Insieme per la nuova Unione europea e per l’alternativa democratica e popolare
Postato da admin [31/08/2018 18:22]

Con l’incontro di ieri a Milano tra Salvini e Orban si sono rese evidenti alcune questioni rilevanti dell’attuale situazione politica italiana ed europea.

Un  incontro “politico” in prefettura tra Salvini e il premier ungherese Orban? Non si era mai visto nella storia della Repubblica. Se fosse stato tale, perché Salvini non l’ha organizzato in via Bellerio sede della Lega? No a Milano è avvenuto un incontro tra due governi con il nostro ministro degli interni che continua a cambiare di cappello: ora capo della Lega, ora V.Presidente del consiglio, ma sempre ministro degli interni egli è, magari assai atipico, che ieri a Milano ha assunto anche il cappello di ministro degli esteri. E’ onestamente un po’ troppo specie se, come è avvenuto ieri a  Milano, si cambia la stessa linea di politica estera dell’Italia sempre più orientata a Est: verso Putin, e adesso,  seppur con qualche contraddizione, anche verso Orban e i paesi di Visigrad. A quando l’uscita dall’Unione Europea e dalla Nato? Credo sia tempo di concorrere alla costruzione di un’alternativa democratica e popolare al governo double face giallo verde che non promette nulla di buono.

Il M5S ha tentato di prendere le distanze enunciando una tesi insostenibile. come quella di un incontro “politico” che, in realtà, ha assunto il carattere istituzionale a tutto tondo

Al di là del “contratto” di governo, ciò che si sta profilando alla vigilia delle elezioni europee del 26 Maggio 2019 è il ruolo della Lega, quale espressione della nuova destra italiana e del M5S che, nella crisi del PD, rischia di assumere il ruolo della sinistra italiana. Un bipolarismo fittizio, poiché i due partiti/movimento sono saldamente riuniti nella gestione del potere, seppure non si sia ancora passati dalla condizione di contraenti di un “contratto” a quella di una vera e propria alleanza, tanto a livello nazionale che in sede periferica.

Abbiamo da sempre espresso la nostra vicinanza alle posizioni che nel Veneto la Lega ha sempre assunto nei momenti decisivi della storia repubblicana, sino a condividere positivamente con noi popolari la stessa battaglia a difesa della Costituzione, nel sostegno del NO al referendum del 4 Novembre 2016 per la “deforma costituzionale”, voluto da Matteo Renzi su input di JP Morgan e dei poteri finanziari dominanti.

Da quella sconfitta il PD non si è più ripreso, sino a rinunciare a convocare un congresso di riflessione seria su quel risultato che ha definitivamente distrutto il progetto renziano di un’occupazione trasformistica del centro politico del Paese.

Gli è che la crisi del PD è accompagnata dalla permanente e tuttora irrisolta questione del centro cattolico e popolare, della cui ricomposizione siamo impegnati sin dal momento della fine politica e non giuridica della DC (1993).

Con l’incontro di ieri a Milano la strategia di Salvini appare chiara: smarcarsi dall’Unione europea e dai rapporti con gli Stati Uniti per una prospettiva che non possiamo condividere di un rapporto preferenziale con Putin, da un lato, sul versante strategico internazionale e con i Pesi di Visigrad, dall’altro, su quello continentale europeo.

Nel mio ultimo saggio “ Elezioni europee: la visione dei Liberi e Forti” (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/422618/elezioni-europee/) ho indicato le proposte che, tanto in materia di politica dell’immigrazione, che su quelle più generali della politica economica e sociale, fanno riferimento ai principi e ai valori della dottrina sociale cristiana, così come riproposti egregiamente dal “9° rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo” dell’Istituto Internazionale Cardinale Van Thuân.

Tra una nuova destra nazionalista e xenofoba come quella indicata da Salvini, in stretta alleanza con Orban e i leaders di Visigrad, e una sinistra alla ricerca di una sua rinnovata identità, non possiamo che concorrere alla ricostruzione dell’area cattolica e popolare, al fine di preparaci alle prossime elezioni europee nelle quali si confronteranno inevitabilmente, da un lato, le posizioni ultra nazionaliste “sovraniste” e, dall’altra, quelle che a diverso titolo si rifanno all’Europa. Un’Europa certo non difendibile nella sua attuale configurazione dell’Unione, ma da riformare secondo i principi dei padri fondatori di matrice cattolica e popolare: Adenauer, De Gasperi, Monet e Schuman. In alternativa ai valori della “carta di Ventoténe”, alla fine risultati politicamente vincenti, in parallelo e in larga parte suscitatori della deriva laicista e relativista dell’Unione europea, intendiamo concorrere, innanzi tutto,  alla ricomposizione dell’area cattolica e popolare da riunire, compatibilmente con i tempi e i modi previsti dalla legge elettorale proporzionale delle prossime elezioni europee. Sono due le alternative possibili:  o un nuovo soggetto politico del tipo UMP (Union des Mouvements Populaire) francese, “ laico, democratico, popolare, europeista, trans nazionale, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, inserito a pieno titolo nel PPE”, come abbiamo concordato nel documenti finale del recente seminario dei popolari di Verona ( 23 Giugno 2018) o, se non ne fossimo capaci a breve, in una corrente organizzata da proporre all’interno di un ampio e credibile contenitore politico che si ritrovasse unito sui valori dell’umanesimo cristiano e del PPE.

Siamo convinti, altresì, che al governo del “contratto” impossibile e tenuto insieme solo dalla logica della spartizione del potere, sia indispensabile opporre la costruzione di un’alternativa democratica e popolare credibile, fondata sulla volontà di riformare seriamente l’Unione europea e ancorata stabilmente sulle alleanze occidentali, quelle che hanno garantito per oltre settant’anni la pace nel nostro vecchio e amato continente europeo.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF ( Associazione Liberi e Forti)

Venezia, 29 Agosto 2018

 

 

 

 

 


Dell'immigrazione
Postato da admin [25/07/2018 23:01]


La redazione di Insieme in preparazione delle elezioni europee del 23-26 Maggio 2019 ha avviato una tribuna per i lettori nella quale saranno presentati una serie di articoli sui quali i nostri lettori possono intervenire con osservazioni, indicazioni e proposte. Dopo il primo articolo sul tema:” Come ci prepariamo alle prossime elezioni europee", editiamo il secondo articolo sul tema: "Megatrends demografici in Europa e nel mondo”.. Poi il

terzo articolo esamina i “ Megatrends etici, culturali e religiosi dell’Europa” e poi il quarto articolo esamina  "Europa e Islam"... Poi il quinto articolo esamina "L'unione europea alla prova dei nuovi equilibri internazionali"... Poi il sesto articolo esamina "Sovranità nazionale e sovranità europea"' . … Poi il settimo articolo "Sovranità monetaria e sovranità nazionale".... Poi ottavo articolo "I temi principali dell'agenda dell'Unione europea" .  Poi il nono "Dell'immigrazione"

Buona lettura, ricordando che la nostra tribuna è aperta ai vostri eventuali interventi.


Venezia 20 luglio 2018   Dell'immigrazione

Da quanto evidenziato nel capitolo secondo sui megatrends demografici in Europa  il tema dei flussi migratori verso l’Europa risulta essere tra i più rilevanti, se non il principale, causa determinante dello svilupparsi dei “sovranismi” e delle chiusure  nazionalistiche che, in taluni casi, assumono i caratteri di una vera e proprio xenofobia. 


Se come già citati nel capitolo secondo: “ Oggi gli africani sono 1,2 MLD nel 2015 saranno 2,4 MLD: intrapolazione lineare della popolazione dal 2020 al 2050  con y=(2.4-1.2)/4*x+1.2)*1000 dati in Milioni di abitanti, per decadi X=0,1,2,3,4, si assume quanto segue: nel 2020s x=1 gli africani siano 1.5MLD, nel 2030 x=2 siano 1.8MLD, nel 2040 x=3 siano 2.1MLD, nel 2050 x=4 siano 2.4MLD


  Popolazione Europa oggi 500 MLN nel 2050, 706 MLN : intrapolazione lineare della popolazione dal 2020 al 2050 con y=(706-500)/4*x+500) dati in Milioni di abitanti, per decadi X=0,1,2,3,4 si assume quanto segue: nel 2020 x=1 gli europei siano 551.5 Milioni, nel 2030 gli europei siano 603 Milioni, nel 2040 gli europei siano 654.5 Milioni, nel 2050 gli europei siano 706 Milioni.  


Nel decennio 2020 gli africani sono stimati a 1.5 MLD e gli Europei in 551.5 Mln, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 6.3%-14% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 94 milioni-210 milioni.. Se dal Nord Est Africa iniziasse un trasferimento (business Africa Ferries o Gateway umanitari) con l'attuale legge italiana che concede la cittadinanza dopo 10 anni, in media nel decennio 2020 diverrebbero italiani tra 9.4-21 Milioni d'africani. Sarebbero aspersi in Europa dalla via Greco-Italica circa 84.4 Milioni-189 Milioni d'africani. 


Nel decennio 2030 gli africani sono stimati a 1.8 MLD e gli Europei in 603 Milioni, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 12.5%-26% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 225 milioni-468 milioni. Se dal Nord Est africa iniziasse un trasferimento (business Africa Ferries o Gateway umanitari) con l'attuale legge italiana che concede la cittadinanza dopo 10 anni, in media nel decennio 2030 s diverrebbero italiani tra 22.5-46.8 Milioni di persone (oltre la metà dell'attuale popolazione italiana). Sarebbero aspersi in Europa dalla via Greco-Italica circa 202-421 Milioni d'africani. 


Nel decennio 2040 gli africani sono stimati a 2.1 MLD e gli Europei in 654.5 Milioni, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 25%-38% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 525-798 milioni di persone.

Nel decennio 2050 gli africani sono stimati a 2.4 MLD e gli Europei 706Milioni di persone, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere il 50% della popolazione,  con una pressione demografica potenziale di 1,2 miliardi

E’ evidente che ci troviamo di fronte a un fenomeno che ha assunto e potrà assumere dimensioni impressionanti destinate a incidere profondamente sugli equilibri geo politici ed economici tra Europa, Africa e il resto del mondo.

E’ altrettanto evidente che nessuna politica che si limitasse, come da qualche partito e dall’attuale governo si  propone, a innalzare barriere, blocchi navali, respingimenti , sarebbe in grado di ostacolare e annullare la spinta di milioni di giovani, affamati e prolifici se non si attiveranno strategie di sviluppo sul grande continente africano.

Che fare allora e quali proposte concrete noi Popolari possiamo avanzare all’interno del PPE e  nel prossimo Parlamento europeo ?

Il Dr Natale Forlani, già dirigente CISL e componente del direttivo dell’associazione “Costruire Insieme”(@costruireinsieme1) ha presentato un’organica proposta che è stata condivisa e che, a nostro parere, potrebbe essere assunta quale strategia possibile per i Popolari europei.

Riportiamo integralmente il testo della stessa così denominata: “ Per una comunità sicura e accogliente”. Essa potrebbe rappresentare il “ Manifesto per una buona politica per l’immigrazione”:

LA NOSTRA NAZIONE   E’ DIVENTATA UN  GRANDE PAESE DI ACCOGLIENZA DEGLI                IMMIGRATI

Nel corso dei venti anni recenti l’Italia , superando  i  5 mln di immigrati residenti , è diventato il terzo paese per numero di cittadini di origine straniera accolti nell’ambito delle nazioni aderenti alla Unione Europea.

Una popolazione composita , distribuita su numerosissime comunità di origine con caratteristiche eterogenee  per estrazione : linguistica , culturale e religiosa .  Frutto  di una crescita rapida ,  concentrata soprattutto negli anni 2000 , e che si sta incrementando anche  in ragione  del consolidamento territoriale delle singole comunità di origine,   e dei nuclei familiari di appartenenza , e per effetto di una forte natalità e delle  ricongiunzioni familiari .

NEL MERCATO DEL LAVORO ITALIANO

Gli immigrati rappresentano circa il 12% della popolazione attiva , l’ 11% di quella occupata  , il 15% di quella in cerca di lavoro .

 Sono in larghissima parte ,  circa il 90%,  lavoratori  dipendenti   impiegati in lavori manuali ed esecutivi , territorialmente concentrati nel nord e  nel centro Italia , con un peso rilevante  nel lavoro domestico , nelle costruzioni ,  nell’agricoltura  e assai  significativo nell’industria manifatturiera  nei settori  alberghiero e della ristorazione  ,   nelle fasce più giovani della popolazione attiva , con una particolare incidenza in quella degli  under 30.

La crescita della occupazione immigrata , che ha superato la cifra dei 2,4 milioni di unità lavorative ( distinte in circa 1,6 mln di extracomunitari  e 800 ml comunitari ) è stata costante anche durante gli  anni della crisi economica  compensando , in modo significativo , la rilevante perdita di occupati italiani.

Secondo le stime dell’ Istat,  tra il 2007 e il 2014  , a fronte di una diminuzione  di circa 1,5 mln di occupati autoctoni , il numero degli immigrati occupati si è incrementato di oltre 850 ml unità. Un fortissimo contributo alla crescita dell’occupazione immigrata è stato offerto dalla libera circolazione dei lavoratori neo comunitari, in particolare quella per i lavoratori rumeni , e dall ‘aumento dell’occupazione femminile nel settore dei servizi per le famiglie. 

Nel contempo è aumentato  sensibilmente anche  il numero degli immigrati in cerca di lavoro , che ha raggiunto il picco delle 450ml unità , e quello delle persone inattive , attualmente stimate in 1,2 mln di persone  come conseguenza  del  rilevante incremento della popolazione residente ( circa il 40% ) , e di quella in età di lavoro, nel periodo preso in considerazione ,  per effetto di nuove nascite e di ricongiunzioni familiari  e per via del contributo significativo offerto dall’incremento dei cittadini neo comunitari favoriti dal regime di libera circolazione .

La crescita concomitante dell’ occupazione , della disoccupazione e della inattività degli immigrati in Italia , rappresenta un caso unico nel panorama dei grandi paesi di accoglienza europei. Come diretta conseguenza  , il tasso di occupazione è diminuito di oltre il 10%  per la componente dei cittadini extracomunitari , e del  7% per quella dei neo  comunitari.

Nonostante la significativa ripresa dell’occupazione avvenuta nei tre anni recenti , alimentata soprattutto dalla crescita degli occupati italiani , la crisi economica ha prodotto effetti negativi   sui salari dei lavoratori immigrati ,  e sul reddito delle famiglie di riferimento . La media dei salari è diminuita  del 20% .  L’ incidenza dei nuclei familiari senza redditi da lavoro o da pensione ,sul totale dei gruppi di riferimento,  è di entità doppia  rispetto a quella dei nuclei familiari composti da italiani (  14 % rispetto al 7% )  con punte  superiori al 20% per le comunità di origine tunisina , marocchina , pakistana e egiziana.

ABBIAMO BISOGNO  DI PIU’ IMMIGRATI ?

Molte fonti , anche autorevoli , sostengono l’esigenza di programmare annualmente un flusso d’ingresso di nuovi immigrati    per la doppia finalità  di rigenerare la popolazione attiva italiana , destinata a comprimersi per via dell’invecchiamento della popolazione e della diminuzione delle nascite , e  per rendere sostenibile , con la crescita degli occupati immigrati , il finanziamento delle prestazioni sociali, a partire da quelle pensionistiche .

La decrescita demografica , e il contributo degli occupati di origine straniera al finanziamento delle prestazioni sociali sono elementi oggettivi della realtà italiana  .

 Ma  i dati disponibili , quelli  relativi alle tendenze del mercato del  lavoro e del reddito degli immigrati, e quelli forniti dall’osservatorio statistico dell’Inps  , che palesano  una concentrazione dei  contribuenti nelle fasce  esenti dal prelievo fiscale e nei settori a bassa contribuzione previdenziale ,  mettono in evidenza un drammatico problema di sostenibilità della immigrazione residente  ed ,  in particolare,  di quella di origine extra comunitaria .

Nonostante la ripresa dell’economia  e dell’occupazione  , rimane l’esigenza di riassorbire un bacino di circa 3 mln di disoccupati ,  tra i quali vengono ricompresi circa   430 ml immigrati  e buona parte dei 2, 4 mln di giovani che non studiano e non lavorano , composto in prevalenza da persone con bassa qualificazione .

Giova ricordare che il tasso di occupazione della popolazione italiana, attualmente al 58%, è assai distante dalle medie europee e lontano dal garantire livelli di sostenibilità per il sistema delle prestazioni sociali.

Pur ritenendo fondata la relazione esistente tra la crescita degli occupati immigrati e la scarsa propensione dei giovani italiani a svolgere determinate mansioni , risulta altrettanto difficile negare come la crescita di una popolazione scarsamente remunerata , e che  in molti ambiti settoriali e territoriali sconfina con il lavoro sommerso , finisca essa stessa per ostacolare una rivalutazione del lavoro manuale e un cambiamento delle aspettative delle persone in cerca di lavoro. 

Queste  dinamiche   contributo in modo significativo  alla bassa crescita dei  salari e dei livelli di produttività che caratterizza l’economia italiana .

I NUOVI FLUSSI D’INGRESSO DI  MIGRANTI   IRREGOLARI  :  FENOMENO STRUTTURALE  O IL  PRODOTTO DI POLITICHE INADEGUATE  ?

Dal secondo semestre 2014 ha preso corpo un sistematico flusso di ingresso di immigrati irregolari in Italia proveniente , in grande prevalenza , dal territorio libico . La natura di questi flussi migratori  ,  rimane costantemente caratterizzata da una grande prevalenza di emigranti per motivi economici ,provenienti in grande prevalenza dai paesi del centro Africa e del sud Sahara ,   e che , da una narrazione di parte , viene erroneamente identificata con i profughi in fuga da conflitti bellici .

Un flusso di  migranti irregolari   in buona parte  non identificati   e che ,  soprattutto nel corso del 2014 e 2015 , sono  rifluiti , verso altre nazioni del centro nord  Europa . 

I numeri , più delle parole , danno evidenza della quantità e della qualità del fenomeno : oltre 550 ml persone sbarcate nel territorio italiani , di cui solo 170 ml presenti nelle strutture di accoglienza , circa 200 ml domande di asilo .  Tra quelle che hanno ottenuto un riscontro dalle commissioni di esame , solo meno del 10% ha ottenuto tale riconoscimento . Un ulteriore 30% hanno ricevuto un  permesso per motivi umanitari o di protezione sussidiaria   , mentre il  60% sono state  respinte  per totale insussistenza di requisiti di protezione internazionale .

La scelta di effettuare a ridosso delle acque territoriali libiche le operazioni di salvataggio in mare , operata dal governo in carica nella seconda parte del 2014, ha oggettivamente favorito la crescita   di una rilevante bolla di emigranti per motivi economici nel territorio libico , senza peraltro ridurre il numero dei  decessi in mare  . Per i trafficanti di uomini era  diventata una consuetudine  caricare numeri abnormi di persone in modo improvvisato e su mezzi sempre meno adeguati.

 I ritardi delle Istituzioni Europee in materia di politiche per l’immigrazione  , legati alle indisponibilità di alcuni paesi a farsi carico delle nuove emergenze sono evidenti  .  Ma , altrettanto , è difficile negare che la distanza tra la rappresentazione  dei fenomeni , offerta anche dalle nostre  Autorità di governo, e le dinamiche reali  ,  abbia seriamente compromesso la credibilità e  l’autorevolezza delle proposte italiane .

Nonostante il  cambiamento di approccio culturale e politico  , operato dal governo in carica , Italia si ritrova ad aver cumulato una notevole mole di ritardi , di approccio culturale , nella revisione delle procedure di identificazione e espulsione , nelle modalità di gestione dell’accoglienza e di integrazione dei migranti  che hanno ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di protezione internazionale , sul versante degli accordi internazionali  con i paesi di origine dei migranti .

