60 anni di Legge Merlin: la necessità di aggiornarla
Postato da admin [20/02/2018 21:22]


La redazione del BLOG INSIEME ha ritenuto opportuno pubblicare l'articolo qui sotto riportato di Simone Pellegrini, tratto da www.interris.it         


Il 20 febbraio 1958, esattamente sessant’anni fa, il Parlamento italiano approvando la legge Merlin aboliva i cosiddetti “bordelli” legali. Furono costrette a chiudere le porte 560 “case di tolleranza” in tutta Italia, nelle quali vendevano il proprio corpo circa 2.700 ragazze.

L’iter della norma che porta il nome della senatrice socialista fu lungo. La prima bozza risale al 1948, ma le varie resistenze fecero slittare il definitivo via libera di dieci anni. L’approvazione, salutata dai suoi fautori come un atto contro lo sfruttamento, non fece configurare la prostituzione come reato. E non servì nemmeno a spegnere il fuoco delle polemiche.

Dopo tanti anni, la questione appare tutt’altro che risolta. Svariati sono stati i tentativi, nel corso delle varie legislature, di sopprimere o almeno snaturare il senso della legge Merlin. Tanti sono gli alfieri della prostituzione legale, che la considerano un argine al racket criminale.

Anche di recente, il tema è tornato al centro del dibattito politico. E in molti hanno letto come un tentativo di demolire l’impianto della legge quanto avvenuto di recente in un’aula giudiziaria: nell’ambito di un processo, la Corte d’Appello di Bari ha deciso di chiedere alla Corte Costituzionale se, dopo sessant’anni da quando è stata approvata la legge Merlinsi esprima per la prima volta sulla incostituzionalità di alcune norme in essa contenute.


Il fallimento delle "case chiuse" e il "modello nordico"

Dinanzi alla volontà di riaprire le “case chiuse”, si staglia tuttavia il fallimento della legalizzazione della prostituzione in Paesi come la Germania e l’Olanda. Di contro, va registrato il successo del “modello svedese”, ossia di leggi che puniscono non solo chi favorisce la prostituzione ma anche il cliente.

Risale al 2004 uno studio di Gunilla Ekberg, avvocato esperta di prostituzione e traffico di esseri umani, dal quale emerge che il numero totale delle prostitute in Svezia dall’approvazione della legge che punisce i clienti era sceso da circa 2.500 del 1999 a circa 1.500 del 2002. In gran parte sgominata anche la prostituzione sui marciapiedi, ridotta dal 50 al 30 per cento.

Lo studio della Ekberg non affronta il tema dello sfruttamento, che invece è stato al centro di una ricerca del 2012 da parte di alcuni accademici e riportato su Il Post. Il documento rileva che le vittime del traffico di esseri umani "nel 2004 in Danimarca coinvolgeva  2.250 persone, mentre in Svezia circa 500, un numero oltre quattro volte più grande, nonostante la popolazione svedese sia solo il 40 per cento in più di quella danese".

Della bontà dell’iniziativa legislativa svedese se ne è accorta anche la Commissione Pari opportunità del Parlamento europeo, che nel 2014 ha approvato una risoluzione che invita i Paesi membri a seguire il “modello nordico” in quanto ciò “comporterebbe significativi progressi”.

In questo senso si inserisce il lavoro che da decenni svolge la Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi. Quest’ultimo, scomparso nel 2007, ha dedicato la sua vita agli ultimi, in particolare si è fatto promotore di un impegno sulle strade per salvare le donne vittime della tratta e ha lanciato appelli alle istituzioni affinché approvassero una legge che punisse i clienti.


Questo è il mio Corpo

Il suo testimone è stato raccolto dall’Apg23. Da quando don Benzi ha iniziato quest’opera, sono circa 7.000 le donne, di cui molte minorenni, che sono state liberate e accolte nelle case famiglia dell’associazione. Insieme ad un cartello di associazioni, l’Apg23 ha lanciato “Questo è il mio Corpo”, campagna di liberazione delle vittime della tratta e della prostituzione. La proposta, ispirata al modello nordico, ha l’obiettivo di ridurre sensibilmente il fenomeno colpendo la domanda e multando i clienti delle prostitute. Sull’esempio di questo modello, diverse amministrazioni comunali in Italia hanno introdotto ordinanze per punire i clienti delle prostitute: si ricorda quella firmata dal sindaco di Firenze, Dario Nardella, e quella del Comune di Rimini.


L'appello di Ramonda

Proprio in occasione del sessantesimo anniversario dell’approvazione della legge Merlin, Giovanni Paolo Ramonda, presidente dell’Apg23, ha sottolineato che questa norma “va aggiornata alla luce del nuovo contesto sociale, ma sempre nella stessa direzione di tutela delle persone, in particolare delle donne”. Ramonda ha rilevato che “la situazione attuale non è più quella degli anni '50, bensì è legata alla tratta di persone provenienti da Paesi poveri e ridotte in schiavitù”. Per questo - ha aggiunto - “occorre introdurre sanzioni non solo verso i trafficanti, ma anche verso i clienti delle prostitute, perché con il loro comportamento sfruttano la vulnerabilità delle persone che si prostituiscono. I clienti sbagliano! E per questo vanno sanzionati. Anche per aiutarli a cambiare”.

“La prostituzione - ha concluso Ramonda - corrompe una società intera, perché distrugge la dignità della donna”.

 

 


Come oggi la vera difesa delle persone diviene propaganda
Postato da admin [05/06/2017 06:42]

Come oggi la vera difesa delle persone diviene propaganda.

Di Daniele Malerba.

L’eterno dilemma che ci si pone dinanzi al nazismo e cioè come sia stato possibile che nel cuore dell’Europa, nel ventre di un paese che tanto aveva dato alla cultura del vecchio continente si possa essere realizzata una simile barbarie; come sia stato possibile che un popolo intero si sia lasciato soggiogare da una ideologia tanto folle senza sostanziali e significativa resistenze” (http://www.europaquotidiano.it/2014/05/21/la-rosa-bianca-quei-giovani-contro-il-nazismo/).

Nel clima tedesco dell’epoca solo pochi, marginali e  sporadici gesti personali e di piccoli gruppi seppero leggere e capire, e mostrare la strada. Così quello della “Rosa Bianca”, costituito soprattutto da giovani studenti, che tentò senza successo di fare aprire gli occhi alla Germania, fu pagato con la vita questo tentativo. La gente non capì, non vedeva e non voleva vedere, forse, in fondo a Berlino avevano ancora cibo.

L’idolatria di sé, della razza ariana come risposta ai problemi dei tedeschi, proposta dal nazismo unitamente ad una pesante propaganda e all’abbandono del vero Dio, quello Cristiano e Cattolico, portò a quel risultato. Ma la propaganda nazista era considerata normale informativa, divulgativa di vera morale e etica. Mentre propaganda erano, allora, i volantini della “Rosa Bianca”.

Chi fa propaganda ora, invece? Coloro che dicono che i bambini e le famiglie vanno protetti, coloro che dicono che la morale Cristiana va difesa, coloro che non vogliono le donne schiave del sesso, non vogliono la droga libera, non vogliono gli immigrati imprigionati nei centri di accoglienza, ma invece vogliono famiglie sane e unite, amorevoli e forti, vogliono quella dignitosa autonomia economica che diviene libertà di scelta, coloro che vogliono un vero aiuto e una prospettiva reale per gli immigrati, coloro che dicono che la salvezza è nel cattolicesimo e non in altre idolatrie. Sono questi che difendono le persone, questa è la nuova “Rosa Bianca”.

Allora meglio, molto meglio, questa doverosa propaganda che la manipolazione di stato che ci vuole portare via la libertà di scelta e di vita, e che vuole convincerci che la famiglia è finita e impossibile, ci vuole rendere un debole popolo sterile che non sa più difendere Cristo e i propri cari.

Cari Cristiani e cari religiosi, un giorno Dio ci giudicherà e ci giudicherà sull'amore, ma che amore pensate possa essere annoverato a padri che non sanno difendere i propri figli?

 



Malerba Dott. Daniele
Psicologo, psicoterapeuta, giornalista.
https://aippcveneto.wordpress.com/

 

 


Immigrazione nelle città metropolitane
Postato da admin [27/03/2017 21:35]

 


Dati sulla realtà della immigrazione in Italia
Postato da admin [27/03/2017 00:40]

 


Osservatorio casa.it: prezzi alle stelle a Venezia, Padova la più cara tra le altre provincie
Postato da admin [14/04/2011 19:32]

Nel capoluogo veneto si sfiorano i 6.000 Euro al metro quadro per l'acquisto di un bilocale in centro, mentre a Padova sono necessari 3.950 Euro

 

Quotazioni stabili in tutta la regione, solo a Vicenza si registra un calo di circa il 3.5%

 

I veronesi i più attivi nella ricerca della casa su Internet

 

Milano, 12 aprile 2011 - Se Venezia registra cifre da capogiro per acquistare un bilocale, è Padova ad aggiudicarsi la palma di città più cara tra le altre province venete: vivere nella zona del Centro Storico costa, infatti, 3.950 Euro al metro quadro. A rivelarlo è un'indagine di Casa.it, il portale immobiliare n°1 in Italia, con oltre 700.000 annunci e circa di 3.900.000 Utenti Unici al mese.

 

"A Venezia comperare un appartamento nelle zone centrali può arrivare a toccare e, a volte, superare i 6.000 Euro al metro quadro." commenta Daniele Mancini, Amministratore Delegato di Casa.it "Spostandosi, invece, nella vicina Marghera si possono trovare soluzioni di recente costruzione a circa 2.100 Euro, mentre a Mestre la spesa varia tra i 2.400 e i 1.900 Euro. Da un'analisi delle domande giunte al portale abbiamo registrato, inoltre, una consistente domanda di soluzioni immobiliari di trilocali pari a circa il 35% di tutte le richieste pervenute".

Secondo l'osservatorio Casa.it, dopo Venezia, è Padova la città più costosa del veneto con un costo medio di 3.950 Euro al metro quadro per l'acquisto di un immobile in centro. Molto richiesto è anche il quartiere San Paolo dove si spendono per soluzioni ristrutturate circa 1.950 Euro e per immobili di nuova costruzione circa 2.450 Euro.

 

A Verona il prezzo medio oscilla, invece, tra i 2.500 Euro al metro quadro per un buon usato e i 3.500 Euro per soluzioni di recente ristrutturazione, mentre a Treviso i 1.950 Euro al metro quadro necessari per un appartamento in buone condizioni diventano quasi 5.000 Euro per un immobile ristrutturato in zona Piazza dei Signori. Più economiche risultano Rovigo, con un costo medio che varia tra i 1.700 Euro al metro quadro del Centro Storico e i 1.300 delle zone periferiche, e Vicenza dove per un appartamento in centro in buone condizionisono richiesti in media 1.500 Euro. Infine, a Belluno la media al metro quadro si aggira sui 1650€, mentre nel centro storico si arriva a toccare i 2100 per un immobile ristrutturato.

 

Analizzando il mercato degli affitti, la situazione rimane pressoché invariata. Venezia costituisce ancora un caso a parte con i suoi 1.500 Euro al mese per un bilocale in centro, seguito da un costo medio tra i 450 e i 500 euro per le zone di Marghera e Mestre. Seguono nella classifica di Casa.it, Padova dove per la stessa tipologia di casa sono necessari 600 Euro, Treviso e Verona con circa 560 euro, e Rovigo e Belluno con soli 480 Euro.

 

"Le quotazioni degli immobili nel Veneto sono rimaste pressoché stabili rispetto al 2010, anche se a Vicenza i prezzi hanno subito un calo di circa il 3.5%. Dall'analisi delle richieste pervenute al nostro portale è emerso anche che di tutti i cittadini del Veneto che si affidano ad Internet per la ricerca di un immobile da acquistare o affittare sono quelli di Verona (24%) i più attivi, seguiti da quelli di Treviso (20%) e Venezia (19%), e Padova e Vicenza con una percentuale che si aggira al 14%",conclude Daniele Mancini.

 

 

 


La povertà della giustizia sociale
Postato da admin [11/04/2011 07:32]

Diversi anni fa, il curatore di un'enciclopedia cattolica mi chiese di scrivere circa una dozzina di voci sulla dottrina sociale cattolica, tra le quali una sulla giustizia sociale. Feci una ricerca nella letteratura, ma scoprii che la giustizia sociale, se si può dire che esista veramente, è un'idea piuttosto logora.

