Macché "MOVIMENTO", é Casaleggio e associati srl
Postato da admin [05/06/2019 20:48]

 


  Non lo abbiamo scoperto noi. E’ cosa riconosciuta e comprovata. Se ne è scritto in giornali ed in libri. Quello dei “Cinque Stelle” non è un partito, o qualcosa che gli somigli, una associazione di cittadini mossi da sentimenti e convincimenti politici comuni che si siano messi assieme per esercitare il diritto sancito dell’art. 49 della Costituzione.

        Il cosiddetto Movimento 5 Stelle è un pezzo della proprietà della “Casaleggio e Associati” S.r.l., uno strumento di produzione di quel lucro che è il fine di tale società.

        Si è contestato, non senza fondamento, a Berlusconi di essersi considerato sempre il “proprietario” di Forza Italia. Berlusconi era (e per quel che ne resta, è) l’unico che pone e dispone di Forza Italia, partito senza organismi collegiali e con dirigenti che non siano nominati da lui, dal padrone. Che è quello che “ci ha messo e ci mette i soldi” (e “la faccia”).

        Nel cosiddetto Movimento 5 Stelle, Casaleggio, prima il padre, poi il figlio, i soldi ce li ricavano e, a quel che si dice, molti.

        Il rapporto tra consiglieri, deputati, senatori cinquestelluti e movimentisti è, in realtà rapporto con la società Casaleggio e Associati S.r.l. Sono dipendenti con una sorta di “rapporto di lavoro”, con uno “Statuto” che è una sorta di contratto collettivo con carattere privatistico.

        Gli eletti “rendono” alla S.r.l. Casaleggio versando una quota delle loro indennità. Sono munti come vacche da latte.

        Non a caso Di Maio viene chiamato “capo politico” dal Movimento. Il che sta a significare che a gestirlo ci sono altri capi che si occupano della baracca redditizia.

        Ma, mentre il carattere “patrimoniale” di Forza Italia è stato sbattuto in faccia a Berlusconi ed a tutti gli aderenti e considerato di per sé motivo di diffidenza e di presa di distanza di quel partito, dal suo leader e dalla sua politica, con la “Casaleggio S.r.l.” hanno trattato non solo oggi la Lega e Salvini, ma in passato anche Renzi ed altri.

        E, mentre contro il finanziamento dei partiti si è fatta una legge chiaramente diretta a renderlo difficile ed a farne quasi un delitto, nessuna regola è stata imposta, se non la stessa rappresentata dalla Costituzione, per impedire o, almeno, ostacolare, limitare, lo sfruttamento di quelli che vengono presentati al Paese come “partiti” quale fonte di redditi ed oggetto patrimoniale redditizio di società e imprese più o meno chiare.

        E’ questa la più grave e disgustosa manifestazione di ipocrisia che abbia dato il nostro mondo politico.

        Gli espedienti per “mungere” gli eletti 5 Stelle (e, di conseguenza la buona fede degli elettori) sono vari e spesso illegittimi alla luce delle stesse disposizioni costituzionali. Basti pensare alle “penali” a carico dei Parlamentari che lasciano il Movimento ed i suoi Gruppi: norma che sfacciatamente viola il “divieto del vincolo di mandato” per gli Eletti in Parlamento.

        Si dirà che il versamento di una quota dell’indennità non l’hanno inventata né Casaleggio né Di Maio. Ma, a parte l’entità, una cosa è il concorso alle spese del proprio gruppo parlamentare ed il versamento al Gruppo, ad altri Parlamentari con i quali si lavora, altra il versamento al “proprietario” del partito, ad una società a scopo di lucro di cui il partito è  solo l’ombra.

        Vi sono dei corollari di questa sciagurata invadenza di una società di lucro nello sfruttamento della vita politica istituzionale dello Stato che, solo ad ipotizzarli, fanno rabbrividire.

        Anche se gli affari della Casaleggio e C. vanno a gonfie vele, non può escludersi l’ipotesi di un eventuale fallimento.

        In tal caso la Curatela fallimentare ed il Tribunale metterebbero piede (e le mani) nel funzionamento di un gruppo parlamentare e disporrebbero dei Parlamentari.

        Mezzo Parlamento sarebbe sottoposto a qualcosa che ha a che vedere con la procedura concorsuale.

        Nessuno ha sollevato tale questione di estrema delicatezza. Certamente ogni specifico rimedio normativo rischierebbe di apparire ancora più gravemente lesivo dei principi di libertà e di autonomia del Parlamento di quanto già non lo sia questa assurda baracca di sfruttamento della politica e della vita delle istituzioni cosiddette democratiche.

        Un personaggio che ben conosce il marchingegno della Casaleggio S.r.l., interrogato da un giornalista sulle prospettive di sopravvivenza dell’attuale Governo, ha risposto che questo durerà finchè Salvini non farà il nome di Casaleggio.

        C’è proprio bisogno che lo faccia Salvini?

       

                                                                           Mauro Mellini

           

03.06.2019

 


E adesso che succede ?
Postato da admin [31/05/2019 19:14]

 

Dopo poco più di un anno dalle elezioni del 4 Marzo 2018, il governo giallo verde, frutto della ingovernabilità emersa da quel voto, a seguito di un esecutivo dimostratosi di lotta e di governo, senza una reale opposizione parlamentare, ha colto i frutti del suo operato, con il rovesciamento totale delle posizioni tra Lega e Movimento 5 Stelle. L’anomia sociale e la rabbia dei ceti medi e delle classi popolari che avevano sconvolto gli equilibri politici tradizionali nel 2018, permanendo un’alta astensione dal voto, con poco più del 51% degli elettori votanti, solo in piccola parte è tornata a posizionarsi sul PD, mentre ha sostanzialmente cambiato di direzione all’interno della coalizione giallo verde.

 

Analoghi spostamenti sono intervenuti nel centro destra, dove la Lega, oltre a raccogliere una consistente messe di voti ex grillini, ha risucchiato altri consensi da Forza Italia, da cui ha tratto beneficio anche Fratelli d’Italia della Meloni, che, ora più di prima, grida alla formazione di un nuovo governo di estrema destra Lega-FdI.  Salvini e Di Maio continuano a dichiararsi disponibili a continuare il loro ondivago ménage, ma tutto non potrà più essere come prima.

 

Assistiamo a uno spostamento del consenso elettorale a destra, almeno rispetto ai voti validi espressi, con il PD, unico punto di possibile, seppur assai ardua alternativa in campo, almeno secondo i risultati  della legge elettorale proporzionale con lo sbarramento al 4% . Uno sbarramento che ha impedito l’elezione di candidati delle altre liste, come quelle di  più  Europa, dell’estrema sinistra, dei Verdi e delle  due liste di area cattolico popolare, ridotte, come previsto, a cifre da prefisso telefonico: 0,43 per il Movimento della Vita di Adinolfi; 0,30 ai Popolari  per l’Italia di Mario Mauro e Ivo Taroll, con cifre ridicole delle preferenze ai  leaders e agli accoliti delle due liste.

 

La geografia politica del Paese è profondamente cambiata, con tutto il Nord governato dal centro destra a trazione leghista  e le grandi città saldamente in mano al PD. La Lega ha definitivamente svoltato dal partito della secessione nordista di Bossi, alla nuova Lega nazional-nazionalista, che sta mietendo consensi anche in alcune roccaforti del “voto rosso” emiliano, umbro e toscano e nello stesso meridione, dove la rabbia dei diseredati sembra cambiare rifugio dal M5S al partito di Salvini.

 

Sul piano interno Salvini ora può dettare l’agenda, ma i rapporti di forza parlamentari restano nelle mani del M5S. Quanto potrà durare questa anomala situazione tra consenso reale nel Paese e rappresentanza parlamentare totalmente rovesciata a vantaggio dei grillini?

 

I ceti medi che hanno votato Salvini ora si aspettano il via alle promesse della flat Tax  e della TAV, temi assai indigesti al M5S, e, d’altra parte, il governo Conte dovrà dare risposte concrete e urgenti all’annunciata lettera della commissione UE sulla situazione deficitaria di bilancio dell’Italia.

 

Salvini annuncia baldanzoso che a BXL si batterà per il cambiamento delle regole a partire dal fiscal compact (obbligo di rispetto del 3% nel rapporto Debito/PIL),ma, mal per lui, i sovranisti in Europa non hanno sfondato e sembra debbano prepararsi a una lunga stagione di opposizione/emarginazione dai  rapporti di forza reali del parlamento europeo.

 

Da parte nostra attendiamo tutti i partiti italiani e i parlamentari italiani eletti a Strasburgo in merito all’impegno senza il quale, ogni tentativo di riformare l’Unione europea, sarebbe vano:

  1. tornare al controllo pubblico delle banche centrali nazionali e quindi della BCE. Senza sovranità monetaria non si avrà la sovranità popolare

  2. adottare in Europa la Legge Glass-Steagall e in Italia il ritorno alla Legge Bancaria del 1936, con la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Nessuna modifica dei Trattati e dei regolamenti comunitari, a partire dal fiscal compact, sarà possibile se non si affronteranno i due nodi strategici indicati.

 

Credo che entro pochi mesi il quadro politico italiano, dopo il risultato del voto di domenica scorsa, sia destinato a un forte mutamento, mentre la riflessione odierna vorrei incentrarle sulla drammatica scomparsa della nostra cultura cattolico popolare che, la  permanente diaspora vissuta anche in questa campagna elettorale, ha reso evidente nei risultati catastrofici delle due liste di Adinolfi e di  Mario Mauro e Tarolli.

 

Mario Mauro voleva tornare a svolgere un ruolo importante, dopo l’emarginazione subita da Forza Italia, mentre Ivo Tarolli, dopo le negative esperienze con Passera e con Parisi, ambiva al ruolo di leader del cattolicesimo politico degli italiani, finendo entrambi miseramente come avevamo facilmente pronosticato.

 

Dobbiamo renderci conto tutti che divisi non si va da nessuna parte. Ci auguriamo  che ne prendano realisticamente atto anche Mauro e Tarolli che, cedendo alle pretese di presunti “cattolici radicali”, avevano accettato di discriminarci rifiutando un esplicito riferimento nella lista dei Popolari per l’Italia alla Democrazia Cristiana, partito mai giuridicamente sciolto.

 

Ora bisogna ripartire, avendo consapevolezza di costruire un nuovo centro democratico popolare, un’unione dei movimenti popolari e liberal democratici italiani, aperta alla collaborazione con i partiti alternativi alla deriva nazionalista e di destra rafforzata dal voto europeo in Italia.

 

Qualcuno in casa nostra DC, sembra compiere qualche smorfia a questa proposta, ma, se non vogliamo ridurre la nostra partecipazione a mera testimonianza, con i rischi confermati dal voto europeo, nessuna alternativa al governo eventuale della destra estrema, come ipotizzato dalla Meloni, potrà nascere se non si ricostruisce un centro politico ampio e plurale nel quale ciò che resta dei democristiani (confidando anche sul 49% dei renitenti a diverso titolo al voto) potranno apportare la loro migliore cultura politica, quella dei cattolici democratici e dei cristiano sociali. Nostro dovere e impegno politico fondamentale: tentare di tradurre nelle istituzioni la dottrina sociale cristiana e insieme a chi, condividendo i valori dell’umanesimo cristiano, intende insieme a noi difendere e attuare integralmente la Costituzione.

 

L’amico Massimo Sernesi, all’interno di un interessante dibattito aperto da Luigi Intorcia sul web, ha indicato alcune azioni indispensabili da compiere che, anche da me condivise, sono così riassunte:

 

  1. Guardare alle soluzioni, non alle ideologie

  2. Non urlare, ma ottenere ragione con la dialettica

  3. Presentare candidati di provata capacità e rispettabilità

  4. Imbastire un dialogo continuo coi cittadini, non paracadutare diktat dall'alto

  5. Avere una vera democrazia interna, non plebisciti come                           quelli dei 5 stelle

  6. Saper giungere a decisioni e punti programmatici precisi

  7. Agire a tutti i livelli (culturale, economico, ecc.) e non solo                       sulla propaganda politica

  8. Costruire una classe dirigente e una cabina di regia capaci di              guidare le scelte importanti

  9. Costruire un radicamento sul territorio utile a sostenere                     qualunque campagna

  10. Usare le tecnologie, social e non solo, per supportare i punti               precedenti

     

    Ora però: basta con le liti interne tra ciò che rimane della DC, sarebbe continuare  una rappresentazione tragicomica e senza senso; apriamoci a un confronto sereno e costruttivo con tutti gli amici  ex DC per concorrere  tutti insieme alla costruzione di un nuovo soggetto politico ampio e plurale, come da tempo, vado proponendo, sul modello dell’Unione dei Movimenti Popolari che nacque in Francia, dopo la fine della DC francese ( MRP). Continuare a combattere su simbolo, nome e annessi e connessi vari, sarebbe da stupidi e suicidi. E’ tempo di un serio ripensamento all’interno di tutta la vasta e frammentata area cattolica, anche da parte della gerarchia, divisa persino sulla voce suprema del Papa.  Della cultura politica e della partecipazione  politica attiva dei cattolici e dei Popolari, il Paese e l’Europa hanno assoluta necessità, specie in questa fase cruciale dei rapporti internazionali nell’età  della globalizzazione.

     

    Ettore Bonalberti

    Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)

    Direzione nazionale DC

     

    Venezia, 28 Maggio 2019

     

     

     

     

 


La scelta di Pomicino deve farci riflettere
Postato da admin [19/05/2019 09:49]


La decisione di Paolo Cirino Pomicino a sostegno del PD di Zingaretti ha suscitato molte perplessità, anche tra noi DC. Considero Paolo una delle menti più lucide e coerenti, con il quale abbiamo tentato, dal 1993, di concorrere alla ricomposizione dell’area democratico cristiana e popolare dell’Italia. Pomicino dopo tutti i tentativi svolti, ha preso atto del fallimento compiuto, come anch’io ho scritto nelle mie ultime note editoriali, sino a quella sull’inverno del popolarismo italiano.

Alla maledizione di Moro si è aggiunta, con effetti ancor più devastanti, la stupidità di noi uomini, molti dei quali spinti o dalla personale ambizione, o impegnati più a sostenere suicide battaglie interne che a ricercare le ragioni dell’ unità. Pomicino condivide la nostra stessa analisi della realtà politica italiana caratterizzata dal prevalere sin qui della deriva populista e nazionalista, rappresentata dal governo giallo verde, che sta portando il Paese allo sfascio. Che serva un’alternativa democratica e popolare di tutte le forze che credono e si impegnano per la difesa e integrale attuazione della Costituzione è sotto gli occhi di tutti e, in special modo, sotto quelli di tutti noi “DC non pentiti”.

Credo, tuttavia, che il problema non sia quello di entrare nel PD per dar vita all’ennesima corrente di ex democristiani, dato che per ricostruire un centro sinistra comporta, innanzi tutto, l’esigenza di ricostruire un centro che, con lo sfascio in atto di Forza Italia, rischia di scomparire il prossimo 26 Maggio. Dobbiamo invece concorrere da “ DC non pentiti” alla costruzione di un nuovo centro democratico e popolare, ampio, plurale che possa mettere insieme ciò che rimane delle vecchie culture DC, liberali e riformiste, e che potrebbe connotarsi, come accadde in Francia dopo la fine del MRP ( la DC francese), in un’Unione dei Movimenti Popolari Italiani (UMPI), ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano aperta alla collaborazione con altre componenti interessate alla difesa e attuazione integrale della Costituzione. E’ quanto ha scritto saggiamente l’amico Giorgio Merlo nel suo “Vademecum per il 27 Maggio”.

