Torna la DC
Postato da admin [19/12/2016 17:48]



Con il decreto n.7756/2016 v.g. il giudice del Tribunale di Roma-Terza Sezione civile,  dr Guido Romano, in data 13 Dicembre 2016 , accogliendo la richiesta di convocazione degli amici Luciani, Alessi, Grassi, Gubert e D’Agrò, a nome di oltre il 10% de  soci DC che nel 2012 rinnovarono l’iscrizione al partito, ha disposto:

 

“ la convocazione dell’assemblea nazionale degli associati all’associazione non riconosciuta “ Democrazia Cristiana” presso la Sala Leptis Magna dell’Hotel Ergife di Roma ( Via Aurelia, n.619) per il giorno 25 Febbraio 2017 ore 21.00 in prima convocazione e per il giorno 26 Febbraio 2017 ore 10.00 in seconda convocazione per deliberare sul seguente ordine del giorno:

  1. nomina del presidente pro tempore della riunione e del segretario verbalizzante

  2. nomina del presidente dell’associazione

  3. varie ed eventuali

 

e, a tal fine: “designa il ricorrente Sig.Nino Luciani a presiedere detta assemblea e ad eseguire tutte le formalità necessarie conseguenti alla disposta convocazione”.

 

Trattasi di un’autentica svolta, che permette, finalmente, di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 secondo la quale: “ la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”.

 

Tutti noi, che dal 1993 abbiamo operato, tra mille difficoltà e incomprensioni, per la ricomposizione dell’area democratico cristiana, popolare e liberale e che, venuti a conoscenza della sentenza della Cassazione del  2010 avevamo concorso a riaprire nel 2012  il tesseramento alla DC di tutti i soci che erano stati iscritti allo scudo crociato nel 1992, data ultima del tesseramento della DC storica, non possiamo che esprimere un sentimento di viva gratitudine nel constatare che finalmente abbiamo trovato un giudice a Roma.

 

Un ringraziamento particolare va fatto a quanti in tutti questi anni della dolorosa diaspora democristiana, hanno sofferto e si sono battuti per dare pratica attuazione alla sentenza della Suprema Corte, e un fraterno e caloroso invito va rivolto a coloro che INSIEME a noi ci aiuteranno a portare a compimento il progetto di rinascita della Democrazia Cristiana Italiana.

 

All’amico Prof Nino Luciani che, con Alberto Alessi e  Leo Pellegrino, è stato tra i principali protagonisti di quest’ultima fase nei rapporti con il tribunale di Roma e nei primi adempimenti da esso richiesti, spetta adesso il compito di procedere agli adempimenti di cui al decreto del giudice.

 

Nell’attuale deserto della politica italiana e con la scomparsa delle culture politiche che hanno costruito il patto costituzionale, rinsaldato dal voto referendario del 4 Dicembre, il ritorno in campo ufficiale della Democrazia Cristiana, ossia di un partito che intende porsi come il naturale interprete degli orientamenti pastorali della dottrina sociale della Chiesa, imperniati sul valore del primato della persona e della famiglia naturale di un uomo e di una donna, la funzione essenziale dei corpi intermedi regolata secondo i principi della sussidiarietà e solidarietà, ritengo costituisca un fattore di grande rilievo.

 

Contro le logiche dell’imperante finanz capitalismo che determina l’asservimento dell’economia reale e della politica ai propri fini speculativi, solo con la presenza di una cultura politica, come quella democratico cristiana, aperta alla collaborazione con altre culture non incompatibili con i valori dell’umanesimo cristiano, possiamo concorrere a proporre una piattaforma programmatica per l’Italia e l’Europa in grado di offrire una nuova speranza alle giovani generazioni e alle attese della povera gente.

 

La nostra azione sarà improntata al massimo di apertura e di inclusione, senza volontà di rivincite e di laceranti rivendicazioni, per puntare, con il nuovo congresso da tenersi a breve, a riportare all’ovile tutti quanti, entusiasti, tiepidi o smarriti e orfani, intendono ricomporre l’unità dei democratico cristiani italiani. Un appello speciale alle donne e ai giovani di cui sentiamo forte il disagio per una situazione di anomia e precarietà che reclama risposte generose e coraggiose non più rinviabili.

 

Una prima forte iniziativa partirà proprio dal Veneto, con una conferenza stampa che intendiamo organizzare a Venezia e con un convegno da tenersi a Gennaio al quale inviteremo tutti coloro che si sentono di far parte della grande casa Democratico Cristiana.

 

Abbiamo bisogno di forze giovani e cristianamente ispirate, con le quali promuovere una nuova classe dirigente attraverso una nuova Camaldoli programmatica, da tenersi a primavera, con le espressioni migliori della cultura cattolica e popolare, della vasta  e articolata realtà sociale del laicato cattolico italiano, dalle quali fare emergere i nostri candidati per le prossime elezioni politiche e amministrative.

 

Ettore Bonalberti

già Consigliere nazionale della DC


 

Venezia 16 Dicembre 2016

 

 

 


Articoli della Costituzione a confronto
Postato da admin [18/09/2016 09:30]


Cliccando sull'allegato e puoi leggere gli articoli della Costituzione che sono stati modificati con la nuova legge, che sarà sottoposta a referendum. 
 
Allegati
 Articoli della Costituzione a confronto
 


SIMULAZIONE ITALICUM
Postato da admin [17/08/2016 21:34]


 


Referendum, le ragioni del NO
Postato da admin [08/08/2016 19:56]

Subito dopo l’estate aumenterà il flusso di informazioni e controinformazioni sul tema del referendum costituzionale. Sarà dunque il caso di mettere un punto sulle ragioni per il No alla riforma Boschi-Renzi. La riforma costituzionale, annientando la garanzia costituzionale dell’art. 138 della Costituzione per le leggi di revisione costituzionale (doppio esame della legge da parte di due Camere di pari dignità), in collegamento con la legge elettorale (che dà la “maggioranza dei seggi” alla “maggiore minoranza”), consente al Governo di modificare l’intera Costituzione, facendo leva su una “maggioranza fittizia”, che non esprime affatto la volontà della maggioranza degli Italiani. In sostanza, sono violati i principi fondamentali dell’eguaglianza dei voti e della reale “rappresentanza politica”.

La cosa è estremamente grave, poiché i Governi degli ultimi decenni hanno dimostrato di essere asserviti (come del resto la cosiddetta “troica”) ai voleri della finanza, la quale impone l’approvazione di leggi in proprio favore e contro gli interessi del Popolo (sanità, ambiente, ecc.).

Lo si è già visto, da ultimo, con le leggi “Sblocca Italia”, “Jobs Act”, “Riforma della pubblica amministrazione”, le quali subordinano l’interesse dell’impresa (e cioè delle multinazionali) alla tutela del diritto al lavoro, alla tutela della salute e alla tutela dell’ambiente. Si rende, in altri termini, legittima la subordinazione dei cittadini alla volontà del governo e la subordinazione di quest’ultimo alla volontà della “finanza” (multinazionali e banche). Tale riforma costituzionale, inoltre, che riguarda 47 articoli della Costituzione, realizza una nuova Costituzione, trasformando indebitamente il potere di revisione in un potere costituente, cosa che è vietata dal citato art. 138.

Ci sono argomentazioni ingannevoli dei promotori della riforma costituzionale Boschi-Renzi che vanno svelate. E’ falso, ad esempio, affermare che si è realizzato un monocameralismo. Infatti il Senato resta, e ha compiti notevoli, mentre non dà la fiducia ed è formato da nominati e da eletti dai consigli regionali, ai quali viene, tra l’altro, assicurata l’immunità.

E’ falso anche affermare che questa riforma abbrevia i termini per la produzione delle leggi. E’ vero il contrario infatti sono previsti ben quattro tipi di procedure: leggi di competenza bicamerale, leggi il cui esame da parte del Senato può essere richiesto da un terzo dei suoi componenti, leggi che vanno sempre sottoposte all’esame del Senato e leggi di attuazione dell’art. 117, quarto comma, che richiedono sempre l’esame del Senato e le cui modificazioni a maggioranza assoluta dei suoi componenti sono derogabili solo dalla maggioranza assoluta dei componenti della Camera. Inoltre eventuali conflitti di competenza sono risolti dai Presidenti delle due camere, che però facilmente potranno non accordarsi mai, con l’aumento dei conflitti davanti alla Corte costituzionale. E’ falso, infine, affermare che si riducono i costi, poiché la struttura del Senato resta in piedi e il risparmio è minimo ed irrisorio.

Ci sono state già quindici riforme costituzionali, che, invero, non hanno dato buoni frutti. D’altronde, è necessario valutare “cosa” e “come” si riforma. La riforma proposta è pessima e contiene errori di grammatica e sintassi giuridiche. E’ innanzitutto illegittima perché votata da un Parlamento dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale. Inoltre non c’è stato un dibattito che rappresentasse i diversi punti di vista degli Italiani, e il Governo (cosa impensabile per una riforma costituzionale) è persino ricorso al voto di fiducia. Ricordo che l’attuale Costituzione fu approvata con 453 voti a favore e 62 contrari.

Per tutto ciò ritengo che votare No sia un dovere inderogabile di ciascun cittadino che voglia il bene comune. La riforma non giova al Popolo, ma alle multinazionali ed alle banche, cioè alla finanza e ai mercati i quali, come dimostra il Trattato transatlantico (TTIP) tra USA e UE e la CETA tra Canada e UE, vogliono cancellare le Costituzioni europee del dopo guerra ponendo al di sopra di esse il principio dell’assoluta libertà di commercio e di investimento, prevedendo che in caso di contrasto di questa libertà con le leggi degli Stati, decide un arbitro nominato e pagato dagli stessi investitori e commercianti; il quale avrebbe il compito di condannare gli Stati al risarcimento dei danni subiti da investitori e commercianti, a causa delle misure di salvaguardia della salute e dell’ambiente adottate dagli Stati stessi. Il che vuol dire che gli Stati, prima di proteggere la salute dei cittadini e l’ambiente devono mettere in conto la altissima probabilità di pagare insostenibili risarcimenti dei danni.

Paolo Maddalena
(Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale)

 

 

 


Stiamo tronando in recessione
Postato da admin [23/07/2016 14:15]


STIAMO TORNANDO IN RECESSIONE
MA SI PARLA SOLO DI REFERENDUM
E CI SI ILLUDE CHE UNA MAGGIORANZA
CREATA DAL PREMIO ELETTORALE
CONSENTA DI GOVERNARE

 

Ci risiamo: stiamo lentamente ma inesorabilmente scivolando verso una nuova recessione. I bruttissimi dati di maggio relativi all’industria, fatturato e soprattutto ordinativi, fanno intravedere una seconda parte dell’anno pesante, dopo che nel secondo trimestre la produzione industriale ha chiuso in rosso. Siamo partiti prevedendo di crescere dell’1,6% - che già sarebbe stato troppo poco – e ora le ultime stime che ci avevano già portato sotto l’1% (l’ultima quella di Bankitalia) dovranno essere inevitabilmente riviste al ribasso. Considerato che si è calcolato che la politica monetaria espansiva della Bce produce circa mezzo punto all’anno di pil, ecco che se a fine 2016 avremo il segno più davanti all’indicatore di crescita, sappiamo fin d’ora che quella miseria di incremento del pil sarà da ascrivere tutto a Mario Draghi. Altro che l’Italia che ha svoltato! E non ci si venga a raccontare dell’effetto Brexit, di Nizza o della Turchia, perché ammesso e non concesso che questi avvenimenti producano effetti significativi sull’economia, sono ancora tutti da vedere. E non si attacchi il solito refrain su “anche l’Europa rallenta”, perché la Bce ha appena confermato la stima di una crescita del pil dell’eurozona dell’1,6%, a questo punto oltre il doppio del dato italiano.

La verità è che già dal deludente 2015 l’Italia, per ragioni tutte sue, non ha agganciato la ripresa, se non in modo disomogeneo e parziale, e viaggia – al netto delle politiche e dei fattori extra nazionali, al confine tra la stagnazione e il ritorno alla recessione. Tutto questo mentre da mesi l’economia è uscita dall’agenda del governo e dall’attenzione dei media – se non per le questioni bancarie, osservate più dal buco della serratura che soppesate per le valenze sistematiche di cui portatrici – a favore di tematiche, referendum costituzionale e legge elettorale, che sono certo decisive – noi proponiamo da anni la convocazione di un’Assemblea Costituente, figuriamoci se ci sfugge l’importanza di dare una risistemata al nostro vetusto sistema istituzionale – ma che non possono in alcun modo rendere subordinata la politica economica, anche perché non ve n’è nessuna ragione logica e pratica.

