Corrono più i neutrini della luce
Postato da admin [18/07/2018 07:19]


(di Giuseppe Pace. Naturalista) Corrono pi¨´ i neutrini della luce, dopo il secolo della tecnologia scopriremo chi ¨¨ pi¨´ veloce ancora. Al tempo di Roma, caput mundi, nei soldati delle legioni nonch¨¦ un po¡¯ meno nei centurioni e ancora meno nei consoli e delegati di legioni, i mostri fantastici abbondavano nella testa pensante. La storia scritta non solo dal pi¨´ grande di tutti Tito Livio, il padovano, ci descrive molti di questi mostri dovuti alla cultura dominante dei quel tempo. Al Museo del Bardo di Tunisi vi sono mosaici raffiguranti i principali miti e leggende di Roma. L¡¯Universo ¨¨ finito, ma illimitato e curvilineo, diceva A. Einstein. Agli studenti liceali, insegnando scienze naturali,chimica e geografia (pure astronomica), ribadivo spesso di soffermarsi sul fatto che l¡¯Universo sia finito per non arrendersi o disperdersi nell¡¯impotenza di chi lo confonde con l¡¯infinito. Se ¨¨ finito l¡¯Universo va studiato con la razionalit¨¤ di cui possiamo disporre basandosi su studi in gran parte compiuti dalla Fisica e dalla Meccanica quantistica. Arrendersi di fronte al carattere d¡¯infinito dell¡¯Universo ¨¨ da sciocchi o da romantici del passato, prima del secolo dei lumi, il 1700. La teoria della relativit¨¤ del Fisico ebreo, nato ad Ulm, in Germania, A. Einstein, ha insegnato, quasi a tutti, che l¡¯energia ¨¨ uguale alla massa per la velocit¨¤ della luce al quadrato. Oggi dovremmo dire per la velocit¨¤ dei neutrini ¡°quasi¡± al quadrato? Anche nel calcolo della trasformazione di massa in energia dovremmo modificare la illustre teoria della relativit¨¤, di circa un secolo fa, di A. Einstein. Le particelle subatomiche note, forse altre le dobbiamo ancora scoprire, quelle che godono di maggior notoriet¨¤ sono: elettroni, protoni, neutroni, bosoni e fotoni. Proprio i fotoni sono le particelle subatomiche che compongono la luce. Quanto tempo ci mette la luce del Sole ad arrivare sulla Terra? Solo circa 8 minuti, mentre per coprire la distanza Terra Luna poco pi¨´ di un secondo. Non ¨¨ tanto il valore preciso di tempo che ci interessa, ma il fatto che questo non sia zero! Altrimenti significherebbe che la velocit¨¤ della luce ¨¨ infinita. Quando ci¨° si verifica possiamo vivere in eterno? Si perch¨¦ con il tempo zero possiamo muoverci e vivere in eterno! Ma quando sar¨¤ zero il tempo? Vedremo in futuro altri corollari della ¡°vita eterna¡±. Che bello quando abbiamo imparato e poi insegnato ¡°supponiamo per assurdo¡±¡­Nella scienza se si ragiona troppo linearmente si rischia di andare a sbattere in un vicolo cieco per troppi anni sprecando tempo, energie e soldi. Attualmente sappiamo che la Terra si ¨¨ formata non meno di 4,7 miliardi di anni fa, il Sole funziona da non meno di 5 miliardi di anni, l¡¯Universo ¨¨ in espansione, dopo il big bang, da non meno di 16 miliardi di anni e la vita sulla Terra c¡¯¨¨ da circa 3,6 miliardi di anni con la espressione dell¡¯Homo sapiens sapiens da quasi 40 mila anni, mentre ¡°nonna Lucy¡± da 3,2 milioni di anni. Le conoscenze subatomiche ne sono un esempio e per quasi due millenni abbiamo considerato l¡¯atomo indivisibile. Poi il secolo della scienza, il 1800, ha contribuito a svelarci la divisibilit¨¤ dell¡¯atomo. Il 1900, il secolo della tecnologia, ha contribuito con altre rivelazione e luce sui segreti naturali. Il 2000 sar¨¤ appellato secolo della ¡±globalizzazione del digitale¡±? Il principio cardine delle moderne teorie della fisica (ad esempio la relativit¨¤) considera un valore finito di velocit¨¤ per la luce: quasi 300 000 km/s. La velocit¨¤ della luce ¨¨ stata assunta come limite massimo di velocit¨¤ raggiungibile dagli oggetti dotati di massa. Come ha postulato Albert Einstein nella sua celebre teoria della relativit¨¤ ristretta: non pu¨° esserci nulla di pi¨´ veloce della luce. Ne siamo sicuri? Gli ultimi esperimenti della comunit¨¤ scientifica che potrebbero sconvolgere il mondo della fisica si sono incentrati su nuove particelle subatomiche: i neutrini. Il progetto OPERA (Oscillation Project with Emulsion-tracking Apparatus) ha permesso di calcolare la velocit¨¤ di queste particolari particelle subatomiche che si ¨¨ rivelata maggiore di circa 6 mila m/s, ma considerando l¡¯ordine di grandezza della velocit¨¤ in gioco la differenza non ¨¨ cos¨¬ netta. A scuola abbiamo insegnato che l¡¯unico modello atomico in accordo con le leggi della meccanica quantistica ¨¨ quello degli orbitali atomici: esso prevede che il movimento degli elettroni sia descritto da funzioni d¡¯onda (¦×) all¡¯interno dello spazio intorno al nucleo. L¡¯esistenza delle due particelle subatomiche, ovvero protone ed elettrone, era gi¨¤ nota grazie all¡¯esperimento di Thomson, quando nel 1911 fu proposto il modello atomico di Rutherford. La rappresentazione di Rutherford ¨¨ conosciuta come modello a panettone per la sua caratteristica del posizionamento degli elettroni non dettata da traiettorie su orbite. Quanta Fisica delle particelle subatomiche dobbiamo ancora svelare? Sicuramente non poca, come, invece, erroneamente si continua a credere. Dal tempo degli epicurei e di Democrito, che ard¨¬ parlare di atomo, la nostra razionalit¨¤ ¨¨ ancora poco utilizzata e soprattutto accantonata a dormire spesso! Il sonno della ragione pu¨° generare anche mostri, avvalorare luoghi comuni ed alterare la realt¨¤ e la verit¨¤!

 


Internazionalizzazione, globalizzazione e localizzazione
Postato da admin [18/03/2017 00:01]

Internazionalizzazione, globalizzazione e localizzazione

Prof. Giuseppe Pace, (Naturalista, perf.to in Ecologia Umana e Ingegneria del Territorio all’Univ. di Padova ).