Altra questione è chi votare alle prossime elezioni europee. Qui nostro dovere di democratici cristiani è quello di seguire l’indicazione della direzione nazionale del 10 Maggio

scorso che ha così stabilito: “In merito alle scelte per le elezioni europee, la D.C., che non è presente con una propria lista per motivi tecnico-procedurali in via di definizione, riconferma di non identificarsi con alcuna delle formazioni politiche in corsa nell'attuale competizione ,ma invita iscritti e simpatizzanti a indirizzare il proprio voto su candidati ricompresi nelle liste che si richiamano al popolarismo europeo e che siano ricollegabili, per storia e impegno personale, ai valori politici e culturali della Democrazia Cristiana.”

Personalmente, come ho scritto in diverse occasioni, non voterò per la lista che ci ha deliberatamente tradito, quella di Mauro e Tarolli, con la “sexy prof” e un faccendiere, ahimè inclusi sconsideratamente accanto ad altre persone per bene, proprio perché sarebbe un “voto inutile” ben al di sotto della soglia minima per un’elezione, mentre sceglierò il candidato della mia circoscrizione elettorale più affine al progetto che dopo il 26 Maggio tutti noi come DC, erede legittima di quella storica, dovremmo avviare e, credo, che , a quel punto, anche con Paolo Cirino Pomicino troveremo ampie convergenze.

Ettore Bonalberti

Venezia, 16 Maggio 2019

 


PROGRAMMA FORZA ITALIA PER ELEZIONI EUROPEE


 


Il volto umano del diritto
Postato da admin [16/03/2019 00:17]

SALVATORE NAPOLITANO              Ingegnere  

 Via A. De Gasperi, 30 – 80033 Cicciano (Na) -  email: ingnapolitano.s@libero.it  

Aldo Moro – il volto umano del diritto

Il 1 marzo ’19 si è tenuto un interessante convegno, organizzato dal Lions Club Nola “Ottaviano Augusto”, presso la location della Chiesa dei SS. Apostoli in Nola, per la presentazione del libro dal titolo: Aldo Moro – il volto umano del diritto -. Autore, il prof. Franco Vittoria, dottore di Ricerca in Scienza Politica e Istituzione in Europa, presso l’Università degli Studi “Federico II” di Napoli. 

L’evento è stato di notevole spessore culturale, per la qualità dei relatori e per le originali riflessioni racchiuse nel libro.

Entrare nel pensiero di Moro è come portare alla luce uno scrigno, custode di oggetti preziosi, celato dal piano inclinato della triste vicenda che lo ha visto protagonista e vittima delle brigate rosse. Il merito dell’autore e del service, è di aver aperto riflessioni originali sui molteplici aspetti dell’intelligenza di Moro, estremamente interessanti e, a tratti, inediti. Sconvolge l’attualità e la profondità del pensiero politico di Moro che dovrebbe riguardare tutti, politici, amministratori, giuristi, professionisti, cattolici e  laici. 

Lo spirito dello statista merita di emergere e di essere rivelato alla società italiana ed europea, coperto sino ad ora dalla violenza dei brigatisti rossi e dai loro manovratori. Il messaggio che Moro promanava in vita era in antitesi alla società del pensiero unico che domina l’epoca odierna. Egli promuoveva  “un’etica del pubblico e della partecipazione”  alla cosa pubblica, poiché riteneva che tutti dovessero farsi carico della compartecipazione allo sviluppo della comunità, intesa come Stato. Spronava la collettività ad essere parte attiva, superando le logiche del potere, ponendo al centro della politica e dello stato la persona. L’uomo.  

Il prof. Vittoria ha posto in risalto uno degli aspetti più importanti dello statista e prossimo al messaggio lionistico: “l’etica e il servire  gli altri e per gli altri”, attraverso la missione pubblica. 

L’idea politica morotea, più che un riferimento, è una luce per tutti, soprattutto per le nuove generazioni. Anche noi Lions dovremmo porla al centro della formazione e crescita sociale dell’associazione, quale riferimento etico e dell’etica lionistica. Il nostro “we serve” è lo stesso di Moro, Lui è il Melvin Jones italiano e Moro il Melvin Jones americano. Lo statista italiano merita alla memoria il più alto riconoscimento mondiale del Lions Clubs International, del quale saremo promotori attraverso un seminario culturale del pensiero etico di Aldo Moro.

La sua immensa figura morale, purtroppo, in politica fu spesso sovrastata dalla lotta di parte, anche all’interno del partito della  Democrazia Cristiana e, dopo la tragica fine per mano delle brigate rosse, dai mass-media e dai numerosi processi che hanno deviato e coperto le interessanti riflessioni quale giurista anche sulle tematiche del diritto e dei doveri dei cittadini. 

L’assassinio delle brigate rosse aveva, a mio parere, come scopo precipuo, uccidere non il corpo di Moro, ma il suo messaggio d’amore rivolto alla collettività e all’umanità intera, senza distinzioni di sorta o di appartenenza. Riprenderne il pensiero è la risposta al rifiuto più netto della strategia di morte portata dai terroristi rossi, esaltandone il vero e nobile ideale della sua missione. 

La stupefacente attualità sta nella rilettura dei suoi interventi e scritti. Nel 1969, a Bari, indicò alla Democrazia Cristiana, di ascoltare il paese, tutto intero, “le ragioni di tutte le opposizioni e le aspirazioni e le attese che esse esprimono, è nella prassi della democrazia rappresentativa (!), senza concessione sui principi caratterizzanti, ma in una posizione di rispetto e di attenzione, che è propria di una vera e matura democrazia”. Lui era per la politica dell’ascolto, sosteneva, poi, che “al partito forza e struttura necessitava sostituirlo col partito idea, che accende e utilizza l’intelligenza delle cose nelle masse di popolo”. Dunque, “se serve poco il potere del partito, serve poco il potere nel partito”. E’ il pensiero etico nella politica che con forza dovremmo infondere oggi alle giovani generazioni.

Il messaggio etico moroteo, a mio parere, è stato ripreso da Papa Benedetto XVI nel suo storico discorso a Ratisbona, allorquando, affermò: “Dio non si compiace del sangue, non agire secondo ragione, è contrario alla natura di Dio».  Dio non vuole il conflitto, respinge la violenza, le controversie, se si palesano si risolvono con la ragione, col dialogo, col confronto, con la parola, non con la spada. Ebbene, Moro  invitava a capire le ragioni e le attese di tutti, in politica, della maggioranza e delle opposizioni, e nella comunità intera, senza rinunciare ai propri principi politici.  Sono in grande sintonia i due leader, come lo era con Paolo VI, suo grande amico personale e spirituale. La vicinanza del pensiero moroteo al lionismo è altrettanto stimolante.  E’ sufficiente far riferimento al codice dell’etica lionistica, scritto da Melvin Jones, al quale tutti i Lions del mondo hanno l’obbligo di conformarsi. Lui affermava la verità, consapevole che “la verità e le rose sono avvolte da spine”, ma non per questo si deve rinunciare dall’affermarla con forza e coraggio, la verità è dignità.  Seguire e capire questi grandi uomini, tutti con percorsi diversi ma con uno

stesso obiettivo: la ricerca della verità con la ragione, adoperando la parola per risolvere i conflitti. Non mancando ai doveri verso la Patria, lo Stato, la comunità e i più deboli. Questo è il vivere il servizio lionistico contribuendo a far uscire dalla palude la società, come quella attuale, implosa nelle banalità e dalle banalità quotidiane. Nola, 10 marzo ’19

 

         Salvatore Napolitano         Lions Club Nola “Ottaviano Augusto”

 

 

 


Basta con i rinvii, ora serve l'unità
Postato da admin [12/03/2019 21:18]

 

Assistiamo a un ben triste spettacolo messo in scena dal governo giallo-verde. Il premier Conte si è inventato la “clausola di dissolvenza”, con la quale spera di guadagnare tempo e rinviare il caso TAV a dopo il voto di Maggio, per salvare la faccia a Di Maio e al M5S suo sponsor. Matteo Salvini, terrorizzato dal prossimo voto del Senato sul caso Diciotti, da spavaldo Capitan Matamoro rincula al più accondiscendente ruolo del meneghino Tecoppa ( “ fermati che ti infilzo”). Si aggiungano le posizioni antieuropee e filo russe con disponibilità filo cinesi del governo,  già denunciate dagli USA, e le nostre storiche alleanze atlantiche e europee sono messe in discussione senza nemmeno un dibattito parlamentare.

Ci prepariamo così al voto del prossimo 26 Maggio per il rinnovo del Parlamento europeo. Guai se i diversi cespugli nei quali ancora si disperde l’antica foresta democratico cristiana e popolare italiana non comprendessero la necessità inderogabile dell’unità.

 

Il 5 Dicembre scorso abbiamo condiviso il patto programmatico costituente federativo che insieme all’On Gemelli ho avuto l’onore di redigere. Ecco perché sento il dovere di rivolgere a tutti gli amici Renato Grassi, Mario Tassone, Gianfranco  Rotondi, Lorenzo Cesa, Mario Mauro, Giorgio Merlo, Ivo Tarolli e ai tanti amici rappresentanti delle diverse associazioni e movimenti dell’area cattolica, un ultimo appello all’unità .

 

Serve proporre alle elettrici e agli elettori italiani una proposta di ispirazione democratico cristiana per l’Europa con la quale ci impegniamo a mettere al centro delle politiche europee la persona, le famiglie, i corpi intermedi, le cui relazioni dovranno essere garantite dai principi della sussidiarietà e della solidarietà in un’Europa federata delle nazioni.

 

Intendiamo sottrarre l’Unione europea al condizionamento dei poteri finanziari che hanno rovesciato i principi del NOMA ( Non Overlapping Magisteria) garantendo alla finanza il primato e subordinando ad essa l’economia reale e la politica, molti esponenti della quale sono ridotti al ruolo di accoliti serventi a libro paga degli stessi poteri.

 

Intendiamo batterci per il controllo pubblico della BCE e delle banche centrali dei Paesi europei e per la separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria, a partire dalla Banca d’Italia e al ripristino della Legge bancaria del 1936.

Senza queste due riforme fondamentali non si potranno adottare efficienti ed efficaci politiche economiche per risolvere i grandi problemi della crescita e dello sviluppo sostenibile dell’Unione europea, insieme  a quelli della disoccupazione, specie giovanile, e della povertà sempre più ampia e diffusa anche tra i ceti medi europei.

 

Serve dar vita a una lista unitaria di tutti i  democratici cristiani e popolari italiani, sotto il simbolo glorioso dello scudo crociato. Una lista di centro senza cedimenti a destra o a sinistra, con candidati ed eletti impegnati a tradurre nella “città dell’uomo” gli orientamenti pastorali della dottrina sociale cristiana e lo faremo da soci fondatori del PPE, con la volontà di riportare l’Unione europea ai principi dei padri fondatori DC: Adenauer, De Gasperi, Monnet e Schuman.

Ettore Bonalberti

Vice Segretario nazionale DC, responsabile ufficio esteri-Roma,10 Marzo 2019


 

 

 


Si é riaperto il tema dell'autonomia regionale defferenziata
Postato da admin [22/02/2019 18:40]



Si è riaperta la questione, per la verità mai chiusa, dell’autonomia regionale. Quella cosiddetta differenziata é l’ultima delle soluzioni escogitate, dopo il fallimento dei precedenti tentativi svolti sin dalla bicamerale presieduta da D’Alema (1997) e a seguito dell’enorme confusione istituzionale connessa alle modifiche del Titolo V della della Costituzione (legge cost.le 3/2001). L’introduzione delle “materie concorrenti” tra Stato e Regioni, come è noto,   ha dato vita, infatti,  a una serie infinita di contenziosi, mentre permane la situazione non più sostenibile delle differenze esistenti tra Regioni a statuto speciale e regioni a statuto ordinario, che, vanamente, almeno sin qui,  noi popolari veneti abbiamo tentato di superare.

 

Se alcune tra le regioni trainanti dello sviluppo italiano: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sono giunte a proporre la via d’uscita, prevista in Costituzione, di un’autonomia differenziata, è perché l’attuale assetto istituzionale del nostro Paese non regge più, aggravato dalla condizione complessiva di anomia politico istituzionale ed economico sociale in cui versa l’Italia. Credo si debba partire da quest’oggettiva constatazione di crisi del nostro sistema istituzionale, resa ancor più difficile dalla situazione critica all’interno dell’Unione europea e nei nuovi assetti e rapporti internazionali; questi ultimi in continua modificazione nell’età della globalizzazione.

 

Ricordo al riguardo che, nel Febbraio 1997, sono usciti per la collana "il nocciolo" di Laterza, due saggi sull'Europa, che meritano la nostra attenzione. Il primo, in ristampa dopo la prima edizione del 1996, di Piero Bassetti ("L'Italia si é rotta? Un federalismo per l'Europa" )  ed il secondo, in prima edizione 1997, di Ralf Dahrendorf ("Perché l'Europa? Riflessioni di un europeista scettico") che affrontavano, da due diverse prospettive,  il tema dell'Europa.

 

Bassetti é, per quelli della mia generazione, il non dimenticato paladino del regionalismo degli anni '70, il primo Presidente della giunta regionale della Lombardia, il sommo teorico italiano del glocalismo (presidente della fondazione Globus et Locus). Ralf Dahrendorf, di origine tedesca, essendo nato ad Amburgo, é stato sino al 1983, il direttore della prestigiosa London School of economics, ed è stato membro della Camera dei Lords inglese e già Commissario inglese dell'Unione europea. E’ morto a Colonia il 17 Giugno 2009. Essi rappresentano, tuttora, due voci autorevoli di una stessa generazione di uomini politici e di cultura, le quali esprimono due diverse concezioni dell'Europa e del federalismo, dopo sessant’anni dalla nascita della CEE .

 

Il primo, kennedianamente un "ottimista senza illusioni", preoccupato della pericolosissima china cui é giunta l'Italia collassata nella sua struttura statuale ed al limite del rischio della secessione, ritiene che: " se il Paese si rompe sotto la pressione  europea, usiamo proprio la colla europea per aggiustarlo e farcelo entrare politicamente unito".

 

Per Bassetti, insomma, la difesa dell'Unità nazionale ed il superamento del rischio secessione può solo avvenire attraverso la Costituzione europea. Ma andare in Europa uniti per Bassetti "non vuol necessariamente dire volere cavare dall'Europa una sola cosa da fare, noi, tutti insieme secondo il classico approccio da governo centrale. Andare nell'Europa pluralista con un'Italia pluralista vuol dire poter chiedere cose diverse alle diverse realtà del Paese facendolo però insieme e con una visione di insieme".

 

  1. E' netta in Bassetti l'idea del superamento della concezione dello Stato nazionale così come ereditata dal Risorgimento e, dunque, la consapevolezza che "una nuova politica di Unità nazionale dovrà essere costruita non attorno a una rivendicazione di indipendenza e separazione dagli altri Stati europei come all'epoca del Risorgimento, ma, al contrario, deve essere tesa a inserire in Europa gli interessi globali del nostro Paese, partendo dalle sue differenze e articolazioni, nel tentativo di far giocare tali differenze come un surplus geopolitico che l'Europa ha in passato sempre mostrato di apprezzare." Sfiducia totale nella tradizionale concezione dello Stato nazionale così come concretamente si é realizzato in Italia, e totale adesione all'idea di un'Europa delle Regioni in cui il collante fondamentale dovrebbe essere costituito dal "sistema delle imprese". Superamento della vecchia idea del Principe-Stato e centralità dell'impresa "la quale non rappresenta più solo l'unità elementare di produzione, ma é anche il principale motore dell'innovazione". Non più, dunque,  un sistema fondato sull'alleanza tra Stati e superamento del centro come momento unificante dei particolarismi, quanto la realizzazione di un sistema a rete tra realtà regionali dell'Europa, istituzionali e d'impresa, che realizzano un nuovo patto federativo per il prossimo secolo, quale unico vero antidoto possibile contro i rischi non effimeri di disintegrazione socio politica del nostro Paese. Questo tema è stato ripreso con la stessa determinazione e nuovi accenti da Piero Bassetti, grazie a un articolo pubblicato su “ Il Foglio”, Mercoledì 13 Febbraio a firma di Maurizio Crippa, intitolato: “Il Risorgimento. Parte due”.