Prima che scriviate una lettera di protesta: la dottrina sociale cattolica dice che abbiamo responsabilità di solidarietà verso gli altri e, in modo speciale, verso i poveri. Dobbiamo tutti riflettere seriamente su questo e agire di conseguenza. Ma Aristotele, Agostino, Tommaso d'Aquino e la tradizione cattolica tutta fino ai tempi recenti hanno parlato semplicemente di giustizia, che ha sempre a che fare con le relazioni sociali e, quindi, non ha bisogno di essere ravvivata con l'aggettivo "sociale".

Quest'intera questione è molto importante perché, a parte l'ovvia urgenza di aiutare i poveri, i cattolici si sono sentiti dire per mezzo secolo che la "giustizia sociale" è una parte di pari valore - assieme alle attività pro-life - della protezione della vita umana. E noi dovremmo votare conseguentemente (quasi sempre a scapito di candidati pro-life). Il problema è che è relativamente facile trovare il modo di proteggere i bambini nel grembo: non abortirli. Come aiutare i poveri è molto meno chiaro, specie in termini politici.

I cattolici della vecchia scuola hanno imparato che la giustizia si esplica in tre forme: commutativa, il giusto scambio tra due parti, dalla quale dipendono tutte le altre forme; distributiva, che richiede che i beni e i servizi vengano distribuiti ragionevolmente all'interno della comunità (il che è diverso dalla redistribuzione; gli schemi redistribuzionisti hanno condotto nel XX secolo a regimi molto iniqui, se non addirittura tirannici); la generale giustizia custodita nella legge.

La giustizia sociale scivolò verso le stesse assunzioni del socialismo, del marxismo e di altre forme di ingegneria sociale: la comune convinzione che esista un'analisi "scientifica" della società che ci autorizzi a stabilire "programmi" e "sistemi" (due parole che meritano sempre un approfondito scrutinio) che produrranno la giustizia sociale. In questa prospettiva, tutto quello che manca è la volontà - e i suoi avvocati spesso suggeriscono che forze oscure, tra le quali spiccano gli uomini d'affari, sono gli unici ostacoli.

Il disegno è stato piuttosto potente, anche all'interno della Chiesa, ma nell'attuale crisi economica, i "cani" della giustizia sociale non stanno abbaiando più di tanto. In Caritas in veritate, l'enciclica del 2009 di Benedetto XVI, l'espressione giustizia sociale appare solo in due punti. Nel primo, non prima della venticinquesima sezione del documento, ci si riferisce alle mutate circostanze della giustizia sociale (es: la globalizzazione significa posti di lavoro spediti all'estero che aiutano i poveri altrove, ma cosa ne sarà dei lavoratori nei Paesi sviluppati?); nella seconda quasi si identifica la giustizia sociale con valori che sono talvolta identificati come "pre-politici" come la fiducia e la solidarietà. Non vi è alcuna superficiale richiesta di giustizia sociale. La scelta di Benedetto di limitarsi a principi generali è saggia.

Dato che potreste averlo notato, anche nel voluminoso dibattito su una grande questione come l'attuale crisi economica non c'è molto accordo. Paul Krugman, premio Nobel, professore di economia a Princeton e opinionista del New York Times è apologetico nel sostenere che il massiccio stimolo economico (oltre 800 miliardi di dollari) è stato tristemente inadeguato. Altre illustri eminenze sono ugualmente accese nel sostenere che le spese massicce non solo hanno fatto poco, ma ci hanno ulteriormente allontanato dal riavviare la crescita industriale, la creazione di lavoro e la riduzione del debito.

Questo è un approccio vacillante, ma se si desidera discutere sulla giustizia - sociale o quale che sia - le cose sono ancor più complicate. I liberals e i conservatori si sono ugualmente arrabbiati nei confronti dei salvataggi di Wall Street, avvenuti mentre la gente rimaneva senza lavoro a Main Street. Il dibattito è ancora aperto sui tentativi di creare o preservare posti di lavoro direttamente - come nel caso del salvataggio di General Motors. Indubbiamente, il programma Cash for Clunkers dimostra nella piccola scala che si possono utilizzare cinque miliardi di soldi dei contribuenti e non fare nient'altro che incoraggiare le persone a anticipare di un po' l'acquisto di automobili.

Ma ecco un rimando alla giustizia, perlomeno di antico stampo: come può essere giusto salvare un'impresa e non un'altra? Perché gli operai metalmeccanici di Detroit e i costruttori di pannelli solari ottengono aiuti finanziari per un periodo, mentre, ad esempio, i poveri lettori, collaboratori e editori di The Catholic Thing e gli stessi contribuenti non possono ottenere un aiuto? È giusto che alcune persone - un cinico potrebbe dire quelli con connessioni politiche, migliori lobbisti o qualche vantaggio di tipo ideologico - ottengano un trattamento differente sotto la legge?

Le organizzazioni private non ne sanno molto di più in materia di giustizia sociale. Catholic Charities USA, alla quale alla fine di ogni anno do un'offerta in sostegno della sua opera caritativa, ha fissato come obiettivo il dimezzamento della povertà entro il 2020. Una pia speranza, e sarò lieto se ciò si avvererà. Ma possono farcela?

Quando il presidente Johnson annunciò la "guerra contro la povertà" alla metà degli anni Sessanta, il tasso di povertà era attorno al 15%. Da allora è naturalmente fluttuato - scendendo a poco sopra il 10%, salendo di nuovo al 15% e attualmente è al 14,3% - quasi del tutto in relazione all'economia più che a qualsiasi cosa che i sostenitori della giustizia sociale abbiano mai fatto.

Spendere trilioni per la povertà avrebbe dovuto produrre alcuni effetti, cattivi in termine di disincentivi all'utilizzo del welfare, ma anche buoni sotto altri aspetti. (Lasciamo le questioni relative alla costituzionalità e all'avvedutezza di espandere governi che diffondono valori anti-cristiani a un'altra volta.) Ma qualcuno sa come dimezzare la povertà? Ciò significherebbe raggiungere un 7% senza precedenti storici. Le statistiche non sono mai del tutto scientifiche e non possono prevedere il futuro, ma non c'è alcun esperto di politiche a Washington o alla Kennedy School di Harvard che scommetterebbe il suo mutuo a riguardo.

Se la giustizia sociale è solo una questione di lobbying e di convincere le persone attive nel mondo degli affari e del governo a abbandonare le loro maniere egoiste e a adottare "programmi" e "strutture giuste" atte a eliminare la povertà - si spera non tutte quelle che sono fallite fino a oggi - perché è così difficile riuscire a dimezzare la povertà?

I sostenitori di ciò dicono che la nostra attenzione verso tutta la vita umana ci chiede di operare nell'ottica della giustizia sociale. Per quanto mi riguarda, sarei felice con la giustizia, ma, mentre siamo alle prese con problemi che nessuno sa come risolvere, non c'è alcuna scusa per non riuscire a affrontare la più grande questione odierna di giustizia che pure sapremmo come risolvere: il massacro di bambini innocenti.

 

Robert Royal è Senior Fellow del Centro Studi Tocqueville-Acton, Presidente del Faith & Reason Institute di Washington D.C. e Direttore responsabile di " The Catholic Thing "

 

Tradotto da Francesco Martini

 

 


Lo sviluppo integrale dell'uomo
Postato da admin [08/04/2011 12:44]

Dalla Populorum progressio alla Caritas in veritate di mons. Giampaolo Crepaldi*
ROMA, giovedì, 7 aprile 2011 (ZENIT.org).- Lo sviluppo integrale dell'uomo è la tematica al centro sia della Populorum progressio sia della Caritas in veritate. Questa ultima affronta il tema alla luce della Populorum progressio ma nello stesso tempo esamina fenomeni storici e sociali nuovi, che ai tempi in cui Paolo VI scriveva la sua enciclica sullo sviluppo o non erano ancora emersi oppure lo erano in forme limitate o addirittura embrionali. Cosa vuol dire questo nel concreto? Significa che tra le due encicliche sono successi dei fatti nuovi di cui la Caritas in veritate tiene conto, ma ne tiene conto alla luce della Populorum progressio e dell'intera storia del magistero sociale. Questo permette che i fatti vengano letti alla luce del Vangelo e della Tradizione apostolica, di cui pure la Populorum progressio era espressione. La Dottrina sociale della Chiesa non si interessa mai dei puri fatti, empiricamente intesi. Essa se ne interessa alla luce della Parola di Dio e dell
a tradizione viva della Chiesa, che li rende significanti ed espressivi di un Senso, li rende "segni dei tempi".

Questo è vero soprattutto per il tema dello sviluppo integrale. Mi sembra che la Caritas in veritate approfondisca questo concetto rispetto alla Populorum progressio soprattutto in tre sensi. C'è prima di tutto una più approfondita considerazione delle opportunità ed anche delle minacce che derivano dal processo di globalizzazione. Secondariamente c'è una esplicita dichiarazione che il tema del diritto alla vita non può essere disgiunto dalle questioni relative allo sviluppo dei popoli. Infine viene esaminato in modo deciso il diritto alla libertà religiosa come collegato in modo sostanziale al tema dello sviluppo. Ritengo che questo rappresenti una autentica novità della Caritas in veritate, prima di essa, infatti, le tre dimensioni ora accennate non erano emerse con tanta forza a qualificare il tema dello sviluppo umano.

Il tema della globalizzazione è condotto sulla scia della convinzione espressa nella Populorum progressio che la questione sociale è diventata mondiale. Benedetto XVI coglie, tra gli altri, un elemento di particolare novità legato alla globalizzazione: essa impone un ripensamento dello Stato e, contemporaneamente e in conseguenza di ciò, della società civile e del suo ruolo. Il fatto che le ricchezze siano prodotte in un luogo ma poi prendano altre strade e non rimangano nel luogo che le ha prodotte pone la necessità di una lunga serie di riforme di cui la Caritas in veritate fornisce la chiave sintetica: bisogna che la ridistribuzione che prima veniva fatta alla fine del processo produttivo da parte dello Stato venga ora fatta lungo tutto il processo produttivo anche da parte di altri soggetti economici e sociali. E' una chiave veramente nuova nell'interpretare le esigenze di una società in vista di uno sviluppo veramente umano e per tutti, integrale e solidale. Nasce qui la
 necessità, su cui l'enciclica si sofferma a lungo, di introdurre la ratio del dono e della gratuità dentro la stessa attività economica e non solo ai suoi margini. Una proposta fortemente innovativa e nello stesso tempo in continuità con lo spirito e la lettera della Populorum progressio che aveva chiesto di dilatare la carità fino a comprendere tutti i popoli. Una chiave capace di aprire molte porte dello sviluppo. Ne indico qualcuna: la responsabilità sociale delle imprese; il protagonismo economico della società civile secondo il principio di necessità; aiuti allo sviluppo condotti a partire dal basso e fondati sull'accompagnamento; la riforma degli sprechi del welfare dei paesi ricchi per finanziare in questo modo lo sviluppo di quelli poveri; nuove forme di impresa non primariamente a scopo di lucro; solidarietà tra imprenditori del Nord e del Sud del mondo; una finanza votata allo sviluppo dell'economia reale.

Il tema del diritto alla vita non è una novità in sé, ma lo è l'intensità con cui la Caritas in veritate lo applica allo sviluppo dei popoli. Anche qui è evidente l'approfondimento di orientamenti della Populorum progressio e nello stesso tempo l'accostamento sapienziale di tematiche decisamente nuove. La pianificazione forzata delle nascite, la pressione di organismi e lobbies internazionali perché vengano approvate in ogni dove legislazioni che permettono l'aborto, la sterilizzazione in massa di donne dei paesi poveri, la drammatica politica del figlio unico, la persistente ideologia malthusiana secondo cui la causa principale della povertà sarebbe la crescita della popolazione: ecco alcuni esempi segnalati dalla Caritas in Veritate di come il tema della vita freni lo sviluppo anziché favorirlo. La negazione della vita indica debolezza morale e sfiducia nell'uomo, non permette di coltivare la virtù dell'accoglienza e della disponibilità, mina alla radice l'amicizia civica t
ra i cittadini, indebolisce la legge e il suo valore normativo del bene umano, trasforma l'uomo in un "prodotto" seminando così una mentalità cinica che pervade anche altri aspetti della vita sociale, distoglie risorse materiali ed umane al vero sviluppo, indirizza la ricerca verso vicoli ciechi dal punto di vista etico anziché favorire scoperte a vantaggio dell'umanità, dissemina una mentalità di dominio dell'uomo sull'uomo improntata allo strapotere della tecnica. Devo riconoscere che questo collegamento tra etica della vita ed etica dello sviluppo, così forte nella proposta della Caritas in Veritate, stenta a venire recepito nelle comunità cristiane. Eppure è così importante e, direi, decisivo. Si leggono ancora documenti di alcuni episcopati ove vengono trattati temi chiave dello sviluppo integrale, come quello dell'ambiente o quello della violenza e della pace, senza che si faccia cenno alcuno alla lotta contro la vita, vista sia come attentato alla natura creata sia co
me forma suprema di violenza. L'accostamento fatto già dalla Evangelium vitae tra gli operai ai tempi della Rerum novarum e i feti umani viventi nel ventre materno ai nostri giorni in pericolo di vita i deboli tra i deboli di allora e di adesso -, accostamento recepito e rilanciato dalla Caritas in Veritate non sempre viene adeguatamente fatto proprio.

