponti, strade, scuole, università, ospedali, impianti fotovoltaici, impianti di macerazione della canapa per ricavare cotone, caucciu per le carrozzerie auto e per ricavare farmaci rigeneranti delle cellule, impianti di macerazione del sorgo dolce etiope per produrre bio benzina, RICERCA per curare il cancro, la leucemia,il parkinson e l''azheimer, servizi per dare sostentamento agli anziani e alla famiglie mono reddito, 
E INCECE NO , SE FOSSE APPROVATO L'ACCORDO PD-MOV CINQUE STELLE, NIENTE A DI TUTTO QUESTO POTRA' MAI ESSERE REALIZZATO PERCHE’ I  MUTUI SOTTOSCRITTI DAL 1993 HANNO IN SE' LO SCHEMA PER FAR USCIRE DALL'ITALIA E IN NERO CIRCA 80 MILIARDI DI EURO ALL'ANNO DI QUOTE CAPITALI PAGATE DAI MUTUATARI,  CHE FINISCONO NELLE CASSE DEI GRANDI FONDI SPECULATORI DEI BANCHIERI DELLA GERMANIA DELL'EST ROTSHSHILD E JP MORGAN CHE DAL 1993 CONTROLLANO BANCA INTESA, UNICREDIT, CARIGE, CARISBO, BNL BNP PARIBAS,  LE CASSE DI RISPARMIO E LE BANCHE POPOLARI . 

Permettere ancora questo significa concorrere  all'evasione fiscale, i politici che firmeranno questo accordo saranno quindi civilmente responsabili con i loro beni personali quanto chi ha emesso  decreti e provvedimenti  che hanno modificato nel 1992/93 la contabilità bancaria in caso di mutui ipotecari/fondiari.. “

Se le cose stanno così, non c’è da stare allegri e personalmente non lo sono, anzi il sentimento che mi pervade è quello della delusione, anche se continuo a credere nella : “spes contra spem” e vediamoli anche questi all’opera, in attesa che, superando le nostre stupidità, finalmente si concorra alla costruzione di un nuovo centro democratico, popolare, liberale e riformista, in grado ridare, quello sì, stabilità al nostro sistema politico, traballante tra pericolose velleità sovraniste e pasticciate soluzioni trasformistiche.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF

Direzione nazionale DC

Venezia, 4 Settembre 2019

 

 

 

 


Luglio caldo per l'area popolare
Postato da admin [12/07/2019 07:17]


 

E’ intensa l’attività dell’area popolare ed ex Democratico cristiana in questo mese di Luglio. Terminato positivamente a Nusco l’incontro dei “Popolari” invitati da Ciriaco e Giuseppe De Mita, si è svolto il 3 Luglio scorso,  presso l’Istituto Sturzo a Roma, il convegno degli amici di “ Politica Insieme”.

 

La kermesse estiva continuerà con i tre appuntamenti programmati Venerdì 11 Luglio sempre a Roma: la direzione nazionale della DC, il convegno degli amici di “ Civiltà dell’amore” e il seminario degli amici del “ Libero coordinamento intermedio Polis pro Persona” sul tema:” Diritto” o “condanna” a morire per vite “inutili”? All’indomani, Venerdì 12 Luglio, annunciata l’avvio della fondazione DC di Gianfranco Rotondi e Rocco Buttiglione.

 

Sono queste le iniziative sin qui annunciate, espressione di un vasto movimento che dalla scomposizione punta alla ricomposizione dell’area  cattolico-popolare, così come avevo scritto nell’editoriale “ scomporre per ricomporre” ( www.alefpopolaritaliani.it), l’11 Giugno scorso.

 

Se a Nusco, con Ciriaco De Mita è apparsa netta la volontà di partire dal basso, dalle comunità locali e dal ruolo che gli amministratori di area popolare possono e debbono svolgere, col proposito di “pensare globalmente e agire localmente”, secondo la migliore tradizione sturziana e degasperiana, nell’incontro di Mercoledì 3 Luglio all’Istituto Sturzo, dopo la relazione introduttiva del prof Stefano Zamagni e le considerazioni conclusive  di Leonardo Becchetti, sono stati analizzate le ragioni di un ripensamento profondo di carattere “antropologico” delle categorie interpretative della nuova politica che i cattolici intendono costruire.