 

  1. Da esso emerge come il voto del 4 marzo  2018 abbia rivelato l’esistenza di due Italie difficilmente riconducibili e interpretabili da una cultura unitaria e condivisa e da una gestione dello stato di tipo centralizzato. La mancata unità nazionale su basi federaliste secondo la concezione di Carlo Cattaneo con l’alleanza tra borghesia del Nord , monarchia sabauda ed esercito, ha fatto nascere uno Stato, ma non ha risolto il problema lucidamente posto da Massimo D’Azeglio: “fatta l’Italia, facciamo gli italiani”. Di qui l’espressione di Bassetti della fine del primo risorgimento, proponendo una seria riflessione sulle riforme istituzionali possibili e compatibili e la riproposizione di  una lettura del caso Italia  secondo la stessa idea del prof Miglio : macroregioni e selezione di una nuova classe dirigente dal basso, partendo dalle realtà locali, considerando insufficiente e inadeguata la stessa soluzione dell’autonomia differenziata richiesta dalle tre regioni del Nord (Lombardia, Veneto, Emilia e Romagna) che è  alla firma del governo.                         

 

 

Totalmente diversa la posizione espressa da Ralf Dahrendorf, che in quel saggio si autodefinì "un europeista scettico" e che nello stesso espose, sostanzialmente assai bene, la posizione prevalente degli inglesi, già allora, in materia di costruzione europea. Teorico inflessibile dello Stato nazionale da lui ampiamente difeso contro le ricorrenti utopie dei federalismi regionali (v. il suo bel saggio su Micromega ,n.5/94,pagg.61-73) per Lord Dahrendorf: "la peggiore delle  prospettive é la cosiddetta Europa delle regioni, in cui unità sub nazionali omogenee, e quindi intolleranti, si uniscono con una formazione sovrannazionale  retorica e debole. Contro una prospettiva del genere , lo Stato nazionale eterogeneo é l'unico bastione".

 

Ne risulta una concezione totalmente opposta a quella di Bassetti,  che si basa su un'idea pessimistica delle realtà territoriali regionali portatrici, nella visione di Dahrendorf, di intrinseci rischi di frantumazione degli Stati, unici garanti delle regole di libertà per i cittadini. Insomma per Dahrendorf il binomio"società e democrazia" è più importante di "Europa e democrazia", mentre non manca il timore, così diffuso in molta parte della cultura anglosassone ed europea, espresso dal seguente interrogativo: "non può essere forse che in bocca tedesca "Europa" sia in realtà la parola in codice per il nuovo nazionalismo tedesco?".

 

Tutto il suo saggio é permeato da approfondite riflessioni in ordine ai rischi, se non addirittura all'inutilità, di considerare l'Unione monetaria che, come dibattito sull’euro, é oggi al centro del dibattito politico, economico e finanziario in molti  Paesi europei, Italia in testa, come il tema essenziale per la costruzione europea. Per Dahrendorf non solo tale questione non serve a risolvere i grandi problemi storico-politici presenti all'attualità dell'Europa di oggi, ma, probabilmente potrebbe contribuire a ritardarne addirittura la soluzione, riducendosi alla costruzione di un mero "francomarco"a netta egemonia tedesca. Una profezia che si è in larga parte auto adempiuta. Insomma per Dahrendorf non vale la pena di morire per Maastricht, mentre più saggio sarebbe puntare alla costruzione di una più stretta unione delle nazioni europee, "partendo dall'Unione europea così come esiste realmente nella sua attuale articolazione di Stati nazionali."

 

Ridotte così al "nocciolo" le tesi dei due autori  alla fine del secolo scorso, credo siano tuttora di grande interesse nell'attuale dibattito apertosi in Italia e nell'Unione europea.

 

Qualche anno dopo la pubblicazione di quel saggio (1997), nel 2014, l’allora primo ministro francese, Manuel Valls, propose  di "ridurre della metà il numero delle regioni" entro il 2017 e di sopprimere i consigli dipartimentali (province) "entro il 2021".Le Regioni francesi sarebbero passate dalle attuali 22 a 12, con un risparmio di spesa  annuo previsto tra i 12 e i 15 miliardi di €: una robustissima riduzione di spesa pubblica.Quello stesso anno Beppe Grillo, il leader del M5S, il 7 Marzo sul suo blog definiva l’Italia: "un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme" e per questo insisteva sull’urgenza di dividere il territorio nazionale in macroregioni.

Quella  iniziata nel 1861, scriveva Grillo, è “unastoria brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa  da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati (?) dello  Stato. Quale Stato? La parola ‘Stato’ di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti”. E se domani, proseguiva il post, “i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all’interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant’anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore di pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all’estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche”. Secondo Grillo per fare funzionare l’Italia, che “non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti”, “è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l’annessione della Lombardiaalla Svizzera, dell’autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d’Aosta e dellAlto Adige alla Francia e allAustria? Ci sarebbe un plebiscito  per andarsene”.

Considerazioni a cui replicò Matteo Salvini così: “Non vorrei che essendo in difficoltà, Grillo inseguisse la Lega”. Ma se da lui non ci saranno “solo parole” fra M5S e Carroccio “sarà una battaglia comune”. “Se è coerente – disse Salvini – Grillo sosterrà subito il referendum per l’indipendenza del Veneto e quando in Lombardia chiederemo lo statuto speciale ci sosterrà”. Per questo Salvini si aspettava che “non rimanessero solo parole, perché a parole i grillini erano contro l’immigrazione clandestinae poi hanno votato contro il reato, a parole erano contro l’euro poi è rimasta solo la Lega: se non saranno solo parole sarà una battaglia comune – concludeva – perché è certo che se mettiamo insieme le forze da questo punto di vista non ce n’è per nessuno”.

Parole profetiche pronunciate dai due leader quattro anni prima del “contratto di governo” giallo verde, anche se, oggi, giunti alla vigilia della firma degli accordi sottoscritti dalla ministra Stefani con i tre governatori di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, i grillini si stanno tirando indietro, preoccupati di offrire all’alleato-competitor di governo, Salvini, un vantaggio sicuro rispetto alla prossima scadenza elettorale per il rinnovo del parlamento europeo.

 

Ho citato queste idee di Grillo e di Salvini datate 2014, per evidenziare come i temi dell’autonomia regionale possano assumere nel tempo forme e declinazioni diverse, così come l’abbiamo sperimentato anche noi popolari veneti che, dalla fine del 2015, abbiamo avviato una grande campagna per la nascita della macroregione del Nord Est o del Triveneto, secondo le vie previste dalla Costituzione. Sostenitori della tesi del  prof Miglio, da anni, infatti,  proponiamo in Italia  il passaggio dalle attuali 20 regioni a 5- 6 macroregioni.

 

Proprio alla fine del 2015 e per tutto il 2016 e 2017, con molti autorevoli amici veneti, abbiamo condiviso l’idea della macroregione del Nord-Est, convinti che:esiste, ed è costituzionalmente previsto, un meccanismo, mai esplorato, per arrivare alla macroregione “speciale” triveneta, con Trentino e Friuli Venezia Giulia, omogenee per cultura, storia, caratteristiche economiche e tessuto sociale, a costo “zero” per lo Stato.Attraverso, cioè, l’applicazione dell’art. 132, comma 1, della Costituzione, ovvero promuovendo la richiesta di fusione delle tre regioni venete da parte di tanti consigli comunali quanti rappresentino 1/3 della popolazione complessiva (circa metà del Veneto), si determinerebbe la convocazione di un referendum, che, se avesse esito positivo obbligherebbe le camere a discutere una legge costituzionale di accorpamento del Triveneto.

 

Fondere due regioni speciali e una ordinaria comporterà necessariamente la creazione di una macroregione speciale, in cui vi sarà una diversa modulazione, anche mantenendole invariate, delle attuali risorse dello Stato per il medesimo territorio, altresì potendo l’itero triveneto beneficiare della autonomia fiscale ora riconosciuta solo a TTAA e FVA.

 

Inoltre, sul piano strategico una macroregione del nordest, cuore e crocevia degli assi nord/sud ed est/ovest dell’Europa, appare uno straordinario strumento di attrazione di investimenti, nonché di interlocuzione autorevole con le istituzioni italiane ed europee a immediato beneficio della crescita dell’intero territorio. La proposta potrebbe nascere da alcuni Sindaci di importanti città venete, sotto l’egida di autorevoli riferimenti veneti nel mondo del diritto, delle professioni, dell’economia, della cultura, dell’editoria.

 

Quella nostra indicazione, ahimè, non fu raccolta dalle forze politiche presenti nel Consiglio regionale del Veneto e cadde tra i “ wishful thinkings” (pensieri vaghi) impotenti e insoddisfatti. Peccato, perché sarebbero bastati i pronunciamenti dei consigli comunali dei sette comuni capoluoghi del Veneto per far scattare quel referendum. La Lega e il Presidente Zaia, con la maggioranza del consiglio regionale veneto, hanno deciso diversamente, proponendo la strada di un referendum consultivo che  ha ottenuto il via libera dalla Corte Costituzionale.

La forte partecipazione al referendum svoltosi  il 22 Ottobre 2017 e un voto pressoché plebiscitario a sostegno di una maggiore autonomia della nostra Regione, sono state le precondizioni politiche, nel Veneto e in Lombardia, per aprire un confronto con il governo centrale non più rinviabile. 50 miliardi di fondi versati da Lombardia e Veneto al governo centrale, sottratti dall’imposizione fiscale dei lombardo-veneti sono una cifra enorme non più sostenibile. L’Emilia e Romagna senza referendum optò da subito per l’apertura di una trattativa diretta col governo, sulla  base di  una proposta di accordo votata all’unanimità dal consiglio regionale emiliano.

 

Va assicurato che non intendiamo  sottrarci ai doveri della solidarietà a favore delle regioni italiane meno fortunate, ma onestamente non si possono più accettare gli sprechi e il malgoverno di realtà istituzionali come quelle che reggono la sanità campana o laziale e lo sfregio a ogni logica elementare di buona amministrazione cui è stata condotta la Regione Sicilia.

 

Da molto tempo sosteniamo, con l’insegnamento del compianto prof. Miglio, l’idea di un’Italia federale organizzata sulla  base di cinque o sei macroregioni, ma, ahimè, sin qui le nostre sono state inutili “grida nel deserto”, in un Paese centralista che non si rende conto, così com’è attualmente organizzato, di essere destinato al fallimento.

La nostra proposta non intendeva e non chiede di ridurre il grado di autonomia conquistato dalle consorelle realtà regionali friulane e trentino-altoatesine, ma, semmai, di aumentare quello ora garantito al Veneto come regione a statuto ordinario. E lo facciamo indicando in Venezia e nella migliore tradizione storico  politica della Repubblica Serenissima, il punto di riferimento centrale della nostra proposta. Nessuna velleità scissionistica, ma il riconoscimento di una specifica autonomia nel  quadro di ciò che prevede la nostra Costituzione repubblicana.

Che esista una questione settentrionale, lo ha ben descritto l’amico Achille Colombo Clerici in un suo recente saggio,  che ripropone quanto da lui esposto in una conferenza tenuta a Zurigo all’Istituto svizzero per i rapporti culturali ed economici  con l’Italia nel giugno 2008.In estrema sintesi Colombo Clerici fa presente quanto segue:

Se la questione meridionale italiana da quasi un secolo è al centro del dibattito storiografico e politico nel nostro Paese, scarsa attenzione viene data alla questione lombarda che si inserisce, più in generale, nella questione settentrionale, il cui confine è tracciato dal perimetro delle cosiddette regioni a residuo fiscale negativo: cioè di quelle regioni che allo Stato danno in tasse più di quanto ricevono in servizi.

 

Si delinea un'area geografica comprendente le regioni del Nord, un'area entro la quale si riscontra una certa omogeneità storico cultural-sociale ed economica. Anche se dobbiamo dire che, grazie a Milano, la Lombardia è la Regione che più assomiglia ad uno stato autonomo, nel quale esiste in modo inequivocabile un vero riconoscibile polo di potere socio-economico-amministrativo a reggerne la vita.La questione settentrionale potrebbe oggi, per grandi linee, affacciarsi nei termini problematici del compito e della responsabilità, maturati sul piano storico, delle Regioni del Nord di tenere agganciato il Paese al mondo internazionale, mentre le risorse per consentire questo compito non sono per niente definite.Anzi, non se ne parla nemmeno.L’assistenzialismo centralistico verso le regioni del Sud ha dato luogo a ingenti trasferimenti finanziari alle famiglie senza la contestuale creazione di nuovi posti di lavoro. Si è in tal modo sviluppato un modello di società dei consumi senza una corrispondente produzione. Lo Stato Italiano ha sottratto ingenti risorse finanziarie agli investimenti in infrastrutture di servizio, tanto al Nord, quanto al Sud; dove peraltro gli investimenti realizzati non hanno dato i risultati ipotizzati.

 

La soluzione? Alcuni sostengono un’idea più avanzata sul piano del “federalismo”, soprattutto in campo fiscale; altri più sfumatamente parlano di “regionalismo”, in aderenza sostanzialmente all’idea di una maggiore autonomia dell’ente locale. Ma poi inevitabilmente nelle risposte degli uni e degli altri emergono tutte le tematiche del dibattito generale: dai principi di interdipendenza, di sussidiarietà, di solidarietà, al policentrismo ed al cosmopolitismo. Il tutto inquadrato in un sistema che sia in grado di conciliare le esigenze di autogoverno–partecipazione locale, con la salvaguardia del principio di unità-solidarietà nazionale.

Ci auguriamo che il governo  non sia sordo e ondivago come lo è stato il PD a suo tempo, in questa vicenda per l’autonomia differenziata. Se, com’è assai prevedibile, gli accordi annunciati dalla ministra Stefani non potranno essere sottoscritti in questa fase pre elettorale, non sarà con il rinvio che si potranno sciogliere i nodi aperti dalla locomotiva italiana lombardo-veneta-emiliana. Alla fine, si dovrà prendere atto dell’opportunità di un nuovo assetto finalmente federale del Paese, con cinque o sei macroregioni  e una guida autorevole e forte centrale, come il compianto prof Miglio, profeta inascoltato, autorevolmente auspicava.

Ricordo ciò che ha scritto Stefano Bruno Galli, in una nota su “ La Confederazione Italiana” il 23 Giugno 2016 sul tema: “ Il federalismo di domani”:

“Sarebbe questo il progetto di un federalismo a geometria variabile concreto, realizzabile e praticabile. Un federalismo dal quale ci guadagnerebbero tutti. Le autonomie storiche sarebbero affiancate da queste nuove autonomie speciali, e quindi nessuno si permetterebbe più di metterne in discussione la sopravvivenza. Le regioni del fronte del residuo fiscale conquisterebbero maggiori – e strameritati – margini di autonomia politica e amministrativa. Infine, nel rapporto con le nuove specialità, si potrebbe lavorare sulla riduzione del residuo in cambio dell’attribuzione in via esclusiva di tutte le competenze concorrenti e dell’assolvimento di servizi oggi garantiti dallo Stato centrale: minore spesa in uscita e più qualità nei servizi erogati, a beneficio della collettività. Perché le regioni con un consistente residuo fiscale sono assai più virtuose dello Stato di Roma. Lo dimostra proprio l’entità del residuo. Mentre le altre regioni, quelle che – come un’idrovora – sono mantenute e succhiano risorse allo Stato centrale, rimarrebbero nell’attuale condizione di dipendenza e di subordinazione rispetto a Roma. Condizione rafforzata – ma solo per loro – dalla riforma costituzionale. Se intendono guadagnare una maggiore autonomia politica e amministrativa saranno costrette a diventare virtuose. È ora che in questo Paese si adottino dei criteri premiali, basati sulla competizione – che è l’essenza del federalismo – fra la virtuosità dei territori. Competizione che questo Paese non ha mai conosciuto.”

