Centenario della nascita di Giulio Andreotti
Postato da admin [14/01/2019 18:59]



Il 14 Gennaio 1919 nasceva a Roma Giulio Andreotti, una figura straordinaria della storia democratico cristiana. Di  Andreotti, che ebbi la fortuna di conoscere e frequentare negli della partecipazione ai lavori del Consiglio nazionale della DC,  vorrei evidenziare una delle caratteristiche più attrattive della sua personalità: la straordinaria disponibilità all’ascolto e a insegnare a noi più giovani esponenti della quarta generazione democristiana, i passaggi più difficili della vicenda politica, così come la discutevamo con grande passione e assoluta libertà nei Consigli nazionali della DC a Piazzale Sturzo all’EUR.

 

Erano incontri nei quali Andreotti sempre in prima fila, prendeva i suoi immancabili appunti sul quaderno con la copertina nera, e dopo lunghe ore di dibattito, mentre risaliva i gradini della sala del consiglio nazionale, quella in cui spiccava al centro del palco il quadro di De Gasperi rappresentato da Annigoni (a proposito mi sono sempre chiesto  che fine abbia fatto quel cimelio storico, dopo che, scomparsa la DC, ebbi la sventura di rivisitare Palazzo Sturzo nel completo abbandono, in uno dei primi consigli nazionale del CDU di Buttiglione) si fermava con grande generosità a dialogare con noi più giovani che gli ponevamo tante domande, ricevendo le sue come sempre argute e illuminanti risposte.

 

Da componente del CN della DC nella lista di Forze Nuove, fu assai travagliato il nostro rapporto con il capo di una corrente veramente mai gestita in prima persona dal divo Giulio, semmai sempre affidata ai luogotenenti fidati, Evangelisti, Sbardella, Lima prima e poi Cirino Pomicino e Nino Cristofori, con il seguito sempre garantito dei ciellini osannanti alle performance politiche del loro presidente di riferimento.

 

Un giudizio complessivo sulla sua lunga storia sarà fornito dagli storici futuri e, credo, non potrà che essere alla fine largamente positivo. Confrontando gli uomini di quella generazione, Andreotti, Fanfani, Moro, la seconda del partito, dopo quella dei popolari come De Gasperi, Gonella, Scelba, con questi “mezzomini e ominicchi” contemporanei, ogni paragone sarebbe fuorviante.

 

Resta, ovviamente, tuttora valido e difficilmente controvertibile quanto un leader storico della DC come Carlo Donat-Cattin amava, in ogni occasione, ammonirci; ossia che bisognava rispettare, ed anche temere, l’intelligenza politica di Giulio Andreotti, ma che bisognava sempre diffidare dell’andreottismo.

 

Per riuscire a capire a fondo cosa ha rappresentato l’andreottismo nella storia della DC e della Prima Repubblica al di là delle facili giustificazioni degli amici o delle sommarie liquidazioni degli avversari di parte serve una ben più rigorosa analisi dei documenti lasciatici in eredità con il distacco proprio di chi non è più parte attiva della contesa politica contingente.

 

Con lo scomparso e compianto amico Sandro Fontana condividiamo quanto da lui scritto in occasione del 90° compleanno di Andreotti: “Col passare degli anni e di fronte allo spettacolo deprimente della lotta politica odierna, il cosiddetto andreottismo ha finito col rappresentare ai miei occhi soprattutto una grande lezione di metodo. La quale non consisteva tanto nel banalizzare ogni vicenda politica, quanto nel riuscire ad isolare ogni problema concreto dalle inevitabili sovrastrutture ideologiche e passionali e nel cercare, con pazienza e determinazione, di sciogliere i numerosi nodi che l’insipienza e la malafede degli uomini avevano reso inestricabili”.

Da parte mia a una domanda rivoltami dal giornalista Giuliano Ramazzina in un libro intervista (“ALEF un futuro da Liberi e Forti”- ME Publisher-2010) così formulata: “State sempre in maggioranza, diceva Toni Bisaglia durante le sue famose cene con gli amici. Il potere logora chi non ce l’ha, diceva Giulio Andreotti. E’ più emblematica, nel disprezzo delle minoranze, la frase di Toni Bisaglia  o quella di Giulio Andreotti ?” risposi così:

 

Quella di Toni è l’espressione di un doroteismo che, già con lui e, soprattutto dopo di lui, diventerà degenerazione culturale e morale. Ricordo uno degli ultimi interventi pubblici di Bisaglia in cui, con grande capacità di autocritica, denunciò l’esistenza di una questione morale tra le file dei suoi e di altri amici della DC che sarebbe stata all’origine della scomparsa di quel partito. Eravamo agli inizi degli anni ’80, dopo una tornata elettorale in cui era scoppiato il fenomeno da noi non compreso della Liga Veneta. Interi paesi e quartieri in cui eravamo abituati a conoscere pressoché la totalità degli elettori della DC, vedevano crescere il consenso al movimento dei Tramarin prima e dei Rocchetta dopo, senza che si potessero riconoscere i loro riferimenti territoriali. Fu allora che organizzammo un gruppo di lavoro multidisciplinare per cercare di comprendere le ragioni di quanto stava accadendo. E proprio discutendo dei risultati di quell’indagine, nella sala delle Conchiglie a Villa Contarini di Piazzola sul Brenta, Bisaglia con toni accorati pronunciò quella sua profetica sentenza. Era oramai troppo tardi. Molti dei suoi amici ed anche altri si erano da tempo incamminati sulla strada della separazione degli interessi, specie di quelli personali, dai valori. E fu così che il doroteo polesano che si fregiava del fatto che, a differenza di Mariano Rumor, il leader storico dei dorotei veneti, non aveva avuto parte alla congiura dei “salmodianti della Domus Mariae” e che a noi giovani in diversi incontri alla DC di Rovigo, teorizzava il valore della conquista del potere quale strumento indispensabile per orientare la politica verso quella mediazione corretta tra interessi e valori, dopo quasi trent’anni di vita parlamentare, dovette accorgersi che qualcosa di grave era intervenuto. Qualcosa che avrebbe travolto di lì a pochi anni con la DC veneta un’intera classe dirigente.

 

Andreotti non è mai stato doroteo, avendo sempre curato una sua piccola, almeno all’inizio, corrente, chiamata con il nome rassicurante di “Primavera”. Circoscritta dapprima a Roma e nel Lazio, dopo la crisi dei dorotei che si consumò nella rottura intervenuta tra Rumor e Bisaglia in un drammatico consiglio nazionale, al quale partecipai, dopo la sconfitta sul referendum sul divorzio, la corrente andò progressivamente allargandosi. Franco Evangelisti ne era il Tigellino fedele ed efficientissimo. Evangelisti era quello del: “a Fra’ che te serve”, rivolgendosi a Francesco Caltagirone, allora disistimato palazzinaro romano, a capo di una dinastia oggi tra le più rispettabili dell’Italia, a destra, come al centro e a sinistra. Ma sarà con l’adesione degli Sbardella, dei Pomicino, Scotti e dei siciliani con Salvo Lima, che la corrente del divo Giulio diventerà uno dei capisaldi della DC post dorotea nella quale prevalse il dominio dei basisti demitiani, grazie proprio all’appoggio determinante degli andreottiani.

 

Se prima i dorotei, specie quelli veneti, avevano dimostrato senso della misura e della loro innata capacità di stare a tavola, con Andreotti, si ebbe la dimostrazione dell’immutabilità della condizione del potere. Sino alla sciagurata decisione di opporsi all’ultimo voto all’elezione di Arnaldo Forlani alla presidenza della Repubblica, ultimo atto di una tragedia che, con Scalfaro presidente, assumerà i toni della tragicommedia”.

 

Luci ed ombre nella vita politica di un uomo che, in ogni caso, concorse in maniera determinante a garantire all’Italia quasi cinquant’anni di pace ininterrotta nella difesa della libertà e in una fase di ricostruzione dell’unità europea che, non a caso, Andreotti ebbe da subito, incompreso anche fra molti di noi più giovani,  la consapevolezza dei rischi che correvamo con la riunificazione tedesca. Non a caso egli osava affermare con la consueta ironia : “ amo talmente la Germania da desiderarne due”.

 

Purtroppo l’idea di europeizzare la Germania attraverso l’Atto Unico (1987)  che fu il capolavoro politico di Andreotti da ministro degli Esteri del governo Craxi durante il semestre di presidenza italiana di quell’anno, non si è attuata e ci troviamo oggi, invece, a fare i conti  con una germanizzazione dell’Europa che rappresenta il grande tema affidato, ahimè, a questi  nuovi politici senz’arte né parte. Non a caso sale da molti la nostalgia del divo Giulio…

 

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale della DC

Venezia, 14 Gennaio 2019

 

 


Popolari, é il momento della scelta
Postato da admin [08/01/2019 22:50]

 È indubbio che gennaio sarà un mese decisivo ed importante per il futuro dei cattolici popolari nel nostro paese. Tutti sapevano che dopo il voto del 4 marzo la geografia politica italiana era destinata a cambiare in profondità. E così è stato. Hanno fatto irruzione, vincendo a largo raggio, i partiti cosiddetti populisti e antisistema, cioè la Lega di Salvini e il movimento di Grillo e Casaleggio. Sono tramontati i "partiti plurali", cioè il Partito democratico e Forza Italia diventando l'uno il prosieguo, seppur aggiornato, della storia e della esperienza politica e culturale del Pds e dei Ds e l'altro una semplice succursale della Lega salviniana. E, infine, sono ritornate in campo le identità politiche che, come da copione, ridiventano protagoniste ogniqualvolta si accompagnano con un sistema elettorale proporzionale. Certo, il quadro politico e' ancora alquanto instabile e le stesse coalizioni, frutto e conseguenza del proporzionale, sono in via di assestamento e di ridefinizione. Dopo essere state distrutte. Nel Pd con il partito a "vocazione maggioritaria" e il "partito personale" di renziana memoria e nel centro destra con l'onnipotenza berlusconiana. Pagine che, comunque sia, sono state definitivamente archiviate dalla storia e dalla politica. Ed è in questo preciso contesto storico che si pone, in termini affatto diversi ed inediti rispetto al passato, la "questione cattolica" nella società contemporanea. Ovvero, la necessità di ridare voce e senso alla presenza pubblica dei cattolici italiani. O meglio, di ridare rappresentanza politica ad un mondo culturale, sociale ed associativo molto plurale ed articolato ma, comunque sia, accomunato da un "comune sentire" che in questi ultimi anni, progressivamente ed irresponsabilmente,  e' stato emarginato e reso ininfluente. Certo, senza derive confessionali e clericali ma con una presenza laica e culturalmente definita. Una domanda che in questi ultimi mesi e' cresciuta a livello territoriale e di base e che, adesso, e' matura  per avere una doverosa e rinnovata risposta politica  ed organizzativa. Ben sapendo che un processo di ricomposizione deve tener conto delle mille voci che arricchiscono questo mosaico di cultura, di sensibilità sociale, di spiritualità e di tensione ideale. Ma, seppur nel rispetto delle sensibilità e di queste storiche diversita', adesso e' giunto anche il momento di affrontare il capitolo dello strumento partito. E le svariate celebrazioni del centenario dell'appello ai "liberi e ai forti" e della fondazione del Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo che si stanno organizzando in tutta Italia, possono essere la leva  decisiva per fare il salto di qualità. Richiesto dalla base ed invocato dai vertici. Del resto, la cosiddetta "questione cattolica", seppur nelle diverse fasi storiche, ha sempre dovuto affrontare e risolvere il capitolo della politica. O meglio, della organizzazione politica. E oggi, e' inutile negarlo, la sfida e' tutta qui. Cioè nella capacita' di ridare una infrastruttura politica ed organizzativa a questa domanda. Appunto di natura politica. Senza prestare eccessiva attenzione, accompagnate dalle altrettanto patetiche polemiche, su chi ha la paternità esclusiva per interpretare al meglio quella cultura politica e quel filone ideale. Polemiche artificiose se è vero, com'è vero, che uno strumento politico del genere non può che essere plurale al suo interno  anche se accomunato da una comune ispirazione valoriale. Gennaio, quindi, sarà il mese della scelta politica. Fuorche' si pensi che la risposta debba essere la solita "ritirata" nel prepolitico e nella palude. Sarebbe, questa, una sorta di "peccato di omissione" per citare Paolo Vl che indebolirebbe ulteriormente la ricca e feconda tradizione del cattolicesimo politico italiano da un lato e segnerebbe, dall'altro, l'eclissi del pensiero politico di ispirazione cristiana nella cittadella politica italiana. Un lusso che, adesso, non ci possiamo più permettere.
Giorgio Merlo
 


Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Mattarella
Postato da admin [02/01/2019 21:28]


 


COMUNICATO STAMPA
Postato da admin [02/01/2019 21:22]

LA DEMOCRAZIA CRISTIANA PER L’ALTERNATIVA DEMOCRATICA E POPOLARE

 

La Democrazia Cristiana, partito dei cattolici democratici e cristiano sociali italiani, valuta con forte preoccupazione il degrado politico istituzionale che sta vivendo l’Italia con comportamenti e atti di governo al limite della costituzionalità.

Un governo espressione del peggior trasformismo politico della storia repubblicana ha varato con modalità gravi e del tutto inconsuete, privando il Parlamento di ogni possibilità di discussione, il bilancio dello Stato. Un bilancio che produrrà un pesante attacco alla condizione di vita dei pensionati, delle imprese e dei ceti medi produttivi italiani.