Da sempre l’uomo, almeno dal neolitico, ha cercato di espandere il mercato delle merci e tale fenomeno va sotto il nome di internazionalizzazione. Globalizzazione, invece, è il fenomeno successivo che a partire dagli anni 1990, indicare un insieme assai ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo. Leggendo alcune considerazioni del colto Sociologo, Ettore Bonalberti, mi è sembrato di poter cogliere qualche più sottile differenza tra il primo ed il secondo fenomeno in esame. Bonalberti, citando La Valle, ex direttore di ”L’Avvenire”, precisa che: “i condizionamenti specifici della JP Morgan con il documento del 2013, in nome del capitalismo vincente, con cui indicava “quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: a) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere. “ E, continua La Valle: “Prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti, Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella che era allora la lotta al comunismo. E la stessa cosa vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano, il Financial Times ed il Wall Street Journal, i quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E alla fine è intervenuto lo stesso ambasciatore americano che a nome di tutto il cocuzzaro ha detto che se in Italia viene il NO, gli investimenti se ne vanno.” Conclude La Valle: “Ebbene quelle richieste avanzate da questi centri di potere sono state accolte e incorporate nella riforma sottoposta ora al voto del popolo italiano. Infatti con la riforma voluta da Renzi il Parlamento è stato drasticamente indebolito per dare più poteri all’esecutivo”. Ma Bonalberti, non si limita ad una sola fonte per aiutarci a capire la realtà socio-economica del nostro tempo quando scrive: ”Condivido l’intera analisi formulata dal professore, che individua lo spartiacque nel mutamento strategico tattico operato dal governo italiano, a misura del nuovo ordine mondiale che si andava costruendo, nella relazione tenuta il 26 Novembre 1991 alla Commissione Difesa della Camera, di cui La Valle era componente, dal ministro della Difesa Virginio Rognoni, sul nuovo modello di Difesa. Se questo è ciò che avvenne sul piano delle strategie politico militari del nostro Paese, credo che la relazione del prof La Valle, andrebbe integrata con l’altrettanto lucida analisi che ci fece nel 2013 il prof .Zamagni in un convegno di studio nel 2013. Secondo Zamagni, prima del fenomeno della globalizzazione si era affermato e condiviso il principio della divisione del lavoro sulla base del cosiddetto principio NOMA (Non Overlapping Magisteria) (Richard Whately) che, nel 1829, teorizzò la netta separazione  e non sovrapposizione tra etica, politica ed economia. Di qui derivò il concetto dominante che assegna alla politica il compito dei fini e all’economia quello dei mezzi per il raggiungimento di quei fini, entrambe comunque separate dall’etica secondo una visione iper machiavellica. Tutto questo funzionò sino all’avvento della globalizzazione. Fenomeno quest’ultimo che non sorse spontaneamente dal mercato, ma fu determinato più o meno consapevolmente al G6 del 1975 a Rambouillet (Italia presente come quinta economia mondiale dell’epoca!) nel quale si decise con atto politico di far partire il processo di globalizzazione, da non confondere con quello di internazionalizzazione presente sin dall’epoca antica. Con l’avvento della globalizzazione il principio del NOMA viene di fatto applicato in termini rovesciati: all’economia è assegnato il compito di decidere i fini e alla politica quello di scegliere i mezzi . Da questo rovesciamento che assegna il primato finalistico all’economia, deriva la stessa scelta di Bill Clinton, pressato dalle sette sorelle (JP Morgan,Morgan Stanly e C.) detentrici del potere finanziario di superare la legge Glass Steagall del 1933 che seppe garantire equilibrio e sviluppo al mercato americano. Il superamento dell’obbligo di separazione tra attività di speculazione finanziaria e attività bancarie tradizionali deciso dal congresso americano e promulgata il 12 novembre 1999 da Bill Clinton diede il via libera ai fenomeni di speculazione finanziaria del mercato dei derivati e dei futures che saranno alla base della grave crisi finanziaria in cui tuttora ci dibattiamo dal 2007. Solo agli inizi del 2013 negli USA fu introdotta la nuova norma Volcker dal nome dell’ex presidente del Federal reserve, con cui venne ripristinata la separazione tra attività bancarie e di speculazione finanziaria I pragmatici americani hanno saputo rimediare ai guasti clintoniani; in Europa si continua invece nelle attività speculative. Intanto, però, il danno era fatto con la vicenda dei futures e degli edge funds che hanno finito con l’insozzare l’intero sistema bancario mondiale, sino a raggiungere un volume di debito complessivo di oltre 10 volte il valore dell’ìntero PIL mondiale.  Ora, come, con estremo realismo denuncia La Valle, proponendo la stessa tesi che il prof Paolo Maddalena, v.Presidente emerito della Corto Costituzionale, espone nel suo ultimo saggio ”Gli inganni della finanza”, sono gli stessi responsabili del superamento del NOMA del 1999 e dei fatti e nefasti successivi che inducono “i governi amici” a darsi da fare per consegnare le mani libere al mercato che è mondiale al quale stanno troppo strette le regole, i lacci e i lacciuoli di ciò che rimane alle democrazie occidentali costruite a misura delle costituzioni post belliche. In questo mercato devono valere solo le leggi del mercato, e non importano le conseguenze sul piano economico e sociale, né, tantomeno, quelle sul piano di diritti politici e civili. Si comincia dai Paesi più in difficoltà, meglio se con “governi amici” più disponibili, meglio ancora se questi sono costruiti su basi di dubbia legittimità con l’aiutino di capi dello Stato consenzienti e/o conniventi, non badando a spese per il controllo monopolistico dei mezzi di comunicazione con l’obiettivo di puntare al governo di “ un uomo solo al comando”. Se gli italiani abboccheranno sarà la fine della democrazia e la vittoria dei padroni del turbo capitalismo finanziario. A referendum svolto, solo il 40% degli elettori ha abboccato, oltre il 60% no e soprattutto nelle aree del Bel Paese ad economia meno avanzata, dove la globalizzazione è meno spinta. L'internazionalizzazione oggi appare come il processo di adattamento di un’azienda, una merce oppure un servizio immateriale pensato e progettato per un mercato o un ambiente definito e riferito ad altri mercati o ambienti internazionali, in modo particolare anche ad altre nazionalità con proprie culture. Le merci o i prodotti che possono essere l'oggetto di tali processi sono vari: dalle aziende stesse, alla pubblicità e le campagne di comunicazione (televisiva, editoriale), ai software (sistemi e programmi operativi ed applicazioni), dai siti web ai manuali d'uso, dalle pubblicazioni mediche e scientifiche, alle etichette dei prodotti venduti sul mercato internazionale. La globalizzazione oggi è un processo d'interdipendenze sia economiche che sociali, culturali, tecnologiche e politiche i cui effetti positivi e negativi hanno una rilevanza planetaria, tendendo ad uniformare sia il commercio che, le culture, i costumi e il pensiero. Alla globalizzazione, sostenuta dai neoliberisti ed osteggiata dai no-global, oggi si va diffondendo la localizzazione o difesa dei mercati locali, che competono con le merci globali per la qualità più alta (con costo maggiore, a volte il doppio), soprattutto per gli alimenti del cosiddetto mondo del “biologico”. In futuro le due facce della stessa medaglia troveranno equilibri dinamici per le merci scambiate, ma sul piano sociale e politico non può che essere prevalente la spinta verso governi multi regionali e sovranazionali. Forse è l’Homo sapiens che ha nella sua evoluzione culturale il fine di vivere nell’areale, almeno, planetario e non solo del piccolo comune, provincia, regione, stato e unione di più stati nazionali federati. Il mezzo per realizzare tale evoluzione irrefrenabile (ma frenabile oppure accelerabile) è la cultura, che viene definita in zoologia come ”capacità di adattamento a situazioni nuove”. Ma sulla cultura le definizioni si sprecano!

 

 


Passa per Parigi la via della rigenerazione urbana
Postato da admin [20/10/2016 18:54]

Seminario organizzato da Regione Lombardia

PASSA PER PARIGI LA VIA DELLA RIGENERAZIONE URBANA: maxiprogetto.

Inoltre il Sindaco Anne Hidalgo propone di realizzare 10.000 alloggi sociali all’anno fino al 2025.

 

La via della rigenerazione urbana passa per Parigi. In un periodo nel quale le città si battono per essere sempre più attrattive per attirare investimenti esteri e domestici,  la qualità  della vita, lo sviluppo di comunità intelligenti, l’innovazione rivestono un ruolo fondamentale, come si è detto al seminario organizzato dalla Regione Lombardia sulla ricerca di Kcity “Elementi utili per individuare una strategia regionale per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva per l’attrattiva nelle nostre città”

L’ambizioso obiettivo annunciato dall’ONU è di garantire entro il 2030 ad ogni cittadino l’accesso ad un alloggio dignitoso e ai relativi servizi pubblici. Si ispira a questo obiettivo la legge regionale 16/2016 approvata lo scorso luglio. 

Per far questo bisogna “reinventare le città”. Di fronte ai cambiamenti sociali, economici e culturali in corso, esse sono chiamate a modificarsi e riorganizzare lo spazio abitato in base a nuovi principi e a nuove logiche di sviluppo: da questo punto di vista i “vuoti urbani” e gli spazi non più utilizzati si offrono come opportunità per ripensare le funzioni del territorio sviluppando nuove sinergie tra pubblico, privato e sociale.