 

Un incontro, quello di “ Politica Insieme”, che si è concluso con la volontà di  costruire un “manifesto”, un “appello”  come quello redatto da Sturzo cento anni fa, rivolto non solo ai credenti “, ma a tutti gli uomini di buona volontà che, nei valori del cristianesimo, ravvisano le ragioni di un arricchimento straordinario di tutto ciò che è più autenticamente umano.”. Una conclusione in linea con il tipo di partecipazione ampia e plurale di varie realtà associative e di movimenti di area cattolica e popolare, interessati a compiere finalmente un cammino “Insieme” : la magica parola che, personalmente con alcuni amici, adottammo molti anni or sono per la nostra associazione e con la quale ci confrontiamo puntualmente nel nostro sito www.insiemeweb.net .

 

L’11 Luglio sarà una giornata campale di confronto e riflessione politica. Innanzi tutto la riunione della direzione della DC; di coloro, cioè, che, dalla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 ( “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”),  tentano con molte difficoltà di concorrere alla ricomposizione politico organizzativa dell’area popolare, nella quale intendono partecipare da democratici cristiani, avendo consapevolezza che tale ricomposizione potrà avvenire sulla base della condivisione della volontà di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa nell’età della globalizzazione.

 

La DC è consapevole, infatti, che la politica è lo strumento con cui i cattolici italiani possono e debbono tradurre nelle istituzioni l’equilibrio storicamente possibile tra interessi e valori dei certi medi e delle classi popolari, sulla base di un programma politico che sappia affrontare le tre questioni fondamentali nell’età della globalizzazione:

  1. la questione antropologica, che attiene ai valori fondamentali della vita;

  2. la  questione ambientale, su cui si gioca il destino dell’umanità e del                                  pianeta Terra;

  3.  la questione del nostro stare insieme nell’Unione europea, collegato al                             tema della sovranità monetaria e della sovranità popolare da cui                                dipendono tutte le altre riforme per garantire lavoro, pace e sicurezza al                               nostro Paese.

 

Come si può notare non si tratta di proporre nostalgici e non riproponibili ritorni al passato, ma di guardare in avanti, oltre lo stadio meta o pre-politico che caratterizza molte delle trame della fitta rete che si sta intessendo per la ricomposizione dell’area.

 

La DC vuol fare i conti con il “qui e ora”, tenendo conto delle regole elettorali esistenti e dei tempi e delle scadenze urgenti che la politica italiana impone in questa delicatissima fase di prevalenza di una pericolosa deriva nazionalista e populista, contro cui la DC intende assumere una posizione di netta alternativa.

 

Senza velleità di assumere chissà quale funzione maieutica o di mosca cocchiera, specie dopo le fallimentari esperienze elettorali vissute dai timidi tentativi di esposizione degli amici “ Popolari per l’Italia” e del “ Popolo della Famiglia” nelle recenti elezioni europee,  ma con la consapevolezza di voler partecipare senza presunzioni, con una consolidata esperienza organizzativa e politica nelle vicende politiche italiane. Temi e programma che saranno affrontati nell’annunciato XX Congresso nazionale del partito che si terrà entro la fine dell’anno, a conclusione di una campagna per il tesseramento già avviata e in corso di svolgimento.

 

Tutto incentrato sulla questione antropologica, il seminario degli amici di “Polis Pro Persona”, segnalatoci dall’amico Domenico Menorello, sul tema dell’eutanasia. Gli amici di “Civiltà dell’amore”, Antonino Giannone e Giuseppe Rotunno, infine, invitando tutti gli  esponenti dei partiti e dei movimenti deìl’area cattolica e popolare italiana, intendono anch’essi concludere il loro convegno con un manifesto-appello per l’unità politica dei cattolici. Anche dall’incontro del 12 Luglio annunciato da Rotondi e Buttiglione ci auguriamo giungano fatti e propositi positivi unitari, capaci di superare tutte le divisioni e le opportunistiche utilità usucapite, non sempre legittimamente, sulle spoglie della storica Democrazia Cristiana.

 

E’ tempo di dimenticare il passato doloroso della diaspora e di porci tutti in atteggiamento di ascolto e di sereno confronto, con noi più anziani, ormai impegnati nel tragitto dell’ultimo miglio della vita, generosamente disponibili a offrire preziosi consigli alle nuove generazioni, almeno a quelle che intendono salvaguardare e attuare, con i principi della carta costituzionale, le indicazioni della dottrina sociale cristiana, unica vera e autentica alternativa alle degenerazioni del dominio dei poteri finanziari nell’età della globalizzazione.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF (www.alefpopolaritaliani.it )

Direzione nazionale DC

Venezia, 5 Luglio 2019

 

 

 


 
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