Tutti i democratici cristiani sono invitati ad aderire alle manifestazioni di protesta che pensionati, sindacati, imprenditori e forze sociali e culturali organizzeranno nei prossimi giorni contro il governo. La DC intende tornare a essere il partito di riferimento dei ceti medi e delle classi popolari oggi privi di rappresentanza politica.

La DC, coerentemente con la sua migliore tradizione politica e culturale ispirata dalla dottrina sociale cristiana, propone come obiettivo della sua proposta, il primato della persona e dei corpi intermedi e i principi di sussidiarietà e solidarietà costantemente stravolti dalle scelte del governo M5S-Lega e intende concorrere alla costruzione di un’alternativa democratica e popolare con le forze politiche disponibili a partire dalle prossime elezioni europee.

Il tesseramento al partito aperto alle più ampie e rappresentative adesioni e la celebrazione unitaria di tutti i democratici cristiani e i popolari italiani, il 18 Gennaio 2019, dell’”Appello ai Liberi e Forti” di don Luigi Sturzo, sono le ulteriori tappe di un progetto che il partito mette in campo per riproporre al Paese una nuova speranza.

Dalla segreteria nazionale DC

 


Comunicato Stampa 21.12.2018
Postato da admin [24/12/2018 19:27]

Si è svolta a Roma il 19 dicembre 2018 presso la sala stampa della Camera dei deputati la conferenza stampa ,promossa dai Partiti e Movimenti di ispirazione Democratico-Cristiana che si richiamano all'area del Popolarismo Europeo per ribadire e riconfermare la comune volontà di dar vita ad un patto federativo programmatico, in vista del rinnovamento del Parlamento Europeo, tra quanti  si richiamano ai principi ed ai valori dei Padri Fondatori dell'Unione, in alternativa alle chiusure di quanti ,guidati da logiche sovraniste e nazionaliste, intendono distruggere quanto di positivo ha rappresentato e ancora potrà rappresentare la Comunità Europea.

Il documento è stato illustrato dall'On.le Nino Gemelli, già parlamentare europeo, e costituirà la base dell'impegno elettorale per partecipare da soli o insieme a quanti saranno in sintonia con l'impegno sottoscritto. Questo è il primo passo essenziale verso l'impegno a ricomporre l'UNITA dei DEMOCRATICI CRISTIANI aperti alla collaborazione con altre componenti politico culturali che condividono i principi dell'umanesimo cristiano.

. IL PATTO FEDERATIVO è sottoscritto da : RENATO GRASSI - ETTORE BONALBERTI  - NICOLA TROISI (DEMOCRAZIA CRISTIANA  ) GIANFRANCO ROTONDI ( RIVOLUZIONE CRISTIANA) MARIO TASSONE-NINO GEMELLI (NUOVO CDU) CARLO SENALDI-MARCELLO BRANDI (RINASCITA D.C.) MARIO MAURO-FRANCESCO VENTURINI ( POPOLARI PER L'ITALIA ) MAURIZIO EUFEMI ( ASS.DEMOCRATICI CRISTIANI )  iVO TAROLLI( COSTRUIRE INSIEME) PIETRO DEL RE (PARTITO CRISTIANO SOCIALE ) MATUNGULU  ISANG (COORDINAMENTO ASSOCIAZIONE IMMIGRATI ) G.ROTUNNO (CIVILTA' DELL'AMORE ) ADRIANA QUATTRINO (N.PP CON PPE )                

 

(a cura dell’ufficio stampa della D.C.)

 


Cattolici, é il momento della scelta
Postato da admin [12/12/2018 19:23]

La forte e qualificata insistenza affinché i cattolici democratici e popolari escano dal letargo e intraprendano, oggi, una rinnovata presenza politica non può più essere elemento di delusione o di rinvio. O meglio, la necessità di avere uno strumento politico e organizzativo capace di raccogliere la sfida che proviene da settori consistenti dell'area cattolica italiana - pur sempre articolata e molto plurale al suo interno - si fa sempre più stringente. Del resto, la fine dei partiti plurali - nello specifico il lento tramonto del Partito democratico da un lato e il progressivo esaurimento di Forza Italia dall'altro - e il ritorno delle identità sono la premessa per una svolta politica ormai necessaria.

Certo, le riflessioni avanzate in queste ultime settimane da autorevoli esponenti della Chiesa italiana - a cominciare dal Presidente della Cei, cardinal Bassetti - e da molti dirigenti dell'associazionismo cattolico di base vanno nell'unica direzione di ridare voce, sostanza e prospettiva ad un impegno politico dei cattolici. Ovviamente un impegno laico, profondamente  democratico, squisitamente riformista ma, soprattutto, ancorato ad una cultura che affonda le sue radici nella storia e nell'esperienza del cattolicesimo politico italiano.

Ecco perché, allora, e' quantomai urgente richiamare almeno 3 nodi che andranno definitivamente  sciolti nelle prossime settimane.

 

Innanzitutto va perseguito un disegno che definisca una presenza il più possibile unitaria dei cattolici sensibili all'impegno politico nella stagione contemporanea. Nessuna rivendicazione anacronistica e fuori luogo, come ovvio, dell'unità politica dei cattolici ma una precisa assunzione di responsabilità di fronte all'emergenza politica e democratica che vive il nostro paese. Sotto questo aspetto, e' indispensabile superare i comprensibili personalismi e la tentazione, vecchia come il mondo nell'area cattolica italiana, di ridurre la molteplicità e la ricchezza delle pluralità delle voci presenti nella società alla propria esperienza personale o di gruppo. L'autoreferenzialita' da un lato e il vizio di porre la propria esperienza come l'unica in grado di ricomporre il tutto dall'altro, sono e restano alla base dell'impotenza e della irrilevanza del cattolicesimo popolare e sociale nell'attuale fase storica.

 

In secondo luogo va preso atto che una cultura politica, un pensiero politico e una tradizione culturale ed ideale hanno un valore, ed un senso, nella misura in cui sanno fermentare e lievitare la società in cui quella cultura, quel pensiero e quella tradizione operano e aggregano. Sarebbe curioso arrivare alla conclusione che c'è un grande fermento nell'area cattolica italiana per un rinnovato impegno politico, che ci sono energie fresche per inverare quell'impegno, che c'è una cultura attuale e moderna capace di portare un  contributo significativo per affrontare e cercare di risolvere i problemi della nostra societa', che esiste una classe dirigente di qualità a livello periferico e centrale in grado di uscire dall'isolamento dopo anni di letargo e di impegno nelle retrovie e poi, all'ultimo, abdicare o ritirarsi perché non sufficientemente organizzati. Se così fosse, non potremmo non prendere atto del monito presente nell'Octogesima Adveniens che parlava di un "peccato di omissione " per denunciare l'assenza dei cattolici dall'agone politico.

 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, occorre prendere atto che la politica e' fatta di appuntamenti. Elettorali e non. E la prossima scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo, soprattutto in questa contingente fase storica, non può registrare l'assenza in Italia di una presenza politica popolare, riformista, democratica e cristianamente ispirata. E questo non solo per il sistema elettorale proporzionale che esalta la personalità delle singole forze politiche e la valenza del conseguente progetto politico, ma anche perché il contributo per una Europa comunitaria, democratica, federale e unita non può prescindere dall'apporto della cultura democratico cristiana e cattolico popolare e sociale. Non esserci equivarrebbe ad un atto di colpevole diserzione.

 

Ecco perché, ormai, siamo arrivati ad un bivio: o matura in modo serio, corretto e coraggioso una precisa assunzione di responsabilità politica in vista anche e non solo dei prossimi appuntamenti elettorali oppure si ritorna tristemente e passivamente nelle retrovie in attesa di nuovi e, ad oggi, imprevedibili avvenimenti.

 

 

Giorgio Merlo  

 


Cattolici popolari, é il momento della chiarezza
Postato da admin [05/12/2018 16:17]

Dunque, alcuni organi di informazione hanno annunciato, in termini un po' frettolosi, che sta per nascere un "partito dei cattolici". Come è noto a tutti, e non solo agli addetti ai lavori, il "partito dei cattolici", da Sturzo in poi, in Italia non è mai esistito. Infatti, il Ppi sturziano era un "partito laico, aconfessionale, di programma e aperto a tutti gli uomini liberi e forti". La Democrazia Cristiana, anche se per circostanze storiche e politiche raccoglieva il consenso della stragrande maggioranza dei cattolici italiani, non è mai stata un partito confessionale, o integralistico o di diretta provenienza di settori della Chiesa. Era, in effetti, " un partito di cattolici" e non "dei cattolici". La sua feconda e significativa esperienza cinquantennale ha sempre respinto quelle tentazioni. Per non parlare del Partito popolare italiano di Martinazzoli, nato in un momento drammatico per la storia del cattolicesimo politico italiano ma, comunque sia, profondamente ancorato alla tradizione del miglior cattolicesimo democratico e popolare. Dopodiché le alterne vicende del Partito democratico da un lato, o di Forza Italia e dell'Udc dall'altro, hanno segnato la fine e il tramonto di quella esperienza nella concreta dialettica politica nel nostro paese.

Ora, il voto del 4 marzo - e le successive consultazioni elettorali - ha segnato, in modo forse definitivo, il tramonto di quei partiti che, nel bene e nel male, avevano intercettato quote crescenti di elettorato riconducibile alla seppur variegata e composita area cattolica italiana. La trasformazione del Pd in un rinnovato Pds, con tanti saluti alla vocazione maggioritaria e alla natura plurale del partito da un lato e l'esaurirsi del ruolo politico di Forza Italia con l'irruzione e il protagonismo politico della Lega di Salvini dall'altro, ha chiuso una pagina che per 10/15 anni ha caratterizzato il confronto politico italiano. Di qui anche la l'archiviazione dei tradizionali campi politici, ovvero l'ex centro destra e l'ex centro sinistra. L'Udc non merita commenti perché è già scomparso da tempo.

Ed è proprio in questo contesto che emerge la necessità di ridare voce, sostanza e futuro ad una esperienza politica popolare, di ispirazione cristiana, riformista, democratica, laica e riconducibile alla grande tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale che nel nostro paese, nelle diverse fasi storiche, ha sempre giocato un ruolo significativo e decisivo. Un vuoto che è fortemente percepito in tutto il paese e che invoca una nuova rappresentanza a cui va data una riposta politica, culturale, programmatica e organizzativa.

Certo, e' positivo che ci siano molti sforzi in questa direzione. Ed è del tutto comprensibile, nonché giustificato, che ci siano svariati protagonismi. Personali e di gruppo. Ognuno, in buona fede, si sente depositario quasi esclusivo di questa nuova ed indispensabile rappresentanza politica futura. Ma, per evitare di cadere in spiacevoli equivoci, forse è opportuno ricordare almeno tre titoli.

Innanzitutto una nuova, e necessaria, esperienza politica popolare e di ispirazione cristiana non può essere l'emanazione di esigenze o di richieste ecclesiali. Il "partito dei cattolici" non rientra nella tradizione del cattolicesimo politico italiano. Non è mai esistito, e malgrado ripetute sollecitazioni di alcuni settori del mondo cattolico, difficilmente potrà decollare nel futuro.

In secondo luogo una nuova formazione politica popolare non può essere l'espressione di un solo gruppo, di una sola associazione, di un solo movimento e via discorrendo. La vera sfida è quella, come sempre capita in politica e nelle formazioni democratiche, di saper costruire una sintesi efficace e feconda tra le varie sensibilità presenti nell'arcipelago cattolico italiano. Nessun protagonismo, nessun esclusivismo e nessuna arroganza al riguardo. La fatica della "mediazione" - risorsa etica e culturale tipica della tradizione del miglior cattolicesimo democratico - e la costruzione della sintesi erano e restano gli ingredienti fondamentali per far decollare compiutamente questa nuova avventura politica.

In ultimo, e' perfettamente inutile continuare a lanciare reciproche accuse sul chi si è "venduto" a Berlusconi o alla sinistra. Se si continua a ragionare con gli schemi, ormai superati, della seconda repubblica inesorabilmente si compromette il disegno politico di un rinnovato protagonismo politico dei cattolici popolari e sociali. Schemi superati perché Forza Italia e il Pd sono irreversibilmente cambiati. Il Pd e' destinato a diventare, e già lo è, il nuovo Pds. Ovvero, il partito della sinistra italiana dopo aver archiviato definitivamente, questo si', il partito delle origini guidato da Veltroni.

Forza Italia, sul versante opposto - per modo di dire -, e' diventata un semplice gregario della Lega di Salvini. Semmai, e al contrario, la nuova e futura formazione politica popolare e cristianamente ispirata non potrà che essere autonoma con un proprio profilo politico definito e una identità altrettanto chiara e netta. E, soprattutto, dovrà essere un movimento collettivo e di massa, mettendo al bando i personalismi, i ridicoli protagonismi dei singoli e le benedizioni troppo interessate.

Giorgio Merlo

 


L'emotività allontana la democrazia
Postato da admin [01/12/2018 22:28]

L’EMOTIVITA’ ALLONTANA LA DEMOCRAZIA

Giannantonio Spotorno

Inclini alla meditazione e all'attesa, era difficile che i politici e i leader del passato cedessero alla megalomania o che, in preda all’emotività, ponessero la suggestione al posto dell’intelligenza; la politica, del resto, è prima di tutto capacità di osservare, dunque, di ragionare su quanto osservato.