Infine il terso ambito, quello della libertà religiosa. Anche questo fortemente anticipato dalla Populorum progressio, soprattutto quando Paolo VI afferma che non esiste autentico umanesimo se non aperto verso l'assoluto, viene declinato in forme nuove dalla Caritas in Veritate. Essa infatti ha di fronte una drammatica doppia realtà: quella delle persecuzioni dei cristiani nei regimi ove vigono religioni fondamentaliste e quella di una sottile ma spietata persecuzione della fede cristiana condotta nei paesi del nichilismo realizzato, come molti paesi occidentali. Ove questo avviene anche il bene dell'uomo si incrina e viene meno e si perde di vista il vero senso del bene comune e degli stessi diritti della persona. E' questo un punto molto importante dell'enciclica, secondo la quale quando si perde di vista la sopranatura anche la natura subisce una involuzione. Senza la fede la ragione si avvita su se stessa, senza il cristianesimo la dignità della persona umana viene persa
di vista, senza la legge cristiana dell'amore anche la legge morale naturale viene dimenticata, trascurata e perfino negata.

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*Mons. Giampaolo Crepaldi è Arcivescovo di Trieste, Presidente della Commissione "Caritas in veritate" del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE) e Presidente dell'Osservatorio Internazionale "Cardinale Van Thuan" sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

 


Investire sui giovani per scampare al "disastro antropologico2
Postato da admin [30/01/2011 10:57]

Mons. Crociata: la sfida educativa, "una provocazione a fermarci in tempo"

di Mirko Testa

 

ROMA, sabato, 29 gennaio 2011 (ZENIT.org).- La questione educativa è un impegno che interpella ciascuno di noi e su cui si gioca il destino del Paese. E' quanto ha detto in sintesi il Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), mons. Mariano Crociata, durante la conferenza stampa conclusiva del Consiglio permanente della CEI, tenutasi venerdì a Roma presso la Radio Vaticana.

Nel suo intervento, mons. Crociata ha preso le mosse dal Messaggio finale diffuso dai Vescovi italiani al termine della quattro giorni di incontri che li ha visti riuniti dal 24 al 27 gennaio ad Ancona per rilanciare l'opportunità della sfida educativa in chiave evangelizzatrice, in vista della programmazione del decennio alla luce degli Orientamenti pastorali dell'episcopato italiano, "Educare alla vita buona del Vangelo".

Durante i lavori assembleari, si legge nel comunicato finale, "i Vescovi hanno portato l'attenzione sull'iniziazione cristiana, la catechesi, la pastorale giovanile, l'insegnamento della religione cattolica, la formazione iniziale e permanente dei presbiteri e degli operatori pastorali, la preparazione al matrimonio, la formazione permanente degli adulti e quella all'impegno sociale e politico".

Inoltre, "è emersa la consapevolezza che l'iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi costituisce una chiave di accesso a una realtà pastorale più ampia, che abbraccia in primo luogo i genitori e le famiglie". Per questa ragione la prossima Assemblea generale, che si svolgerà a Roma dal 23 al 27 maggio, sarà incentrata sul tema "Introdurre e accompagnare all'incontro con Cristo nella comunità ecclesiale: soggetti e metodi dell'educazione alla fede".

I presuli italiani hanno deciso di guardare ai prossimi dieci anni in una duplice prospettiva, dedicando il primo quinquennio alla riflessione intorno al tema "Comunità cristiana ed educazione alla fede", che culminerà con il Convegno Ecclesiale Nazionale; mentre la seconda parte si focalizzerà sul tema "Comunità cristiana e città", al fine di tradurre l'educazione cristiana nei suoi risvolti sociali e culturali.

Questione sociale e questione antropologica

Con uno sguardo ai frutti della 46a Settimana Sociale celebrata a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre scorso, i Vescovi italiani, si legge ancora nel comunicato finale, "hanno sottolineato l'importanza di promuovere il volontariato in tutte le sue forme; la necessità di declinare il tema del federalismo alla luce dei principi di sussidiarietà e di solidarietà; l'importanza di additare figure emblematiche nell'impegno impegno sociale, quali Giuseppe Toniolo e don Pino Puglisi".

In questa prospettiva, i presuli hanno riflettuto approfonditamente sulle scuole e le esperienze di formazione all'impegno sociale e politico presenti sul territorio italiano - al giorno d'oggi sono circa una quarantina - e che diffusesi negli anni Ottanta hanno contribuito "a far conoscere e apprezzare la dottrina sociale della Chiesa e a sensibilizzare alla partecipazione democratica alla vita del Paese".

Per questa ragione, hanno riaffermato "l'importanza dell'azione di formazione delle coscienze, attraverso il veicolo di una cultura politica che, nel mutare dei tempi, aspiri alla ricerca del bene comune". Una iniziativa a cui va affiancato l'impegno a "sostenere le diocesi che hanno avviato tali luoghi formativi e incoraggiare chi è disponibile a suscitarne di nuovi".

Salvarsi dal disastro antropologico

Ad abbozzare lo scenario a tinte fosche che caratterizza la situazione giovanile in Italia era stato il Presidente della CEI, il Cardinale Angelo Bagnasco, nella prolusione inaugurale del Consiglio episcopale permanente. In quell'occasione il porporato aveva accennato al "senso di spaesamento" in cui è piombata l'Italia a partire dal 2009, con la crisi economica finanziaria, sul cui sfondo si stagliano segnali preoccupanti come la recente contestazione studentesca contro la riforma universitaria voluta dal ministro Gelmini.

Il porporato aveva poi lamentato "la desertificazione valoriale" che sembra aver contaminato la società e la mentalità attuale, imbevuta di "una rappresentazione fasulla dell'esistenza, volta a perseguire un successo basato sull'artificiosità, la scalata furba, il guadagno facile, l'ostentazione e il mercimonio di sé". Una mentalità alla radice del "disastro antropologico" che "si compie a danno soprattutto di chi è in formazione".

Parlando ancora di quella che ha definito come la "generazione inascoltata o non garantita" il Cardinal Bagnasco aveva quindi sottolineato con forza che "la disoccupazione giovanile è un dramma per l'intera società, e non solo per i giovani direttamente interessati". Per questa ragione, aveva affermato che "il mondo degli adulti, secondo le diverse responsabilità, è in debito nei confronti delle nuove generazioni, 'in debito di futuro'".

Adulti, modelli di moralità

Facendo eco alle parole del Card. Bagnasco, mons. Crociata ha ricordato che i Vescovi italiani sono perfettamente consapevoli della responsabilità che grava sulle spalle degli adulti. L'educazione, ha detto infatti, non è "un compito che si adempie con l'istruzione o con l'esecuzione di programmi o attività di tipo pedagogico ma è piuttosto un servizio che innanzitutto si esplica con l'esempio di coloro che sono già al termine di questo cammino educativo, e cioè gli adulti".

"Indubbiamente - ha riconosciuto - c'è chi ha maggiore responsabilità o maggiore impegno nel risultare esemplare nel suo comportamento affinché le giovani generazioni crescano secondo un modello di autentica riuscita, di reale moralità, di umanità".

Tuttavia, mons. Crociata ha invitato a non smarrire la speranza e a intensificare gli sforzi per "preparare e sostenere il cammino delle nuove generazioni verso il futuro del nostro paese".

"Noi confidiamo - ha quindi concluso - che anche questa preoccupazione per le nuove generazioni sia uno stimolo, una provocazione a fermarci in tempo prima che questo disastro antropologico degeneri ancora di più".

 


Oggi a Milano il domani nella valutazione di un sociologo pessimista, o no ?
Postato da admin [11/01/2011 00:13]

La redazione del BLOG INSIEME ha ritenuto pubblicare una nota pessimistica, ma non troppo, dell'amico Todesco su ciò che potrebbe succedere, e in parte sta già succedendo a Milano. Una diagnosi di un sociologo scettico e diffidente, oppure no? In ogni caso, al di là di alcuni giudizi discutibili, alcune considerazioni che ci fanno riflettere. Leggi la nota dell'amico Armando Todesco qui sotto riportata.

Leggendo i dati forniti dall'ufficio statistico del Comune siamo di fronte a un  cambiamento demografico epocale della citta'. La presenza degli stranieri negli ultimi anni e' in aumento con numeri a tre cifre  ,mentre la presenza degli italiani segna un tasso a una cifra ,ma negativo.  

La presenza di settori di economia cittadina significativa in mano a cittadini stranieri ormai fa parte dello scenario della citta'. Nessuna legge dello Stato (la Lega e'stata solo una meteora che non ha cambiato nulla )e' riuscita nell'intento di frenare l'afflusso ,dettato da leggi  economiche internazionali e dall'evaporazione del potere politico italiano nazionale e locale ormai in una fase di blocco e sottoposto al ricatto del potere dei giudici su tutto .

Esemplare e' la sentenza di alcuni giorni fa che impedisce l'espulsione di illegali  per via della loro indigenza.

Ora allo Stato rimarra' soltanto l'espulsione di  …illegali ricchi!.     

E' possibile avere un quadro della situazione economica  e politica futura passeggiando e uscendo da Milano .

Parliamo di alcuni mercati. Quello degli  ombrelli e' gestito dai cingalesi .

Il mercato della cucina ex-economica e' gestito dai cinesi.

Il mercato del fiori e' gestito ancora dai cingalesi .

Ogni etnia ha un suo mercato.  

Nei mercati rionali ad esempio, in quello di viale Papiniano c'è un pullulare di voce di frasi italianizzate, ma di stranieri di nascita ,in questo caso maghrebini .

Nelle zona non abitata, interstiziale tra Milano e Cologno sud, sta nascendo una citta' del commercio e non solo dei paesi dell'Est dall'Elba agli Urali, non  russi ,che commerciano e si scambiano prodotti al di fuori del mercato tradizionale dove non valgono controlli e carte  amministrative che bloccano l'Italia.

A san Donato c'è la citta'del mercato arabo e poi c'è il mercato sudamericano.     

La presenza degli italiani in  citta' e dei loro prodotti e' diventata marginale se non addirittura inesistente .

Nelle scuole sembra che esistono solo i figli dei non italiani e per questi  si fanno ponti d'oro per iscriverli .

Tutte queste cose ora allo stato nascente si svilupperanno molto nel futuro creando un'economia alternativa a quella italiana che sara' costretta a essere all'altezza della situazione, se non vuole scomparire e cosi' la demografia degli italiani gia' ora in pericolo di estinzione .

La crisi mondiale, partita ufficialmente nell'autunno 2008, interessa per noi la fascia che va dalla Spagna al Giappone .

La nuova fase dell'economia tagliera' fuori tutto il centro sud dell'Italia facendolo diventare medioevalizzato .E tutto il mondo politico (vedi il Pd)che ora vive usufruendo dei voti dei ceti piccoli e medi parassitari scomparira'.

Tra poco la presenza di etnie straniere dara' origine a movimenti politici .

Gli italiani crederanno di salvarsi votando lega ,ma sara' solo una illusione .Il federalismo si fara' perche' lo imporra' l'economia e non Calderoli .I partiti attuali, gia' oggi in fase di evaporazione, scompariranno e ne nasceranno di nuovi o con uomini nuovi . 

Per ora la lista araba e' ormai gia' pronta.

Le altre  etnie per ora se ne stanno quatte quatte e puntano per ora a rafforzare i legami e i settori di attivita' economiche nelle loro mani e poi sono pronte a emergere .

E li' ognuno portera'  la sua lista .Ma anche le sue cattiverie e i suoi antichi odi . 

Ora sembra che le cose tra le etnie vadano tutte sul modulo della pace (salvo  il sabato sera che non passa senza lo scontro  tra clan diversi  ).

Per ora le liti sono ancora a dimensioni locali , a livello di via o di piccoli gruppi ,coi problemi ,esempio quelli della sedi religiose ,messi da parte dal governo.