Le difficoltà (autoctone) dell’economia, sottaciute, hanno tra l’altro risvolti più diretti di quanto non si pensi (o di quanto non pensi Renzi) proprio sulla cifra delle due riforme di governance cui il governo annette importanza vitale. Essa consiste nel credere possibile governare il Paese costruendo una maggioranza parlamentare in provetta, attraverso gli additivi del premio di maggioranza e del doppio turno da un lato e della riduzione ad una sola camera del vaglio del voto di fiducia, pur non corrispondendo, quella maggioranza artificiale, ad una sostanziale nella società? In altri termini, è pensabile che avendo il consenso di circa un quinto degli italiani si riesca a imporre, senza subire crisi di rigetto, le proprie scelte (o non scelte) agli altri quattro quinti? Forse, ma è un forse sottolineato con la matita rossa, si può in un paese normale – cioè stabile e ben organizzato – che vive una condizione storica normale, cioè una congiuntura, prima di tutto economica ma non solo, fatta di certezze e consolidata nel tempo. È inutile dire che l’Italia è dalla fine degli anni Ottanta che non ha il piacere di potersi definire così, e tantomeno in questi anni di trapasso al buio dalla Seconda Repubblica a qualcosa che non ben definito. L’Italicum, legge elettorale senza precedenti nel mondo occidentale e che è parente stretta di quel Porcellum che la Corte Costituzionale ha bocciato senza remissioni, pretende, grazie al premio di maggioranza del 15% nell’unica Camera che vota la fiducia al governo, di creare la governabilità. Attenzione, non ci stiamo stracciando le vesti in nome della democrazia calpestata e del pericolo autoritario (tema non infondato ma paradossalmente meno importante), stiamo dicendo che senza consenso diffuso e pazientemente costruito, la società rifiuta le scelte di governo che non sente proprie. Una volta erano i corpi intermedi a fare da cuscinetto, spesso imponendo rituali di confronto paralizzanti che di fatto si trasformavano in diritti di veto. Oggi è l’antipolitica che raccoglie lo scontento e in un batter d’occhio trasforma in casta anche chi si è imposto e affermato come rottamatore. Non capirlo, credere che un governo di minoranza sostenuto da deputati nominati e con il contorno di senatori non eletti in dopolavoristica missione cui sono affidate materie delicate e decisive come le normative europee possa reggere alla prova del fuoco dei fatti, significa – specie in un contesto economico che richiede invece scelte ben più radicali che la distribuzione a pioggia di soldi che si spera (invano) si trasformino in consumi e investimenti – portare il Paese allo sfascio.

Un uomo di grande esperienza come Giorgio Napolitano non poteva non aver capito che Renzi si è infilato in un cul de sac, e pur avendolo appoggiato anche oltre ogni ragionevolezza, alla fine è uscito allo scoperto suggerendogli apertamente di cambiar strada. Cioè quello che, privatamente e con parole più sorvegliate, gli ha fatto capire il successore di Napolitano al Colle. Solo che nel farlo, il presidente emerito – probabilmente sentendo l’esigenza di salvare la dignità del suo vecchio endorsement per l’Italicum e la riforma costituzionale – ha indicato la strada dell’eliminazione del ballottaggio per sottrarre ai Cinque Stelle il loro vero punto di forza. Così come ieri la sinistra interna del Pd e i centristi chiedevano il passaggio dal premio alla lista a quello alla coalizione, oggi Bersani, con il suo Bersanellum, propone una versione aggiornata e corretta  del sistema a collegi uninominali previsto dal Mattarellum, in cui il premio di maggioranza arriverebbe a un massimo di 90 deputati, si tratta pur sempre di aggiustamenti che non superano (pur limitandone la portata e quindi il danno) il nodo di fondo di quel maledetto premio di governabilità, scorciatoia che consente di vincere ma non di governare. E finchè l’illusione della maggioranza artificiale non sarà sgombrata dal campo, vedrete che saranno i populisti di ogni risma a fare bottino pieno.



 


Roma, assemblea: Associazioni e Movimenti che hanno dato avvio alla Confed. della Sovranità Popolare
Postato da admin [03/07/2016 21:31]


Si è svolta a Roma l'Assemblea delle Associazioni e  Movimenti che hanno dato avvio alla Confederazione della Sovranità Popolare, dopo un percorso comune di elaborazione culturale che è iniziato nel novembre del 2015. 

Hanno presieduto il Dr. Giovanni Tomei (CNAC: Comitato Nazionale Attuazione Costituzione) e il sottoscritto come Vice Presidente di ALEF (Associazione Liberi e Forti). Ho aperto i lavori con questa sintesi, come contributo al dibattito: 

- una prima citazione laica al pensiero di Pericle (Colargo, 495 a.C. – Atene, 429 a.C.) nell'antica Grecia, maestra di civiltà: 

            Qui ad Atene noi facciamo così

(http://arengario.net/poli/poli514.html)

Attualissima riflessione che ci aiuta a comprendere  il bassissimo livello raggiunto dalla democrazia in Italia, tanto che sta togliendo progressivamente i diritti alla Sovranità Popolare. 

una seconda citazione è la domanda inquietante di Gesù Cristo nel Vangelo di Luca (18,8): 

             Il Figlio dell'uomo quando verrà, 

                     troverà Fede sulla Terra?

Ebbene, ho detto che nel mio "ultimo miglio" che affronto in Sovranità Popolare, vorrei che "Il Figlio dell'Uomo trovasse la Fede sia in me, alla fine del mio percorso, sia in Voi, nel futuro che vivrete, tantissimi tra Voi, per realizzare la Visione e il Progetto della Sovranità Popolare: 

Ridare alla gente, ai cittadini alle nuove generazioni la Speranza per un futuro migliore. È forse questa la nuova sfida: 

- ripristinare l'equilibrio rotto tra Politica ed Economia/Finanza, con quest'ultima che fissa gli obiettivi e comanda sulla politica che è del tutto succube, come ci insegna con le sue lezioni magistrali Paolo Maddalena con l'ultimo suo libro: Gli inganni della finanza (ed. Donzelli) e come si può leggere in un mio articolo pubblicato da In Terris.

(http://www.interris.it/2016/06/24/97160/opinione/la-finanza-torni-al-servizio-della-politica.html)  

La sfida è dunque: 

- riportare l'Etica nella società e nella politica, ridando all'Etica l'equilibrio sancito dal principio del NOMA (Non Overlapping Magisteria), come è stato per secoli.

- ripristinare le regole della legge Glass- Stegall Act la cui eliminazione da parte di Bill Clinton Presidente USA, ha permesso l'invasione per trilioni di dollari di una moneta virtuale (derivati- futures) da parte delle banche commerciali e finanziarie che hanno in pratica distrutto il risparmio accumulato da decine di milioni di persone in più generazioni 

Personalmente, come appartenente alla generazione dei più anziani ovvero dei diversamente giovani, mi auguro che il prossimo Futuro nella società della globalizzazione e dell'era digitale sia sempre ancorato ai Diritti sostanziali della Costituzione, ai Valori di una nuova Etica politica e istituzionale, con il riconoscimento della Responsabilità individuale e collettiva, e soprattutto ancorato all'esercizio della Sovranità Popolare.  Numerosi gli interventi: Intorcia, De Giacomo, Giancaterino, Della Corte, Covino, Diotallevi, Morelli, Pisani, Citarella Russo, Bonalberti, Tomei ed altri. Tutti si sono soffermati sull'importante ruolo che potrà svolgere la Confederazione nella complessa fase politica dell'Italia e hanno fornito contributi significativi sullo Statuto con proposte migliorative e approvandolo con il logo per procedere alle fasi successive.

I lavori si sono conclusi con la decisione unanime dell'Assemblea di impegnarsi su tutti i territori regionali nella campagna a favore del NO al Referendum Costituzionale della legge Renzi&Boschi&Verdini. Alla fine dei lavori c'è stata la presentazione in ante prima del Libro "Gli inganni della finanza" (ed. Donzelli) da parte dell'autore: Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale che ha offerto una Lectio Magistralis di elevato contenuto storico, giuridico e politico.






Antonino Giannone 

Vice Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti)

 

 


Popolari ancora divisi alle amministrative, ma uniti nella difesa della Costituzione
Postato da admin [14/05/2016 00:32]

 

 


Abbiamo combattuto per quasi vent’anni per la ricomposizione dell’area popolare italiana tentando, prima, di ricostruire l’unità dei democratici cristiani a seguito della sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2009, che aveva dichiarato: “ la DC non é mai stata giuridicamente sciolta” e, poi, con i vari movimenti organizzati e gli incontri promossi per l’unità dei popolari.

 

Tappe significative sono state quelle dell’appello di Rovereto ( 18 Luglio 2014) e la sigla del patto di Orvieto (28 e 29 Novembre 2015), dopo le quali si sarebbe dovuta costituire la Federazione dei Popolari italiani impegnata a dar vita ad un nuovo soggetto politico laico, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno nel PPE da far tornare ai principi dei padri fondatori, alternativo al socialismo trasformista renziano e ai populismi estremi.

 

Si è preferito  da parte di alcuni la scorciatoia di un debole raggruppamento di ex combattenti e reduci, nata sulla base di aprioristiche e immotivate esclusioni, con la velleità malcelata di vecchi e consumati attori di tornare a recitare ruoli del tutto anacronistici e per certi versi patetici.

 

Abortita l’ipotesi di una solida Federazione dei Popolari, l’imminenza delle elezioni amministrative di Giugno, non poteva che determinare le scelte per lo più opportunistiche dettate dalle situazioni oggettivamente diverse nelle varie realtà locali.

 

Conseguenza inevitabile: la molteplice varietà delle alleanze a destra,  a sinistra e al centro in solitaria testimonianza, sino al caso emblematico del sen Mario Mauro che, dopo aver sostenuto l’anno prima la candidatura di sinistra di Emiliano a Bari, si ritrova, in solitaria rappresentanza, insieme all’estrema destra a Roma per Giorgia Meloni Sindaco, giungendo a realizzare, in un solo colpo,  il capolavoro della frantumazione del suo già fragile movimento-partito dei Popolari per l’Italia.

 

Unica nota positiva in questo scenario di disgregazione complessiva, l’unità ritrovata dei Popolari nella difesa della sovranità popolare, della democrazia e nei valori della Costituzione repubblicana. Un’unità definita nel comitato dei Popolari per il NO al referendum, sorto a Roma il 1 Marzo scorso, contro il combinato disposto della pasticciata riforma del trio toscano Renzi-Boschi-Verdini e della legge super truffa dell’Italicum.

 

Il comitato dei popolari per il NO affidato alla presidenza dell’On Gargani, che vede tra i soci fondatori tutti i diversi esponenti delle varie sigle e formazioni politico culturali dell’area popolare alternativa al renzismo, ha trovato la significativa adesione del prof. Massimo Gandolfini, coordinatore del comitato organizzatore del Family Day, il quale  ha ribadito il suo NO al referendum di Ottobre nei giorni scorsi e lo riconfermerà nell’annunciata grande manifestazione che il Family Day ha programmato a Roma per Sabato 28 Maggio.

 

Restano fuori, almeno a livello dei dirigenti, gli attuali esponenti del Nuovo Centro Destra di Alfano, che, con la loro scelta in appoggio alla legge Cirinnà sui diritti civili, hanno provocato una netta presa di posizione di rivolta dai e  tra i loro, peraltro ormai esigui, sostenitori.

 

Si può anche dar man forte come accoliti incoerenti alle politiche altalenanti del “giovin signore” fiorentino, dalle leggi conflittuali con “ i valori non negoziabili” dei propri elettori sino alla difesa di una Deforma della Costituzione e ad una legge elettorale in grado di consegnare tutto il potere ad “ un uomo solo al comando”, espressione di una minoranza, ma, alla fine, si rimane da soli, abbarbicati a un’effimera occupazione di scomode poltrone ministeriali.

 

Ci auguriamo che da Milano, Roma, Torino, Bologna e dalle altre città in cui si andrà a votare a Giugno,  giungano segnali di inequivocabile, netta lettura di ciò che sente il Paese, mentre ci prepariamo a costruire con tutte le forze democratiche residue, dei comitati unitari per il NO al referendum di Ottobre per la madre di tutte le battaglie, nella quale i Popolari italiani esprimeranno finalmente la loro unità, coerenti con gli insegnamenti dei padri fondatori: Sturzo, De Gasperi, Moro, Fanfani, Gonella, Rumor, Marcora, Donat Cattin, Bisaglia, Cossiga e i molti altri che hanno contribuito alla storia migliore della nostra Repubblica.