Questi ritardi hanno  riflessi  economici  e sociali che vanno ben oltre i costi dedicati alla accoglienza dei migranti irregolari .  Essi sono visibili nel degrado delle periferie urbane laddove si concentrano nuclei di immigrati con e senza permesso di soggiorno , nell’aumento del lavoro sommerso , nella crescente concorrenza nell’accesso alle misure assistenziali , che sono dotate di risorse limitate e che , con tutta probabilità , arriverà al culmine nell’occasione della emanazione dei bandi per l’accesso alle prestazioni economiche rivolte al contrasto della povertà.

AIUTARLI A CASA LORO ?  MOLTI ITALIANI LO STANNO GIA’ FACENDO

Nel mentre si è aperto uno stucchevole dibattito politico sulla opportunità di aiutare le popolazioni nei paesi poveri , o in via di sviluppo,  nell’ambito di uno scambio con i paesi di origine dei migranti che preveda un  reciproco controllo sugli esodi irregolari.

In una parte significativa del ceto politico  , la migrazione viene letta come fenomeno ineluttabile e come via privilegiata per contrastare l ‘impoverimento delle popolazioni  , per attenuare gli effetti dell’incremento demografico del continente africano , e compensare quelli legati all ’invecchiamento della popolazione nei paesi europei.

Le migrazioni possono certamente rispondere alle aspettative delle persone che aspirano ad un destino migliore , dare un contributo allo sviluppo dei paesi di origine tramite le rimesse dei migranti e le esperienze di lavoro  per quelli che rientrano , ed , altrettanto , a contenere il declino demografico dei paesi sviluppati .

Ma autorevoli  studi internazionali dimostrano che l’uscita dalle condizioni di povertà assoluta  di circa 1 mld di persone , nel corso degli ultimi venti anni ,  è avvenuta per effetto dello sviluppo locale dei paesi emergenti , che il contributo delle rimesse  non di rado è compensato in negativo da un esodo di risorse umane fondamentale per la crescita di un ceto  medio produttivo, che i tassi di natalità dei migranti si adeguano rapidamente a quelli delle popolazioni dei paesi di accoglienza.

Nel contempo vengono sottovalutate le iniziative promosse nei paesi poveri e in via di sviluppo , da importanti ordini religiosi negli ambiti della formazione professionale, della sanità e della assistenza  , le iniziative di gruppi e associazioni  volte a promuovere progetti di sviluppo locale , le adozioni a distanza delle famiglie  , stimate , per l’Italia ,in oltre un milione di erogazioni  l’anno da parte delle famiglie .

Iniziative corpose ma che non riscontrano l’attenzione di  istituzioni, prevalentemente assorbite  nel promuovere programmi di cooperazione onerosi e di dubbia efficacia riservati a gruppi ristretti di  organizzazioni non governative , e che , diversamente potrebbero  diventare il perno di una nuova politica di cooperazione internazionale sostenuta anche dalle istituzioni Europee

LA CITTADINANZA DEVE ESSERE IL RISULTATO DI UN PERCORSO DI INTEGRAZIONE

Un ramo del Parlamento ha recentemente approvato il testo di un disegno di legge che si propone di riconoscere il diritto di cittadinanza ai minori stranieri residenti , nati in Italia o ricongiunti , che abbiano portato a compimento ameno un  ciclo scolastico , con la finalità , a detta dei sostenitori , di rimediare una discriminazione nei confronti dei loro coetanei italiani, in quanto attualmente  costretti ad avanzare questa richiesta al raggiungimento della maggiore età.

E’ doveroso evidenziare  che i minori stranieri , accompagnati e non, beneficiano già degli stessi diritti sociali ed economici dei minori italiani e che alcuni diritti collegati alla acquisizione della cittadinanza , come quello di voto e di libera circolazione verso altri paesi , non sono disponibili per l’intera platea dei minori.

Tutto questo premesso , va altrettanto ricordato che nell’ordinamento italiano la richiesta della cittadinanza al raggiungimento della maggiore età , è un’opzione subordinata rispetto alla possibilità del minore di avere anticipatamente il riconoscimento  , come conseguenza della acquisizione della cittadinanza da parte di un genitore, dopo 10 anni di regolare residenza nel nostro paese.

Infatti oltre il 40% dei delle nuove cittadinanze rilasciate nel corso del 2015 e 2016 , circa 380ml complessive , è stato assegnato a minori stranieri .Sul piano pratico l’effetto della innovazione normativa proposta non è significativo.  I dieci anni di regolare soggiorno del genitore di solito coincidono con i tempi della frequenza dei  cicli scolastici da parte dei figli.
Ma è sconvolgente dal punto di vista culturale . Non solo si sottrae ai genitori il  diritto -dovere e la responsabilità di guidare i figli nel percorso di educazione e formazione, ma tende a produrre una singolare scomposizione dei nuclei familiari con effetti indesiderabili . Si pensi ad esempio alle possibili implicazioni sulle scelte delle famiglie riguardanti  la loro mobilità e ad un possibile rientro nei paesi di origine , dato che ben 64 paesi , da cui provengono la metà dei migranti residenti in Italia , non ammettono la doppia cittadinanza.

Pertanto, se si ritiene opportuno operare una manutenzione di una legge che sta comunque producendo buoni risultati , al fine di accelerare i tempi di acquisizione della cittadinanza  la via migliore è quella di premiare le persone e i nuclei familiari sulla base di una valutazione dei comportamenti attuati in ambito civile , scolastico e lavorativo. In questo modo si produrrebbero anche nuovi stimoli per accelerare i percorsi di integrazione.


PER UNA BUONA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE :  ALCUNE PREMESSE CULTURALI 


La natura di flussi migratori è cambiata radicalmente parallelamente alla rapida integrazione dei sistemi produttivi su scala globale e ai mutamenti tecnologici  nel campo della comunicazione e dei trasporti che hanno accelerato l’accesso alle informazioni e gli spostamenti delle persone.

In forte crescita sono i flussi migratori all’interno dei paesi sviluppati e tra questi con quelli in rapido sviluppo  nell’ambito dei quali una particolare incidenza è stata prodotta dalla libera circolazione dei cittadini dei paesi aderenti alla UE.  Nuove dinamiche  che concorrono  alla rapida formazione di un mercato del lavoro internazionale sulla spinta della internazionalizzazione delle imprese e dall’esigenza di formare adeguatamente le risorse umane per presidiare mercati , tecnologie e organizzazioni produttive .

E’ in questo ambito che si stanno formando le classi dirigenti , e quelli che potremmo definire  “i ceti esperti “ fondamentali per assicurare lo sviluppo economico e sociale di ogni territorio , anche attraverso la capacità di attrarre risorse umane qualificate analogamente a quanto avviene nel movimento dei capitali e delle imprese . Questa evoluzione ci interroga sul posizionamento del nostro paese , sulla sua capacità di attrarre risorse umane qualificate , e di garantire ai nostri giovani la possibilità di fare esperienze formative e lavorative in altri paesi in condizione di reciprocità  con gli stessi.

Le migrazioni dai paesi poveri, o in via di sviluppo , verso quelli più sviluppati continueranno ad avere un peso rilevante sui flussi migratori , ma rimane importante contingentarle , per motivi si sostenibilità generale e delle stesse persone coinvolte , agli effettivi  fabbisogni  del mercato del lavoro locale.

Pertanto è doveroso mantenere la distinzione  tra i doveri di accoglienza verso i profughi , sulla base del diritto internazionale e degli effettivi requisiti delle persone , e i migranti per motivi economici  per i quali gli stati devono mantenere la prerogativa di autorizzare gli ingressi , e il mantenimento della residenza in ragione delle opportunità di inserimento nel mercato del lavoro e di sostenibilità del reddito delle persone e dei nuclei familiari.

Infine  è doveroso porsi il problema di come concorrere al potenziamento delle iniziative delle istituzioni internazionali  per rafforzare gli interventi verso le persone in fuga da conflitti bellici o da gravi calamità naturali , in forte aumento, e che per la stragrande parte rifluiscono verso i paesi limitrofi altrettanto poveri.

Questi flussi migratori sono estremamente  diversificati al loro interno  , come  diverse sono le possibili soluzioni che vanno ponderate al fine di  valorizzarne  le potenzialità e di limitare i costi sociali , adottando analisi corrette e  avendo una chiara percezione del posizionamento del proprio Paese nelle dinamiche migratorie.

Consideriamo un grave errore approcciare questi problemi  con  gli  atteggiamenti  semplicistici , pro o contro i migranti  , che purtroppo  stanno dominando la scena politica .


LE INNOVAZIONI POSSIBILI


Nella consapevolezza che , per le ragioni evidenziate , sia necessario innovare profondamente le politiche per l’immigrazione sinora adottate in Italia e in Europa , vogliamo indicare quelli che , a nostro avviso , dovrebbero essere i capisaldi di una nuova politica sul tema.


REVISIONE DELLE MODALITA’ DI AUTORIZZAZIONE  DEGLI INGRESSI PER MOTIVI DI LAVORO


L ‘attuale  sistema di programmazione annuale degli ingressi per profili generici, ormai obsoleto e inutilizzabile ,va sostituito con uno più flessibile , basato sul rilascio alle imprese o ad intermediari accreditati, di una pre autorizzazione per la selezione di personale qualificato , previa verifica della  effettiva carenza di offerta disponibile nel territorio. Tale pre autorizzazione  deve essere  trasformabile in un permesso di soggiorno  provvisorio per motivi di  lavoro ,dopo l’accertamento delle condizioni di sussistenza della qualifica professionale , l’assenza di reati a carico , l ‘iscrizione a un corso per l’apprendimento della lingua italiana, la disponibilità di una abitazione.


CONDIZIONE DI PERMANENZA NEL TERRITORIO ITALIANO E DI RICONGIUNGIMENTO PER I FAMILIARI

Mantenimento del requisito minimo di reddito ovvero  obbligo di partecipare ai programmi di reinserimento lavorativo per i disoccupati . Verifica delle condizioni di apprendimento della lingua e della partecipazione ai percorsi scolastici obbligatori da parte dei figli . Definizione di un programma rivolto a contrastare i livelli di impoverimento dei nuclei familiari rigorosamente ancorato all’inserimento lavorativo e alla frequenza scolastica dei figli.


ACCELERAZIONE DELLE PROCEDURE E DEI TEMPI DI ACQUISIZIONE DELLA CITTADINANZA ITALIANA

Definizione di criteri , che possono dar luogo anche a punteggi, che consentano di anticipare i tempi di acquisizione della cittadinanza ( con un minimo di permanenza di 8 anni per almeno un genitore) , anche per figli nati in Italia o ricongiunti, sulla base della valutazione dei comportamenti delle persone e dei nuclei familiari negli ambiti : civile, scolastico, lavorativo.


POLITICHE PER L’ACCOGLIENZA DEI PROFUGHI ,  IN ITALIA E IN EUROPA , E DI SOSTEGNO AI PROGRAMMI DI COOPERAZIONE


  • Promuovere la costituzione di una forte  Polizia di Frontiera Europea , da impegnare nelle aree di elevata criticità dei flussi irregolari d’ingresso di migranti , sulla base di decisioni assunte nell’ambito del Consiglio dei Ministri della UE .  l’azione della Polizia di frontiera UE dovrà caratterizzarsi come supporto organico agli Stati aderenti più esposti nelle attività di contrasto, identificazione , espulsione dei migranti che non hanno i requisiti di protezione , trasferimento degli stessi in altri territori UE ;

  • Predisposizione di piani di distribuzione dei migranti che hanno il requisito di protezione, nell’ambito dei paesi aderenti alla UE verificando le condizioni di sostenibilità dei mercati del lavoro locali e finanziando i programmi di integrazione;

  • Definizione di un programma pluriennale di sostegno alla definizione di accordi bilaterali o multilaterali tra paesi aderenti con quelli di origine dei flussi migratori . Inserimento , nelle linee di intervento dei fondi sociali , dei programmi di sostegno alla mobilità circolare dei migranti per favorire esperienze formative e di lavoro con la prospettiva del rientro nei paesi di origine;

  • Revisione delle modalità e dei tempi di gestione dei ricorsi avversi ai pronunciamenti negativi delle commissioni di esame delle richieste di protezione internazionale,. Istituzione di un ramo della magistratura dedicata alla gestione di tali ricorsi , e riduzione , sino all’annullamento dei rimborsi per gli avvocati d’ ufficio nel caso di ricorsi palesemente infondati;

  • Istituzione di un albo dei soggetti accreditati a partecipare ai bandi per la gestione dei centri di accoglienza e di una attività di ispettorato permanente per la verifica delle attività svolte;

  • Distribuzione concordata con le regioni e con gli enti locali dei migranti che hanno richiesto il permesso di asilo ;

  • Definizione di un programma nazionale  di inserimento lavorativo , cofinanziato con fondi europei , nazionali e  regionali , per i profughi riconosciuti ,  basato su  un codice dei diritti e dei doveri del migrante , e avvalendosi delle agenzie del lavoro accreditate per sviluppare progetti di inserimento personalizzati remunerati sulla base dei risultati ottenuti;

  • Mobilitazione delle risorse nazionali destinate al sostegno dei programmi di cooperazione per la finalità di potenziare gli interventi delle associazioni , delle imprese , delle famiglie  nei paesi in via di sviluppo ritenuti di interesse strategico per l’Italia.


Se queste sono le indicazioni proposte da Natale Forlani e condivise dagli amici di “ Costruire Insieme”  in ambito europeo riteniamo che si dovrebbe proporre:


  •  di incentrare sulla tutela del diritto a non emigrare gli obiettivi strategici della politica di cooperazione allo sviluppo nazionale ed europea e conseguente lancio di una campagna europea da parte dell‘Italia “portiamo il lavoro in Africa”

  •  il potenziamento dei fondi europei per il sostegno alle iniziative promosse su base bilaterale e multilaterale con i paesi di origine dei migranti al fine di promuovere azioni di contrasto delle migrazioni irregolari;

  •  interventi di sostegno allo sviluppo locale e per la formazione delle risorse umane, anche attraverso programmi di migrazione circolare che prevedano il ritorno nei paesi di origine dei migranti;

  •  incentivi al partenariato tra microimprese europee e africane ed eliminazione delle barriere all’accesso di microimprese e microprogetti ai grandi programmi europei e internazionali.

  •  la riforma del Protocollo di Dublino sull’accoglienza dei rifugiati (ovvero superamento del principio che i rifugiati devono essere ospitati nel Paese di prima accoglienza);

  •  lo sviluppo a pieno regime di canali ufficiali UE di accesso con apposite procedure volte a contrastare il traffico di esseri umani attraverso le rappresentanze europee negli Stati d’origin;

  • promuovere la creazione di un’effettiva  Polizia di Frontiera UE attraverso una revisione della normativa vigente sulla guardia di frontiera e costiera europea, attribuendole il compito di intervenire a supporto degli Stati aderenti che lo richiedano, per fronteggiare i flussi di ingresso irregolari con azioni di contrasto, accertamento e gestione dei procedimenti di ricollocazione dei migranti irregolari non in possesso dei requisiti di protezione internazionale;

  • la predisposizione dei piani di sostegno per l’accoglienza ripartizione dei relativi oneri e la ricollocazione dei profughi con norme ispirate a più stringente solidarietà tra gli Stati membri UE con decisioni vincolanti assunte a maggioranza qualificata del Consiglio dei ministri UE 

Riteniamo che queste potrebbero essere le proposte che i Popolari italiani dovrebbero presentare ai colleghi del PPE  per farle diventare parte essenziale del programma elettorale del Partito nelle prossime elezioni europee.


La redazione di “ Insieme”



16.07.2018      "I temi principali dell'agenda dell'Unione Europea"

Avvicinandoci alla data delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo ( 23-26 Maggio 2019), riteniamo sia opportuno esaminare i principali temi che l’Unione europea  si troverà ad affrontare, sia sul piano legislativo che su quello della governance di sistema, in una fase caratterizzata dal pesante scontro tra “sovranisti” e “ europeisti” destinato a monopolizzare i prossimi mesi di campagna elettorale in tutti i 27 Paesi dell’Unione. 

In rapida sintesi possiamo indicare la seguente Agenda:

1)  situazione politica di Germania, Francia e Italia, Paesi fondatori della CEE con le tre           economie principali dell’Unione dopo l’uscita della  GB con la Brexit, insieme a quelle degli altri 24 Paesi UE;

2)  rapporti tra UE e Gran Bretagna e lo stato di avanzamento della Brexit;

3)  politica monetaria tra il rebus della flessibilità, unione bancaria, destino                                   dell’Euro e l’UE del futuro con l’incombente dilemma, nemmeno più sotto traccia: Euro SI, Euro NO;

4)  politiche sull’ immigrazione che, visti i trend esaminati nel capitolo 2, assume dimensioni imponenti di uomini e donne in fuga da guerre e/o condizioni di miseria e sottosviluppo intollerabili,  alla ricerca della sognata Europa.

 Quanto al primo punto è in atto in tutti i Paesi dell’Unione  lo scontro tra “sovranisti” ed “europeisti “ nel quale sembrano prevalere i primi: uscita della Gran Bretagna dall’UE con la  Brexit, elezioni in Ungheria, Austria, Italia; lo scontro con il gruppo dei Paesi di Visegrad ( Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia)   e i delicati equilibri politici nella Francia di Macron e nella Germania di frau Merkel costituiscono una situazione di estrema debolezza dell’Unione. Il prevalere largamente diffuso del “sovranismo” e del ritorno alle chiusure nazionalistiche deriva dal sostanziale fallimento delle politiche sin qui messe in campo dall’Unione europea e dal divario sempre più netto tra le attese dei cittadini europei e le risposte dell’Unione, guidate dagli interessi prevalenti dei poteri finanziari più volte citati.

Si aggiunga la debolezza strutturale di un’Unione divisa tra Paesi  dell’area Euro e Paesi al di fuori della moneta unica e una governance nella quale il potere è sostanzialmente nelle mani del Consiglio dei capi di governo e, di fatto, esercitato dalla Commissione europea, cui compete  in larga parte anche la stessa iniziativa legislativa (“codecisione” con il Parlamento europeo). Un Parlamento, unico organismo eletto dai cittadini europei, ridotto all’approvazione del Bilancio e a  esercitare un controllo democratico su tutte le istituzioni dell'UE e in particolare sulla Commissione, il potere di approvare o respingere la nomina dei commissari e il diritto di censurare collettivamente la Commissione. Insomma troppo poco per l’unico  organo rappresentativo della volontà dei quasi 400 milioni di elettori europei e più che sufficiente per la perdita di attendibilità dell’Unione presso i cittadini e gli elettori europei.

Di queste fondamentali esigenze di profonda revisione istituzionale dell’Unione si è discusso il 25 Marzo 2017,  data nella quale i leader europei con la “Dichiarazione di Roma” hanno concluso la prima fase di riflessione sulla UE a 27 e si sono impegnati a rendere la UE più forte senza escludere “ intensità diverse”, aprendo la porta a un’integrazione a più velocità. Ipotesi di riforma riprese in un documento di riflessione della Commissione il 31 Maggio 2017, nel quale si propone la creazione di un ministro delle Finanze della zona Eurocentro entro il 2020 e la trasformazione dell’ESM, il fondo di salvataggio UE, in un Fondo monetario europeo. Un progetto che vede ancora divisi Francia e Germania, con Macron che vorrebbe un super ministro dell’Eurozona. Quanto all’Unione bancaria, dopo la vigilanza unica e il meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie, resta da completare la garanzia unica sui depositi per tutelare i correntisti in caso di crisi bancarie, oggi sottoposti alla  spada di Damocle del “bail in”. Un tema quest’ultimo fortemente ostacolato dalla Germania e sulla soluzione del  quale Bruxelles punta a un accordo entro il 2019.