Nella competizione crescente tra aree e attori della trasformazione urbana e per migliorare la qualità della vita nella città, l’innovazione nel disegno dei servizi, la qualificazione dei modelli di sviluppo e la cura del rapporto con il territorio sono obiettivi strategici verso cui diviene prioritario orientare ogni intervento.

In condizioni di scarsità di risorse l’ottica della sostenibilità porta a scommettere sulla relazione positiva e virtuosa che si può instaurare tra iniziative che perseguono interessi particolari (e che possono riguardare un’area, un gruppo sociale, un business) e obiettivi più generali (che riguardano la collettività e il bene comune).

In Europa un chiaro esempio viene da Parigi: con una popolazione di circa 2.300.000 abitanti (Milano 1.350.000) e una superficie di 105kmq (Milano 181) ha ben pochi edifici ed aree pubbliche ancora da utilizzare per rispondere alle richieste dei cittadini; considerato inoltre che il sindaco Anne Hidalgo si propone di realizzare 10.000 alloggi sociali all’anno fino al 2025.

Il maxiprogetto di riqualificazione urbana “Reinventare Parigi”, 22 i progetti vincitori selezionati tra oltre 800 dossier di candidatura, sarebbe la più profonda trasformazione della Ville Lumière da 150 anni a questa parte, rifacendosi all’opera di Haussmann e Napoleone III, che cambiò profondamente il volto della città condizionandola ancora oggi sotto molti aspetti.

Che il paragone sia appropriato o meno, resta il fatto che anche “Reinventare Parigi” avrà un profondo impatto: 1341 nuove unità abitative di cui almeno la metà a basso costo, disseminate sia in centro che negli arrondissement più periferici. A livello urbanistico l’obiettivo non è solo la riqualificazione, ma anche la creazione di corridoi verdi e l’integrazione degli edifici nel tessuto infrastrutturale della capitale. La cifra dei 22 progetti è senz’altro il greenbuilding: pareti vegetali, tetti verdi (per un’estensione totale di oltre 26.000 mq), orti urbani, largo uso del legno, colture acquaponiche, biofacciate, attenzione all’efficienza energetica.

Altrettanto rivoluzionaria la filosofia alla base del maxiprogetto: non più cessione delle aree al costruttore che vi realizza quello che vuole, compatibilmente con la normativa locale; ma opere destinate al pubblico interesse.

Centralità dei beni comuni quindi, come dimostra la trasformazione di Place de la Republique che oggi viene utilizzata da pubblici diversi: dalle famiglie per passeggiare e far giocare i bambini, ai grandi raduni come in occasione delle stragi degli estremisti islamici, a sedi di protesta e di denuncia.

L’introduzione al Seminario è stata di Paolo Pinna, Eupolis Lombardia, mentre Paolo Formigoni della Regione Lombardia ha illustrato le ragioni della ricerca e Paolo Cottino la presentazione del rapporto intermedio della ricerca stessa. Dopo  la proiezione di un video sul maxiprogetto parigino, Ezio Micelli docente a Venezia ne ha sottolineato gli aspetti salienti approfonditi da Paolo Cottino, Alberta De Luca, Gianluca Nardone. I lavori sono proseguiti nel pomeriggio con il tema “Prime valutazioni sulle condizioni di replicabilità dell’iniziativa parigina nel contesto lombardo” e si sono formati gruppi di lavoro sui diversi aspetti della rigenerazione urbana.    

Achille Colombo Clerici presidente di Assoedilizia

 


"Il governo deve ascoltarci e occorre fare in fretta per disinnescare la bomba ecologica"
Postato da admin [10/11/2015 18:47]

Pubblichiamo il comunicato del Consigliere Regionale, Maurizio Conte sui problemi ecologici.

 

"Se con i primi 500 mila euro sono stati portati via 2400 tonnellate di rifiuti, con il prossimo milione e 500 mila euro dalla Regione possiamo asportare ben 7.200 metri cubi. L'obiettivo però, non è fare i lavori a metà ma riuscire a bonificare tutta l'area, e per farlo occorrono circa 5 milioni di euro. Il governo deve ascoltarci e occorre fare in fretta per disinnescare la bomba ecologica". Con queste parole l'ex assessore all'Ambiente Maurizio Conte commenta la bonifica iniziata ieri della C&C a Pernumia.

"Ieri con quattro camion sono stati prelevate circa 110 mila chili di polveri - spiega il consigliere regionale tosiano - come assessore all'Ambiente avevo stanziato i primi 500 mila euro che hanno permesso di avviare ieri la bonifica, ora un altro milione e 500 mila è già in delibera ma occorre il decreto di impegno da parte del settore Ambiente. Non possiamo più perdere tempo e aspettare le lungaggini burocratiche perché qui si sta parlando di veleni, mali "invisibili" che possono mettere seriamente a rischio la salute dei cittadini: 52 mila tonnellate di rifiuti che si trovano nel Comune di Pernumia, ma al confine con Battaglia Terme e Due Carrare. Un rischio ambientale che grava sul centro della bassa padovana, a ridosso del Parco Colli Euganei".

"E anche quando finalmente saranno erogati gli stanziamenti regionali - aggiunge il tosiano - all'appello mancano altri 5 milioni di euro circa per completare l'opera di bonifica. Il Ministero dell'Ambiente prima dell'estate ha fatto un passo indietro voltando le spalle e negando i contributi - aggiunge Conte - un rifiuto che non riusciamo a comprendere e ci faremo portavoce con Roma per fare pressioni sulla vicenda. Se il Ministero non ha risorse da destinare all'opera si faccia portavoce con Bruxelles valutando concretamente la possibilità di ottenere dei fondi europei da destinare a quella che rischia di diventare un'emergenza ambientale".

 

Venezia, 10/11/2015

 


Urban mining: la città si trasforma in una preziosa miniera di metalli
Postato da admin [13/09/2012 15:23]

Da una tonnellata di schede elettroniche, si possono ricavare più di 2 quintali di rame, oltre 46 chili di ferro, quasi 28 chili di stagno e alluminio e circa 18 chili di piombo. Più, per limitarci solo ai metalli, quantità minori di argento, platino e palladio.

Mentre cresce a vista d'occhio il numero dei dispositivi mobili che ognuno di noi si porta al seguito, aumenta la strategicità dei metalli in essi contenuti, e dunque il valore dei cosiddetti RAEE, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Metalli preziosi e rari sono presenti infatti in grandi quantità nelle schede elettroniche e nei condensatori di computer e telefoni cellulari. Recuperandoli, non si utilizzano materie prime presenti in natura e si risparmiano i costi, spesso gravosi, per l'approvvigionamento o lo smaltimento, con vantaggi sia ambientali che economici.

Oggi in Italia, spiega Laura Cutaia, ingegnere ambientale ricercatrice Enea, "ci sono ancora pochi impianti che estraggono metalli preziosi e terre rare dai RAEE, attività che invece spesso demandiamo a imprese fuori dai confini nazionali". Da un anno è attivo in Sicilia un progetto sperimentale dell'Enea, finanziato dal Miur per oltre 4 milioni di euro che, oltre ad una parte riguardante il turismo sostenibile, comprende anche interventi per il recupero di "materie prime seconde" da Raee: "L'obiettivo - racconta Roberto Morabito, responsabile dell' unità Tecnica Tecnologie Ambientali dell'agenzia di ricerca - è la gestione integrata dei rifiuti elettronici tramite la realizzazione di una piattaforma di simbiosi industriale e di un impianto pilota per il recupero di materie prime tramite latecnologia idrometallurgica, innovativa rispetto a quella pirometallurgia attualmente usata, per esempio, in Germania. Un metodo nuovo che permette, diversamente dagli impianti tedeschi, il recupero di un elevato numero di metalli con un alto grado di purezza, bassi costi energetici e zero emissioni in atmosfera".