 

Matteo Renzi ha voluto trasformare il prossimo referendum in una  netta scelta di campo dei cittadini pro o contro la sua leadership: attendiamo fiduciosi il responso delle urne.

 

Ettore Bonalberti


Venezia, 13 Maggio 2016  

 


Riflessioni sul disegno di legge Costituzionale Renzi-Boschi
Postato da admin [05/05/2016 21:13]


Riflessioni sul Disegno di Legge Costituzionale Renzi-Boschi

 

PUNTO PRIMO: IL SENATO

                                                                                               di Giacomo Gubert

 

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi nei suoi numerosi interventi pubblici presenta la riforma costituzionale che sarà presto sottoposta a referendum confermativo come inoppugnabile. Non vi sarebbero argomenti sostanziali contro di essa. Chi vi si oppone non può presentare che tre tipi di ragioni: l'avversione per il Presidente ed il suo governo, il desiderio di conservare dei posti di potere a livello centrale e periferico, l'attaccamento all'esistente.

 

Ora crediamo che invece esistano buone ragioni per sostenere una tesi opposta. Presidente del Consiglio e Costituzione meritano di essere trattati distintamente. Si può desiderare, per varie ragioni, il permanere al potere di questo governo pur dissentendo profondamente da questa riforma costituzionale. Riteniamo persino che l'opposizione sincera e motivata a questa riforma costituzionale sia oggettivamente una grande manifestazione d'amicizia nei confronti del Presidente   del Consiglio Matteo Renzi.

 

Oggi analizzeremo un aspetto della riforma del Senato che consideriamo decisivo dal punto di vista dell'efficienza del sistema istituzionale. Affermiamo che il Senato riformato sarebbe una camera morta. A questo scopo confrontiamo i compiti attribuiti al nuovo Senato con quelli che la Legge Fondamentale Tedesca attribuisce al Bundesrat.

 

Perché riteniamo legittimo presentare questa prova? Non si tratta forse di una comparazione astrusa, essendo la Germania uno Stato federale, a differenza dell'Italia? Crediamo che queste ed altre obiezioni limitino correttamente la validità della nostra prova che mira principalmente a confrontare un sistema di bicameralismo differenziato che funziona con quello, nuovo, che la riforma costituzionale italiana pensa di erigere e di qui non possiamo sapere con certezza ancora nulla state la sua evidente singolarità. Inoltre lo stesso confronto, pur astruso, mostra all'opera una delle ragioni che motivano il permanere di un qualche tipo di bicameralismo, cioè un assetto federale dello Stato, anche laddove il processo legislativo è praticamente monocamerale (argomento che analizzeremo in seguito).

 

Detto in altri termini: noi siamo disposti ad approvare una seconda Camera la cui funzione sarebbe, secondo il nuovo articolo 55, quella di “rappresenta

re le istituzioni territoriali ed esercitare funzioni

 di raccordo tra lo Stato e gli altri enti

 costitutivi della Repubblica”, a condizione che abbia almeno una certa somiglianza con il Bundesrat che già da tempo svolge questa funzione.

 

Composizione del nuovo Senato

 

Il criterio principale di composizione del nuovo Senato sembra ragionevole: si segue il principio demografico contemperato da quello federalista. C'è una certa sperequazione nel trattamento delle regioni più piccole rispetto alle due province autonome e di queste rispetto alle altre regioni.

Al di là dell'amore per le cifre tonde o simboliche, che non mancano mai, tuttavia, esso può essere ancora definito pletorico rispetto alla sua funzione: il Bundesrat ha soli 69 membri per una popolazione ben maggiore ed una funzione, come vedremo, ben più importante nel sistema istituzionale. Un nuovo Senato italiano, non destinato ad essere camera morta, si sarebbe potuto accontentare di una cifra tra i 40 e 50 senatori.

Bizzarra, rispetto alla funzione del nuovo Senato, è il nuovo secondo comma dell'articolo 59. Si comprende che non si voglia eliminare del tutto ma solo depotenziare una delle prerogative del Presidente della Repubblica, ma non si capisce che cosa c'entrano questi “cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel

 campo sociale, scientifico, artistico e letterario” in una camera che ha il compito di rappresentare le istituzioni territoriali ed esercitare funzioni di raccordo…”. Il Presidente della Repubblica entra nel nuovo Senato come fosse una regione italiana mediamente popolosa, pari, crediamo, alla Toscana. Alternative sono alla portata di mano: o al Presidente della Repubblica si dà potere di nominare dei veri parlamentari oppure qualsiasi titolo onorifico altisonante sarebbe bastato, tanto più che esso almeno dura a vita e non scade dopo sette anni, come se questi “altissimi meriti” fossero giudicati transitori.

 

Elezione del nuovo Senato

 

Questo punto vale una premessa. Ai cittadini è chiesto, confermando o respingendo questa riforma costituzionale, di esprimere di fatto una delega legislativa, visto che il testo della riforma presentato non chiarisce esattamente rimandando a legge bicamerale futura quale sarà il metodo di elezione dei nuovi 95 senatori. Si afferma solo 74 saranno eletti proporzionalmente tra i rispettivi consiglieri regionali e 21 tra i sindaci delle rispettive regioni e province autonome.

Al di là di questo tecnicismo, il confronto con il Bundesrat è illuminante. Esso è infatti eletto dai governi regionali con stretto vincolo di mandato (mandato imperativo) ed obbligo di univocità di voto. Sono i rappresentanti di un'entità territoriale e non liberi interpreti di un interesse regionale non meglio definito.

Questa scelta della Legge fondamentale tedesca è chiaramente più coerente con la funzione di questa Camera con quella del nuovo Senato italiano in cui i nuovi senatori, qualora avessero realmente un potere decisivo nel rappresentare le regioni e province autonome e nel regolare i rapporti con il centro, sarebbero liberi di agire secondo un qualsiasi principio ispiratore. Ma se in un ingranaggio si prevedono ruote dentate che possono girare in questo modo, è legittimo chiedersi se esse non siano ininfluenti rispetto al sistema.

 

Poteri del nuovo Senato

 

Veniamo dunque a questa domanda. Il nuovo Senato ha poteri reali? O è solo un organo consultivo?Esso partecipa alla funzione legislativa per tutte le leggi fondamentali e di garanzia. Per quanto riguarda tutte le altre leggi ha un potere di esame e di proposta di proposta di modifica. Calcando un po' i toni, possiamo affermare che un singolo parlamentare italiano, allo stato attuale, non abbia meno poteri sul processo legislativo ordinario dell'intero nuovo Senato. Partecipa inoltre all'elezione del Presidente della Repubblica (sostituendo di fatto i delegati regionali) e di due giudici della Corte Costituzionale. Ha altri poteri di controllo, mai decisivi.

Parlando tuttavia di una realtà solo progettata, pensiamo che sia utile per comprendere il peso istituzionale che potrebbe avere una tale nuova cosa confrontarla con i poteri di cui gode il Bundesrat.

Vi è certamente un'analogia con la distinzione operata dalla riforma costituzionale tra leggi in cui il nuovo Senato è coinvolto a pieno titolo e leggi invece per le quali il ruolo del nuovo Senato è marginale. Il confronto si sposta dunque sull'ampiezza di questa classe di leggi in cui vige di fatto un bicameralismo perfetto.

Il Bundesrat ha questa competenza su di una quarantina di materie, positivamente definite, di natura istituzionale, finanziaria e amministrativa. Senza scendere nel dettaglio, si tratta di tutte le materie che alterano l'autonomo governo delle regioni federali. Ciò che da sostanza a questa Camera, è l'autonomia dei Länder.

Con ciò ci avviciniamo al nodo della questione e possiamo riformulare la nostra tesi in questi termini: in un sistema politico dove gli enti territoriali vedono drasticamente ridotta la loro autonomia (ne parleremo in una prossima puntata), una camera deputata alla loro rappresentanza e per di più composta da politici senza vincolo di mandato e privi di un rapporto diretto con i governi territoriali corre il grave rischio di essere camera morta.

 

Conclusione

 

Abbiamo visto che non è possibile analizzare un singolo elemento isolato in un sistema politico, né tanto meno confrontarlo con analoghi elementi di altri sistemi politici. Proseguiremo l'analisi prendendo in esame il sistema elettorale connesso a detta riforma, il ridisegno del processo legislativo e la riforma del Titolo V della Costituzione repubblicana.

Ciò non ostante non si può ignorare la mortale debolezza che rischia di affliggere il nuovo Senato e la bizzarria di alcune previsioni legislative, incoerenti con la funzione che si dice di affidare ad esso. Già si vede inoltre che i veri punti critici di questa riforma si collocano altrove: nella fine di ogni timida pratica federalista o almeno regionalista in Italia e nello squilibrio dei rapporti tra potere esecutivo e legislativo. [segue]

 

 


Riflessioni sul Disegno di Legge Costituzionale Renzi-Boschi

 

PUNTO SECONDO: IL TITOLO QUINTO

 

Abbiamo visto che il nuovo Senato progettato da questa riforma costituzionale non è funzionale ad un sistema federalista o almeno regionalista. Esaminiamo ora la riforma del Titolo V della Costituzione Repubblicana. Verificheremo che tipo di rapporti tra centro e periferie questa riforma statuisce e se esso sia coerente con il nuovo Senato.

 

Le province, capro espiatorio

 

La prima riforma riguarda l'abolizione delle Province. Al di là del merito, si tratta di un provvedimento di cui si è molto parlato e che ha goduto del consenso di una larga parte dei partiti politici. Per una serie di ragioni, negli ultimi anni alla province è stato affibbiato il ruolo di “capro espiatorio” dell'inefficienza italiana. L'agonia è stata lunga e, dopo tutti questi anni di morte già dichiarata, è evidente che le province, anche se dovessero sopravvivere, andrebbero radicalmente ripensate.

 

Una clausola vampiresca

 

Vi è poi la modifica più importante, quella dell'articolo 117. Esso è stato riscritto in alcuni aspetti secondari e decisamente cambiato in un punto fondamentale che ribalta il rapporto tra Stato centrale e Regioni.

L'elenco delle materie di legislazione esclusiva dello Stato centrale è stato arricchito e allungato, eliminando in seguito le materie di legislazione concorrente Stato-Regioni che in alcuni casi avevano dato luogo a controversie e blocchi. Il riordino risente chiaramente di un neocentralismo ma appare per alcuni aspetti (in particolare le grandi reti di trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia) giustificabile e condivisibile, con le riserve che esporremo nella valutazione conclusiva.

Ciò che invece appare essere una riforma all'indietro, che riporta la Costituzione italiana ad assetti prerepubblicani, è l'aggiunta di un paragrafo che conclude i due elenchi delle rispettive competenze tra Stato e Regioni. In nome della tutela dell'unità giuridica o economica, ovvero della tutela dell'interesse nazionale, su proposta del Governo, con legge ordinaria (approvata dunque da una maggioranza che l'attuale legge elettorale produce indipendentemente dal risultato delle urne), lo Stato può riassorbire qualsiasi competenza regionale.

Con parole che sembrano ragionevoli (l'interesse nazionale, l'unità) si uccide di fatto ogni autonomia territoriale. Il potere regionale è de facto ridotto a potere delegato.

In ciò si mostra la pusillanimità che caratterizza il disegno di riforma costituzionale. Si ritorna ad sistema di centralismo quasi assoluto nascondendo questa scelta dietro a qualche parvenza regionalistica o persino federalistica destinata, stante un tale impianto, alla inefficacia ed inutilità.

Queste scelte sono motivate da una riduzione dei costi della politica e dalla inefficienza delle amministrazioni regionali. Come il bue dà del cornuto all'asino, così lo Stato centrale, in modo del tutto indifferenziato, scarica le colpe su province e regioni, come se l'amministrazione centrale dello Stato avesse dimostrato nel tempo le qualità opposte.

 

Conclusioni

 

Avremmo ritenuto molto più coerente con la storia repubblicana completare il disegno regionalista, ordinando meglio le competenze, aggiungendo controlli e sanzioni centrali necessari e modulando l'autonomia secondo la realtà delle differenti regioni italiane. Ciò avrebbe permesso anche di attenuare la troppo grande differenza, ereditata dai due dopoguerra, tra le regioni a statuto ordinario e quelle a statuto speciale.