Ma tra poco fioriranno anche le liti più grosse .

E elezioni non saranno un defile' per nessuno .

Dalle prossime elezioni per Milano vedremo all'opera gia' i primi segnali di come sara' il mondo politico nel futuro,  con l'avviso  alla signora Brichetto in Moratti  che non basteranno gli spot pubblicitari per vincere, ma avra' bisogno di farsi vedere in giro per la citta' e a consumare le sue scarpette di Prada .E ne dovra' consumare un bel po'!

La rivoluzione economica che si sta avvicinando avra' ripercussioni anche  nel mondo religioso. 

Sociologicamente la citta' diventera' un'insieme di citta'  come quelle del terzo mondo .

Per il futuro vedo bene una citta' somigliante ad alcune citta' indiane .

Non sempre poi tra etnie diverse si parlera' .

Avremo anche dei muri e delle zone etniche esclusive all'interno della citta' per difendersi,  in assenza di un potere politico ormai inesistente e sconfitto che possa imporre una legge sul territorio .

L'ultima battaglia della legalita' tra rom , finti miseri ,appoggiati dall'arcivescovo e Comune per le case e' stata persa dallo Stato .

Ma si potrebbe anche parlare  dell'impossibilita' politica che ha il Comune di abbattere le ville costruite dai rom abusivamente ai margini della citta'  ,mentre molti italiani si devono accontentare delle loro vecchie e diroccate  dimore dopo aver pagato per la vita quelle degli altri !

Tutto restera' tranquillo tranquillo un domani ?

Si ,l'India mi dice qualcosa :essa e' il  modello di quello che avverra', isole felici e  produttive e territori di infelicita'e di miseria.

Ognuno ha la sua fetta di soldi e di felicita' con  la produzione di sacche di infelicita'.   

A Milano quindi c'è il modello economico ed etnico del futuro con il terzo mondo che ci ha conquistato e che nei prossimi 5 anni  esplodera'! 

Armando Todesco

 

 

 

 

 


Cristiani e Mussulmani Uniti per la Libertà
Postato da admin [04/01/2011 19:30]

La redazione del BLOG INSIEME vi invita a leggere il sotto riportato comunicato stampa di Antonio Chierichetti
sul tema della libertà religiosa e della pace, volto a promuovere l'unità dei cristiani e mussulmani varesini contro la strategia terroristica.

 
Allegati
 Cristiani e Musulmani uniti per lalibertà
 


La famiglia e l'emergenza educativa
Postato da admin [31/10/2010 09:46]

ROMA, sabato, 30 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato il 12 settembre scorso da mons. Ignazio Sanna, Arcivescovo di Oristano, in occasione della Conferenza sul tema "Maria, rendici simili a te" tenutasi presso la "Fraternità S. Carlo Borromeo" a Roma, nel VI Anniversario della benedizione del Santuario di Schoenstatt a Belmonte.

1. La comunità cristiana e l'emergenza educativa.

Il Santo Padre Benedetto XVI, in una lettera indirizzata alla diocesi di Roma, ha scritto che "educare non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita.

"E' forte certamente, continua il papa, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata. In realtà, sono in questione non soltanto le responsabilità personali degli adulti o dei giovani, che pur esistono e non devono essere nascoste, ma anche un'atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all'altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita".

"Oggi la domanda di un'educazione che sia davvero la chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita".

Secondo il papa, un'autentica educazione esige innanzitutto la vicinanza e la fiducia che nascono dall'amore. Ogni vero educatore, infatti, sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore.

Un'altra esigenza è il grande desiderio di sapere e di capire, che si manifesta nelle sue continue domande e richieste di spiegazioni. Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita.

Anche la sofferenza, precisa il papa, fa parte della verità della nostra vita. Perciò, cercando di tenere al riparo i più giovani da ogni difficoltà ed esperienza del dolore, rischiamo di far crescere, nonostante le nostre buone intenzioni, persone fragili e poco generose: la capacità di amare corrisponde infatti alla capacità di soffrire, e di soffrire insieme.

"Il punto più delicato dell'opera educativa sta nel trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro. Il rapporto educativo è però anzitutto l'incontro di due libertà e l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà. Man mano che il bambino cresce, diventa un adolescente e poi un giovane; dobbiamo dunque accettare il rischio della libertà, rimanendo sempre attenti ad aiutarlo a correggere idee e scelte sbagliate. Quello che invece non dobbiamo mai fare è assecondarlo negli errori, fingere di non vederli, o peggio condividerli, come se fossero le nuove frontiere del progresso umano".

"L'educazione non può dunque fare a meno di quell'autorevolezza che rende credibile l'esercizio dell'autorità. Essa è frutto di esperienza e competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della propria vita e con il coinvolgimento personale, espressione dell'amore vero. L'educatore è quindi un testimone della verità e del bene: certo, anch'egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua missione".

2. Un metodo per l'educazione

Un'educazione umana integrale sarà tanto più valida e adeguata quanto più efficace sarà il metodo che adotta. Ora, a mio parere, un metodo di un'educazione particolarmente efficace lo si riscontra in quel passo del Deuteronomio, che descrive come il padre debba raccontare al figlio il nucleo della storia della salvezza. Come il padre racconta al figlio la storia degli interventi di Dio a favore del suo popolo, così, in qualche modo, la comunità cristiana deve raccontare la storia della salvezza. In fondo, all'origine della costituzione dell'identità culturale di un popolo, prima ancora della sua identità territoriale e giuridica, c'è il racconto di un grande evento, della vita e delle gesta di grandi personaggi, dei cosiddetti padri della patria, delle tradizioni, degli usi e dei costumi degli antenati. L'identità storica, politica, religiosa di un popolo è legata ai racconti che conservano il patrimonio di valori che sta alla base di determinati modelli di comportamento. I miti, le leggende, le saghe sono gli strumenti per raccontare e tenere viva la memoria e l'identità di un popolo. Un popolo senza racconti è destinato a perdere la propria identità, a morire. Dice il testo della Scrittura: "quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: che significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore nostro Dio vi ha dato? tu risponderai a tuo figlio: eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall'Egitto con mano potente" (Dt 6, 20-21). Dunque, la comunità cristiana educa i suoi membri e trasmette loro i valori fondamentali raccontando la storia della salvezza, e contribuendo così a costruire la loro identità.

3. L'azione educativa di Dio

2.1. Dalla storia della salvezza, quindi, ricaviamo l'insegnamento che Dio Padre è un educatore, che educa il suo popolo con uno stile particolare. Di conseguenza, la pedagogia della comunità cristiana, della famiglia e della scuola, luoghi primari di formazione umana e cristiana, non può non riprodurre in qualche modo una immagine della "pedagogia Dei", ossia della pedagogia di Dio che educa il suo popolo come un padre educa il figlio. In ultima analisi, tutta la storia della salvezza è una grande pedagogia divina dei popoli e dei singoli uomini. La Dei Verbum scrive che i libri dell'AT sebbene contengano cose imperfette e temporanee dimostrano tuttavia una vera pedagogia divina (Dv, 15). E la caratteristica di questa pedagogia divina è quella di porre al centro Dio stesso. Essa, perciò, prima ancora di una possibile valenza formativa, ha una valenza soteriologica e mette in risalto come la dignità dell'uomo da educare abbia il suo ultimo fondamento nell'essere questi creato ad immagine e somiglianza di Dio. A differenza della paideia greca, la paideia biblica ha come oggetto ultimo la salvezza che viene operata da Dio stesso, non la felicità o l'interna autoformazione dell'uomo. Essa non può perciò fornire indicazioni dirette per una pedagogia umana, ma rivela l'agire salvifico di Dio, che ama educando ed educa amando.

La lettera agli Ebrei (Eb 12, 9-11) presenta un serrato confronto tra lo stile pedagogico dell'uomo e quello di Dio, ed evidenzia la profonda differenza che esiste tra la paideia divina e quella umana: effimera, penosa e dai criteri incerti la paideia dei padri terreni (si pensi, in Ef 6,4, alla condanna di una educazione paterna improntata a durezza); veramente proporzionata ad efficaci risultati di santità e perfezione quella del Padre celeste. Questa paideia del Padre celeste segue la strategia dei tempi lunghi e perciò richiede il coraggio della pazienza e della speranza per poter conseguire frutti di gioia, di pace, di giustizia. Il traguardo del lungo processo educativo divino, comunque, non è un uomo autosufficiente e in pace con sé, ma un uomo virtuoso e in pace con Dio.

L'azione educativa di Dio per il suo popolo è ben delineata dal Cantico di Mosè riportato in Dt 32, 10-12: "Egli lo trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo educò, ne ebbe cura, lo allevò, lo custodì come pupilla del suo occhio. Come aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le sue ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali. Il Signore lo guidò da solo, non c'era con lui alcun Dio straniero". Questo passo biblico non è isolato ma esprime una persuasione costante della Scrittura: il grande educatore del suo popolo è Dio. Il castigo più terribile che potrebbe colpire gli uomini della Bibbia non sarebbe quello di punizioni particolari, ma quello di sentirsi abbandonati dalla guida amorevole, sapiente, instancabile di Dio, Padre provvidente e signore del futuro.

4. L'educazione e la formazione dell'uomo

La formazione dell'uomo si articola nelle istanze dell'identità, della libertà, della relazionalità. Queste rispondono alle domande esistenziali di chi si è (identità); chi si vuole diventare (libertà); come si vuole vivere (relazione)

3.1. Identità

Per quanto riguarda la prima istanza, è noto che la formazione dell'identità avviene di norma con il riferimento a dei criteri che costituiscono una sorta di "confine" tra due determinate realtà. Il confine, per un verso, separa e divide una realtà da un'altra, una nazione dall'altra, un'istituzione dall'altra, per un altro verso, costituisce l'elemento che consente l'identificazione di sé. Il confine separa e divide, ma non allontana; tiene distinte e allo stesso tempo vicine due realtà. Queste, infatti, continuano ad essere contigue, a confinare, appunto, a delineare qualcosa insieme. I criteri più noti e più comuni per determinare l'identità di ciascun individuo vanno dal radicamento in una specifica comunità, all'appartenenza a una tradizione religiosa e a una storia particolari, alla condivisione di una lingua e di un patrimonio culturale. Il processo identitario mediante l'assimilazione di questi criteri può svilupparsi come l'innalzamento di una barriera che tende a chiudere, a isolare, a difendere l'identità di un soggetto contro influenze esterne, portando a fenomeni di intolleranza, di arroganza, di fondamentalismo, o può svilupparsi come l'apertura al confronto, al dialogo con il "diverso", all'incontro con l'altro, così come avviene nella prospettiva psicologica dell'identità individuale nella quale ogni singolo individuo si costruisce in tempi, modi e ambienti diversi, crescendo nella relazione, negli affetti, nei rapporti interpersonali.

L'identità è una realtà molto complessa e articolata. Non è la stessa cosa, per esempio, parlare di identità biologica, identità politica, identità religiosa, identità culturale, identità sociale di una persona, e così via. Tutte queste manifestazioni di identità sono una declinazione al plurale della stessa essenza di identità. L'esperienza ci insegna, infatti, che un singolo uomo ed una singola donna possono essere considerati secondo la loro credenza religiosa o la loro appartenenza politica o nazionalità geografica o stato sociale. Bisogna distinguere sempre, perciò, i segmenti di identità e la risultante dell'identità. L'identità, in se stessa, è semplicissima, tanto è vero che viene continuamente riconosciuta da tutti senza difficoltà, ma al tempo stesso fa problema perché non è mai chiaramente definito il rapporto tra i cambiamenti che l'identità stessa può tollerare e quelli che la distruggono. In qualche modo, tutto si gioca nella dialettica tra gli accidenti che cambiano e la sostanza che deve permanere nella sua consistenza e nei cosiddetti principi di vera unità.

Proprio per questa polivalenza dell'identità, è necessario ribadire chiaramente che l'identità da promuovere è quella personale, che viene prima di tutte le altre forme di identità e delle quali costituisce la base portante. La riaffermazione dell'identità personale è oggi più che mai necessaria, per il fatto che, nella crisi generalizzata di riferimenti ideologici sicuri, si è ormai al trionfo dell'indistinto, cioè di una caratteristica sfuggente di tutto il mondo contemporaneo dove le identità storiche, nazionali o ideologiche che siano, si dissolvono e al loro posto si insedia un insieme di comportamenti (di consumo, di comunicazione di massa, di mobilitazione emotiva) strutturalmente troppo labili e generici per garantire nuove e significanti identità.

