NOTIZIARIO DALL'EUROPA - CORSI e BANDI sui FONDI EUROPEI
Postato da admin [31/08/2018 14:00]


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Scade venerdì 31 agosto (a mezzanotte) la promozione riservata agli iscritti di Obiettivo Europa
Ancora pochi giorni per poter acquistare con il 25% di sconto i corsi online sui fondi europei proposti sulla piattaforma elearning di Prodos Academy.
Per usufruire dello sconto utilizza subito il codice coupon [OBIETTIVO25].
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#EUandME: concorso per giovani registi
La Commissione europea lancia un concorso di cortometraggi per giovani registi (18-31 anni) nell’ambito della campagna #EUandME. Per partecipare si dovrà realizzare un video collegato a una delle cinque categorie della campagna: mobilità, sostenibilità, diritti, mondo digitale, competenze e impresa
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Consultazione pubblica sull'uso delle lingue nelle istituzioni UE


Un ambito particolarmente problematico riguarda l’uso delle lingue sui siti web delle istituzioni, che sono fra le prime fonti di informazione per le persone interessate alle politiche, ai programmi e ai bandi dell’UE. La consultazione intende promuovere la discussione su come le istituzioni UE possano comunicare al meglio con il pubblico in modo da garantire che eventuali limitazioni all’uso delle lingue siano proporzionate ed eque.


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CULTURA, TURISMO
Food&Wine Tourism: creazione o lo sviluppo di nuove imprese innovative nel settore turistico
10 settembre 2018

Valorizzazione dei mestieri artigiani del Mezzogiorno
17 ottobre 2018

DIRITTI, UGUAGLIANZA, CITTADINANZA


Sovvenzioni di funzionamento 2019 ai partner attivi nel settore della disabilità
20 settembre 2018

IMPRESE, STARTUP

Worth Partnership Project: bando per fashion designer, creativi, artigiani, PMI e imprese tecnologiche
24 ottobre 2018

LAVORO, INCLUSIONE SOCIALE, WELFARE

Eureka – Educazione finanziaria e disabilità cognitive: sviluppo di strumenti multimediali e tecnologici volti a facilitare l’inclusione finanziaria di persone affette da limitata abilità mentale
15 novembre 2018

REGIONE EMILIA ROMAGNA
Progetti di ricerca industriale strategica rivolti agli ambiti prioritari della Strategia di Specializzazione Intelligente
5 ottobre 2018

Viaggi attraverso l'Europa. Bando per le Scuole
10 ottobre 2018

Pacchetto Giovani: Insediamento dei giovani agricoltori e Ammodernamento di aziende agricole dei giovani agricoltori
29 ottobre 2018

Investimenti diretti ad accrescere la resilienza ed il pregio ambientale degli ecosistemi forestali
31 gennaio 2019

REGIONE PIEMONTE
Sostegno alla internazionalizzazione delle imprese del territorio attraverso l’erogazione di voucher per fiere all’estero
21 settembre 2018
 
Sostegno alla stesura e attuazione di piani forestali aziendali
25 settembre 2018

REGIONE TOSCANA
Bando rivolto a enti pubblici e finalizzato al sostegno agli investimenti nel settore sociale
10 ottobre 2018

Sostegno per attività di informazione e promozione, svolte da associazioni di produttori nel mercato interno
30 novembre 2018


 


Responsabilità Sociale delle Imprese CSR
Postato da admin [18/07/2018 20:49]


La responsabilità sociale non è una moda, ma è un modo di far crescere il benessere sia individuale che collettivo. La responsabilità sociale non è fare del bene, ma innanzi tutto comportamento. La responsabilità sociale nasce proprio con le prime leggi e prevede il comportamento corretto in qualsiasi circostanza. Vediamo allora l'evoluzione storica.

Il Codice di Hammurabi è una fra le più antiche raccolte di leggi conosciute nella storia dell'umanità. Venne stilato durante il regno del re babilonese Hammurabi (o Hammu-Rapi), che regnò dal 1792 al 1750 a.C. Per la prima volta nella storia del diritto, i comportamenti sanzionabili e le eventuali pene vengono resi noti a tutto il popolo (o almeno a chi fosse in grado di leggere). (il peso di 1kg deve pesare 1kg – Ancora oggi non è stato assunto a livello individuale la coerenza infatti Striscia la Notizia ha riportato non molto fa gli imbrogli dei distributori di benzina che vendevano meno di un litro per un litro. Infinita altri casi ancora oggi sarebbero sanzionabili con il codice Hammurabi)

Il libro dei morti egizio - dichiarazione del defunto di fronte al dio Osiride: "io non ho ucciso", "io non ho rubato" - ed i dieci comandamenti di Mosé sanciscono e stabiliscono una codifica del concetto di responsabilità sociale dei comportamenti.

Il rapporto fra etica ed economia è rimasto poi invariato da ARISTOTELE, (384–322 a.C.), per il quale l’economia si collegava naturalmente allo studio dell’etica, al mercante umanista Benedetto Cotrugli nato a Ragusa che scrisse nel 1458 il "Libro de l'arte de la mercatura" dove mette precisamente a fuoco il concetto ed il ruolo nella società dell'imprenditore e della sua impresa. In questo libro illuminante sul buon comportamento dell'imprenditore oltre a dotte citazioni culturali scrive: "E perciò, come dice Cicerone 'si cerchi di usare quella liberalità che giova a molti e non nuoce ad alcuno', non come quella gran moltitudine di mercanti che fa mille usure e poi costruisce chiese e ospedali". Sottolineando che fare del bene con quanto si sottrae agli altri non ha nessun valore.

Fondamentale ADAM SMITH (1723–1790) che riteneva indispensabile, per sprigionare le virtù del mercato, un “codice di moralità mercantile” basato sulla onestà, sulla fiducia e sulla empatia. Forse ispiratore di Robert Owen (1771 – 1858) imprenditore illuminato anche se sfortunato.

Ai giorni nostri L’articolo 41 della Costituzione Italiana  ravvisa uno specifico limite alla libertà di iniziativa economica privata, che “non può svilupparsi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, specificando inoltre che “… la legge determina i programmi ed i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.  La Costituzione, dunque, individua in effetti un concetto di “responsabilità allargata” dal quale far discendere una forma di progresso economico che non sia contrapposta alla crescita umana e sociale delle persone, della “collettività” e del territorio e che con forza assecondi una collaborazione sinergica al fine di congiungere concretamente “valori sociali” e valore della competitività d’impresa. Una logica di sviluppo economico che prevede un attento e sistematico coinvolgimento di tutti i soggetti “portatori di bisogni e d’interessi” che appunto rappresentano la “collettività”. Ovunque nel Mondo si afferma la convinzione per cui una regolata economia di mercato si deve integrare con la migliore attenzione ai criteri della coesione sociale.

Si affermano diffusamente i criteri della economia sociale di mercato, quale sola prospettiva che consente di far coesistere, all’interno del medesimo sistema, efficienza e giustizia sociale.

Per questa ragione i Ministri del Welfare dei quattordici Paesi industrializzati e delle economie emergenti, riuniti a Roma dalla Presidenza italiana della sessione G8 nel primo Social Summit dopo la tempesta finanziaria, hanno all’unisono affermato: People first!. (dal Discorso di Presentazione del Libro Bianco del Ministro Maurizio Sacconi)

L’Italia presenta, diversamente da altre realtà del mondo industrializzato, una prevalenza di micro e medie realtà economiche. E’ allora necessario, consentire e premiare iniziative che tangibilmente agevolino l'assunzione di comportamenti “virtuosi e valoriali” da parte delle medie e piccole imprese. E’ necessario facilitare e promuovere, nel fare business, l’applicazione di principi di “qualità totale” poiché la qualità totale non può essere, in alcun modo, disgiunta da comportamenti concreti e quotidiani di “responsabilità” verso i “portatori di interesse”.

Si può ben comprendere come  la Responsabilità Sociale dell'impresa sia innanzi tutto sinonimo e sintomo di competitività, poiché chi la attua opera in modo costruttivo e radicato in direzione di una crescita duratura e sostenibile, come emerge anche dalle istanze del Libro Verde della Commissione Europea. L’Europa propone l’idea forte di un fare ed un produrre responsabile e consapevole che generi un progresso socio-economico “durevole”. In questi ultimi anni ai consueti rischi di impresa se n’è aggiunto uno che fino a pochi anni or sono non era neppure considerato: il rischio di “reputazione” quindi anche di credibilità. l rischio “reputazione” e “credibilità” si presenta oggi come la conseguenza di una necessità espressa dai cittadini, dagli stessi lavoratori e addetti e dal consumatore che è quella di saper dialogare in un contesto di economia consapevole e matura che sappia creare non solo ricchezza e benessere, ma in primis produrre e amministrare qualità e valore. Henry Ford affermava: “Affari che producono solo soldi sono affari poveri”. E Adriano Olivetti: “L’utile è un vincolo non un fine dell’azienda”. Mentre Aristide Merloni affermava: “In ogni iniziativa industriale non c’è valore del successo economico se non c’è anche l’impegno nel progresso sociale”.

Si affaccia in occidente e prevalentemente nella “agorà” europea la necessità di mettere mano ad un progetto di "azienda del futuro”, in cui possa avvenire concretamente un’integrazione del bilancio sociale e di quello finanziario, perché la legittimazione e l’identità di operatore economico è sempre di tipo “sociale”.  Un’impresa che pratichi la “qualità totale” costruisce il proprio modo di essere attraverso un atteggiamento ed un comportamento “socialmente sostenibile e responsabile”.

L’impresa sta iniziando ad essere consapevole che dall’attuazione di veritieri comportamenti di responsabilità sociale non riceve solo vantaggi nel lungo periodo o, in termini tattici, di reputazione, ma anche convenienze economiche immediate, pratiche e autenticamente concrete. Comunque, di là dai valori, dalle tensioni e dai comportamenti morali: “l'atteggiamento etico è quello che assumerebbe una mente calcolatrice dopo aver fatto bene i propri conti” (Zygmunt Baumann).

La Responsabilità Sociale dell’Impresa, sarà sempre un tema di rilevanza strategica perché le performance sociali rappresentano un modo per accrescere la ricchezza economica di un’impresa, del suo Paese e soprattutto di consentire a nuove imprese consapevoli di nascere e crescere nel territorio. Dobbiamo tutti riconoscere come fondamentale ciò che simpaticamente sosteneva Charles F. Kettering:  “Tutti dovremmo preoccuparci del futuro, perché là dobbiamo passare il resto della vita”.