L’immediata reazione del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, il quale intende anche lui chiedere per la sua realtà territoriale una maggiore autonomia, non può che essere salutata favorevolmente, al di là dei toni vanagloriosi di sfida, tenendo presente che si tratterà di rimodellare l’intero assetto istituzionale del Paese con cinque o sei macroregioni e un forte potere centrale di tipo presidenziale, come nei migliori modelli federali esistenti in Europa e nel mondo. Credo che su questa proposta si possa e si debba aprire un serio confronto anche al nostro interno, trattandosi di un’idea coerente con quanto appartiene alla nostra migliore  cultura e tradizione politica delle autonomie locali, da quella popolare sturziana a quella  democratico cristiana e degasperiana iscritte nella Carta costituzionale.

Ettore Bonalberti

Venezia, 16 Febbraio 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


A proposito di "autonomia" di Banca d'Italia
Postato da admin [13/02/2019 19:45]


L’attacco di Lega e M5S all’autonomia di Banca d’Italia per “culpa in vigilando” nei casi di default bancari intervenuti come a Veneto Banca et similia, dovrebbe far riflettere sulla reale situazione nell’assetto proprietario di Banca d’Italia.

Lì si capirà se davvero Banca d’Italia è autonoma come si sostiene da parte dei partiti e la Costituzione prevede.

 

Basterebbe che il M5S con i suoi rappresentanti al governo chiedesse lumi all’On Alessio Villarosa, oggi sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ricevette una riposta dello stesso Ministero nel Febbraio 2017 ad una sua interrogazione parlamentare.

 

Il ministero confermò che maggiori azioniste di Banca d'Italia con 265 voti su 529 (da parte , attraverso le SUB-DELEGHE conferite agli avvocati (avv.Cardarelli,) dello studio legale Trevisan di viale Maino –Milano) risultano una decina di fondi petroliferi nonché speculatori finanziari georgiani/ arzebajani di antica origine tedesca (Vanguard, State Street, Northern Trust , Fidelity , Jp Morgan Trust, Black Rock , Bnp Paribas Trust, Franklyn Templeton e il loro fondo immobiliare comune Black Stone, già proprietario di quasi tutti gli outlet village in Italia e di oltre 1 MILIONE di mq di centri logistici sempre in Italia), cd ariani o KAZARI o askenazita-kazari , indagati dal 15 Gennaio 2018 anche dalla Procura di New York e dallo Stato di New York per PROCURATO DISASTRO AMBIENTALE e per avere fermato lo sviluppo dell'energia solare, hedge fund e come tali, unici fondi al mondo autorizzati a compiere amorali , immorali, illegittime VENDITE ALLO SCOPERTO (presa in prestito di titoli di società terze a loro insaputa per venderli al fine di farne crollare la quotazione, per acquistarli a prezzi stracciati ad ogni programmato settennale avvenuto crollo della borsa di Milano, da quando dal 1992/93, abolita purtroppo in Italia la separazione bancaria tra banche di prestito e banche speculative a causa del decreto legislativo n. 481 del 14 Dicembre 1992 firmato da Amato e Barucci, essi imperano , crolli della borsa di Millano infatti avvenuti ogni circa sette anni 1994, 2001, 2008 , 2016, crolli che hanno impoverito circa 20 milioni di piccoli azionisti italiani che hanno perso tutti i loro risparmi ) definiti fondi speculatori anche dal D.M. del Tesoro n. 98/1999.

 

Trattasi di decreti già emessi , non disegni di legge, decreti che comprovano l'avvento in Italia dal 1992/93 di questi fondi speculatori con sede legale nella City of London , proprietari della City of London, e sede fiscale nel PARADISO FISCALE del Deleware come dimostrato dalla Relazione della SEC (organo di vigilanza della borsa degli Stati Uniti , indipendente dal 2001).

Fondi speculatori che il sito governativo britannico beta.companieshouse.gov.uk ha dimostrato che le società che essi controllano appartengono aTRUSHELFCO, DIKAPPA più un numero delle sette famiglie kazare ,georgiane /arzebajane di antica origine tedesca dei Rothshild , J.P. Morgan,Warburg , Walker Bush, Rockfeller, Jeferson Clinton, Johnson,

 

Vogliamo allora veramente garantire l’autonomia di Banca d’Italia?  Va bene scegliere la dirigenza rispettando le norme di legge, ma, soprattutto, si torni al controllo pubblico della sua proprietà e alla separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria, così come prevedeva la legge bancaria del 1936, sempre salvaguardata dalla Democrazia Cristiana,  superata, ahimè, dal  Decreto Leg.vo n.481 del 14.12.1992 di Amato-Barucci citato.

 

Vogliamo discuterne seriamente?


Cordiali saluti

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale DC-resp.le Ufficio esteri

Venezia, 11 Febbraio 2019

 


Prodi "benedice" l'alleanza con i grillini ?
Postato da admin [03/02/2019 11:56]

 Dunque, la sinistra e' tornata. O meglio, e' in corso tra mille difficoltà il tentativo di far ritornare i Ds. Dopo l'ubriacatura renziana e il fisiologico e scontato tradimento degli ultra', appena la parabola si è  esaurita per le ripetute e insistenti sconfitte elettorali  - la lista è troppo lunga per cercare di farne un elenco, ricordiamo solo l'ineffabile Fassino per tutti - adesso e' in pieno svolgimento il "contrordine compagni". Ovvero, si deve - come ripetono ossessivamente e stancamente sia Zingaretti che Martina - "riscoprire, rifondare e rilanciare il pensiero e la cultura della sinistra italiana". Tradotto per i non chierici, va ricostruito il Pds. E sin qui non c'è alcuna novità. Anzi, ci permettiamo di dire che il disegno è quantomai atteso ed anche utile. Soprattutto nel momento in cui è stato definitivamente archiviato il progetto politico originario del Pd. Che era quello di essere un partito plurale, di governo, riformista e post ideologico. E accanto al Pds, che dopo le primarie del 3 marzo diventera' un fatto quasi scontato, sono tornati anche i riti - o i tic storici - della sinistra italiana. A cominciare dai celebri "appelli" dei milionari dello spettacolo, della cultura, dell'editoria, dell'industria che si spacciano per progressisti e offrono ricette progressiste di fronte ai drammi e alle emergenze della società italiana. Esponenti, di norma, elitari, aristocratici, mondani, salottieri e con grandi disponibilità finanziarie che ogniqualvolta sostengono posizioni progressiste o di sinistra, finiscono per fare puntualmente la fortuna di chi vogliono distruggere e criticare. Tutto, comunque sia, secondo copione. E accanto agli appelli dei milionari dell'altissima borghesia, progressista e di sinistra, torna la centralità dei diritti civili a scapito dei diritti sociali. E, com'è altrettanto scontato, lo sberleffo verso tutte queste esigenze e richieste che partono dai bisogni reali dei ceti popolari: dalla sicurezza al reddito di cittadinanza, dal "sentiment" delle periferie alla povertà vera dei ceti più disagiati alle condizioni di autentica sofferenza degli ultimi. Ma, come si sa, la sinistra salottiera ed aristocratica, nonché milionaria, preferisce denunciare e battersi contro  l'imminente ritorno del fascismo di turno inneggiando alla "resistenza" al posto di elaborare proposte e studiare strategie capaci di aggredire i reali bisogni di chi e' maggiormente in difficoltà. In questo quadro, peraltro non nuovo per la sinistra salottiera ed elitaria degli ultimi anni, potevano mancare i cattolici? Come ovvio no. In attesa dei sedicenti cattolici alla Del Rio, abbiamo l'impressione che il nuovo corso del Pd - che culminerà, quasi certamente, con la leadership di Zingaretti - farà di tutto per abbattere il governo giallo verde prima per poi lanciare la grande campagna dell'alleanza con i grillini. Un capovolgimento di prospettiva, l'ennesimo e per giunta trasformistica, ma che si appresta a caratterizzare l'orizzonte politico del futuro Pd/Pds. Ecco perché non stupisce l'ennesimo protagonismo di Romano Prodi - che, occorre pur dirlo, in questi ultimi anni non ne ha più azzeccata alcuna - sul fronte della "benedizione" a Zingaretti prima e della potenziale alleanza con i grillini, o chi resterà dei grillini, poi. E l'incontro con il Presidente della regione Lazio a casa sua a Bologna e la riflessione simpaticamente grillina sul Messaggero di domenica, non sono altro che l'incubazione di un disegno che progressivamente, seppur con prudenza, prende forma. Insomma, l'ennesima versione della discesa in campo di una sinistra "catto comunista", nobile nei principi, elitaria nei rapporti e saldamente espressione dei bisogni del "sistema", rischia di favorire proprio quelli che si vogliono combattere. Dal sovranismo in poi. E noi, molto semplicemente, facciamo una sola e banale domanda: ma abbiamo veramente bisogno di una sinistra così dopo la dura ed implacabile lezione del 4 marzo?
Giorgio Merlo
 


Il ricordo di Giuseppe Zamberletti
Postato da admin [28/01/2019 20:31]

Il ricordo di Giuseppe Zamberletti, famoso per avere creato il  Dipartimento della Protezione civile della Presidemza del Consiglio, fu  parlamentare per diverse legislature: il 19 maggio1968  viene eletto, per la prima volta, alla Camera dei Deputati nella Circoscrizione Como- Sondrio- Varese   per la Democrazia Cristiana ed entra a far pare dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. Rieletto deputato il 7 maggio 1972 entra a far parte del Governo come Sottosegretario all’interno nel IV e V Governo Moro e nel III Governo Andreotti,  con delega per la Pubblica  Sicurezza e per il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco e Protezione civile. Nel Governo Cossiga  ricopre l’incarico di Sottosegretario agli Affari Esteri. Zamberletti  si è trovato a gestire emergenze derivanti dai terremoti in Friuli nel 1976  e in Irpinia nel 1980 E’ stato per me un onore averlo conosciuto e incontrato più volte dopo tangentopoli per discutere il decadentismo della politica con  il congelamento della DC e la dispersione del patrimonio di cultura politica che era stato utilizzato per decenni per il bene comune del popolo italiano, con grandi democristiani come Lui, belle persone etiche, che hanno saputo testimoniare e operare in modo eccellente nel governo delle istituzioni per il miglioramento del bene comune del popolo italiano. Ciao Giuseppe, adesso dal Cielo dacci ancora le tue indicazioni di Protezione Civile!! Grazie, Antonino

 

 


Immigrazione: una proposta per la DC
Postato da admin [25/01/2019 16:45]



 

Con una lettera ricevuta il 23 Gennaio scorso, l’On Michele Zolla  mi ha scritto: “A proposito della tua riflessione sulla deriva populista desidero riferirti quanto segue: sono tornato di recente per un breve soggiorno nei luoghi della mia origine ed ho avuto modo di conversare in un incontro conviviale con quattro vecchi amici (professionisti) democristiani di convinzione e non di convenienza da vecchia data. Il succo dei loro ragionamenti è il seguente." Le frontiere italiane, terrestri e marittime, sono solo frontiere dell'Italia  o sono anche frontiere dell'Europa? Se sono solo frontiere italiane l'Europa è solo una realtà geografica. L'Europa politica è tenuta a fare rispettare i patti sottoscritti dagli stati membri, ma se non è in grado di farlo per gli accordi sulla distribuzione degli emigranti che autorità ha per altri patti? La deriva populista ed il tramonto delle élites sono temi appassionanti ma vogliamo ricordare che non tutti gli esseri umani hanno ricevuto gli stessi talenti e che chi ha ricevuto di più rappresenta la parte traente della società. Se questa parte si disimpegna dalla gestione della res publica viene a galla la seconda scelta e poi via via si arriva a raschiare il fondo del barile affidando alla dirigenza attuale la guida del paese. Siamo su un autobus impazzito su una strada di montagna".

 

Quello dell’immigrazione è uno dei temi cruciali per l’Italia e per l’Europa; un tema che ho ampiamente approfondito nel mio recente saggio: “ Elezioni europee-La visione dei Liberi e Forti”(https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/422618/elezioni-europee/)

Vorrei proporre quanto ho scritto in quel saggio, assumendo la proposta che l’amico Natale Forlani ha indicato al gruppo di “ Costruire Insieme”, l’associazione presieduta dal sen Ivo Tarolli, al quale anch’io partecipo dall’atto della sua fondazione, come quella che ritengo la più rigorosa, efficiente ed efficace per uscire dalle improvvisazioni e speculazioni elettoralistiche che hanno sin qui contrassegnato il dibattito politico in Italia.

 

 Essa é in linea con quanto  condiviso con altri amici nel “patto programmatico costituente federativo” del 5 Dicembre. Rammento che in quel documento, a proposito di immigrazione, si è scritto così: “La crisi migratoria di dimensioni mondiali (oltre all’Europa vedi gli USA e l’Australia come esempio) è stata causata dal modello di sviluppo mondiale imposto dal pensiero ultra-liberista finanziario mondiale, che ha abbandonato il progetto globale di sostegno ai PVS – l’Unione Europea ha abbandonato i Programmi Meda decisi nel processo di Barcellona – per affermare il principio “ogni cittadino deve essere fautore del proprio benessere”,  a prescindere dalle condizioni di partenza; tale principio, che trova l’esempio nella opposizione di Trump alla Obama-care, si traduce anche in Europa che il welfare state si trasforma in welfare society e in welfare community”.

 Con gli altri amici che hanno condiviso e sottoscritto quel patto, abbiamo, infine, affermato: “Insieme condividiamo il documento politico approvato dal PPE nel recente congresso di Helsinki : per un’Europa sicura che coopera con l’Africa con un forte “Piano Marshall”, un’Europa per tutti: prospera e giusta; un’Europa sostenibile; un’Europa che difenda i nostri valori e i nostri interessi nel mondo”.

Propongo il testo redatto nel mio saggio, sperando di aprire un serio confronto all’interno del partito e della più vasta area politico culturale di ispirazione cattolico democratica e cristiano sociale, al fine di assumere la nostra proposta politica sul tema dell’immigrazione, anche sulla quale tentare di ricomporre la più ampia unità dei cattolici democratici e cristiano sociali italiani.

 

Da quanto evidenziato nel capitolo secondo del mio saggio sui megatrends demografici in Europa, il tema dei flussi migratori verso l’Europa risulta essere tra i più rilevanti, se non il principale, causa determinante dello svilupparsi dei “sovranismi” e delle chiusure  nazionalistiche che, in taluni casi, assumono i caratteri di una vera e proprio xenofobia.

 

Se come già citati nel capitolo secondo:  “ Oggi gli africani sono 1,2 MLD nel 2050 saranno 2,4 MLD: intrapolazione lineare della popolazione dal 2020 al 2050  con y=(2.4-1.2)/4*x+1.2)*1000 dati in Milioni di abitanti, per decadi X=0,1,2,3,4, si assume quanto segue: nel 2020s x=1 gli africani siano 1.5MLD, nel 2030 x=2 siano 1.8MLD, nel 2040 x=3 siano 2.1MLD, nel 2050 x=4 siano 2.4MLD

 

  Popolazione Europa oggi 500 MLN nel 2050, 706 MLN : intrapolazione lineare della popolazione dal 2020 al 2050 con y=(706-500)/4*x+500) dati in Milioni di abitanti, per decadi X=0,1,2,3,4 si assume quanto segue: nel 2020 x=1 gli europei siano 551.5 Milioni, nel 2030 gli europei siano 603 Milioni, nel 2040 gli europei siano 654.5 Milioni, nel 2050 gli europei siano 706 Milioni.