Il vento centralista passerà ed i problemi legati alla deresponsabilizzazione delle realtà intermedie, istituzionali e sociali, rimarranno e riemergeranno con ancora maggiore forza. Nel frattempo anche i pochi guadagni di efficienza ottenuti da alcune regioni rischieranno di andare perduti. Sulla riforma del Titolo V appare evidente che “l'Italia che dice no” è quella che sosterrà questo ritorno al passato, quando sarebbe stato molto semplice “dire di sì” valorizzando le autonomie regionali che hanno dato buona prova di sé.

 


Vota e fa votare NO al referendum Costituzionale
Postato da admin [11/04/2016 20:22]

Antonio ZANFORLIN

“Vota e fa votare NO al Referendum Costituzionale”

Aderisco, oltre che personalmente, anche come Presidente della Associazione Amici del Senatore Antonio Bisaglia (che non è un’associazione partitica), al Comitato per il No al referendum che si celebrerà in ottobre sulla riforma Renzi – Boschi – Verdini, in difesa dei valori fondanti della Carta Costituzionale.

La Costituzione nata 70 anni fa è lo strumento per trovare le ragioni per stare insieme come Paese, appena uscito dalla tragedia della guerra.

La grande stagione costituzionale (1945-1948) è stata un vero momento di crescita del sistema democratico e politico italiano.

In quella Assemblea c’erano le migliori intelligenze delle forze politiche e il dibattito seppur dure e vivace fu un reale confronto tra culture diverse per fare, come diceva Calamandrei, leggi chiare, stabili e oneste.

De Gasperi, La Malfa, Einaudi, Mortati, Dossetti, Moro, La Pira, Fanfani, Togliatti, Nenni e Saragat, in pochi anni diedero un assetto costituzionale, politico, economico e sociale tale da consentire ad un Paese sconfitto, di poter stare da protagonista in Europa.

Il Referendum previsto per ottobre p.v. ha un importante significato per la questione istituzionale: vede la modifica del sistema delle nostre Istituzioni che regolano la vita della democratica rappresentativa, la trasformazione del Senato e la sua composizione.

Con il referendum a Renzi non interessa il giudizio della gente, ma intende legittimarsi perché manca della investitura popolare; ha una maggioranza incerta, in un Parlamento di cui non fa parte. Infatti, non è stato eletto, ma designato dal Presidente Napolitano.

Ora, governa e guida il partito di cui è segretario e lo fa personalizzando e modellando a sua immagine, privo di reale confronto. Decisionista, gestisce il partito e il governo con dinamiche e metodi “alquanto personalistici e autoritari”.

Come è noto, in giugno (scelta fatta volutamente tardi per avere minor partecipazione) si rinnovano i Consigli Comunali di Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna e altri.

Chiediamoci perché non si è voluto far coincidere il referendum con le amministrative?

La risposta del Governo è stata: perché le norme vigenti non lo consentono e per altre ragioni tecniche.

Al riguardo osservo che bastava una legge di poche righe per risolvere il problema.

L’elesction day non si è voluto per ragioni essenzialmente di opportunità politica di parte.

Renzi è convinto che sarebbero andati a votare più del 50% degli aventi diritto al voto, rendendo così valido anche il voto referendario perché si sarebbe superato il quorum.

Se le elezioni amministrative non registrano l’affermazione del PD, le dimissioni del Governo Renzi sarebbero state inevitabili. Il non far coincidere le Amministrative con il referendum costerà ai cittadini circa 330 milioni di euro.

In conclusione, ritengo che il Referendum Costituzionale sia un Referendum sulla persona di Matteo Renzi (capo dell’esecutivo e segretario del PD). Ricordo che Renzi dando notizia del Referendum ha dichiarato che se non venisse approvato, si dimetterebbe. Il che vuol dire che vuole trasformare il consenso alla Riforma Costituzionale in un consenso alla sua persona.

Anche l’astensione, irrilevante in un Referendum Costituzionale, in questo caso assumerebbe importanza che, associata alla percentuale dei NO, sarebbe usata per rinnovare o negare il sostegno o il dissenso verso il Governo. E, soprattutto, verso il Premier 2solitario”.

In una sana democrazia bisogna sempre saper distinguere i tre compiti fondamentali delle istituzioni:

  1. Stimolare e proporre e dei Partiti

  2. Deliberare è del Parlamento

  3. Eseguire ed operare è del Governo

Io voterò e farò votare No al Referendum Costituzionale perché non posso accettare che i partiti, che dovevano essere tramiti di organizzazione e partecipazione politica, siano stati svuotati da Renzi, che così controllerebbe il partito e le Istituzioni.

Con la riforma Renzi – Boschi – Verdini assistiamo alla blindatura del potere, alla sua concentrazione nella mani dell’Esecutivo, meglio del Premier, ai danni del Parlamento e dei cittadini, ridotti ad inutili pedine.

Il disegno di Matteo Renzi è un disegno “autoritario” e nel nostro paese avremmo una “democrazia autoritaria”, un fatto estremamente grave e pericoloso per la democrazia e per la stessa convivenza nazionale.

Spero e auspico che tante persone, esponenti e votanti di tutti i partiti, sindacati, forze sociali e culturali, e del volontariato abbiano il coraggio di scendere in campo con noi, contro lo stravolgimento e non il rinnovamento, perseguito da Renzi, in difesa dei valori fondanti della Costituzione.

Non sono contro il rinnovamento, ma sono a favore di una sana politica di cambiamento, che ascolti, si confronti e metta in essere una mediazione costruttiva e innovativa.

On. Antonio Zanforlin, Rovigo, 8 aprile 2016

 

 

 

 

 

 


La Macroregione triveneta va verso l'evoluzione sociale
Postato da admin [03/04/2016 19:52]


 


Il patavino, Ippolito Nievo: laureato in lettere all’Un. Di Padova, eccellente scrittore nonchè  onestissimo

(di Giuseppe PACE). Un organismo amministrativo e di governo del territorio, più ampio della Regione, attualmente, è solo lo Stato, che ha una supervisione nazionale e tutela le differenze interne territoriali con il principio di sussidiarietà dei più ricchi verso i più poveri, che, guarda caso, sono concentrati nelle regioni meridionali, ma questo già prima del 1861. Le varie inchieste parlamentari dell’Italia postunitaria fecero luce sull’arretratezza del popolo meridionale rispetto a quello settentrionale, nonostante i neoborbonici e molti della Lega Nord nonchè i meridionalisti piagnoni che continuano, caparbiamente, a sostenere che il Sud era più ricco del Nord e fu da questo depredato con i Savoia. Si, è vero, ma solo per i nobili che erano più ricchi al Sud e vicino a Napoli con la sbandierata prima ferrovia europea la Napoli-Portici (solo là, vi era un discreto tessuto industriale nel Mezzogiorno borbonico). I nobili erano più ricchi del settentrione (dove erano ormai imprenditori agricoli) perché avevano immensi latifondi lavorati da coloni affamati e malpagati con una mezzadria fuori del tempo. Il Banco di Sicilia, ricchissimo, fu svuotato dai garibaldini per pagare gli ufficiali borbonici che tradirono il loro Re, e il giovane e colto patavino, Ippolito Nievo, pagò il suo rigore morale con la vita, nel 1861, mentre portava i verbali e i conti della spedizione a Torino. I confini territoriali delle diocesi religiose sono spesso disegnati sui confini degli antichi consolati romani, come quella di Padova che abbraccia anche buona parte del vicentino ecc.. I  confini delle attuali 20 Regioni italiane furono disegnati su base statistica  e non sulla base di considerazioni storico-culturali né con criteri di efficienza. Essi ripetono grosso modo il disegno dei compartimenti statistici definiti nel 1863 quando il Regno d’Italia, con la testa a Torino, aveva ancora scarsa conoscenza del territorio. Nella definizione si ripresero i limiti di vecchi stati o province. Nel 1948 furono recepiti dalla Costituzione senza molte correzioni, anzi nel 1963 si separò il Molise dall’Abruzzo. Non si affrontò un discorso né di efficienza dimensionale ed economica- come si tenta di fare adesso-, né di corrispondenza a unità politiche e storico-culturali significative, come vorrebbero alcuni studiosi.  Le regioni definiti per scopi non amministrativi, elessero i propri organi di governo per la prima volta nel 1970 per ottemperare al dettato costituzionale e alle direttive comunitarie. Oggi vale la pena affrontare la questione dei limiti territoriali aggiornandoli opportunamente, ma come?Una riflessione storico culturale e geopolitica è utile per facilitare il processo di formazione della macro-regione del nordest che non può limitarsi al criterio dell’efficienza economica e delle economie di scala o solo all’egoismo del ricco sazio sul povero digiuno. Alcuni aspetti da prendere in considerazione sono: (1) il contesto geopolitico europeo che tende a fare gli Stati Uniti Europei (senza se e senza ma, scrivevo in un articolo); (2) l’identificazione geografica e storico-culturale dei cittadini nei territori che però non sono cittadini tribali legati solo al proprio territorio dei familiari sia pure oltre il sesto grado e dunque tribali come in Africa ancora diffusamente; (3) il governo della nuova regione e la rappresentanza politica, deve essere eletta e non può marciare contro il Parlamento nazionale fino a chiedere l’indipendenza di piccole patrie, antistoriche. Quanto al punto (1), l’accorpamento di più regioni va verso l’evoluzione sociale dell’Homo sapiens che ama l’habitat di vita usuale, ma non disdegna l’areale planetario. Inoltre l’accorpamento regionale  si inserisce in un trend in corso anche in altri Paesi, tra cui soprattutto la Francia la cui struttura amministrativa è simile a quella italiana. Diversamente succede nei paesi – Spagna e Germania su tutti – in cui i confini delle regioni corrispondono a unità storiche radicate e sono quindi più difficilmente modificabili, ma là, soprattutto in Germania, l’efficienza amministrativa, rispetto alla nostra è migliore e si ruba meno (le mazzette al nord sono più corpose che al sud, scrivevo in altro articolo). La tendenza alla creazione di unità subnazionali più vaste non è priva di conseguenze politiche interne e comunitarie, soprattutto per chi non ha una visione dell’Homo sapiens che si evolve non solo biologicamente, ma soprattutto culturalmente. L’Italia dell’analfabetismo diffuso non esiste più, grazie alla scuola di massa, che però si sta burocratizzando eccessivamente ed è bene fare una riforma della”cattiva scuola renziana”. Oggi le Regioni, pur trattando direttamente con Bruxelles in alcune materie, esercitano prevalentemente poteri delegati dagli Stati nazionali fatta eccezione delle 5 regioni a statuto speciale. Ma l’Unione europea attraversa necessariamente momenti di cambiamenti che vanno dall’evoluzione nazionale a sovranazionale, che tende a ridurre i poteri dei 28 Stati nazionali e a delegare all’Unione stessa numerose competenze com’è nell’ordine dell’evoluzione dell’Homo sapiens, non più diffusamente analfabeta e quasi tribale. La non facile battaglia per il trasferimento dei poteri dagli Stati nazionali all’Unione europea è in corso e l’esito appare incerto perché le resistenze nazionaliste e i feudi elettorali della partitocrazia rallentano il processo evolutivo. Il conflitto potrebbe portare o alla dissoluzione dell’Unione europea attuale (se non so fanno subito gli Stati Uniti d’Europa) o alla nascita di una più solida forma federale europea. Regioni più vaste e con forte identità politica e storico-culturale s’inseriscono autorevolmente nella trasformazione politica dell’Unione europea e del patto di convivenza tra i popoli europei. Alcuni, come Corrado Poli, scrivono che “La Federazione Triveneta si porrebbe come interlocutrice diretta di Bruxelles e dei governi europei. Il tema non sarebbe nemmeno nuovo poiché riprende un discorso che era più vivace negli anni settanta e ottanta , ma fu in seguito interrotto. La partecipazione del Sud Tirolo a maggioranza di lingua tedesca e della minoranza slovena della Venezia Giulia renderebbe inoltre ancora più plausibile l’apertura diretta a un’Europa riformata nel senso di una graduale trasformazione da “Europa degli Stati” a “Europa delle Regioni. La Federazione Triveneta nascerebbe come una regione italiana e allo stesso tempo multinazionale, aperta al mondo di lingua tedesca e slava. Questo gioverebbe a Sud tirolesi e sloveni tanto quanto a veneti e friulani”. Altri come lo scrivente sostengono, senza se e senza ma, gli Stati Uniti d’Europa con una sola voce nella politica estera, dell’interno, della cultura-istruzione, del commercio, dell’economia, del turismo, della difesa,ecc..Dal punto di vista storico-culturale, la macroregione Triveneta ha molte carte in regola per riconoscersi in un’unità regionale fortemente identitaria, che l’Unione europea potrebbe meglio valorizzare in quanto lo Stato italiano è spesso sordo e cieco alle richieste di maggiore equità fiscale. Nel contesto europeo, si riconoscerebbe certamente in un territorio più autonomo rispetto alle restanti regioni e macro-regioni italiane e sarebbe in grado di relazionarsi direttamente con altre realtà. Anche in Romania, dove ho insegnato 5 anni, vi sono problemi di identità nazionali degli alloglotti, non riconosciute in regioni a statuto speciale, ma con riverberi di partiti e gruppi nel parlamento nazionale. In effetti gran parte del Nordest italiano, da Trieste a Verona a Trento si riconosce nella lingua veneta e in essa comunica agevolmente pur con le differenze locali degli ex Cimbri, ecc.. La comunanza linguistica della parlata veneta, ben rappresentata spesso dal colto Ivone Cacciavillani (che ha messo in cantiere un TG in Latino, ci ha informato l’Avv. Domenico Menorello alla scorsa riunione del Comitato per la macroregione Triveneta, presieduto dal suo collega, più stagionato, I. Cacciavillani), sintetizza altre somiglianze culturali che consentono di includere nella cultura anche parte dei friulani. Sebbene alcuni di essi tradizionalmente si esprimano nella riconosciuta lingua ladina anziché in dialetto veneto, come d’altronde altre comunità delle valli alpine soprattutto nelle province di Belluno, Bolzano e Trento, condividono tuttavia un comune substrato sociale che la modernità, purtroppo, non ha ancora del tutto cancellato come il maso chiuso, ecc... Anche la struttura geografica e sociale del Triveneto presenta caratteristiche simili sia che ci si riferisca al mondo rurale sia a quello urbano. L’assenza di una grande città dominante – Venezia ha da tempo abdicato a questo ruolo che aveva tenuto per secoli – è compensato dalle numerose città di medie dimensioni (Verona, Padova, Vicenza, Treviso) che formano una rete urbana fitta e ininterrotta da Rovigo a Belluno, Merano, Monfalcone, Legnago Tolmezzo. Inoltre le città medie maggiori hanno una storia e un’identità in grado di presentarsi nel contesto europeo con personalità e peso economico, vedi la “Città Media di Padova”. Il Triveneto ha una geografia urbana simile a quella delle metropoli policentriche del Randstad Holland e della Ruhr in cui la forte integrazione culturale e politica avviene attraverso la collaborazione tra più centri di dimensioni relativamente piccole. Le differenze e le identità locali consentono, in Democrazia, ai cittadini e alle classi dirigenti di rappresentare ed essere rappresentati. Per questo fin dall’inizio è opportuno garantire, scrive C. Poli, “un sistema di autonomie anche interno alla macroregione. La soddisfazione di questa esigenza permetterebbe di conservare una parte delle prerogative delle regioni autonome estendendole al Veneto. Si supererebbe così la legittima reticenza alla fusione nella macroregione di chi ha goduto per quasi settant’anni della possibilità di autogovernarsi. E a chi da oltre trent’anni ha rivendicato, inascoltato, l’autonomia”. La macroregione Triveneta farà lievitare il processo evolutivo delle attuali 20 regioni italiane in poche macroregioni che meglio razionalizzerebbero la spesa pubblica, diventerebbero meglio controllabili dal potere del Parlamento nazionale e spingerebbe verso l’evoluzione e non l’involuzione culturale l’Homo sapiens di cui facciamo tutti parte e in modo sempre più con responsabilità di specie, si spera poiché la globalizzazione in atto è una rivoluzione epocale senza precedenti storici e la localizzazione come la ricerca di radici risponde al bisogno di non essere troppo uniformati e resi anonimi consumatori di merci e servizi, non sempre di buona qualità.