Nella Raw Material Initiative, la strategia per le materie prime dell'UE, varata un anno e mezzo fa, il recupero e il riciclo dei materiali, in particolare di quelli più scarsi e costosi, o difficili da reperire sui mercati internazionali, ha un ruolo di primo piano. E le città, prima ancora dei giacimenti naturali, vengono considerate vere e proprie "miniere urbane" di materie prime, in inglese Urban Mining: "Si tratta prima di tutto - continua Laura Cutaia - di una diversa strategia per l'approvvigionamento di materie prime, basata sulla stima qualitativa e quantitativa degli stock presenti in un territorio, e sui flussi in entrata e in uscita. Il calcolo delle risorse "immobilizzate" ad esempio negli edifici,  come metalli, legno e vetro, consente di poter stimare le risorse che si renderanno nuovamente disponibili quando queste costruzioni, arrivate al termine della loro vita utile, saranno demolite". Su questa base, uno Stato può elaborare un piano minerario capace di coniugare sostenibilità economica e ambientale: "Lo Urban Mining può essere una strategia complementare per reperire materiali, accanto al riciclaggio e all'approvvigionamento di materie prime, che in Italia vengono in molti casi dall'estero".

Così, se l'Ordine dei Geologi, per bocca del presidente Gianvito Graziano, insiste sulla necessità che l'Italia torni ad estrarre secondo "una nuova politica di sviluppo (…) senza pregiudizi e senza eccessi", l'UE punta, in parallelo, su "riciclo, efficienza delle risorse e sostituzione" dei materiali più rari con altri meno critici. Tenendo anche conto dei forti impatti ambientali dell'attività estrattiva che, spiega l'esperto di riqualificazione ambientale Marco Stevanin, "non è sempre facile o possibile mitigare o compensare".

Anche il sistema economico sta comprendendo la necessità di puntare sul riutilizzo di molte risorse: in edilizia per esempio, continua Stevanin, "oramai è prassi di alcuni grandi gruppi che si occupano anche di estrazione attivare rami di azienda dedicati al riciclaggio degli inerti. L'interesse è quello di mantenere il più a lungo possibile una concessione di escavazione calibrando l'estrazione e parallelamente investire nel sistema del riciclaggio e recupero".

Ma perché anche in Italia diventi realtà un'economia basata sul riutilizzo delle risorse urbane, è necessario intervenire sui canali di approvvigionamento, a partire proprio da quelli dei rifiuti elettronici, che ancora presentano diverse criticità. "Delle 900.000 tonnellate di RAEE che si stima siano state prodotte in Italia nel 2011, solo 260.000 sono entrate nei circuiti di raccolta e trattamento", continua Laura Cutaia. La parte restante, oltre il 70%, è stato smaltito in maniera errata, impropria e anche illegale: "In alcuni casi i piccoli elettrodomestici sono stati magari gettati nell'indifferenziato e sono arrivati in discarica, ma molto più spesso sono stati trasferiti nei Paesi in via di sviluppo, o sotto forma di apparecchi di seconda mano o attraverso canali illegali di esportazione dei rifiuti. Qui i RAEE vengono trattati per estrarre le componenti più preziose, con tecniche molto rudimentali peraltro dannose per le persone e per l'ambiente".

Dallo stabilimento pilota siciliano dovrebbe nascere, per opera degli imprenditori dell'isola, un impianto industriale vero e proprio. Ma sul progetto grava un punto interrogativo di nuovo legato alle criticità del sistema italiano: "Per giustificare l'investimento - sottolinea Roberto Morabito -  gli imprenditori devono essere sicuri di poter contare su un approvvigionamento costante di questi componenti, che viceversa troppo spesso spariscono dalla filiera di raccolta. Il nostro Paese, attraverso vari strumenti che vanno dai controlli a incentivazioni per il corretto smaltimentodovrebbe fare in modo che questa grande ricchezza rimanga in Italia".

 

 

Veronica Ulivieri

 

 
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Forum sull'energia nucleare
Postato da admin [25/02/2011 22:40]

La redazione del BLOG INSIEME invita quanti vogliono approfondire il tema dell'energia nucleare a cliccare sul sito: www.forumnucleare.it.

L'Associazione che gestisce il sito si propone di costituire un forum di discussione per una più ampia e approfondita conoscenza dell'opzione nucleare e delle sue implicazioni come condizione indispensabile di un confronto non pregiudiziale su questo tema.

L'Associazione ha come riferimento l'esperienza di analoghi Forum, nati in altri Paesi dove l'energia nucleare fa parte del mix energetico, quali il Belgio, la Svizzera, la Spagna, la Germania, la Slovacchia e gli Stati Uniti. Queste realtà sono organizzate come associazioni, con una membership trasversale (dalle imprese alle università, dal mondo della ricerca a quello economico) ed hanno giocato un ruolo importante nel dibattito sull'energia in questi Paesi.

 


Giornata dell'Albero
Postato da admin [17/11/2010 23:53]

La redazione del BLOG INSIEME, in collaborazione con il dott. Marco Abordi, pubblicherà una serie di articoli e di iniziative sui temi dell'ambiente.
Cliccate sul sito qui sotto riportato potrete leggere una nota sulla Giornata dell'Albero. E' una occasione per richiamare l'attenzione di tutti, ma soprattutto dei più giovani, sull'importanza dei boschi e delle foreste, sul loro fondamentale ruolo di polmone verde per la Terra.
 
 


Il cattolico e la gestione responsabile dell'ambiente (parte II)
Postato da admin [22/10/2010 19:32]

 

Il cattolico e la gestione responsabile dell'ambiente (parte II)

di mons. Giampaolo Crepaldi*

 

ROMA, giovedì, 21 ottobre 2010 (ZENIT.org).- La messa in pratica di politiche di tutela dell'ambiente ha a che fare anche con la nostra responsabilità nei confronti delle future generazioni. Anche questo aspetto qualifica il problema in senso morale. C'è un principio nella dottrina sociale della Chiesa che si chiama "destinazione universale dei beni" secondo il quale tutti i beni del creato sono destinati a tutti, compresi i nostri figli e nipoti. C'è quindi un dovere di lasciare loro in eredità un ambiente abitabile e che essi possano a loro volta umanizzare e adoperare per il loro sviluppo. Bisogna però intendere correttamente la questione. Non dobbiamo pensare di lasciare ai nostri figli la natura così come l'abbiamo trovata noi, né dobbiamo pensare di lasciarla completamente devastata ed inquinata in modo irrimediabile. Si tratta di due estremi entrambi scorretti.

Noi dobbiamo adeguatamente gestire la natura, per renderla atta a soddisfare i bisogni di uno sviluppo autenticamente umano, e lasciarla in modo tale che anche i nostri successori lo possano fare. Una natura intatta non serve a nessuno. Non è questa la sua vocazione. Molte teorie odierne sono contrarie allo sviluppo in quanto tale, parlano di decrescita e vorrebbero interrompere non solo un certo modello di sviluppo per sostituirlo con un altro ma lo sviluppo stesso. Vorrebbero far ritornare l'umanità indietro, in una società naturale, fondata sulla sobrietà, l'autoconsumo, lo scambio in natura. Queste ideologie vorrebbero lasciare la natura così come è e rivelano quindi una sfiducia nell'uomo, nella sua creatività ed intelligenza. Molti altri denunciano la sovrappopolazione come principale fonte di danno ambientale, vorrebbero limitare le nascite soprattutto dei paesi poveri perché pensano che la natura, per sopportare una tale massa di abitanti sulla terra, dovrebbe accettare un degrado irreversibile.

Ci sono state e ci sono anche molte previsioni catastrofiche sulle sorti del pianeta a causa della sovrappopolazione, che hanno animato molte politiche neo-malthusiane di contenimento delle nascite, sia tramite gli anticoncezionali distribuiti in massa, sia tramite l'aborto. Ecco alcuni esempi di ideologie ambientaliste molto negative, che finiscono per danneggiare l'uomo anziché promuoverne lo sviluppo. La nostra responsabilità verso le future generazioni non implica l'attuazione di politiche di questo genere. Ci sono sulla terra risorse per sfamare molti miliardi di persone, solo se volessimo coltivare il creato con sapienza. Queste ideologie assolutizzano la natura, dimenticano che essa è per l'uomo e non credono che l'uomo la debba gestire e saggiamente amministrare ma solo conservare, come se si trattasse di un museo. In questo modo però non sono veramente responsabili verso le generazioni future, le quali, prima di tutto, hanno interesse ad esserci, senza essere preventivamente annullate per la salvaguardia di presunti equilibri naturali. La politica ambientale ha bisogno di informazioni per poter procedere e la fonte delle informazioni in questo settore è la scienza. Solo che la scienza non sempre dà informazioni esaustive e complete; talvolta gli scienziati sono dipendenti dalle ideologie e dagli interessi politici, per cui ogni politico, e il politico cattolico in particolare in quanto la sua fede lo difende più di altri dalla ideologia, deve saper gestire con oculatezza e sapienza le informazioni delle scienze.