 

Nel decennio 2020 gli africani sono stimati a 1.5 MLD e gli Europei in 551.5 Mln, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 6.3%-14% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 94 milioni-210 milioni.. Se dal Nord Est Africa iniziasse un trasferimento (business Africa Ferries o Gateway umanitari) con l'attuale legge italiana che concede la cittadinanza dopo 10 anni, in media nel decennio 2020 diverrebbero italiani tra 9.4-21 Milioni d'africani. Sarebbero aspersi in Europa dalla via Greco-Italica circa 84.4 Milioni-189 Milioni d'africani.

 

Nel decennio 2030 gli africani sono stimati a 1.8 MLD e gli Europei in 603 Milioni, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 12.5%-26% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 225 milioni-468 milioni. Se dal Nord Est africa iniziasse un trasferimento (business Africa Ferries o Gateway umanitari) con l'attuale legge italiana che concede la cittadinanza dopo 10 anni, in media nel decennio 2030 s diverrebbero italiani tra 22.5-46.8 Milioni di persone (oltre la metà dell'attuale popolazione italiana). Sarebbero aspersi in Europa dalla via Greco-Italica circa 202-421 Milioni d'africani.

 

Nel decennio 2040 gli africani sono stimati a 2.1 MLD e gli Europei in 654.5 Milioni, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 25%-38% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 525-798 milioni di persone.

 

Nel decennio 2050 gli africani sono stimati a 2.4 MLD e gli Europei 706Milioni di persone, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere il 50% della popolazione,  con una pressione demografica potenziale di 1,2 miliardi

 

E’ evidente che ci troviamo di fronte a un fenomeno che ha assunto e potrà assumere dimensioni impressionanti destinate a incidere profondamente sugli equilibri geo politici ed economici tra Europa, Africa e il resto del mondo.

 

 

 

E’ altrettanto evidente che nessuna politica che si limitasse, come da qualche partito e dall’attuale governo si  propone, a innalzare barriere, blocchi navali, respingimenti , sarebbe in grado di ostacolare e annullare la spinta di milioni di giovani, affamati e prolifici se non si attiveranno strategie di sviluppo sul grande continente africano.

 

Che fare allora e quali proposte concrete noi Popolari possiamo avanzare all’interno del PPE e  nel prossimo Parlamento europeo ?

 

Il Dr Natale Forlani, già dirigente CISL e componente del direttivo dell’associazione “Costruire Insieme”(@costruireinsieme1) ha presentato un’organica proposta che è stata condivisa e che, a nostro parere, potrebbe essere assunta quale strategia possibile per i Popolari europei.

 

Riportiamo integralmente il testo della stessa così denominata: “ Per una comunità sicura e accogliente”. Essa potrebbe rappresentare il “ Manifesto per una buona politica per l’immigrazione”:

 

LA NOSTRA NAZIONE   E’ DIVENTATA UN  GRANDE PAESE DI ACCOGLIENZA DEGLI                IMMIGRATI

 

Nel corso dei venti anni recenti l’Italia , superando  i  5 mln di immigrati residenti , è diventato il terzo paese per numero di cittadini di origine straniera accolti nell’ambito delle nazioni aderenti alla Unione Europea.

 

Una popolazione composita , distribuita su numerosissime comunità di origine con caratteristiche eterogenee  per estrazione : linguistica , culturale e religiosa .  Frutto  di una crescita rapida ,  concentrata soprattutto negli anni 2000 , e che si sta incrementando anche  in ragione  del consolidamento territoriale delle singole comunità di origine,   e dei nuclei familiari di appartenenza , e per effetto di una forte natalità e delle  ricongiunzioni familiari .

 

NEL MERCATO DEL LAVORO ITALIANO

 

Gli immigrati rappresentano circa il 12% della popolazione attiva , l’ 11% di quella occupata  , il 15% di quella in cerca di lavoro .

 

 Sono in larghissima parte ,  circa il 90%,  lavoratori  dipendenti   impiegati in lavori manuali ed esecutivi , territorialmente concentrati nel nord e  nel centro Italia , con un peso rilevante  nel lavoro domestico , nelle costruzioni ,  nell’agricoltura  e assai  significativo nell’industria manifatturiera  nei settori  alberghiero e della ristorazione  ,   nelle fasce più giovani della popolazione attiva , con una particolare incidenza in quella degli  under 30.

 

La crescita della occupazione immigrata , che ha superato la cifra dei 2,4 milioni di unità lavorative ( distinte in circa 1,6 mln di extracomunitari  e 800 ml comunitari ) è stata costante anche durante gli  anni della crisi economica  compensando , in modo significativo , la rilevante perdita di occupati italiani.

 

Secondo le stime dell’ Istat,  tra il 2007 e il 2014  , a fronte di una diminuzione  di circa 1,5 mln di occupati autoctoni , il numero degli immigrati occupati si è incrementato di oltre 850 ml unità. Un fortissimo contributo alla crescita dell’occupazione immigrata è stato offerto dalla libera circolazione dei lavoratori neo comunitari, in particolare quella per i lavoratori rumeni , e dall ‘aumento dell’occupazione femminile nel settore dei servizi per le famiglie. 

Nel contempo è aumentato  sensibilmente anche  il numero degli immigrati in cerca di lavoro , che ha raggiunto il picco delle 450ml unità , e quello delle persone inattive , attualmente stimate in 1,2 mln di persone  come conseguenza  del  rilevante incremento della popolazione residente ( circa il 40% ) , e di quella in età di lavoro, nel periodo preso in considerazione ,  per effetto di nuove nascite e di ricongiunzioni familiari  e per via del contributo significativo offerto dall’incremento dei cittadini neo comunitari favoriti dal regime di libera circolazione .

 

La crescita concomitante dell’ occupazione , della disoccupazione e della inattività degli immigrati in Italia , rappresenta un caso unico nel panorama dei grandi paesi di accoglienza europei. Come diretta conseguenza  , il tasso di occupazione è diminuito di oltre il 10%  per la componente dei cittadini extracomunitari , e del  7% per quella dei neo  comunitari.

 

Nonostante la significativa ripresa dell’occupazione avvenuta nei tre anni recenti , alimentata soprattutto dalla crescita degli occupati italiani , la crisi economica ha prodotto effetti negativi   sui salari dei lavoratori immigrati ,  e sul reddito delle famiglie di riferimento . La media dei salari è diminuita  del 20% .  L’ incidenza dei nuclei familiari senza redditi da lavoro o da pensione ,sul totale dei gruppi di riferimento,  è di entità doppia  rispetto a quella dei nuclei familiari composti da italiani (  14 % rispetto al 7% )  con punte  superiori al 20% per le comunità di origine tunisina , marocchina , pakistana e egiziana.

 

ABBIAMO BISOGNO  DI PIU’ IMMIGRATI ?

 

Molte fonti , anche autorevoli , sostengono l’esigenza di programmare annualmente un flusso d’ingresso di nuovi immigrati    per la doppia finalità  di rigenerare la popolazione attiva italiana , destinata a comprimersi per via dell’invecchiamento della popolazione e della diminuzione delle nascite , e  per rendere sostenibile , con la crescita degli occupati immigrati , il finanziamento delle prestazioni sociali, a partire da quelle pensionistiche .

 

La decrescita demografica , e il contributo degli occupati di origine straniera al finanziamento delle prestazioni sociali sono elementi oggettivi della realtà italiana  .

 

 Ma  i dati disponibili , quelli  relativi alle tendenze del mercato del  lavoro e del reddito degli immigrati, e quelli forniti dall’osservatorio statistico dell’Inps  , che palesano  una concentrazione dei  contribuenti nelle fasce  esenti dal prelievo fiscale e nei settori a bassa contribuzione previdenziale ,  mettono in evidenza un drammatico problema di sostenibilità della immigrazione residente  ed ,  in particolare,  di quella di origine extra comunitaria .

 

Nonostante la ripresa dell’economia  e dell’occupazione  , rimane l’esigenza di riassorbire un bacino di circa 3 mln di disoccupati ,  tra i quali vengono ricompresi circa   430 ml immigrati  e buona parte dei 2, 4 mln di giovani che non studiano e non lavorano , composto in prevalenza da persone con bassa qualificazione .

 

Giova ricordare che il tasso di occupazione della popolazione italiana, attualmente al 58%, è assai distante dalle medie europee e lontano dal garantire livelli di sostenibilità per il sistema delle prestazioni sociali.

 

Pur ritenendo fondata la relazione esistente tra la crescita degli occupati immigrati e la scarsa propensione dei giovani italiani a svolgere determinate mansioni , risulta altrettanto difficile negare come la crescita di una popolazione scarsamente remunerata , e che  in molti ambiti settoriali e territoriali sconfina con il lavoro sommerso , finisca essa stessa per ostacolare una rivalutazione del lavoro manuale e un cambiamento delle aspettative delle persone in cerca di lavoro. 

 

Queste  dinamiche   contributo in modo significativo  alla bassa crescita dei  salari e dei livelli di produttività che caratterizza l’economia italiana .

 

I NUOVI FLUSSI D’INGRESSO DI  MIGRANTI   IRREGOLARI  :  FENOMENO STRUTTURALE  O IL  PRODOTTO DI POLITICHE INADEGUATE  ?

 

Dal secondo semestre 2014 ha preso corpo un sistematico flusso di ingresso di immigrati irregolari in Italia proveniente , in grande prevalenza , dal territorio libico . La natura di questi flussi migratori  ,  rimane costantemente caratterizzata da una grande prevalenza di emigranti per motivi economici ,provenienti in grande prevalenza dai paesi del centro Africa e del sud Sahara ,   e che , da una narrazione di parte , viene erroneamente identificata con i profughi in fuga da conflitti bellici .

Un flusso di  migranti irregolari   in buona parte  non identificati   e che ,  soprattutto nel corso del 2014 e 2015 , sono  rifluiti , verso altre nazioni del centro nord  Europa . 

 

I numeri , più delle parole , danno evidenza della quantità e della qualità del fenomeno : oltre 550 ml persone sbarcate nel territorio italiani , di cui solo 170 ml presenti nelle strutture di accoglienza , circa 200 ml domande di asilo .  Tra quelle che hanno ottenuto un riscontro dalle commissioni di esame , solo meno del 10% ha ottenuto tale riconoscimento . Un ulteriore 30% hanno ricevuto un  permesso per motivi umanitari o di protezione sussidiaria   , mentre il  60% sono state  respinte  per totale insussistenza di requisiti di protezione internazionale .

 

La scelta di effettuare a ridosso delle acque territoriali libiche le operazioni di salvataggio in mare , operata dal governo in carica nella seconda parte del 2014, ha oggettivamente favorito la crescita   di una rilevante bolla di emigranti per motivi economici nel territorio libico , senza peraltro ridurre il numero dei  decessi in mare  . Per i trafficanti di uomini era  diventata una consuetudine  caricare numeri abnormi di persone in modo improvvisato e su mezzi sempre meno adeguati.

 

 I ritardi delle Istituzioni Europee in materia di politiche per l’immigrazione  , legati alle indisponibilità di alcuni paesi a farsi carico delle nuove emergenze sono evidenti  .  Ma , altrettanto , è difficile negare che la distanza tra la rappresentazione  dei fenomeni , offerta anche dalle nostre  Autorità di governo, e le dinamiche reali  ,  abbia seriamente compromesso la credibilità e  l’autorevolezza delle proposte italiane .

 

Nonostante il  cambiamento di approccio culturale e politico  , operato dal governo in carica , Italia si ritrova ad aver cumulato una notevole mole di ritardi , di approccio culturale , nella revisione delle procedure di identificazione e espulsione , nelle modalità di gestione dell’accoglienza e di integrazione dei migranti  che hanno ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di protezione internazionale , sul versante degli accordi internazionali  con i paesi di origine dei migranti .

 

Questi ritardi hanno  riflessi  economici  e sociali che vanno ben oltre i costi dedicati alla accoglienza dei migranti irregolari .  Essi sono visibili nel degrado delle periferie urbane laddove si concentrano nuclei di immigrati con e senza permesso di soggiorno , nell’aumento del lavoro sommerso , nella crescente concorrenza nell’accesso alle misure assistenziali , che sono dotate di risorse limitate e che , con tutta probabilità , arriverà al culmine nell’occasione della emanazione dei bandi per l’accesso alle prestazioni economiche rivolte al contrasto della povertà.

 

AIUTARLI A CASA LORO ?  MOLTI ITALIANI LO STANNO GIA’ FACENDO

 

Nel mentre si è aperto uno stucchevole dibattito politico sulla opportunità di aiutare le popolazioni nei paesi poveri , o in via di sviluppo,  nell’ambito di uno scambio con i paesi di origine dei migranti che preveda un  reciproco controllo sugli esodi irregolari.

 

In una parte significativa del ceto politico  , la migrazione viene letta come fenomeno ineluttabile e come via privilegiata per contrastare l ‘impoverimento delle popolazioni  , per attenuare gli effetti dell’incremento demografico del continente africano , e compensare quelli legati all ’invecchiamento della popolazione nei paesi europei.

 

Le migrazioni possono certamente rispondere alle aspettative delle persone che aspirano ad un destino migliore , dare un contributo allo sviluppo dei paesi di origine tramite le rimesse dei migranti e le esperienze di lavoro  per quelli che rientrano , ed , altrettanto , a contenere il declino demografico dei paesi sviluppati .

 

Ma autorevoli  studi internazionali dimostrano che l’uscita dalle condizioni di povertà assoluta  di circa 1 mld di persone , nel corso degli ultimi venti anni ,  è avvenuta per effetto dello sviluppo locale dei paesi emergenti , che il contributo delle rimesse  non di rado è compensato in negativo da un esodo di risorse umane fondamentale per la crescita di un ceto  medio produttivo, che i tassi di natalità dei migranti si adeguano rapidamente a quelli delle popolazioni dei paesi di accoglienza.

 

Nel contempo vengono sottovalutate le iniziative promosse nei paesi poveri e in via di sviluppo , da importanti ordini religiosi negli ambiti della formazione professionale, della sanità e della assistenza  , le iniziative di gruppi e associazioni  volte a promuovere progetti di sviluppo locale , le adozioni a distanza delle famiglie  , stimate , per l’Italia ,in oltre un milione di erogazioni  l’anno da parte delle famiglie .

 

Iniziative corpose ma che non riscontrano l’attenzione di  istituzioni, prevalentemente assorbite  nel promuovere programmi di cooperazione onerosi e di dubbia efficacia riservati a gruppi ristretti di  organizzazioni non governative , e che , diversamente potrebbero  diventare il perno di una nuova politica di cooperazione internazionale sostenuta anche dalle istituzioni Europee

 

LA CITTADINANZA DEVE ESSERE IL RISULTATO DI UN PERCORSO DI INTEGRAZIONE

 

Un ramo del Parlamento ha recentemente approvato il testo di un disegno di legge che si propone di riconoscere il diritto di cittadinanza ai minori stranieri residenti , nati in Italia o ricongiunti , che abbiano portato a compimento ameno un  ciclo scolastico , con la finalità , a detta dei sostenitori , di rimediare una discriminazione nei confronti dei loro coetanei italiani, in quanto attualmente  costretti ad avanzare questa richiesta al raggiungimento della maggiore età.

 

E’ doveroso evidenziare  che i minori stranieri , accompagnati e non, beneficiano già degli stessi diritti sociali ed economici dei minori italiani e che alcuni diritti collegati alla acquisizione della cittadinanza , come quello di voto e di libera circolazione verso altri paesi , non sono disponibili per l’intera platea dei minori.

 

Tutto questo premesso , va altrettanto ricordato che nell’ordinamento italiano la richiesta della cittadinanza al raggiungimento della maggiore età , è un’opzione subordinata rispetto alla possibilità del minore di avere anticipatamente il riconoscimento  , come conseguenza della acquisizione della cittadinanza da parte di un genitore, dopo 10 anni di regolare residenza nel nostro paese.