La democrazia, si sa, vorrebbe la partecipazione del popolo ma nei decenni, se non nei secoli, si è preso atto che un popolo impreparato non può avere la democrazia, anzi è perfino accaduto che il potere politico si sia reso conto di quanto un popolo impreparato non sia in grado di osteggiarlo né preoccuparlo. Va da sé che l’istituzione politica abbia “puntato a incoraggiare” le caratteristiche impulsive del popolo che, pertanto, si dimostra sempre meno all’altezza di progettare e seguire strategie politiche foriere di azioni di rivalsa popolare in grado di contrastare le angherie del potere politico e delle strutture pubbliche che, via via, si fanno sempre più avide, arroganti, prepotenti e per nulla amiche del popolo. Il gioco è stato perfino semplice.

Giusto per iniziare da un punto nel tempo, per esempio, possiamo richiamarci a Guglielmo Giannini che negli anni Cinquanta, col suo “Uomo qualunque” e all’urlo di “Ci avete rotto le scatole”, è stato una sorta di precursore del più recente e frustrante “Vaffanculismo” di Beppe Grillo. Almeno dai decenni di mezzo secolo, il nostro popolo si allena a sostituire l’intelligenza con l’emotività ed è così costante in questa involuzione culturale, che ormai basta davvero molto poco per suggestionarlo e prenderlo in giro.

Nella sciocca illusione del “concreto e subito”, molti confondono la spacconeria col coraggio e si lasciano influenzare da certa ingannevole coreografia di parole. In una tale perdita delle difese immunitarie della capacità di ragionare e di vedere le cose per quello che sono, è ovvio che la stessa politica si sia camuffata da democrazia e abbia iniziato a presentare le più infami truffe istituzionali, con parole che ingannano il cuore limitandogli la collaborazione col cervello.

Thomas Eliot affermava che l’ultima caratteristica a morire nell’uomo sia il pensare bene di se stesso, dunque, può accadere che una società vessata dal plagio, sia convinta d’essere libera. Urlatori e fanfaroni non sono portatori di forte personalità né dei “duri”, come amano sentirsi. Sono invece dei ciarlatani che trovano sostegno nella facile suggestionabilità di quella parte di popolo emotiva che li immagina come dotati di raro coraggio e indole rivoluzionaria. Non può esistere successo nella superficialità e non esiste impegno né lavorativo né sportivo né progettistico né politico né di nessun tipo, che possa condurre al successo e alla vittoria se non dietro una lunga, profonda e competente preparazione. La facile suggestionabilità è caratteristica delle prede di un potere politico inetto, malvagio, avido e corrotto.

1 Dicembre 2018

 


Chi sono i moderati e chi li rappresenta ?
Postato da admin [01/12/2018 07:25]

 


 

In un recente articolo, Alberto Leoni si chiedeva: I moderati in Italia esistono ancora? E chi li rappresenta se esistono?

 

Lo stesso autore parlando di questa categoria speciale che, a suo dire, sembrerebbe “scomparsa dalla scena sociale italiana”, ne dava questa rappresentazione: “Certamente i moderati sono quelli che non urlano, che amano le buone maniere; sono ovviamente anche quelli che hanno qualcosa da perdere: una occupazione, una professione, una casa in proprietà, un po' di risparmi, un tenore di vita considerato nella media del nostro contesto culturale. Non sono certo ricchi ma hanno una dignitosa qualità di vita. E vogliono la coesione sociale, hanno piacere se imprenditori e lavoratori collaborano, se nascono sostegni alla povertà, se si pensa ai giovani; pagano le tasse, magari senza salti di gioia, ma non si sognano di fare la fatica di portare all'estero i loro soldi. Alla fine, pur inveendo contro uno Stato vessatore, sono consapevoli che ospedali, scuole, ordine pubblico, assistenza ai bisognosi hanno bisogno dei soldi della tassazione. “

 

Quello di “moderati” é un concetto un po’ troppo generico, se riferito a una variegata e complessa classe sociale che, nella mia teoria euristica dei “quattro stati,” ( la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non stato)  ho tentato di collocare  tra quella del “terzo stato produttivo” : piccoli e medi imprenditori, agricoltori,  commercianti, artigiani, professionisti  e quella dei “diversamente tutelati”: molta parte dei dipendenti pubblici e dei pensionati ex appartenenti al settore pubblico e a quello produttivo di cui sopra.

 

Non v’è dubbio che, nel tempo della disintermediazione iniziato con la spettacolarizzazione della vicenda politica italiana, con l’avvio della cosiddetta seconda repubblica, sino al governo Renzi e successivi, con l’affermarsi di partiti sempre più dal carattere leaderistico e la progressiva sotto stima sino all’irrilevanza dei corpi intermedi, quelli che Leoni connota come “i moderati”, persi gli strumenti di mediazione delle loro organizzazioni sociali, o quanto meno privati della loro capacità efficiente ed efficace di mediazione, si ritrovino orfani anche dei riferimenti politici.

 

Quei riferimenti politici, che nella “Prima Repubblica” erano garantiti da un partito interclassista come la DC e, per certi versi, anche dal PCI con le loro organizzazioni sociali di riferimento, insieme agli altri partiti  delle antiche culture politiche laiche, liberali e riformiste italiane, non esistono più, spazzati via dai loro errori, dalle inchieste di “mani pulite” e dal tam tam mediatico che da quella distruzione ci hanno portato all’attuale deserto delle culture politiche in Italia.

 

Un deserto nel quale, la frustrazione e la rabbia dei quattro stati, ha generato, da un lato, la disaffezione, sino alla renitenza al voto della metà del corpo elettorale e per l’altra metà, all’affermazione della cultura sovranista e nazionalista personificate dal M5S e dalla Lega.

 

Il terzo stato produttivo, in larga parte del quale si collocano i cosiddetti “moderati”, in realtà tra le categorie più arrabbiate e desiderose di serie riforme politico istituzionali, dopo la sbornia liberale annunciata e mai realizzata dal Cavaliere e la sintonia, specie per quelli del Nord, con la Lega di Bossi, attualmente o si ritrovano tra gli orfani dei renitenti al voto, o tra coloro che, dopo il voto a Salvini, stanno mugugnando contro le scelte del governo giallo verde, espressione del peggior  trasformismo politico della storia italiana.

 

Ed è proprio partendo da questa realistica valutazione della situazione politica italiana ed europea, che abbiamo deciso di continuare la nostra lunga e mai sospesa battaglia per la ricomposizione politica dell’ area cattolico popolare.

 

Riteniamo, infatti, che in questa fase di dominio del turbo capitalismo finanziario a livello internazionale, europeo e italiano, ci sia assoluta necessità di una cultura politica ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano. In alternativa al dominio del potere degli hedge funds anglo caucasici-kazari, padroni della city of London, con residenza fiscale nello stato USA del Delaware a tassazione zero, controllori di tutte le più importanti banche centrali, compresa la BCE, e, di fatto, della stessa vita democratica di molti Paesi nel mondo, sia indispensabile riproporre politiche ispirate ai principi della dottrina sociale della Chiesa; quelli della sussidiarietà e della solidarietà e politiche economiche proprie dell’economia civile e sociale di mercato.

 

Nasce da questa consapevolezza e non da regressivi sentimenti nostalgici il nostro impegno per la ricomposizione dell’area democratico  cristiana, a partire dal rilancio politico della DC storica, “ partito mai giuridicamente sciolto”, oggi guidato da Renato Grassi, impegnati a rimettere insieme tutte le diverse frazioni DC figlie della diaspora sucida iniziata nel 1992-93, per concorrere, sin dalle prossime elezioni europee, a costruire un “patto programmatico federativo” con altre realtà culturali ispirate anch’esse dai valori dell’umanesimo cristiano e che si ritrovano unite nel Partito Popolare Europeo.

 

In alternativa ai sovranisti e ai nazionalisti, noi ci batteremo per il rilancio di un’Europa federale  dei popoli e delle nazioni, secondo i principi ispiratori dei padri DC fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman, sui quali lo stesso PPE dovrà essere riallineato.

 

E all’amico Alberto Leoni vorrei dire: spes contra spem, noi intendiamo batterci per ridare una speranza ai ceti medi produttivi e alle classi popolari del nostro Paese e dell’Europa, in continuità con la migliore tradizione della Democrazia Cristiana.

 

Ettore Bonalberti

V. segretario nazionale della DC- dirigente ufficio esteri

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Venezia, 29 Novembre 2018

 

 



 


E' aperto il nuovo tesseramento alla DEMOCRAZIA CRISTIANA
Postato da admin [25/11/2018 19:43]



Per informazioni cliccare sul sito http://www.democraziacristiana.cloud

Per ulteriori informazioni si può fare riferimento al responsabile del dipartimento organizzativo, Antonio Fago (segr.antoniofago@libero.it) e al  capo della segreteria del partito, Salvatore Pagano (segrenazionaledc@gmail.com ).

Per iscriversi clicca su uno degli allegati, che si trovano in fondo alla pagina:

Modello di adesione vecchi soci

Modello di adesioni nuovi soci

 

REGOLAMENTO PER IL TESSERAMENTO 2018/19

ALLA DEMOCRAZIA CRISTIANA

Il tesseramento alla Democrazia Cristiana per il 2018/19 è aperto dal 10.11.2018

 

Art. 1  -  Condizioni per aderire al Partito

  1. Per aderire al Partito bisogna sottoscrivere e presentare la domanda di adesione versando contestualmente la quota di iscrizione. L’importo (art.4 dello Statuto) da versare per la tessera è stato fissato dalla Direzione Nazionale per l’anno 2018/19 in € 10,00 (dieci euro).

  2.  La quota di iscrizione deve essere versata alla Segreteria Nazionale del Partito sul conto corrente bancario intestato alla D.C. presso Banca BPER Ag.  di Piazza del Parlamento - Roma

    IBAN: IT04K0538703225000002990058      

        c)    La quota versata da chi ha presentato la domanda di adesione che non sarà                                              accettata dalla Commissione Centrale per il controllo del tesseramento, sarà               restituita all’interessato.

 

Art. 2 -  Requisiti per l’adesione

  1. Essere cittadino italiano e aver compiuto 16 anni di età.

  2.  rispettare il codice etico e quanto richiesto dallo Statuto vigente del Partito.

  3.  Sottoscrivere la dichiarazione liberatoria di consenso per la gestione dei dati personali      contenuti nella domanda di iscrizione ai sensi del D.R. 196/2003 art.13.

  4.  La ratifica conclusiva del tesseramento è affidata alla Commissione Centrale per il controllo del tesseramento.

 

Art. 3  -  Diritti del socio

      Ogni socio ha diritto:

  1. a partecipare all’attività del Partito, a contribuire alla determinazione della linea politica, a concorrere all’elezione degli organi statutari, al dibattito interno e all’elaborazione della linea programmatica.

  2. a frequentare le sedi del Partito liberamente durante la loro apertura ordinaria.

  3. I nuovi soci acquisiranno il diritto all’elettorato attivo e passivo decorsi trenta giorni dalla presentazione della domanda di iscrizione

 

Art. 4  – Modalità

  1. La domanda di iscrizione, unitamente alla fotocopia del documento di identità e alla copia del versamento effettuato, deve essere sottoscritta dall’aspirante socio e spedita, sino alla costituzione degli organi locali, alla Segreteria Nazionale del Partito sita in Piazza del Gesù n.46 - 00186 - Roma o all’indirizzo di posta elettronica “segrenazionaledc@gmail.com”

  2.  Le domande di iscrizione possono essere raccolte anche nel corso di incontri e manifestazioni proposte ai vari livelli territoriali dal Partito. Ai fini di semplificare le procedure e ridurre i costi, le domande di iscrizione possono essere presentate in gruppi separati non superiori a 10 (dieci) sottoscrittori e trasmesse, con versamento cumulativo effettuato da uno degli aspiranti soci, unitamente all’elenco relativo degli altri nove.

    Modalità diverse, renderanno nulla la richiesta di adesione presentata.

  3. Il cambiamento di residenza anagrafica comporta il trasferimento d’ufficio dell’iscrizione del socio dal comune di origine a quello di nuova competenza.

  4. I Soci iscritti nel ‘92/’93 e riconfermati nell’elenco dei partecipanti con diritto di voto al XIX Congresso Nazionale, svoltosi a Roma il 26 settembre 2018, dovranno, pena decadenza, riconfermare l’adesione al Partito entro il 31.12.2018 con le stesse modalità previste per i nuovi soci.

  5. Attraverso un avviso pubblico sulla Gazzetta ufficiale, riportato sul sito del partito, sarà rinnovato l’invito a tutti gli iscritti del 92/93 a riconfermare l’adesione alla Democrazia Cristiana per l’inserimento a pieno titolo nell’elenco soci del partito con le stesse modalità enunciate al punto d). Trascorso il termine (31.12.2018) fissato per la riconferma delle adesioni, relativo ai vecchi soci, le iscrizioni al partito saranno regolamentate dall’ordinaria procedura prevista per l’adesione dei nuovi soci, approvata dalla Direzione Nazionale nella seduta del 10.11.2018 e pubblicata sul sito del partito: www.democraziacristiana.cloud.

  6. I consiglieri nazionali della regione, costituiti in comitato di coordinamento, potranno, vigilando sulle procedure, promuovere e supportare le iniziative finalizzate a sollecitare l’adesione alla Democrazia Cristiana.

 

   Art. 5  -  Ricorsi

Per dirimere eventuali controversie che dovessero insorgere, l’organo competente è la Commissione Centrale per il controllo del tesseramento.