I dati sull'inquinamento atmosferico motivano politiche del traffico; quelli sul buco dell'ozono richiedono interventi sull'emissione di ossidi di carbonio; i dati sul riscaldamento climatico richiedono investimenti per la riconversione industriale; i dati sull'aumento della popolazione richiedono politiche demografiche e così via. La politica sembra dipendere dalla scienza, ma la scienza è spesso inattendibile e orientata ideologicamente. L'IPCC dell'ONU sta facendo marcia indietro sulle previsioni circa il riscaldamento globale; molte previsioni di insostenibile sovrappopolazione sono risultate sbagliate: casi di errore e di incertezza della scienza se ne sono avuti tanti. Ecco allora che la politica deve sì tenere conto della scienza, ma anche non ne deve dipendere in modo cieco. Serve la consapevolezza che in questa società del rischio anche gli esperti non sono sempre affidabili e che è possibile creare nuovo rischio proprio mediante interventi scorretti. Certe politiche ambientali sbagliate creano nuovo rischio ambientale. di fronte ai possibili rischi ambientali è stato elaborato il cosiddetto principio di precauzione.

I progressi delle scienze e delle tecniche della natura, la straordinaria potenza di cui l'uomo dispone nel campo delle biotecnologie, la presenza di molti ecologismi ideologici e le carenze nel campo dell'ecologia naturale hanno dato vita "ad una pericolosa aggressività nei confronti della natura, persona umana inclusa", con la conseguente acuta sperimentazione di molteplici situazioni di rischio. Tale rischio è percepito tanto più acutamente dall'opinione pubblica in quanto la scienza, nel mentre procede e permette di risolvere situazioni critiche come malattie finora inguaribili, svela anche l'incertezza dei propri percorsi e l'ambivalenza delle proprie scoperte. Nel mentre illumina, spiega e permette di dominare, anche oscura, inquieta e ci lascia smarriti. La natura si complessifica, così come la società, il sapere si frammenta e quasi si polverizza in tanti piccoli segmenti, natura e società si integrano progressivamente e spesso inestricabilmente: tutto ciò non permette di fare chiarezza sui rischi incombenti. L'intervento sul DNA apre nuove possibilità di guarigione da malattie genetiche, ma nel contempo spalanca orizzonti inquietanti sulla possibilità di selezionare in laboratorio l'umanità futura. Le previsioni diventano impossibili e la scienza, che nel progetto moderno avrebbe dovuto fornire sicurezza dalla violenza e imprevedibilità della natura, diventa essa stessa fonte di incertezza ed ansia per il nostro futuro. di fronte a questa nuova percezione del rischio il pensiero contemporaneo ha creato il "principio di precauzione", secondo il quale prima di intraprendere una operazione sulla natura ad alto rischio e in situazione di incertezza per la carenza di informazioni scientifiche e/o di monitoraggi delle conseguenze, occorre assumersi l'onere della prova. Se finora l'onere della prova spettava a chi diceva di non agire sulla natura, con il principio di precauzione tale onere spetta a chi decide di agire. Chi agisce sulla natura dovrebbe preventivamente fornire la prova a tutela del rischio.

Il principio di precauzione è qualcosa di diverso dalla "prudenza" ed anche dal "principio di responsabilità". In un certo senso l'agire umano avviene sempre in situazioni complesse ed incerte. Proprio la contingenza e la complessità della concreta realtà in cui siamo chiamati ad agire chiamano in causa la virtù della prudenza. Cosa differenzia il principio di precauzione dal giudizio prudenziale? Il fatto che chi agisce non solo si assuma la responsabilità delle conseguenze, ma anche che dimostri l'impossibilità di conseguenze dannose. Ora, questo è impossibile per due motivi, uno legato alle caratteristiche dell'azione umana in quanto tale e l'altro legato all'azione umana nell'attuale contesto di complessità. È impossibile prevedere tutte le conseguenze di un'azione, qualsiasi essa sia. E se qualcuno volesse esaminare tutte le conseguenze non agirebbe mai. Oggi, poi, tale impossibilità è resa ancora maggiormente impossibile dalla complessità degli interventi umani sulla natura e dal fatto che ad ogni intervento si aprono infiniti altri motivi di rischio in una rete impossibile da controllare, con la possibilità che eventuali conseguenze negative riemergano a distanza di tempo e con modalità imprevedibili dopo un lungo percorso sotterraneo.

Il giudizio prudenziale si fondava sull'assunzione di responsabilità da parte del soggetto agente. Assunzione di responsabilità di due tipi: circa la conformità dell'azione con la legge morale universale e circa le conseguenze di bene che ne deriveranno. Il principio di precauzione, invece, non si fonda sull'assunzione di responsabilità, ma sulla dimostrazione che le conseguenze non saranno dannose. Oltre a rischiare di bloccare l'azione, il principio di precauzione potrebbe trasformare l'azione umana in una dimostrazione consequenzialista. Chi agisce avrebbe, infatti, nientemeno che l'obbligo di dimostrare la bontà delle sue azioni in base alla non dannosità delle conseguenze.

Per evitare questi aspetti poco convincenti del principio di precauzione, il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, accettandolo, anche ne precisa le caratteristiche. Il principio di precauzione, dice il Compendio, non è "una regola da applicare, bensì un orientamento volto a gestire situazioni di incertezza". Se non è una regola da applicare, vuol dire che non va utilizzato in modo rigido, ma assunto come attenzione ad un bisogno generale di sicurezza data la grande potenza degli strumenti nelle nostre mani. Una specie di "maneggiare con cura". Ciò che conta, in ogni caso, è che il Compendio non lo considera una regola morale cui doverosamente attenersi. Esso, inoltre, "manifesta l'esigenza di una decisione provvisoria e modificabile in base a nuove conoscenze che vengano eventualmente raggiunte". Si tratta, in altre parole, di una specie di metodo per prova ed errore. Un metodo, appunto, non una norma morale vincolante.

Tra i rischi, poi, che il principio di precauzione proporzionalmente deve tenere in conto, c'è anche il rischio derivante dalla non decisione: "ivi compresa la decisione di non intervenire". Questo per evitare che il principio di precauzione venga assunto come alibi per il non intervento o caricato di motivazioni ideologiche astensionistiche. Il principio di precauzione, infatti, può venire strumentalizzato da alcune delle ideologie ecologistiche che ho descritto più sopra, soprattutto quelle animate dal pessimismo antropologico. Queste osservazioni sul principio di precauzione sono molto importanti per il cattolico impegnato in politica. Egli deve fare delle scelte improntate al principio di responsabilità morale, mentre spesso il principio di precauzione è un modo per non agire e quindi per togliersi la responsabilità morale. Il fatto che il principio di precauzione abbia molti aspetti ideologici è anche provato dal fatto che i suoi sostenitori non lo applicano però nel campo della bioetica e di fronte alla semplice possibilità che l'embrione sia umano essi non ricorrono al principio di precauzione.