Prioritario in via assoluta è il tema dei rapporti tra l’Unione europea e la Gran Bretagna dopo l’esito del referendum inglese e la vittoria dei sostenitori della Brexit.  I temi in discussione e che la UE ritiene prioritari sono: il conto del divorzio, i diritti dei cittadini e i confini tra le due Irlande, con la Repubblica d’Irlanda inserita a pieno titolo nell’UE e l’Irlanda del Nord partecipe con il resto del Regno Unito  della Brexit.

 Su questi tre nodi è in atto un difficile confronto interno nel Regno Unito, tra l’ipotesi di “uscita soft” sostenuta dalla premier Teresa May e l’ala più secessionista dei conservatori, che ha causato le dimissioni del ministro della Brexit, David Davis e di quello degli Esteri, Boris Johnson, col rischio di una grave crisi politica e le probabili dimissioni del governo ed elezioni anticipate dagli esiti tutti da verificare.  Jeremy Corbin, leader dei laburisti, è pronto a occupare gli uffici al numero 10 di Downing street. In ogni caso è evidente che l’uscita della Gran Bretagna avrà contraccolpi sulla bilancia commerciale di entrambe le parti e potrebbe portare, come già lo stesso governo di Teresa  May ha stabilito, a delle limitazioni alla libera circolazione dei cittadini.

Comunque possa evolvere il tormentone post referendario inglese, questo confronto-scontro tra Unione europea e Gran Bretagna potrà concludersi  o senza alcun accordo (hard Brexit) o con il mantenimento di una parvenza di mercato unico e di unione doganale (soft Brexit). In ogni caso l’uscita inglese dall’UE comporterà, sin dal prossimo bilancio comunitario, una forte  riduzione delle risorse  che un contribuente netto come il Regno Unito assicurava, con inevitabili conseguenze su tutte le politiche dell’Unione.

La priorità rappresentata dalla Brexit sarà oggetto delle trattative in corso e dipenderà dall’evoluzione della situazione politica interna al Regno Unito. Trattative sulle quali sono forti le incursioni interessate di altri interlocutori, a partire dagli Stati Uniti, come la recente visita di Trump ha evidenziato, in uno scenario della geo politica fortemente messo a soqquadro da una guerra dei dazi doganali tra USA e Europa, Europa e Russia, USA e Cina, che non fa prevedere nulla di buono. Se con l’11 settembre 2001 e la crisi economica finanziaria del 2008 è stato inferto un duro colpo all’ordine internazionale post 1989, l’attuale guerra commerciale avviata tra Stati Uniti e Cina sta assumendo i caratteri della più grande guerra commerciale nella storia  economica dell’umanità, in piena età della globalizzazione, dalle conseguenze imprevedibili.

 Debolezza strutturale e funzionale dell’Unione europea, accompagnata dal prevalere di classi dirigenti nei diversi Paesi di livello largamente al di sotto di quelle che furono alla guida degli stessi sino agli anni ’90, sono le condizioni reali nelle quali si inseriscono le prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.

In questa oggettiva difficile situazione bisogna considerare come affrontare e risolvere i due temi oggi in primo piano dell’Europa: quello della sopravvivenza dell’unità monetaria ( Euro SI-Euro NO), che doveva rappresentare lo strumento in grado di favorire il processo di unificazione politica e quello di come gestire il fenomeno di dimensioni bibliche dell’immigrazione, che i megatrends demografici e etico culturali descritti ne hanno evidenziato la straordinaria cifra.

 

 Euro Si-Euro NO

La condizione di dominio esercitato dai poteri finanziari sulle politiche economiche e finanziarie dell’Unione europea descritte nel capitolo precedente, ha determinato l’attuale situazione di crisi tra la UE e i cittadini e gli elettori delle 27 nazioni. Una crisi tanto più grave nei Paesi dell’area euro. In questi, infatti, è ormai aperto il dibattito se sia opportuno oppure no mantenere il vincolo della moneta unica, l’euro, che doveva rappresentare lo strumento attraverso cui favorire il processo  di unificazione  politica dell’Europa.

In Italia, gravata da uno dei più elevati debiti pubblici dell’Unione europea, il dibattito ha assunto toni quanto mai forti, come si è potuto verificare nella formazione del governo giallo verde, con il “niet” alla nomina del prof Paolo Savona nel dicastero del Tesoro, oggi Economia e Sviluppo economico, per la netta opposizione proveniente dagli ambienti  finanziari e da quelli ufficiali dell’Unione di cui si è fatto interprete il Presidente Mattarella.

 Paolo Savona aveva il torto di essere stato, con il prof Guarino, uno dei primi nostri illustri economisti, con Nino Galloni, Giovanni Passali, Vladimiro Giacché , Alberto Bagnai e pochi altri, a mettere in discussione la “bontà” della scelta dell’euro nelle condizioni, termini e modi in cui quell’adozione, peraltro non unitaria, era stata compiuta in Europa e, in special modo, in Italia.

Dopo l’introduzione dell’euro, il 1 Gennaio 2002, a distanza di sedici anni, sono apparse evidenti le contraddizioni e i limiti di un’avventura monetaria che ha determinato, dopo il caso eclatante e per certi versi drammatico della Grecia, l’introduzione di alcune regole insensate come quella illegittima del “fiscal compact” ( decisione derivata da un regolamento che fissa obbiettivi del tutto contrari e alternativi a quelli fissati nei Trattati di Maastricht e di Lisbona) o quella del “bail in” ( le crisi delle banche a carico  non solo degli azionisti e obbligazionisti, ma addirittura dei correntisti) .

 Analisi e denunce approfonditamente descritte sono state svolte in saggi come quello di Nino Galloni e Giovanni Passali “ Eurocidio-La sana politica economica tra Scilla e Cariddi”; di Alberto Bagnai “ Il tramonto dell’euro - come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e il benessere in Europa”; di Vladimiro Giacché “ Anschluss- L’annessione-L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa”, oltre al più volte citato saggio del Prof Giuseppe Guarino “Cittadini europei e crisi dell’euro”.

L’Avv. Giuseppe Palma (www.scenarieconomici.it) ha delineato in maniera efficacissima come funziona l’euro, redigendo un “vademecum semplicissimo sulla moneta unica europea” che di seguito riportiamo: “ L’euro è un accordo di cambi fissi, per cui, al fine di poter riconquistare posizioni in termini di competitività, ciascuno Stato che vi ha aderito, non potendo più far leva sul cambio (svalutazione della moneta), è costretto ad incidere sul lavoro riducendo i salari e contraendo le garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore (svalutazione del lavoro). In pratica, con la moneta unica, il peso della competitività viene scaricato sul lavoro: legge Fornero e Jobs Act vanno esattamente in questa direzione!

Ma non solo. La cessione di sovranità monetaria produce effetti devastanti anche in ordine ad altri motivi. Ciascuno Stato dell’Eurozona si trova costretto ad andarsi a cercare la moneta, e può farlo solo in tre modi:

1) chiedendola in prestito ai mercati dei capitali privati, quindi a banche private, assicurazioni etc. che applicano tassi di interesse commisurati all’affidabilità della finanza pubblica di ciascuno Stato a poterla “restituire”. In pratica lo Stato colloca mensilmente i propri Titoli di Stato sul mercato primario, cioè quelli battuti ogni mese dal Tesoro (così incamera la moneta), ed è quindi il mercato a decidere i tassi di interesse: più i conti dello Stato sono in ordine (cioè tagli selvaggi alla sanità, alle pensioni, all’istruzione, alla giustizia etc…) e più i tassi di interesse saranno bassi; più lo Stato aiuta cittadini e imprese (quindi spende a deficit) e più i tassi di interesse saranno alti;

2) andandola ad estorcere a cittadini e imprese attraverso l’aumento delle tasse, l’inasprimento dei sistemi di accertamento fiscale e i tagli selvaggi alle voci di spesa pubblica più sensibili come sanità e pensioni;

3) favorendo l’ingresso di capitali esteri attraverso gli investimenti stranieri e le esportazioni. Riguardo queste ultime, in termini di competitività – non potendo più intervenire sul cambio (cioè non potendo più svalutare la moneta) -, siamo costretti ad intervenire sul lavoro attraverso la contrazione dei salari e dei diritti fondamentali (svalutazione del lavoro), e medesimo discorso dicasi per attirare gli investimenti esteri: chi intende investire nel nostro Paese non vuole trovarsi irritanti commercialiche gli impediscano la realizzazione del massimo profitto, cioè deve poter gestire il capitale investito senza dover fare i conti tutti i giorni con i diritti fondamentali che, nella sostanza, costituiscono un intralcio alla realizzazione del massimo profitto. Diversamente, troverà convenienza ad investire in altri Paesi con legislazioni maggiormente flessibili in materia di lavoro.

E il debito pubblico, che negli Stati a moneta sovrana con una banca centrale che funge da prestatrice illimitata di ultima istanza non rappresenta alcun problema (vedasi ad esempio il Giappone), nell’eurozona è diventato un macigno che mette a repentaglio finanche il patto sociale! Il tutto aggravato dal fatto che la BCE– addirittura per suo statuto – non può garantire i debiti pubblici di nessuno degli Stati della zona euro (quindi non funge da prestatrice illimitata di ultima istanza). Il Quantitative Easing (QE) da unlato ha svalutato l’euro sul dollaro rendendo maggiormente competitiva l’intera eurozona in una comparazione globale ma non infra-Stati (quindi non l’Italia nei confronti della Germania che sono i due maggiori Paesi esportatori dell’eurozona), mentre dall’altro sta provvedendo ad “acquistare” i Titoli di Stato sul mercato secondario (cioè quelli già in circolazione) e non sul mercato primario (battuti mensilmente dal Tesoro e che incidono direttamente sulla finanza pubblica), quindi tutte le criticità connesse al debito pubblico restano e continuano a soffocare l’economia nazionale! Con l’ulteriore criticità che tra qualche mese avrà termine anche il programma di QE.

Tutto quanto sopra esposto collide aspramente con principi inderogabili della nostra Costituzione, uno su tutti ildiritto al lavoro, non a caso rubricato nei Principi Fondamentali della Carta agli artt. 1 e 4, successivamente specificato nella Parte Prima (dall’art. 35 all’art. 40).”

Risultato finale :

·       Tutti i Paesi dell’Eurozona non hanno più neanche il barlume della sovranità monetaria.

·       Tutti i Paesi dell’Eurozona, per avere soldi per finanziare pensioni, istruzione, trasporti, ecc., devono andare in condizioni di estrema debolezza presso banche, fondi pensioni, gruppi di affari privati e chiedere in prestito il denaro. Denaro che verrà dato in prestito in cambio di interessi crescenti in proporzione alla loro difficoltà economica come Paese. In definitiva l’attuale organizzazione finanziaria della moneta unica comporta:

1) la distruzione  dell'economia reale;

2) l’eliminazione di ogni controllo democratico;

3) la riduzione  dei cittadini in sudditi, schiavi dei "mercati".

 Illuminante al riguardo la lezione tenuta dal prof Antonio Maria Rinaldi durante gli “EFP Parliamentary Days” a Parigi (febbraio 2018)  nella quale afferma: “ L’Euro è ormai divenuto il principale elemento di contrasto in Europa, costituendo un insormontabile ostacolo all’unione e alla coesione, mentre invece paradossalmente sarebbe dovuto essere il mezzo di principale d’integrazione e aggregazione. Un progetto frettolosamente messo in atto per una scelta prettamente politica al fine di creare nuovi equilibri dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica, non è riuscito però nel suo originario scopo. Chi credeva che una stessa moneta fosse la conditio sine qua non per realizzare l’assioma “one market, one money” è rimasto profondamente deluso”.

E più avanti il prof Rinaldi ha affermato: “ L’euro si è tristemente dimostrato a nostro danno non una reale moneta, ma un accordo di cambi fissi la cui irrevocabilità e le sue regole sono state utilizzate come un subdolo metodo di governo con cui imporre decisioni fuori dalle democratiche legittime istituzioni dei Paesi membri. E’ pertanto inutile sforzarsi nel cercare di modificare o correggere l’attuale impianto dei Trattati e dei Regolamenti su cui si regge la moneta unica: risulterà impossibile raggiungere qualsiasi compromesso che possa essere considerato accettabile e i tentativi non faranno altro che procastinare l’agonia a cui siamo inesorabilmente tutti condannati” .

 Aggiungeva l’illustre docente: “ Quando ci è stato presentato il progetto d’integrazione europea non era stato previsto di estromettere i cittadini dalla condivisione della gestione della casa comune, ma di garantirgli pace, progresso e lavoro con l’attivo contributo di ogni risorsa democratica disponibile. Tutto questo non è minimamente avvenuto e il solo organo eletto democraticamente dal popolo è il Parlamento, il quale non ha alcun potere che possa competere con quelli a disposizione della Commissione, che non è eletta direttamente da nessuna volontà popolare e che prendono decisioni sopra la testa di tutti noi senza interpellare preventivamente i rispettivi Parlamenti nazionali o che esercitano pressioni sfacciatamente ricattatorie affinché vengano adottate”

 E ancora, più avanti: “ Inutile ricordare, in questa sede, la totale sospensione della democrazia che sta avvenendo in Italia dove sono stati designati gli ultimi tre Premier senza nessuna preventiva certificazione popolare! E’ vergognoso che questo sia potuto avvenire in un Paese occidentale che viene ancora accreditato e definito come democratico! E’ il prezzo da pagare da questa dittatura economica in atto in Europa, dove i Governi vengono condizionati dalle volontà Troika e non dei propri cittadini! Era questa l’Europa che volevamo e che ci era stata promessa? E come non accorgersi che questa moneta comune è utilizzata come mezzo tecnico al servizio della Troika per poter realizzare e imporre i suoi disegni? Abbiamo tristemente capito a nostre spese che questa democrazia si è trasformata nella più pericolosa e insidiosa dittatura possibile!

 Questo è stato possibile grazie al ricorso sempre più a “piloti automatici” che si sono surrogati e sostituiti in modo subdolo alla mediazione politica, interrompendo il contributo essenziale dei cittadini nei processi decisionali, come ad esempio nel caso del Patto di Stabilità e Crescita, il c.d. Fiscal Compact, l’ESM (European Stability Mechanism), all’Unione Bancaria, ecc.”

 E così concludeva: “ Essendo fortemente convinto che l’unico modo per salvare l’euro è di crearne 18 e in alternativa invitare gli amici tedeschi ad abbandonarlo al più presto per togliere finalmente il cappio che si sta inesorabilmente stringendo intorno al nostro collo. In ogni caso, la Germania, consapevole che si sta avvantaggiando oltremodo di una valuta, l’euro, notevolmente sottovalutata rispetto ai propri fondamentali, ben difficilmente prenderà una decisione in questa direzione e la soluzione più ragionevole rimarrebbe solamente quella di lasciare alle volontà di ciascun Paese la libera facoltà di poter mutare il proprio status di Paese “senza deroga” a Paese “con deroga”, così come già previsto dagli artt. 139 e 140 del TFUE e di poter pertanto tornare a conseguire in modo autonomo gli obiettivi di crescita, utilizzando propri strumenti di politica economica e monetaria con il pieno supporto delle rispettive valute sganciate dagli attuali vincoli automatici dimostratisi privi, non solo di validità economica e giuridica, ma anche colpevoli di aver interrotto il collegamento democratico essenziale e irrinunciabile nei processi decisionali fra cittadini e Istituzioni. Naturalmente con il massimo coordinamento fra i vari Governi nazionali per massimizzare la segmentazione controllata dell’area euro e facendo salvi gli interessi comuni così come indicato e auspicato dall’European Solidarity Manifesto di cui mi onoro di far parte.

 L’euro e i suoi dogmi hanno inflitto dei danni molto forti nelle economie dei Paesi membri e le cicatrici di queste ferite saranno visibili per moltissimi anni e il day after sarà visto più come una vera e propria liberazione che una vittoria. La possibilità di poter di nuovo perseguire autonome politiche economiche per il perseguimento della propria crescita dovrebbero rappresentare magnifiche opportunità per chi sarà in grado di compierle, anche se il vantaggio maggiore, come già ribadito più volte, sarebbe quello del ripristino della democrazia interrotta nell’assoluta convinzione che la democrazia, quella vera, non ha prezzo! In questo modo si riporterebbero i cittadini al centro di ogni interesse e non quelli graditi dalla finanza come invece sta perseguendo la dirigenza europea in nome di un neoliberismo esasperato e senza regole.

Tutti i tecnicismi per il ritorno alle proprie valute nazionali possono essere studiati, analizzati, discussi e tranquillamente risolti, mentre se abdichiamo ai principi della democrazia tutto sarà perso per sempre e non potremo sottrarci dal severo giudizio delle nostre generazioni future. Questo nell’interesse generale, ad iniziare dalla Germania perché sarà proprio lei a pagare il prezzo più alto di questo enorme ma effimero attuale vantaggio che presto non mancherà di presentargli un conto tanto più alto quanto più durerà questa situazione. Sono fermamente convinto che tutti i Paesi eurodotati siano in possesso di dettagliati e aggiornati “Piani B” per un’uscita ordinata e non caotica e scomposta dalla moneta unica. Questi “Piani B” di salvaguardia sono stati concepiti, da ciascun Paese che ha aderito all’euro, sin dal suo inizio, come una specie di “opting out” segrete predisposte alla stregua di piani per la sicurezza strategica nazionale nel caso in cui il Paese avesse avuto problemi valutando che il costo generale dell’appartenenza all’unione monetaria si fosse rivelata non più conveniente rispetto ai vantaggi ottenuti.

 Ma nello stesso modo sono altresì convinto che ormai nessun Paese prenderà l’autonoma decisione di uscita e questo avverrà solamente per un forte shock esterno imprevedibile che agirà da detonatore per un contagio che non sarà possibile governare e gestire. Ad esempio una forte inadempienza bancaria, potrebbe innescare una reazione a catena impossibile da imbrigliare con tutti gli attuali strumenti finanziari di tutela a disposizione dalla Troika. I titoli pubblici di molti Paesi dell’area euro sarebbero sottoposti a fortissime pressioni speculative e l’unico modo per poter gestire la situazione, senza consegnarsi definitivamente a meccanismi tipo ESM che imporrebbero delle contropartite inaccettabili, sarebbe l’immediato ritorno alle rispettive piene Sovranità monetarie. Questo potrà avvenire senza creare ulteriori gravi disagi solamente in funzione della bontà dei “Piani B” predisposti preventivamente dai rispettivi Governi e concertati con tutti gli altri.

Non confondiamo l’Europa con l’Unione monetaria: è nostro supremo dovere salvare l’Europa e pertanto dobbiamo liberarci al più presto dell’euro, perché non vorremo mai camminare sulle macerie di ciò che con immane fatica hanno costruito i nostri padri, ma garantire prosperità alle nostre generazioni future seguendo la strada irrinunciabile della democrazia. Ma forse chiedo troppo, perché la parola democrazia è stata sempre ignorata sia nei Trattati che nei Regolamenti di questa Europa dell’eurocrazia che si è allontanata totalmente dalla realtà dei suoi cittadini! Da italiano confido moltissimo nel ruolo e nelle posizioni che la Francia adotterà nel prossimo futuro.

Se ciascuno di noi avrà la lungimiranza di riprendersi le chiavi della propria casa per poter perseguire con autonomi e corretti strumenti di politica economica la gestione della propria crescita, i benefici saranno per tutti, garantendo ancora al Vecchio Continente il ruolo che si è conquistato in millenni di Storia.