 

Infatti oltre il 40% dei delle nuove cittadinanze rilasciate nel corso del 2015 e 2016 , circa 380ml complessive , è stato assegnato a minori stranieri .Sul piano pratico l’effetto della innovazione normativa proposta non è significativo.  I dieci anni di regolare soggiorno del genitore di solito coincidono con i tempi della frequenza dei  cicli scolastici da parte dei figli.

 

Ma è sconvolgente dal punto di vista culturale . Non solo si sottrae ai genitori il  diritto -dovere e la responsabilità di guidare i figli nel percorso di educazione e formazione, ma tende a produrre una singolare scomposizione dei nuclei familiari con effetti indesiderabili . Si pensi ad esempio alle possibili implicazioni sulle scelte delle famiglie riguardanti  la loro mobilità e ad un possibile rientro nei paesi di origine , dato che ben 64 paesi , da cui provengono la metà dei migranti residenti in Italia , non ammettono la doppia cittadinanza.

 

Pertanto, se si ritiene opportuno operare una manutenzione di una legge che sta comunque producendo buoni risultati , al fine di accelerare i tempi di acquisizione della cittadinanza  la via migliore è quella di premiare le persone e i nuclei familiari sulla base di una valutazione dei comportamenti attuati in ambito civile , scolastico e lavorativo. In questo modo si produrrebbero anche nuovi stimoli per accelerare i percorsi di integrazione.

 

PER UNA BUONA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE :  ALCUNE PREMESSE CULTURALI 

 

La natura di flussi migratori è cambiata radicalmente parallelamente alla rapida integrazione dei sistemi produttivi su scala globale e ai mutamenti tecnologici  nel campo della comunicazione e dei trasporti che hanno accelerato l’accesso alle informazioni e gli spostamenti delle persone.

 

In forte crescita sono i flussi migratori all’interno dei paesi sviluppati e tra questi con quelli in rapido sviluppo  nell’ambito dei quali una particolare incidenza è stata prodotta dalla libera circolazione dei cittadini dei paesi aderenti alla UE.  Nuove dinamiche  che concorrono  alla rapida formazione di un mercato del lavoro internazionale sulla spinta della internazionalizzazione delle imprese e dall’esigenza di formare adeguatamente le risorse umane per presidiare mercati , tecnologie e organizzazioni produttive .

 

E’ in questo ambito che si stanno formando le classi dirigenti , e quelli che potremmo definire  “i ceti esperti “ fondamentali per assicurare lo sviluppo economico e sociale di ogni territorio , anche attraverso la capacità di attrarre risorse umane qualificate analogamente a quanto avviene nel movimento dei capitali e delle imprese . Questa evoluzione ci interroga sul posizionamento del nostro paese , sulla sua capacità di attrarre risorse umane qualificate , e di garantire ai nostri giovani la possibilità di fare esperienze formative e lavorative in altri paesi in condizione di reciprocità  con gli stessi.

Le migrazioni dai paesi poveri, o in via di sviluppo , verso quelli più sviluppati continueranno ad avere un peso rilevante sui flussi migratori , ma rimane importante contingentarle , per motivi si sostenibilità generale e delle stesse persone coinvolte , agli effettivi  fabbisogni  del mercato del lavoro locale.

 

Pertanto è doveroso mantenere la distinzione  tra i doveri di accoglienza verso i profughi , sulla base del diritto internazionale e degli effettivi requisiti delle persone , e i migranti per motivi economici  per i quali gli stati devono mantenere la prerogativa di autorizzare gli ingressi , e il mantenimento della residenza in ragione delle opportunità di inserimento nel mercato del lavoro e di sostenibilità del reddito delle persone e dei nuclei familiari.

 

Infine  è doveroso porsi il problema di come concorrere al potenziamento delle iniziative delle istituzioni internazionali  per rafforzare gli interventi verso le persone in fuga da conflitti bellici o da gravi calamità naturali , in forte aumento, e che per la stragrande parte rifluiscono verso i paesi limitrofi altrettanto poveri.

 

Questi flussi migratori sono estremamente  diversificati al loro interno  , come  diverse sono le possibili soluzioni che vanno ponderate al fine di  valorizzarne  le potenzialità e di limitare i costi sociali , adottando analisi corrette e  avendo una chiara percezione del posizionamento del proprio Paese nelle dinamiche migratorie.

 

Consideriamo un grave errore approcciare questi problemi  con  gli  atteggiamenti  semplicistici , pro o contro i migranti  , che purtroppo  stanno dominando la scena politica .

 

LE INNOVAZIONI POSSIBILI

 

Nella consapevolezza che , per le ragioni evidenziate , sia necessario innovare profondamente le politiche per l’immigrazione sinora adottate in Italia e in Europa , vogliamo indicare quelli che , a nostro avviso , dovrebbero essere i capisaldi di una nuova politica sul tema.

 

REVISIONE DELLE MODALITA’ DI AUTORIZZAZIONE  DEGLI INGRESSI PER MOTIVI DI LAVORO

L ‘attuale  sistema di programmazione annuale degli ingressi per profili generici, ormai obsoleto e inutilizzabile ,va sostituito con uno più flessibile , basato sul rilascio alle imprese o ad intermediari accreditati, di una pre autorizzazione per la selezione di personale qualificato , previa verifica della  effettiva carenza di offerta disponibile nel territorio. Tale pre autorizzazione  deve essere  trasformabile in un permesso di soggiorno  provvisorio per motivi di  lavoro ,dopo l’accertamento delle condizioni di sussistenza della qualifica professionale , l’assenza di reati a carico , l ‘iscrizione a un corso per l’apprendimento della lingua italiana, la disponibilità di una abitazione.

 

CONDIZIONE DI PERMANENZA NEL TERRITORIO ITALIANO E DI RICONGIUNGIMENTO PER I FAMILIARI

Mantenimento del requisito minimo di reddito ovvero  obbligo di partecipare ai programmi di reinserimento lavorativo per i disoccupati . Verifica delle condizioni di apprendimento della lingua e della partecipazione ai percorsi scolastici obbligatori da parte dei figli . Definizione di un programma rivolto a contrastare i livelli di impoverimento dei nuclei familiari rigorosamente ancorato all’inserimento lavorativo e alla frequenza scolastica dei figli.

 

ACCELERAZIONE DELLE PROCEDURE E DEI TEMPI DI ACQUISIZIONE DELLA CITTADINANZA ITALIANA

Definizione di criteri , che possono dar luogo anche a punteggi, che consentano di anticipare i tempi di acquisizione della cittadinanza ( con un minimo di permanenza di 8 anni per almeno un genitore) , anche per figli nati in Italia o ricongiunti, sulla base della valutazione dei comportamenti delle persone e dei nuclei familiari negli ambiti : civile, scolastico, lavorativo.

 

POLITICHE PER L’ACCOGLIENZA DEI PROFUGHI , IN ITALIA E IN EUROPA, E DI SOSTEGNO AI PROGRAMMI DI COOPERAZIONE

  • Promuovere la costituzione di una forte Polizia di Frontiera Europea , da impegnare nelle aree di elevata criticità dei flussi irregolari d’ingresso di migranti , sulla base di decisioni assunte nell’ambito del Consiglio dei Ministri della UE .  l’azione della Polizia di frontiera UE dovrà caratterizzarsi come supporto organico agli Stati aderenti più esposti nelle attività di contrasto, identificazione , espulsione dei migranti che non hanno i requisiti di protezione , trasferimento degli stessi in altri territori UE ;

  • Predisposizione di piani di distribuzione dei migranti che hanno il requisito di protezione, nell’ambito dei paesi aderenti alla UE verificando le condizioni di sostenibilità dei mercati del lavoro locali e finanziando i programmi di integrazione;

  • Definizione di un programma pluriennale di sostegno alla definizione di accordi bilaterali o multilaterali tra paesi aderenti con quelli di origine dei flussi migratori . Inserimento , nelle linee di intervento dei fondi sociali , dei programmi di sostegno alla mobilità circolare dei migranti per favorire esperienze formative e di lavoro con la prospettiva del rientro nei paesi di origine;

  • Revisione delle modalità e dei tempi di gestione dei ricorsi avversi ai pronunciamenti negativi delle commissioni di esame delle richieste di protezione internazionale,. Istituzione di un ramo della magistratura dedicata alla gestione di tali ricorsi , e riduzione , sino all’annullamento dei rimborsi per gli avvocati d’ ufficio nel caso di ricorsi palesemente infondati;

  • Istituzione di un albo dei soggetti accreditati a partecipare ai bandi per la gestione dei centri di accoglienza e di una attività di ispettorato permanente per la verifica delle attività svolte;

  • Distribuzione concordata con le regioni e con gli enti locali dei migranti che hanno richiesto il permesso di asilo ;

  • Definizione di un programma nazionale  di inserimento lavorativo , cofinanziato con fondi europei , nazionali e  regionali , per i profughi riconosciuti ,  basato su  un codice dei diritti e dei doveri del migrante , e avvalendosi delle agenzie del lavoro accreditate per sviluppare progetti di inserimento personalizzati remunerati sulla base dei risultati ottenuti;

  • Mobilitazione delle risorse nazionali destinate al sostegno dei programmi di cooperazione per la finalità di potenziare gli interventi delle associazioni , delle imprese , delle famiglie  nei paesi in via di sviluppo ritenuti di interesse strategico per l’Italia.

 

Se queste sono le indicazioni proposte da Natale Forlani e condivise dagli amici di “ Costruire Insieme”  in ambito europeo riteniamo che si dovrebbe proporre in aggiunta:

 

  •  di incentrare sulla tutela del diritto a non emigrare gli obiettivi strategici della politica di cooperazione allo sviluppo nazionale ed europea e conseguente lancio di una campagna europea da parte dell‘Italia “portiamo il lavoro in Africa”

  •  il potenziamento dei fondi europei per il sostegno alle iniziative promosse su base bilaterale e multilaterale con i paesi di origine dei migranti al fine di promuovere azioni di contrasto delle migrazioni irregolari;

  •  interventi di sostegno allo sviluppo locale e per la formazione delle risorse umane, anche attraverso programmi di migrazione circolare che prevedano il ritorno nei paesi di origine dei migranti;

  •  incentivi al partenariato tra microimprese europee e africane ed eliminazione delle barriere all’accesso di microimprese e microprogetti ai grandi programmi europei e internazionali.

  •  la riforma del Protocollo di Dublino sull’accoglienza dei rifugiati (ovvero superamento del principio che i rifugiati devono essere ospitati nel Paese di prima accoglienza);

  •  lo sviluppo a pieno regime di canali ufficiali UE di accesso con apposite procedure volte a contrastare il traffico di esseri umani attraverso le rappresentanze europee negli Stati d’origine;

  • promuovere la creazione di un’effettiva  Polizia di Frontiera UE attraverso una revisione della normativa vigente sulla guardia di frontiera e costiera europea, attribuendole il compito di intervenire a supporto degli Stati aderenti che lo richiedano, per fronteggiare i flussi di ingresso irregolari con azioni di contrasto, accertamento e gestione dei procedimenti di ricollocazione dei migranti irregolari non in possesso dei requisiti di protezione internazionale;

  • la predisposizione dei piani di sostegno per l’accoglienza ripartizione dei relativi oneri e la ricollocazione dei profughi con norme ispirate a più stringente solidarietà tra gli Stati membri UE con decisioni vincolanti assunte a maggioranza qualificata del Consiglio dei ministri UE;

 

Riteniamo che queste potrebbero essere le proposte che i DC e i Popolari italiani dovrebbero presentare ai colleghi del PPE  per farle diventare parte essenziale del programma elettorale del Partito nelle prossime elezioni europee.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Centenario della nascita di Giulio Andreotti
Postato da admin [14/01/2019 18:59]



Il 14 Gennaio 1919 nasceva a Roma Giulio Andreotti, una figura straordinaria della storia democratico cristiana. Di  Andreotti, che ebbi la fortuna di conoscere e frequentare negli della partecipazione ai lavori del Consiglio nazionale della DC,  vorrei evidenziare una delle caratteristiche più attrattive della sua personalità: la straordinaria disponibilità all’ascolto e a insegnare a noi più giovani esponenti della quarta generazione democristiana, i passaggi più difficili della vicenda politica, così come la discutevamo con grande passione e assoluta libertà nei Consigli nazionali della DC a Piazzale Sturzo all’EUR.

 

Erano incontri nei quali Andreotti sempre in prima fila, prendeva i suoi immancabili appunti sul quaderno con la copertina nera, e dopo lunghe ore di dibattito, mentre risaliva i gradini della sala del consiglio nazionale, quella in cui spiccava al centro del palco il quadro di De Gasperi rappresentato da Annigoni (a proposito mi sono sempre chiesto  che fine abbia fatto quel cimelio storico, dopo che, scomparsa la DC, ebbi la sventura di rivisitare Palazzo Sturzo nel completo abbandono, in uno dei primi consigli nazionale del CDU di Buttiglione) si fermava con grande generosità a dialogare con noi più giovani che gli ponevamo tante domande, ricevendo le sue come sempre argute e illuminanti risposte.

 

Da componente del CN della DC nella lista di Forze Nuove, fu assai travagliato il nostro rapporto con il capo di una corrente veramente mai gestita in prima persona dal divo Giulio, semmai sempre affidata ai luogotenenti fidati, Evangelisti, Sbardella, Lima prima e poi Cirino Pomicino e Nino Cristofori, con il seguito sempre garantito dei ciellini osannanti alle performance politiche del loro presidente di riferimento.

 

Un giudizio complessivo sulla sua lunga storia sarà fornito dagli storici futuri e, credo, non potrà che essere alla fine largamente positivo. Confrontando gli uomini di quella generazione, Andreotti, Fanfani, Moro, la seconda del partito, dopo quella dei popolari come De Gasperi, Gonella, Scelba, con questi “mezzomini e ominicchi” contemporanei, ogni paragone sarebbe fuorviante.

 

Resta, ovviamente, tuttora valido e difficilmente controvertibile quanto un leader storico della DC come Carlo Donat-Cattin amava, in ogni occasione, ammonirci; ossia che bisognava rispettare, ed anche temere, l’intelligenza politica di Giulio Andreotti, ma che bisognava sempre diffidare dell’andreottismo.

 

Per riuscire a capire a fondo cosa ha rappresentato l’andreottismo nella storia della DC e della Prima Repubblica al di là delle facili giustificazioni degli amici o delle sommarie liquidazioni degli avversari di parte serve una ben più rigorosa analisi dei documenti lasciatici in eredità con il distacco proprio di chi non è più parte attiva della contesa politica contingente.

 

Con lo scomparso e compianto amico Sandro Fontana condividiamo quanto da lui scritto in occasione del 90° compleanno di Andreotti: “Col passare degli anni e di fronte allo spettacolo deprimente della lotta politica odierna, il cosiddetto andreottismo ha finito col rappresentare ai miei occhi soprattutto una grande lezione di metodo. La quale non consisteva tanto nel banalizzare ogni vicenda politica, quanto nel riuscire ad isolare ogni problema concreto dalle inevitabili sovrastrutture ideologiche e passionali e nel cercare, con pazienza e determinazione, di sciogliere i numerosi nodi che l’insipienza e la malafede degli uomini avevano reso inestricabili”.