3.2. Libertà

La seconda istanza è la libertà. Ora, per l'antropologia cristiana, la libertà è il segno altissimo dell'uomo creato a immagine di Dio (GS,17).

Anzitutto, va rilevato che la concezione dell'immagine sottolinea che tutto l'uomo è immagine di Dio, nel senso che la dimensione dell'immagine, in stretto rapporto di dipendenza dall'archetipo personale che è Dio, si estende anche alla realtà corporea e non rimane confinata solo nella realtà spirituale (cf Gal, 5; 1 Ts 5, 23-24). Nel passato, lontano e vicino, è spesso prevalsa nella teologia e nella pedagogia spirituale del mondo occidentale un'antropologia dualistica che, penalizzando il corpo e privilegiando lo spirito, produsse un soggetto angelicato, slegato da vincoli corporei e materiali. Nel presente, soprattutto nel mondo adolescenziale e giovanile, si avverte una situazione di disagio nel modo di gestire il rapporto con la propria corporeità, quasi si facesse fatica a concepire in unità esistenziale la dimensione spirituale-mentale-psichica e quella materiale corporea. Gli estremi opposti di questo disagio si manifestano con il rifiuto del corpo o con la sua esaltazione quasi feticistica, che producono una "corporeità inventata". Una corretta teologia dell'immagine corregge questa visione riduttivistica dell'uomo e della donna e ne rivaluta la dimensione integrale di spirito incarnato.

In secondo luogo, la concezione dell'immagine sottolinea anche che tutti gli uomini sono immagine di Dio (cf Gal 3, 28; Ef 2). L'estensione dell'immagine a tutti gli uomini, oltre a costituire la base della vera universalità della natura umana, è anche la base di una vera democraticità ed uguaglianza degli uomini. Mentre, infatti, nella tradizione delle religioni orientali solo i sovrani erano considerati rappresentanti delle divinità nazionali, nella tradizione biblica ogni uomo in quanto tale è una manifestazione di Dio.

In terzo luogo, la concezione dell'uomo immagine di Dio afferma che l'uomo è uomo davanti a Dio (Cf Rm 8, 37-39). Questo fatto evidenzia la radicale relazionalità di ogni essere umano, documentata sin dai primordi della storia della salvezza. E' esperienza condivisa, d'altra parte, che l'uomo vive di relazione, che ha bisogno dello sguardo d'un altro per essere veramente se stesso. Questo altro, per l'autore biblico, non può che essere Dio. L'uomo è immagine non di se stesso, ma di un Altro che egli non riuscirà mai ad afferrare e che gli sfuggirà continuamente. I due termini ebraici che indicano immagine e somiglianza, selem e demut, evocano una copia che esiste solo in dipendenza dal suo modello. Perciò, il testo biblico intende affermare che per l'uomo vivere in dialogo non solo con il suo simile, la donna, ma anche con il suo dissimile, Dio, è una necessità assoluta. Come la copia non la si può capire se non in rapporto al suo modello, così non si può comprendere l'uomo se non in rapporto e in dipendenza da Dio. L'uomo è il tu di Dio nella stessa misura in cui Dio è il tu dell'uomo.

3.3. Relazionalità

La terza istanza è la relazionalità. Una costante del processo identitario è senza dubbio la dimensione dialogica dell'esistenza umana, attestata dalla saggezza antica e moderna che ha sempre considerato l'uomo come un "animale sociale".

L'esistenza dell'individuo, all'alba della sua avventura umana, per così dire, inizia con lo sguardo della madre che ogni neonato attira su di sé. Grazie a quello sguardo materno, il neonato si sente accolto, riconosciuto, amato. Alla sua nascita, il piccolo di un uomo non si distingue radicalmente da quelli delle altre specie animali, per esempio le scimmie superiori: il bambino aspira a essere confortato, scaldato e nutrito, così come i piccoli delle scimmie. Ma ci sono delle grosse differenze. Una differenza molto significativa è che a un'età corrispondente più o meno alla settima o ottava settimana di vita, il lattante fa un gesto che non ha uguali nel mondo animale. Egli non si accontenta più di guardare la madre. Questo lo fa dal momento stesso della sua nascita. Ma egli cerca di catturare il suo sguardo, per esserne guardato. Ricerca e contempla lo sguardo che lo contempla. Questo è l'avvenimento primordiale grazie al quale il bambino entra in un mondo inequivocabilmente umano.

Se si tiene conto di questo dato sperimentato universalmente, si conviene nel ritenere che la relazione con gli altri sia il cuore stesso della nostra umanità. L'altro effettivamente nella storia di ognuno precede e non segue il nostro io. Il nostro senso di identità, la possibilità di dire io dipende infatti dal fatto che qualcuno ci abbia rivolto la parola, lo sguardo, l'affetto, ci abbia detto tu, riconoscendoci e volendoci nella nostra specificità e diversità. La formazione di una coscienza dialogica e relazionale, perciò, dovrebbe essere alla base di ogni percorso educativo: essere persone e cittadini di dialogo e di relazione è condizione indispensabile per lo sviluppo di un'identità e di una soggettività capace di aprirsi all'altro, al mondo, alla realtà, senza paure di essere assorbiti e fagocitati. Anzi, l'apertura ai bisogni dell'altro diventa chiave di accesso per comprendere se stessi, in una tensione costante fra appartenenza/identità e relazione/alterità. E' in questa tensione permanente tra identità/appartenenza e alterità/relazione che l'esperienza umana si apre o alla gioia dell'incontro o all'amarezza dell'esclusione e del rifiuto.

La società occidentale, ricca e supertecnologica, è popolata di uomini e donne disperati che vagano in un deserto popolato di oggetti, alla ricerca affannosa della felicità. La felicità inseguita è quella della piena gratificazione dei desideri, dei sogni, confusamente nutriti dal proprio ego. Questa società fondamentalmente individualistica ed egoista fa dimenticare spesso che la ricchezza della vita umana si manifesta essenzialmente nella gratuità delle relazioni. Ogni essere umano ha bisogno di essere amato ed accolto, di amare e di accogliere. Questa società, invece, propone come unica realtà accettabile e fondante quella del possesso. Anche i figli sono un possesso che deve essere conseguito con la garanzia della legge. Si afferma sempre più la convinzione che avere un figlio, magari solo per metà proprio, sia un diritto insindacabile, che viene prima di ogni altro diritto, compreso quello della salute. Si pensa che sia possibile vincere i limiti imposti dall'età e dalla sterilità, e, pur di superarli, ci si sottopone a qualsiasi esperimento che può essere tentato dalle biotecnologie.

In conclusione, ricordiamoci che secondo Romano Guardini, si insegna prima con quello che si dice, poi con quello che si fa, infine con quello che si è. Per essere buoni educatori, allora, bisogna essere buoni cristiani.

 

 


La fragilità del matrimonio, tra le cause della povertà
Postato da admin [04/10/2010 08:01]

La fragilità del matrimonio, tra le cause della povertà

Da Agenzia Zenit (3 Ottobre 2010)

di padre John Flynn, L.C.

 

 

ROMA, domenica, 3 ottobre 2010 (ZENIT.org).- L'istituto di statistica degli Stati Uniti (lo U.S. Census Bureau) ha pubblicato il 16 settembre gli ultimi dati sui redditi e i tassi di povertà. Secondo questo rapporto, il tasso ufficiale sulla povertà negli Stati Uniti nel 2009 era del 14,3%, in aumento rispetto al 13,2% del 2008. In termini assoluti, si tratta di 43,6 milioni di persone povere nel 2009 rispetto ai 39,8 milioni del 2008.

Come ha precisato il comunicato stampa, si tratta del terzo anno consecutivo di aumento della povertà.

La soglia ufficiale di povertà per una famiglia di quattro componenti, nel 2009, era di 21.954 dollari (16.120 euro). Diverse notizie stampa relative alle statistiche del Census Bureau hanno sottolineato che questi dati prendono in considerazione solo i redditi monetari, mentre se si tenesse conto anche di altre forme di sostentamento risulterebbero diversi milioni di poveri in meno.

Senza dubbio uno degli fattori principali dell'aumento della povertà è dato dalla recessione economica. Il 20 settembre il National Bureau of Economic Research ha dichiarato che la discesa era iniziata nel dicembre 2007 ed è ufficialmente terminata nel giugno 2009. Si tratta della più lunga recessione negli USA dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Un'altra pubblicazione, apparsa lo stesso giorno del rapporto del Census Bureau, ha messo in evidenza un'altra importante causa di povertà, ovvero le separazioni matrimoniali. Lo studio, dal titolo "Marriage: America's Greatest Weapon Against Child Poverty", è stato scritto da Robert Rector e pubblicato dalla Heritage Foundation.

"Il matrimonio rimane l'arma più efficace contro la povertà negli Stati Uniti, anche se è in continuo declino", afferma Rector.

 

Genitori separati

 

L'autore analizza i dati dello U.S. Census Bureau relativi al 2008, da cui risulta che il tasso di povertà per i genitori single con figli negli Stati Uniti era del 36,5%. Un dato esorbitante rispetto al mero 6,4% delle coppie sposate con figli. Crescere in una famiglia con genitori sposati, quindi, riduce le probabilità dei figli di vivere nella povertà di circa l'80%.

Rector ammette che una parte di questa diversità è dovuta al fatto che i genitori single hanno generalmente un livello di istruzione inferiore rispetto alle coppie sposate, ma se si confrontano le coppie sposate con i genitori single aventi lo stesso livello di istruzione, il tasso di povertà di quelli sposati risulta comunque più basso di circa il 75%.

Lo studio prosegue osservando che purtroppo il matrimonio è in rapido declino negli Stati Uniti. Durante gran parte del XX secolo, quasi tutti i bambini nascevano da genitori sposati. Quando il presidente Lyndon Johnson ha lanciato la sua guerra alla povertà, nel 1964, il 93% dei figli nati negli Stati Uniti era nato da coppie sposate.

Gli anni seguenti hanno visto un cambiamento drammatico di questa situazione. Nel 2007 solo il 59% di tutte le nascite nella Nazione avveniva tra coppie sposate.

Rector osserva inoltre che non si dovrebbe considerare questo un fenomeno dovuto principalmente alle ragazze madri. Solo il 7,7% delle nascite extramatrimoniali negli Stati Uniti nel 2008, infatti, riguardava donne minori di 18 anni. Tre quarti riguardava invece donne tra i 19 e i 29 anni.

"Il declino del matrimonio e l'aumento delle nascite extramatrimoniali non è una questione che riguarda le ragazze; è invece dovuta ai fallimenti nei rapporti tra giovani adulti", afferma Rector.

Nell'insieme, le famiglie con genitori single ammontano a un terzo di tutte le famiglie con figli, ma ben il 71% di quelle povere è rappresentato da famiglie con genitori single. Per contro, il 74% di tutte le famiglie non povere con figli è costituito da coppie sposate, osserva lo studio.

La massiccia tendenza ad essere genitori single ha anche comportato ingenti costi per le casse dello Stato. Secondo Rector, il Governo federale gestisce più di 70 programmi di assistenza specifici per aiutare le persone a basso reddito. Nell'anno fiscale 2010, i Governi statali e il Governo federale hanno speso più di 400 miliardi di dollari (290 miliardi di euro) in assistenza per le famiglie a basso reddito con figli, e circa tre quarti di questa assistenza, ovvero 300 miliardi di dollari (220 miliardi di euro), sono andati a famiglie con un solo genitore.

 

Differenze

 

L'incidenza di famiglie con genitori single è fortemente influenza da due fattori: l'etnia di appartenenza e il grado di istruzione. Il tasso di natalità extramatrimoniale (il numero complessivo di nascite al di fuori del matrimonio diviso il totale di tutte le nascite nello stesso anno) della popolazione era del 40,6% nel 2008. Tra le donne non ispaniche, tuttavia, il tasso era solo del 28,6%; per le ispaniche era quasi il doppio, pari al 52,5%, mentre tra le donne afroamericane era del 72,3%.

L'altro fattore è il grado di istruzione. "Gli Stati Uniti si stanno dividendo in un sistema a due caste, con il matrimonio e l'istruzione che segnano la linea divisoria", afferma Rector.

Nel 2008, 1,72 milioni di bambini erano nati al di fuori del matrimonio negli Stati Uniti. La maggior parte di queste nascite riguardava giovani donne con al massimo il diploma delle scuole superiori. Più di due terzi delle nascite da donne che non hanno finito la scuola sono infatti avvenute al di fuori del matrimonio. Per contro, tra le donne con almeno la laurea breve solo l'8% delle nascite erano extramatrimoniali.