Roma 10.11.2018

 

 

 
Allegati
 Modello di adesione vecchi iscritti
 Modello di adesione nuovi iscritti
 


Roma, Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana
Postato da admin [28/10/2018 19:18]


Si è riunito a Roma, Sabato 27 Ottobre 2018, il Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana che ha eletto Gianni Fontana presidente del consiglio nazionale della DC, il segretario amministrativo, Nicola Troisi  e la Direzione nazionale del partito.

Il Consiglio nazionale a conclusione dei lavori ha approvato all’unanimità la relazione del segretario nazionale Renato Grassi e l’allegato documento politico.

 

Documento politico approvato dal CN della DC il 27 Ottobre 2018

 

Il Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana si è riunito a Roma, Sabato 27 Ottobre 2017 presso l’auditorium della basilica di San Lorenzo in Lucina, dopo lo svolgimento del XIX Congresso nazionale il 14 ottobre scorso.

Gianni Fontana è stato eletto  Presidente del Consiglio Nazionale e il dr. Troisi Nicola , Segretario amministrativo, rappresentante legale del partito.

Il Consiglio  nazionale, udita la relazione del segretario politico nazionale Renato Grassi, l’approva.

Nell’attuale deserto delle culture politiche, la crisi di tutti gli schieramenti tradizionali che hanno caratterizzato la vicenda della seconda repubblica, la guida del paese affidata a una maggioranza trasformistica non votata dagli elettori e frutto del compromesso tra due movimenti espressioni di interessi contrapposti e di valori unificati dalla comune volontà sovranista con tinte di un nazionalismo anacronistico che, con l’isolamento dell’Italia sta portando il Paese in una situazione disastrosa per i ceti medi produttivi e le classi popolari,

la Democrazia Cristiana, erede della cultura dei padri fondatori popolari : Sturzo, Donati, Miglioli e Grandi e dei democratici cristiani: Alcide De Gasperi, La Pira, Aldo Moro, Giulio Andreotti e Amintore Fanfani, intende  ripartire dal codice etico di Guido Gonella aggiornato al nuovo tempo della globalizzazione, avviando da  subito il tesseramento al partito su scala nazionale per ricostruire la presenza politica dei cattolici democratici in Italia.

Tutti i giovani, le donne e gli uomini “liberi e forti” che credono nel valore della libertà e nella necessità di difendere e attuare la Costituzione Repubblicana, nella necessità di adottare politiche economiche e sociali ispirate dai principi della solidarietà e sussidiarietà proprie della dottrina sociale cristiana, potranno partecipare alle attività che la DC intende organizzare in tutti i comuni italiani dei “cenacoli popolari”; luoghi di sperimentazione della partecipazione,aperti al dibattito e deputati alla selezione della nuova classe dirigente locale, regionale e nazionale.

Unanime la volontà di concorrere alla riforma dell’Unione europea per superare i condizionamenti che la finanza internazionale ha sin qui imposto, con l’introduzione di regole inique e illegittime come il fiscal compact, per riportare l’Unione ai principi e ai valori dei padri fondatori democratici cristiani: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman.

L’Europa delle nazioni e dei popoli resta l’obiettivo primario dei democratici cristiani in alternativa a tutti gli elementi di disgregazione che, in tutte le sedi, vengono portati avanti dagli attuali partiti di governo.

Il consiglio nazionale della DC, raccogliendo gli appelli di papa  Benedetto XVI e papa Francesco sulla necessità dell’impegno politico dei cattolici, recentemente ribadito dal presidente della CEI, card Bassetti,  fa appello a tutti i movimenti, le associazioni, ai gruppi di ispirazione cattolica, agli organismi associativi dei corpi intermedi,  affinché concorrano con la DC alla ricomposizione dell’area cattolica e popolare italiana, sul piano dell’assoluta autonomia, come componente centrale dello schieramento politico italiano, che intende assumere il lavoro, la partecipazione politica dei lavoratori nella gestione delle imprese, la valorizzazione del lavoro autonomo, dei commercianti, artigiani, agricoltori, liberi professionisti, dei dipendenti di tutti i servizi pubblici e tutta la realtà del terzo stato produttivo,  autentico motore dello sviluppo economico dell’Italia, come l’obiettivo primario della proposta politica della DC.

L’occupazione giovanile e la questione dello sviluppo del Sud saranno assunte come prioritarie e  oggetto speciale della prossima conferenza organizzativa nazionale che si terrà entro il mese di dicembre, alla quale saranno invitate con tutte le associazioni dell’area cattolica e popolare le migliori intelligenze della cultura cattolica e democratica italiana.

Dalla conferenza la DC, come nella sua migliore tradizione,  intende redigere un manifesto politico programmatico interprete dei bisogni della società nell’età della globalizzazione e dell’era digitale, per riportare il Paese al livello garantito dalla DC storica facendola diventare il 6° Paese industriale del mondo.

Primo appuntamento elettorale le imminenti elezioni per il rinnovo del parlamento europeo dove la DC, rivendicando in tutte le sedi istituzionali  l’uso esclusivo dello storico scudo crociato, si batterà per candidati dalla specchiata moralità e seria competenza nelle cinque circoscrizioni elettorali.

Il consiglio nazionale ha eletto la nuova direzione nazionale già convocata per il prossimo 10 Novembre per assumere tutte le iniziative annunciate dal segretario Renato Grassi e per por fine ai contenziosi che hanno colpevolmente sin qui caratterizzato la lunga stagione della diaspora democratico cristiana, alcuni dei quali già positivamente avviati come quelli con gli amici soci del 1992-93.

Avanti dunque da “Liberi e Forti”, un appello che rivolgiamo agli elettori che hanno sin qui disertato le urne, ai tanti stanchi e delusi delle esperienze sin qui vissute negli schieramenti tradizionali della destra e della sinistra in crisi irreversibile.

Una conferenza stampa sarà organizzata entro pochi giorni per la presentazione del nuovo codice etico della democrazia cristiana che ogni iscritto dovrà adottare  con l’impegno sturziano  a “servire la politica e non  servirsi della politica”.

La direzione nazionale del prossimo 10 novembre darà indicazioni precise sulle modalità per avviare la sperimentazione dei “cenacoli popolari” che saranno caratterizzati dalla più ampia autonomia gestionale su base territoriale locale.

 

Roma,27 Ottobre 2018

Cordiali saluti

 

Ettore Bonalberti- Consigliere nazionale DC

 

 

 


La Lega riapre la porta a Berlusconi
Postato da admin [21/08/2018 10:54]

Nelle lunghe estati calde della politica i dibattiti ferragostani, molto spesso, hanno avuto lo stesso effetto dei temporali. Una rapida rinfrescata e via, tutto come prima. Ma questa volta no. E non tanto per quello che dobbiamo definire, solo per dovere di cronaca e con il massimo rispetto per le vittime, l’effetto Genova (ovvero la tragedia del ponte Morandi), quanto per il manifestarsi all’interno dell’opinione pubblica di correnti di pensiero nette e chiare come non  succedeva da tempo. Fuor di metafora il dramma che ha scosso l’Italia, e continuerà a farlo a lungo, è come se avesse rimesso in moto le palline del biliardo della politica, ferme dal giorno in cui la maggioranza giallo verde ha consegnato al Paese il governo Conte. L’esecutivo in carica ha congelato gli schieramenti, cristallizzando le logiche correntizie. Con il ponte sono crollati anche i muri e i muretti che dividevano vecchi e nuovi alleati. E se il Pd, ormai ridotto ad essere l’ombra di se stesso, pur di ritrovare una strada da percorrere va pensando all’ennesimo Nazareno, idea tanto suggestiva quanto fuori dalla logica del tempo che viviamo, il centrodestra ha riesumato gli attrezzi della coalizione che sembrava perduta. E non tanto nella formazione classica, quanto in una versione a due, Lega-Forza Italia, in grado di arginare lo strabismo del Movimento 5 stelle, ondivago e ondeggiante dopo i fatti i Genova. Per comprendere meglio il senso di questo ritorno di fiamma fra Berlusconi e Salvini occorre fare un modesto passo indietro. Subito dopo la tragedia ligure, avendo capito la portata dei fatti, i grillini hanno effettuato una brusca frenata con rapida inversione di marcia. La politica del no a prescindere è finita nel freezer, congelata dai fatti e dal montare della rabbia fra la gente. Gronda (il percorso alternativo per superare il capoluogo ligure), revoca delle concessioni, grandi opere da fare in fretta, non sono più un tabù ma una necessità. Un prezzo da pagare alla realtà. La Lega, dal canto suo, non ha fatto nessuna fatica a collocarsi laddove era necessario essere. Tutto ciò, in fondo, è nel suo Dna. Come in quello di Forza Italia.

Dunque non stupisce affatto se al Meeting di Rimini il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, nel suo intervento dal palco della kermesse, ha fornito alla platea molti elementi su cui riflettere. Parlare oggi di riforme costituzionali, di lavori da fare e di elezione diretta del capo dello Stato significa riaprire la porta a Berlusconi. Il quale, ovviamente, non è chiamato ad entrare in maggioranza, ma a dare sostanza, e sostegno, all’azione del governo. Non c’è, sia chiaro, all’orizzonte un Nazareno di Pontida né tantomeno di Palazzo Grazioli, ma una sorta di appendice al contratto di governo certamente si. Soprattutto in vista della prossime europee. Che la Lega vuol vincere in modo netto, modello Pd renziano, in modo tale da svincolarsi. Solo allora Salvini potrà davvero fare a meno di Berlusconi. Non prima. E volendo avere in mano le redini dei gioco, il leader della Lega non può che marcare a vista il capo degli azzurri. Lasciarlo libero potrebbe compromettere tutto. Soprattutto nel caso in cui “La banda Toti” dovesse consumare davvero lo strappo finale. Sarà un caso ma proprio ora i grillini sono tornati ad attaccare a testa bassa tanto il Pd quanto Forza Italia, addossando loro le colpe dei presunti favori che sarebbero stati fatti agli azionisti di maggioranza delle società autostrada. Un buon pretesto per regolare vecchi e nuovi conti. Sostiene la Ronzulli che le radici e il futuro di Forza Italia sono nel centrodestra e che gli azzurri sono alternativi sia al Pd che ai 5 stelle. Tecnicamente ha ragione, ma il tecnicismo è stato superato da tempo dal tatticismo. E la Ronzulli finisce solo con il proporre un tema da scuola media. Al punto che Giorgetti, partendo proprio dal fatto che il primo leader a saltare le istituzioni per parlare direttamente alla gente è stato Berlusconi, replica con una tesi accademica: "Il Parlamento non conta più nulla perché non è più sentito dai cittadini che lo vedono come luogo dell'inconcludenza della politica. E se continuiamo a difendere questo feticcio della democrazia rappresentativa - ha aggiunto sulla falsariga di quanto aveva detto in passato Casaleggio - sbagliamo e non facciamo un bene alla stessa democrazia". E poi: "Se non si riformano le Istituzioni si fa in fretta a buttare via tutto quanto. Il Parlamento e tutto quello che viene dietro. Non è uno dei titoli del contratto di governo. E dico purtroppo. Quello che accade attorno ai palazzi di Roma ci sta travolgendo e allora sì che ci sarà un pericolo per la democrazia che potrà diventare serio". A Genova non è crollato solo un ponte ma molti piloni della vecchia politica. Che adesso deve fare in fretta. A ricostruire tutto. Presto e bene, magari.

ENRICO PAOLI

 


Primo elenco dei viadotti, cavalcavia e ponti sui quali é opportuno ispezioni e verifiche
Postato da admin [21/08/2018 10:44]


16 agosto 2018

BLOCCO DEI MEZZI PESANTI SU TUTTI I VIADOTTI A RISCHIO PER 30 GIORNI, STOP AI PEDAGGI, RISARCIMENTO ENTRO 90 GIORNI AI CITTADINI DANNEGGIATI E RICOSTRUZIONE DEL PONTE IN 5 MESI

DIFFIDATI I PREFETTI DELLE ZONE CON CAVALCAVIA O VIADOTTI A RISCHIO. IL CODACONS CHIEDE VERIFICHE CONGIUNTE GENIO MILITARE/GESTORI PER ACCERTARNE LA SICUREZZA. ECCO UNA LISTA DELLE INFRASTRUTTURE DA MONITORARE

Blocco dei mezzi pesanti su tutti i viadotti a rischio per 30 giorni, così da dare modo ai tecnici di provvedere alle necessarie verifiche sullo stato e la sicurezza delle infrastrutture. E impiego del genio militare – non di privati – per realizzare a stretto giro le verifiche necessarie insieme ai gestori, così da minimizzare l’impatto sul traffico. Queste le richieste del Codacons all’indomani della tragedia che ha toccato Genova e l’Italia intera.

Il Codacons ha deciso di diffidare i prefetti delle zone con cavalcavia o viadotti a rischio. Ai prefetti, quindi, chiamati in causa quali responsabili diretti della sicurezza pubblica, l’Associazione chiede di disporre un blocco “temporaneo” per alleggerire il traffico sui viadotti a rischio: una necessità che s’impone alla luce dei fatti per dar modo di svolgere un’attenta opera di monitoraggio e valutazione del rischio, con disagi minimi per l’economia e il commercio (vista la possibilità per gli autotrasportatori di individuare percorsi alternativi, come accade normalmente allorché i sindaci vietano il passaggio dei TIR nel loro Comune).

L’Associazione, inoltre, chiede di imporre alla società Autostrade di ricostruire il ponte in cinque mesi e risarcire entro 90 gg tutti i cittadini che abbiano subito danni, di qualsiasi genere, dal crollo della struttura. Infine, il Codacons chiede di sospendere con decreto – per un mese e fino al termine degli accertamenti – tutti i pedaggi autostradali.