 

 


MACROREGIONE TRIVENETA
Postato da admin [13/03/2016 12:34]

Le slides che vedi riguardano:

1. logo macroregione Triveneta

2. art. 132 della costituzione e norme conseguenti

3. dati statistici macroregione Triveneta

 


Storia di un referendum mancato
Postato da admin [25/11/2015 18:54]

L'amico Massetti Pierluigi, responsabile del gruppo ALEF di Chiari (Brescia) ci invia l'allegata nota su un caso esemplare di cattiva amministrazione e di una casta di "eletti" che infischiandosene della volontà di partecipazione politica e amministrativa dei cittadini elettori, con metodi, procedure e responsabili del procedimento discutibili, pretende di imporre decisioni agli stessi su questioni che attengono alla vita di ogni famiglia.

La redazione di Insieme pubblica questa testimonianza a sostegno della volontà di partecipazione degli amici " Liberi e Forti" di Chiari.

 

STORIA DI UN REFERENDUM MANCATO

PERCHE' IN ITALIA NON SI POSSONO FARE REFERENDUM CONSULTIVI NEI PROPRI COMUNI

 

Vi vogliamo parlare di com'e' difficile fare un Referendum in Italia, a livello del proprio Comune. Questo ci porta a comprendere che bisogna intraprendere una battaglia civica, e di civiltà' contro la Volonta' di una casta che non vuole che il cittadino possa mettere il becco, nei  loro affari pubblici. Pertanto a livello locale come a livello nazionale dobbiamo sensibilizzare l'opinione pubblica, affinche' su quelle scelte invasive della vita di ogni giorno, la gente possa esprimersi, e non siano le lobbies o le multinazionali a stroncare il normale vivere delle comunita'.

A Chiari, in provincia di Brescia, si costituiva nel mese di Novembre 2014, il "Comitato Civico Differenziamoci dal Porta a Porta", con lo scopo di informare e fare scegliere alla cittadinanza, quale fosse la scelta piu' condivisa sul territorio dalle persone che vi abitano, su due metodi di raccolta dei rifiuti: il porta a porta, per l'appunto, ed un sistema a cassonetto, con calotta e sistema incentivante alla differenziazione.

Dopo le fasi consultive, con i molti cittadini che poi hanno dato il loro appoggio alla preparazione della documentazione, sentito il parere della Prefettura di Brescia, depositati  in Comune i moduli per la vidimazione,  e' iniziata la fase di spiegazione alla cittadinanza ed abbiamo allestito dei Gazebo, per la raccolta delle firme.

Il tutto  svolto in un periodo freddo, con neve e con giornate a seguire con pioggia, ma in poco tempo la gente e' venuta a firmare , superando in 10 giorni il quorum, e raggiungendo il ragguardevole numero di 1459 firme presentate, su una popolazione votante di 12.000 circa.

In data 09.03.2015 veniva portato al protocollo con n.6091, da parte del coordinatore Massetti Pierluigi, il quesito referendario e le relative firme, all'attenzione del Sindaco di Chiari avv. Vizzardi Massimo.

Nel frattempo l'Amministrazione provvedeva a cambiare lo Statuto ed il Regolamento di attuazione, introducendo un Regolamento degli Istituti di Partecipazione Popolare, approvato con delibera consiliare n.17 del 31.03.2015 entrato in vigore il 09.05.2015.

Da tutto cio', ne nasce un burocratichese che sembra fatto apposta per confondere le idee al comune cittadino.

Brevemente  il nostro Statuto prevede che, all'Articolo 76 comma 3, ci siano due vie per proporre un Referendum:

art. 3.Si fa luogo a referendum consultivo:

a)quando lo richiede almeno il 5% degli iscritti nelle liste elettorali del Comune

b)quando sia deliberato dal Consiglio Comunale a maggioranza assoluta dei consiglieri assegnati al Comune.

Al  comma 11, si recita:

Il regolamento di attuazione del presente statuto disciplina le modalita' di attuazione del Referendum consultivo.

Pertanto passiamo al Regolamento , che recita all'articolo 95, comma 3:

3.La richiesta e' ammessa se ottiene il voto favorevole della maggioranza assoluta dei consiglieri assegnati al Comune.

L'amministrazione pertanto, oggi impone la Votazione. Ma sara' corretto, visto che il Referendum non e' stato proposto dalla casa comunale, ma dai cittadini. La votazione e' prevista se proposta dal Comune, mentre non e' chiaro se per proposta dei cittadini. Il Referendum viene pertanto bocciato. E da qui non possono essere fatti valere, nemmeno i  piu'  elementari principi di partecipazione popolare.

Non parliamo dei tempi tecnici indicati in Statuto, Regolamento di Attuazione allo Statuto ed al Regolamento Partecipazione Popolare(che non dovrebbe essere applicato, perche' postumo alla richiesta referendaria), che non sono stati rispettati,  a torto e ragione delle parti e ad uso e consumo, o per privilegiare che passasse l'iniziativa dell'Amministrazione, e rendendo ad oggi inutile il quesito Referendario. Almeno oggi  sappiamo che questo e' stato fatto forse per giovare all'interesse di qualcuno.

Ci riferiamo ad articoli di Giornale  della stampa locale, ed ecco che l'Amministrazione Comunale scivola sulla buccia di banana, di un' ipotetica  irregolare figura, che ha gestito tutto questo passaggio milionario. Pertanto in questi giorni, il Presidente della Chiari Servizi, il Dottor Gianluca del Barba, si "fa' da parte" perche' vi  e' una presunta irregolarità'.  Addirittura modifica lo Statuto, prima di dimettersi, sempre per la presunta incompatibilità.  Nessuno, però, si pone il problema morale ed etico, che se non era regolare non avrebbe dovuto fare le ultime operazioni. Eticamente si spera nella restituzione delle somme percepite, ma su una nomina irregolare. Chi lo ha nominato in quell'incarico ha verificato la compatibilità, e se l'aveva vista  perche' non ha segnalato il caso?. Ravvediamo pertanto lo scandalo politico, forse per le omissioni nei controlli, o forse per la persistenza a reiterare i comportamenti.

Quello che nel lontano Novembre aveva il solo obiettivo da parte del Comitato Civico, di conoscere questa operazione, sia sotto il profilo del progetto che del piano finanziario (elementi che  avrebbero potuto  essere spiegate ed approfondite dall'Amministrazione Comunale) nei mesi seguenti ha assunto delle tinte sempre piu' opache, perche' le spiegazioni a domande specifiche non sono mai state date. Si  e' ritenuto che oltre la semplice scelta sul metodo, dietro a tutto cio' vi siano grossi impegni finanziari, e  che la fretta sia servita a portare a destinazione un operazione opaca. E' possibile che nessuno nell'Amministrazione si sia accorto dell'incompatibilita' del funzionario scelto? E se esite un organo di controllo interno, poteva accorgersi di questa situazione, e provvedere a norma di legge.

Concludendo: la richiesta di referendum, risaliva a quattro  mesi prima della partenza del  porta a porta, un tempo ampiamente sufficiente per potere essere svolto. Oggi e' chiaro che non servirebbe piu' farlo, e non solo per il suo costo, come la maggioranza dei Consiglieri ha sottolineato al momento del voto, ma, soprattutto,  perche' si e' voluto che  i buoi fossero scappati dalla stalla.

Il gruppo ALEF (Associazione Liberi e Forti) di Chiari (Brescia)

 

 
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Elettoralgame
Postato da admin [16/07/2014 21:58]

 

Elettoralgame

Scopri il nuovo ventennio…

 

A e B sono due leggi elettorali proposte e/o applicate in Italia in periodi diversi.

Trova le differenze, scrivi, voce per voce, nella colonna di destra qual è la meno democratica, fai le somme e scova la più "fascista" …

 

 

Caratteristiche

 

Legge elett. A

 

Legge elett. B

E' meno democratica la …

Collegio unico nazionale (con poca valorizzazione della rappresentanza territoriale)

 

SI, con circoscrizioni grandi

 

Si, con circoscrizioni piccole

 

Condizioni per la concessione del forte premio di maggioranza

Si, ma se nessun partito arriva al 25% si procede solo con distribuzione proporzionale

 

Attribuito sempre, al primo turno o al ballottaggio

 

Soglie minime per ottenere il cospicuo premio di maggioranza

Si pretende che un partito raggiunga almeno il 25%

Il premio di maggioranza, al primo o al secondo turno, viene sempre ottenuto dalla coalizione vincente, purché un partito di essa ottenga almeno circa il 5%

 

"Liste esca"

Non presenti%

I voti ai partiti sotto soglia 5% vengono computati solo per determinare il quorum della coalizione, ma non per attribuire parlamentari al partito votato. Conseguentemente, i voti a "partiti esca" sono in realtà utili solo ad altri partiti sopra soglia che così ottengono parlamentari con voti che erano stati indirizzati dall'elettore a partiti diversi

 

Soglie minime per essere ammessi al riparto dei seggi

Non presenti

Previste soglie molto alte per partiti non coalizzati (5% ca) e ancora più significative per partiti non coalizzati (8%)

 

Preferenze

Due o tre preferenze a seconda dei parlamentari da eleggere nella singola circoscrizione

Non presenti. Si prevedono liste bloccate

 

 

Scopri la legge più anti-democratica: _____

… e sappi che: la legge A è la "legge Acerbo", 18 dicembre 1923, n. 2444 (primo Governo Mussolini) e la legge B è la proposta 2014 c.d. "Italicum" (o Renzusconi") …

 


Riforma del Senato. Depositati gli emendamenti
Postato da admin [20/06/2014 22:07]

Articolo tratto da www.ilsole24ore.com

«È stata trovata la quadra: sono stato depositati gli emendamenti alla riforma costituzionale che quindi è in grado di partire serenamente. Chi l'ha dura la vince!». L'annuncio trionfante è del leghista Roberto Calderoli, relatore insieme ad Anna Finocchiaro (Pd) della riforma del Senato ormai giunta all'«ultimo miglio» verso l'approvazione in prima lettura a palazzo Madama. Il termine per i subemendamenti alle proposte di modifica dei relatori scadrà mercoledì prossimo alle 12.