Da parte mia a una domanda rivoltami dal giornalista Giuliano Ramazzina in un libro intervista (“ALEF un futuro da Liberi e Forti”- ME Publisher-2010) così formulata: “State sempre in maggioranza, diceva Toni Bisaglia durante le sue famose cene con gli amici. Il potere logora chi non ce l’ha, diceva Giulio Andreotti. E’ più emblematica, nel disprezzo delle minoranze, la frase di Toni Bisaglia  o quella di Giulio Andreotti ?” risposi così:

 

Quella di Toni è l’espressione di un doroteismo che, già con lui e, soprattutto dopo di lui, diventerà degenerazione culturale e morale. Ricordo uno degli ultimi interventi pubblici di Bisaglia in cui, con grande capacità di autocritica, denunciò l’esistenza di una questione morale tra le file dei suoi e di altri amici della DC che sarebbe stata all’origine della scomparsa di quel partito. Eravamo agli inizi degli anni ’80, dopo una tornata elettorale in cui era scoppiato il fenomeno da noi non compreso della Liga Veneta. Interi paesi e quartieri in cui eravamo abituati a conoscere pressoché la totalità degli elettori della DC, vedevano crescere il consenso al movimento dei Tramarin prima e dei Rocchetta dopo, senza che si potessero riconoscere i loro riferimenti territoriali. Fu allora che organizzammo un gruppo di lavoro multidisciplinare per cercare di comprendere le ragioni di quanto stava accadendo. E proprio discutendo dei risultati di quell’indagine, nella sala delle Conchiglie a Villa Contarini di Piazzola sul Brenta, Bisaglia con toni accorati pronunciò quella sua profetica sentenza. Era oramai troppo tardi. Molti dei suoi amici ed anche altri si erano da tempo incamminati sulla strada della separazione degli interessi, specie di quelli personali, dai valori. E fu così che il doroteo polesano che si fregiava del fatto che, a differenza di Mariano Rumor, il leader storico dei dorotei veneti, non aveva avuto parte alla congiura dei “salmodianti della Domus Mariae” e che a noi giovani in diversi incontri alla DC di Rovigo, teorizzava il valore della conquista del potere quale strumento indispensabile per orientare la politica verso quella mediazione corretta tra interessi e valori, dopo quasi trent’anni di vita parlamentare, dovette accorgersi che qualcosa di grave era intervenuto. Qualcosa che avrebbe travolto di lì a pochi anni con la DC veneta un’intera classe dirigente.

 

Andreotti non è mai stato doroteo, avendo sempre curato una sua piccola, almeno all’inizio, corrente, chiamata con il nome rassicurante di “Primavera”. Circoscritta dapprima a Roma e nel Lazio, dopo la crisi dei dorotei che si consumò nella rottura intervenuta tra Rumor e Bisaglia in un drammatico consiglio nazionale, al quale partecipai, dopo la sconfitta sul referendum sul divorzio, la corrente andò progressivamente allargandosi. Franco Evangelisti ne era il Tigellino fedele ed efficientissimo. Evangelisti era quello del: “a Fra’ che te serve”, rivolgendosi a Francesco Caltagirone, allora disistimato palazzinaro romano, a capo di una dinastia oggi tra le più rispettabili dell’Italia, a destra, come al centro e a sinistra. Ma sarà con l’adesione degli Sbardella, dei Pomicino, Scotti e dei siciliani con Salvo Lima, che la corrente del divo Giulio diventerà uno dei capisaldi della DC post dorotea nella quale prevalse il dominio dei basisti demitiani, grazie proprio all’appoggio determinante degli andreottiani.

 

Se prima i dorotei, specie quelli veneti, avevano dimostrato senso della misura e della loro innata capacità di stare a tavola, con Andreotti, si ebbe la dimostrazione dell’immutabilità della condizione del potere. Sino alla sciagurata decisione di opporsi all’ultimo voto all’elezione di Arnaldo Forlani alla presidenza della Repubblica, ultimo atto di una tragedia che, con Scalfaro presidente, assumerà i toni della tragicommedia”.

 

Luci ed ombre nella vita politica di un uomo che, in ogni caso, concorse in maniera determinante a garantire all’Italia quasi cinquant’anni di pace ininterrotta nella difesa della libertà e in una fase di ricostruzione dell’unità europea che, non a caso, Andreotti ebbe da subito, incompreso anche fra molti di noi più giovani,  la consapevolezza dei rischi che correvamo con la riunificazione tedesca. Non a caso egli osava affermare con la consueta ironia : “ amo talmente la Germania da desiderarne due”.

 

Purtroppo l’idea di europeizzare la Germania attraverso l’Atto Unico (1987)  che fu il capolavoro politico di Andreotti da ministro degli Esteri del governo Craxi durante il semestre di presidenza italiana di quell’anno, non si è attuata e ci troviamo oggi, invece, a fare i conti  con una germanizzazione dell’Europa che rappresenta il grande tema affidato, ahimè, a questi  nuovi politici senz’arte né parte. Non a caso sale da molti la nostalgia del divo Giulio…

 

Ettore Bonalberti

Vice segretario nazionale della DC

Venezia, 14 Gennaio 2019

 

 


Popolari, é il momento della scelta
Postato da admin [08/01/2019 22:50]

 È indubbio che gennaio sarà un mese decisivo ed importante per il futuro dei cattolici popolari nel nostro paese. Tutti sapevano che dopo il voto del 4 marzo la geografia politica italiana era destinata a cambiare in profondità. E così è stato. Hanno fatto irruzione, vincendo a largo raggio, i partiti cosiddetti populisti e antisistema, cioè la Lega di Salvini e il movimento di Grillo e Casaleggio. Sono tramontati i "partiti plurali", cioè il Partito democratico e Forza Italia diventando l'uno il prosieguo, seppur aggiornato, della storia e della esperienza politica e culturale del Pds e dei Ds e l'altro una semplice succursale della Lega salviniana. E, infine, sono ritornate in campo le identità politiche che, come da copione, ridiventano protagoniste ogniqualvolta si accompagnano con un sistema elettorale proporzionale. Certo, il quadro politico e' ancora alquanto instabile e le stesse coalizioni, frutto e conseguenza del proporzionale, sono in via di assestamento e di ridefinizione. Dopo essere state distrutte. Nel Pd con il partito a "vocazione maggioritaria" e il "partito personale" di renziana memoria e nel centro destra con l'onnipotenza berlusconiana. Pagine che, comunque sia, sono state definitivamente archiviate dalla storia e dalla politica. Ed è in questo preciso contesto storico che si pone, in termini affatto diversi ed inediti rispetto al passato, la "questione cattolica" nella società contemporanea. Ovvero, la necessità di ridare voce e senso alla presenza pubblica dei cattolici italiani. O meglio, di ridare rappresentanza politica ad un mondo culturale, sociale ed associativo molto plurale ed articolato ma, comunque sia, accomunato da un "comune sentire" che in questi ultimi anni, progressivamente ed irresponsabilmente,  e' stato emarginato e reso ininfluente. Certo, senza derive confessionali e clericali ma con una presenza laica e culturalmente definita. Una domanda che in questi ultimi mesi e' cresciuta a livello territoriale e di base e che, adesso, e' matura  per avere una doverosa e rinnovata risposta politica  ed organizzativa. Ben sapendo che un processo di ricomposizione deve tener conto delle mille voci che arricchiscono questo mosaico di cultura, di sensibilità sociale, di spiritualità e di tensione ideale. Ma, seppur nel rispetto delle sensibilità e di queste storiche diversita', adesso e' giunto anche il momento di affrontare il capitolo dello strumento partito. E le svariate celebrazioni del centenario dell'appello ai "liberi e ai forti" e della fondazione del Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo che si stanno organizzando in tutta Italia, possono essere la leva  decisiva per fare il salto di qualità. Richiesto dalla base ed invocato dai vertici. Del resto, la cosiddetta "questione cattolica", seppur nelle diverse fasi storiche, ha sempre dovuto affrontare e risolvere il capitolo della politica. O meglio, della organizzazione politica. E oggi, e' inutile negarlo, la sfida e' tutta qui. Cioè nella capacita' di ridare una infrastruttura politica ed organizzativa a questa domanda. Appunto di natura politica. Senza prestare eccessiva attenzione, accompagnate dalle altrettanto patetiche polemiche, su chi ha la paternità esclusiva per interpretare al meglio quella cultura politica e quel filone ideale. Polemiche artificiose se è vero, com'è vero, che uno strumento politico del genere non può che essere plurale al suo interno  anche se accomunato da una comune ispirazione valoriale. Gennaio, quindi, sarà il mese della scelta politica. Fuorche' si pensi che la risposta debba essere la solita "ritirata" nel prepolitico e nella palude. Sarebbe, questa, una sorta di "peccato di omissione" per citare Paolo Vl che indebolirebbe ulteriormente la ricca e feconda tradizione del cattolicesimo politico italiano da un lato e segnerebbe, dall'altro, l'eclissi del pensiero politico di ispirazione cristiana nella cittadella politica italiana. Un lusso che, adesso, non ci possiamo più permettere.
Giorgio Merlo
 


Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Mattarella
Postato da admin [02/01/2019 21:28]


 


COMUNICATO STAMPA
Postato da admin [02/01/2019 21:22]

LA DEMOCRAZIA CRISTIANA PER L’ALTERNATIVA DEMOCRATICA E POPOLARE

 

La Democrazia Cristiana, partito dei cattolici democratici e cristiano sociali italiani, valuta con forte preoccupazione il degrado politico istituzionale che sta vivendo l’Italia con comportamenti e atti di governo al limite della costituzionalità.

Un governo espressione del peggior trasformismo politico della storia repubblicana ha varato con modalità gravi e del tutto inconsuete, privando il Parlamento di ogni possibilità di discussione, il bilancio dello Stato. Un bilancio che produrrà un pesante attacco alla condizione di vita dei pensionati, delle imprese e dei ceti medi produttivi italiani.

Tutti i democratici cristiani sono invitati ad aderire alle manifestazioni di protesta che pensionati, sindacati, imprenditori e forze sociali e culturali organizzeranno nei prossimi giorni contro il governo. La DC intende tornare a essere il partito di riferimento dei ceti medi e delle classi popolari oggi privi di rappresentanza politica.

La DC, coerentemente con la sua migliore tradizione politica e culturale ispirata dalla dottrina sociale cristiana, propone come obiettivo della sua proposta, il primato della persona e dei corpi intermedi e i principi di sussidiarietà e solidarietà costantemente stravolti dalle scelte del governo M5S-Lega e intende concorrere alla costruzione di un’alternativa democratica e popolare con le forze politiche disponibili a partire dalle prossime elezioni europee.

Il tesseramento al partito aperto alle più ampie e rappresentative adesioni e la celebrazione unitaria di tutti i democratici cristiani e i popolari italiani, il 18 Gennaio 2019, dell’”Appello ai Liberi e Forti” di don Luigi Sturzo, sono le ulteriori tappe di un progetto che il partito mette in campo per riproporre al Paese una nuova speranza.

Dalla segreteria nazionale DC

 


Comunicato Stampa 21.12.2018
Postato da admin [24/12/2018 19:27]

Si è svolta a Roma il 19 dicembre 2018 presso la sala stampa della Camera dei deputati la conferenza stampa ,promossa dai Partiti e Movimenti di ispirazione Democratico-Cristiana che si richiamano all'area del Popolarismo Europeo per ribadire e riconfermare la comune volontà di dar vita ad un patto federativo programmatico, in vista del rinnovamento del Parlamento Europeo, tra quanti  si richiamano ai principi ed ai valori dei Padri Fondatori dell'Unione, in alternativa alle chiusure di quanti ,guidati da logiche sovraniste e nazionaliste, intendono distruggere quanto di positivo ha rappresentato e ancora potrà rappresentare la Comunità Europea.

Il documento è stato illustrato dall'On.le Nino Gemelli, già parlamentare europeo, e costituirà la base dell'impegno elettorale per partecipare da soli o insieme a quanti saranno in sintonia con l'impegno sottoscritto. Questo è il primo passo essenziale verso l'impegno a ricomporre l'UNITA dei DEMOCRATICI CRISTIANI aperti alla collaborazione con altre componenti politico culturali che condividono i principi dell'umanesimo cristiano.

. IL PATTO FEDERATIVO è sottoscritto da : RENATO GRASSI - ETTORE BONALBERTI  - NICOLA TROISI (DEMOCRAZIA CRISTIANA  ) GIANFRANCO ROTONDI ( RIVOLUZIONE CRISTIANA) MARIO TASSONE-NINO GEMELLI (NUOVO CDU) CARLO SENALDI-MARCELLO BRANDI (RINASCITA D.C.) MARIO MAURO-FRANCESCO VENTURINI ( POPOLARI PER L'ITALIA ) MAURIZIO EUFEMI ( ASS.DEMOCRATICI CRISTIANI )  iVO TAROLLI( COSTRUIRE INSIEME) PIETRO DEL RE (PARTITO CRISTIANO SOCIALE ) MATUNGULU  ISANG (COORDINAMENTO ASSOCIAZIONE IMMIGRATI ) G.ROTUNNO (CIVILTA' DELL'AMORE ) ADRIANA QUATTRINO (N.PP CON PPE )                

 

(a cura dell’ufficio stampa della D.C.)

 


Cattolici, é il momento della scelta
Postato da admin [12/12/2018 19:23]

La forte e qualificata insistenza affinché i cattolici democratici e popolari escano dal letargo e intraprendano, oggi, una rinnovata presenza politica non può più essere elemento di delusione o di rinvio. O meglio, la necessità di avere uno strumento politico e organizzativo capace di raccogliere la sfida che proviene da settori consistenti dell'area cattolica italiana - pur sempre articolata e molto plurale al suo interno - si fa sempre più stringente. Del resto, la fine dei partiti plurali - nello specifico il lento tramonto del Partito democratico da un lato e il progressivo esaurimento di Forza Italia dall'altro - e il ritorno delle identità sono la premessa per una svolta politica ormai necessaria.

Certo, le riflessioni avanzate in queste ultime settimane da autorevoli esponenti della Chiesa italiana - a cominciare dal Presidente della Cei, cardinal Bassetti - e da molti dirigenti dell'associazionismo cattolico di base vanno nell'unica direzione di ridare voce, sostanza e prospettiva ad un impegno politico dei cattolici. Ovviamente un impegno laico, profondamente  democratico, squisitamente riformista ma, soprattutto, ancorato ad una cultura che affonda le sue radici nella storia e nell'esperienza del cattolicesimo politico italiano.

Ecco perché, allora, e' quantomai urgente richiamare almeno 3 nodi che andranno definitivamente  sciolti nelle prossime settimane.

 

Innanzitutto va perseguito un disegno che definisca una presenza il più possibile unitaria dei cattolici sensibili all'impegno politico nella stagione contemporanea. Nessuna rivendicazione anacronistica e fuori luogo, come ovvio, dell'unità politica dei cattolici ma una precisa assunzione di responsabilità di fronte all'emergenza politica e democratica che vive il nostro paese. Sotto questo aspetto, e' indispensabile superare i comprensibili personalismi e la tentazione, vecchia come il mondo nell'area cattolica italiana, di ridurre la molteplicità e la ricchezza delle pluralità delle voci presenti nella società alla propria esperienza personale o di gruppo. L'autoreferenzialita' da un lato e il vizio di porre la propria esperienza come l'unica in grado di ricomporre il tutto dall'altro, sono e restano alla base dell'impotenza e della irrilevanza del cattolicesimo popolare e sociale nell'attuale fase storica.

 

In secondo luogo va preso atto che una cultura politica, un pensiero politico e una tradizione culturale ed ideale hanno un valore, ed un senso, nella misura in cui sanno fermentare e lievitare la società in cui quella cultura, quel pensiero e quella tradizione operano e aggregano. Sarebbe curioso arrivare alla conclusione che c'è un grande fermento nell'area cattolica italiana per un rinnovato impegno politico, che ci sono energie fresche per inverare quell'impegno, che c'è una cultura attuale e moderna capace di portare un  contributo significativo per affrontare e cercare di risolvere i problemi della nostra societa', che esiste una classe dirigente di qualità a livello periferico e centrale in grado di uscire dall'isolamento dopo anni di letargo e di impegno nelle retrovie e poi, all'ultimo, abdicare o ritirarsi perché non sufficientemente organizzati. Se così fosse, non potremmo non prendere atto del monito presente nell'Octogesima Adveniens che parlava di un "peccato di omissione " per denunciare l'assenza dei cattolici dall'agone politico.