So infine perfettamente che chi combatte questa battaglia può anche perdere, ma chi non combatte ha già perso e fino ad ora abbiamo perso solo una battaglia, NON LA GUERRA e alla fine l’Europa risorgerà perché vincerà la ragione!”

Come dar torto allora al Prof Paolo Savona[1], quando il 10 Luglio scorso, parlando alle Commissioni di Camera e Senato che si occupano di politiche comunitarie, nella sua specifica funzione di Ministro per i rapporti con l’UE,  ha ricordato che “«una delle case che ho frequentato, la Banca d’Italia, mi ha insegnato che non ci si deve preparare a gestire la normalità, ma l’arrivo del cigno nero, lo choc».

Egli aggiunse che: “ solo adesso «siamo tutti d’accordo, anche gli economisti tedeschi, che nel 2008 l’Europa non era preparata» ad una crisi così travolgente come quella degli ultimi anni. E ancora: «Mi dicono: “Ma tu vuoi uscire dall’euro”. Badate che possiamo trovarci nelle condizioni in cui non siamo noi a decidere ma siano altri. La mia posizione del “piano B”[2], che ha alterato la conoscenza  e l’interpretazione delle mie idee, è essere pronti a ogni evento». «Ma se si vuole che l’euro sopravviva - ha aggiunto Savona - ci vuole una stretta connessione tra architettura istituzionale dell’Ue e politiche di crescita».

 Il nostro amico ed esperto finanziario più volte citato, Alessandro Govoni, in maniera molto più netta, già il 3 Ottobre 2017 in un esposto denuncia  inviato a diverse Procure della Repubblica  sintetizzava  così la sua idea: “Perchè uscire dall'euro non è sufficiente, ma è necessaria anche la sovranità monetaria ed uscire dall'UE”

 Uscire dall'euro ed adottare la lira,   avrebbe soltanto un effetto "commerciale" : il cambio lira- euro , verrebbe posto dal Tesoro italiano in modo che la lira risulti svalutata del 30% rispetto all'euro con la conseguenza che le esportazioni italiane risulteranno più convenienti del 30%. E' quanto fece Amato nel 1992/93 svalutando la lira del 30% fino al 1998 per far sembrare l'Unione Europea costituita nel 1992 una cosa buona: le esportazioni italiane volarono tra il 1993 ed il 1998. Ma poi questo effetto positivo si esaurì nel 1999 con l'entrata in vigore dell'euro elettronico fissato ad un cambio lira/ marco tedesco che penalizzò la lira italiana del 40% e quindi le esportazioni italiane  divennero più care del 40% rispetto ai prodotti tedeschi . 

Per questo uscire  dall'euro non è sufficiente , in quanto anche gli altri Stati potrebbero svalutare la propria moneta per neutralizzare l'effetto  della svalutazione della lira . 

 Per ottenere effetti di sviluppo e duraturi nel tempo è necessaria la SOVRANITA' MONETARIA. Essa si ottiene soltanto se si realizzano contestualmente due condizioni : 

 1) se le banche commerciali che sono azioniste di maggioranza di Banca d'Italia venissero nazionalizzate in modo che in automatico risulti nazionalizzata anche Banca d'Italia .

 Il duo Giuliano Amato /Barucci nel 1992/93 fece esattamente il contrario: privatizzò le banche commerciali che di nascosto fecero entrare nella maggioranza in Banca d'Italia in modo che Banca d'Italia risultasse privatizzata anch'essa. 

 2) se venisse  re-introdotta la separazione tra banche di prestito e banche speculative, condizione imprescindibile per lo sviluppo della nazione in quanto le banche sarebbero  costrette a raccogliere il denaro per poterlo prestare ma per poterlo raccoglierlo sarebbe necessario che facciano in modo che famiglie  ed imprese lo producano. 

Banche ed economia reale in questo modo, con la separazione  bancaria sarebbero unite verso il comune scopo di far si che sia prodotto risparmio e quindi unite nello sviluppo della nazione . 

 Le banche ritornerebbero a fare le banche e non le interposte di speculatori internazionali,  al servizio di famiglie, imprese ed enti locali italiani 

 Il duo Giuliano Amato /Barucci nel 1992/93 fece esattamente il contrario: abolì la separazione bancaria col d.lgs n. 481 del 14 dicembre 1992 rompendo il vincolo fondamentale per lo sviluppo della nazione. Fondi speculatori iniziarono a creare denaro con un clic  a Nassau ed ad immetterlo nel sistema  bancario italiano attraverso la rete di cavi sottomarini internet sottratta allo Stato Italiano nel 1992/93 per illegittimamente prestarlo a famiglie, imprese ed a enti locali italiani, per poi evadere al fisco italiano le quote capitali restituite dai mutuatari attraverso un software installato nelle interposte ignare banche italiane  nel  1992/93 dal Provvedimento di Banca d'italia del 31 Luglio 1992.   

 Per ottenere che la categorie economiche italiane non  siano più vessate da direttive assurde (tipo quote latte, quote sugli agrumi, ...)  emesse dalla Commissione UE saltando il Parlamento Europeo,  sarebbe necessario uscire anche dall'UE, il che permetterebbe di liberarsi anche di tutti quei trattati sottoscritti nel 1992/93  come quello che ha costretto lo Stato italiano ad accettare l'importazione da Stati in cui la produzione viene effettuata con la forza a 80 dollari al mese per operaio come Bielorussia, Vietnam e Corea del Sud dove questi fondi speculatori  che è stato scoperto controllano Banca d'Italia producono le produzioni sottratte all'Italia nel 1992/93 quali abbigliamento (Bielorussia e Vietnam) , cavi sottomarini, elettrodomestici,  computer e componenti auto (Corea del Sud) . 

 E concludeva, rivolgendosi alle Procure,  con il suo permanente: “Ogni possibile reato sopra ascritto e descritto è sempre inteso come ipotizzato rimettendo all'illustrissima SV la verifica della certezza dello stesso e la sua richiesta punizione. “

Noi non crediamo sia utile né opportuno uscire dall’UE che i nostri padri hanno voluto, ma sappiamo che è assolutamente necessario cambiare rotta se vogliamo che l’Unione europea possa progredire verso un progetto di autentica confederazione di stati e regioni, con un Parlamento eletto a suffragio universale e un governo centrale eletto dallo stesso Parlamento, superando in tal modo l’attuale insostenibile costruzione artificiosa, inefficiente e inefficace, funzionale sin qui solo agli interessi dei  poteri finanziari dominanti. Questo, a nostro parere, dovrebbe essere uno degli obiettivi di tutti i Popolari europei che si riconoscono nel PPE e di tutti i democratici che si sentono impegnati nella costruzione dell’unità politica dell’Europa.

(1] Il Prof Paolo Savona con il Prof Antonio Maria Rinaldi è co-autore del saggio: “Europa Kaputt: (S)venduti all’euro”-10 Luglio 2013 con prefazione di Alberto Bagnai

[2] Il cosiddetto Piano B del prof Savona, in estrema sintesi, prevede di disporre di un piano dettagliato per il passaggio ad  una nuova moneta e delle correlate azioni di politica economica di supporto e di un efficace strumento di potere contrattuale da utilizzare in funzione deterrente (vedi sul sito: scenarieconomici.it)                           


05.07.2018 - Sovranità monetaria e sovranità nazionale


Il rapporto tra sovranità monetaria e sovranità nazionale è quello decisivo per comprendere la situazione reale esistente in Italia e in Europa alla vigilia delle elezioni europee del 23-26 Maggio 2019. Qualunque proposta di politica economica, infatti, che si intendesse avanzare nel nostro Paese e/o in Europa, senza aver chiara la situazione esistente tra poteri finanziari, gestione dei sistemi bancari e conseguenze sull’economia reale e sulla stessa politica, risulterebbe fuorviante.


Nell’Ottobre 2017 proponemmo un convegno sul tema: “ Sovranità monetaria e sovranità nazionale”, che si svolse ad Abano Terme (PD) con due relazioni base svolte dagli amici Dr Alessandro Govoni e Ing Davide Gionco, esperti finanziari, con i quali, da tempo, in collaborazione con l’associazione “ Costruire Insieme”, ci confrontiamo su come ripartire sul piano politico e organizzativo da Popolari in Italia e in Europa.


 Con una nota che l’amico Dr Govoni spedì’ l’8 Ottobre 2017 a numerose procure della Repubblica italiane, così era descritta la situazione in una mail avente per oggetto: “Perchéla mafia siciliana è stata sostituita nel 1992/93 e perchè il sistema è divenuto illiquido”.


Scrive il Dr Govoni:


“ La mafia siciliana nel 1992/93 è stata sostituita, per effetto del 41/bis, dalla mafia georgiana, cd kazara. La mafia siciliana ha compiuto i suoi traffici illeciti dal 1936 al 1991, ma essendo Banca d’Italia in quel intervallo storico (1936-1991 ) pubblica (per il 74% dell’IRI ) e vigendo in quel intervallo storico (1936-1991 ) la separazione bancaria, il provento anche di questi traffici è rimasto, fino al 1991, nel territorio dello Stato Italiano. Il sistema economico italiano è stato infatti liquido fino al 1991 : la separazione bancaria consentiva che i denari raccolti dalle compagnie assicuratrici dell’IRI (Ass. Generali, INA, Toro, Alleanza) fossero dati dall’IRI alle sue banche (Comit e Banco Roma-Credito


Commerciale=74% del patrimonio bancario italiano ) perché queste li prestassero a famiglie , imprese ed a enti locali italiani. Il denaro restituito da mutuatari italiani con le rate, veniva restituito, per la sorte capitale, ai piccoli e grandi risparmiatori da cui le compagnie assicuratrici dell’IRI lo avevano raccolto. Il denaro pertanto rimaneva nel territorio italiano, il sistema economico italiano era divenuto sempre più liquido, le imprese e le famiglie prosperavano, si sviluppavano, l’Italia infatti era divenuta nel 1991, con soli 50 milioni di abitanti , la quinta potenza industriale mondiale.


A partire dal 1992/93 la mafia georgiana è stata letteralmente sostituita alla mafia siciliana per effetto del 41 bis, circa 800 mafiosi siciliani sono stati internati ed isolati tra loro, Banca d’Italia è stata privatizzata nel 1992/93 e controllata indirettamente da, è stato definitivamente scoperto (marzo 2017) , attraverso interposte banche quotate italiane sue azioniste di maggioranza, da detti fondi speculatori kazari e sempre nel 1992/93 fu abolita in Italia la separazione bancaria col d.lgs n. 481 del 14 Dicembre 1992. L’abolizione della separazione bancaria ha fatto sì che le banche italiane non fossero più purtroppo vincolate a raccogliere il denaro risparmiato tra il pubblico e qualcuno, questi fondi speculatori, si sono messi a crearlo con un clic a Nassau e poi ad immetterlo digitalmente, attraverso la rete di cavi sottomarini , sottratta allo Stato italiano nel 1992/93, nel sistema bancario italiano per mezzo di un software installato dal Provvedimento di Banca d’Italia del 31 Luglio 1992, al fine di illegittimamente prestarlo, questo denaro, a famiglie, imprese ed enti locali italiani. I mutuatari italiani dal 1992/93 hanno restituito le rate composte da quote capitali e quote interessi, ma le quote capitali, non essendo dal 1992/93 il denaro stato più raccolto, sarebbe confluito attraverso questo software fuori dal territorio italiano, in questi fondi speculatori.


Il sistema economico italiano progressivamente depauperato di questa enorme massa monetaria, calcolata dal 1992/93 in circa 1355 miliardi di euro, è divenuto progressivamente illiquido; l’Italia oggi infatti è in deflazione ed imprese, famiglie ed enti  locali italiani non riescono ad arrivare a fine mese senza indebitarsi ulteriormente e sotto la morsa del debito, sotto il peso, dal 1992/93 di abnormi interessi, anatocismo ed ulteriori addebiti con derivati che hanno fin quasi triplicato i costi del credito, i cui dati di tassi ed altri condizioni contrattuali sarebbero stati immessi nelle banche italiane dall’ESTERO attraverso questo software installato dal Provvedimento di Banca d’Italia del


31 Luglio 1992, non sono più riusciti a fare sviluppo .


L’Italia, dedotta l’attività bancaria, classificata improvvisamente come attività industriale a partire dal 1992/93, è infatti scivolata al 49 esimo posto come produzione industriale.


Questa finanza speculatrice kazara, convertitasi in massa all’ateismo nel 1820 ed anarchica, contro gli Stati, in quanto sovranazionale, controllerebbe dal 1992/93 , oltre all’industria in assoluto più redditizia, in quanto a costo di produzione zero, della suddetta creazione digitale del’importo dei prestiti concessi dal 1992/93 in Italia , Spagna, Grecia, Francia, Portogallo e dal 1998 anche nel Regno Unito e negli Stati Uniti , anche le seguenti industrie:


1) delle armi


2) dell’oppio (eroina, cocaina, exstasi, metadone , morfina e ketanina )


3) del gioco d’azzardo (Sisal, Bingo, slot …)


4) del sesso (love bar, pedofilia, hard core)


5) degli immigrati, delle ONG e del commercio d’organi


6) della produzione a forzato bassissimo costo del lavoro di abbigliamento anche   divise per eserciti in Bielorussia/Vietnam e di cavi sottomarini, device, semiconduttori, elettronica di consumo, elettrodomestici componenti d’auto in Corea del Sud, eseguite anche attraverso lo Stato vassallo del Giappone. Tutte produzioni sottratte allo Stato italiano, alle imprese italiane pubbliche e private italiane, dal 1992/93.


7) dei furti, attraverso la mafia nomade georgiana, nelle case e negozi di abbigliamento firmato, prevalentemente di cittadini italiani


8) degli outlet- village


9) del commercio ambulante in alcuni Stati dell’Est in cui vengono smistati i proventi dei furti


10) delle pellicole cinematografiche (film, sale cinema,…)


11) del controllo delle banche centrali (Italia, Spagna, Grecia, Francia, fino al 2015 Portogallo, Regno Unito, cosi controllando la BCE e poi Stati Uniti, Israele, Georgia, Arzebajan, fino al 2011 Marocco, Sudan del Sud, Qatar, Bielorussia, Vietnam, Corea del Sud e Giappone)


12) del controllo delle banche commerciali quotate azioniste della banche centrali di tali suddetti Stati


13) dell’acquisto in blocco attraverso la loro società immobiliare comune Black Stone delle case messe all’ asta in Italia, Spagna, Grecia, Francia, Regno Unito e Stati Uniti, dell'acquisto sempre tramite Black Stone dei centri logistici delle derrate alimentari primarie (grano, acqua) e di tutto ciò che può produrre affitti (caserme dei carabinieri, sedi di camere di commercio, dell'INPS, dell'INAIL)


14) del controllo delle banche d’affari che hanno piazzato derivati agli enti locali di Italia, Spagna, Grecia, Francia e Stati Uniti


15) delle controllo delle agenzie del rating per il declassamento del debito


16) della cartolarizzazione dei crediti in sofferenza, denaro che questa finanza speculatrice kazara si era auto- prestata senza poi restituirlo e che ha poi utilizzato per acquistare a prezzi stracciati aziende strategiche nazionali quotate in borsa


17) delle proprietà della società di gestione delle borse di New York, Parigi, Londra , Milano , Atene


18) del guadagno sul crollo delle borse, tramite le vendite allo scoperto, crollo ogni circa 7 anni delle borse di New York, Parigi, Londra , Milano , Atene (1994, 2001, 2008, 2016)


19) delle piattaforme di trading- on line tramite cui vengono effettuate le vendite allo scoperto


20) della riscossione dei tributi, attraverso interposte agenzie di Italia, Spagna, Grecia, Francia e Stati Uniti, a cui sottrarrebbero dal 2006 a loro insaputa sempre per il tramite di tale software, le quote capitali delle rateizzazioni


21) della stampa cartacea attraverso le agenzie di stampa (Rueters/Ansa e Bloomberg)


22) della rete di cavi sottomarini internet ed intranet attraverso Goldman Sachs


23) del kazaro jidhaismo islamico, ceceno e marocchino, votati al martirio, negli Stati o nelle aree dove vi è il rischio della perdita del controllo della banca centrale (Spagna- Catalogna, Regno Unito, Germania, Francia ) o dove il controllo è già stato perso (Marocco dal 2011) . Oltre 170 cellule Isis marocchine sarebbero pronte a colpire in Italia se il Mov. Cinque Stelle vincendo le elezioni mantenesse fede al suo programma politico con cui vuole re-introdurre la separazione bancaria e nazionalizzare Banca d’Italia.


24) in Italia, delle Chiese Evangeliche UCEBI ed Evangeliche luterane tedesche (CELI) , riunite sotto la sigla FCEI, riammesse in Italia dopo 66 anni da Giuliano Amato con l’accordo del 20 Marzo 1993 (nel 1927 si chiamavano Chiese Libere ), tra i 5.000 e i 7.000 battezzati da adulti


25) negli USA, delle corrispondenti Chiese Evangeliche del Sud (Texas) dette anche Cristian Science che costituiscono il 2% delle Chiese Evangeliche degli Stati Uniti, ma che di cristiano non hanno nulla in quanto talmudiche pertanto atee e anarchiche, votate al martirio, contro tutte le religioni e contro gli Stati , e degli atei anarchici Boy Scout d’America e della massoneria internazionale kazara


26) delle direttive della Commissione UE


27) della fuga di cervelli italiani verso le industrie controllate da essa finanza speculatrice kazara


28) della finta alternanza politica (il repubblicano Bush e il democratico Clinton sono sempre kazari) , del centro- sinistra e del centro- destra in Italia, della democratica Merkel e dell’altro socialdemocratico, nessuno di questi partiti ha pensato in 25 anni di nazionalizzare la banca centrale del proprio Stato .


29) della finta dinamicità aziendale : General Motors entra nel business delle batterie al litio per far concorrenza a Tesla, ma entrambe è stato scoperto che appartengono alla stessa società dei fondi kazari . L’intento è di far investire milioni di piccoli risparmiatori in un finto business per poi sottrarre loro i risparmi con vendite allo scoperto


30) della diffusione dell’ateismo e dell’anarchia


31) della diffamazione del Ministro del culto cattolico, dei cattolici, degli ebrei con pellicole supposte viziate da vilipendio come il film “Elle” con la Huppert o “L’Inganno” con Nicole Kidman dove i cattolici ed ebrei vengono fatti uccidere tra di loro.


32) della diffamazione del Vaticano raffigurandolo come ricco, che fa usura , che ha la proprietà delle banche italiane , che ha riserve di contante ed oro di inestimabile valore, quando invece è stato accertato dai bilanci redatti da un uomo dei kazari che lo IOR è una piccola banca, che non ha la voce crediti verso la clientela nei suoi bilanci , pertanto non ha erogato prestiti e quindi non può aver fatto usura, che ha solo 6 milioni di euro investiti in azioni delle banche su 178 miliardi di euro di capitale delle banche italiane, che ha solo 2 miliardi di euro di contante in cassa , Banca Popolare di Milano ha 9 miliardi di euro di contante in cassa, lo IOR è pertanto poco più grande della Cassa Rurale di Rivarolo che ha 6 filiali, che le Parrocchie sono estremamente indebitate con mutui che ristrutturano mutui, anatocistici ed usurai, concessi da banche controllate dai fondi speculatori kazari.