Principi Federalismo fiscale in Costituzione

Alla fine, spiega Calderoli, sintetizzando la nuova intesa raggiunta in senso alla maggioranza e con Forza Italia e Lega Nord che si è tradotta nelle modifiche al testo base depositate stasera dai relatori, «andiamo verso un vero Senato delle Autonomie come quello tedesco dotato di pieni poteri, le regioni incrementeranno la propria autonomia e finalmente i principi del federalismo fiscale saranno costituzionalizzati».

Le funzioni del nuovo Senato

Una modifica all'articolo 1 del testo di riforma riguarda le funzioni del nuovo Senato della Repubblica, che «rappresenta le istituzioni territoriali», e «concorre, nei casi e secondo modalità stabilite dalla Costituzione, alla funzione legislativa ed esercita la funzione di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica». Inoltre, «Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi dell'Unione europea» e «Valuta l'attività delle leggi dello Stato, controlla e valuta le politiche pubbliche». Concorre anche «a esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo».

Voto di fiducia solo alla Camera

 Un altro emendamento prevede assegna alla sola Camera dei deputati la titolarità del «rapporto di fiducia con il governo» e l'esercizio della «funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell'operato del governo».

Solo 100 senatori: 95 delle Autonomie, 5 "del presidente"

Quanto alla composizione della nuova Camera alta, questa sarà composta «da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica» (tra questi rientrano gli attuali senatori a vita). Tra i 95 senatori, «74 sono eletti dai Consigli regionali e dai Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano fra i loro membri, in proporzione alla loro composizione».

21 senatori scelti dalle Regioni tra i sindaci

Dei 95 senatori "territoriali", 74 verranno scelti dai Consigli regionali, e 21 saranno eletti dagli stessi Consigli regionali e dai Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano «fra i sindaci dei comuni della Regione, nella misura di uno per ciascuna». La durata del mandato dei senatori coinciderà con quella degli organi delle istituzioni territoriali nelle quali sono stati eletti.

Ancora da sciogliere "nodo" del sistema di elezione dei senatori

 L'intesa non scioglie il nodo del metodo di elezione, rinviando a una successiva legge ordinaria. Gli emendamenti prevedono infatti che una futura legge approvata da entrambe le Camere siano «disciplinate le modalità di elezione dei membri del Senato tra i consiglieri regionali e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione, entro sessanta giorni, in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale».

Finocchiaro (Pd): ora possibile voto in Aula entro luglio

Soddisfatta per il risultato, che apre la strada aall'approvazione in prima lettura, anche la presidente Anna Finocchiaro, convinta che ora la I commissione di palazzo Madama possa davvero « cominciare a discutere e a votare per garantire quei tempi che avevamo promesso ed arrivare al voto in aula entro luglio». E conclude: «Credo che nelle condizioni date abbiamo fatto un buon lavoro». Emendamento per snellire iter legislativo Camera-Senato Un altro emendamento punta a snellire il processo legislativo, ovvero dell'iter di formazione delle leggi, fissando nuovi termini e modalità per il passaggio dei provvedimenti dalla Camera al Senato. «Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo - si legge - Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati, entro i successivi venti giorni, si pronuncia in via definitiva». «Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all'esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata».

Corsia preferenziale su richiesta del Governo

 Previsto anche il divieto di approvare emendamenti estranei all'argomento dei decreti durante il loro esame parlamentare, mentre il governo potrà chiedere alla Camera di approvare entro sessanta giorni un suo disegno di legge.

Su Autonomie Camera può non attenersi ad indicazioni del Senato

 Sulle leggi che attengono a Regioni, Province, Città e Città metropolitane la Camera «può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei suoi componenti». L'emendamento proposto dai relatori fa riferimento precisamente ai «disegni di legge che dispongono nelle materie di cui agli articoli 114, terzo comma, 117, commi secondo, lettera u), quarto, sesto e decimo, 118, quarto comma, 119, 120, secondo comma e 132, secondo comma».

Cambia la "base elettorale" del presidente della Repubblica

 In base agli emendamenti Calderoli-Finocchiaro, il presidente dela Repubblica verrà eletto dai 630 deputati, 100 senatori e da tre delegati di ciascuna Regione (scelti con principio di parità di genere). La Camera eleggerà tre giudici della Corte costituzionale e il Senato due.

Nuove competenze di Regioni e Stato

 L'accordo riscrive il titolo V della Costituzione, che definisce i poteri dello Stato e delle Regioni. Eliminata tutta la parte della legislazione concorrente tra Regioni e Stato, eliminando così i motivi di conflitto. Tornano di competenza esclusiva dello Stato materie come produzione, trasporto e distribuzione nazionali energia, le grandi reti di trasporto di interesse nazionale. Dalla Costituzione scompaiono una volta per tutte le Province.

Confermate le attuali immunità parlamentari

Gli emendamenti confermano anche per i senatori l'immunità parlamentare che copre i parlamentari da arresto, intercettazioni, perquisizioni. Sul fronte dei costi della politica, introdotto il principio secondo cui i consiglieri eletti nelle Regioni non potranno guadagnare più dei sindaci.

Legge elettorale e minoranza parlamentare

Prima di far entrare in vigore una riforma elettorale la minoranza parlamentare (i due quinti della Camera o del Senato) potrà chiedere un giudizio di legittimità preventiva della Corte costituzionale.

 


Un primo passo per l'unità dei popolari di centro, che credono nell'Europa
Postato da admin [13/04/2014 11:30]

 

NCD-UDC-e Popolari per l'Italia si incontrano per offrire ai " moderati di centro" un comune riferimento per l'Europa. Ed ora ,dopo Scelta Civica, che vive momenti diversamente articolati

NCD di Alfano e l'UDC di Casini, Cesa e D'Alia , Galletti, Binetti, De Mita, D'Onofrio, Buttiglione, De Poli, concordano, con i Popolari  liste comuni per l'Europa.

 

E noi, da sempre attenti ai tentativi di sbloccare la rigidità delle forze partitiche presenti,

salutiamo speranzosi l'alleanza elettorale per le Europee del 25 maggio, tra l'il Nuovo Centro NCD  di Alfano .l'UDC di Casini ,Cesa e D'Alia, ed i  Popolari per l'Italia di Mario Mauro, Lorenzo Dellai e Lorenzo Olivero, già di Scelta Civica .(1)

 

E' un tentativo significativo di opportune,motivate  convergenze, verso un possibile obiettivo di alto profilo politico-strategico ,anche se timido e condizionato dalle imminenti elezioni europee, che resta flessibilmente aperto a comuni esperienze e valutazioni storiche, ma anche attuali e prospettiche nell'ambito di un contesto in cui fermentano e vogliono trovare domicilio politico e rappresentatività le  molte attese delle associazioni e gruppi dell'area popolare, di origini democratico cristiane, spesso considerate irrilevanti dai sondaggi per la frammentazione esistente e sempre più resa ininfluente dal procedere della riforma elettorale,sempre più bipolarizzata .

 

Le aperture congressuali dell'UDC, con l'intesa di Cesa e D'Alia, che guidano il partito, dovrebbero far superare  le remore e le lente riflessioni, incerte e poco comprensibili  di Scelta Civica di Monti, specie quando, unitariamente, con l'UDC, Scelta Civica si è impegnata a sostenere ed a partecipare al Governo Renzi, come in Sicilia all'attuale Governo voluto e sostenuto dal Pd e dall'Udc-.(2-3 )

 

Ci accomunano obiettivi programmatici su fondamentali ed antichi valori, che caratterizzano i principi della libertà attraverso una democrazia ,non statica ma inclusiva di innovazioni,nelle istituzioni e nelle imprese mai come oggi chiamate a atti di coesione e cooperazione, per progetti

comuni, che non trascurino le solidarietà che attengono  alla sfera dei diritti personali

familiari e sociali dei cittadini,perché possano trovare omogenea rappresentatività politica.

 

La democrazia in cui crediamo prescinde dalle comode soglie fissate non sempre per solo nobili

traguardi,privilegia la più ampia partecipazione  per il bene comune, l'allargamento delle aree di consenso ,il dialogo anche rischioso per la governabilità, che ci ha visto coprotagonisti negli ultimi Governi.

 

Molti di noi dell'UDC abbiamo sostenuto e testimoniato , in una logorante ,responsabile e generosa competizione elettorale prima  Scelta Civica, (con Monti,dopo averne difeso il Governo ), e poi con il generoso governo di transizione di Letta, hanno reso possibile una scelta unitaria per le emergenze, più aperta, rispetto al passato delle artefatte forzate diversità, come vogliamo augurarci, in attesa di prossime convergenze, specie per le riforme.

 

Le dichiarazioni di Gianni Fontana ,presidente e dell'Associazione  Democrazia Cristiana,e di Ettore Bonalberti , tra gli ideologhi dell'associazione, le determinazioni di Rinascita Popolare di Publio Fiore, il contributo mediatore di Mario Tassone, (CDU) presente con interessanti contenuti contributi  al recente Congresso nazionale UDC, restano ,tra tendenze politiche di analoga identità centrista ,popolare ed europeista, in attesa di una più organica convergenza per le prossime scadenze meno verticistiche e più liberali rispetto all'irrigidimento delle regole elettorali per le Europee.

 

Scrive al riguardo Ettore Bonalberti (4):

"Mauro , ha compiuto una decisione intelligente e generosa che (nrd si spera) dovrà accompagnarsi all'annuncio pubblico del patto federativo, che abbiamo condiviso  con gli amici, Fontana,Fiori e Tassone ."

 

E già si respira la costituente del Partito Popolare Europeo, al quale tendono cattolici popolari e laici, preoccupati delle lacerazioni dell'unità del Paese ,a cui tendono rinati movimenti indipendentisti dal Veneto alla Sicilia ,sollecitati ad inventarsi motivi neoirredentisti e neorivoluzionari, che sono accolti con plausi lusinghieri antieuropei dalla Lega, da Grillo, dai Forconi ,per non intravedere falchi populisti della destra di Forza Italia .

.

Con i Gruppi citati, emergono anche le volontà espresse ,pur nello spazio delle autonomie politiche e identitarie  di una parte del mondo cattolico, così riflessivo e propositivo, negli incontri di Todi, sempre più orientati ad una partecipazione alla vita politica del Paese, e per il bene del Paese, da laici nella libertà di scelte civili responsabili  e mature di un laicato, non permanentemente conflittuale, rispettoso della dottrina sociale, che ha ispirato i cattolici democratici del dopoguerra ,tra i fondatori, mediatori determinanti, della Costituzione e dell'Europa ,che ora avverte l'esigenza di innovazioni e/o di revisione, alle quali dovranno partecipare tutte le forze del Paese.

 

Il primo congresso di NCD di Alfano ,in fase di celebrazione, e le immotivate riserve di Forza Italia, talvolta rancorose e dimentiche che in Europa ci attende il PPE, merita la nostra attenzione ed il dovuto rispetto dei parlamentari e dei senatori, che hanno già dato la loro adesione a NCD e che troveranno la solidarietà e l'apporto della tradizione e della presenza nel territorio dell'UDC.

 

La riforma elettorale interna, alla quale abbiamo dato la nostra, anche se critica, adesione, segna ancora il cemento per condivise necessarie intese future al fine di contenere il bipolarismo, che guiderà la politica del Paese e che richiede disponibilità e azioni di mediazione,efficienza delle istituzioni politiche ,controllo politico istituzionale ,trasparenza, senza le quali si rischiano governi a prova di forza, incompatibili per le condizioni della crisi sociale ed economica e per le connesse responsabilità di una nuova politica Europea.