Il Codacons mette il suo staff legale a disposizione dei genovesi che intendano chiedere i danni e di tutti i cittadini in tutte le Regioni che vogliano segnalare situazioni di ponti e viadotti a rischio. Per contattare l’Associazione basta scrivere all’indirizzo info@codacons.it, o – dal 20/8 – contattare il numero verde 800.582493.

Ecco un primo elenco dei viadotti, cavalcavia e ponti sui quali è opportuno svolgere ispezioni e verifiche:

Abruzzo

Viadotti A24-A25 di Popoli, Svincolo Bussi, Tornimparte

A25 nel tratto che collega Pratola Peligna a Cocullo

Tutti i viadotti autostradali A24 e A25

Basilicata

Viadotto “Carpineto I” di 241 metri sul raccordo autostradale Potenza-Sicignano

Ponte San Nicola di Palazzo San Gervasio

Calabria

4 Viadotti Fiume Mesima A2 tra Rosarno e Mileto pericolanti e sotto sequestro

Variante 106 tratto A

Ponte Morandi, Catanzaro

Viadotto Cannavino (Celico – Cosenza)

Ponte Cannavino SS107 tra Paola e Crotone

Ponte Petrace SS18 tra Gioia Tauro e Palmi

Campania

Viadotto Manna, Ariano Irpino

Ponte alla foce del fiume Sele SP 175

A2, Viadotto Castellammare

Salerno, viadotto Gatto

Vietri, Viadotto Vietri

Napoli, Ponte di Carmiano tra S. Maria la Carità e Gragnano

Castellammare, viadotto San Marco

Emilia-Romagna

Viadana-Borretto, Ponte sul Po

Colorno-Calsalmaggiore, Ponte sul Po

Ragazzola-San Daniele, Ponte sul Po

Lazio

Viadotto A12 Roma-Civitavecchia, tra Civitavecchia e S. Marinella

Roma, viadotto della Magliana

Civitavecchia, Ponte Via Braccianese Caudia

Liguria

Cairo Montenotte, Viadotto A6 Ferrania

Lombardia

Lecco, Cavalcavia Isella

Como, Viadotto dei Lavatoi

Milano-Meda, Ponte 14 all’altezza di via San Benedetto a Cesano Maderno (Km 140+228)

Milano-Meda, Ponte 12 all’altezza di via Alessandro Manzoni, Cesano Maderno (Km 139+318)

Milano-Meda, Ponte 10 all’altezza di via Maestri del Lavoro a Bovisio Masciago (Km 138+913)

Milano-Meda, Svincolo 26 (Km 142+974)

Ponte di Legno, Viadotto

Piemonte

Priero, Viadotto A6 Chiaggi

Fossano, Viadotto A6 Stura di Demonte

Autostrada Savona-Torino, all’altezza di Cadibona

Viadotto A6 tra Altare e Ferrania

Puglia

SS16 bis Viadotto, Trani

Sardegna

Cavalcavia SS131, Mesu Mundu

Sicilia

Autostrada Catania-Palermo, ponte Simeto

Agrigento, Viadotto Morandi

Porto Empedocle, ponte Spinola

Porto Empedocle, ponte Salsetto

porto Empedocle, ponte Zubbie o Re

Ponte sulla statale 18 tra Gioia Tauro e Palmi e quello

Ponte sulla statale 107

Strada statale 626 Caltanissetta Gela (100m da Capodarso)

Ponte sul fiume Gornalunga lungo la S.P. 74 è in prossimità dei territori comunali di Belapasso, Motta S. Anastasia, Paternò e Palagonia

Toscana

Firenze, Ponte Vespucci

Pontedera, superstrada che collega via dei Panieracci a via del Podere, nella frazione di Gello

Friuli

Prato Carnico, ponte sul Degano

 


Esposto presentato dal dr Govoni al Procuratore capo della Repubblica di Genova
Postato da admin [19/08/2018 18:16]


Esposto. Alla c.a dell’illustrissimo Procuratore Capo

 

Pazzesco:  Ponte A10, Autostrade Spa non avrebbe  in realtà mai speso nulla per la manutenzione ordinaria e straordinaria.

 Gli speculatori internazionali incassano miliardi di euro di pedaggi ogni anno, ma il governo li aveva sollevati  anche dallo sostenere un euro di costo per svolgere la manutenzione ordinaria e straordinaria. 

Autostrade Spa inoltre è il controllore di se stessa (!) per la verifica della sicurezza della rete autostradale  in concessione.

 

I  guadagni di Autostrade per l’Italia  Spa (detta anche ASPI spa o Autostrade Spa)  sarebbero netti in base alla convenzione stipulata nel 2002 (Governo Berlusconi) tra il Ministero dei Trasporti ed Anas Spa che imputerebbe i costi di manutenzione ordinaria e straordinaria della rete stradale e autostradale di interesse nazionale alla sola ANAS e quindi allo Stato Italiano.

 

 Infatti,  il decreto legge n.461/29.10.1999 (Governo D ‘Alema) aveva INCREDIBILMENTE individuato anche autostrade PRIVATIZZATE nel 1999, come l’ A10 della Liguria, nella rete autostradale di interesse nazionale.



La relazione finanziaria depositata da ASPI Spa  porta a consuntivo incassi negli ultimi due anni (2016-2017) di circa 7 miliardi di euro di pedaggi autostradali.

 

Nel 2007 il Ministro dei Trasporti Di Pietro aveva rinnovato l’accordo tra Anas e Autostrade per l’Italia Spa, possibile che non si sia accorto che il decreto D’Alema, richiamato nella convezione del 2002 tra il MIT e Anas, comprendesse anche autostrade già privatizzate tra le autostrade di interesse nazionale da manutentare da parte di Anas,  a  carico quindi dello Stato italiano e dei Suoi cittadini?

La superficialità dei  Ministri italiani giunge a questo punto?   

 

L’allora Ministro  Enrico Letta, furbescamente, pose con decreto,  la possibilità di aumentare i pedaggi non solo in rapporto agli interventi cantierari già avvenuti ( interventi pagati da Anas, ma pedaggi incassati da ASPI Spa!),  ma anche quelli che si pensava sarebbero stati realizzati nei prossimi anni.

 Il Ministero dei Trasporti con Del Rio, furbescamente, non ha voluto desecretare anche i Piani Finanziari che giustificherebbero gli aumenti dei pedaggi già verificatisi.

 

 Nel 2017 il presidente del Consiglio Renzi, sempre con decreto LEGISLATVO (NO decreto- legge) in questo modo saltando furbescamente  il parere del Parlamento,    furbescamente proroga e senza l’obbligatoria gara,  le concessioni autostradali a Autostrade per l’Italia Spa.

 

Letta siede ora nel CDA di Albertis , la società privata che ha ottenuto la concessione delle autostrade spagnole neo privatizzate, che sta per essere acquistata per 16 miliardi di euro  da Atlantia (che è azionista all’88% di ASPI Spa) avendo ottenuto a Luglio 2018 il parere positivo all’acquisto da parte  della Comm. UE.   

 

 

 

 

D'Alema  (GOVERNO PD ) nel 1999 dopo aver privatizzato la quasi totalità delle autostrade italiane,  sottraendo allo Stato italiano e ai Suoi cittadini l'introito dei pedaggi, ha  infatti incluso INCREDIBILMENTE sempre nel 1999,   nella rete autostradale e stradale soggetta a manutenzione e vigilanza di Anas,  anche alcune  autostrade privatizzate,  tra cui l'A10, sul cui tratto è crollato il ponte Morandi. 

 

 I costi di Anas,  pur essendo divenuta nel 2002 una Spa,  sono ovviamente coperti dal bilancio statale sulla base dei   preventivi di costo che Anas Spa inoltra al Ministero dei Trasporti trimestralmente, come comprovato  dalla Convenzione tra MIT e Anas Spa in allegato, firmata nel 2002 (governo Berlusconi)  per ANAS S.p.A. dal Presidente Dr Ing Vincenzo Pozzi     e per Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, dal  Capo del Dipartimento per le opere pubbliche e l’edilizia, dr Marcello Arredi . 

 

Possibile che il governo Berlusconi non si sia accorto che tra le reti autostradali di interesse nazionale su cui doveva effettuare manutenzioni Anas Spa  a SPESE DELLO STATO per effetto della Convenzione suddetta,  vi fossero  anche autostrade privatizzate dal governo PD  nel 1999 come l’A10 e incluse INCREDIBILMENTE dal  decreto D’Alema del 9 dicembre 1999 tra le reti autostradali e stradali di interesse nazionale?  

 

Insomma gli uni l’hanno  fatta e gli altri l’hanno completata,  a vantaggio di speculatori internazionali e forse di loro stessi .

 

Possibile che un ex Ministro dei  Trasporti intervistato in Tv non sapesse che Anas Spa  si sobbarca, sempre a carico dello Stato italiano e dei Suoi cittadini, dal 2002 le spese di manutenzione ordinaria /straordinaria anche di autostrade privatizzate dal 1999?

 

Quanti miliardi di euro di soldi pubblici sono stati spesi di manutenzione ordinaria e straordinaria dal 2002 sotto il falso mantello di una Spa  (Anas Spa) per autostrade  privatizzate nel 1999?

 

In allegato anche il decreto D'Alema del 9 dicembre 1999 pubblicato sulla G.U.  con cui il governo PD incredibilmente conferisce ad Anas Spa il compito di effettuare manutenzioni ordinarie e straordinarie  anche su reti  autostradali privatizzate.

 

 D'Alema (governo Pd ) infatti individua tra le reti autostradali su cui Anas Spa deve effettuare manutenzione ordinaria e straordinaria anche INCREDIBILMENTE  l'A10  , un autostrada privatizzata  nel 1999 dallo stesso governo PD.

 

 

I miliardari pedaggi annui  dell'A10,  nota anche come autostrada dei Fiori, una delle autostrade con più elevato traffico in Italia,  sono stati infatti incassati dalla società privata  Autostrade per l'Italia Spa (ASPI Spa).

 

 

Il ponte crollato, il ponte Morandi,   è sull'A10, autostrada ottenuta infatti  in concessione da Autostrade per l'Italia Spa (ASPI Spa), una società privata con grandi azionisti privati,  che hanno incassato circa  3,6  miliardi di euro di pedaggi nel 2017, come dimostra l'estratto della Relazione finanziaria anno 2017 di Autostrade per l'Italia Spa, in allegato.

 

 Autostrade per l'Italia Spa ha realizzato solo circa  1 miliardo di  euro di utile nel 2017, a fronte di 3,6 miliardi di euro pedaggi incassati nel 2017. 

 

Se non sostenesse  costi di manutenzione ne ordinaria, ne straordinaria,  in quanto grazie al decreto D'Alema vengono sostenuti da Anas ossia dallo Stato italiano, 2,6 miliardi di euro è il costo del personale ? Dovrebbe avere circa 86.000 persone alle sue dipendenze a 30.000 euro di costo medio per dipendente.

 

I giornali e Rai New affermano che negli ultimi cinque anni Autostrade per l’Italia Spa avrebbe incassato circa 5 miliardi di euro pedaggi e “ spesi”  2,1 miliardi euro.

 

  Il dato non è corretto :

dalla Relazione Finanziaria depositata dalla stessa ASPI Spa risulta che ASPI Spa ha incassato negli ultimi due anni (2016-2071) circa 7 miliardi di euro di pedaggi  e i 2,1 miliardi di euro “spesi negli ultimi cinque  anni “  di manutenzione ordinaria e straordinaria,  per effetto della Convenzione del 2002   tra Mit e  Anas Spa , NON SONO STATI SPESI DA  ASPI  Spa,  ma da ANAS,   a carico quindi ancora dello STATO ITALIANO E DEI SUOI CITTADINI.

 

 

La verifica della sicurezza della autostrade date in concessione ad Autostrade per l’Italia Spa (ASPI Spa)  non spetta all’ente pubblico (Autorità di Regolazione dei Trasporti-Art) creato con decreto legge nel 2011 (ma operativo dal 2013 essendo il collegio stato nominato nel 2012) , ma ad ASPI stessa, in quanto il  nuovo ente è competente solo per le nuove concessioni, ossia per le concessioni sottoscritte dopo la messa in operatività  dell’ ente. .

 

Pertanto per le vecchie concessioni, quelle sottoscritte prima del 2013,     Autostrade per l’Italia Spa (ASPI Spa)  si controllerebbe da sola in tema di sicurezza, senza alcun ruolo in merito da parte di organismi pubblici.

ASPI spa sarebbe infatti l’unico controllore di se stesso, essa eseguendo  con personale proprio ispezioni e (auto)certificazioni, oppure affidandole  a consulenti pagati da ASPI stessa.

 ASPI spa deve eseguire per legge due tipi d’ispezione, che deve certificare una volta compiute: una ogni trimestre che effettuerebbe con personale proprio (controlli sostanzialmente visivi), un’altra ispezione invece biennale con strumenti affidandola a ingegneri esterni, sempre però pagati da ASPI Spa.

 Né quindi gli enti locali, né il Ministero delle Infrastrutture interverrebbero in queste ispezioni eseguite da ASPI con loro specialisti. Tutte le certificazioni di sicurezza recenti sarebbero state pertanto redatte da tecnici retribuiti da ASPI spa stessa.