 

Mario Guadalupi AD Metakom www.metakom.net – mario.guadalupi@metakom.net

(maggiori info su csr negli allegati e a http://www.premiorovigocsr.it/)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


L'intervista al Prof. Antonino Giannone sul suo libro Ledership ed Etica
Postato da admin [26/11/2015 19:27]

Leadership popolare, leadership potente e  Leadership carismatica: sono stati i temi che molti di noi hanno dovuto affrontare negli studi di sociologia politica all'Università di Trento negli anni'60, approfondendo le teorie di Max Weber.

Da tempo l'amico Prof Antonino Giannone, docente di Etica professionale e Relazioni Industriali-Strategia aziendali, affronta questi temi nei corsi di  specializzazione e master universitari.

Il 30 Novembre prossimo a Milano li esporrà in un dibattito pubblico sul tema: " Leadership ed Etica" (vedi file allegato)

Ecco l'intervista che il prof Giannone ci ha rilasciato alla redazione del BLOG INSIEME:

 

 

Quale Leadership ed Etica per lo sviluppo personale e professionale dell'Ingegnere, del Manager che ha l'obiettivo di diventare un leader?

Ci dobbiamo chiedere prima se l'Ingegnere, il Manager, l'imprenditore, per ambire a posizioni di Leader, debba prescindere o meno da comportamenti etici e per quale tipo di Leadership si sta realizzando?

Per una risposta, certamente non esauriente, in una breve intervista, ci possono aiutare prima dei riferimenti a un Top Manager, un grande Leader che ha raggiunto risultati eccezionali ed é stato da tutti considerato una "bella persona": Steve Jobs, inventore e CEO di Apple

 

Perché ha scelto di indicare Steve Jobs?

Perché e' stato un Leader a livello globale ed è considerato il più grande innovatore dell'era digitale, che ha dato un grande impulso a una multinazionale di grande successo e perché a 4 anni dalla sua morte a Palo Alto in California (5 ottobre 2011) i giovani e, in particolare, gli Studenti del Politecnico ne parlano come se fosse ancora tra loro. 

 

In che senso, scusi? 

Perché le sue "tracce sono molto visibili non solo nell'azienda, per i suoi successori nel Top Management (Tim Cook), ma per i milioni di clienti sparsi in tutto il mondo, in particolare i giovani, che utilizzano i prodotti  che lui ha progettato, ha creato, ha lanciato sul mercato con grande successo di risultati e di consenso.

Steve Jobs ha reso il nostro mondo migliore. 

I bambini imparano in nuovi modi grazie ai prodotti che lui ha sognato.  

Le persone più creative presenti sulla Terra li usano con diverse applicazioni per comporre sinfonie, canzoni pop, per scrivere di tutto da romanzi a poesie a messaggi di testo; per non dire di veri artisti che creano i loro capolavori con i sistemi di Apple.

 

Come si può riconoscere che Steve Jobs e' stato un Leader?

Steve Jobs ci ha confermato, innanzi tutto, quanto ci spiega la Teoria della Leadership: Leader si diventa perché sono sempre gli altri a deciderlo; inoltre ci ha insegnato che un Innovatore, Imprenditore, Manager e Leader devono avere non solo una "Vision", un grande sogno/progetto a lungo termine, ma dei "Valori" sui quali si poggia. Inoltre devono possedere un'Etica e un comportamento professionale che sono una diretta conseguenza di aspetti morali di distinzione di ciò che è giusto e sbagliato che le persone all'interno e all'esterno dell'azienda si aspettano da un manager, da un leader che ha la responsabilità delle decisioni strategiche che possono determinare il destino di una vita migliore per migliaia di persone.

 

Ma quali sono le qualità che vengono attribuite a un Leader, che sappia essere se stesso?

Oggi si tende a considerare indispensabili qualità per un Leader, l'essere dotato di numerosi talenti: creatività, capacità di comando, integrità, determinazione, coraggio, alta competenza nel sapere, abilità nel saper fare, comportamenti relazionali nel saper essere e soprattutto nel saper far fare cioè nel fare raggiungere gli obiettivi aziendali al team, alla dirigenza e ai dipendenti tutti.

 

Ci sono altri skills che un Top Manager, un Leader deve avere?

Sono sempre indispensabili le abilità di prendere decisioni e la capacità di leadership, unitamente all'abilita di sapere comunicare. In sintesi:

- Essere forti ed equilibrati in ogni situazione

- Evitare sia la passività che l'aggressività

- Non temere il giudizio degli altri, ma semmai, saperlo utilizzare

Non cadere nei tentativi di manipolazione psicologica degli altri

- Non dipendere dai ricatti esterni e dai sensi di colpa interni

- Non sentirsi mai impotenti o isolati.

Molte di queste capacità e abilità sono innate nei cosiddetti Talenti, altre abilità sono potenziali e possono essere insegnate e fatte emergere con mirati metodi di Formazione manageriale.



Queste sono state le considerazioni del Professor Antonino Giannone, che da ex Alunno del Collegio Einaudi di Torino che accoglie gli Studenti meritevoli, tornerà il 30 Novembre nello stesso luogo che lo accolse ca. 50 anni fa. L'entusiasmo di allora e i brillanti risultati realizzati spingono l'Amico Tonino a trasmettere ai giovani dell'era digitale l'importanza immutabile dei valori etici per conseguire anche loro risultati molto positivi per i sistemi organizzativi dove saranno chiamati ad operare, per auto realizzarsi e per contribuire al miglioramento del bene comune



 
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Interrogazione ai Ministeri competenti sul caso ILNOR
Postato da admin [23/09/2015 19:38]

La redazione del BLOG INSIEME pubblica l'interrogazione al Ministero del lavoro e al Ministero dello sviluppo economico da parte di alcuni parlamentari sul caso ILNOR

 

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA

AL MINISTRO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI

AL MINISTRO DELLO SVILUPPO ECONOMICO

Premesso che:

la società bresciana fondata addirittura prima dell'unità d'Italia Eredi Gnutti Metalli, in origine focalizzata sulla produzione di armi bianche e col tempo specializzatasi nelle barre in ottone e nei nastri in rame e ottone, ha annunziato, lo scorso 18 settembre, l'intenzione di voler chiudere la sede dello stabilimento di Gardignano, frazione di Scorzè, presente dal 1961, nel miranese e trasferire gli impianti a Brescia;

i lavoratori della fonderia Ilnor hanno proclamato uno sciopero il 22 settembre, chiedono il ritiro dell'ipotesi di chiusura e rivolgendosi alle istituzioni per ricercare una soluzione positiva della vertenza;

l'azienda attualmente occupa 132 persone, quasi tutte risiedenti nel miranese. Secondo le notizie trapelate dai vertici della società sarebbero venticinque i dipendenti che dovrebbero perdere il lavoro a breve: ossia gli addetti del reparto che dovrebbe per primo essere trasferito nella città lombarda. Un passaggio che viene considerato come un possibile inizio di chiusura definitiva dell'attività dello stabilimento veneziano. Le preoccupazioni dei lavoratori sono dettate anche dal fatto he la notizia arriva in un memento particolare cioè dopo quasi tre anni di contratti di solidarietà;

in un contesto come quello veneto, segnato dal susseguirsi continuo di crisi e chiusure aziendali e condizionato dall'attuale fase di crisi economica, la chiusura dello stabilimento di Gardignano rappresenterebbe un altro durissimo colpo per il territorio, impoverendolo di posti di lavoro, con evidenti ricadute sull'intero sistema economico;

si chiede di sapere se i Ministri interrogati intendano adoperarsi, nell'ambito delle proprie competenze, anche attraverso l'apertura di un tavolo di confronto che coinvolga le istituzioni locali, regionali e le associazioni sindacali maggiormente rappresentative, affinché vengano adottate soluzioni immediate per il mantenimento degli attuali livelli occupazionali.

                                                                  On. Prataviera

                                                                  On. Bragantini

                                                                  On. Caon

                                                                  On. Marcolin

 


Un'importante opportunità per tutte le aziende iscritte a Confindustria
Postato da admin [17/03/2014 19:17]


Oggetto: agevolazioni fiscali per investimenti in cultura arte e spettacolo un'importante opportunità per tutte le aziende iscritte a Confindustria.

 

In relazione alle attività e ricerche nell'ambito delle iniziative culturali abbiamo riscontratol'esistenza di una Legge molto poco conosciuta che offre agevolazioni fiscali per chi investe in cultura e mecenatismo. Una legge utilizzata solo a circa il 10%. Attraverso la nostra ricerca siamo venuti a conoscenza che il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact) ha recentissimamente realizzato l'aggiornamento di un Vedemecum molto utile per conoscere e soprattutto far conoscere la legge. Per quello che ci risulta e anche su indicazione del Ministero tale Vademecum è l'unico strumento divulgativo esistente che specifica l'operatività. Obiettivo Cultura, "Vademecum delle agevolazioni Fiscali riservate alle Imprese ed ai Cittadini che investono in beni culturali e nello spettacolo". E' uno strumento unico nel suo genere: semplice, completo e realizzato con la logica delle FAQ (domanda e risposta). Ha inoltre il pregio di essere aggiornato con le più recenti normative sia per quello che riguardi i benefici fiscali per le Imprese che per i Privati. Le agevolazioni sono attingibili da tutti: dal macellaio, al panettiere alla piccola azienda ed a tutti quelli che hanno una partita iva e che vogliono partecipare alla cultura locale o nazionale. Questa normativa e queste agevolazioni sono state finora praticamente sconosciute ai più, ma attraverso una minima opera di divulgazione, che potrebbe fare l'Associazione, in realtà è possibile costituire una vera e propria opportunità per costruire una fondazione di imprenditori per la cultura. La Guida è stata redatta dalla Direzione Generale per la valorizzazione del patrimonio culturale del MIBACT, l'autore è Anna Maria Buzzi, Direttore Generale e l'opuscolo è stato edito da Metakom Edizioni per conto del Ministero. Nella nostra indagine abbiamo riscontrato che l'Editore si è reso disponibile, come in altri casi, a dare il massimo di assistenza di conseguenza Il vademecum può divenire un vero e proprio servizio per l'impresa, per i suoi clienti, e per le istituzioni del territorio. Il vademecum Obiettivo Cultura allegata copertina in pdf può fisicamente essere realizzato in edizione speciale con il marchio in copertina, un inserto di  n° 4 pagine per presentare progetti e/o le proprie  iniziative culturali e con la 4° di copertina per promuovere prodotti. O viceversa. L'editore si è reso inoltre disponibile a realizzare avvenimenti dedicati e personalizzati di presentazione delle agevolazioni alle imprese e autorità. Potete richiedere l'invio di una copia cartacea stampata o un incontro di approfondimento contattando direttamente: Metakom Edizioni nella persona dell'A.D. Mario Guadalupi, tel. 3357036443.