33) della diffamazione sull’8 per mille . E’ stato accertato che l’ 8 per mille viene distribuito dalla Legge Letta del 2012, lavori preparatori Berlusconi ,assegnando un pre-contributo fisso alle Chiese Evangeliche FCEI che sono in realtà atee in quanto talmudiche come rilevabile dal sito della Facoltà di Teologia Valdese di Roma, pertanto contrarie ad ogni religione e quindi non avrebbero diritto all’ 8 per mille, spettando esso solo alle confessioni religiose. Le Chiese Evangeliche FCEI secondo i dati del MEF redditi anno 2013 prenderanno nel 2017 oltre 40 milioni di euro con l’8 per mille . I conti


non tornano: le chiese Evangeliche FCEI nelle dichiarazioni dei redditi anno 2013 sono state scelte dal 1,44% dei contribuenti, ma prendono oltre il 3,5% dei fondi. Una cifra enorme, 40 milioni di euro per 5.000 (cinquemila ) battezzati da adulti in tutto in Italia adepti Evangelici FCEI, quasi 8.000 mila euro a testa ogni anno per adepto Evangelico FCEI . Sul sito dei progetti delle Chiese Evangeliche FCEI spicca il finanziamento di ONG che le Procure hanno accertato sono riconducibili al noto finanziere speculatore kazaro Soros come Save The Children e ActionAid. La Chiesa Cattolica percepirà invece circa 1 miliardo di euro suddiviso tra 39 milioni di cattolici italiani, 25 euro a testa, per cattolico italiano all’anno. E’ visibile a tutti l’immensa opera svolta dalle 26.000 parrocchie italiane con la catechesi e l’attività di oratorio quest’ultima aperta a tutti di qualsiasi religione essi siano ed un contributo di 25 euro per cattolico italiano all’anno elargito con l’8 per mille è di entità irrisoria rispetto all’opera prestata sul territorio dalla Chiesa cattolica .


34) della distruzione della religione cattolica e dei 39 milioni di cattolici italiani (71% della popolazione italiana ), ultimo baluardo rimasto al mondo contro lo strapotere di questa finanza speculatrice, della distruzione degli ebrei e della religione musulmana, della distruzione della famiglia al fine di creare degli anaffettivi, dei robot umani che essendo soli, senza più religione in cui rifugiarsi per poter sentire parole buone, invasi da profonda tristezza, in quanto comunque umani , possono solo trovare soluzione nel suicidio. La prova vivente della degenerazione a cui volutamente viene portato da questa finanza kazara l’essere umano è nel Giappone, stato vassallo di questa finanza speculatrice kazara, ininterrottamente dal 1931, società da essa trasforma al 100% atea, perfetti robot umani di produzione con il diversivo del gioco d’azzardo, della industria del sesso e dell’industria dell’ oppio. Nel 2016 in Giappone 21.000 studenti si sono suicidati, il numero noto. Oltre 50 mila persone si sarebbero suicidate in Giappone nel 2016, senza più difese famigliari, senza più una religione che possa dire loro buone parole, l’unico rimedio è auto-eliminarsi.


35) del petrolio e degli enormi introiti per centinaia di miliardi di dollari all’anno che porta a questa finanza speculatrice il consumo del petrolio (carburante auto, elettricità, gas da riscaldamento)


Uno studio del MIT di Boston, riportato sulla Treccani che qualcuno vorrebbe distruggere, ha dimostrato che affinché il petrolio non finisca di colpo tra il 2070 ed il 2080 , senza più possibilità di riprodursi, è necessario che la popolazione mondiale si riduca a 3,5 miliardi di individui. Le fonti rinnovabili come l’energia solare sarebbero la soluzione, ma questa finanza speculatrice kazara non guadagnerebbe più nulla sul consumo del petrolio se il petrolio dovesse essere sostituito dall’energia solare o geo-termica.


Alcune di queste industrie, quelle di cui ai punti 2,3,4,5, 6,8, 9, 14, rappresentano la n cd modernità, in nome di un progresso e di uno sviluppo che in realtà dal 1992/93 non è avvenuto, essendosi enormemente impoverite le classi medie di Italia, Spagna, Grecia, Francia, Portogallo, Regno Unito, Stati Uniti.


La povertà non si combatte a parole, ma solo ed unicamente con una Legge: quella che separa le banche di prestito da quelle speculative. Quando questa legge è applicata i cittadini , la classe media di quello Stato inizia a progredire ed a stare meglio. Quando invece questa Legge viene abolita, la classe media di quello Stato inizia ad impoverirsi ed i fondi speculatori ad arricchirsi sottraendo alla classe media il risparmio che essa aveva accumulato.


Questa finanza speculatrice kazara imperò ancora in alcuni Stati tra il 1920 ed il 1929 e portò al crollo, con studiate vendite allo scoperto, delle rispettive borse nel 1929, fallirono 9.000 banche, restrizione del credito, fallirono decine di milioni di imprese e si diffuse la povertà in tali Stati, tra cui l’Italia. I fondi speculatori kazari costrinsero, documenti desecretati nel 2007 del processo di Norimberga hanno dimostrato, il governo hitleriano a far scendere in guerra l’esercito della Germania per conquistare gli Stati che non avevano restituito il debito, che tali Stati avevano contratto con le banche controllate dai fondi speculatori kazari”.


Come molte altre denunce fatte dal dr Govoni a diverse procure della Repubblica anche questa terminava con il ricorrente periodo:


Ogni possibile reato sopra ascritto e descritto è sempre inteso come ipotizzato rimettendo all'illustrissima SV la verifica della certezza dello stesso e la sua richiesta punizione.


Ho voluto riportare integralmente la denuncia del dr Govoni che, da un lato, restano in attesa che la magistratura compia tutti gli accertamenti necessari, e, dall’altro, sottoporremo al vaglio rigoroso di storici e studiosi liberi da condizionamenti ideologici, per una seria revisione storica di ciò che accadde tra il 1929 e il 1936 e sino allo scoppio della II^ Guerra mondiale, al di là delle “letture” che si sono sin qui fatte di quegli anni cruciali della nostra storia.


Come il Dr Govoni, anch’io da diverso tempo, sostengo la necessità del ritorno alla legge bancaria del 1936 il che comporta:


1) il controllo pubblico di Banca d’Italia, oggi controllata di fatto dagli hedge funds anglo caucasici (kazari) : Rothsild/Warburg/J.P. Morgan/Rockfeller/ Walker Bush,Johnson, Jeferson Clinton i quali, attraverso i loro hedge fund (Vanguard , StateStreet, Fidelity, Franklyn Templeton, Northetn Trsut, T-Rowe Price, Black Rock, Blackstone, Bnp Paribas ) hanno acquisito le azioni delle tre banche dell’ IRI, Comit e CreditoItaliano/Banco Roma, che sono divenute nel 1992/93 le società per azionirispettivamente Banca Intesa e Unicredit. rappresentati nelle assemblee delle banche commerciali a loro volta controllore di Banca d’Italia, dallo studio legale Trevisan. Tesi questa confermata dal Ministero dell’economia e Finanza, il 2 Marzo 2017 in risposta all’interrogazione dell’On Villarosa (Q.T. n.453-interrogazione a risposta immediata in Commissione 5-10709-Mercoledì 1 Marzo 2017,seduta n.751) ), che verteva proprio sulla “disciplina dell’esercizio del diritto di voto per delega nell’assemblea e soci quotate in Borsa” e la presenza nella compagina azionaria di Banca d’Italia di tali società di hedge fund.


2) la separazione tra banche di prestito e banche speculative, premessa nini dispensabile per tornare a un corretto rapporto tra risparmi e investimenti nell’economia reale. Ora proprio l’On Villarosa è il nuovo sottosegretario al Ministero dell’economia e Finanze e avrà modo di essere conseguente rispetto a quanto sin qui sostenuto da semplice parlamentare.


Descrizione del rapporto tra sovranità monetaria e sovranità nazionale oggi nella realtà dell’Unione europea


Se quella descritta è la realtà della situazione finanziaria e bancaria dell’Italia, ancor più complessa è quella che lega e di fatto subordina la finanza, l’economia reale e la politica italiane rispetto ai vincoli/diktat dell’Unione europea.


Riportiamo integralmente quanto scrive Loretta Napoleoni, economista, nella newsletter Nuovi lavori sul sito www.nuovi-lavori.it


“Dall’inizio della crisi economica e finanziaria, il processo d’integrazione europea ha subito un’accelerazione che ha prodotto una serie di cambiamenti nel modo in cui Bruxelles monitora e guida le tappe della convergenza.


Per la prima volta negli Stati membri si è iniziato a parlare apertamente del progressivo abbandono della sovranità nazionale, un’espressione raramente pronunciata in passato, ad esempio, durante il processo di creazione della moneta unica. Rinunciare a “pezzi” di sovranità nazionale, bisogna precisare, fa parte del cammino comune che i paesi membri dell’Unione Europea hanno deciso di intraprendere decadi fa’, una verità ripetutamente enunciata nei trattati e di cui è intrisa la visione politica dei padri fondatori.


La mancanza di un piano di convergenza chiaro e ben organizzato da parte delle istituzioni europee ed i dubbi sulla struttura futura dell’Unione Europea, una volta raggiunta l’integrazione ottimale, ha fatto sì che nel tempo perdurasse una sorta di tabù dell’abbandono della sovranità nazionale. Poiché gli europei non hanno un’idea chiara di come convergere, ne’ di quanto convergere, hanno potuto ignorare i problemi relativi al trasferimento della sovranità nazionale fino a dimenticarne l’esistenza.


In realtà, la rinuncia alla sovranità nazionale è un problema comune nella creazione di stati federali o sovranazionali, ovvero nati da altri organi sovrani che scelgono di rinunciarvi, è questo il caso degli Stati Uniti d’America ma anche dell’Australia, nazioni governate da governi federali. E’ anche vero che il risultato finale del processo di convergenza dipende sempre da fattori imprevedibili e spesso richiede, come nel caso degli Stati Uniti, con la scelta della lingua inglese quale unico idioma nazionale, decisioni poco popolari per alcuni segmenti della popolazione.


Negli ultimi anni ci siamo resi conto che l’accelerazione nel processo di convergenza ha prodotto un diffuso discontento in Europa. Alla radice c’è l’abbattimento del tabù della sovranità nazionale: ormai è chiaro a tutti che se vogliamo procedere lungo la strada dell’integrazione dobbiamo delegare a Bruxelles sezioni sempre più grandi di questa stessa.


C’e’ poi un altro fenomeno che alimenta l’ostilità dei popoli europei nei confronti di Bruxelles: la scarsa conoscenza dei meccanismi di convergenza, del loro funzionamento e degli obiettivi che si prefissano, in altre parole le modalità dell’integrazione. E’ su questo punto, in particolare, che il dibattito politico verterà nei prossimi mesi. In questa sede si analizzeranno due di questi processi: il progetto per un Fondo europeo comune (European Redemption Fund) ed il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership).


Il Fondo Europeo Comune


La creazione del Fondo europeo comune è frutto del processo di accelerazione della convergenza per far fronte alla profonda crisi finanziaria ed economica in cui dalla fine della prima decade degli anni 2000 si trova il Vecchio Continente.


I trattati di Maastricht (1992) e di Lisbona (2009) fissavano il tetto dell’indebitamento massimo risetto al PIL al 3% e quello del debito pubblico non oltre il 60% del PIL.


La serietà della crisi del credito e le divergenze finanziarie tra i paesi della periferia, i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), e nazioni come la Germania, la Finlandia o la Svezia ha convinto Bruxelles ad introdurre nuovi limiti per evitare che le divergenze aumentassero. E’ nato così il Trattato di Stabilità, meglio noto come Fiscal compact, secondo il quale gli stati membri si impegnano a rispettare il vincolo di pareggio di bilancio annuale, un accordo che rende impossibile l’ulteriore indebitamento, ed offre una metodologia precisa per far rientrare in un ventennio il debito pubblico nei limiti del 60%.


Per ora, soltanto l’Italia ha introdotto nella costituzione, con l’articolo 81, questa nuova regolamentazione.


Applicare le nuove regole sarà, però, molto costoso, specialmente per i paesi maggiormente indebitati come il nostro. Si calcola, infatti, che il Fiscal compact equivarrà a circa 40 miliardi di euro, soldi che sarà molto difficile reperire nel clima di recessione e deflazione in cui si trova non solo il nostro paese ma gran parte dell’Europa.


Per far fronte a questi ostacoli contingenti, Bruxelles ha incaricato un gruppo di 11 economisti europei di studiare una possibile soluzione di medio periodo. Costoro hanno aderito alla proposta avanzata nel 2012 dal German Council of Economic Experts nella quale si suggerisce la creazione di un Fondo di redenzione europeo (European Redemption Fund).


Il fondo raccoglierà tutte le eccedenze debitorie degli stati membri superiori al 60% del PIL contro una garanzia di beni patrimoniali nazionali, come le riserve valutarie e quelle auree, i beni del demanio e parte del gettito fiscale (IVA). In cambio, il fondo trasformerà il debito nazionale in debito europeo emettendo titoli obbligazionari europei ad un tasso inferiore a quello dei paesi membri poiché il fondo avrà un rating di AAA superiore a quello dei singoli stati membri. E’ chiaro che il procedimento implica la rinuncia ad alcune fette di sovranità nazionale da parte degli stati membri e l’impossibilita’ di tornare indietro; una volta trasformato il debito nazione in debito europeo non si potrà ‘rinazionalizzarlo’.


Le critiche mosse si riferiscono a questo punto ed alla garanzia dei beni nazionali, e cioè alla cessione di questi ad un ente sovranazionale europeo. Senza voler entrare nel merito di queste dispute, è bene ricordare che l’Italia, come tutti gli stati membri, ha accettato il principio di redistribuzione sovranazionale di alcune risorse nazionali, ad esempio con la costituzione dei fondi strutturali europei. Il processo di convergenza non può essere a senso unico e non può non significare la perdita di sovranità nazionale.


Il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti


Gli accordi stipulati tra Unione Europea e Stati Uniti per quanto riguarda la creazione di un asse Atlantico a carattere economico, commerciale e finanziario rientra nel processo di cessione della sovranità nazionale dei paesi membri ad un ente sovranazionale, l’Unione Europea. I firmatari, infatti, non sono gli Stati membri ma l’Unione.


Obiettivo del trattato è rimuovere le barriere non tariffarie e questo spiega perché i negoziati commerciali si stanno concentrando sulla rimozione di alcune regolamentazioni sociali e ambientali che proteggono i consumatori, i lavoratori e l’ambiente, e che, a detta di molti, sono d’intralcio ai profitti delle grandi imprese. Per esempio, le aziende statunitensi vorrebbero vedere l’Europa abbassare i suoi standard sul lavoro e porre fine al “principio di precauzione” – il cardine delle politiche di tutela dei consumatori e dell'ambiente su cui è basato il Regolamento REACH sulle sostanze chimiche e le sue severe norme sulla sicurezza alimentare e sulle etichette degli alimenti. Le aziende europee, invece, puntano contro le più severe norme americane sui medicinali, i dispositivi medici e i test, così come contro il loro più stretto regime di regolamentazione finanziaria.


Molte critiche sono state mosse nei confronti di questo trattato, anche e soprattutto da enti legati all’Unione Europea.


Vedi http://corporateeurope.org/trade/2013/10/brave-new-transatlanticpartnership-


social-environmental-consequences-proposed-eu-us


Il pericolo è la corsa verso il minimo comun denominatore, l’abolizione di regole e regolamentazioni che proteggono l’economia e la società in generale.


Non è questa la sede per entrare nel merito di queste critiche, è però importante capire che la cessione di sovranità implica l’accettazione di politiche, strategie e trattati da parte di enti ed organi europei sovranazionali diversi da quelli nazionali. Ciò significa anche la creazione di nuove istituzioni, come il Fondo di redenzione europeo, che si sostituiscono ad enti nazionali. In ultima analisi questo processo in tempo di pace deve poggiare sulla fiducia reciproca tra cittadini, Stati e Unione Europea, un rapporto che deve essere creato attraverso l’informazione e la conoscenza dei processi in corso.


L’Europa del futuro per funzionare ha bisogno di questo tipo di rapporto, senza il quale l’Unione continuerà a perdere il supporto dei popoli che ne fanno parte.”


Nell’articolo riportato integralmente della Dr.ssa Napoleoni è ben descritta la situazione esistente tra sovranità nazionale e sovranità europea, un rapporto tanto più sbilanciato dall’introduzione del “fiscal compact”, che il Prof Guarino nei suoi numerosi saggi ( v. il già citato: “Cittadini europei e crisi dell’euro” Editoriale Scientifica-anno 2014) ha dimostrato essere “illegittimo”, in quanto redatto dalla tecnocrazia europea in netto contrasto con gli obiettivi sottoscritti dagli Stati nei Trattati di Maastricht e di Lisbona. Si aggiunga il “paletto” introdotto dall’art.81, con l’obbligo del pareggio di Bilancio scritto in Costituzione e della sovranità nazionale si è fatto veramente strame. Quanto al rapporto tra sovranità nazionale e sovranità popolare di cui abbiamo ampiamente evidenziato nell’articolo precedente, è illuminante quanto ha scritto l’amico Ing Davide Gionco, esperto finanziario, su Attivismo.info il 30 Aprile 2018 con un articolo : “Lasovranità appartiene alle banche, che la esercitano senza limiti. – Chi ha usurpato il poteredel popolo in Italia? Con questo articolo si esaminano le vicende di quell’autentico “golpeblanco” che i poteri finanziari dominanti, con l’avallo del Presidente Napolitano el’esecutore, senatore a vita Mario Monti, oggettivamente realizzarono nel Novembre 2011contro il governo legittimo del presidente Silvio Berlusconi.


Insomma l’attuale ircocervo rappresentato dalla governance europea, che privilegia il ruolo della tecnocrazia di BXL, riducendo quello del Parlamento europeo a semplice organismo di rappresentanza, deve essere profondamente riformato, per tornare agli ideali originari dei padri fondatori. Finché la BCE e le Banche centrali dei Paesi dell’Unione sono controllate dagli hedge fund anglo-caucasici (kazari) le politiche economiche europee non potranno che essere funzionali agli interessi di quegli stessi poteri a scapito dei ceti medi e popolari dell’Europa.


Noi Popolari non vogliamo meno Europa, ma più Europa nella quale risulti determinante la volontà dei cittadini ed elettori europei. Siamo ben consapevoli che un'unione monetaria senza una democrazia politica è destinata a fallire. E questo è ilrischio che corre oggi l’Unione europea.


Condividiamo, infatti, integralmente quanto scrive la newsletter n.101 del 3 Luglio 2018 www.chiesadituttichiesadeipoveri.it:Ma l'Europa che chiude porti e frontiere, che fa la controrivoluzione con campi di espulsione e di detenzione (di "ancoraggio"!) dentro e fuori i confini del proprio territorio, è veramente l'Europa, è cioè quella "idea d'Europa" che corrisponde all'immaginario di un italiano, di un francese, di un berlinese quando sente parlare d'Europa? Noi, quando diciamo Europa, inevitabilmente pensiamo alla "piccola Europa", quella di Altiero Spinelli,


di De Gasperi, Schumann, Spaak, Adenauer, che nacque sulla spinta ideale del superamento dei conflitti culminati nella seconda guerra mondiale. Era un'Europa figlia della Resistenza e dell'antifascismo, aveva le stesse origini della Costituzione italiana, per questo le due andavano d'accordo. Essa escludeva l'Est, nata com'era a ridosso della cortina di ferro, era parte integrante della NATO, incorporata nel sistema Occidente. Noi ne lamentavamo la ristrettezza e il settarismo atlantico, ma le culture erano omogenee, le classi politiche di governo pensavano allo stesso modo. L'Europa dei 28 ha invece una tutt'altra origine, nasce dal capitalismo vincente che si è proclamato globale alla caduta del Muro, si è europeizzato a Maastricht e con Prodi ha integrato nell'Unione Europea e nel sistema Occidente i Paesi dell'Est, precipitosamente sottratti all'influenza russa (intesa come exsovietica).