Nel caso del ponte Morandi essendo stato realizzato nel 1967, ASPI spa non è sarebbe stata nemmeno tenuta a fornire un piano di manutenzione, normativa che  vige invece per chi ha in carico le strutture nate dal ‘99 in poi. Questa distonia nascerebbe dal fatto che quando Autostrade era dell’IRI  si controllava da sola in quanto pubblica. Non aveva  senso che un soggetto pubblico con la mano sinistra (ossia Anas) controllasse un soggetto pubblico con l’altra mano, come anche sottolineato dal  prof Ugo Arrigo (docente di Economia dei Trasporti all’Università di Milano-Bicocca ).  Con la successiva privatizzazione,  il controllo pubblico è invece divenuto indispensabile,  ma non è stato mai attivato,  in quanto sarebbe stata ‘copiata” tale e quale la concessione precedente che non lo prevedeva,  ovviamente, viene supposto,  per favorire ASPI spa.

NULLITA’ DEI CONTRATTI DI CONCESSIONE AUTOSTRADALE PER VIOLAZIONE L. n. 474/1994 art 1-bis

Tutti i contratti di concessione della rete autostradale sarebbero nulli in quanto la L. n. 474 del 1994 art.1- bis imponeva che fosse istituito un Regolatore Indipendente dei Trasporti prima che fosse iniziata la privatizzazione delle autostrade ai sensi delle Norme Generali allora vigenti sui processi di privatizzazione. Ebbene questo Regolatore  Indipendente dei Trasporti non è mai stato istituito. I contratti di concessione della rete autostradale italiana sottoscritti dopo l’entrata in vigore della L. n. 474/1994 art 1 bis sono pertanto nulli.  Nulla deve essere pertanto piu corrisposto dallo Stato italiano alle concessionarie per mancati incassi futuri attualizzati ad oggi  in caso di revoca del contratto di concessione,  in quanto il contratto stesso è nullo.

Tutti i contratti di concessione autostradali sarebbero pertanto nulli per causa prodromica alla stipula del  contratto. Il  TAR del Lazio ha gia dichiarato la nullita di contratti (nel caso di specie di contratti derivati) per causa prodromica alla stipula dei contratti, così disponendo a seguito di ricorso della banca d’affari che aveva rifilato un derivato al comune.

Anche la proroga delle concessioni ad ASPI Spa concessa dal governo Renzi   e ampliata fino al 2042 da Del Rio, è nulla,  in quanto sarebbe avvenuta senza gara.

Anche la mancanza di gara è una  causa di nullità  prodromica alla stipula del contratto di proroga delle concessione, su cui il TAR del Lazio si potrebbe pertanto esprimere in senso positivo per il governo Conte nel caso il governo Conte decidesse di revocare le concessioni ad ASPI Spa ed ASPI proponesse ricorso al TAR.   

 

 Le concessioni autostradali da inizio 2018 sono disponibili sul sito del Ministero  delle Infrastrutture e dei Trasporti, ma sul sito del Ministro non  sono stati furbescamente  pubblicati gli allegati relativi ai Piani Finanziari che giustificano le tariffe dei pedaggi  e i loro progressivi aumenti dalla privatizzazione.  Solo dai piani finanziari infatti  è possibile comprendere se le tariffe e i loro aumento nel tempo siano giustificati da promesse di investimenti  poi realizzati.

Infatti “copiando” la concessione quando Autostrade era dell’IRI, sarebbe stata mantenuta anche la regola  che ASPI Spa  possa caricare in tariffa già oggi un investimento che ha programmato in futuro. Questo non ha alcun senso in quanto ASPI  infatti una volta che inizia  a incassare  la “Maggiorazione tariffaria per investimenti futuri “, realizza praticamente un  maggiorazione dei suoi ricavi in bilancio che concorre alla formazione del Suo utile di fine anno,  che poi viene distribuito ai suoi azionisti sottoforma di dividendi ,  o ancor prima sotto forma di bonus ai manager di ASPI spa,  che infatti sarebbero  tra i più remunerati in Italia.

Questa norma poteva andar bene per un sindaco che doveva rifare un acquedotto e anziché aumentare le tasse ai cittadini,  aumentava la tariffa dell’acqua potabile, così poteva mettere da parte i soldi per l’investimento

 

 Il sospetto è quindi che il continuo aumento dei pedaggi autostradali che si è verificato sulle autostrade privatizzate non sia giustificato da opere poi realizzate, ma semplicemente ASPI Spa abbia deciso di aumentare le tariffe e basta per conseguire sempre più maggiori utili.

 Le autostrade privatizzate italiane sono infatti le più care al mondo, sottolineando che nella quasi totalità degli Stati le autostrade, inventate dal governo Hitler nel 1938,  non sono a  pagamento.

 Il documento declassificato nel 2017 dimostra che il governo Hitler nel 1938 aveva costruito le prime autostrade in Germania, strade ossia a doppia corsia e a unico senso di marcia in cui non era consentito ai passanti e alle biciclette di circolare. Il transito era gratuito. NO pedaggi

Lo stesso documento declassificato nel  2017dimostra che nel 1939 il governo Mussolini aveva iniziato in Italia la costruzione delle prime autostrade sul modello tedesco concependole sempre  senza pedaggio.  Il governo Mussolini aveva nel 1938 dato inizio,  dopo solo due anni di ricerca condotta dagli ingegneri delle FIAT e dell’IRI,  alla produzione,  attraverso la FIAT,   della prima auto per la classe media mondiale, l’auto piu piccola, più veloce  e meno cara del mondo, frutto della nanotecnologia italiana , la 500,  ancora oggi l’auto piu venduta al  mondo.  Subito fioccarono milioni di ordinativi da tutto il mondo,  il documento declassificato nel  2017dimostra,  che nel maggio del 1939  oltre 50.000 operai della FIAT incontrarono il governo Mussolini nella piazzale antistante la Fiat a Torino, per ringraziare il governo Mussolini   semplicemente perché aveva dato loro un posto di lavoro  e in Italia.

IL MONDO DEVE SAPERE CHE NOI, DOMANI, COME IERI, COME SEMPRE  “ campeggiava sullo striscione apposto dagli ignoranti,  come li descrive sempre RAI storia, cittadini italiani del tempo, dopo  anni in cui i fondi KAZAR della City of London,  controllando dal 1922 in Italia le banche e le maggiori societa  che avevano delocalizzato all’estero,  avevano creato disoccupazione e povertà diffusa in Italia. 



 
Allegati
 Convenzione di concessione del Mit della vigilanza e manutenzione ad ANAS
 Decreto D,Alema 1999 di individuazione rete stradale e autostradale di interesse nazionale
 


Cattolici, adesso un soggetto unitario
Postato da admin [10/07/2018 20:18]


Dopo il voto del 4 marzo, e' inutile negarlo, c'è stato un sussulto di vivacità all'interno dell'area cattolica italiana. Una volontà di impegno politico accompagnata da una disponibilità concreta a mettersi in gioco per la ricerca e la promozione del "bene comune". Si moltiplicano, infatti, le iniziative in tutto il paese e cresce la consapevolezza che il cattolicesimo politico italiano non può  continuare ad essere il "grande assente" nel panorama pubblico. Una assenza di classe dirigente, di progettualità politica e, soprattutto, di rappresentanza politica ed istituzionale. Un merito particolare di questa rinnovata consapevolezza politica di larghi settori dell'area cattolica italiana va indubbiamente al cardinal Bassetti, presidente della Cei, che con i suoi interventi ha contribuito in modo determinante ad uscire dal letargo, dalla contemplazione  e dalla sola denuncia e lamentela. Ora, di fronte a questo risveglio politico e culturale e al proliferare di iniziative di gruppi e associazioni che pongono il tema della partecipazione politica al centro del loro impegno, non possiamo non rispondere ad una domanda sempre più incombente. E cioè, e' positivo che ci sia una forte domanda di una nuova rappresentanza politica, ma per evitare che si consolidi il virus della frammentazione e della dispersione politica ed organizzativa, com'e' possibile dar vita ad uno strumento il più possibile unitario? Per uscire dalla metafora, e pur senza evocare l'immediata formazione di un partito, come si può tradurre questa vivacità culturale ed ideale in un  progetto politico che non sia di mera testimonianza? Certo, tutti noi sappiamo che l'esperienza  dei cattolici italiani nelle diverse fasi storiche e' sempre stata racchiusa in tre parole: pensiero, azione e organizzazione. Seguendo rigorosamente questo percorso. E questo per un semplice motivo. Perché senza l'elaborazione di un pensiero frutto di una specifica e mirata cultura politica il tutto si riduce ad un organizzativismo spurio ed inconcludente. Ma e' vero, al contempo, che senza una rete organizzativa e una presenza politica qualificata la stessa elaborazione culturale rischia di trasformarsi in un esercizio accademico del tutto avulso dai meccanismi che disciplinano i rapporti politici, sociali e istituzionali nel nostro paese. Quindi, pensiero, azione e organizzazione, cioè' l'elaborazione di un progetto politico culturalmente qualificato che sappia diventare una proposta aperta a tutti. Senza pregiudiziali, senza steccati e soprattutto senza ridursi ad una nicchia clericale o confessionale. Ma la sfida vera resta sempre quella, ovvero dar vita ad un soggetto unitario che sappia superare la frammentazione che per troppi anni ha costellato la galassia cattolico democratica, cattolico popolare e cattolico sociale italiana. Un soggetto unitario che non predica e non pratica l'unità politica dei cattolici che, del resto, non è mai esistita nel nostro paese. Neanche quando c'era un grande partito popolare, democratico, interclassista e di  ispirazione cristiana  come la Democrazia Cristiana. Ma con l'intelligenza politica di saper "ricostruire" oggi una presenza che sappia anche superare e rimuovere definitivamente quegli insopportabili protagonismi personali che hanno contribuito a rallentare e a fermare, nel tempo, la spinta e l'originalità di una presenza politica popolare e di ispirazione cristiana. Del resto, se si vuole raccogliere l'invito, prudente e responsabile, del cardinal Bassetti, di molti esponenti dell'associazionismo cattolico di base e di una fetta consistente della società italiana che non si sente più politicamente rappresentata dalle attuali formazioni politiche in campo, ci vuole  una risposta intelligente, unitaria e di qualità. I prossimi mesi saranno decisivi sotto questo profilo e la responsabilità di ridare autorevolezza e profondità al cattolicesimo politico italiano sarà solo ed esclusivamente di tutti coloro che sentono la necessità di un impegno ma che sino ad oggi non sono riusciti a tradurlo in uno sbocco unitario, omogeneo e compatto.

Giorgio Merlo

 


Alla scoperta delle navi omg
Postato da admin [27/06/2018 09:53]


Alla scoperta delle navi ong

Quante sono? Cosa fanno? Tutto quello che dobbiamo sapere sulle organizzazioni attive nel Mediterraneo

LUCA LA MANTIA

Se ne parla da anni ma solo nelle ultime settimane sono entrate prepotentemente nel dibattito pubblico. Aquarius, Lifeline, Iuventa e così via. Poche decine di metri e un carico di esseri umani (spesso superiore alla loro portata) soccorsi mentre si trovavano in balia delle onde. C'è chi le chiama i "taxi del mediterraneo". Definizione spesso contestata ma azzeccata. Non fanno pagare la corsa ma fanno più volte la spola tra le zone di recupero e i Paesi dell'Europa meridionale alla ricerca di un "porto sicuro" dove far sbarcare i migranti. Alcune sono di proprietà di organizzazioni umanitarie attive in tutto il pianeta, altre di realtà più piccole. Il loro ruolo è oggetto di una discussione accesa, nella quale non mancano polemiche e accuse. Ma cosa sono e qual è l'attività delle navi delle ong?

Le organizzazioni

Partiamo dal principio. Le organizzazioni non governative (ong appunto) sono entità senza fini di lucro, indipendenti dagli Stati e dalle istituzioni internazionali (Onu, Unione europea ecc), nate dalla libera associazione di privati che intendono perseguire determinate finalità, solitamente quella umanitaria. Il loro sostentamento (di norma) è assicurato da donazioni, elargizioni filantropiche e (in particolare per quelle più grandi) da finanziamenti pubblici

Tipologie

Ne esistono di diversi tipi. Alcune sono di volontariato, altre organizzano progetti di cooperazione in Paesi in via di sviluppo. Ci sono poi le ong che sostengono questi programmi inviando personale sul territorio e quelle specializzate in ricerca, studio e formazione dei propri collaboratori. Spesso tale attività si svolge direttamente negli Stati occidentali, dove i volontari vengono istruiti prima di essere mandati in missione. 

Le navi

Save the Children (la più antica), Amnesty International, Emergency e Medici Senza Frontiere (Msf) sono le più famose in tema di tutela dei diritti umani. Di queste, però, nessuna è attualmente attiva con proprie navi nel Mediterraneo. L'unica ancora, in parte coinvolta, nelle operazioni di salvataggio è Msf, che nel 2017 si è rifiutata di sottoscrivere il "codice di condotta delle ong" imposto dall'ex ministro italiano degll'Interno, Marco Minniti, e oggi presta assistenza con il proprio personale sanitario sulla Aquarius della franco-tedesca Sos Mediterranee. Oltre a questa ci sono la SeaWatch (della teutonica SeaWatch.org), la spagnola ProActiva Open Arms (sequestrata lo scorso marzo su ordine della Procura di Catania e poi "rilasciata" in aprile) e la Lifeline (della ong tedesca Mission Lifeline). Quattro in tutto. 