 

Abstract:: Dall'introduzione: " …… I motivi per investire in cultura sono almeno due: il primo e il più scontato, è perché l'impresa attraverso l'investimento in cultura persegue un significativo risparmio fiscale; il secondo perché l'arte e lo spettacolo, che hanno reso il nostro Paese unico al mondo per la creatività dei suoi artisti, necessitano di un sostegno………. La disciplina legislativa italiana relativa alle donazioni dei privati a fini culturali è piuttosto attenta, anche se miglioramenti sono sempre possibili. Purtroppo, fino ad ora, un difetto di pubblicizzazione della normativa non ha reso possibile far correttamente percepire agli interessati nemmeno le possibilità esistenti."

 


Quella "malattia" italiana che danneggia consumatori e imprese
Postato da admin [22/03/2012 22:57]

Quella "malattia" italiana che danneggia consumatori e imprese

di Massimiliano Padula

"Sarà una riflessione sulle analisi e sulle prospettive dello stato della concorrenza in Italia, il convegno ospitato, il prossimo 22 marzo, nella suggestiva cornice della Sala dei Certosini presso la Chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri alle Terme di Diocleziano a Roma. Organizzata dal Centro Studi Tocqueville-Acton e dall'Osservatorio Permanente sull'Applicazione delle Regole di Concorrenza, l'iniziativa intende tracciare un'analisi sulla situazione concorrenziale italiana e indagare le cause culturali, storiche, economiche e sistemiche che hanno concorso a un processo involutivo della stessa che richiede, quindi, interventi immediati e urgenti.


Negli ultimi 20 anni, infatti, l'Italia ha conosciuto un'apertura dei mercati a seguito di un processo di privatizzazioni iniziato agli albori degli anni '90 e sostanzialmente mal gestito. Per questo il Paese può essere considerato "convalescente" dal punto di vista della concorrenza, privo di una strategia industriale chiara e univoca e di medio-lungo termine. Sul piano antropologico ed economico, inoltre, l'impatto è stato inevitabile.


Le cosiddette tre dimensioni dell'uomo economico (produttore, compratore, investitore) sono entrate in conflitto poiché il lavoratore italiano lavora in un'impresa di cui non compra i prodotti perché non li trova competitivi, e nella quale non investe perché essa non offre sufficiente rendimento. Se poi la stessa persona compra prodotti di un'impresa concorrente a quella per cui lavora, investendovi magari anche il proprio capitale, la sua azienda è destinata presto a fallire e lui a restare senza lavoro e, di conseguenza, a perdere anche le dimensioni di consumatore e di investitore.


Il Convegno proverà proprio a diagnosticare le patologie del Bel Paese (dal punto di vista della concorrenza) che nel corso dei decenni non hanno garantito un mercato realmente e totalmente aperto, davvero concorrenziale, una vera e propria "workable competition".


Introdurranno il simposio Flavio Felice, Presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton e Michele Carpagnano, Condirettore Osservatorio Permanente sull'Applicazione delle Regole di Concorrenza. Interverranno, poi, moderati dal giornalista Marco Cobianchi, Giulio Sapelli (Università degli Studi di Milano), Antonio Pilati (già Componente dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato), Alfredo Macchiati (Università LUISS), Serena Sileoni (Istituto Bruno Leoni) e Riccardo Gotti Tedeschi (Centro Studi Tocqueville-Acton).


«Si tratta di un'occasione importante per riflettere sullo stato attuale della concorrenza in Italia, tema di grande attualità e interesse in questi mesi». A tracciare l'identikit dell'incontro è Michele Carpagnano secondo cui «la concorrenza è divenuta, con il governo Monti, una priorità dell'agenda di governo ed è stata assunta a vero e proprio strumento di crescita e di rilancio economico per il nostro Paese. Si tratta - sottolinea Carpagnano - di un importante riconoscimento della validità (anche sociale) dei valori concorrenziali specie in un momento storico-economico quale quello attuale in cui si registrano (anche a livello sovranazionale) tendenze volte a mettere in discussione la validità stessa del modello concorrenziale e di mercato. In questo contesto - conclude - crediamo che c'è ancora molto da fare, specie in Italia, per diffondere la Cultura della Concorrenza a ogni livello nella società civile».


Sarà incentrata sul concetto di privatizzazione la relazione di Giulio Sapelli secondo cui quest'ultime «negli anni '90 furono una occasione mancata. Senza le liberalizzazioni effettuate per tentare di risanare il debito pubblico, queste si trasformarono - anticipiamo dalla relazione dell'economista - di fatto in una sorta di deprivazione di una parte importante del patrimonio industriale sotto la sovradeterminazione dell'oligopolio finanziario internazionale e di omofiliaci gruppi di interessi nazionali. Gran parte delle ragioni della mancata crescita endogena che oggi la crisi economica mondiale esalta - rileva Sapelli - risiede nell'errata politica di privatizzazione di quegli anni».


Anche Pilati sostiene che «nel corso degli anni si sono fatti certamente passi in avanti grazie all'attività svolta dalle Autorità di settore e dall'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ma vi sono ancora dei settori protetti che faticano a liberalizzarsi (come quello dell'energia e quello dei servizi pubblici locali) e pertanto l'azione riformatrice deve oggi focalizzarsi soprattutto a livello locale». Gli fa eco Macchiati secondo cui i «motivi dello scarso incardinamento della concorrenza vanno ricercati nel fatto che negli ultimi venti anni i gruppi d'interesse più influenti hanno come unico obiettivo il mantenimento delle loro rendite e l'immobilità. E la concorrenza - avvalora - è l'opposto dell'immobilità: è dinamismo, è abbattimento di barriere, è decentramento delle decisioni economiche».


Sarà invece caratterizzata da una riflessione sull'articolo 41 la relazione di Gotti Tedeschi sostenitore di una riforma del procedimento giuridico da intendere non come «la medicina per uscire dalla crisi» ma certamente come «un avallo normativo più coerente all'auspicata stagione di riforme».


E un richiamo al cattolicesimo liberale non poteva mancare in un convegno che non può non ispirarsi al pensiero di Luigi Sturzo e di una vasta schiera di cattolici liberali che hanno guardato alla concorrenza (e ai rischi potenziali conseguenti) come uno straordinario ingrediente della reale esperienza umana che consente di tentare di andare sempre oltre i nostri limiti, in una continua e coraggiosa ricerca di soluzioni migliori, avendo di fronte un ventaglio di scelte molto ampio, una conoscenza limitata e un irriducibile pluralismo delle intenzioni.


«Il processo competitivo che coinvolge le idee, le persone, le associazioni, le imprese, allora, sia che si tratti della sfera economica che politica - termina Felice - è dato da quello speciale rapporto umano che s'instaura tra persone fallibili e ignoranti, nella comune, ma variegata tensione ad accrescere la propria condizione esistenziale».

 

 


Bortolussi: "Stop ai suicidi di piccoli imprenditori: 50 in tre anni sono troppi"
Postato da admin [10/03/2012 19:42]

BORTOLUSSI: "STOP AI SUICIDI DI PICCOLI IMPRENDITORI: 50 IN TRE ANNI SONO TROPPI"

Dal 2009 ad oggi, nel Veneto sono stati 50 i piccoli imprenditori che a causa della crisi si sono tolti la vita

 

"Dopo l'ennesimo suicidio di un piccolo artigiano veneziano per mancanza di liquidità, è giunto il momento che le banche non lascino  più nessuno da solo. Dopo gli ingenti aiuti dati dalla BCE ai nostri istituti di credito è bene che questi soldi vengano prestati all'economia reale, ovvero alle famiglie e alle imprese".

 

Sono queste le prime dichiarazioni rilasciate da Giuseppe Bortolussi, segretario della CGIA, dopo il caso di Ivano Polita, artigiano di Noventa di Piave, che ha deciso di togliersi la vita per mancanza di liquidità.

 

"Questo gesto estremo - prosegue Bortolussi - va ad aggiungersi alla cinquantina di casi che si sono verificati nel Veneto negli ultimi 3 anni di crisi economica. E' giunto il momento che le parti sociali , la politica e tutti i soggetti attivi facciano quadrato e affrontino con determinazione questo dramma sociale".

 

Sicuramente, sottolineano dalla CGIA, qualcosa si è rotto.

 

"Quando famiglia e impresa sono tutt'uno, come qui nel Veneto, - prosegue Bortolussi - non c'è più nessuna distinzione di ruoli. Piccoli imprenditori e i loro lavoratori dipendenti sono la stessa cosa: il dramma e le difficoltà degli uni è condiviso anche dagli altri. Per questo di fronte al gesto estremo di molti piccoli imprenditori mi balza agli occhi una cosa. Il lavoro è vissuto come un valore n grado di garantire il benessere proprio e quello dei collaboratori. Quando questa certezza viene a mancare, il rischio che l'impalcatura sociale su cui abbiamo costruito la nostra fortuna ci cada addosso, porta molte persone a compiere quel gesto estremo."

Oltre all'analisi di questo triste fenomeno, la CGIA dà anche un consiglio a chi si trova in serie difficoltà economica.

 

"Oltre a ridefinire il ruolo e le funzioni delle banche, mi permetto di consigliare a chi si trova in difficoltà - conclude Bortolussi - di rivolgersi anche presso le associazioni degli artigiani, degli industriali o dei commercianti. Con i loro sportelli sono presenti diffusamente su tutto il territorio e sono in grado di intercettare i problemi e trovare le soluzioni più adatte per risolverli. Con i loro organismi del credito sono nelle condizioni di dare una mano a chiunque si trovi in difficoltà. Sono un'ancora di salvataggio per tutti coloro che da imprenditori e padri di famiglia, si trovano ogni giorno a dover affrontare le difficoltà rese più aspre dalla crisi che interessa il nostro Paese".

 

 

 


Veneto: con la crisi sono fallite 3 mila aziende. 10.000 posti di lavoro in meno
Postato da admin [27/01/2012 20:04]

La crisi economica ha "bruciato" più di tremila aziende. E' questo il triste bollettino di guerra che il Veneto, secondo l'elaborazione della CGIA, ha registrato in questi ultimi 3 anni di dura crisi economica. Tra il 2009 ed il 2011, la variazione di crescita dei fallimenti è stata del +29,1%, quasi 5 punti percentuali in più rispetto alla media nazionale. Se nel 2009 le aziende venete che hanno chiuso i battenti anticipatamente sono state 869, nel 2010 hanno raggiunto il numero record di 1.198, mentre l'anno scorso si sono attestate sulle 1.122 unità.