Questa Europa, figlia di un'altra storia, non ha parentele con la Costituzione italiana, e si vede. Non è che da noi ê venuto meno l'europeismo, è l'Europa che non si trova più. A questo punto deve essere chiaro che se la partita politica è importante, quella culturale lo è ancora di più. Perciò il magistero del governo è pericoloso, e gli eventi seguiti al 4 marzo ne portano la responsabilità. Ora infatti tutto deve essere cominciato di nuovo e la cultura che abbiamo perduto o stiamo perdendo, quella che un tempo fu l'anima dell'Europa e anche nostra, dovrà essere il primo scalino per salire a una nuova cultura, a un'anima più dilatata e fraterna”.


La redazione di “ Insieme”




28 giugno 2018 Sovranità nazionale sovranità europea


Ci sono due temi che è opportuno approfondire in vista delle  elezioni europee del Maggio 2019:

  1. il rapporto venutosi a creare tra la sovranità nazionale costituzionalmente garantita e la sovranità europea;

  2. il rapporto tra la sovranità popolare e la sovranità monetaria che è  strettamente connesso con la condizione di quello precedente.

 

 L’art. 1 della Costituzione recita:   L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Si tratta di accertare se questo fondamentale articolo su cui regge il patto costituzionale sia o meno compatibile con gli obblighi derivanti dall’avvenuta sottoscrizione dei Trattati internazionali;  essenzialmente, con riferimento all’UE, il Trattato di Maastricht, firmato il 7 Febbraio 1992.

 

In linea generale è da ritenersi che la governance della Commissione dell’Unione europea non possa stravolgere la nostra Costituzione, dato che trasferire funzioni non può significare perdere sovranità.

 

Non v’è dubbio, tuttavia, che, con l’approvazione a grandissima maggioranza parlamentare dell’art 81 della Costituzione e l’avvenuta  introduzione dell’obbligo della parità di bilancio nella carta fondamentale, sia stato inflitto un vulnus mortale alla nostra sovranità, col rischio di mettere in subordine, rispetto ai dati monetari e del bilancio, i diritti fondamentali sanciti dalla stessa Costituzione.

 

 Felice Di Maro, su Economia e Finanza- Economia Internazionale – 7 Giugno 2016  (vedi www.money.it), molto opportunamente scrive: “L’Unione europea rappresenta un unicum del Pianeta Terra. Gestisce una serie di funzioni che gli stati hanno trasferito privandosi della loro sovranità. Il risultato è che siamo in una crisi perenne e ci resteremo se non avviene una svolta. Trasferendo funzioni di fatto si trasferisce sovranitàe quando questa si sposta dagli stati verso entità inter-statuali evapora, cioè non esiste più. L’Unione europea è il nuovo ordine post-statuale con poteri tra loro autonomi come la Banca centrale europea, la Commissione, il Consiglio dell’Unione europea, il Parlamento europeo.  La Corte di Giustizia europea è la guardiana della corretta interpretazione della legge europea, ovvero i Trattati. L’organismo sovranazionale del quale l’Italia fa parte, denominato Unione Europea, è una Federazione? No, non lo è.  Si tratta di una forma politica mai vista prima e fa parte comunque di quella governance multi-livello che si è formata in maniera alquanto silenziosa e in prevalenza in contesti economici-finanziari e si è successivamente sviluppata con l’adozione della moneta unica, l’euro. Si è imposta come un nuovo processo di governo con caratteristiche distinte proprio a livello di politiche sociali.”

 

Siamo in presenza di una differenza essenziale tra l’Italia e l’Unione Europa, una realtà che sarà ulteriormente ben evidenziata nel prossimo capitolo relativo al rapporto tra sovranità monetaria e sovranità popolare. La diversità sta nella differenza degli scopi perseguiti dalle due istituzioni: quelli  dello Stato italiano e dell’Unione Europea.

 

Da un lato: ” L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” ( concetto introdotto alla Costituente dal DC Amintore Fanfani, con la piena adesione del PCI di Togliatti) e : “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Dall’altro: “Il Trattato di Maastricht”, cito ancora Di Maro, “ Gazzetta ufficiale delle Comunità europee 29/7/1992 (N.C 191/6) Art. 3A comma 1:

Ai fini enunciati all’articolo 2, l’azione degli Stati membri e della Comunità comprende, alle condizioni e secondo il ritmo previsti dal presente trattato, l’adozione di una politica economica che è fondata sullo stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri, sul mercato interno e sulla definizione di obiettivi comuni, condotta conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. (mia l’evidenza in grassetto)

Come si vede, mettendo a confronto i due modelli economici, mentre la Costituzione tutela il cittadino, il Trattato di Maastricht tutela invece i profitti.  E’ evidente che siamo in presenza di due entità istituzionali, nella fattispecie lo Stato italiano e l’Unione europea,  che perseguendo finalità diverse e, per molti versi, contrastanti, se non addirittura antagoniste, il conflitto non può che rivelarsi permanente.

Il Prof Vladimiro Giacché affronta questo tema nel suo saggio, edito da Imprimatur:   Costituzione Italiana contro Trattati Europei- Il conflitto inevitabile”- Ed. Imprimatur, evidenziando che, dopo la guida di Giscard d’Estaing della cosiddetta Convenzione Europea, di fatto, quel Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa, non sia mai entrato in vigore, dopo le bocciature dei referendum indetti in Francia e in Olanda, unici Paesi dell’Unione che sottoposero il Trattato di Maastricht al giudizio degli elettori.

Se il concetto di Costituzione europea è da allora scomparso dal dibattito nell’Unione, di fatto gran parte di quel testo è stato ripreso entrando a far parte del diritto comunitario, col Trattato di Lisbona ( 2007), ossia il trattato che modifica i trattati precedentemente sottoscritti. Il Trattato di Lisbona è entrato in vigore il 1 Dicembre 2009, dopo la grave crisi dei sub prime negli USA e l’emergere di un debito greco assai più elevato di quello sino a quel momento previsto.

Le errate politiche messe in campo dall’Unione europea ( lo squilibrio della bilancia commerciale scambiata per una crisi del debito pubblico e il rifiuto di far funzionare la Banca centrale europea, come avviene per la FED, la Banca centrale americana, quale prestatore di ultima istanza, unitamente  alla difesa ad oltranza delle banche francesi e tedesche) hanno determinato le conseguenze durissime sul piano economico e sociale dei paesi debitori, sino ad imporre alla Grecia, le drammatiche pesanti condizioni della Troika e  all’Italia, il nuovo testo dell’art 81 della Costituzione, ossia l’obbligo del pareggio di bilancio.

Se l’art.1 recita : “ L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”) e l’art.3  della Costituzione ( “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”), gli articoli sui “ Rapporti economici” ( quelli che vanno dall’art  35 al 47) indicano gli strumenti e il metodo per dare concretezza ai principi fondamentali della Carta ( dall’art 1 all’art.12). Siamo cioè in presenza di un rapporto strutturale e armonico per cui la Costituzione economica è strutturalmente  connessa ai principi fondamentali.

E’ lucidissima l’analisi che il prof Giacché compie sull’idea di società contenuta nei trattati europei i quali, in sostanza, danno assoluta priorità al tema della stabilità dei prezzi, che coincide poi con la lotta all’inflazione; un’idea ben diversa da quella indicata dalla nostra Costituzione repubblicana.

Nei Trattati europei  ciò che risultano come principi sovraordinati a tutti gli altri non sono il lavoro e la piena occupazione, ma “ la stabilità dei prezzi” e  “ l’indipendenza della Banca centrale” dai governi. Sarà interessante accertare a chi appartenga realmente la proprietà della BCE, al di là della sua governance. E’ un tema che affronteremo nel capitolo dedicato al rapporto tra sovranità monetaria e sovranità popolare, per verificare esattamente come e dalle scelte di chi dipenda il controllo e il  funzionamento della BCE.

Il mantenimento della “stabilità dei prezzi” è l’obiettivo principale indicato nei Trattati, al quale le stesse politiche economiche generali, seppur ispirate al principio di “un’economia di mercato aperta ( non più sociale) e in libera concorrenza” devono essere subordinate.

Infine e di conseguenza, la Banca centrale europea è l’unica banca centrale ad avere quale unico obiettivo il mantenimento della stabilità dei prezzi, o meglio la lotta all’inflazione. Il prof Giacché ricorda come sia stato proprio Guido Carli a scrivere nelle sue memorie: “ è difficile accettare con animo leggero il fatto che l’obiettivo della stabilità dei prezzi sia indicato senza alcun riferimento al livello occupazionale e dunque al benessere della comunità che si sono date questa nuova Costituzione monetaria. Ho provato ripetutamente nel corso del negoziato ( per il Trattato di Maastricht n.d.r.) a inserire tra i criteri anche il livello di disoccupazione……Senza successo”.

In definitiva nei trattati europei l’obiettivo della stabilità dei prezzi viene di fatto sovraordinato a tutti gli altri e la lotta alla disoccupazione diviene secondario. Insomma la tutela del lavoro, che nella Costituzione italiana è assunta a fondamento del patto costituzionale, nei trattati europei è assunta in funzione del tutto  subordinata rispetto a quello della stabilità dei prezzi. La stabilità monetaria, intesa come lotta all’inflazione è l’obiettivo che persegue l’UE in via prioritaria, se non esclusiva, e tale priorità é pronta a scartare politiche attive del lavoro e/o di stimolo all’economia, in quanto potenzialmente inflazionistiche.

E’ da questa dicotomia sostanziale che discendono le politiche economiche dell’Unione europea, compresa quella del fiscal compact. Quest’ultimo è il risultato di una decisione tecnocratica in netta contrapposizione e alternativa agli stessi obiettivi sanciti nei Trattati, e, come tale, illegittimo. Un’illegittimità magistralmente dimostrata dal Prof  Giuseppe Guarino nei suoi saggi ( tra i quali : “ Cittadini europei e crisi dell’euro”- Editoriale scientifica  ES).

Il vulnus dell’art 81 alla Costituzione

La modifica all’art 81 della Costituzione, introdotta con legge costituzionale 1/2012 ("Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale"), rappresenta il vulnus più profondo recato alla nostra Carta, in grado di minare l’esigibilità degli stessi diritti che la Carta garantisce.

Trattasi di una modifica degli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, inserendo nella Carta il principio del pareggio di bilancio. La legge costituzionale è entrata in vigore l'8 maggio 2012, ma le sue disposizioni hanno avuto effetto a partire dall'anno 2014.

La grave crisi economica e finanziaria in cui versava l’Italia nel 2011, con il debito pubblico e gli interessi sullo stesso debito sempre più elevati, che spinsero il Paese sull’orlo del default, determinò le forti richieste di intervento da parte europea e internazionale: richieste che indussero il governo Berlusconi a misure restrittive sulla finanza pubblica.

Fu Tremonti a proporre, l’8 settembre 2011 ( è sempre una data emblematica l’8 settembre nella storia italiana?!), un disegno di legge costituzionale che prevedeva di introdurre il principio del pareggio di bilancio in Costituzione. Quel disegno di legge in soli tre mesi ( 10 Novembre 2011) fu approvato dalla Commissione affari costituzionali e dalla Commissione bilancio della Camera dei deputati.

Persa la maggioranza parlamentare, il 12 Novembre, Berlusconi si dimise e sarà il neo senatore a vita nominato da Napolitano, Mario Monti, incaricato ad assumere la funzione di Presidente del Consiglio, a varare con un primo decreto legge una manovra correttiva di 63 miliardi di euro e politiche molto più restrittive sui conti pubblici.  E sarà proprio il governo Monti, sotto l’azione dei Paesi europei, che all’inizio del 2012 adottarono tutti le norme “illegittime” del fiscal compact, a far adottare nell’arco di poche settimane il nuovo articolo 81.

Esso fu approvato il 30 novembre 2011 dalla Camera dei Deputati con 464 si, 0 no e 6 astenuti e il 17 aprile 2012 fu il Senato che approvò definitivamente quella legge costituzionale con 235 si,11 no e 34 astenuti. Doppia lettura alla Camera e al Senato e maggioranza superiore ai 2/3.  Quella legge non richiedeva nemmeno più la verifica referendaria e nemmeno sarà più possibile ricorrere a un eventuale referendum popolare per abrogarla o confermarla, diventando in tal modo parte integrante e  drammaticamente “innovativa” della Costituzione repubblicana.

E’ evidente che con tale norma si prevede l’equilibrio tra entrate e uscite anno per anno, contraddicendo così uno degli elementi cardini dell’economia keynesiana, ovvero il raggiungimento dell’equilibrio in un intero ciclo economico.

 Scrive al riguardo il costituzionalista Alessandro Mangia ( A.Mangia- La nostra Costituzione è schiava di banche e finanze, il Sussidiario.net, 25 giugno 2015) www.il sussidiario.net, come ricorda Giacché nel suo saggio: “ di fatto il vincolo di bilancio rappresenta ormai, all’interno del nostro ordinamento costituzionale, un principio superiore a cui tutti gli altri diritti devono piegarsi…Il principio del pareggio di bilancio è solo apparentemente una norma costituzionale tra le altre. In realtà è lo  strumento attraverso cui si è realizzato l’aggancio definitivo a una politica economica e a una politica sociale che è destinata a mutare definitivamente- e drammaticamente-il volto del Paese, come questi anni di crisi dovrebbero avere dimostrato a tutti”.

Sovranità nazionale  e sovranismo

 

Il tema del rapporto tra sovranità nazionale e sovranità europea è divenuto tanto più attuale con le affermazioni elettorali conseguite dai cosiddetti “partiti sovranisti” in diversi Stati dell’Unione; tra cui, il caso Italia, retta dal governo giallo-verde del M5S e Lega, è uno  dei più importanti, considerato il ruolo e il peso dell’Italia nella UE: terza economia industriale europea e paese fondatore dell’Unione.

 

Per “sovranismo”, l’enciclopedia  Treccani scrive : «Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione. L’affievolimento di sovranità degli Stati a favore di un ordinamento sovrastatuale non tocca minimamente l’unità politica degli Stati-nazione. Solo da noi si riesce a sposare un “sovranismo” anti-europeo con una devolution anti-nazionale».

 

 

Qual’ è lo stato attuale dei rapporti tra i principi della Costituzione italiana e i Trattati europei in generale e, in particolare, tra Costituzione italiana e decisioni normative di secondo rango, come quelle del fiscal compact, frutto delle decisioni di organi tecnocratici, in palese difformità dagli stessi obiettivi fissati dai trattati e , dunque, illegittimi come il prof Giuseppe Guarino, già citato,  con i suoi saggi in proposito ha autorevolmente saputo dimostrare?

 

Il Dr Vladimiro Giacché, presidente del Centro europeo Ricerche, nel suo saggio già citato, con dovizia di riferimenti costituzionali e ai Trattati Europei evidenzia “il conflitto inevitabile” tra la nostra Costituzione con questi ultimi, atteso che: “ Lotta all’inflazione e autonomia della banca centrale, massima concorrenza e minimo intervento dello Stato nell’economia sono i principi chiave dei  trattati europei”. Il saggio dimostra che: “ essi esprimono un’idea di società  in conflitto con quella propria della nostra Costituzione e con la tutela dei diritti fondamentali che questa prevede, a cominciare  dal diritto al lavoro.

 

E proprio con riferimento all’avvenuta introduzione dell’art 81 nella Costituzione, così ribadisce: “ Tale conflitto è reso evidente dalla forzatura rappresentata dall’inserimento  in Costituzione , in obbedienza alle regole europee del Fiscal compact, del nuovo art.81 che prevede l’obbligo di bilancio; un vero e proprio cuneo che scardina il sistema  dei fondamentali diritti costituzionali. Contro la logica  del “ vincolo esterno” che quell’articolo rappresenta  è necessario riconfermare  la validità dell’impianto  originario della nostra Costituzione e la sua priorità  sui trattati europei.”

Sulla base di quanto sin qui esposto appare chiaro che ogni altro ragionamento sulla compatibilità tra trattati europei e Costituzione italiana risulti pleonastico. Sulla volontà dell’UE abbiamo introdotto, con l’approvazione dell’art 81 nella Costituzione,  un vulnus nella nostra Carta fondamentale; un vincolo insuperabile per qualsivoglia politica economica che si intenda adottare diversa da quella dell’austerità imposta dalle politiche europee. Non serve nemmeno più la Troika è  più che sufficiente lo sbarramento dell’art 81.

Non è questa l’ispirazione fondamentale della nostra Carta Costituzionale; non era questa l’idea di Europa dei padri fondatori e non erano questi gli ideali che ispirarono e che indussero l’Italia a sottoscrivere i Trattati. In definitiva, non è questa l’Europa che, come Popolari italiani, intendiamo concorrere a ricostruire dopo il voto del 23-26 Maggio 2019.

La redazione di Insieme

 

 

Venezia 12 giugno 2018

 


L’unione europea alla prova dei nuovi equilibri internazionali


 


Dopo quanto è successo in Canada alla riunione del G8 (8 e 9 Giugno 2018), con il documento finale, prima sottoscritto e poi ripudiato da Donald Trump, riappare lo spettro di una guerra commerciale tra USA e resto del mondo, con particolare riferimento all’UE,  e lo scenario della geopolitica internazionale sembra stravolto. 


Trump con il suo cambio di strategia, apre un contenzioso forte con l’Europa e sembra affermare la volontà degli USA di sostituire al G8 una triade USA-Cina-Russia, con l’Europa ridotta a un ruolo laterale e marginale. Tutto ciò costituisce un elemento di una necessaria non rinviabile riflessione in previsione del rinnovo del prossimo Parlamento europeo. 


Le difficoltà operative nella governance dell’Unione europea, anche a seguito della Brexit, con le sue conseguenze tuttora in fase di complessa risoluzione; i contrasti con i Paesi di Visegrad e tra i Paesi del Nord e quelli mediterranei, non solo in materia di politiche di governo dei flussi migratori, si aggiungono a quelli più ampi della geopolitica internazionale, in conseguenza dei nuovi equilibri che l’annunciata “guerra doganale” con gli USA sembra determinare. 


L’instabilità politica della Germania, dove si sta consumando la lunga stagione dell’egemonia di frau Merkel, le difficoltà in cui si dibatte Macron in Francia, dopo e nonostante  l’ottimo risultato elettorale delle presidenziali, il trionfo dei partiti sovranisti in Austria, Ungheria e la stessa recente formazione del governo italiano giallo-verde; l’avvio del quarto round della Brexit, che si sta dimostrando assai più complicato rispetto alle premesse,  con riflessi contraddittori anche all’interno della stessa politica del Regno Unito, sono tutti elementi  che caratterizzano l’attuale difficoltà nel processo di costruzione e sviluppo dell’Unione europea. 


Come è noto,  Marzo del 2019 è la data fissata per la definitiva uscita della Gran Bretagna dall’UE. Al riguardo va tenuto presente che, in assenza di un accordo e nel caso  di “ un’uscita disordinata”,  il Regno Unito dovrebbe operare secondo le regole del WTO, con la sequela di controlli doganali e tariffe da esse prescritte. A Londra già si teme per la scarsità di prodotti di vario genere e conseguenze sul piano della stabilità dei prezzi e nella disponibilità anche su prodotti di prima necessità. 


Con l’uscita della Gran Bretagna si è riaperto, com’ è noto, il confronto acceso tra i 27 Paesi UE per decidere la definitiva allocazione delle sedi di EMA (Agenzia del farmaco), dopo il NO alla proposta dell’Italia per Milano e dell’EBA ( Autorità Bancaria) per la quale la Germania rivendicava la sede di Francoforte, dove già è allocata quella della BCE. 