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*Mons. Giampaolo Crepaldi è Arcivescovo di Trieste, Presidente della Commissione "Caritas in veritate" del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE) e Presidente dell'Osservatorio Internazionale "Cardinale Van Thuan" sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

 


Il cattolico e la gestione responsabile dell'ambiente
Postato da admin [15/10/2010 22:17]

Il cattolico e la gestione responsabile dell'ambiente (parte I)

di mons. Giampaolo Crepaldi*

 

ROMA, giovedì, 14 ottobre 2010 (ZENIT.org).- La problematica ecologica, ossia la tutela dell'ambiente naturale in modo da consegnarlo in buono stato alle future generazioni perché ne possano usufruire come abbiamo  fatto noi,  senza pregiudizio per  il  loro  sviluppo, è oggi considerata una questione di primaria importanza. Essa però viene  intesa  anche  in  senso  forzatamente ideologico  e  addirittura  si  può  dire  che,  in molti  casi, l'ecologismo rappresenti una nuova religione. Contiene quindi molte ambiguità di cui anche il cattolico in politica può rimanere vittima, se non presta continuamente  attenzione  a  collegare  le problematiche dell'ecologia ambientale con quelle dell'ecologia umana. È questa  la visione strategica che può liberare l'ecologia delle maglie dell'ecologismo ideologico.

Ma in cosa consiste questo ecologismo ideologico, molto presente su giornali e rotocalchi, nella cultura di molti movimenti ambientalisti ed anche nelle politiche degli enti locali e perfino dei governi? Consiste nell'assegnare  alla  natura,  intesa  in  senso  naturalistico,  ossia come acqua, aria, boschi, fiumi, uccelli, pesci, biodiversità eccetera, una importanza primaria ed assoluta, considerando l'uomo e il suo sviluppo il principale nemico della natura. Tagliare degli alberi da un parco cittadino è considerato un misfatto, andare a caccia, seppure con la licenza, è visto come immorale, sostenere che le previsioni del riscaldamento climatico sono almeno sospette è un reato di lesa maestà. Naturalmente qui non sono in gioco, come dirò tra poco, i doveri che abbiamo - doveri verso di noi e i nostri simili, non verso l'aria o l'acqua, le quali non hanno diritti - di rispettare l'equilibrio naturale per il bene dell'umanità presente e futura. Si tratta piuttosto di esagerazioni ideologiche che fanno della natura un assoluto intoccabile e, soprattutto, più importante della stessa persona umana. dietro questa visione c'è una concezione debole e  individualistica della persona, vista  come un  individuo  che  trova  la  sua  salvezza  immedesimandosi con la natura e i suoi ritmi, cercando un equilibrio psicofisico secondo le direttive della new age, cercando di regredire ad una forma primitiva di vita che in  realtà  è  costruita  in modo molto  artificiale,  fatta di centri benessere e beauty farms, di stili di comportamento dettati dalla moda, da un amore convenzionale per la natura che solo le élites innaturali si possono permettere.

A questa concezione fa da elemento propulsore la nuova concezione  del  corpo,  inteso  come  l'aspetto  principale di noi stessi, nell'dea che l'equilibrio psicofisico sia determinante  per  ogni  altro  equilibrio,  compreso  quello spirituale che, peraltro, la nuova ideologia non distingue da quello mentale. Si vede, nell'insieme, una visione materialistica sia della natura sia della persona, la quale non emerge dalla natura stessa ma ne fa parte, senza tuttavia essere la parte principale. Succede così che ad un primitivismo naturalistico, evidente  in molti comportamenti connessi con l'uso del corpo, si associ una artificiosità di massa e perfino  l'uso avanzato della  tecnologia. Analisi dallo psicanalista, uso dell'I-phone, corsa giornaliera nel parco cittadino con la musica nelle cuffie, frequentazione di  raffinati  centri  benessere,  nudismo  sulle  spiagge del Kenya  fanno parte di un mix espressivo del nuovo ecologismo individualistico e post-ideologico.

Uno degli ambiti nei quali è più evidente il carattere  ideologico di questo ecologismo è  il  tema della vita e della  famiglia. Gli ecologisti dovrebbero essere per  la natura e opporsi ad una ideologia tecnocratica che si propone di invadere la natura e di piegarne il senso ai nostri desideri. Essi si oppongono, per questo motivo, al disboscamento delle foreste o all'inquinamento delle spiagge.

Ma non si oppongono alle tecniche abortive, vogliono la distribuzione delle pillole che provocano l'aborto chimico, negano la dimensione naturale del matrimonio. Non si riesce a capire molto bene perché sia drammatico che si estingua la rosa del Madagascar e perché non lo sia minimamente l'uccisione di esseri umani prima che nascano. È evidente che la natura viene seguita e nello stesso tempo non  seguita,  segno che  su di essa  si è proiettata una cultura di tipo riduttivo, incapace di vedere la problematica ecologica nel suo complesso. Per farlo bisogna recuperare un concetto più ampio di natura e ricongiungere l'ecologia ambientale con l'ecologia umana.

Il  cattolico  in  politica  dovrà  quindi  considerare  la natura non solo come un insieme di cose materiali, cui in fine  la  riducono  anche  i  sostenitori  dell'ecologismo ideologico, ma  come un  insieme di  forme,  vale  a dire di cose che tendono ad un loro fine, che esprimono un progetto di sviluppo. La natura è un ordine, esprime una grammatica. Non è semplice accostamento materiale di oggetti, ma ci dice anche cosa in quegli oggetti conta di più e cosa conta di meno. Ci dice anche che nella natura l'uomo ha una posizione particolare, egli è infatti l'unico essere ad emergere oltre  la natura, a poterla usare dato che tutta la natura è finalizzata all'uomo. Gli animali e le piante non usano la natura, in quanto ne fanno parte e ne sono immersi. L'uomo invece ne sporge e quindi ne può  usare. Qui  sta  l'aspetto morale  dell'ecologia. Non è  accettabile  né  che  la  natura  debba  essere  considerata una divinità intoccabile perché essa invece è finalizzata all'uomo, né che possa venire sfruttata senza criterio mediante uno sviluppo tecnologico ed economico selvaggio ed  egoistico.

La natura  va  adoperata  responsabilmente; perché questo sia possibile bisogna riconoscere nella persona umana una dignità  superiore  alla natura. Bisogna anche  che  si  vedano  tutti  i  problemi  ambientali  come collegati causalmente e finalisticamente con quelli umani. Senza la luce dell'ecologia umana non si hanno i criteri sufficienti per governare l'ecologia ambientale. Non si può pensare di riuscire ad avere un ambiente salubre, fiumi ed aria non inquinati, spiagge pulite e contemporaneamente una  famiglia degradata. Come  si può contemporaneamente  educare  le  studentesse  al  riciclaggio dei rifiuti -  in ogni aula  scolastica ci  sono ormai  i vari contenitori differenziati -  e contemporaneamente dare loro in mano la pillola abortiva? A quale rispetto per la natura le stiamo abituando? Molti sindaci si interessano che nella loro città ci siano i parchi, ma si disinteressano della prostituzione che avviene in molte strade della periferia. Ci si preoccupa che i bimbi in da piccoli imparino ad amare le piante e gli animali, ma l'inquinamento morale prodotto dalla televisione nei loro confronti e dal comportamenti di  tanti  adulti non ci preoccupa più di tanto. Siamo ormai espertissimi in diete, esercizi ginnici, attrezzi da palestra, massaggi di vario tipo, respirazione yoga, cure con le erbe, ma si diffonde un uso strumentale del corpo umano, proprio e altrui, che certo non ci fa  onore  come  persone. Ci  preoccupiamo  dei  cuccioli di  foca  e molto meno dei  cuccioli di uomo. Pensiamo che  sia  il  degrado  delle  periferie  a mettere  in  difficoltà  la  famiglia  ed  invece  è  la  difficoltà  della  famiglia  a creare  il degrado delle periferie. Le  esperienze  sessuali dei ragazzini cominciano molto presto, i teenagers sono fuori controllo  in molti paesi europei,  si distribuiscono preservativi nelle  scuole,  si permette per  legge  l'aborto anche a 16 anni e non si ha il minimo sospetto che tutto ciò sia una devastazione dell'ambiente naturale. Facendo questo  lungo  elenco  di  esempi,  ho  inteso  indicare  altrettanti  campi  dell'impegno  politico  del  cattolico  che voglia veramente intendere in senso ampiamente umano il problema della tutela dell'ambiente naturale.