 

"I trasporti, l'edilizia, il commercio ed il metalmeccanico - segnala Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA di Mestre - sono stati i settori più colpiti da questa crisi. Se alle difficoltà legate alla difficile congiuntura economica si somma la mancanza di liquidità che ha fatto capolino proprio in questi ultimi tre anni, il quadro generale si commenta da sé. Se poi aggiungiamo anche la cattiva abitudine di pagare in ritardo i fornitori, la chiusura per fallimento di oltre 3.000 imprese ha fatto perdere almeno 10.000 posti di lavoro".

 

 

Per questo, sottolineano dalla CGIA, è necessario che il Governo, dopo l'apertura avvenuta con il decreto sulle liberalizzazioni, recepisca quanto prima la Direttiva europea contro i ritardi dei pagamenti. Solo così si potrà frenare questo ingiustificato fenomeno, consentendo così ai fornitori di essere pagati entro 60 giorni dall'emissione della fattura, sia dal pubblico sia, dalle aziende private.

 

 

IL NUMERO DEI FALLIMENTI IN VENETO

 

 

 

2009

2010

2011

Var. % 2009-2011

Totale fallimenti 2009-2011

VENETO

869

1.198

1.122

+29,1

3.189

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      Elaborazione CGIA Mestre su dati Istat e Cribis

 

 


Un fallimento su tre è causato dai ritardi nei pagamenti
Postato da admin [22/01/2012 23:12]

IMPRESE: UN FALLIMENTO SU TRE, STIMA LA CGIA DI MESTRE, E' CAUSATO DAI RITARDI NEI PAGAMENTI

 

Tra il 2008 ed il 2011 hanno fallito oltre 39.500 imprese.

Bortolussi : "C'è il pericolo che si verifichi un aumento dell'usura e del numero di infiltrazioni malavitose nel nostro sistema economico"

 

 

Nel 2011, quasi un fallimento su tre, stima la CGIA di Mestre, è stato causato dai ritardi nei pagamenti. A fronte di 11.615 imprenditori italiani che hanno portato i libri contabili in Tribunale, circa 3.600 (pari al 31% del totale) lo hanno fatto a causa dell'impossibilità di incassare in tempi ragionevoli le proprie spettanze. Una situazione, purtroppo, che  non ha eguali in Europa.

 

Come si è giunti alla soglia del 31% ? Secondo i dati Intrum Justitia, la percentuale di aziende che in Europa falliscono a causa dei ritardati pagamenti è pari al 25% del totale. Se teniamo conto che nel nostro Paese i ritardi superano la media europea di 26 giorni, la CGIA stima che la nostra media nazionale oltrepassa il 30% del totale. Indubbiamente anche la crisi economica ha contribuito ad aggravare questa situazione. Infatti, il trend dei ritardi avvenuto in Italia in questi ultimi 4 anni è quasi raddoppiato (+97,5 %). Se, infatti, nel 2008 la media era di 27 giorni, l'anno scorso gli imprenditori italiani sono stati pagati mediamente con 53 giorni di ritardo. Se poi teniamo conto che i tempi medi effettivi di pagamento che si registrano in Italia sono i più elevati d'Europa (180 giorni se il committente è la Pubblica amministrazione, 103 giorni se il committente è un'azienda privata), la situazione che si è sviluppata in questi ultimi ani è drammatica: tra il 2008 ed il 2011  hanno fallito oltre 39.500 aziende.

 

"Pur riconoscendo che questo Governo ha iniziato con il piede giusto  - commenta Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA di Mestre -  è necessario che recepisca quanto prima la Direttiva europea contro il ritardo nei pagamenti. La mancanza di liquidità sta facendo crescere il numero degli 'sfiduciati', ovvero di quegli imprenditori che hanno deciso, nonostante i grossi problemi che si sono accumulati in questi ultimi anni, di non ricorrere all'aiuto di una banca. E' un segnale preoccupante che rischia di indurre molte aziende a rivolgersi a forme illegali di accesso al  credito, con il pericolo che ciò dia luogo ad un aumento dell'usura e del numero di infiltrazioni malavitose nel nostro sistema economico".

 

Infine, sottolineano dalla CGIA,  a livello territoriale è la Lombardia la Regione che ha subito il numero più elevato di fallimenti, sia in termini assoluti, sia quando si prende in considerazione l'incidenza ogni 10.000 imprese attive.   L'anno scorso 2.613 imprenditori lombardi hanno portato i libri in Tribunale: praticamente ci sono stati 31,5 fallimenti ogni 10.000 aziende attive.

 

 

STIMA DEGLI EFFETTI DEI RITARDI DI PAGAMENTO SUI FALLIMENTI DELLE IMPRESE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2008

2009

2010

2011

 

Var. ass 2008-2011

Var. %

2008-2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ritardi di pagamento (giorni)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FRANCIA

13

20

18

18

 

+5

+35,0

 

 

 

 

 

 

GERMANIA

14

17

10

10

 

-4

-30,2

 

 

 

 

 

 

SPAGNA

24

31

37

39

 

+15

+62,5

 

 

 

 

 

 

REGNO UNITO (*)

18

20

18

18

 

-0

-1,3

 

 

 

 

 

 

ITALIA

27

34

49

53

 

+26

+97,5

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Media (**)

19

25

26

27

 

+8

+42,7

 

 

 

 

 

 

 

TOTALE N° FALLIMENTI IN ITALIA

 

 

7.238

9.383

11.319

11.615

 

+4.377

 

 

 

+60,5

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stima % dei fallimenti dovuti ai ritardi di pagamento (***)

24,9

25,0

30,0

31,0

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stima n° fallimenti dovuti ai ritardi di pagamento

 

1.800

2.350

3.400

3.600    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(*) per il 2008 eccetto Scozia e Irlanda del Nord

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(**) Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Italia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(***) In Europa, tale percentuale si attesta al 25%, mentre in Italia si stima che nel 2011 abbia inciso, visto

che registriamo il record nei ritardi nei pagamenti,   per il 31%

 

Elaborazione Ufficio Studi CGIA Mestre su dati Intrum Justitia e Cerved

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IMPRESE: N°  FALLIMENTI (anno 2011)

 

 

 

 

N. fallimenti

Fallimenti ogni 10.000 imprese attive

 

 

LOMBARDIA            

2.613

31,5

 

 

LAZIO               

1.215

26,1

 

 

FRIULI-VENEZIA GIULIA

250

25,4

 

 

MARCHE              

398

25,0

 

 

VENETO              

1.122

24,4

 

 

TOSCANA             

843

22,9

 

 

UMBRIA              

185

22,1

 

 

CAMPANIA            

1.008

21,3

 

 

EMILIA ROMAGNA      

899

20,9

 

 

PIEMONTE            

857

20,4

 

 

LIGURIA             

235

16,4

 

 

CALABRIA            

249

15,8

 

 

SICILIA             

601

15,8

 

 

PUGLIA              

529

15,6

 

 

MOLISE              

49

15,2

 

 

SARDEGNA            

213

14,4

 

 

ABRUZZO             

180

13,5

 

 

TRENTINO A.A.

122

11,9

 

 

VALLE D'AOSTA       

9

7,3

 

 

BASILICATA          

38

7,0

 

 

ITALIA

11.615

21,9

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Elaborazione Ufficio Studi CGIA Mestre su dati CRIBIS

 

 

 

 

 

 

 

 


Il pubblico paga a 4 mesi
Postato da admin [20/10/2011 21:32]

Uno dei problemi assillanti per le imprese è il ritardo dei pagamenti da parte della Pubblica amministrazione per forniture e servizi. Questo fenomeno sta mettendo le imprese in situazione di sofferenza e a volte si trasforma in procedure concorsuali. A tal proposito la Fondazione Imprese ha pubblicato una nota che per la redazione del BLOG INSIEME è molto significativa.

Cliccando sull'allegato qui sotto riportato puoi leggere la nota. 

 
Allegati
 Nota della Fondazione Impresa
 


L'italianità di Enrico Mattei
Postato da admin [27/07/2011 00:43]

Nel 150° dell'unità d'Italia ci piace pubblicare un articolo dell'Ing Giuseppe Accorinti, già dirigente ENI, collaboratore di Enrico Mattei, autore di un bellissimo libro : " Quando Mattei era l'impresa energetica- io c'ero, Edizione Hacca", scritto per il numero speciale " 150 ANNI di energia, Scienza e Innovazione" sulla rivista ENEL "OXYGEN", che ricorda la storia di un Grande di cui l'Italia dovrebbe non solo andar fiera, ma ricordarlo alle nuove generazioni. Se il nostro Paese ha potuto raggiungere negli anni'80 il quinto posto tra le potenze industriali del mondo e ancora appartenere ai G8, larga parte del merito va ascritto alle intuizioni e realizzazioni nel campo della politica energetica, di cui l'ENI di Mattei costituisce tuttora una delle eccellenze italiane nel mondo.

 

Articolo di G. Accorinti per la  Rivista  ENEL "OXYGEN" -Giugno 2011- dal titolo

             " 150 ANNI di ENERGIA, SCIENZA e INNOVAZIONE"-  con 62 profili

                                 di ITALIANI EMINENTI in questi settori

[-ediz. completa]

           Innanzitutto grazie alla bella Rivista OXYGEN perché, richiedendomi un testo, mi offre la possibilità di raccontare -uso questo verbo perché io c'ero con l'Ing .MATTEI e

ho lavorato con Lui in Italia e in Africa- uno degli aspetti meno conosciuti di Lui  e cioè quella Italianità che è stata una costante anche nella Sua vita Aziendale.

             E' nota l'immagine dell'Italiano che nei due dopoguerra andava emigrante con la valigia di cartone: ed era una cosa che Lui stesso di tanto in tanto ricordava e contro la quale cominciò a combattere quando nel 1956; dopo aver trovato quel metano che fu uno degli elementi essenziali per il miracolo italiano e non avendo trovato in Italia quel petrolio greggio di cui pure il nostro Paese aveva estremo bisogno decise la internazionalizzazione dell'ENI trasferendo così in una 40na di paesi del mondo -oltre 30 in Africa- la Sua sfida alle Società anglo-americane del cartello petrolifero mondiale.