 Per l’EMA, la sede vinta per sorteggio da Amsterdam, dopo i ricorsi respinti dell’Italia e della città di Milano, a tutt’oggi non è ancora in costruzione e l’edificio temporaneo che dovrà ospitare l’EMA nei primi mesi del 2019, quando avverrà il trasferimento, non sarà in grado di ospitare l’intero staff dell’agenzia (si parla di circa 900 dipendenti). Per l’EBA alla fine, anch’essa per sorteggio, è toccata alla Francia e sarà ubicata  a Parigi la sede della prestigiosa autorità bancaria europea, a riconferma del ruolo dominante di Germania e Francia ( la “ Framania”) nell’Unione europea. 


Con l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, d’altra parte, non è ancora ben chiaro il destino dell’Unione europea. Il Libro Bianco sul futuro dell’Europa mostra, infatti, cinque scenari diversi da qui al 2025: mantenimento dello status quo; semplice mercato unico; unità europea nella politica estera;  Europa a due  velocità; governance della politica dell’immigrazione col superamento del trattato di Dublino e politica comune della difesa. 


Sul fronte dell’area Euro, infine, emerge l’ipotesi di un ministro delle Finanze unico della zona euro e la trasformazione dell’ESM, il meccanismo di stabilità, in un Fondo monetario europeo. Tema particolarmente arduo  e delicato il completamento dell’unione bancaria con un sistema di garanzia unico per i depositi, prospettiva mal digerita e osteggiata sin qui dalla Germania. 


La prossima riunione del Consiglio  dei ministri dell’UE per la definizione del bilancio comunitario e la riduzione graduale sino all’annullamento del Quantitative Easing, sono i passaggi a breve più delicati cui dovrà far fronte l’Unione europea. L’Italia, con la nuova maggioranza di governo, si appresta a richiedere per l’ennesima volta uno sconto sul deficit, al fine di garantirsi una maggiore disponibilità sui conti pubblici e margini di investimento per il rilancio dell’occupazione. Tutto dipenderà dalle scelte che sul DEF in corso di definizione, il governo italiano sarà in grado di mettere in mostra rispetto alle attese dei partner europei. 


Se questi  sono i temi più urgenti della prossima agenda europea, non vanno dimenticati quelli più strettamente politici connessi alla deriva politica dell’Europa verso la destra radicale che accompagna la crisi profonda dei partiti tradizionali, gli assi portanti sin qui del parlamento europeo: PPE e SPD, una crisi che sembra inarrestabile.


 Nel prossimo articolo cercheremo di esaminare due temi, a nostro avviso, essenziali per proporre una seria proposta riformatrice di ispirazione popolare, europeista e trans nazionale, secondo i principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi e Schuman.


Il primo è quello del rapporto da rinegoziare nei trattati, al fine di superare i conflitti rivelatisi insanabili con la nostra Costituzione, specie quando, come nel caso del fiscal compact, quella decisione, nettamente in contrasto con gli stessi trattati liberamente sottoscritti, è stata il frutto di un regolamento di grado normativo inferiore ai trattati, redatto da euro-burocrati, con l’avallo irresponsabile anche di nostri autorevoli esponenti di governo. Fatto quest’ultimo ampiamente dimostrato dai saggi del prof Giuseppe Guarino, ahimè, sin qui  volutamente e colpevolmente misconosciuti.


Il secondo è il tema della sovranità monetaria che, nei modi  in cui si è sin qui realizzata a livello dell’Unione e in quasi tutti i Paesi componenti della stessa, con il controllo de facto della BCE e delle banche centrali dei diversi Paesi da parte degli edge funds anglo caucasici (kazari), riduce la “sovranità popolare” a  un ectoplasma senza sostanza; con le politiche economiche prone al dominio degli interessi dei poteri finanziari, che subordinano ad essi tanto l’economia reale che la politica. In sostanza, annullano de facto la democrazia e le fondamenta stesse su cui si regge il nostro patto costituzionale.



La redazione di “ Insieme”





Venezia 16 maggio 2018

Europa e Islam

La distribuzione dei musulmani nel mondo, secondo i dati del Pew Research Center sulla religione musulmana, sono i seguenti: 3.480.000 nel Nord America; 43.490.000 in Europa; 317.070.000 nel Medio Oriente e Nord Africa; 985.530.000 in Asia-Pacifico; 248.110.000 in Africa sub sahariana.  Questi dati sono così commentati da Priscilla Muro, il 1 Febbraio 2018,  con una nota su DOC-documenti.info (www.documentazione.info) - Oltre le opinioni : “Di che religione saranno gli immigrati nel 2050? Confermando i dati dell’anno scorso il rapporto Europe’s growing Muslim Populationredatto dal Pew Research Center, registra una percentuale sempre più alta di musulmani all’interno dei flussi migratori che riguarderanno l'Europa da qui a 33 anni. Il dossier mostra tre possibili scenari futuri: zero migrazion, medium migration, high migrazion. Vediamo che cosa significa.

Attualmente, i musulmani rappresentano circa il 4,9% della popolazione europea. Nel caso l’immigrazione dovesse fermarsi per sempre (zero migration), la loro percentuale aumenterebbe fino al 7,4%; se si dovesse arrestare il flusso dei rifugiati, ma non quello dei migranti regolari o dei richiedenti asilo (medium migration), si salirebbe all’11,2%; infine, se l’Europa dovesse registrare anche per gli anni a venire il numero di rifugiati avuto tra il 2014 e il 2016 (high migration), il 14% della popolazione europea sarebbe composta da fedeli di religione musulmana.

Migranti, rifugiati e migranti regolari: chi sono, da dove vengono e dove vanno

Le proiezioni non sono certezze matematiche. Tuttavia, il rapporto del Pew Research Center si basa su una serie di dati verificabili, prima fra tutti la costante crescita del numero di musulmani in Europa (passato da 19,5 milioni nel 2010 a 25,8 milioni nel 2016). Tale aumento è strettamente legato alle dinamiche dei flussi migratori: al primo posto della classifica dei paesi d’origine dei migranti troviamo infatti la Siria, a maggioranza musulmana.

Attualmente i musulmani rappresentano il 78% dei rifugiati, cioè coloro che hanno chiesto asilo politico e hanno ottenuto il riconoscimento del loro status da parte del Paese ospitante. Diverso è invece il caso dei migranti regolari, ovvero di chi si sposta per motivi connessi alla famiglia, allo studio o al lavoro. In questa categoria i musulmani sono il 46% e non rappresentano la maggioranza.

Per quanto riguarda le destinazioni, l’Italia, dove di certo non si può parlare di “invasione islamica”, si colloca al quarto posto nella lista delle mete scelte dai migranti dopo il Regno Unito, la Germania e la Francia. La Francia  e la Germania sono anche i Paesi con la maggior presenza di musulmani, rispettivamente l’8,8% e il 6,1% della popolazione.

In Europa i musulmani sono più giovani e hanno più figli

Gli scenari descritti dal rapporto si basano anche su un’altra considerazione: l’età media dei musulmani in Europa è di circa 30 anni (ben 10 anni in meno della media europea, che invece si aggira intorno ai 40). I musulmani (età media 23 anni) sono più giovani  anche rispetto all’intera popolazione mondiale (età media 28 anni). Inoltre la donna musulmana ha in media 2,6 figli contro l’1,6 della donna non musulmana. 

Elena Tebano, sempre citando i dati del dossier del Pew Research Center sulla religione musulmana in Europa, sul Corriere della sera, ha scritto: “oggi le persone di fede islamica nel Vecchio Continente sono 25,8 milioni, il 5 per cento della popolazione totale. A metà secolo potrebbero oscillare tra 35,8 o 75 milioni. Molti meno di quelli «percepiti». Nel 2050 ci saranno, senza contare i nuovi migranti, almeno 35,8 milioni di residenti musulmani in Europa, il 7 per cento della popolazione totale, che potrebbero arrivare a 75 milioni, cioè al 14 per cento della popolazione, se si registrasse un’elevata immigrazione. Lo stima il centro di ricerca americano Pew Research Centre, specializzato tra l’altro in demografia e religioni, che in un grande rapporto sull’Islam ha immaginato tre scenari: a zero immigrazione con una popolazione totale europea in calo a 480 milioni di abitanti (contro i 520 attuali), a immigrazione media e cioè se continuasse a tasso costante (in quel caso la popolazione musulmana sarebbe l’11 per cento , corrispondente a 57,9 milioni di persone, su un totale di circa 517 milioni di europei) o ad alta immigrazione, cioè se gli arrivi proseguissero per le prossime decadi ai ritmi eccezionalmente alti del 2015 e 2016. Anche nello scenario di crescita maggiore, «i musulmani sarebbero molti meno — scrivono i ricercatori — sia della popolazione cristiana che di quella senza religione» (in quel caso l’Europa arriverebbe a contare infatti 539 milioni di abitanti). La ricerca ha preso in considerazione 30 Paesi: i 28 dell’Unione europea più Svizzera e Norvegia”.

Di particolare interesse è lo studio di Francesco Marone e Marco Olimpio elaborato per  l’ISPI ( Italian Institute for international political studies), con specifico riferimento al caso Islam e Italia. Trattasi di un working paper sul tema: “ Conquisteremo Roma”- I riferimenti all’Italia e al Vaticano nella propaganda dello stato islamico, che viene così presentato dai due autori:

“Negli ultimi anni, l’Italia  non è stata colpita da attacchi terroristici di matrice jihadista, né ha sperimentato gli elevati livelli di radicalizzazione di alcuni dei suoi vicini europei. Significativamente, il numero di foreign fighters che hanno abbandonato il territorio italiano per unirsi allo Stato Islamico o ad altri gruppi jihadisti – circa 130 individui – è molto più basso se comparato ai numeri della Francia, della Germania, del Regno Unito, ma anche di paesi più piccoli come l’Austria o il Belgio.

Questo quadro di relativa quiete, tuttavia, presenta un’importante eccezione, riguardante la propaganda dello Stato Islamico, che menziona l’Italia e, in particolare, Roma con una frequenza che può apparire sproporzionata. Analizzando i contenuti ufficiali in lingua inglese pubblicati dallo Stato Islamico a partire dalla proclamazione del “Califfato” (nel giugno del 2014), il presente studio di carattere esplorativo ha contato 432 riferimenti all’Italia, al Vaticano e a Roma. La città è frequentemente citata, con diverse accezioni, anche nella propaganda in lingua araba.

L’analisi dei riferimenti individuati mostra che, a parte alcune eccezioni significative, lo Stato Islamico riserva particolare attenzione all’Italia perché si riferisce a Roma come simbolo dell’Occidente e della Cristianità. La maggior parte delle menzioni, infatti, riprende fonti islamiche secondarie che affermano che il Giorno del Giudizio giungerà soltanto quando i musulmani combatteranno i “Romani”, e profetizzano la loro conquista di “Roma” (originariamente sulla base di un riferimento storico al confronto secolare tra le forze musulmane e i “Romani” d’Oriente - ovvero i Bizantini - in epoca medievale). A ogni modo, la posizione centrale che la capitale italiana occupa nei messaggi jihadisti – anche in senso figurato – è un fenomenoallarmante, poiché può essere interpretata dai seguaci dello Stato Islamico come un’esortazione a compiere attacchi nella Città Eterna o, più in generale, in Italia.”

Il documento scaricabile in formato pdf dal sito di ISPI (www.ispionline.it) analizza i documenti in lingua inglese e araba con riferimenti e minacce alla società italiana, istruzioni per l’esecuzione di attacchi e rivendicazioni di carattere operativo.

E’ evidente che siamo in presenza di un fenomeno nuovo e inquietante aggravato dal differenziale demografico a netto vantaggio del mondo arabo e musulmano che dà concreta verifica a ciò che il presidente  algerino Boumedienne dichiarò all’ONU nel 1974: “ il ventre delle nostre donne ci darà la vittoria”. Una dichiarazione reiterata nel Marzo 2017 dal presidente turco Erdogan ( “ fate cinque figli, il futuro dell’Europa è vostro”). Una tesi sostenuta, peraltro, da uno dei più grandi esperti del mondo islamico, Bernard Lewis, professore emerito all’università di Princeton, il quale ha scritto: “ L’Islam prenderà l’Europa non con la spada, ma con la demografia”.

I megatrends demografici citati nel nostro secondo articolo, sono la dimostrazione realistica di tale condizione dell’Europa; una condizione che è il risultato di un processo di progressivo distacco dai valori della tradizione cristiana, così come sono stati egregiamente esposti da una nota del prof Fabrizio Fabbrini che vogliamo evidenziare. Trattasi di un commento che il prof Fabbrini ha svolto sulla nostro documento sui megatrends demografici in Europa e nel mondo.

Per Fabbrini l’Europa e l’Italia sono in preda alla sudditanza di dottrine totalitarie solo ammantate di colore economico (in realtà ideologie totalistiche di pensiero antiumano) come il socialismo e il liberismo, disastri mentali, che hanno la loro genesi nel punto di congiunzione tra giacobinismo di destra e di sinistra, che sono ad un tempo opposti ma solidali e coordinati. L'ambidestro Giacobinismo (ambidestro come il dio Efesto nella fucina dell'Etna): quello di destra radicale francese della Terza Repubblica (che condusse l'Europa al disastro della Grande Guerra, cioè, delle due guerre l'una all'altra collegate);  e quello di sinistra, ancora francese, già nella Révolution, ma che poi risorse veicolato dal marxismo che investì tutta Europa, inizialmente spegnendo il popolare socialismo nell'atteggiarsi a una superiore sedicente "scientificità", poi nelle due volontaristiche superfetazioni del Leninstalinismo e del Nazismo (che, ricordiamolo, era la Sinistra proletaria Social-nazionale o Nazional-Socialista - da qui la parola Nazismo - impostasi con voto popolare e poi in parlamento): e, del resto, già socialista era la Germania nel parlamento del Kaiser (quella che Lenin definì dei Socialtraditori). 

 

 Quanto al liberismo, fu anch'esso un parto giacobino: quello parigino della rivolta nobiliare e borghese del parlamento di Parigi dell'88, seguito dalla usurpazione borghese dell'89 che si proclamò Nazione e impose la tirannia parigina a tutta la Francia, moto imposto dai padroni del vapore, la borghesia imprenditoriale che aveva accolto il messaggio di Rousseau attraverso il discepolo Robespierre e fece il pieno con le Leggi antioperaie giacobine D'Allard - Le Chapelier del '91, traducendosi nei massacri del 1792-'95 (più morti francesi di quelli della Grande Guerra 1914-18).

 

 E questa rivolta tirannica parigina ebbe in seguito - per volere della Massoneria che, già alla genesi della Révolution con il Gran Massone di Palais-Royal Filippo égalité - ne afferrò il Testimone con il figlio di Filippo Egalité e non lo mollò più nei due mondi - quello americano già massonico di fine '700 / inizi '800 e quello europeo di lord Palmerston dagli anni Trenta a tutto il Risorgimento italiano (si pensi alla combine Palmerston-Garibaldi e al colonialismo europeo nel mondo. E questa vincente ala liberista massonica colonialista (come lucidamente Lenin nel saggio Dal Colonialismo all'Imperialismo dei 5 Mercati, del 1914) si esaltò nel globo portata dai Presidenti yankees, soprattutto Democratici: Roosevelt a inizio secolo, Wilson negli anni della Grande Guerra, e il secondo Roosevelt (e in realtà da tutti i presidenti americani, che furono massoni ad eccezione di Kennedy e forse di Clinton: non sappiamo ancora di Trump).

 

E' questa ala del giacobinismo di destra a intendersi con il sovietico Stalin, potenziandolo a dismisura nella seconda guerra mondiale e in tutta la storia successiva fino all'imprevisto incidente della comparsa di Gorbacev (unico rivoluzionario non violento dopo Gandhi, ma con difficoltà e realizzazioni molto maggiori), mettendo finalmente la sua ipoteca su tutto il mondo). E' quel giacobinismo di destra, dicevo, la vera matrice di quel che Tu giustamente chiami "ideologia neoliberista": e io aggiungerei "radicale", ma non trascurando che essa è sommata a quel giacobinismo di sinistra che ha non solo creato i più pesanti e inumani regimi della storia (regime Sovietico e satelliti, regime Maoista e satelliti), ma è stata la bandiera che più facilmente ha sedotto le masse in tutto il mondo, soprattutto nel nostro paese...

 

Fino a portare al mutamento negli atteggiamenti e nei programmi dei comunisti nostrani. Per cui quel che il regista Moretti, italiano ma infranciosato, diceva contro l'imborghesimento del PCI ("diteci, vi prego, qualcosa che sappia di Sinistra!") era giusto e motivato, ma denotava una incomprensione di fondo, questa: che una Sinistra non è mai esistita senza il suo fratello Borghese di Centro e Centrosinistra (una specie di Mister Heid che conviveva nell'animo del dottor Jeckyll): donde il perfetto connubio tra democratici americani e socialcomunisti europei anche al tempo della cosiddetta "Guerra fredda" (in realtà accordo di spartizione mondiale), o tra l'imbalsamato Breznev e l'ubriacone occidentalizzante Eltsin, o tra la Cina di Mao e quella odierna.


Ed è la Cina moderna l'esempio più importante di una tale fusione impensabile: è la più macroscopica superfetazione di quel connubio, concentrato in un solo regime, che è insieme la  più colossale mescolanza tra schiavismo comunista e potere finanziario dell'industrialismo sovrasviluppato: con l'esito di essere una nazione che esprime il più ampio numero dei più potenti capitalisti mondiali, superiore a quello delle sommate nazioni propriamente capitaliste (USA e Canada, Regno Unito e Germania e Francia), per cui 300 milioni di comunisti borghesi controllano il paese dominando su un miliardo di schiavi totali senza diritti se non servire o morire. E la affianca la Brasindia (Brasile+India) seconda potenza economica mondiale potenzialmente effusiva.

Un’analisi spietata quella del prof Fabbrini, confermata dalla sciagurata decisione politico istituzionale dell’UE di rinunciare, all’atto dell’approvazione della Costituzione europea, al riferimento alle comuni radici giudaico cristiane per affermare i valori di una società laicista e irreligiosa dominata dal relativismo etico e politico culturale. Una condizione etica e  socio culturale quella dell’Europa di assoluta vulnerabilità e facilmente dominabile da un flusso immigratorio di giovani, affamati e prolifici, come quello delle popolazioni musulmane in fuga dall’Africa e dall’Asia, in cerca di fortuna.

Senza forti valori etici di riferimento sarà impossibile contenere e/ contrastare quelli di un’immigrazione ad alto tasso di crescita demografica, nella quale la presenza di soggetti ispirati dalla fede nel Corano è assai elevata. Si sono voluti misconoscere e nascondere i principi giudaico cristiani fondanti della cultura occidentale, facendo prevalere gli orientamenti radical socialisti di Ventotene su quelli dei padri fondatori  popolari ( Adenauer, De Gasperi, Schuman)   e, così operando,  si finirà col perdere, in un meticciato confuso, anche quelli di derivazione laicista e illuministica della rivoluzione borghese.

Si aprono scenari assolutamente nuovi e diversi da quelli che hanno caratterizzato la vicenda dell’Unione europea, dalla sua formazione all’esplosione del fenomeno migratorio dell’ultimo decennio. Cercheremo di fornire il nostro contributo secondo un approccio popolare, con alcune proposte di soluzione al di fuori dalle pulsioni demagogiche, giustificazionistiche e/o elettoralistiche con cui si è sin qui prevalentemente affrontato tale tema.