 

Questa per la sua salvaguardia richiederà.solidarietà nazionali e politiche  unitarie verso i nuovi paesi sviluppati e quelli che richiedono interventi urgenti per le gravi emergenze interne ed estere e per quelle economiche alle origini di ondate migratorie disordinate.

 

La incontrollata mobilità di migliaia di profughi, di dissidenti,di disoccupati in cerca di un qualsiasi lavoro ,denunciate nei giorni scorsi da Alfano e da Casini ed il trasferimento delle politiche migratorie del mediterraneo nelle sedi della politica europea, esigono una presenza, fortemente europeista ,che  si impone con tutta l'urgenza del caso.

 

Resta ora l'esigenza di liste che diano fiducia al paese per competenza e per onestà, perché la politica del Centro ,così come nel nucleo primogenito,in fase di costituzione elettorale , sia di garanzia a richiamare l'Europa ad una solidarietà, che aiuti a vincere la battaglia per il lavoro,per la difesa delle famiglie,attentate dalle difficoltà economiche e dalla deriva di innaturali comportamenti che vengono introdotti nelle normative che esulino dai diritti naturali e costituzionali di tutti i cittadini.

 

Mentre alla nuova politica europea non potrà sfuggire il comune interesse ad una azione per abbattere le sperequazioni , che si registrano sul piano della formazione professionale  dei giovani

e del recupero scolastico.universitario e della ricerca della popolazione giovanile di tutti i paesi,

per evitare sacche di povertà culturale foriere per le imprese tutte di perdita di innovazioni e di competitività con le imprese estere dei nuovi continenti ad alto sviluppo e verso i paesi che necessitano di assistenza alla crescita ed alla valorizzazione in loco delle risorse disponibili.

 

Si onorerà così una nuova collaborazione con tutte le zone del sottosviluppo,

che troveranno nella politica europea fiduciosa speranza di relazioni scambievoli di cooperazione sul piano dei diritti di giustizia,di difesa dell'ambiente e della salute,di partecipazione alle istituzioni  e di operosa convergenza al bene comune dei popoli per la pace,lo sviluppo,il cammino della civiltà nella difesa di tutte le persone.

 

Se ne fa portavoce ,ancora, Bonalberti dell'Associazione Democrazia Cristiana nel sostenere ,rinnovati contenitori partitici ,alla luce della migliore tradizione culturale e personalistica e promuovere linee di partecipazione dal basso per evitare l'inaridimento etico e generazionale  della politica  e delle classi dirigenti ad ogni livello.

 

Se c'è un tasto dolente denuncia Ettore Bonalberti,(6) così entusiasta come noi

degli eventi aggregativi annunciati, è quello che essi  talvolta  appaiano come calati dall'alto anche se i protagonisti dell'attuale convergenza hanno vissuto recenti bagni(prove) elettorali e confronti congressuali .

 

Per.Bonalberti in "Meglio ripartire dal basso"(5) sorprende che manchino occasioni partecipative nelle scelte dei candidati, occasioni di incontri e di luoghi e di momenti di partecipazione alle scelte essenziali, per recuperare alla "politica buona" energie risorse umane e corresponsabilità diffuse e prospettiche.

 

"Meglio,molto meglio, ripartire dal basso e dar vita ,fin dalle elezioni amministrative,a comitati di comunità popolare in tutti i comuni d'Italia e dare sostegno a liste civiche unitarie di tutti i popolari e democratici cristiani italiani".

 

Ritengo che non si voglia  riproporre  un nostalgico contenitore di natura ideologica , senza esclusioni preconcetti verso posizioni laiche, timorose di un ancestrale confessionalismo ,che storicamente la democrazia cristiana ha rifiutato nella sua storia , e che l'esperienza dei politici cattolici presenti in tutti gli schieramenti conferma. Ma si propone di  utilizzare, da parte anche dei partiti che in atto tentano una convergenza sui temi europei a livello delle grandi circoscrizioni ,e di sostenere  quelle prove movimenti , come i Focolari hanno realizzato, con il movimento per l'unità politica  in tante realtà locali,senza smanie di rottamazione insidiose, ma consapevoli della necessità di trovare canali di partecipazione elettorale liberi e partecipativi, intanto nelle realtà locali.

 

Non possiamo che condividere, per cultura e per memoria storica, tali esigenze specie quando per qualche decennio si è assistito alla desertificazione della politica, alla caduta etica ,alla perdita del senso della comunità da servire nell'impegno civico ,non esclusivo di pochi ma sempre da considerare dovere comune per difendere e rispettare i diritti naturali ed umani di tutte le persone di dei  cittadini e dei popoli della terra.

 

Anche Papa Francesco, (6) nel recente incontro con i parlamentari italiani, ha colto,nella sua

indicazione etica di alto richiamo universale al servizio politico, una speranza di partecipazione

alla politica che rifiuti la violenza, la corruzione, la disattenzione ai bisogni delle comunità

 

Ed il recente invito di mons.Nunzio Galantino , Segretario generale della CEI al laicato cattolico è segno innovativo di vivere la politica secondo coscienza, senza pregiudizi ideologici  se non quelli valoriali legati ai bisogni ed alle libertà del prossimo e di quello che più necessita dell'attenzione e della solidarietà fraterna.(7) nel rispetto delle compente e degli ambiti ,nell'educare ad un Vangelo vissuto attraverso la cittadinanza attiva e la partecipazione.

 

Ma del laicato aggregato nelle associazioni e nei movimenti ci riserviamo di scrivere prossimamente in occasione delle convocazioni delle consulte dei laici credenti.(8)

 

Ferdinando Russo

onnandorusso@libero.it

 

RIFERIMENTI

 

1)A.D'Argento  in Nasce il Nuovo centro. Alfano si allea con l'UDC

                          in "la Repubblica del  3 aprile

 

2)G.D'Alia, Intervista al senatore  D'Alia,presidente dell' UDC e la proposta al Governatore della Sicilia di un programma di interventi urgenti per l'occupazione,per le imprese,per lo snellimento delle procedure concessive di nuove iniziative per la cultura, il turismo, la sanità,l'agricoltura , l'artigianato,il commercio per incentivare la creazione di posti di lavoro.in www.facebook.com

 

3) Il Comitato Regionale UDC della Sicilia  e l'approvazione ,sintonizzata con il PD,

     della svolta nella giunta di Governo, nato e proposto agli elettori dal Pd e dall'UDC

     in www.facebook.com alla voce UDC-Sicilia oppure Gianpiero D'Alia

 

4) E.Bonalberti ,in "Un timido passo avanti" in  www.la democrazia cristiana.it,www.don-chisciotte.net, www.insiemeweb.it

 

5) E.Bonalberti  in Meglio ripartire dal basso in info@bonalberti.com

 

6)Papa Francesco ai parlamentari italiani in Avvenire,Milano 2014

 

7)A.Tornielli ,Città del Vaticano Intervista a Nunzio.Galantino,Segretario della CEI ad interim

Ider.lastampa.it/inchiesta del 7 aprile

 

8) F.Russo in Il laicato nelle sue aggregazioni ecclesiali in www.vivisicilia.it,ed in www.google.it  alla voce Ferdinando Russo ed il Laicato ed in www.cntn.it-Palermo anni 2013-2014

 
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L’UE ci ha venduto senza vergogna!
Postato da admin [26/03/2014 20:05]


Terminata la conferenza stampa congiunta di due tragiche figure dell'Ue, Barroso e Van Rompuy, con Obama, ecco le orribili notizie che ci hanno trasmesso:

 

a) La crisi in Ucraina è servita a piegarvi, perché dovete comprare il gas liquefatto da noi (Us) e isolare la Russia sul piano commerciale e finanziario;

b) L'accordo di libero scambio (Ttip) lo abbiamo negoziato per voi perché "abbiamo il mandato" per farlo;

c) In Ucraina abbiamo il dovere di proteggere la popolazione (R2P della Nato) e quindi se Mosca insiste le conseguenze ci saranno;

d) Le "sanzioni sono uno strumento negoziale" che può diventare più stringente, e Ue e G7 sono stati diligenti e uniti;

e) Con il Ttip non solo i grandi (finanza e corporations) ci guadagnano ma anche i consumatori e l'ambiente, infatti noi (Us) siamo pronti a darvi la tecnologia per estrarre energia dal sottosuolo (fracking).

Insomma, un messaggio poco rassicurante e da contrastare con tutti i mezzi.

 

Democratici di tutto il mondo unitevi contro questo obrobbio!

 


Veneto, lombardia e la rivolta annunciata del terzo Stato
Postato da admin [26/03/2014 19:59]

L'esito plebiscitario del referendum virtuale del Veneto per la secessione e quello annunciato di Regione Lombardia per il suo riconoscimento di regione a statuto speciale, sono i segnali di un' inquietudine sociale foriera di sviluppi imprevedibili.

Aldo Canovari, con una lettera al Foglio del 28 Febbraio scorso, ha descritto in maniera esemplare  la nuova stratificazione sociale e di classe della società italiana, partendo dalla constatazione che: "non esiste in realtà un soggetto socio-economico che possa chiamarsi "Italia". Esistono almeno tre Italie, e ben diverse tra loro:

- La prima è quella costituita da una cupola di privilegiati (grosso modo, in base ai parametri di calcolo adottati, circa 500 mila - 1.000.000 di persone), che occupano posti elevati in organismi pubblici centrali o territoriali di natura politica, giudiziaria, amministrativa, posti super-retribuiti e per di più sicuri e garantiti. E' quella stessa cupola che nel corso degli ultimi decenni ha realizzato sperperi e folli deficit.

- La seconda è costituita dal gran numero dei dipendenti pubblici di livello medio-basso, i quali sono pagati poco, costretti spesso, contro la loro volontà, a non essere produttivi, il cui privilegio (non trascurabile) è quello della sicurezza del posto, unita spesso alla gratificazione di poter esercitare un qualche potere sui cittadini privati.

- La terza è costituita da quei tanti cittadini che producono effettivamente ricchezza (piccoli e medi industriali, artigiani, commercianti, professionisti, chi svolge un'attività autonoma in genere e i milioni di individui che lavorano alle loro dipendenze).

Tutti costoro operano nelle condizioni di rischio tipiche di ogni attività privata mediopiccola: fallimento se imprenditori; perdita del lavoro-licenziamento se dipendenti. Li potremmo chiamare, ricorrendo a un'analogia non troppo forzata con la situazione dell'Ancien régime intorno agli anni 1760-1786, membri servili della società, soggetti alla cosiddetta taglia reale, in quanto sudditi di rango inferiore."

Quanto ai primi, grosso modo la nuova casta dei privilegiati, sono quelli che con più forza si oppongono al mutamento dello status quo, da cui ricavano sicurezza e privilegi di ogni sorta.

La recente sortita di Moretti, AD di Trenitalia, è la dimostrazione di come cambi la mentalità degli uomini quando, grazie alla politica e/o al sindacato, oltre alle loro personali doti, salgono nella scala della mobilità sociale, dal rango di operatori sindacal-politici a quello di manager di aziende di stato dai compensi n- volte superiori a quello del Presidente della Repubblica o del Capo del governo.

E' la prima grande struttura socio-politico e amministrativa su cui usare il bisturi di una chirurgica operazione di disboscamento e allineamento delle competenze, funzioni e retribuzioni a quello che Adriano Olivetti, nella sua utopia di "Comunità" indicava come il massimo da riconoscere ai manager: non più di dieci volte lo stipendio dell'ultimo dei suoi impiegati.

Ovviamente nel caso dei parlamentari si tratterà di rivedere anche  gli emolumenti attuali di uscieri e commessi che hanno raggiunto livelli che gridano vendetta agli altri soggetti del secondo e terzo stato.

Operare sul primo livello, quello della casta, significa una rivoluzione dell'assetto  istituzionale dello Stato, che solo un'assemblea costituente da convocare a tamburo battente potrà realizzare, se si vogliono evitare soluzioni violente, i cui segnali sono presenti nel corpo sociale dell'Italia.

La situazione dei componenti del secondo livello andrebbe affrontata con due provvedimenti strettamente connessi, al fine di garantire l'accesso ai diversi ruoli delle persone effettivamente capaci e meritevoli, in grado di mantenersi tali lungo il loro lavoro, e per garantire l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge:

a)     eliminazione del ruolo con posto fisso nella PA, espressione di un'esigenza di stabilità della burocrazia propria di una società rurale a misura di Policarpo De Tappeti, del tutto anacronistica nella nuova realtà tecnotronica a frenetica evoluzione e mutamento;

b)     estensione ai dipendenti pubblici della stessa tutela garantita ai lavoratori del settore privato con lo statuto dei lavoratori.