Per approfondimenti si veda il volume "Il cattolico in politica. Manuale per la ripresa" (Cantagalli)

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*Mons. Giampaolo Crepaldi è Arcivescovo di Trieste, Presidente della Commissione "Caritas in veritate" del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE) e Presidente dell'Osservatorio Internazionale "Cardinale Van Thuan" sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

 

 


A proposito di "green economy"
Postato da admin [23/11/2009 15:40]

A proposito di "green economy"

Si parla tanto, e da parte di molti, della necessità di modificare il sistema economico finanziario internazionale.

Gran parte dei discorsi in proposito contengono espliciti riferimenti alla necessità di convertirci a quella che viene definita "economia verde", ritenuta panacea di tutti i mali.

Preciso subito che non metto in discussione la necessità di uniformare il sistema produttivo alle esigenze poste dal rispetto dell'ambiente, ma ritengo, tuttavia,  che ciò debba avvenire sempre ed esclusivamente garantendo il rispetto delle leggi economiche, e cioè operando solo dopo una attenta e positiva analisi del rapporto costi/benefici dell'iniziativa che si vuole intraprendere.

Nella accezione dei termini "economia verde"  ("green economy")oggi dominante, e nei programmi che vengono via via accennati o presentati, questa necessità di rispetto delle regole economiche viene invece trascurata. Ascoltando i mentori della nuova prospettiva, come Stern e Rifkin, senza nominarne altri, sembra di rivivere gli anni trenta dell'economia sovietica: i programmi prescindono da un' analisi corretta ed approfondita delle condizioni esistenti e delle risorse disponibili.

Per quanto personalmente mi riguarda, anche a questa problematica cercherò di applicare i principi della Dottrina Sociale Cristiana: giustizia, carità, partecipazione, antropocentrismo, in primis: senza sbandierarlo,  ma cercando di non perdere battuta. Ho la presunzione di credere che, nello stato confusionale nel quale si trovano tanti amici con i quali condivido l'ispirazione, queste note possano essere utili.

1. Economia verde significa innanzitutto convertire il sistema energetico, orientando la produzione di una percentuale significativa dell'energia necessaria verso fonti rinnovabili; trasformare quindi la sua struttura produttiva, attualmente accentrata in pochi grandi impianti, in una struttura distribuita, con piccole unità di produzione vicine alle singole comunità di utenti; diminuire drasticamente gli spostamenti di uomini e merci, quindi l'utilizzazione di risorse a questo fine; diminuire il consumo di prodotti importati.

Tutto questo può avvenire solo al prezzo di grave collasso del sistema esistente, e di un rapido ritorno ad un' economia curtense magari un po' più sviluppata, con i corrispondenti (bassi) livelli di benessere materiale. Dal medioevo il rapido miglioramento quali-quantitativo delle produzioni e degli scambi ha garantito un innalzamento senza precedenti delle condizioni di vita, fondato sulla progressiva crescita dei centri specializzati di produzione di bene e dei trasporti conseguentemente necessari alla loro distribuzione, che nell'ottica "verde" dovrebbero essere quanto più possibili evitati (l'affermazione di moda della necessità di consumare "a chilometri zero" fa parte  di questo approccio). Mi sembra difficile, specie in assenza di certezze sugli esiti positivi del processo, che questa prospettiva possa raccogliere il consenso di porzioni significative di cittadini, anche perchè sarebbe accompagnata da un forte aumento della mortalità infantile e dall'abbassamento drastico delle aspettative di vita.

Nonostante queste affermazioni siano frutti lampanti del semplice buonsenso, ci sono persone e gruppi organizzati che seguitano a pontificare sulla necessità di ristrutturare drasticamente il sistema economico mondiale verso un sostanziale pauperismo: costoro trovano udienza e sono considerate oracoli dalle teste deboli e dai conformisti di tutto il mondo. Non voglio fare nomi, ma ce ne sono tanti, di figuri che vanno imperversando su televisioni e giornali, e sono citati da personaggi di tutti gli schieramenti politici: ma che volete farci, l'imbecillità e l'ignoranza non hanno una sola casa, sono trasversali ed in progressivo aumento!

2. L'economia ha sue leggi inderogabili, che non possono essere eluse: la prima  di esse dice che non è possibile ripartire ciò che non è stato prodotto. La priorità nel circuito economico è della produzione, e ad essa, prima e più che alle fasi dell'uso sociale, della ripartizione e dell'attivazione del flusso della spesa pubblica, va riservata ogni cura per garantire che sia adeguata alle attese di benessere presenti nel tessuto sociale, e crescente in produttività.

Lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo, prima di poter distribuire ai fedeli pani e pesci, dovette moltiplicarli,  confermando la priorità della produzione. Tra i sostenitori della green economy sono molti coloro che  non hanno chiaro questo concetto: il dividere ciò che non è stato prodotto, cioè nulla, non porta benefici a nessuno. Si aumenta la ricchezza di una società solo se si generano, tramite il lavoro, beni prima non esistenti. Il processo di produzione deve avvenire in modo tale che i beni o le risorse prodotte abbiano un valore superiore alla somma del valore dei beni e delle risorse impiegati a produrli; in caso contrario c'è distruzione, non creazione, di ricchezza. Naturalmente sarà sempre possibile scegliere un'opzione che determini un sacrificio, ma questa deve essere conosciuta e accettata per scelta cosciente e anticipata, previa valutazione del rapporto costi/benefici anche dal punto di vista sociale o ambientale. In tal caso può essere accettato un sacrificio nel breve in vista di una maggior somma di benefici nel futuro.

3. Scelte di questo tipo possono liberamente effettuarsi solo in un contesto politico nel quale abbia vigore il libero mercato, regolato in modo accettabile dal punto di vista etico e applicativo, cioè normato efficacemente: vale a dire un sistema capitalista corretto, nel quale sia fortemente garantita e regolata la libertà economica e di  impresa. Vale qui la pena di ricordare che ogni libertà esiste non in quanto garantita, ma in quanto esercitata: la costituzione dell'URSS, che formalmente garantiva tutte le libertà, era in effetti la maschera dietro la quale si celava il regime più sanguinario, illiberale e tirannico mai conosciuto nella storia dell'umanità.

4. Se poi esaminiamo l'"economia verde" dal punto di vista dell'occupazione, troveremo molti aspetti meritevoli di essere approfonditi con attenzione. Dire che la trasformazione del sistema economico secondo principi verdi determinerà un aumento di posti di lavoro non è falso, è semplicemente la prima parte della verità: la seconda è quella riguardante il costo di questi posti, che va conteggiato nella  spesa pubblica e posto a carico di tutti i cittadini, perché essi non determinano produzione ma distruzione di ricchezza.

I più anziani ricorderanno che nell'ultimo dopoguerra furono istituiti i cosiddetti "cantieri di lavoro", nei quali si pagavano degli operai perché facessero dei lavori inutili; in tal modo, a carico dello Stato, si offriva una forma di aiuto agli strati più deboli della popolazione.

Obiettivo dell'azione amministrativa, però, non deve essere creare posti, ma lavoro, cioè valore aggiunto. Abbracciare l'economia verde significa solo produrre meno a costi più alti, derivanti dai carichi aggiuntivi sulla spesa pubblica. Potrebbe essere una scelta da fare per ottenere (forse) una migliore qualità dell'ambiente, ma occorre farla - se lo si ritiene opportuno - in piena consapevolezza, non parlando apoditticamente di nuovo sviluppo e di progresso: questo sarà lecito solo quando conosceremo numeri elaborati secondo corrette e complete premesse. Per esempio, se vogliamo parlare del costo dell'energia prodotta mediante il ricorso a fonti rinnovabili, occorrerà tener conto del contributo erogato dallo Stato (cioè da tutti noi) ai produttori. Non può dichiararsi  fattore di sviluppo il fare ricorso a questo tipo di energia, se non si dice chiaramente che tale energia costa molte volte di più dell'energia prodotta da sistemi tradizionali o dal nucleare. Onestà vorrebbe che tali dati fossero dichiarati, e che si motivasse l'eventuale decisione di privilegiare le rinnovabili con motivazioni ambientali,  ammettendone il costo e consentendo ai cittadini di valutare l'opportunità della spesa.