"Per combattere la povertà è essenziale rafforzare il matrimonio; e per rafforzare il matrimonio è essenziale che si porti la popolazione a rischio a comprendere i benefici del matrimonio e i costi e le conseguenze derivanti dalla procreazione extramatrimoniale", conclude Rector.

 

Altri Paesi

 

Gli Stati Uniti non sono certo gli unici a vedere un aumento dei genitori single. Secondo l'istituto statistico dell'Unione europea, Eurostat, il numero dei figli nati al di fuori del matrimonio nei 27 Paesi membri è raddoppiato nell'arco degli ultimi due decenni, secondo quanto riferito dal New York Times del 9 settembre.

Nel 2008, il 35,1% delle nascite era esterna al matrimonio. Meno di 20 anni fa, nel 1990, era solo il 17,4%. Tutti i Paesi dell'UE ad eccezione della Danimarca hanno registrato un aumento, secondo Eurostat.

Qualche mese fa, un rapporto sui dati relativi al matrimonio in Inghilterra e Galles ha rivelato che si è ai livelli più bassi da quando si è iniziato a prenderne nota nel 1862, secondo quanto riferito dal quotidiano Independent dell'11 febbraio.

Sia i matrimoni civili che quelli religiosi sono diminuiti. Gli ultimi ammontano ora solo a un terzo di tutti i matrimoni.

Per la prima volta, meno di una ogni 50 donne nubili si è sposata nel 2008, secondo l'articolo. In Inghilterra e Galles si sono celebrati 232.990 matrimoni, 35.000 in meno rispetto a un decennio prima.

Più a nord, in Scozia, la situazione non è migliore, come ha riferito un articolo del 12 marzo. Solo 27.524 matrimoni celebrati lo scorso anno, il dato più basso dal 1893.

Un anonimo portavoce della Chiesa cattolica in Scozia ha espresso critiche verso il Governo britannico per non aver fornito maggiori incentivi economici alle coppie per sposarsi, rendendo il matrimonio più attraente dal punto di vista economico.

"Purtroppo questo Governo ha penalizzato il matrimonio attraverso il sistema tributario, contribuendo alla crisi attuale", ha detto allo Scotsman.

Considerate queste statistiche, non è stata una sorpresa leggere il rapporto pubblicato il 25 giugno dal quotidiano britannico Daily Mail, secondo cui quasi un bambino su tre vive senza il padre o la madre.

Secondo un'analisi dei dati dell'Office for National Statistics, 3,8 milioni di bambini vivono solo con uno dei propri genitori biologici, perché il padre o la madre hanno lasciato la casa. Si tratta del 30% del totale dei bambini.

Sono 2,7 milioni quelli che vivono solo con madre e 200.000 quelli che vivono solo con il padre. Altri 500.000 vivono con genitori acquisiti e conviventi, mentre 400.000 sono con genitori risposati. Il loro numero è cresciuto di 600.000 unità rispetto al 1999.

Il 13 settembre scorso, nel suo saluto al nuovo ambasciatore tedesco, Benedetto XVI ha espresso la sua preoccupazione per l'indebolimento del concetto cristiano di matrimonio e famiglia. Una caratteristica essenziale di questo concetto è che il matrimonio è un'unione duratura e permanente tra gli sposi.

I modelli alternativi di matrimonio e famiglia portano alla confusione dei valori nella società, ha avvertito il Papa.

È evidente che questo danno al bene comune della società porta anche maggiori costi per milioni di adulti e bambini.

 

 


Cosa vogliono i giovani ?
Postato da admin [18/09/2010 22:15]


La redazione di INSIEME ha ritenuto interessante pubblicare l'indagine sui giovani effettuata da Confcommercianti. Molte volte si parla di giovani, ma con dei dati statistici  a disposizione si può interpretare e capire cosa vogliono. 

I dati sono stati  estrapolati da un testo di indagine che consigliamo di leggere, cliccado su:  

http://www.confcommercio.it/home/Indagine-sui-giovani---INTEGRALE.doc_cvt.htm#info

 


La battaglia sul matrimonio omosessuale
Postato da admin [31/08/2010 08:47]

Il caso della California riaccende il dibattito- da Agenzia Zenith 29 agosto 2010

di padre John Flynn, LC

WASHINGTON, D.C., domenica, 29 agosto 2010 (ZENIT.org).- La sentenza emessa all'inizio di agosto da un giudice federale ha rovesciato la California Proposition 8 [referendum con cui è stato abolito il diritto al matrimonio omosessuale che era stato introdotto con una sentenza della Corte suprema della California, ndt] e ha innescato un aspro dibattito sulla questione del matrimonio omosessuale. La Proposition chiedeva inoltre di inserire un emendamento nella costituzione della California per affermare che lo Stato riconosce come valido solo il matrimonio tra un uomo e una donna. Il giudice Vaughn R. Walker ha stabilito che il voto maggioritario in favore di una definizione del matrimonio come unione tra persone di sesso opposto fosse una violazione del diritto costituzionale all'eguaglianza nella tutela giuridica.Il divieto permane, per via di una decisione emessa da un collegio di tre giudici della Corte d'Appello degli Stati Uniti per il Ninth Circuit, competente per la California, a non modificare la situazione attuale prima di aver ascoltato le parti in sede di appello, cosa che avverrà nel prossimo dicembre. L'esito più probabile è che il caso sarà deferito alla Corte suprema. Esistono tuttavia dubbi sulle basi giuridiche per i fautori della Proposition 8 di poter presentare appello. Le autorità statali della California non hanno voluto fare appello e la commissione per l'appello deciderà anzitutto sulla questione della legittimità dei ricorrenti. La decisione del giudice Walker è stata oggetto di forti critiche per ciò che molti considerano carenza di obiettività. Anche prima della sua emanazione, Austin Ruse aveva sottolineato, in un articolo pubblicato sul sito Internet Catholic Thing, molti elementi problematici sulla gestione del caso. Nel suo articolo del 16 luglio, Ruse ha ricordato ai lettori che la Corte suprema era intervenuta per impedire la diffusione televisiva del processo. Walker aveva voluto un "processo spettacolo", secondo Ruse. In effetti, quattro testimoni esperti della parte favorevole alla Proposition 8 si sono ritirati, temendo rappresaglie. Precedentemente vi erano stati numerosi casi di azioni ostili da parte di attivisti omosessuali nei confronti di chi aveva fatto donazioni per la campagna in favore della Proposition 8. Immediatamente dopo la decisione sono state formulate critiche da parte della Chiesa cattolica. "Il matrimonio tra un uomo e una donna è la culla di ogni società", ha dichiarato il cardinale Francis George, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, in una dichiarazione congiunta del 4 aprile con l'arcivescovo Joseph Kurtz, presidente di un comitato istituito in difesa del matrimonio. "L'uso strumentale della legge per cambiare la natura del matrimonio è contrario al bene comune", si afferma. "È tragico vedere un giudice federale rovesciare la chiara ed espressa volontà del popolo a sostegno dell'istituto matrimoniale. Nessun tribunale di diritto civile ha l'autorità di addentrarsi in aree dell'esperienza umana che la natura stessa ha stabilito", asserisce.

Fuori controllo: La decisione è stata condannata anche dai fautori del matrimonio omosessuale. "Quando un giudice in California stabilisce che le coppie omosessuali hanno il diritto di sposarsi, si consolida la diffusa sensazione che i tribunali siano fuori controllo e che la Costituzione dica qualsiasi cosa i giudici le mettano in bocca", ha affermato Steve Chapman nell'edizione dell'8 agosto del Chicago Tribune. Chapman si è dichiarato favorevole al matrimonio omosessuale e persino alla poligamia, ma ha detto che tali cambiamenti devono essere messi in atto dalle istituzioni elette e non dai tribunali. "Grazie al giudice Walker il dibattito non è più se i gay meritino tutela legislativa, un dibattito in cui hanno sempre guadagnato terreno", ha osservato Chapman. "L'attenzione si è spostata più sul dubbio se al metodo democratico possa essere affidata la soluzione della questione", ha concluso. John Yoo, docente di diritto dell'Università della California, Berkeley, anch'egli sostenitore del matrimonio omosessuale, ha criticato la decisione in un articolo pubblicato il 12 agosto sul Wall Street Journal. Egli ha ricordato che il presidente Obama, nel suo discorso sullo stato dell'Unione dello scorso gennaio, aveva attaccato i giudici della Corte suprema per una decisione impopolare sul finanziamento delle campagne. Il presidente è poi andato avanti chiedendo al Congresso di superare la decisione della Corte, ristabilendo così il diritto costituzionale. Secondo il giudice Walker, la differenza di genere non costituisce più una parte essenziale del matrimonio e ogni posizione contraria è semplicemente irrazionale. Ma la Costituzione non istituisce le Corti federali per correggere tutti i problemi della nazione o per intraprende operazioni di ingegneria sociale, ha sostenuto Yoo. Introdurre il matrimonio omosessuale in modo prematuro, attraverso il mezzo giudiziario, potrà solo assicurare decenni di conflitto sociale, come è avvenuto per l'aborto, quando la Corte suprema ha emesso la decisione Roe contro Wade nel 1973, ha sottolineato.

Atto politico: Tim Wildmon, presidente della American Family Association, ha accusato il giudice Walker di aver agito politicamente con la sua decisione. Scrivendo sulle pagine di opinione del Los Angeles Times del 13 agosto, Wildmon si è riferito all'argomentazione secondo cui il matrimonio ristretto alle coppie eterosessuali è simile al divieto che in passato vigeva per le persone di razze diverse di contrarre matrimonio. In replica, Wildmon ha citato una dichiarazione di Colin L. Powell secondo cui: "Il colore della pelle è una caratteristica non comportamentale e benigna. L'orientamento sessuale è invece forse la più profonda delle caratteristiche umane comportamentali. Fare un paragone fra le due è un'argomentazione conveniente ma invalida". Riguardo l'affermazione del giudice Walker, secondo cui l'opposizione al matrimonio omosessuale sia fondata solo su considerazioni religiose o morali, Wildmon ha sostenuto che ci troviamo chiaramente di fronte a un giudice che impone mere opinioni personali; un chiaro caso di tirannia giudiziaria, qualcosa contro cui i padri fondatori ci avevano avvertito. Attaccare chi difende il matrimonio eterosessuale sostenendone la motivazione religiosa e pregiudiziale è comune. Un'utile replica a quest'accusa è contenuta nel libro di una serie intitolata "Why vs Why" (perché contro perché), in cui le visioni contrastanti relative a questioni di primo piano sono articolate in forma dialettica. Nel secondo libro, intitolato "matrimonio gay", pubblicato lo scorso maggio dall'editore australiano Pantera Press, Bill Muehlenberg prende la parte contraria al matrimonio omosessuale.

Argomentazioni ragionevoli:  Muehlenberg, segretario del Family Council dello Stato di Victoria, in Australia, delinea una serie di motivi, nessuno dei quali fondato su basi religiose, contro il matrimonio omosessuale.

1. Esso nega il matrimonio stesso. Il matrimonio non è solo un'istanza sociale ma un elemento universale delle culture. Il matrimonio è la base della formazione della famiglia e non è semplicemente un modo per legittimare il sesso. I biologi evoluzionisti riconoscono che il legame maschio-femmina nelle coppie durature ha rappresentato l'elemento chiave nell'evoluzione della specie umana e che è un qualcosa di insito nella nostra natura.

2. La percentuale di omosessuali che si vogliono sposare è molto esigua, e nei luoghi ove è stato già legalizzato vi sono stati relativamente pochi matrimoni tra persone dello stesso sesso. In Olanda è legale sin dal 2001, ma solo il 4% degli omosessuali si sono sposati nei primi cinque anni dalla sua legalizzazione.

3. Esiste un preciso programma. Uno scopo fondamentale della lobby degli omosessuali è il loro completo avallo, sociale e pubblico. Potersi sposare è come avere un bollino di approvazione da parte dei governi e della società. Esso è in grado anche di modificare l'istituzione della famiglia e di ridefinire profondamente il matrimonio tanto da farlo scomparire.

4. Non tutti i rapporti sono analoghi. I rapporti omosessuali sono molto più instabili e promiscui di quelli eterosessuali. Dagli studi risulta anche che tra le coppie omosessuali sposate, il tasso di divorzio è molto più elevato di quello delle coppie eterosessuali.