            Ed proprio perché si sentiva orgoglioso di quanto gli italiani andavano realizzando nei fantastici anni '50 ed è anche perché registrava  i successi all'estero delle imprese italiane, in prima fila quelle del Gruppo ENI che  nel 1961 l'Ing. MATTEI  decise di dare testimonianza dei grandi progressi dell'Italia facendo realizzare un lungometraggio dal titolo molto eloquente "l'Italia non è un Paese povero"titolo che seppure non lo avesse suggerito Lui stesso -cosa che io ho sempre sospettato- corrispondeva certo al suo sentire. Il filmato iniziava mostrando, con immagini molto crude, -erano passati solo 15 anni- l'Italia distrutta e povera della fine del II° dopoguerra e poi  documentava il grande salto di qualità del decennio successivo; si parla sempre degli anni '60 ma il decennio fondamentale era stato il precedente-. Ne usci un lungometraggio di 110minuti affidato alla regia del giovanissimo olandese Joris Ivens -un trotskista! sic!considerato ancora oggi un maestro della filmografia; e Le immagini degli anni '40 erano talmente forti che la RAI  non volle trasmettere in TV il filmato e negli anni successivi lo propose solo come "frammenti da.."-:

Dopo la tragica scomparsa dell'Ing. MATTEI nel cielo di BASCAPE', il filmato era rimasto -chissà perché- nascosto in un archivio della SNAM e solo qualche anno fa la nuova eni di SCARONI e POLI lo  ha rimesso in circolazione nel quadro del forte recupero della memoria di ENRICO MATTEI supportato anche dall'ARCHIVIO STORICO eni a partire dal 2006, anno CENTENARIO della nascita.

            Ma poiché ho poco spazio provo subito a fornire qualche prova del fatto che  ENRICO MATTEI volle, da sempre, che la nostra presenza all'estero fosse caratterizzata anche da una forte italianità alla quale Lui stesso - che noi giovani all'AGIP chiamavamo il  PRINCIPALE- ci richiamava continuamente: ricordo una sua bella frase che ha sempre informato il nostro modo di essere all'estero: "non andiamo mai all'estero con l'idea di abitare in una terra straniera".

          Ed ora alcuni esempi che considero simbolici dell'italianità del Fondatore dell'ENI

     - Intanto Lui ci obbligava a girare l'Africa- anche la lontana Africa Nera- con la macchine della FIAT - le gloriose 1100, tutte gialle e con il cane a sei zampe-; e perché la macchine FIAT? Il motivo ci era chiaro: perché noi eravamo un'Azienda Italiana e la FIAT era l'Italia. Confesso che  noi non eravamo proprio entusiasti visto che i nostri concorrenti delle Società internazionali giravano con grandi macchine con l'aria condizionata che le FIAT non avevano; e noi eravamo costretti a girare l'Africa con il bagagliaio pieno di pezzi di ricambio, perche con un motore semplice come quello Fiat, si trovava sempre qualche meccanico, anche europeo ma non solo, capace di fare una riparazione, ma i pezzi di ricambio, quelli proprio no e avrebbero dovuto arrivare in aereo..

     - E questo diventò una costante anche per le macchine personali dopo che in Marocco, quando uno dei nostri che era andato a prenderlo all'Aeroporto di Casablanca con la Sua macchina personale, Mattei scoprì che si era comperato una Mercedes: poco ci mancò che non venisse licenziato. E subito Radio-fante si mise in funzione e i tanti nostri che avevano acquistato macchine straniere si affrettarono a venderle  E il fatto che noi girassimo con macchine italiane diventò anche un elemento positivo per la vendita in loco di  macchine FIAT al punto che in breve tempo nei singoli Paesi si esaurivano i contingenti previste dalle importazioni; ad es. in Costa d'AVORIO l'anno successivo in cui cominciarono a girare le FIAT dell'AGIP il Concessionario -che era poi anche di SIMCA- aveva venduto tutto il palfond consentito di 120 FIAT e venne anche ad aspettarmi all'Aeroporto di ABIDJAN per pregarmi che AGIP -sic!!- intervenisse perché l'Italia avviasse un clearing con acquisto di banane Ivoriane e poter così superare il limite  delle 120 !!

     - Altro es. Ho detto che l'italianità era uno dei must per tutti noi che lavoravamo all'estero: Mattei personalmente era molto attento ai nostri comportamenti e non solo a quelli professionali. Voglio raccontare un episodio,penso molto significativo accaduto ad ACCRA in Ghana la notte del Capodanno 1961 (fare Capodanno a 5 gradi sull'Equatore era un po' dura..), nel grande Hotel Ambassador. Alcuni lavoratori italiani di Agip Ghana, che forse avevano un po' alzato il gomito, verso le 3 del mattino cominciarono a cantare quelle che all'Università di Roma, e non credo solo a Roma, si chiamavano "le osterie".

Naturalmente le cantavano in italiano e quindi le parole non erano nemmeno comprensibili per la gran parte dei presentii. Ma, ahimè era presente qualcuno della nostra Ambasciata il quale, ritenendo negativa la cosa, fu indotto a lamentarsene inviando un rapporto a Roma al Ministero degli Esteri. Dalla Farnesina. il dispaccio fu inviato all'Eni, direttamente alla persona del Presidente Mattei. Lui, di certo, non gradi la cosa; dispose una breve inchiesta e poi inviò ad ACCRA un telegramma in cui invitava il Capo area AGIP del West Africa a far rientrare in Italia i 5 Collaboratori  "con i loro bagagli;" e al rientro furono licenziati con la motivazione che il loro comportamento non aveva  tenuto conto del fatto che oltre a rappresentare l'Agip all'estero loro rappresentavano anche l'Italia.

     - Altro es. E forse sempre pensando agli italiani che erano partiti con la valigia di cartone, nel 1961 -quando la nostra presenza all'estero si  stava già consolidando- fece una cosa sorprendente e assolutamente innovativa:mise l'annuncio in un giornale inglese invitando gli italiani che già lavoravano all'estero a rientrare in patria per   essere assunti all'Eni, formati alle tecniche del petrolio, con l'impegno però di tornare all'estero, questa volta con ben altra dignità di lavoro, in quanto erano lavoratori- Mattei non usava mai la parola dipendenti- dalla parte della proprietà italiana  e non stavano, come si usava dire allora,  "a padrone da altri"

     - E ancora sul senso di italianità nel 1960: la spedizione Italiana guidata dal Prof. ARDITO DESIO -amico di Mattei- conquistò la vetta  del K2 con il grande alpinista Achille  COMPAGNONI. Fu un'impresa   che dette grande rilevanza per l'Italia nel mondo; e per premiare il   coraggio di  COMPAGNONI grande Italiano, MATTEI decise di costruire  a CERVINIA - dove Lui abitava, un MOTELAGIP da affidare in gestione stesso COMPAGNONI Perciò ci fece acquistare  un terreno per realizzare un altro MOTELAGIP. Io lavoravo a Torino e  ricevetti in ufficio COMPAGNONI e ricordo ancora l'emozione che  provai anche vedendo la mano senza una o due  falangi perdute per  l'assideramento in altissima quota; poi fui trasferito a Genova e non me ne occupai più: ricordo che incontrammo qualche difficoltà per i permessi e, tragicamente scomparso nel cielo di BASCAPE' Enrico MATTEI,  non se ne fece più niente, purtroppo per COMPAGNONI, ma anche per noi

      - E noi dell'AGIP all'estero in un certo senso rappresentavamo anche l'Italia perché  mandati da Mattei -nei Paesi ex francesi ci chiamavano les garcons de Mattei- per cui  eravamo ricevuti  dai Capi di Stato anche molto importanti -nel mio caso dal Presidente SENGHOR del Senegal e da Huphouet BOIGNY della COSTA D'AVORIO- anche senza chiedere l'assistenza dell'Ambasciata;

     - Anno 1958 da una registrazione che mi è stata mandata da uno dei Grandi Capi attuali -al tempo uno dei miei giovani e migliore Collaboratore -che Lui ha usato per quei momenti di motivazione delle forze di vendita che oggi in Azienda si chiamano "cascade"; si tratta di un raro reperto filmato del 1958 della durata di 1,15' in cui l'Ing. MATTEI parlava a braccio -non era un oratore, quando parlava sembrava che cercasse le parole ma in TV era efficacissimo perché bucava lo schermo-  in occasione della premiazione degli Anziani del Gruppo a Roma all'HOTEL EXCELSIOR [c'ero anch'io, che ero entrato all'AGIP solo da un paio d'anni, ma anche questo coinvolgimento dei nuovi assunti in appuntamenti importanti era un must per l'Ing.MATTEI al fine di creare clima e continuità d'impresa ] ; e Lui chiedeva ai presenti con tono appassionato di fare per il nuovo anno uno sforzo ancora maggiore nel lavoro spiegando che il Gruppo ENI -che aveva solo 5 anni!!..- era diventato una grande impresa che, quindi, aveva più avversari di prima, e chiuse con queste parole:camminiamo verso un domani che sarà di  prosperità, per Voi, per l'AGIP, per il Gruppo ENIma soprattutto per il nostro Paese.

     - Ed ancora: 1959 AGIP Direzione Generale: l'Ufficio Assistenza tecnica oli combustibili gli invia un Promemoria chiedendo l'assunzione di 2 Ingegneri: il Promemoria era diretto a Lui che da noi  all'AGIP era A.D. ma anche D.G. per cui era l'unica persona che potesse disporre  una nuova assunzione; il Promemoria torna indietro con la scritta: 1. Dopo un po' di esitazione l'Ufficio manda un nuovo Promemoria insistendo che ne servono proprio 2, uno con Sede a Milano e l'altro con sede a Roma; e la risposta arriva rapidamente: io avevo messo l'1 avanti al 2: assumetene 12, e poi si rende conto- immaginando le perplessità-  che era necessaria unaspiegazione ed aggiunse: assumetene 12 perché l'ENI ha anche il dovere di addestrare Ingegneri che servano comunque al nostro Paese [era nota la Sua predilezione per i giovani e soprattutto per gli Ingegneri che ruotava continuamente e li sceglieva anche come Capi del Personale]

     - Voglio aggiungere qualcosa che, a tanti anni di distanza, nel 2002, ho sentito nel corso di una lunga intervista sulla Terza Rete Tv all'avvocato Gianni Agnelli condotta dal giornalista Caracciolo, e che spaziava sugli avvenimenti della seconda parte del NOVECENTO, praticamente da quando aveva preso il comando della Fiat. Ebbene fui molto piacevolmente sorpreso che, a tanta distanza di tempo, il grande Avvocato ricordasse con stima Enrico Mattei citando, con ammirazione,  quanto In termini di italianità aveva visto realizzato dalla gente di Mattei all'estero.