5. C'è anche, alla base di questa situazione, lo stato di frustrazione nel quale si trovano molti economisti.Costoro sono sicuri di conoscere la soluzione di tutti i problemi del mondo, e di essere quindi i più qualificati per governarlo; invece solo a pochissimi di loro è concesso di entrare nelle stanze dei bottoni, e per lo più non per gestire, ma per dare suggerimenti spesso non ascoltati o per trovare giustificazioni pseudo tecniche ai danni prodotti dagli amministratori. Questo  stato di cose genera in loro una propensione a suggerire soluzioni nelle quali l'intervento dello stato sia importante: ciò permetterebbe a loro, da consiglieri del principe, di contribuire alla gestione: in pratica, di avere le mani in pasta. Molto spesso, nell'ansia di raggiungere questo obiettivo, giungono perfino a dimenticare dati essenziali ed evidenti dei problemi che si candidano a risolvere. Proprio questo sta succedendo a proposito di "economia verde": sono trascurati dati (dis)economici evidenti per prospettare soluzioni miracolistiche ai problemi seri che stiamo attraversando.

Probabilmente alla base di tutto questo sta anche il maledetto contagio che le idee comuniste e socialiste hanno sparso nel mondo, e che, a vent'anni dal giorno benedetto in cui Giovanni Paolo II e Ronald Reagan hanno fatto crollare le strutture materiali che ne costituivano l'attuazione concreta, seguita ad esercitare la sua fetida influenza sulle menti poco o male strutturate. Eppure dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che economia diretta dallo Stato significa, senza eccezioni, fallimento e disastro. Allo Stato spetta porre e far rispettare le regole. In casi particolari svolgere quel minimo di  intervento attivo necessario per superare un momento critico: scegliere cosa e come realizzare le intraprese deve essere compito degli imprenditori.

Chiarezza e distinzione di ruoli, quindi: senza le quali sono assicurati l'insuccesso e il tracollo. E l'"economia verde", con il suo sistema di oneri per la fiscalità generale, è solo la forma nuova dello statalismo, aggravata dal fatto che per lo più non è neanche lo Stato a gestire le imprese in prima persona, ma che il suo intervento si limita a finanziare attività di privati che un mercato corretto avrebbe già espulso da tempo.

Prof. Paolo Togni

Presidente di "VIVA" - Associazione per la diffusione di una corretta cultura ambientale

                                                                                   tognipaolo@gmail.com

 
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Nucleare sì o no
Postato da admin [04/03/2009 23:58]

A seguito della recente intesa Francia - Italia è tornato ad accendersi il dibattito nucleare sì, nucleare no.

Nelle discussioni viene inevitabilmente ricordato il referendum del 1987, passato alla storia come il no alle centrali nucleari. In verità, i quesiti oggetto del referendum erano tre e nessuno di essi poneva la domanda secca del tipo " volete o no il nucleare"?

 

Il primo quesito: volete che venga abrogata la norma che consente al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere sulla localizzazione delle centrali

nel caso in cui gli enti locali non decidano entro tempi stabiliti?

 

Il secondo quesito:volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone?

Il terzo quesito: volete che venga abrogata la norma che consente all'ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all'estero?

 

Pertanto, con i tre quesiti si chiedeva di cancellare alcune disposizioni di legge pensate per rendere più facili e rapidi gli insediamenti energetici. La prima era stata creata, infatti, per evitare che il sindaco di un piccolo paese dove era prevista la localizzazione di una centrale nucleare potesse opporsi ad oltranza, mentre la seconda era la cosiddetta "monetizzazione del rischio" per i comuni

che ospitavano impianti di produzione e di energia.

 

Ciò ricordato, va osservato che il referendum abrogativo del novembre 1987 non era, né poteva essere, un referendum pro o contro il nucleare. Infatti l'Italia trenta anni prima, con gli Atti di Roma, aveva assunto in sede Europea l'impegno di "sviluppare una potente industria nucleare". Si trattava all'evidenza, di un trattato internazionale e la nostra Costituzione all'art. 75 prevede che

" Non è ammesso il referendum per le leggi….di autorizzazione a ratificare trattati internazionali".

Insomma, si è fatto entrare dalla finestra ciò che non poteva entrare dalla porta.

 

Luigi Fistarollo 

 
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Pacchetto clima ed energia: il perchè della posizione contraria dell'Italia
Postato da admin [15/12/2008 15:03]

Il pacchetto di direttive proposto dalla Commissione europea il 23 gennaio si prefiggeva di  ridurre del 20% le emissioni di CO2 (rispetto ai livelli del 1990) e risponde agli impegni assunti dal Consiglio europeo di marzo 2007. In tale sede l'accordo del 20-20-20 era stato siglato per facilitare un accordo globale "post-Kyoto" alla Conferenza di Bali dello scorso dicembre.

Ci si aspettava che a Bali fossero definiti gli obiettivi e le strategie per ridurre su scala globale le emissioni di anidride carbonica, coinvolgimento USA, Cina, India e gli altri paesi che fino a oggi non rientrano nel Protocollo di Kyoto. La Cina, insieme agli USA rappresenta il primo "emettitore" al mondo. L'India sarà il terzo nel 2015.

La Conferenza di Bali ha di fatto accentuato la posizione di centralità e unilateralità dell'Europa non considerando che le emissioni europee rappresentano il 4% sul piano globale a fronte di uno sforzo economico considerevole che non vede coinvolti con analoghi impegni delle economie emergenti, cui farà seguito un risultato insignificante in termini di riduzione delle emissioni globali di CO2. Senza l'impegno di Cina India e Stati Uniti ogni azione intrapresa risulterà assolutamente vana.

Nonostante ciò l'Europa si è comunque impegnata a  perseguire i suoi obbiettivi, ma dovrà sostenere uno sforzo economico e industriale che non ha precedenti.

A livello europeo gli investimenti in necessari al contenimento di emissioni raggiungerebbero quota 181,5  Miliardi di Euro.

Nonostante i dati sottostimati forniti dal passato Governo Prodi l'Italia potrebbe essere coinvolta per una cifra che si aggira tra i 48 e 93 Miliardi di Euro.

A fronte della fortissima crisi economica che va attraversando l'Italia e vista anche la storia del nostro paese si può ragionevolmente pensare che per riconvertire tutta l'attività industriale e "metterla a norma" basterà il minimo della cifra preventivata? Oppure si spenderà il doppio?

E se il quadro di partenza è quello industriale attuale, e quindi in recessione, prevedendo un rilancio economico entro il 2011 non è plausibile supporre il raddoppio anche dei 93 miliardi preventivati?

La domanda è più che legittima visto che queste stime sono elaborate su modelli matematici e quindi un modello può portare a una costo minimo e un altro a un costo massimo.

Rimane quindi da porci la domanda più importante:  l'Italia può, in questo momento, permettersi tale spesa? E il risultato vale lo sforzo economico, mentre Cina e India continuano a produrre a prezzi bassissimi utilizzando carbone e petrolio?

L'attuale Governo ritiene che l'unica via alla problematica ambientale sia quella globale, evitando spese insostenibili a fronte di risultati risibili.

Difficile, in questo quadro congiunturale, potergli dare torto.

Ed infatti questo undici dicembre a Bruxelles l'U.E. gli ha dato ragione prevedendo una maggiore progressività negli interventi e premiando le industrie che non de localizzeranno in paesi che utilizzano fonti energetiche inquinanti. Ma probabilmente l'aspetto che più simbolicamente di tutti fa emergere l' utopica incongruenza del pensiero ambientale europeo è che salta la data finale per la realizzazione del "pacchetto" non più 2020, ma 2025. Non più quindi 20-20-20 ma 20-20-25. Sembra quasi il gioco del Lotto.

Speriamo invece che non si trasformi in una roulette russa per il futuro delle prossime generazioni.

Flavio Scagnetti

esperto in materia energetico-ambientale e disciplina degli appalti

 
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