 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, occorre prendere atto che la politica e' fatta di appuntamenti. Elettorali e non. E la prossima scadenza elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo, soprattutto in questa contingente fase storica, non può registrare l'assenza in Italia di una presenza politica popolare, riformista, democratica e cristianamente ispirata. E questo non solo per il sistema elettorale proporzionale che esalta la personalità delle singole forze politiche e la valenza del conseguente progetto politico, ma anche perché il contributo per una Europa comunitaria, democratica, federale e unita non può prescindere dall'apporto della cultura democratico cristiana e cattolico popolare e sociale. Non esserci equivarrebbe ad un atto di colpevole diserzione.

 

Ecco perché, ormai, siamo arrivati ad un bivio: o matura in modo serio, corretto e coraggioso una precisa assunzione di responsabilità politica in vista anche e non solo dei prossimi appuntamenti elettorali oppure si ritorna tristemente e passivamente nelle retrovie in attesa di nuovi e, ad oggi, imprevedibili avvenimenti.

 

 

Giorgio Merlo  

 


Cattolici popolari, é il momento della chiarezza
Postato da admin [05/12/2018 16:17]

Dunque, alcuni organi di informazione hanno annunciato, in termini un po' frettolosi, che sta per nascere un "partito dei cattolici". Come è noto a tutti, e non solo agli addetti ai lavori, il "partito dei cattolici", da Sturzo in poi, in Italia non è mai esistito. Infatti, il Ppi sturziano era un "partito laico, aconfessionale, di programma e aperto a tutti gli uomini liberi e forti". La Democrazia Cristiana, anche se per circostanze storiche e politiche raccoglieva il consenso della stragrande maggioranza dei cattolici italiani, non è mai stata un partito confessionale, o integralistico o di diretta provenienza di settori della Chiesa. Era, in effetti, " un partito di cattolici" e non "dei cattolici". La sua feconda e significativa esperienza cinquantennale ha sempre respinto quelle tentazioni. Per non parlare del Partito popolare italiano di Martinazzoli, nato in un momento drammatico per la storia del cattolicesimo politico italiano ma, comunque sia, profondamente ancorato alla tradizione del miglior cattolicesimo democratico e popolare. Dopodiché le alterne vicende del Partito democratico da un lato, o di Forza Italia e dell'Udc dall'altro, hanno segnato la fine e il tramonto di quella esperienza nella concreta dialettica politica nel nostro paese.

Ora, il voto del 4 marzo - e le successive consultazioni elettorali - ha segnato, in modo forse definitivo, il tramonto di quei partiti che, nel bene e nel male, avevano intercettato quote crescenti di elettorato riconducibile alla seppur variegata e composita area cattolica italiana. La trasformazione del Pd in un rinnovato Pds, con tanti saluti alla vocazione maggioritaria e alla natura plurale del partito da un lato e l'esaurirsi del ruolo politico di Forza Italia con l'irruzione e il protagonismo politico della Lega di Salvini dall'altro, ha chiuso una pagina che per 10/15 anni ha caratterizzato il confronto politico italiano. Di qui anche la l'archiviazione dei tradizionali campi politici, ovvero l'ex centro destra e l'ex centro sinistra. L'Udc non merita commenti perché è già scomparso da tempo.

Ed è proprio in questo contesto che emerge la necessità di ridare voce, sostanza e futuro ad una esperienza politica popolare, di ispirazione cristiana, riformista, democratica, laica e riconducibile alla grande tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale che nel nostro paese, nelle diverse fasi storiche, ha sempre giocato un ruolo significativo e decisivo. Un vuoto che è fortemente percepito in tutto il paese e che invoca una nuova rappresentanza a cui va data una riposta politica, culturale, programmatica e organizzativa.

Certo, e' positivo che ci siano molti sforzi in questa direzione. Ed è del tutto comprensibile, nonché giustificato, che ci siano svariati protagonismi. Personali e di gruppo. Ognuno, in buona fede, si sente depositario quasi esclusivo di questa nuova ed indispensabile rappresentanza politica futura. Ma, per evitare di cadere in spiacevoli equivoci, forse è opportuno ricordare almeno tre titoli.

Innanzitutto una nuova, e necessaria, esperienza politica popolare e di ispirazione cristiana non può essere l'emanazione di esigenze o di richieste ecclesiali. Il "partito dei cattolici" non rientra nella tradizione del cattolicesimo politico italiano. Non è mai esistito, e malgrado ripetute sollecitazioni di alcuni settori del mondo cattolico, difficilmente potrà decollare nel futuro.

In secondo luogo una nuova formazione politica popolare non può essere l'espressione di un solo gruppo, di una sola associazione, di un solo movimento e via discorrendo. La vera sfida è quella, come sempre capita in politica e nelle formazioni democratiche, di saper costruire una sintesi efficace e feconda tra le varie sensibilità presenti nell'arcipelago cattolico italiano. Nessun protagonismo, nessun esclusivismo e nessuna arroganza al riguardo. La fatica della "mediazione" - risorsa etica e culturale tipica della tradizione del miglior cattolicesimo democratico - e la costruzione della sintesi erano e restano gli ingredienti fondamentali per far decollare compiutamente questa nuova avventura politica.

In ultimo, e' perfettamente inutile continuare a lanciare reciproche accuse sul chi si è "venduto" a Berlusconi o alla sinistra. Se si continua a ragionare con gli schemi, ormai superati, della seconda repubblica inesorabilmente si compromette il disegno politico di un rinnovato protagonismo politico dei cattolici popolari e sociali. Schemi superati perché Forza Italia e il Pd sono irreversibilmente cambiati. Il Pd e' destinato a diventare, e già lo è, il nuovo Pds. Ovvero, il partito della sinistra italiana dopo aver archiviato definitivamente, questo si', il partito delle origini guidato da Veltroni.

Forza Italia, sul versante opposto - per modo di dire -, e' diventata un semplice gregario della Lega di Salvini. Semmai, e al contrario, la nuova e futura formazione politica popolare e cristianamente ispirata non potrà che essere autonoma con un proprio profilo politico definito e una identità altrettanto chiara e netta. E, soprattutto, dovrà essere un movimento collettivo e di massa, mettendo al bando i personalismi, i ridicoli protagonismi dei singoli e le benedizioni troppo interessate.

Giorgio Merlo

 


L'emotività allontana la democrazia
Postato da admin [01/12/2018 22:28]

L’EMOTIVITA’ ALLONTANA LA DEMOCRAZIA

Giannantonio Spotorno

Inclini alla meditazione e all'attesa, era difficile che i politici e i leader del passato cedessero alla megalomania o che, in preda all’emotività, ponessero la suggestione al posto dell’intelligenza; la politica, del resto, è prima di tutto capacità di osservare, dunque, di ragionare su quanto osservato.

La democrazia, si sa, vorrebbe la partecipazione del popolo ma nei decenni, se non nei secoli, si è preso atto che un popolo impreparato non può avere la democrazia, anzi è perfino accaduto che il potere politico si sia reso conto di quanto un popolo impreparato non sia in grado di osteggiarlo né preoccuparlo. Va da sé che l’istituzione politica abbia “puntato a incoraggiare” le caratteristiche impulsive del popolo che, pertanto, si dimostra sempre meno all’altezza di progettare e seguire strategie politiche foriere di azioni di rivalsa popolare in grado di contrastare le angherie del potere politico e delle strutture pubbliche che, via via, si fanno sempre più avide, arroganti, prepotenti e per nulla amiche del popolo. Il gioco è stato perfino semplice.

Giusto per iniziare da un punto nel tempo, per esempio, possiamo richiamarci a Guglielmo Giannini che negli anni Cinquanta, col suo “Uomo qualunque” e all’urlo di “Ci avete rotto le scatole”, è stato una sorta di precursore del più recente e frustrante “Vaffanculismo” di Beppe Grillo. Almeno dai decenni di mezzo secolo, il nostro popolo si allena a sostituire l’intelligenza con l’emotività ed è così costante in questa involuzione culturale, che ormai basta davvero molto poco per suggestionarlo e prenderlo in giro.

Nella sciocca illusione del “concreto e subito”, molti confondono la spacconeria col coraggio e si lasciano influenzare da certa ingannevole coreografia di parole. In una tale perdita delle difese immunitarie della capacità di ragionare e di vedere le cose per quello che sono, è ovvio che la stessa politica si sia camuffata da democrazia e abbia iniziato a presentare le più infami truffe istituzionali, con parole che ingannano il cuore limitandogli la collaborazione col cervello.

Thomas Eliot affermava che l’ultima caratteristica a morire nell’uomo sia il pensare bene di se stesso, dunque, può accadere che una società vessata dal plagio, sia convinta d’essere libera. Urlatori e fanfaroni non sono portatori di forte personalità né dei “duri”, come amano sentirsi. Sono invece dei ciarlatani che trovano sostegno nella facile suggestionabilità di quella parte di popolo emotiva che li immagina come dotati di raro coraggio e indole rivoluzionaria. Non può esistere successo nella superficialità e non esiste impegno né lavorativo né sportivo né progettistico né politico né di nessun tipo, che possa condurre al successo e alla vittoria se non dietro una lunga, profonda e competente preparazione. La facile suggestionabilità è caratteristica delle prede di un potere politico inetto, malvagio, avido e corrotto.

1 Dicembre 2018

 


Chi sono i moderati e chi li rappresenta ?
Postato da admin [01/12/2018 07:25]

 


 

In un recente articolo, Alberto Leoni si chiedeva: I moderati in Italia esistono ancora? E chi li rappresenta se esistono?

 

Lo stesso autore parlando di questa categoria speciale che, a suo dire, sembrerebbe “scomparsa dalla scena sociale italiana”, ne dava questa rappresentazione: “Certamente i moderati sono quelli che non urlano, che amano le buone maniere; sono ovviamente anche quelli che hanno qualcosa da perdere: una occupazione, una professione, una casa in proprietà, un po' di risparmi, un tenore di vita considerato nella media del nostro contesto culturale. Non sono certo ricchi ma hanno una dignitosa qualità di vita. E vogliono la coesione sociale, hanno piacere se imprenditori e lavoratori collaborano, se nascono sostegni alla povertà, se si pensa ai giovani; pagano le tasse, magari senza salti di gioia, ma non si sognano di fare la fatica di portare all'estero i loro soldi. Alla fine, pur inveendo contro uno Stato vessatore, sono consapevoli che ospedali, scuole, ordine pubblico, assistenza ai bisognosi hanno bisogno dei soldi della tassazione. “

 

Quello di “moderati” é un concetto un po’ troppo generico, se riferito a una variegata e complessa classe sociale che, nella mia teoria euristica dei “quattro stati,” ( la casta, i diversamente tutelati, il terzo stato produttivo, il quarto non stato)  ho tentato di collocare  tra quella del “terzo stato produttivo” : piccoli e medi imprenditori, agricoltori,  commercianti, artigiani, professionisti  e quella dei “diversamente tutelati”: molta parte dei dipendenti pubblici e dei pensionati ex appartenenti al settore pubblico e a quello produttivo di cui sopra.

 

Non v’è dubbio che, nel tempo della disintermediazione iniziato con la spettacolarizzazione della vicenda politica italiana, con l’avvio della cosiddetta seconda repubblica, sino al governo Renzi e successivi, con l’affermarsi di partiti sempre più dal carattere leaderistico e la progressiva sotto stima sino all’irrilevanza dei corpi intermedi, quelli che Leoni connota come “i moderati”, persi gli strumenti di mediazione delle loro organizzazioni sociali, o quanto meno privati della loro capacità efficiente ed efficace di mediazione, si ritrovino orfani anche dei riferimenti politici.

 

Quei riferimenti politici, che nella “Prima Repubblica” erano garantiti da un partito interclassista come la DC e, per certi versi, anche dal PCI con le loro organizzazioni sociali di riferimento, insieme agli altri partiti  delle antiche culture politiche laiche, liberali e riformiste italiane, non esistono più, spazzati via dai loro errori, dalle inchieste di “mani pulite” e dal tam tam mediatico che da quella distruzione ci hanno portato all’attuale deserto delle culture politiche in Italia.

 

Un deserto nel quale, la frustrazione e la rabbia dei quattro stati, ha generato, da un lato, la disaffezione, sino alla renitenza al voto della metà del corpo elettorale e per l’altra metà, all’affermazione della cultura sovranista e nazionalista personificate dal M5S e dalla Lega.

 

Il terzo stato produttivo, in larga parte del quale si collocano i cosiddetti “moderati”, in realtà tra le categorie più arrabbiate e desiderose di serie riforme politico istituzionali, dopo la sbornia liberale annunciata e mai realizzata dal Cavaliere e la sintonia, specie per quelli del Nord, con la Lega di Bossi, attualmente o si ritrovano tra gli orfani dei renitenti al voto, o tra coloro che, dopo il voto a Salvini, stanno mugugnando contro le scelte del governo giallo verde, espressione del peggior  trasformismo politico della storia italiana.

 

Ed è proprio partendo da questa realistica valutazione della situazione politica italiana ed europea, che abbiamo deciso di continuare la nostra lunga e mai sospesa battaglia per la ricomposizione politica dell’ area cattolico popolare.

 

Riteniamo, infatti, che in questa fase di dominio del turbo capitalismo finanziario a livello internazionale, europeo e italiano, ci sia assoluta necessità di una cultura politica ispirata ai valori dell’umanesimo cristiano. In alternativa al dominio del potere degli hedge funds anglo caucasici-kazari, padroni della city of London, con residenza fiscale nello stato USA del Delaware a tassazione zero, controllori di tutte le più importanti banche centrali, compresa la BCE, e, di fatto, della stessa vita democratica di molti Paesi nel mondo, sia indispensabile riproporre politiche ispirate ai principi della dottrina sociale della Chiesa; quelli della sussidiarietà e della solidarietà e politiche economiche proprie dell’economia civile e sociale di mercato.

 

Nasce da questa consapevolezza e non da regressivi sentimenti nostalgici il nostro impegno per la ricomposizione dell’area democratico  cristiana, a partire dal rilancio politico della DC storica, “ partito mai giuridicamente sciolto”, oggi guidato da Renato Grassi, impegnati a rimettere insieme tutte le diverse frazioni DC figlie della diaspora sucida iniziata nel 1992-93, per concorrere, sin dalle prossime elezioni europee, a costruire un “patto programmatico federativo” con altre realtà culturali ispirate anch’esse dai valori dell’umanesimo cristiano e che si ritrovano unite nel Partito Popolare Europeo.

 

In alternativa ai sovranisti e ai nazionalisti, noi ci batteremo per il rilancio di un’Europa federale  dei popoli e delle nazioni, secondo i principi ispiratori dei padri DC fondatori: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman, sui quali lo stesso PPE dovrà essere riallineato.

 

E all’amico Alberto Leoni vorrei dire: spes contra spem, noi intendiamo batterci per ridare una speranza ai ceti medi produttivi e alle classi popolari del nostro Paese e dell’Europa, in continuità con la migliore tradizione della Democrazia Cristiana.

 

Ettore Bonalberti

V. segretario nazionale della DC- dirigente ufficio esteri

Macintosh SSD:Users:ettore:Desktop:loghi diversi e indirizzi Fontana e Boraso:uÌ.jpg

Venezia, 29 Novembre 2018

 

 



 


 
Email:
Password:
 
            
Vuoi commentare gli articoli? Inserisci la tua email e richiedi la tua password premendo sul tasto "registrati"
 
 
    
Alcuni movimenti politici e associazioni stanno tentando di ricomporre su basi innovative l'area dei democratici cristiani e dei popolari, Ritieni la cosa positiva?
 
SI
NO
 
       












Partners
 
 
 
 
 


Dir.Resp.: Ettore Bonalberti - Coordinatore Blog: Giorgio Zabeo
Redazione e amministrazione: C.so del Popolo, 29 - 30172 Mestre (Venezia) - tel. e fax 041/978232 - Email: info@insiemeweb.net
©2008 Associazione Insieme - powered by Enforma Solutions - based on en-press engine - Privacy Policy