      - Chiudo,  con due Sue  belle frasi che fanno sempre riferimento al nostro Paese:

1)   Preferisco essere povero in un Paese ricco anziché ricco in un Paese povero E' la frase con cui Enrico MATTEI accettò la richiesta del famoso Presidente della BANCA COMMERCIALE ITALIANA RAFFAELE MATTIOLI di prestare a garanzia del finanziamento all'A.G.I.P. (allora si scriveva così..) la propria Azienda personale la CHIMICA LOMBARDA con la quale aveva fatto tanta fortuna negli anni '30 a Milano. Il prestito consentì all'Azienda dello Stato di riprendere le ricerche a Caviaga, vicino a Milano, fino alla scoperta di quel grande giacimento di metano -un combustibile sino ad allora del tutto sconosciuto non solo in Italia ma in tutta l'Europa Occidentale e utilizzato solo in USA e Russia - e che si è rilevato essenziale per l'industria Italiana.

2)  una bella frase presa da uno dei suoi discorsiche figurava nel ricordino funebre dopo la tragica scomparsa      

                                                           Operare in silenzio

con tenacia nell'interesse del nostro Paese.

Ogni giorno un'ansia nuova ci sospinge

   fare, agire, assecondare

                                          lo sforzo di questo nostro Popolo che risorge;

    Noi abbiamo fiducia nella Provvidenza

Essa assiste sempre tutti;

  e assiste il nostro Paese,

   che fiorisce e si rinnova.

 

 

 

 


Statuto delle imprese
Postato da admin [28/03/2011 00:27]

La redazione del BLOG INSIEME invita i visitatori a leggere lo Statuto delle impresa qui sotto allegato.
 
Allegati
 Statuto Imprese
 


Unanimità su PMI
Postato da admin [18/03/2011 21:55]

La Camera ha approvato all'unanimità (520 voti favorevoli su 520 votanti) la legge sullo Statuto delle Imprese. Il testo passa ora al Senato.
Il provvedimento recepisce nella normativa italiana lo Small Business Act europeo, e mira a ridefinire lo statuto giuridico e i diritti fondamentali delle imprese, con un'attenzione particolare alle micro imprese e alle PMI, che rappresentano la stragrande maggioranza del tessuto produttivo italiano.
Il testo contiene varie misure di riduzione e trasparenza per gli adempimenti a carico delle imprese e di semplificazione amministrativa.
Viene inoltre istituita una Commissione parlamentare per le PMI.
Possiamo avere una concreta fiducia per il rilancio del nostro sistema produttivo; si tratta di un  altro tassello significativo della rivoluzione liberale di questo governo. Si va creando un quadro legislativo favorevole allo sviluppo delle PMI, applicando con determinazione la direttiva europea dello small business act".
Un  risultato importante che ci dimostra come sia possibile per tutte le forze politiche, di maggioranza e opposizione, arrivare ad un voto condiviso quando e' in gioco la crescita del Paese in particolare delle PMI. L'approvazione del provvedimento è stata accolta con favore da Rete Imprese Italia: "nello Statuto delle imprese - ha commentato il presidente Giorgio Guerrini - troviamo risposte alle nostre aspettative per modificare l'approccio dello Stato alle piccole e medie imprese e per liberarle da costi e vincoli che ne comprimono le potenzialità".
Tra le misure previste dallo Statuto, si può apprezzare molto l'introduzione di una riserva del 60% degli incentivi alle PMI di cui almeno il 25% è destinato alle micro e piccole imprese. Inoltre nella proposta e'apprezzabile l'istituzione della figura del Garante per le micro, piccole e medie imprese, l'importanza dell'analisi preventiva dell'impatto della regolazione sulle PMI, l'applicazione di criteri di gradualità e proporzionalità in occasione dell'introduzione di nuovi adempimenti, la semplificazione nei rapporti con la Pubblica Amministrazione e in particolare delle modalità di accesso delle PMI agli appalti pubblici. 
Se l'iter parlamentare sarà rapido lo Statuto delle imprese arriverà presto al via libera definitivo e darà concreti e positivi risultati.  Tutti ormai sono convinti che servano subito interventi che pongano la piccola e media  impresa al centro delle strategie di sviluppo del Paese.
Antonino Giannone

 


Politica industriale, ma "libera e forte"
Postato da admin [08/09/2010 18:02]

(Una versione ridotta dell'articolo è stata pubblicata da "Liberal" l'8 settembre 2010)

 

Flavio Felice

 

"È venuto il momento che l'Italia si dia una seria politica industriale nel quadro europeo secondo le grandi coordinate dell'integrazione europea". Con questo monito, il Capo dello Stato ha invitato il ceto politico italiano ad assumere un ruolo attivo e responsabile, degno di un paese civile e con un grande bisogno di rimettersi in marcia nella direzione di un soddisfacente sviluppo economico nel contesto dell'economia globale.

Ad ogni modo, non esiste una sola politica industriale e si suppone che il Capo dello Stato non volesse dire "datevi una qualsiasi politica industriale"; sicché, qualunque cosa il Presidente della Repubblica intenda per "politica industriale", è opportuno che le forze politiche si confrontino sui modelli che la scienza economica presenta e sulle concrete esperienze che hanno storicamente contraddistinto la politica industriale del nostro Paese. In modo estremamente semplificato, possiamo rilevare una matrice "centralista-statalista" dello sviluppo ed una "liberale-personalistica", la prima ha fortemente caratterizzato la vicenda economica italiana dall'unità fino agli anni Ottanta, la seconda non è mai stata sperimentata ed ancor oggi stenta a farsi strada. Eppure, la cifra "liberale-personalistica" è antica e vanta tanti padri nobili.

Volendo considerare unicamente la tradizione del cattolicesimo politico italiano, ci soffermeremo su alcuni spunti di uno dei suoi interpreti più autorevoli. Luigi Sturzo nell'appello del 1919: "A tutti gli uomini liberi e forti", con il quale vedeva la luce il Partito Popolare, scriveva: "A uno Stato accentratore, tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo, sul terreno costituzionale, sostituire uno Stato veramente popolare". Sturzo ribadisce tale concetto in più occasioni e nel 1926, in un saggio-recensione al libro di Guido Dorso, intitolato La rivoluzione meridionale, sottolinea che era convinzione del Partito Popolare che nessuna rigenerazione del Paese sarebbe mai stata possibile se non attraverso un'evoluzione verso lo "Stato decentrato ed economicamente libero e con un Mezzogiorno rimesso nell'equilibrio statale". Contrariamente a quanti continuano a sostenere la tesi dei "due Sturzo": uno popolare, precedente all'esilio, ed uno liberista, dopo il ritorno dall'esilio (1924-1946), il fondatore del Partito Popolare nel 1901 nel 1919, nel 1925 e negli anni Cinquanta ripeterà sempre come un mantra la sua visione federalista, personalista e liberale: "perché la poca saldezza di fede nei principi liberali, sui quali si è voluta poggiata l'unità della patria, è la causa di un timor panico geloso che invade i nostri uomini, quando si parla di decentramento e di federalizzazione regionale, e che li ha costretti a sancire quell'uniformità […] che è la rovina delle nazioni moderne"; queste cose Sturzo le scriveva nel 1901, altro che "due Sturzo"! Di Sturzo ce n'è uno solo: federalista, liberale e popolare.

Ebbene, a proposito di politica industriale nazionale, con grande lungimiranza, Sturzo sosteneva sin dai primi del Novecento che nessuno sviluppo economico si sarebbe potuto realizzare se prima non si fosse affrontato il nodo della "questione meridionale", e tre sarebbero le condizioni per una rinascita del Mezzogiorno. In primo luogo, una politica di autentiche liberalizzazioni, l'ingerenza statale nell'industria avrebbe creato una situazione insostenibile, definibile in questi termini: "monopolio della grande industria che vive da parassita sulla nazione; paralisi industriale nelle regioni meno favorite dalla centralizzazione economica". In secondo luogo, dare maggiore consistenza economica alle regioni e procedere verso una progressiva articolazione federale dello stato, in modo che "le giunte regionali concorrano con il governo centrale a ristabilire il necessario equilibrio economico fiscale già alterato a danno del Mezzogiorno e delle isole fin dai primo decenni del Risorgimento e poi distrutto dal sistema fascista". In terzo luogo, educare allo spirito d'iniziativa e d'imprenditorialità, affinché il Mezzogiorno sia restituito ai meridionali e siano loro gli attori del suo risorgimento. A questo punto, un'autentica politica industriale che conservi il carattere liberale e personalista, di ispirazione sturziana, si presenta come un sistema di "complessi industriali contigui, indipendenti, collegati per cicli produttivi e serviti da mezzi di trasporto adeguati. Occorre, pertanto, condizionare l'attività industriale in modo da poterla favorire e sviluppare fino al più alto rendimento".

Oggi i cattolici possono contare, oltre che sul Magistero sociale della Chiesa, su un patrimonio di idee e di proposte politiche in gran parte ancora inedito. A differenza di alcune copie scarsamente conformi, il federalismo, il liberalismo ed il meridionalismo di Sturzo e della tradizione del popolarismo sono funzione dello sviluppo economico dell'intera nazione ed appaiono come parti integranti di una politica industriale e sociale che diffida delle soluzione centralistiche, dei piani ciclopici, dell'uniformità legislativa e fiscale, mentre si mostra in sintonia con una visione del progresso economico e sociale coerente con la moderna Dottrina sociale della Chiesa ed incentrato sui corpi intermedi, sui piccoli plotoni, sui mondi vitali, nel rispetto dei principi di sussidiarietà e di poliarchia.