Il caso delle bandiere

Una delle principali controversie riguardanti queste imbarcazioni è l'uso di un vessillo diverso rispetto a quello della nazione dove ha sede l'ong proprietaria. L'ultimo caso riguarda proprio la Lifeline, tedesca ma battente bandiera olandese. Si tratta della cosidetta "bandiera di comodo", cui si ricorre quando le pratiche di registrazione di una nave nel Paese d'origine sono particolarmente complesse o se si vuole accedere a un regime fiscale più favorevole. Il tutto avviene pagando un contributo allo Stato presso cui si vuole essere registrati. Per agevolare tale prassi esistono anche appositi siti web che a prezzi modici (il rage è 300/600 euro a seconda se gli interessati siano europei o non) offrono il "cambio di insegna". La questione non è di poco conto, perché dalla bandiera dipende anche la giurisdizione cui l'imbarcazione è soggetta. 

I movimenti

Un'altra questione su cui si è discusso concerne le tratte compiute da queste navi. Lo scorso anno in rete spopolò la video inchiesta realizzata dal giovane blogger italiano Luca Donadel, il quale, mediante un sistema di tracciazione satellitare cercò di dimostrare che buona parte dei salvataggi avveniva non nel Canale di Sicilia (di competenza quasi esclusivamente italiana) ma a poche miglia nautiche dalle coste libiche e tunisine. Di conseguenza, si chiedeva, per quale motivo gli sbarchi avvengono quasi sempre sulle nostre coste? La situazione è, realtà, molto più complessa e risente di una normativa internazionale confusa e stratificata. La stessa identificazione del "porto più sicuro" dipende non solo di parametri geografici (in soldoni: il più vicino) ma anche pratici (capacità della nazione, funzionamento del sistema di accoglienza, trattamento assicurato agli immigrati e così via).  

Vicende giudiziarie

Un diritto poco chiaro, cui fa da contraltare la poca disponibilità al confronto mostrato da alcune ong, da adito a dubbi e sospetti. A ciò si sono aggiunte, nel 2017, le parole del procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, che, durante un'audizione alla Commissione difesa del Senato, parlò di "figure non proprio collimabili con quelle dei filantropi" e definì "molto utile" l'individuazione "delle fonti di finanziamento delle ong di più recente nascita". Ovviamente, aggiunse, "non tutte vanno messe nello stesso piano", visto che alcune hanno "dimostrato inequivocabilmente che operano per solidarietà umana". Recentemente, fra l'altro, la Procura di Palermo ha chiesto l'archiviazione per due distinte indagini su SeaWatch e ProActiva. Per i giudici siciliani non esistono "elementi concreti" per ravvisare legami "tra i soggetti intervenuti nel corso delle operazioni di salvataggio a bordo delle navi delle Ong e i trafficanti operanti sul territorio libico". La miglior soluzione per superare una fase delicata com'è quella attuale diventa allora la ricerca di un dialogo costruttivo che porti, da una parte, a una migliore definizione del contesto normativo e, dall'altra, a una maggiore disponibilità al confronto e alla trasparenza. Il tutto in nome della solidarietà

 

 


Nasce osservatorio parlamentare "Vera Lex ?"
Postato da admin [27/06/2018 09:23]

Cattolici: nasce osservatorio parlamentare 'Vera lex?'
(ANSA) - ROMA, 26 GIU - Nasce l'Osservatorio sull'attivita' parlamentare "Vera Lex?", per raccogliere l'appello del Card. Bassetti, offrendo un impegno a partire dalla parte migliore della nostra esperienza parlamentare, per proporla ad altri, parlamentari e non, che ne fossero interessati. L'iniziativa e' stata presentata alla Camera da Paola Binetti, Stefano De Lillo, Maria Pia Garavaglia, Fabio Gava, Gianluigi Gigli, Benedetto Fucci, Mario Mauro, Domenico Menorello, Giorgio Merlo, Antonio Palmieri, Alessandro Pagano, Massimo Polledri, Eugenia Roccella, e Maurizio Sacconi. Il coordinamento e' stato affidato a Domenico Menorello.
"Abbiamo direttamente sperimentato la piu' interessante qualita' dei lavori delle Camere quando il confronto ha preso coscienza e discusso l'idea di uomo che generava le singole proposte. Infatti, una legge porta sempre in se' un DNA culturale e deriva da una matrice antropologica, che troppo spesso e' invece offuscata e nascosta da alibi economici o imprigionata dal politically correct imposto dai media", spiegano i
proponenti. "In questa domanda di verita', le differenze sono diventate curiosita' reciproca, come dimostra il fatto che l'essere cattolici di molti di noi ha generato rapporti veri anche con altre esperienze cui significativamente appartengono non pochi dei promotori dell'iniziativa odierna".
"Lavoreremo assieme, continuando una amicizia nata da questa tensione proprio a Montecitorio e Palazzo Madama pur da partiti e posizioni differenti, dando vita a un Osservatorio sull'attivita' parlamentare, denominato con una domanda che porta il senso della proposta: 'Vera lex?". "Offriremo, cioe' un contributo al dibattito politico non sulla base di fattori economici o alla moda, ma per domandare e capire quale concezione di persona e di societa' venga affermata e promossa con l'azione legislativa, nella ferma convinzione che il Parlamento deve tornare ad essere centrale nella vita dello Stato perche' deve respirare nuovamente come il luogo privilegiato del confronto fra i contenuti ideali che animano il Paese". (ANSA).
FLB


 


Cos'é davvero la sovranità ? Qualche riflessione in un dibattito poco informato
Postato da admin [18/06/2018 22:34]


E’ da qualche anno che il dibattito politico si sta spostando sempre più sul tema della sovranità. Alcuni partiti in Italia ed all’estero se ne sono resi alfieri convinti e decisi assertori anche sulla scorta di un malcontento diffuso nelle diverse classi sociali, aggravato, in misura significativa, dai problemi legati all’immigrazione, dalla crisi economica del 2007 e dalla politica di austerità a cui ci siamo sottoposti in virtù delle regole europee.

La stampa e le occasioni di confronto diretto in televisione e sui social network hanno lessicalmente teso a rappresentare il concetto di sovranità e di sovranismo in senso tendenzialmente negativo.

Ma davvero la sovranità dello Stato è qualcosa di desueto e pericoloso per il livello di benessere dei nostri cittadini e per lo stato di pace?

Su questo aspetto vale la pena di fare qualche digressione di storia e di scienza della politica per mettere a fuoco il concetto di cui parliamo da un punto di vista un po’ più informato.

Se leggiamo il “Dizionario di politica” (cfr. voce sovranità, Utet editrice) di Bobbio, Pasquino e Matteucci (colta ed approfondita opera di studiosi di autorevole importanza) la sovranità, nel significato moderno, appare nel cinquecento insieme al concetto di Stato per designare la “pienezza del potere statuale, unico ed esclusivo soggetto della politica”. Sul piano interno, attraverso la lotta contro la frammentazione dei feudi medievali e dei privilegi concessi ai feudatari, si afferma l’autorità regia “per realizzare in una sola istanza il monopolio della forza in un determinato territorio e sopra una determinata popolazione per realizzare nello Stato la massima unità e coesione politica”. Facciamo bene attenzione a questa affermazione poiché essa racchiude, con la diade di territorio e popolazione, i due pilastri fondamentali anche per la individuazione originaria dell’oggetto su cui la sovranità esplica potere secondo il diritto internazionale pubblico. 

Possiamo, quindi, affermare che soltanto mediante un’azione unificatrice, intrapresa dai monarchi del tempo, si è potuta iniziare la costruzione dell’entità statuale moderna e si è affermata una teoria generale dello Stato, altrimenti detta dottrina.

Il “Dizionario” prosegue la propria analitica rassegna dicendoci che, nei secoli, questo concetto di sovranità è stato sempre più limitato da leggi costituzionali e normative interne sino a essere ridotto alla categoria di ordinamento, un quid di assai più ristretto rispetto a quello iniziale. Tuttavia, gli autori non mancano di osservare giustamente che la sovranità è il potere costituente dell’ordinamento stesso, il “potere ultimo, supremo, originario”, senza il quale non può trovare esistenza nemmeno un plesso di leggi tese ad organizzare la società (l’ordinamento, appunto).

E’ pur vero che (come affermato nel volume), stiamo assistendo ad un declino di questo strumento, attaccato da una diversa struttura del potere che si è decentrato ed autolimitato, ad opera di organismi sovranazionali (UE, ONU, ecc.) e di Corti di Giustizia, che ne hanno ridisegnato la geografia in senso poliarchico (non sfugge a questa rappresentazione anche l’aspetto di una economia globalizzata e costituita da catene del valore sempre più internazionali che esprimono gruppi multinazionali di forte rilievo anche nei segmenti della new economy di tipo tecnologico); ma, con questo, non è scomparso il potere, semplicemente quest’ultimo è stato rimodellato in altra foggia e, comunque, soltanto grazie alla sovranità si è potuto operare una “sintesi fra potere e diritto” al fine di limitare l’arbitrio assoluto.

Un altro studioso, giurista di fama, il Balladore Pallieri, ha cercato, nella propria opera “Dottrina dello stato” (Cfr. idem, pag. 40 e ss. Cedam editrice), di fare la storia del concetto di sovranità, dando particolare risalto alle teorie che si sono succedute, da Savigny (per il quale punto di partenza per la costruzione dello stato è il diritto) a Jellinek, a Kelsen (che, con la sua General Theory of law and state del 1945, ha impostato il problema in termini esclusivamente giuridici, collocando l’attributo dello Stato e lo Stato stesso nel complesso di norme che formano, per l’appunto, un ordinamento e che tutte derivano da una norma o ipotesi fondamentale, che il Kelsen chiama in tedesco “Grundnorm”). Anche per questo autore “lo stato moderno, imperniato sulla sovranità, sembra aver concluso il suo ciclo e, nel momento medesimo delle sue più audaci e vigorose affermazioni ed attuazioni, mostrare i primi sintomi di disfacimento” (Cfr. op. cit. pag. 85). Tuttavia, pure ammettendo tale trend di tramonto, Balladore Pallieri non manca di osservare che, associata alla nozione di Stato, la sovranità non esprime altro che il comando, la potestas d’imperio che determina l’osservanza della legge e la sua obbedienza, senza cui scatterebbe l’anarchia.

In altri termini, sovranità in senso interno, coincide con diritto positivo, diritto, cioè, rispettato dai cittadini e fatto rispettare dagli apparati statuali. Sotto un versante più spiccatamente di diritto internazionale si afferma che uno stato esiste nel consesso sovranazionale solo quando sia dotato di una sua propria sovranità, cioè quando sia in grado di esprimere questa potestà di imperio su di un territorio e su di una popolazione (il tema, qui, non è osservato dal punto di vista del regime politico adottato - se monarchico, repubblicano, assoluto, democratico- , né dal punto di vista della legittimità del potere, ma solo della sua esistenza o meno).

Sovranità in senso esterno significa, per il diritto internazionale (Cfr. Balladore Pallieri, Diritto internazionale pubblico, pag.35 e ss, Giuffrè), che gli stati “permangono arbitri  dei loro destini, provvedono per proprio conto in modo autonomo alla tutela dei loro interessi e non hanno da piegarli e da sacrificarli a quelli altrui o ad altri superiori e più generali”.

Il territorio è un oggetto esterno sul quale lo stato esercita la sua attività e che esso considera suo bene, potendo esercitarvi legittimamente lo jus excludendi alios (Cfr., op.cit. pag. 422 e ss.).

Un insigne maestro del diritto costituzionale italiano, Costantino Mortati, a proposito della sovranità, scriveva (Cfr. Istituzioni di diritto pubblico, Cedam, Vol. I, pag.104) che essa “si presenta nel suo ordine complessivo come totalità, ed esprime la pretesa, a contenuto negativo, di escludere nell’ambito suo proprio ogni ingerenza” e, qualche pagina prima (in ibidem, pag.101), affermava che “”…non sembra esatto parlare di relatività della sovranità, poiché la sovranità è un concetto non relativo, ma assoluto: o c’è o non c’é. La limitazione può concepirsi non in un senso qualitativo, sibbene dimensionale, riguardare cioè la volontaria rinuncia all’esercizio solo di alcune attività sovrane…”  

E veniamo adesso alla lettera della nostra Costituzione, pur senza addentrarci nei meandri della applicazione giurisprudenziale costituzionale. L’art. 1 enuncia il principio fondante: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Prima sottolineatura: la sovranità, lato sensu, anche per il nostro Legislatore esiste ancora, tant’è che è addirittura menzionata nell’articolo 1. Del resto, come potrebbe non esserlo dal momento che le forze che concorsero a scriverla erano le forze antifasciste di orientamento diverso (di sinistra, cattoliche, ma anche liberali e laiche) che lottarono per liberare la Penisola dall’occupazione straniera (ma anche un ricordo al Risorgimento, pietra fondativa della originale sovranità ed indipendenza del nostro Stato, è obbligatorio)?

Seconda sottolineatura: titolare della sovranità è il popolo italiano, non altri.

A quanto detto si aggiungono altri tre articoli poco citati, ma non da poco: l’art. 52, per il quale la “difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” (ove “Patria” è vocabolo volutamente riconfermato nella sua valenza e pregnanza semantica e scritto con la “P” maiuscola, non a caso), l’art. 54, che obbliga ogni cittadino italiano, indipendentemente dalla posizione privata o pubblica rivestita, ad essere fedele allo stato repubblicano, al nostro Stato e l’art. 67, per il quale ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione (anche in tal caso il concetto di Nazione è scelto con cura e richiama il senso della creazione dello Stato italiano, con tutto il suo patrimonio culturale, sociale, storico, politico. Leggiamo i “Pensieri sulla democrazia in Europa” di Mazzini, libro ancora troppo negletto ed incompreso).