Chi non può più tollerare gli abusi e i privilegi del primo stato e le garanzie in molti casi incomprensibili del secondo, sono proprio coloro che appartengono al terzo stato di cui scrive Canovari. Il loro grado di intolleranza è giunto al limite della sopportazione e quanto è accaduto nel Veneto e accadrà in Lombardia, sono solo i segnali anticipatori di  un moto sociale popolare che finirà con il coinvolgere ampi strati della società italiana. In definitiva la parte che contribuisce in materia decisiva a mantenere i privilegi della casta e l'inamovibilità del secondo stato.

Qui, condividendo la tesi di Canovari, non si tratta di ghigliottinare delle teste, anche se i garruli e imprudenti Moretti faranno bene a levarsi dalle sedie che occupano se si sentono sottopagati, quanto piuttosto ghigliottinare i privilegi e i diritti acquisiti che non sono più compatibili con la situazione sociale, economica, finanziaria e  politica dell'Italia.

O lo facciamo pacificamente per via istituzionale e amministrativa con una nuova assemblea costituente o saranno soluzioni radicali violente quelle cui ci dovremo preparare ad affrontare.

Resta grande come una montagna il tema dell'imposizione fiscale e della sua evasione, alla vigilia di una rivolta ormai prossima al suo manifestarsi. Di questo scriveremo in un prossimo articolo.

 

Ettore Bonalberti

 


Abroghiamo la legge costituzionale 24 dicembre 2012 e dell'art. 117, primo comma
Postato da admin [26/03/2014 19:52]

Lettera al direttore de Il Foglio di Rino Formica -

 

A maggio si voterà per il Parlamento europeo. Il governo ha incautamente

abbinato a questa elezione il rinnovo parziale delle amministrazioni locali. La saldatura tra temi europei e argomenti locali avverrà sul punto dei vincoli comunitari ai bilanci delle pubbliche amministrazioni. Ecco la parola chiave che dominerà il dibattito politico dei prossimi giorni e che si aggiungerà all'altra parola chiave: vincolo estero + spread. Vincolo estero come simbolo della perdita di sovranità nazionale e spread come immagine del signoraggio del mercato finanziario.

Lo spread è il prezzo che paghiamo perché gli stati hanno rinunciato con la globalizzazione senza regole a imbrigliare le selvagge attività speculative. Invece, l'accettazione del vincolo estero come unilaterale cessione di sovranità nazionale, è questione tutta nostra. Il vincolo estero come riformismo dall'alto dell'Europa, fu la soluzione che ispirò le élite del centrismo illuminato di Carli e di Andreatta. Il loro lucido pessimismo mutò pelle con il trasformismo dei governi della 2° Repubblica. Fu la legge costituzionale del 18 ottobre 2001 a incidere il principio di sovranità nazionale. All'art. 117 della Carta fu inserito un comma suicida: "La potestà legislativa è esercitata dallo stato e dalle regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali". Poi arrivò la legge costituzionale 20 aprile 2012 che introdusse il pareggio di bilancio per lo stato e per la Pubblica amministrazione e che riformò gli artt. 81, 97, 117 e 119 della Carta.

Il comma 6 dell'art. 1 della legge costituzionale, rimandava ad altra legge costituzionale la definizione dei contenuti della legge di bilancio, delle norme fondamentali e dei criteri volti ad assicurare il contenimento dell'indebitamento e l'equilibrio tra entrate e spese di bilancio.

Questa legge non poneva in discussione la sovranità nazionale o l'autonomia del Parlamento. Aveva una insufficienza: non modificava la norma sul vincolo all'ordinamento europeo introdotto nel 2001. Fu la legge costituzionale di attuazione, 24 dicembre 2012, che andò oltre le modifiche costituzionali sul pareggio di bilancio. Si introdusse il vincolo all'ordinamento europeo per l'oggi e per il domani. Subito dopo il presidente Monti firmò il Trattato del Fiscal compact. Aver introdotto nella Carta costituzionale il vincolo all'ordinamento europeo impedisce a qualsiasi governo del nostro paese di poter chiedere tolleranza alle istituzioni europee. Il paradosso è che gli italiani non sono più cittadini di uno stato sovrano e non sono cittadini europei, perché non esistono gli Stati Uniti d'Europa.

La prossima campagna elettorale per l'elezione del Parlamento europeo, sarà centrata su questi temi. Affidare questo tema (la cessione della sovranità nazionale) al nazional-populismo è il suicidio politico della democrazia repubblicana. Un largo schieramento di unità repubblicana deve chiedere l'abrogazione della legge costituzionale 24 dicembre 2012 e dell'art. 117, primo comma. Solo così si potrà andare in Europa per guidare il semestre italiano in condizioni di recuperata sovranità nazionale. Sottovalutare queste pulsioni significa offrire legna al fuoco delle lacerazioni nazionali. Fraterni saluti.

 

Rino Formica- lettera al direttore de Il Foglio, martedì 25 marzo 2014

 


Ecco come il Nuovo Centrodestra lavora per una Casa unica dei Popolari. Parla Quagliariello
Postato da admin [21/03/2014 23:31]

Conversazione con Gaetano Quagliariello, coordinatore nazionale del Nuovo Centrodestra di Alfano, sul cantiere in corso tra i moderati e la prospettiva delle Europee dopo il patto Udc e Popolari per l'Italia. Quanto a Forza Italia...

Europee, casa unica dei Popolari, cantiere di un largo centrodestra alternativo alla sinistra. Parole e opere del coordinatore nazionale del Nuovo Centrodestra, Gaetano Quagliariello, intervistato da Formiche.net

 

Professor Quagliariello, l'alleanza tra Udc e Popolari annunciata da Mauro e Cesa con la lista unitaria alle Europee può essere l'anticamera di una casa unica per i moderati?

Dipende se viene considerata un punto d'arrivo o un punto di partenza. Noi con la nostra iniziativa politica abbiamo messo in campo un centrodestra nuovo, senza complessi di sudditanza nei confronti del vecchio, alternativo alla sinistra e decisivo per un'ambizione maggioritaria e di governo del Paese. Se su questo orizzonte c'è una convergenza, si potrà marciare da subito uniti. In caso contrario, dovremo procedere divisi e darci appuntamento dopo le europee per confrontarci.

 

Che senso ha "incontrarsi e abbracciarsi a Dublino per poi tornare in Italia e coltivare le proprie piccole ambizioni", come ha scritto Formiche.net in un editoriale?

A Dublino ci siamo incontrati ma non abbracciati. Soprattutto con Forza Italia, esistono differenze nel merito delle posizioni e soprattutto nel modo di concepire la lotta politica che in questi mesi si sono andate addirittura allargando. C'è in Italia un centrodestra ormai plurale. Quando si tratta di eleggere cariche monocratiche, l'unico strumento se si vuole tenerlo insieme è quello delle primarie, che già per le prossime amministrative stiamo mettendo in campo. Ma sul fondo delle cose, per il futuro nulla è scontato.

 

Sono maturi i tempi per un rassemblement di forze popolari già dalle prossime europee?

Se si verifica l'esistenza di una prospettiva e di un programma comuni, sì. Ma in tal caso servirebbe una forte accelerazione perché il tempo stringe. Se invece deve trattarsi semplicemente di una sommatoria per raggranellare qualche punto in più, operazioni del genere in passato sono state già punite dagli elettori. In tal caso, meglio andarci cauti e non sprecare un'occasione.

 

Il Pd ha scelto il Pse: che cosa impedisce alle forze moderate italiane di individuare a breve una formula per il PPE italiano?

Nulla, tant'è vero che una delle ragioni della nascita del Nuovo Centrodestra è proprio l'ambizione di fare dell'ancoraggio al popolarismo europeo un carattere che non sia solo occasionale o di convenienza. In questo senso, la decisione di Renzi di traghettare il Pd nel Pse agevola il rilancio di una visione bipolare anche in prospettiva nazionale.

 

Quali sono gli errori del passato (valoriali, strategici e politici) da non ripetere?

E' stato un errore prospettico il fatto di considerare esclusivamente la dimensione leaderistica e carismatica, tralasciando la necessità di coltivare un progetto e di strutturare un partito. In realtà proprio la vicenda dei partiti popolari dell'Europa ci insegna che leadership forti possono coesistere con partiti radicati e classi dirigenti non occasionali.

 

Cosa cambia nello scenario partitico italiano dopo la conferma dei due anni di interdizione per Silvio Berlusconi?

Ciò che è accaduto in questi giorni dimostra diverse cose. Dimostra che avevamo ragione nel considerare sacrosanta la battaglia contro la retroattitivà della legge Severino ma un errore legare ad essa le sorti del Paese perché purtroppo quella battaglia non avrebbe rimosso le conseguenze di una sentenza che continuiamo a ritenere ingiusta e rispetto alla quale ribadiamo la nostra solidarietà nei confronti di Silvio Berlusconi. E dimostra che, per non vanificare la difficile opera di costruzione di un fronte moderato, è necessario affrontare insieme senza contrapporli i problemi dell'Italia e i problemi della giustizia che ne costituiscono parte rilevante.

 


Assemblea costituente o default dell'Italia
Postato da admin [21/03/2014 22:38]

Non se l'aspettava nemmeno Gianluca Busato, l'ideatore del referendum per l'autonomia del Veneto, il risultato che, secondo i dati comunicati ieri sera, confermerebbe il SI all'autonomia di oltre un milione e mezzo di veneti.

 

Da anni scriviamo dell'opportunità di superare l'assurda residua distinzione tra regioni a statuto ordinario e regioni a statuto speciale. Il Veneto confinante con il Friuli V.Giulia e il Trentino AA.AA. da molto tempo conduce la sua battaglia, non tanto per ridurre l'autonomia dei cugini altoatesini e friulani, quanto per acquisirne altrettanta per i veneti.

 

Da tempo sosteniamo l'idea che va rivisto l'intero assetto istituzionale dell'Italia, che non può più permettersi 20 regioni, 20 consigli regionali e loro società e agenzie derivate per puntare a realizzare l'idea di Miglio di un Paese confederato di quattro cinque macroregioni dotate di forti autonomie e collegate con un governo centrale al quale, dopo la mal riuscita sin qui costruzione dell'Europa, resterebbe solo il potere militare e della politica economica e finanziaria nazionale, atteso che si è colpevolmente perduto quello della sovranità monetaria, confinata a  una Banca centrale europea che non funziona come prestatore di ultima istanza, e lo stesso potere giudiziario è di fatto ancillare rispetto a quello comunitario.

 

Insomma un caos istituzionale al quale difficilmente può dare risposta il movimentismo improvvisato renziano o la facile scorciatoia del referendum veneto.

 

Al dr Busato e all'amico Zaia, oltre a ricordar loro che l'art. 5 della Costituzione

sancisce "che l'Italia é una ed indivisibile " e che il codice penale, all'art. 241, punisce gli atti violenti e idonei a menomare la indipendenza ed unità dello Stato. Così come  l'art. 283 punisce il compimento di atti violenti idonei a mutare la Costituzione dello Stato o la forma di governo, vorremmo evidenziare che  risulta alquanto bizzarro e improprio  il loro richiamo all'art. 10, comma primo, della Costituzione in cui si dice che la Repubblica riconosce le norme di diritto internazionale generalmente riconosciute, fra le quali il diritto all'autodeterminazione dei popoli previsto all'art. 1 della legge n. 881/1977  che ratifica la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici.

 

Più seria può diventare la minaccia di rivolta fiscale che, dopo un solo mancato versamento dell'IVA da parte dei contribuenti all'agenzia delle entrate e contestuale versamento alla tesoreria della Regione, metterebbe in crisi inesorabilmente la tenuta finanziaria dello Stato.

 

Pensare, tuttavia, che nel tempo del turbo capitalismo finanziario che ha messo in ginocchio l'economia reale e resa subalterna la politica a poteri forti incontrollati e incontrollabili, si possa dare risposta con improbabili ribellismi localistici, mi sembra inseguire progetti di giovanilismo politico.

 

O si procede sulla strada maestra della convocazione di una nuova assemblea costituente, con metodo proporzionale e sbarramento al 4-5 %, con il compito di riscrivere compiutamente il nuovo assetto dello Stato su base federale o assisteremo all'inesorabile default dell'Italia.

 

Ettore Bonalberti

 

 
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