5. Proteste contro discriminazioni e diniego di diritto sono rare. Le persone possono godere dei benefici del matrimonio se ne possiedono i requisiti. Così come i minori e i parenti tra loro non si possono sposare, così non possono sposarsi le persone dello stesso sesso. I beni sociali vengono negati in tutta una serie di casi, ma è così che funziona la vita. Le società discriminano in favore delle unioni eterosessuali per via del bene sociale che da queste deriva. Gli omosessuali cercano invece di riscrivere le regole per aggiudicarsi i benefici eludendo i requisiti e le obbligazioni.

6. Le stesse argomentazioni utilizzate per giustificare il matrimonio omosessuale potrebbero valere per giustificare l'incesto, la poligamia o qualsiasi altra combinazione sessuale.

7. Non fa bene ai bambini. Nella maggior parte dei casi, un bambino starà meglio avendo vissuto con una madre e un padre. Inoltre, i bambini hanno bisogno di modelli mentre crescono. Ai bambini dovrebbe essere data priorità e non dovrebbero essere usati strumentalmente per fini politici.

Queste argomentazioni, ampiamente documentate nel libro, mostrano chiaramente quanto tendenziosa ed erronea sia la decisione del giudice Walker.

 

 


Dopo anni, crolla il consumo di droga
Postato da admin [29/06/2010 14:03]

Il consumo di stupefacenti nel 2009 è calato, o meglio crollato, del 25,7% rispetto al 2008. Questo è il dato più importante della Relazione annuale sulle tossicodipendenze che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, ha presentato al Parlamento il 22 giugno.

Dopo anni di crescita del fenomeno, come ha spiegato lo stesso Giovanardi "Si tratta di un fatto assolutamente positivo favorito dalle grandi campagne nazionali di prevenzione e dissuasione (campioni dello sport, portale internet per le scuole, campagne portate sul territorio e negli enti locali) che hanno aumentato la consapevolezza dei danni causati dall'assunzione delle droghe", ma anche da politiche deterrenti, come il drug-test per i lavoratori e per chi deve prendere la patente, maggiori controlli stradali con la previsione di sanzioni molto dure. Con soddisfazione ha aggiunto che "il calo è ancora più eclatante se si guarda alla fascia di età 13-16 anni, in ulteriore discesa rispetto agli adulti."

Tuttavia, dalla relazione emergono anche dati negativi, quali: il permanere della" tendenza al policonsumo", in particolare di alcol e cannabis associati, e, soprattutto, un aumento dell'uso di alcolici, "problema molto serio cui prestare attenzione".

Sono soprattutto i giovani e i giovanissimi ad abusare dell'alcol per lo "sballo" nel weekend. Secondo i dati della Relazione, dal 2007 al 2010 vi è stato un aumento percentuale dell'assunzione quotidiana di alcol del 18,2% e un incremento percentuale delle ubriacature (oltre 40 volte nella vita) del 200%, passando dall'1% nel 2007 al 3% del 2010.

Se la crisi economica sfavorevole ha inciso nel calo dei consumi di droghe, non ha invece ridotto l'uso di alcool "e questo è da capire". Probabilmente la minor capacità di spesa "potrebbe aver comportato uno spostamento dei consumatori occasionali di sostanze verso gli alcolici in quanto più accessibili e meno costosi e comunque in grado di dare effetti fortemente psicoattivi".

Per Giovanardi ora si tratta di consolidare l'evoluzione positiva nella riduzione dei consumi. "In questo senso, stiamo elaborando una bozza di piano di azione nazionale sulle tossicodipendenze. Quando una comunità a livello di messaggi culturali prende delle posizioni molto dure nei confronti della droga, i risultati non tardano ad arrivare. Quindi occorre battere su questo punto".

"Quando si semina, insomma, i risultati arrivano".

 

29 giugno 2010

 

 

 

 


Un ritorno voluto dalla Carfagna
Postato da admin [16/06/2010 18:39]

Rapporto 2009-2010 sull'omofobia del ministro Carfagna

Indifferente al fatto che la stragrande maggioranza degli italiani e degli elettori del Popolo Della Libertà sia contraria alla legittimazione sociale e giuridica dell'omosessualità, tale documento presenta, fra le varie iniziative delle pari opportunità, quella neutralmente denominata «Nessuna differenza». Si tratta, come si legge nel sito, «della prima campagna istituzionale di sensibilizzazione contro l'omofobia e le discriminazioni di genere». Pare che la "ministra", in tempi di sacrifici e tagli ai dipendenti a stipendio fisso, abbia investito per essa due milioni di euro, per rilanciare un disegno di legge contro l'omofobia, uno spot tv, migliaia di opuscoli, da distribuire anche nelle scuole e nella città che fu la capitale delle lettere e delle arti.

La"ministra" Carfagna, piu' nota per la sua bellezza e per il gossip volgare  ha usato strumentalmente contro di Lei l'opposizione di Di Pietro e della Sabina Guzzanti, in piazza Navona, oggi ricerca e riceve l'applauso di quella stessa opposizione, ma non ne ricevera' certo i voti che invece ottiene dal popolo del PdL. Ah se ci fossero le preferenze: avremmo piu' democrazia, con una rappresentante meno bella, ma almeno piu' coerente ai valori e ai programmi della parte politica di appartenenza.

Antonino Giannone di ALEF



 

 


Contro lo sciopero etnico
Postato da admin [06/03/2010 00:47]

Il 1 di marzo sarà ricordato nel mondo sindacale e politico perché é la prima volta che in Italia si  fa uno sciopero etnico, cioè lo sciopero di minoranze etniche (in questo caso di colore) contro… la maggioranza.

Forse dovrebbe essere ricordato anche perché è la prima volta che uno sciopero viene fatto non per motivi rivendicazionistici o per denunciare disuguaglianze, ma per capire quanto pesa sociologicamente  un gruppo di persone .

Il motto dello sciopero infatti era : "Provate ora a fare senza di noi ".

La CGIL lo ha voluto, lo ha appoggiato, forse per averne dei vantaggi come iscrizioni al sindacato, più  gente che va e viene dalle sedi sindacali, in un sindacato sempre più  in crisi di gente che va e viene e sempre più con una identità da ufficio di raccolta delle ingiustizie della società e sempre più lontano dai fini per cui é nato nel secolo XIX.

E' da 33 anni, dai tempi della svolta dell'Eur, che il sindacato é diventato sempre meno  punto di riferimento dei lavoratori in crisi.

Per non citare i casi in cui é stato spesso anche contro le lotte dei lavoratori definiti antisindacali!

E' anche da quella data che i militanti del sindacato hanno cominciato a leggere non più l'Unità,  ma Il sole 24 ore!

Questo, per dire che se ne sentiva, credo , il bisogno anche nel sindacato di un po' di aria nuova e di non sentire i soliti discorsi. Per cui ben venga anche uno sciopero come questo dal titolo nuovo, si sarà pensato!

Lo sciopero etnico  é stato condannato dalla Cisl per il semplice fatto che le rivendicazioni se le hanno gli stranieri  le possono avere anche insieme agli italiani, quindi con un potenziale esplosivo maggiorato.

Se lo sciopero bisogna farlo perché vengono toccate questioni legate al lavoro e all'economia e allo sviluppo  della società tocca anche agli italiani farlo.

La Cgil, invece, ha visto che l' immigrazione la poteva togliere dalla situazione di marginalizzazione politica e ha appoggiato questo sciopero, che non sarà solo il primo.

Appoggiato anche da ragazzotti e ragazzotte delle scuole superiori che ben vedono la possibilità dello sciopero per dire poi ai genitori  ex-progressisti, ma ben ligi alle regole del sistema,di avere scioperato contro …il sistema capitalistico, da cui i genitori e loro traggono le ragioni dei loro privilegi!

Ma facciamo alcune considerazioni:

1) lo sciopero etnico può essere fatto non solo dai neri, ma da tutte le comunità straniere in Italia, diciamo, le quasi  180 etnie del mondo .

Quindi, ora abbiamo aperto la strada per avere uno sciopero al giorno per tutti i mesi lavorativi ,perché i neri hanno i loro motivi e  con loro molti altri delle diverse razze  e culture .

Un bello scenario, davvero!

2) Lo sciopero etnico é asimmetrico : ora ha caratteristiche numeriche  sui luoghi di lavoro.

Non è escluso che in futuro  non ci sia anche uno sciopero religioso, visto che non sono tutti cattolici gli stranieri  immigrati e che le problematiche religiose in Italia stanno avanzando .

Il che vuol dire che un domani potremmo avere ancora in piazza Duomo la presenza di una folla di islamici che pregano e che non si possono mandare via dalla polizia, anche perché non hanno chiese loro. Né  per altri motivi validi o meno.

Insomma,  accadrebbe la ripetizione di quanto é successo alcuni mesi fa e che ha mandato su tutte le furie  il cardinale di Milano.

3) lo sciopero etnico non é sostenuto da ipotesi di rivendicazioni particolari ma vuole segnalare l'importanza del lavoro di una comunità, si e' detto.

Non si parla di ingiustizie, perché sarebbe difficile trovarle.

Come catalogare per esempio la situazione che gli italiani sono di fatto esclusi dai bandi per le case popolari  e tutti i cognomi presenti nelle liste sono per l'90 % stranieri ?

Se emarginazione esiste, eccome se esiste, dovrebbero essere gli italiani a denunciarla.

4) La Cgil ha sostenuto questo sciopero,  convinta che lo stesso venga fatto sui valori sindacali.

Ma non é cosi.

Gli stranieri stanno a sinistra fino a che loro conviene, ma  votano a destra.

Il loro modello non é Epifani e i vestiti un po' strapazzati dei militanti sindacali ,ma Berlusconi,la bella vita, il Milionaire e le belle macchine con relative donne :che sono poi i valori dei poveri che si staccano dalla loro condizione di miseria!

Vedi la  situazione attuale della Russia per capire.

Per finire c'è da chiedere alla Cgil perché non dà direttive alle sue federazioni affinché, invece di mandare gli operai su per i  tetti, non promuovano un campagna nazionale, mettendosi cioè al centro del rinnovamento sindacale e politico in Italia, per fare capire il senso di un' economia che si sta modificando sotto i nostri occhi con la conseguenza, per esempio ,che il mercato delle auto va ridimensionato  e che la politica industriale in Italia se  é stata fatta poco e male ora bisogna ridefinirla dalle fondamenta e per i prossimi 20 anni ?

Bisogna fare sapere ai lavoratori dove andremmo a finire e chi lo deve fare se non i sindacati dei lavoratori.

Ci vuole quindi una forte azione culturale e di contatto con la base operai, per fare capire che le condizioni economiche sono cambiate e che l'economia manifatturiera di un tempo é finita e non ritornerà.

Questo sciopero è sbagliato e non riesce a convincermi in quanto a valore aggiunto ,ma da qualsiasi parte lo si guardi è  l'inizio di nuovi e altri guai per l'Italia,anzi accende una miccia dalle conseguenze imprevedibili .

Armando Todesco

Questa proposta giunge, per di più, in presenza di un governo piuttosto debole attaccato da sinistra, ma anche dal suo interno,  con Fini che lo delegittima giorno dopo giorno .

E' questo un governo troppo Berlusconi-dipendente, che non cammina se Berlusconi non cammina;  non si fa vedere se Berlusconi non si fa vedere, che vive nello stand bay  di una stagione politica  attratta  dalla partita delle regionali in attesa a destra di un buon risultato che, forse, non verrà e da una sinistra in attesa di un risultato positivo che verrà, visto la situazione di crisi in cui siamo, ma che rischia di fermare l'Italia sulla posizione mediocre, non degna della sua posizione storica e tecnologica, quella in cui ora si trova nella classifica  della concorrenza  internazionale .

 

 

 

 
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La differenza tra Padova e Rosarno
Postato da admin [19/01/2010 23:53]

Io sono molto dispiaciuto per quello che qui dirò, perché potrebbe sembrare che io parli male dei "terroni" e sia un razzista, ma chi mi conosce sa che non è assolutamente vero. Non lo può essere per la mia storia personale, per quella della mia famiglia che ha all'origine anch'essa degli immigrati armeni, anche se di oltre un secolo fa, che accolse fra le sua braccia gli immigrati di seconda generazione, scampati all'orribile genocidio.

 

I calabresi sono diversi da noi veneti: il loro carattere forte ma ruvido, la loro generosità adombrata talora di cautela e prudenza, il loro orgoglio per le loro cose belle li rendono unici. Il mix di un veneto ed un calabrese che si incontrano è formidabile: sembriamo fatti per diventare amici, tanto ci complimentiamo fra noi.