 

Flavio Felice - Presidente Centro Studi Tocqueville-Acton - Adjunct Fellow American Enterprise Institute

 

 


Milano: Formigoni convoca gli stati generali
Postato da admin [23/04/2010 22:30]

MILANO: FORMIGONI CONVOCA GLI STATI GENERALI VENERDI' INCONTRO CON
BANCHE E IMPRESE PER MISURE ANTI-CRISI IN CALENDARIO ANCHE TASK FORCE

ZERO BUROCRAZIA E TAVOLO EXPO

Milano, 19 aprile 2010 - L'analisi approfondita della situazione economica e occupazionale della Lombardia, una verifica puntuale sull'efficacia delle misure anti-crisi decise dalla Regione tra 2009 e 2010 e le proposte di nuovi interventi di sostegno a favore di tutti i settori produttivi per creare nuovi posti di lavoro. Sono questi i punti all'ordine del giorno degli "Stati generali dell'economia e del lavoro", convocati dal presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, per venerdì 23 aprile alle 14.30. Sono dunque le iniziative per uscire dalla crisi e rilanciare l'occupazione i temi centrali dell'agenda del presidente Formigoni per i prossimi giorni. E' stato lo stesso Formigoni ad annunciare oggi tre appuntamenti in calendario la prossima settimana su questo versante, tra cui appunto gli "Stati generali dell'economia e del lavoro". "Pur essendo in attesa della proclamazione ufficiale dei risultati elettorali - ha spiegato - ci sono alcune urgenze che non possono attendere oltre". Formigoni ha parlato di "massimo rispetto per il lavoro della Magistratura che sta facendo le dovute verifiche e svolgendo procedure complesse" ma "ci sono campi che non possono più attendere". Sempre in tema di economia e più in particolare sul versante della semplificazione, Formigoni ha annunciato per mercoledì 21 aprile alle 14.00 l'insediamento della task force "zero burocrazia"; si terrà invece lunedì 19 alle 10.30 il Tavolo Lombardia che coordina la realizzazione delle infrastrutture per Expo. Stati Generali - All'appuntamento sono stati invitati tutti i soggetti protagonisti del mondo economico e imprenditoriale: le banche (Abi, Mediolanum, Banca Nazionale del lavoro, Banca Popolare di Milano, Monte dei Paschi di Siena, Intesa San Paolo, Unicredit, Banca Popolare di Sondrio, Ubi e Banco Popolare); le organizzazioni imprenditoriali (industria, agricoltura, piccole imprese, artigianato); le Camere di Commercio; i sindacati; alcune imprese singole (circa 70) tra cui Vodafone, Impregilo, Techint, Stmicroelectronics. "Ho deciso di convocare questo incontro - ha spiegato Formigoni - per fare il punto sulla situazione economica e verificare l'efficacia delle azioni messe in campo dalla Regione tra il 2009 e il 2010: 1,5 miliardi per gli ammortizzatori sociali, 1,4 miliardi di sostegno alle imprese in particolare per il credito, l'innovazione e l'internazionalizzazione e 200 milioni stanziati a gennaio con il pacchetto fiducia". A questo si aggiunge l'obiettivo di "definire nuove forme di sostegno sia da intraprendere come Regione, sia da proporre al Governo", in tutti i settori produttivi per creare nuovi posti di lavoro. Task Force Zero Burocrazia - Il presidente insedierà mercoledì 21 la task force "zero burocrazia", che risponderà direttamente allo stesso Formigoni e che ha l'obiettivo di "semplificare e ridisegnare da zero tutte le procedure amministrative". Per questo motivo, fanno parte della task force, insieme ai dirigenti regionali, i rappresentanti di Confindustria e Api, le organizzazioni dell'artigianato, dell'agricoltura e del commercio, i sindacati, le cooperative, la Compagnia delle Opere, l'Abi, l?Anci, l'Upl, le Camere di Commercio e Unioncamere. La task force è chiamata a produrre proposte in tre direzioni: non solo sul fronte della Regione ma anche nei confronti del Governo e dell'Unione europea. Tavolo Lombardia - All'ordine del giorno del Tavolo Lombardia, l'esame dei contenuti del dossier di registrazione della candidatura per l'Expo al Bie, frutto del lavoro degli ultimi mesi, e la verifica sullo stato di avanzamento delle opere necessarie alla realizzazione dell'evento. Sono stati invitati al Tavolo il Governo (Presidenza del Consiglio e Ministeri Economia e Finanze, Sviluppo economico, Difesa, Beni e Attività culturali, Infrastrutture e Trasporti, Turismo, Ambiente e Affari esteri), la società Expo, il Comune e la Provincia di Milano, le Camere di Commercio e Unioncamere, Anci, Upl e Comuni di Rho e Pero.

 


PMI: Cicero (VALOREIMPRESE), bene iniziative su cooperative

 (AGI) - Roma, 6 mar. - "Finalmente si sta mettendo mano seriamente sulle cooperative. L'obiettivo infatti e' salvaguardare gli scopi mutualistici previsti dalla Costituzione evitando le distorsioni normative che determinano condizioni di mercato drogato, cioe' la concorrenza sleale a svantaggio delle PMI". Lo ha dichiarato Gianni Cicero, presidente del network Valoreimpresa, coordinatore di Un.i.r.s.i (patto federativo tra importanti realta' organizzate del sociale e dell'impresa) e membro consulta economica Pdl.
  "Lo scopo di Valoreimpresa, il network di imprese e professionisti che presiedo, e' proprio quello, infatti, di portare le piccole imprese all'interno dei mercati; ma il sistema imprenditoriale attualmente prevede normative onerose e vessatorie per le PMI rispetto ad altri mondi. L'opportunita' di arrivare al mercato deve essere uguale per tutti e per agevolarla e' necessario introdurre una nuova considerazione sui sistemi aggregati di imprese e un piu' stretto rapporto di collaborazione tra sistema professionale e sistema di impresa".
  E' da tempo - aggiunge - che denunciamo i gravi danni subiti dalle Pmi derivati da un utilizzo scorretto da parte delle societa' della normativa sulle cooperative, che ha reso possibile il proliferare di una quantita' enorme di cooperative "mascherate" da tali e mai "smascherate". Apprendo favorevolmente, che finalmente il problema del requisito della mutualita' prevalente per le societa' cooperative dal 1° aprile sara' verificato partendo da un modulo, la nuova versione del modello "C17"..
  Per questo il presidente di Valoreimpresa sottolinea che: "E' necessario far nascere medie imprese attraverso l'aggregazione di piccole imprese. Il piccolo imprenditore deve uscire dai personalismi, dall'individualismo e calarsi nello stare insieme imprenditoriale; per questo si rilanci la funzione del Consorzio-societa' consortile e della Centrale Consortile. Non si puo' prescindere da una normativa che introduca vantaggi e tutele scaturenti dall'appartenenza a forme aggregative similari a quelle previste per il mondo della Cooperazione. Si premi la costituzione di reti e filiere economiche tra PMI anche attraverso percentuali di affidamento di gare pubbliche riservate a sistemi aggregati tra Pmi nel rispetto della normativa europea".
 
      
Dott.ssa Marta Moriconi
Resp. Ufficio Comunicazione Valoreimpresa

 


ICI e ruralità fiscale
Postato da admin [16/03/2010 20:14]

Facendo seguito agli impegni assunti ed alle intese intercorse, Vi allego bozza di un articolo relativo al tema, oggi assai discusso dagli operatori del settore, dell'assoggettabilità ad ICI dei fabbricati rurali.

 

Spero che il testo risulti di agevole lettura anche per i "non addetti ai lavori"; in caso contrario non esiterò, su Vostra indicazione, ad apportare le necessarie modifiche/semplificazioni.

 

Ciò che mi preme sottolineare è il fatto che l'argomento, in apparenza, forse, privo di interesse quanto a risvolti "politici", ha in realtà notevoli implicazioni a livello sociale, considerato che:

 

-          stando ai dati diramati dalla Confederazione Italiana Agricoltori, il problema interessa più di 3,5 milioni di fabbricati e, di conseguenza, altrettante famiglie di imprenditori agricoli;

-          le più recenti prese di posizione della Corte di Cassazione paiono voler smentire un indirizzo di tutela del mondo agricolo che, al contrario, il Legislatore ha voluto sancire tramite adozione di norme espresse di favore;

-          la querelle  è tuttora in corso, e vive anche attraverso interrogazioni parlamentari, sollecitate dall'eterno e mai sopito dissidio tra la Magistratura e gli organi di governo centrali.

 

Questi sono gli aspetti che, in chiusura del pezzo, ho cercato quanto meno di accennare, nella consapevolezza che le problematiche legate alla vita quotidiana degli imprenditori del mondo agricolo possono avere ripercussioni forti a livello sociale, considerata la grande rappresentatività e capacità di mobilitazione di cui dispongono le rispettive associazioni di categoria.

 

Attendo Vostro cortese riscontro e, con l'occasione, Vi rinnovo i più cordiali saluti.

 

Avv. Dino Sartori

 
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Made in ...????? Interessa a qualcuno?
Postato da admin [02/02/2009 18:09]

Da ormai sette anni, l'Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani, sta lottando in sede comunitaria per l'approvazione di un principio, per alcuni scontato nella sua semplicità, per altri fondamentale per garantire chiarezza e trasparenza ai propri clienti e una maggiore tutela per il lavoro di maestranze e competenze italiane, ovvero: l'obbligatorietà del marchio d'origine delle calzature.

Molti purtroppo non sanno che, non vi è alcun obbligo di marcatura od etichettatura, per articoli di calzature, di pelletteria, di ceramica, d'abbigliamento o d'arredamento, provenienti da paesi produttori o distributori extraeuropei.

<... Ma come ?!> verrebbe da dire …  Sì !

Ma dov'è la trasparenza nei confronti del consumatore?

La chiarezza dell'etichettatura?

Il rispetto per gli stessi dettaglianti che devono vendere un prodotto, di cui non sanno la provenienza? E da ultima l'onestà?

Io non le vedo! E Voi?

 

Stiamo parlando di un'informazione talmente semplice e scontata per la maggior parte delle persone, che non la si dà.

Si preferisce così lasciare il campo libero ad una serie infinita di "tecniche" per spacciare  il prodotto, come italiano o francese o spagnolo o tedesco, a seconda della comodità ed interesse della circostanza.

 

Vediamo cosa succede nel resto del mondo, nello specifico per le calzature.

L'obbligo di certificare l'origine di una calzatura in importazione esiste dai primi anni '70 negli USA,  da ormai diversi anni in: India,  Paesi Arabi, Giappone, Cina, Vietnam,ecc..

Avete capito bene. I produttori europei di calzature per vendere ed esportare in tutti questi paesi debbono dichiarare e marchiare sui propri prodotti il famoso "Made in …", per noi italiani certamente un vanto in tutto il mondo.

Chiunque però può importare calzature da qualunque paese extraeuropeo, senza che vi sia alcun obbligo né doganale, né commerciale, né tanto meno legale di un'etichettatura indicante la provenienza.

Cosa può secondo voi pensare un consumatore e cosa date per scontato voi tutti, quando vedete  una calzatura, il cui brand richiama "l'italianità" ( Paolo Conte, Fantasia, Donna Venezia, ecc..) oppure che sia  notoriamente italiana, appartenente magari  a qualche grande gruppo della moda, venduta in più o meno famose botteghe del centro o negozi monomarca o  in centri commerciali specializzati "in grandi firme a metà prezzo" ? Difficile immaginare che possano provenire dall'Asia o dal Sud America o da qualche altro Paese a minor costo del lavoro.