Da ciò consegue, espresso in modo molto chiaro, che ogni cittadino italiano è tenuto a difendere l’integrità e l’indipendenza dello Stato, del nostro Stato ed ad essere ad esso fedele (ad alcuni, forse, piace poco, ma la Costituzione, sino a che resterà così, dovrà essere rispettata).

Orbene, fatta questa breve digressione, ritorniamo all’interrogativo di apertura: la sovranità è cosa perniciosa, da cui dobbiamo guardarci?

Mi pare evidente che, se teniamo conto di ciò di cui abbiamo scritto, la sovranità sia un requisito essenziale ad ogni stato libero ed indipendente (non soggetto ad altri) e che i padri costituenti, pur ammettendo (ma sempre in condizioni di parità con gli altri Stati, giacché, diversamente, significherebbe rendere il nostro Paese suddito di altri e non , appunto, sovrano, autonomo, indipendente, come scrive Balladore Pallieri) limitazioni di essa in favore di un organismo (vedi ONU) che assicuri pace e giustizia fra le nazioni, intendessero, da un lato, sicuramente ben affermare il carattere di stato sovrano dell’Italia (costato sangue e sacrificio a chi ci ha reso Nazione indipendente), dall’altro, accettarne una deminutio soltanto in casi eccezionali allorquando si tratti di un soggetto sovranazionale perseguente un fine ben preciso e, comunque, sempre in condizioni non di minorità rispetto agli altri soggetti di diritto internazionale.

L’auspicio, quindi, è che tanto la stampa, quanto la politica, utilizzino in modo più culturalmente appropriato il concetto di sovranità.

Fabio Polettini    

 

 

 

 

 

 


Impegniamoci per l'Italia
Postato da admin [29/05/2018 23:03]


Di tutto il Paese ha bisogno al di fuori di una crisi istituzionale, quale quella che si aprirebbe se la sconsiderata presa di posizione del giovane Di Maio, ahimé replicato dalla pulzella Meloni, venisse portata avanti in Parlamento.

 

L’intervento del prof Mirabelli, Presidente emerito della Corte Costituzionale, pubblicato da Interris (www.interris.it)  ( “ Perché non possiamo parlare di impeachment per Mattarella”), secondo cui: “ il Capo dello Stato non può agire sotto dettatura” non lascia dubbi in proposito.

 

Squassata da una condizione di anomia, che si esprime nella crisi economica, finanziaria, morale, sociale e politico culturale, l’Italia non potrebbe sopportare lo spettacolo della messa in stato di accusa di Mattarella, al quale dobbiamo e vogliamo esprimere tutta la nostra solidarietà.

 

E’ già più che sufficiente e al limite del punto di rottura quanto sta accadendo sul piano politico, con le posizioni intransigenti e dai pericolosi richiami a un clima di altri tempi drammatici per l’Italia, quali  quelle assunte dai due movimenti-partito dei grillini  e da Salvini leader della Lega. Si stanno facendo interpreti del malessere e della frustrazione, che sono diffusi in Italia con toni notevolmente sopra le righe; toni e pronunciamenti che possono sì garantire consenso elettorale,  ma,  facilmente responsabili di rotture laceranti nelle e fra le istituzioni e tra gli stessi cittadini ed elettori.

 

Premesso che la situazione in cui ci troviamo è il risultato di una legge elettorale schizoide, che ha perfettamente funzionato secondo l’obiettivo di non produrre vincitori, ma che, alla fine, si è dimostrata un boomerang proprio per coloro, PD in testa, che quel “rosatellum” avevano escogitato e votato, cerchiamo di esaminare il comportamento del Capo dello Stato.

 

Mattarella ha probabilmente compiuto il suo unico errore nel non aver incaricato Salvini di formare il governo, considerato che il leader leghista  era risultato candidato dalla coalizione che aveva ottenuto la maggioranza relativa il 4 Marzo scorso. Il Presidente ha compiuto questa scelta  poiché  riteneva  che la coalizione di centro destra non sarebbe stata in grado di trovare in Parlamento la maggioranza necessaria.

 

Ciò che è accaduto dopo, con la “fuitina” di Salvini con il compagno Di Maio, ammiccando da furbastro lumbard con il Cavaliere, è espressione aggiornata del perenne trasformismo italico che, stavolta, si è attivato in via preventiva, prima ancora che le Camere cominciassero a operare.

 

Ci è stato così risparmiato lo spettacolo della transumanza dei parlamentari strordinariamente numerosa nella passata legislatura, con quello della giravolta “ di necessità” del capo della Lega, eletto con i suoi deputati e senatori in coalizione con Forza Italia e Fratelli d’Italia, che costruisce un patto/contratto di governo sostanzialmente diverso da quello con cui si era presentato agli elettori.

 

La si smetta, dunqe, con la favola che gli italiani il 4 Marzo avrebbero dato la maggioranza al duo Di Maio-Salvini, dato che, in realtà, gli italiani avevano dato la maggioranza relativa al centro-destra mettendo in fila M5S e PD.

 

Il rifiuto avanzato dai grillini a trattare con il centro destra unito,  per le riserve insuperabili su Berlusconi e Fratelli d’Italia, hanno provocato la “fuitina” di Salvini e l’avvio di un processo trasformistico pericoloso, concretizzatosi con l’incarico allo sconosciuto prof Conte e radicalizzatosi con l’impuntatura leghista sul Prof Savona a ministro dell’economia e finanza.

 

Estimatori e sostenitori della tesi di Guarino  sull’illegittimità del fiscal compact, parto di un regolamento opposto alle finalità dei trattati liberamente sottoscritti, abbiamo condiviso anche quelle del Prof Savona sulla necessità di una ridiscussione delle modalità in cui sin qui è stata governata la moneta unica, avendo prudenzialmente pronta una soluzione B in caso di impatto senza prospettive.

 

Siamo, altresì, ben consapevoli e lo denunciamo con alcuni pochi amici da tempo, che, senza il ritorno al controllo pubblico di Banca d’Italia e alla separazione tra banche di prestito e banche di speculazione, in altre parole, senza sovranità monetaria non esista sovranità popolare. Siamo conspevoli, cioè, che senza il ritorno alla legge bancaria del 1936, dalla DC sempre difesa sino all’infausto decreto Barucci-Ciampi del 1992, l’Italia sarà sempre alla mercé dei voleri e dei poteri degli edge funds anglo-caucasici con sede legale nella city of London e sede fiscale nel Delaware.

 

Siamo altrettanto convinti, però, che in questo momento e nei modi con cui, in termini ultimativi e dal sapore di ricatto la candidatura del prof Savona si è cercato di imporla al Presidente della Repubblica, gli sconquassi finanziari, appena annunciati dai primi rumors di borsa e dello spread, non si sarebbero fatti attendere con conseguenze disastrose per i ceti medi e le classi popolari italiane.

 

Ora però, nel deserto della politica, dominata da due culture pervase dei tratti più  deteriori del “populismo de noantri”, interpretato da attori mediocri per cultura e capacità di autentica leadership di governo, serve rimettere insieme almeno alcune delle culture politiche che hanno fatto grande l’Italia.

 

Nasce di qui l’appello che in questi giorni, insieme a Gianfranco Rotondi, a Giorgio Merlo, Alberto Alessi, Ivo Tarolli e  Gianni Fontana, abbiamo rivolto alla vasta galassia dell’area cattolica e popolare, per tentare di costruire insieme un nuovo e grande soggetto politico laico, democratico, ampio, plurale  e popolare, europeista e trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori. Abbiamo l’occasione e l’esigenza assoluta per l’Italia, di corrispondere in tal modo al recente invito che il card Bassetti, presidente della CEI, ha inviato ai cattolici italiani per un rinnovato impegno politico e istituzionale nella “città dell’uomo”.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)

Venezia, 29 Maggio 2018

 

 

 

 

 


Pseudodemocrazia: il vantaggio per i cretini
Postato da admin [17/04/2018 19:47]



         C’è quella frase sconsolata di Leonardo Sciascia (“A futura memoria”) che ogni tanto mi accade di ricordare: “…i cretini sono tanti e godono ottima salute non mentale che consente loro di passare a un fanatismo all’altro…”.

         Una proposizione tragica, specie per chi crede, malgrado tutto, nella democrazia, sistema fondato sul numero di consensi, dai quali dipende l’attribuzione del potere.

         Certo, la Democrazia ha i suoi rischi, che per lo più dipendono dalla constatazione di Leonardo Sciascia.

         Alcide De Gasperi, che si informava dei risultati delle elezioni (trionfali per il suo partito, la D.C.) del 18 aprile 1948, quando apprese che in Calabria Costantino Mortati, insigne costituzionalista, uno dei principali artefici della Costituzione da poco varata, era stato battuto e trombato e che invece era stato trionfalmente eletto un certo avvocato (padre di un altro ancora sul campo…) già professore di storia e dottrina del fascismo, rimase di stucco e, poi disse: “che volete…questi sono i rischi della democrazia: presente come capolista Mortati e rimane a piedi e viene fuori e trionfa nientemeno che xxxxx!!”.

         Alcide De Gasperi parlava quando le elezioni erano elezioni e la scelta di un ex spacciatore di storia e dottrina del fascismo invece che di un illustre costituzionalista universalmente conosciuto come tale, la potevano fare gli elettori con il voto di preferenza. Non avrebbe immaginato che poi, abolito il voto di preferenza, a far passare avanti gli spacciatori di cazzate rispetto ad (eventualmente esistenti) uomini di scienza e coscienza sarebbero stati gli stessi partiti o sedicenti tali che presentano le liste e dispongono chi nelle liste deve essere eletto e chi ci deve stare a far numero.

           Ma questo richiamo ad un episodio della storia elettorale (per me nemmeno troppo antica: in quelle elezioni del 1948 io votai per la prima volta) mi ha distratto da un’ulteriore considerazione, ancor più grave e dolorosa di quanto già non lo sia quella di Leonardo Sciascia.

         A parte il fatto che né De Gasperi per i pseudo professori di fascismo né Sciascia per i cretini avrebbero mai immaginato che, oltre che ad accaparrarsi voti di preferenza avrebbero finito per fare delle loro liste e che le liste dei cretini potessero cavarsela benissimo, certi esempi e certi ammonimenti del passato non avrebbero potuto, e mai lo hanno fatto, prevedere che alle liste dei cretini e degli ignoranti (categorie contigue) poteva essere attribuito addirittura una sorta di “premio di maggioranza”. E, intendiamoci, un premio non in caso di successo e di prevalenza numerica sulle persone normali, ma un premio, non so se così definibile, da attribuirsi in partenza ai cretini ed agli ignoranti perché sono cretini ed ignoranti.

         Il premio, che non è un premio da poco, è un premio di credibilità o, per essere più precisi ed a scanso di equivoci, di credulità.

         Se un partito costituito da persone appena normali, espressione di una cultura o anche di una subcultura appena normale, avesse proclamato essere nel suo programma o voler adottare come tale la sfilza di provvedimenti sulla giustizia che il magistrato “cittadino di cento città”, destinato, in quanto condannato a morte da Totò Riina, ad ottenere ciò che gli aggrada, cosa che al momento pare sia avere la leadership ed essere il rappresentante nel governo in fatto di Giustizia del partito Cinquestelle (di proprietà della Casaleggio&Grillo S.p.a.), i punti programmati sbandierati alla manifestazione (organizzata da Casaleggio) ad Ivrea, si sarebbe levato un coro di proteste, un grido di allarme, di incitazione ad andare dove diceva Grillo etc. etc.

         Basta leggere i sei punti del programma stesso (riportati con grande chiarezza da “La Stampa” dell’11 aprile).  

         Tutti in galera, pene per la corruzione più o meno pari a quelle per l’omicidio, abolizione, in pratica, della prescrizione con la possibilità, per i processi penali di durare tutti gli anni che piacciano ai signori magistrati, più intercettazioni telefoniche, anche di quelle al droghiere per farsi mandare la spesa a casa, sequestri dei beni dei sospettabili di essere sospettati di corruzione, ingaggio di agenti provocatori per sollecitare la corruzione anche di chi non è corrotto….

         Un programma simile sarebbe sufficiente a seppellire nel dileggio e nel ridicolo ogni partito normale di persone normali.

         Ma, dette queste cose da un Di Matteo (che in quanto condannato a morte da Totò Riina può chiedere quello che vuole, come se si trattasse sempre dell’ultima sigaretta…) ed accettate da un Di Maio presente e plaudente, non hanno affatto sollevato le reazioni dovute alle cazzate. Perché? Perché ai cretini ed ignoranti è concesso dire questo ed altro. Le loro cavolate non ci allarmano: si sa, sono cretini ed ignoranti. Questo è il premio che loro “spetta”.

         Se si perdesse un po’ di tempo a riprendere, commentare, illustrare, catalogare tutte le baggianate dei Cinquestelle (e, in fatto di giustizia, quelle di certi magistrati che i Cinquestelle adorano ed ai quali obbediscono) se ne potrebbe fare un libro, a metà strada dal libro dell’orrore ed il libro umoristico.

         Ma, poverini, sono ignoranti e cretini. Meritano un premio di “comprensione”.

         Ecco il “premio di maggioranza” cui nemmeno Leonardo Sciascia aveva pensato.

 

                                    Mauro Mellini

 


 
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