Non c'è stagione che non riceva dagli amici calabresi inviti di ogni tipo, culinari, di incontri letterari, etc dalla loro Associazione, a cui non partecipo solo per mancanza di tempo ma non di voglia, e ci mancherebbe. Corrado Alvaro mi è stato talmente decantato che quasi mi vergogno di dire che finora non l'ho mai letto, ma sento che, quando mi deciderò, ci troverò sorprese meravigliose. E che dire di Primo Levi, della sofferenza di quelle terre, delle antiche rivolte contadine …

Ma adesso viene il meno bello: non posso non marcare le differenze fra questi due popoli in base ad un'esperienza concreta vissuta, e lo faccio solo per aiutarci tutti a meditare sulle cause e non sulla vicenda, che di suo ha ben poco di originale..

 

Nel lontano 1988, di fronte alla prima immigrazione africana, nella convinzione che si trattasse di un fatto gestibile e nell'intento di aiutare quei quattro poveri diavoli africani senza tetto io, allora Consigliere del Quartiere Centro (poi divenni Presidente), assieme a dei sindacalisti e di ragazzi africani integrati da tempo, imbastimmo un'opera caritatevole di accoglienza sfruttando, come loro alloggio, una fabbrica dismessa nella nostra zona industriale, l'ex "ILVA".

 

Preparammo dei letti, delle separazioni fra gli stessi, provvedemmo al riscaldamento dell'opificio, comprammo una cucina e fondammo un'associazione nella speranza che gli stessi trovassero, liberati dalla preoccupazione di dove passare la notte e mangiare, potessero in tranquillità la possibilità di riscattarsi e di integrarsi nella società. Ci occupammo di lavoro, di ricongiungimenti, di pratiche, eccetera. Facemmo delle stanzette, le separammo con delle pareti mobili, riattivammo i servizi, la cucina aziendale, il riscaldamento … Che bella esperienza umanitaria! Ricordo con affetto il buon Monsignor Mario Gastaldo, cappellano della zona industriale, che ci diceva di continuo, con affetto: "Tosi, queo che fé xe na roba bea, ma vadè che par quei tosi xovane ghe voe ea fameja": il sacerdote  degli operai ci voleva dire, a modo suo, che l'uomo non vive di solo mangiare e dormire, ma anche d'altro, e che esisteva anche il testosterone con le sue esigenze!

Ottenemmo anche l'appoggio del nostro Quartiere, sempre povero di soldi, del Comune, della Provincia, della Charitas, e chi più ne ha più ne metta. Organizzammo delle conferenze di sensibilizzazione della popolazione al Pedrocchi, a spese del Quartiere, e facemmo quello che, in nome della solidarietà, dell'amicizia fra i popoli e della carità cristiana ritenemmo un  nostro dovere elementare di uomini e di cittadini attenti all'evolversi della società.

 

Inutile dire che l'esplosione del fenomeno e dell'emergenza sociale che poi ne seguì rese microbici i nostri sforzi, che furono assunti da altre e ben più dotate istituzioni. E fu qui che succedette una cosa importantissima, ma tipica. L'assessore di Padova di allora, Silvana Bortolami (prima giunta di centrosinistra) , prese "il toro per le corna" ed assunse a sé ogni responsabilità, iniziando così quel duro percorso di integrazione che ancor oggi non può certo dirsi concluso ma che, sotto molti aspetti, reseanch'esso il nostro Veneto accogliente e fruttuoso per gli immigrati. Non furono risolti tutti i problemi, certo, ma il piglio con cui la giunta padovana affrontò il problema, e la costanza  della sua determinazione, colori politici a parte, dettero un risultato che, seppur lungi dall'essere la risoluzione, pur tuttavia segnano qui una convivenza diversa da quella a cui abbiamo assistito e saputo dalla stampa a Rosarno.

 

Eppure i problemi li abbiamo avuti anche noi: vedi le ronde (alle quali, ora che sono legalizzate, nessuno vuole più iscriversi!), vedi il ghetto della via Anelli, vedi i bar che rifiutarono le somministrazioni ad alcuni soggetti (ci fu il sindaco Zanonato che prima sgridò il barista e poi, conosciuta bene la vicenda, chiese scusa all'esercente), i delitti, i buonismi delle case date agli extracomunitari prima che ai veneti, e via dicendo. Ma che si tratti di problemi diversi lo capiscono tutti, e che poi, sotto sotto, anche i sindaci di sinistra (cosiddetta, nessuno ricorda più cos'è la vera sinistra) e di destra si muovano allo stesso modo, badano più ai problemi e non all'ideologia, tanto che talora non sai obbiettivamente da quale parte politica escano i tanti provvedimenti comunali che leggi tutte le mattine sui giornali.

 

Ecco, io da queste poche righe lancio un invito ai tanti, tanti amici calabresi, persone squisite, sensibili ed orgogliose: cacciate dalle vostre terre il cancro della mafia, che non è più l'antica confraternita dei beati paoli che proteggeva la povera gente dalle angherie del potere ma che, lasciata crescere come una gramigna, affligge le nostre menti ed i nostri cuori, Ma soprattutto, lasciate stare quei politici e quei giornalisti (Scalfari, Santoro & co., per intenderci) che, intestarditi sulle proprie posizioni ideologiche, trovano sempre il peccatore "dall'altra parte", dimenticandosi delle tante travi che hanno di fronte ai loro occhi- Non hanno capito costoro che la mafia segue il potere, destra o sinistra non conta, ed alligna dovunque esso si trovi, corrompendolo ed asservendolo? A che cosa è servito il sacrificio di Fortugno, se non abbiamo ancora trovato i colpevoli del suo brutale assassinio? La mafia organizza le stesse manifestazioni antimafia, al fine di scoprire gli avversari e colpirli, e, se gli serve, alligna pure nelle manifestazioni di piazza, che talora sono degli strumenti di marketing formidabili.,

 

Gianni ARSLAN

 

 
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Immigrazione e politica dell'accoglienza
Postato da admin [12/01/2010 19:51]

Durante la discussione della legge sulla sicurezza e il contrasto all'immigrazione clandestina di questa primavera, alcuni preti ed organizzazioni cattoliche facevano girare un appello contro questa legge soprattutto per la parte che riguardava l'immigrazione. L'appello era titolato "onoriamo i poveri".  Anche a me arrivò l'appello per la sottoscrizione. Intervenni con la lettera sotto riportata a cui nessuno mi rispose.  Alla luce dei recenti avvenimenti in Calabria ritengo tornata di attualità la mia richiesta di spiegazioni. Speriamo che questa volta qualcuno mi risponda.

Ringrazio chi mi ha mandato l'appello ritenendomi sensibile, ma vorrei qualche chiarimento in quanto comprendo l'emotività dell'appello ma non capisco le positività all'ostruzionismo a questa legge.

Gli immigrati che arrivano in Italia irregolarmente non sono i più poveri del loro paese: hanno dei soldi per il viaggio clandestino, sono giovani e forti (o belli), hanno coraggio, la mente più aperta, spesso hanno studiato. Senz'altro i meno poveri del poverissimo territorio di provenienza che, privato anche di queste risorse umane è diventato ancora più povero. I cinesi che ho avuto modo di conoscere non sono fuggiti dalla disperazione ma attratti dalla possibilità di fare rapidamente molti soldi (magari sfruttando i connazionali veramente poveri, costretti da costoro ad arrivare in Italia clandestinamente). Nel paese orticolo in cui vivo, Lusia (RO) la quasi totalità degli operai agricoli sono immigrati. Circa 500 persone in un paese di 3.500 abitanti. Dopo la sanatoria del 1995 e l'introduzione delle domande, attraverso le associazioni professionali, di operai extracomunitari, credo non vi sia più nessun clandestino nei nostri orti. Il richiedente operai, prima ancora del loro arrivo, deve trovare per loro una abitazione adeguata ed arredata e il comune vigila sul rispetto dei requisiti. Lavorano con busta paga regolare uguale a quella degli operai locali e l'ispettorato del lavoro visita le aziende più grosse almeno tre volte all'anno. Immaginatevi quindi il disappunto dei nostri agricoltori quando sentono che molte aziende loro concorrenti della Campania e della Puglia si servono di immigrati irregolari e li pagano 20 euro al giorno e lo sconcerto quando vedono per televisione le condizioni disumane in cui questi alloggiano. Se non ci fossero operai arrivati irregolarmente anche le aziende del sud dovrebbero fare richiesta attraverso i canali istituzionali e gli immigrati arriverebbero con i mezzi regolari, infinitamente meno costosi e rischiosi e troverebbero una vita dignitosa. E se davvero c'è   bisogno di lavoro lavorerebbero in maniera regolare tanti quanti lavorano ora irregolarmente.

A me pare che la legge sul contrasto all'immigrazione irregolare miri a questo. Perché opporsi così pregiudizialmente invece che tentare di dare eventuali suggerimenti migliorativi?

Il problema della miseria di tante parti del mondo non lo possiamo certo risolvere accogliendo noi tutti gli affamati. I nostri stati e i nostri volontari debbono aiutare quelle popolazioni a risolversi i problemi in loco, magari aiutandoli a disseppellire quell'unico talento che anche a loro è stato dato.

Ve lo chiedo con umiltà: cos'è che non capisco?

Prego, come si diceva una volta, per il vostro apostolato.   

Renato Maggiolo.

 
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La solidarietà a questa immigrazione è una nuova forma di neocolonialismo
Postato da admin [29/12/2009 13:22]

Confessato e comunicato nonché pervaso da tutti i sentimenti buoni che ci circondano nelle festività natalizie affermo che la solidarietà alla immigrazione come sta avvenendo in questi anni in Italia è complicità con il neocolonialismo.

Conosco la situazione per essere stato lunghi periodi nei paesi dell'Est, soprattutto in Romania con cui conservo contatti; per essere in quotidiana frequentazione, e in qualche caso amicizia, con immigrati di vari paesi; perché sono in contatto con molti datori di lavoro di immigrati. Ritengo quindi di essere in grado di vedere anche l'altra faccia del problema: quello della "emigrazione".

C'è chi vuole che continui l'immigrazione perché ne abbiamo bisogno. Ma far venire delle persone a fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare vuol dire riconoscere che ci sono dei lavori talmente umili o pesanti o indecorosi che è giusto che il popolo italiano, civilizzato e benestante, non voglia più fare e che questi lavori debbano essere fatti dagli immigrati, bisognosi e in via di civilizzazione. Siamo nella logica delle vecchie caste dell'India. Questo si che è razzismo di concetto.

Se non ci fossero le moldave e le ucraine chi baderebbe ai nostri vecchi? I nostri genitori sono quindi bene accuditi e noi, con mille euro al mese, ci siamo levati il pensiero. Queste badanti, però, spesso sono madri e sempre sono figlie. Per venire ad accudire i nostri genitori le madri hanno lasciato i figli a parenti più o meno prossimi o per la strada. (Il padre era emigrato ancor prima e si era già fatto un'altra famiglia in qualche posto d'Europa.) Hanno abbandonato i loro vecchi genitori che, in quei paesi, non hanno certo assistenza domiciliare e neanche nessuno che li porti in ospedale in caso di bisogno. Ci sono dei paesi di campagna, in Moldavia e Romania, abitati solo da vecchi e ragazzini. Qualche anziano ce la fa ancora a coltivare un po' di patate manualmente, ma non c'è più nessuno che sappia usare bene i trattori e quando questi si rompono non è rimasto nessuno in grado di ripararli. Là terre fertili che non possono più produrre il necessario per la sopravivenza alimentare degli abitanti rimasti e qua verdure prodotte con l'indispensabile lavoro dei rumeni immigrati che vengono buttate perché la produzione supera la domanda.

Dall'Africa emigrano clandestinamente i ragazzi più coraggiosi, quelli che hanno studiato e le ragazze più carine. Quei luoghi, privati anche di queste risorse umane restano ancora più poveri.

Chiamiamo neocolonialisti quelli che sottraggono materie prime ai paesi in via di sviluppo. Cosa sono allora quelli che sottraggono risorse umane, ben più preziose dei minerali del sottosuolo, a questi popoli?

Buona cosa sarebbe se queste persone emigrassero in Italia per imparare a produrre, per fare esperienze con macchinari che in futuro potrebbero essere diffusi anche nei loro paesi o anche solo per mettere da parte il gruzzolo necessario ad impiantare una attività al loro ritorno. Ma allora non sarebbe necessaria la cittadinanza italiana.  Accettare la cittadinanza italiana per loro vuol dire rinnegare la cittadinanza del loro popolo, è un ulteriore, forse definitivo, sradicamento.

In conclusione, con l'aiuto all'immigrazione, abbiamo dato un contributo a popolazioni benestanti e abbiamo reso ancor più misere le popolazioni povere.

 

Renato Maggiolo

 
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