 

L'informazione su qualunque prodotto in commercio è la base della tutela del consumatore, del rispetto del cittadino e della correttezza del rapporto qualità/ prezzo.

Tutelare il consumatore significa, oltre ad offrirgli prodotti a prezzi convenienti,  fornirgli anche gli strumenti per valutare veramente se lo sono.

Non vogliamo limitare nessuno nell'acquisto di prodotti extra europei, né a colleghi produttori di produrre direttamente od indirettamente all'estero.

Non imporre però l'obbligatorietà dell'origine del prodotto, significa permettere a chiunque voglia approfittarne, il semplicissimo strumento del dubbio del "probabilmente Made in Italy".

 

 

Noi calzaturieri chiediamo che sia ben chiara e visibile la tracciatura dell'origine delle merci e quindi se un prodotto viene prodotto in Italia, che sia ben chiara questa origine.

Essendo l'Italia nell'Unione Europea  si può pretendere il "Made in Europe" con la tracciatura dell'origine delle merci per le produzioni interne, a differenziare il prodotto proveniente dai Paesi extra UE.

 

Questa semplice informazione, darebbe dei risultati  immediati e a medio lungo termine, quali:

 

  • Stop alla confusione per il consumatore;
  • Maggior valore al Made in Italy, patrimonio di un intero paese;
  • Tutela di tutti i lavoratori e professionisti che in secoli di duro lavoro, capacità imprenditoriali, creatività e maestria hanno saputo realizzare delle opere d'arte per cui l'Italia è famosa nel mondo.

 

Questo è ciò che stiamo semplicemente, ma in maniera ferma e decisa, chiedendo, da diversi anni ormai, alle nostre istituzioni, nazionali ed europee.

Le risposte o spesso le non risposte sono le più disparate:

si va dal mettere in discussione  ciò che è da considerare "Made in Italy",

alla illusoria necessità di dare lavoro anche ai paesi emergenti, ( magari a chi è già la quarta potenza economica mondiale),

oppure all'idea di un'Italia paese di servizi e non più di manifatturiero.

Figuriamoci!

Proprio in queste settimane in cui la finanza non controllata e i paesi cresciuti con essa stanno pagando il prezzo più alto della crisi del credito e dei mutui subprime, il settore manifatturiero, e quello italiano in particolare, dovrebbe essere portato in palmo di mano e coccolato per aver difeso posti di lavoro, professionalità, innovazione, creatività e ricchezza reale.

Di queste scelte di politica economica ne parleremo magari in un'altra occasione.

 

Purtroppo finora ci siamo scontrati con dei colossi economici e lobbies in sede europea che hanno tutto l'interesse a che le regole del gioco restino le stesse.

E chi in particolare? Ovviamente chi ne beneficia maggiormente! 

I grandi gruppi della distribuzione, nordeuropei ed americani in primis, che producono o fanno produrre miliardi di calzature nei paesi a più basso costo della manodopera e poi le commercializzano in Europa beneficiando dell'assenza dell'etichetta d'origine.

Ovviamente a questi si affiancano istituzionalmente i paesi produttori, che fanno "comunella" con i distributori loro clienti, per il medesimo fine.

Pensate che a Bruxelles, presso la sede della Commissione Europea, una schiera di avvocati e consulenti sono permanentemente pagati da questi soggetti, con il solo scopo di impedire o bloccare ogni nostra iniziativa volta all'ottenimento dell'obbligatorietà del marchio d'origine.

Nonostante pensassimo di avere qualche appoggio da altre associazioni o paesi amici, storicamente produttori anch'essi di calzature, ciò non è avvenuto. Da ultima proprio la risposta negativa dalla Presidenza Europea nell'ultimo semestre 2008, il francese Sarkozy, su cui avevamo molto sperato, vista la supposta vicinanza d'interessi in materia tra i due paesi.

 

Finora, aiuto non è arrivato né dall'Europa né dai nostri vicini di casa, ma la partita non è ancora persa. Abbiamo dalla nostra i consumatori, i nostri collaboratori e la nostra voglia di lottare per un principio che riteniamo giusto e indiscutibile.

 

Daniele Salmaso

Presidente Nazionale Gruppo Giovani Calzaturieri A.N.C.I.

 

 
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Alcune riflessioni sul Testo Unico per la sicurezza
Postato da admin [27/01/2009 11:41]

 

Il Testo Unico per la Sicurezza è entrato definitivamente in vigore il primo gennaio 2008.

Gli adempimenti previsti  dal T.U sulla Sicurezza comportano  per TUTTE le aziende  attività  documentali  e  formative .

Le prime richiedono conoscenze  specifiche ed approfondite, mentre le seconde  prevedono la partecipazione a corsi di formazione, per i datori di lavoro e per i dipendenti (dirigenti, preposti e lavoratori), che oltre ad essere onerosi sottraggono  risorse alla attività produttive.

La legge non prende in considerazione la dimensione dell'impresa. L'artigiano, il commerciante,  il professionista, la micro impresa anche con un solo dipendente hanno  gli stessi obblighi documentali,  formativi ed organizzativi che fanno carico all'azienda strutturata con oltre 200 dipendenti. Anche la possibilità di autocertificare l'effettuazione della valutazione dei rischi per le aziende che occupano fino a 10 lavoratori, decadrà a partire dal 30 giugno 2012. E' chiaro che l'incidenza dei costi non pesa equamente nei due casi.  

La normativa approvata ed imposta dalle Direttive  dell'Unione Europea bene si adatta alla struttura produttiva prevalente in Europa che è formata in gran parte da grandi aziende ( le maggiori imprese di costruzione italiane  hanno dimensioni minime rispetto alle maggiori imprese europee).

La composizione della  nostra  produttiva  è completamente diversa, anzi opposta. In Italia le imprese piccole e le micro imprese rappresentano oltre il 95% di tutte le imprese. L'Italia quando ha tentato, nella fase del recepimento della direttiva Europea sui Cantieri Edili, di introdurre norme che tenessero conto della specificità nazionale, limitando dell'obbligo della presenza del Coordinatore per la Progettazione e per l'Esecuzione  nonché del Piano di Sicurezza e Coordinamento ai cantieri in cui le opere previste richiedevano più di 200 giornate lavorative, è stata obbligata a fare marcia indietro.

Nessuno mette in discussione la necessità e la validità del provvedimento, ma un Governo consapevole di questo evidente  squilibrio  deve provvedere a favore delle piccole imprese con una maggiore determinazione ed incisività di quella annunciata nelle disposizioni finora contenute nel T.U. che sono di là da venire, e favorire il percorso virtuoso che  porta a migliorare la sicurezza e la salute di tutti i lavoratori.

 

Ing. Alessandro Volta

 

 

 
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Chi paga il conto
Postato da admin [16/12/2008 18:38]

Ecco la domanda alla quale gli esperti di tutto il mondo stanno cercando di dare una risposta.

Che non si tratti della crisi del '29 lo hanno capito tutti, che le ripercussioni del credit crunch siano universali anche, ma che tutti i Paesi non hanno gli stessi problemi sembra lo abbiano capito in pochi.

L'America vive l'incubo dei mutui subprime, il Regno Unito paga l'isolamento della Sterlina e la chimera del primo mercato finanziario, la Russia l'isolamento commerciale, la Cina la vocazione esportatrice, ecc.

In qualsiasi ospedale del mondo, anche il più malridotto, la terapia non può essere uguale per patologie differenti.

La Cina, accortasi di quanto sia stato avventato fidarsi solo ed esclusivamente del primato mondiale nelle esportazioni, ha deciso di investire oltre 600 miliardi di Dollari nello sviluppo interno, in questo modo assorbe la manodopera disoccupata e rilancia  gli investimenti (ricordo che nei primi 10 mesi del 2008, nella sola regione del Guangdong ci sono stati oltre 52.000 fallimenti di PMI).

L'Inghilterra ha approvato un pre-budget, riducendo drasticamente le imposte sui consumi e incrementando gli investimenti nella ricerca e a favore delle Università. La Francia ha privilegiato le imprese investendo 15,5 miliardi di Euro per anticipare i rimborsi alle imprese per crediti d'imposta e IVA e per sostenere l'industria dell'auto, che in Francia occupa il 10% della popolazione attiva.

Tutte terapie calibrate sulla patologia del paziente, che rilanciano la competizione globale, ora ogni Paese deve trovare la cura migliore e più veloce per guarire. Ma per essere certi di non subire una ricaduta o peggio un rigetto, bisogna trovare una cura a lungo termine, una forma di vaccino che ci renda immuni dai prossimi attacchi di panico.

Qualcuno in Italia ancora si domanda se ci sia la crisi (sole 24 Ore del 10 dicembre 2008 - cassa integrazione record ma anche alberghi al completo) non sfugge infatti ad un osservatore attento come l'italiano, anche se allarmato dalle notizie, non abbia cambiato di molto le sue abitudini, tutto ciò può essere un bene per l'umore della nazione, ma può diventare un bumerang per il futuro del Paese. Il binomio cassa integrazione/consumi mal si addice ad una politica di ripresa economica a lungo termine. I denari della cassa integrazione prima o poi finiscono.

Ciò di cui il nostro Paese abbisogna è un puntuale inventario degli asset industriali che garantiscono un vantaggio competitivo all'Italia (chiamateli se volete quattro F, anche se non concordo con questa limitativa categorizzazione) e una programmazione a lungo termine a favore delle imprese che operano in questi settori.

Lo scorso anno, rispondendo ad uno studente, il quale mi chiedeva: "Cosa può fare l'Italia se la Cina fa tutto?", alla  Guangdong Interantional Univerity di Guangzhou, io gli ho ricordato, con orgoglio, che la Cina non avrà mai l'offerta turistica italiana e che un cinese per vedere le opere d'arte universali dovrà sempre venire in Italia, un cinese per bere il vino migliore dovrà bere il vino italiano, le fabbriche cinesi per vendere nel mondo dovranno sempre ingaggiare stilisti e designer italiani.

Quindi serve una terapia d'urto per la sopravvivenza delle imprese che rappresentano il vantaggio competitivo italiano (si tratta di applicare la vecchia e arcinota teoria di David Ricardo) oppure rassegnarci a pagare il conto.

 

Gianni Corradini

Prof. dott. Università di Trieste

 

 
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