La redazione di Insieme (www.insiemeweb.net)


Venezia 14.05.2018          I megatrends  etici, culturali  e religiosi dell’Europa



Esaminati i megatrends demografici che indicano un’Europa destinata all’inevitabile “meticciato”, conseguenza di un divario demografico di tipo esponenziale tra il vecchio Continente e l’Eurasia, in questo terzo articolo intendiamo affrontare ciò che caratterizza la situazione europea sul piano culturale e degli orientamenti etici e religiosi. 


In un articolo a cura della redazione  de Il Foglio del 26 Marzo 2018 si scrive di una ” Europa al capolinea cristiano”.


Partendo dal rimpianto di Novalis che, già nel 1799, avvertiva il rischio di una crisi epocale e nel suo “ La cristianità, ossia l’Europa”, ricordava:  “ i bei tempi in cui l’Europa fu terra cristiana”, Il Foglio sottolinea come “la desacralizzazione del continente, da allora, non si sia mai arrestata”. In quell’articolo si ricorda come: “ nel 2000, anno in cui si discuteva dell’inserimento del riferimento alle radici giudaico-cristiane nella Costituzione europea, l’allora cardinale Joseph Ratzinger disse che, prima che un concetto geografico, l’Europa era cultura e storia. “ Citando un articolo de “Il Guardian”, il Foglio evidenzia come l’Europa stia marciando verso una società post cristiana ( esito di un sondaggio effettuato dalla St.Mary University Twichenham di Londra) . In Repubblica ceca il 91 per cento dei giovani tra i 16 e i 29 anni dichiara di non avere affiliazioni religiose. In Estonia, Svezia e Olanda, la percentuale scende tra il 70 e l’80 per cento. Insomma l’ateismo sta diventando la norma per concludere che : “ l’Europa  è ormai una terra senza Dio, e senza il cristianesimo, di cui si perde traccia anche nei paesi che storicamente hanno rappresentato la cultura europea: in Francia i cristiani adulti sono soltanto il 26 per cento, il 20 in Germania.  Cosa  sarà l’Europa, se sottomessa al politically correct o a un nuovo Dio, non si può dire. Per  la sopravvivenza delle nostre radici forse, sarà comunque tardi”. (estratto dall’articolo de Il Foglio del 26.3.2018: “Europa al capolinea post-cristiano”)  


Un recente interessante contributo è stato offerto dallo storico della filosofia Rémi Brague, in occasione del conferimento di un dottorato honoris causa dalla Pontificia università Giovanni Paolo II di Cracovia, l’11 Gennaio 2018.


In quell’occasione Brague tenne una lectio magistralis in francese dal titolo: “Qu’est - ce que l’Europe peut faire avec le Christianisme?” ( testo tradotto in italiano su www.tempi.it), Brague sostiene che Europa è cristianesimo e nell’Occidente che ha dimenticato le proprie radici l’annuncio cristiano non pretende di apportare alla cultura nuovi contenuti, ma di fornire una nuova e più grande prospettiva.


E’ questo un tema che acquisterà una più forte valenza quando affronteremo la questione del ruolo del turbo capitalismo finanziario dominante in Europa e nel mondo e il cui più serio antidoto culturale è proprio rappresentato dagli orientamenti pastorali indicati dalla dottrina sociale della Chiesa dalla “Centesimus Annus” di  Papa Giovanni Paolo II, alla “Caritas in veritate” di Papa Benedetto XVI, alla “Evangelii Gaudium” e “Laudato Si” di Papa Francesco.


Il contributo più importante e completo sulla situazione socio culturale dell’Europa è, in ogni caso,  quello offertoci dal 9° Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo, dedicato al tema specifico: Europa: la fine delle illusioni.


Stefano Fontana, curatore con Mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, del Rapporto dell’Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân  sulla dottrina sociale della Chiesa, edito da Cantagalli, sintetizza i contenuti di quel rapporto con la newsletter n.878 del 27 Marzo 2018 che  riportiamo integralmente:


   

Quale futuro per l’Europa?

Radici cristiane e relativismo radicale, popoli e politiche dell’Unione.

 


Scrive Stefano  Fontana:


Il nostro Rapporto sull’Europa esprime un giudizio piuttosto severo sul processo di Unificazione e sull’attuale impostazione dell’Unione Europea fino al punto da considerarla, per alcuni suoi aspetti un progetto fallito, come dice il titolo del Rapporto, e addirittura un pericolo. Sappiamo bene che una simile valutazione diverge rispetto a quanto si sente dire in ecclesialese come pure in linguaggio politichese, ossia che ci vuole più Europa. Sappiamo anche che oggi i critici dell’Unione Europea sono accusati di populismo identitario. Tuttavia  abbiamo ugualmente mosso apertamente le nostre critiche. Il cardinale Angelo Bagnasco, intervenendo alla presentazione del Rapporto a Roma, lo ha definito un atto di amore per l’Europa. Lo è certamente verso l’Europa, non però verso l’Unione Europea. Alla fine della sintesi introduttiva del Rapporto, firmato oltre che da me anche dagli altri direttori dei sei Centri di ricerca che hanno contribuito alla stesura dello stesso tra i quali il Centro Studi Livatino, si trova scritto che un aiuto all’Europa verrà in futuro proprio da coloro che oggi criticano, anche duramente, l’attuale situazione dell’Unione Europea. 


Errori nel progetto originario


La radicalità della nostra valutazione è data anche dal fatto che secondo noi gli errori di impostazione sono addebitabili anche al progetto originario e non solo a successivi eventuali intoppi o deviazioni. All’origine erano presenti due progetti, il primo impostato secondo i principi della Dottrina sociale della Chiesa, il secondo impostato secondo il Manifesto di Ventotene. Bisogna riconoscere che ad imporsi è stato quest’ultimo, mentre il processo di unificazione si allontanava progressivamente dal primo di pari passo con la secolarizzazione della società europea. Il Manifesto di Ventotene concepiva il processo di unificazione come un percorso rivoluzionario, socialista, condotto non dai popoli né attraverso i popoli bensì da un’avanguardia di intellettuali e politici che lo avrebbero imposto dall’alto. Si trattava di un progetto di tipo illuminista, giacobino e, fatte le debite distinzioni, leninista. Esso comportava l’idea di riplasmare il popolo europeo e, secondo l’impostazione rousseauiana,. di dargli un’altra natura. Lo schema era il medesimo del liberalismo massonico italiano che, una volta fatta l’Italia, volle impegnarsi dall’alto a fare, o meglio a rifare, gli italiani. Del resto solo in questo spirito – come vedremo anche in seguito – si può comprendere l’impegno ideologico delle istituzioni europee e la nascita addirittura di una ideologia europeista. L’europeismo oggi è una ideologia che demonizza chi la contraddice accusandolo di populismo. Il Manifesto di Ventotene diceva come doveva essere fatta l’Unione Europea e ne stabiliva i contenuti culturali, identificandoli con quelli dell’ideologia che conciliava Gramsci con Gobetti, il socialismo con il liberalismo, lo statalismo per quanto riguarda i bisogni pubblici e l’individualismo amorale per quanto riguarda la vita privata. In altri termini era il progetto della società radicale o, per dirla con Augusto Del Noce di una società irreligiosa e opulenta.


L’occasione mancata

Nel nostro Rapporto evidenziamo come ci sia stato un momento nella storia dell’Unione Europea in qui questo schema poteva essere messo in discussione. Ci riferiamo al 1989 e al 1991, ossia al crollo del comunismo nell’Europa orientale. Ciò, come si sa, fu interpretato come la necessità di procedere verso l’Unione politica con il trattato di Maastricht (1992), ma poteva essere anche interpretato in altro modo, come insistentemente chiedeva Giovanni Paolo II. La richiesta di inserire nella costituzione europea il riferimento a Dio non era una richiesta integralista, ma intendeva ricondurre le riflessioni sull’Europa alle loro autentiche fonti affinché essa potesse ritrovare la propria strada. L’Unione si sarebbe allontanata dall’Europa, mentre Giovanni Paolo II voleva che il processo di unificazione fosse a servizio dell’Europa, dall’Atlantico agli Urali. Per far questo essa doveva ricollegarsi con le sue origini cristiane, ma la strada intrapresa fu altra e gli interventi insistenti di Giovanni Paolo II furono disattesi.

Imperi e Stato moderno

L’Unione Europea trovava nella storia dell’Europa due modelli a cui rifarsi: il modello dell’Impero e il modello dello Stato moderno. Il modello dell’Impero era un sapiente equilibrio sedimentato nella storia tra centro e periferia, tra reductio ad unum e coexistentia membrorum, tra identità e pluralità. Le nazioni e i popoli venivano valorizzati e nello stesso tempo unificati dalla comune religione e dalla funzione imperiale. L’epoca degli imperi finì con la conclusione della prima guerra mondiale e con essi sparì dall’Europa anche la funzione pubblica della religione. L’altro modello era quello dello Stato moderno, assoluto e accentrato, che sacrifica la coexistentia membrorum sotto la reductio ad unum. È il moderno Leviatano che, come scriveva Carl Schmitt commentando Hobbes, era Uomo, Dio, animale e macchina nello stesso tempo. L’Unione Europea non è diventata un Super Stato dal punto di vista formale, ma ha assunto molti aspetti e funzioni tipiche del Leviatano. E’ diventata una enorme macchina di burocrati e funzionari omogenei tra loro e che condividono la stessa ideologia europeista che alla fine si riduce a due soli elementi: la democrazia formale e la libertà vuota di contenuti.

Una costruzione artificiale


Bisogna riflettere sull’artificialità della costruzione dell’Unione Europea. Il Leviatano di Hobbes è una costruzione artificiale, senza rapporti con la natura sociale dell’uomo e senza alcun debito verso uno stato di natura che ne limiterebbe la potenza assoluta. L’Unione Europea, pur dicendosi a servizio delle nazioni e dei popoli, in realtà è una costruzione artificiale di trattati, gestiti da una classe artificiale di burocrati, e con una cultura artificiale essa stessa priva di alcun legame con la legge morale naturale. Lo prova il fatto che dalle istituzioni europee arrivano ormai sistematicamente agli Stati membri pressioni indebite perché essi approvino leggi contrarie alla vita e alla famiglia, ossia contro i dettami della legge morale naturale, con cui l’Unione Europea ha tagliato i ponti. I cosiddetti “nuovi diritti” sono sostenuti dalla cultura dell’Unione europea, sono al centro di molte raccomandazioni del Parlamento europeo, sono difesi dalle Corti di giustizia europee sicché il cittadino che ad esse ricorre contro il proprio ordinamento giuridico statale in tema di diritto alla vita, per esempio, non trova adeguata difesa. Nella fase propedeutica all’ammissione all’Unione, agli Stati richiedenti viene posta la condizione di attuare una legislazione sui nuovi diritti, in assenza della quale lo Stato darebbe prova di discriminazione.


L’opposizione al diritto naturale

Su questo tema dei diritti umani c’è nell’Unione una lotta trasversale sia all’interno dei singoli Stati sia tra Stati. Su questo terreno i Paesi dell’Unione sono molto divisi, tra loro e al loro interno. Le organizzazioni della società civile che difendono il diritto alla vita e la famiglia tra uomo e donna si contrappongono ai gruppi progressisti che invece vogliono estendere i nuovi diritti all’autodeterminazione individuale al di là di ogni regola morale e giuridica. Le istituzioni europee solitamente stanno dalla parte di questi ultimi, ma non riescono ad evitare il conflitto sociale e politico su questi temi. E la parte che difende il diritto naturale sente che le istituzioni europee le sono nemiche, aumentando così la disaffezione nei loro confronti. Quando gli Stati Uniti di Trump hanno eliminato i finanziamenti internazionali alle organizzazioni che provocano l’aborto di massa, l’Unione europea li ha in parte sostituiti aumentando il budget a ciò finalizzato e diventando così la prima finanziatrice al mondo. La contesa interna ai Paesi c’è ormai anche tra Paesi e Paesi. Molti Stati dell’est europeo hanno blindato in costituzione la famiglia naturale, oppure la negazione del riconoscimento pubblico dell’omosessualità o il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale. Questi Paesi sono entrati in conflitto ideologico con le istituzioni europee, che li hanno osteggiati. L’antropologia diventa sempre di più terreno di divisione europea. La tendenza dell’Unione è di uniformare, ma alcuni Paesi ormai reagiscono contro l’appiattimento. I quattro Paesi di Visegrad – Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria – rivendicano la propria identità culturale, religiosa ed etica dall’appiattimento ideologico europeo.

Culture e popoli

Proprio su questo terreno della identità culturale e religiosa dei popoli europei si notano i maggiori sintomi del deficit nel processo di unificazione. Il nesso tra popolo e cultura è fondamentale. Se è indubitabile che esista una cultura europea, anche se è poi difficile precisarla data la notevole quantità delle sue componenti, è altrettanto indubitabile che essa nasce dalle culture dei singoli popoli che non assorbe in sé appiattendole. La cultura, ci ha insegnato Giovanni Paolo II, è una strada verso la natura umana, la quale trascende tutte le culture, le relativizza e ne permette una valutazione etica. I popoli cercano di realizzare la comune natura umana secondo vari percorsi, le culture appunto. Esse non sono autoreferenziali, valgono in quanto svelano l’uomo quale esso è e si mettono al suo servizio. E’ per questo che nelle culture si possono insinuare anche elementi negativi, quando esse non rispettano l’uomo e proprio la natura umana svolge in questi casi il ruolo di criterio di giudizio e di valutazione morale della cultura stessa. Tolto il concetto di natura umana, la cultura viene stabilita convenzionalmente a tavolino da parte dei poteri forti. L’Europa è sempre stata un incrocio di culture e di popoli, incrocio reso possibile dal comune riferimento alla natura umana, riferimento garantito dalla religione cristiana. E’ infatti impareggiabile la visione della persona umana nata in Europa, trasmessa poi all’Occidente non come espressione di una cultura di parte ma come conquista universale. Ma oggi in Europa avviene proprio questo: ci si è congedati dalla natura umana e, quindi anche dalle culture dei popoli e delle nazioni che si vorrebbe uniformare e amalgamare artificialmente come dentro un tritacarne. Stanno nascendo nel nostro continente nuove rivendicazioni del diritto alla propria  identità culturale e spesso questo viene rivendicato in polemica con le istituzione europee.

 


Il posto di Dio nella pubblica piazza


Ma la cultura è anche altro. Giovanni Paolo II ci ha anche insegnato che essa nasce sempre dalla domanda fondamentale dell’uomo riguardo a Dio. Tutte le culture hanno sempre avuto un’origine religiosa. Solo la cultura moderna e illuminista, come ha anche insegnato Benedetto XVI, nasce invece senza Dio o contro Dio. In Europa è nata la prima cultura antireligiosa al mondo, una sistematica espulsione di Dio dalla pubblica piazza, che poi si è estesa oltre i confini europei. L’espulsione di Dio dalla sfera pubblica ha prodotto proprio in Europa i totalitarismi. Lo Stato ideologico è nato in Europa con la Rivoluzione francese, proprio per l’espulsione di Dio dalla vita pubblica e poi è continuato in altre forme, anche più devastanti. La domanda è questa: negando Dio dalla pubblica piazza, anche l’Unione Europea è un potere ideologico? E’ inevitabile che senza Dio le culture si inaridiscano e si avvitino su se stesse, perdendo di vista anche altri valori umani e laici, in un processo di dissoluzione o, come direbbe Carl Schmitt, di disperazione. Lo stesso Schmitt e lo storico Ernest Nolte hanno sostenuto che la nascita dello Stato ideologico in Europa ha sempre prodotto guerre civili. Quella  della Francia rivoluzionaria, quella dentro la Germania nella repubblica di Weimar dopo la sconfitta della prima guerra mondiale, la stessa prima guerra mondiale, quella del nazismo contro gli ebrei, quella italiana dopo il 25 luglio, quella nella Russia sovietica dopo la rivoluzione d’ottobre … guerre civili. Oggi si dice che con il percorso di unificazione europea il continente ha avuto la pace. In parte è vero. Se però dimentichiamo la Bosnia e il Kosovo della metà degli anni Novanta e se oggi dimentichiamo Crimea e Ucraina. A caratterizzare lo Stato ideologico è, secondo Nolte, la presunzione di colpevolezza … contro l’ebreo o contro il borghese capitalista. Anche oggi in Europa c’è una presunzione di colpevolezza ideologica: quella contro i bambini non ancora nati, fronte su cui le istituzioni europee sono molto impegnate.



Il bene comune e la sussidiarietà


 Se esaminiamo la costruzione dell’Unione Europea e la sua attuale situazione, possiamo riscontrare che sui principi fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa le carenze sono piuttosto gravi. In particolare sui due principi fondamentali del bene comune e della sussidiarietà la distanza si fa notare.


La visione del bene comune della Dottrina sociale della Chiesa ha due aspetti oggi completamente disattesi in Europa. Il primo è che esso è dietro di noi prima che davanti a noi. Ne fa parte l’ordine naturale in cui siamo inseriti e l’ordine storico della tradizione da cui riceviamo i principi e i valori. Il bene comune è un ordine etico e non materiale. Esso può esserci anche in una situazione di povertà quando non si fa violenza all’ordine naturale delle cose. L’ideologia europeista, invece, si fonda sull’idea che ciò che viene dalle istituzioni europee sia il bene e che non ci siano ordini oggettivi da rispettare. Il secondo è il suo carattere verticale: il primo bene comune è Dio, sul quale si fonda ultimamente la stessa legittimazione dell’autorità. L’Unione Europea si è messa invece sulla strada di una secolarizzazione religiosa molto accentuata fondata sull’indifferenza alle verità delle religioni che sono considerate tutte uguali e tutte diverse e nessuna degna di godere di un particolare ruolo pubblico.


Poi c’è il principio di sussidiarietà. Il trattato di Maastricht lo contempla, ma anche lo deforma, interpretandolo in senso unicamente funzionalistico e strumentale. Quel principio ha senso solo in un sistema di ordine sociale e morale nel  quale le società inferiori devono essere messe in grado di agire liberamente per poter assolvere ai propri doveri oggettivi. Senza di questo il principio diventa solo una rivendicazione di spazi per esercitare presunti diritti individuali non ancorati a dei doveri. Prevalgono le due visioni errate di sussidiarietà: quella che la considera una elargizione dello Stato sovrano alle società inferiori e quello che la considera una rivendicazione libertaria e anarchica delle società inferiori stesse. In ambedue i casi esso è disancorato da un ordine sociale e politico oggettivo.



Il problema politico dell’Islam


Vorrei terminare questa breve rassegna sull’Unione Europea dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa accennando al fatto che non c’è una visione politica del problema dell’Islam, che rappresenta un problema politico. In molti Stati europei si sono già presentati alle elezioni partiti islamici. Come ha scritto il filosofo Remi Brague quando si importano musulmani non si importa una religione si importa una civiltà. Ora, nell’Islam: non esiste il concetto di diritto naturale, l’etica coincide con quanto è permesso o vietato religiosamente, la rivelazione divina possiede immediatamente anche un significato giuridico, la comunità prevale sull’individuo, non esiste il concetto di persona così come elaborato nell’occidente cristiano, la donna è antropologicamente inferiore all’uomo e ciò è frutto di rivelazione, obbedire a Maometto equivale ad obbedire ad Allah perché il Corano scritto è perfettamente conforme al Corano eterno, la comunità musulmana ha una superiorità antropologica su tutti gli altri e si espande per conquista. Nell’Unione Europea non c’è una politica sull’Islam e non si tiene conto di questo elemento: l’Islam non è solo una religione. La vuota laicità europea è incapace di rispondere all’Islam.



 Del problema politico dell’Islam in Europa e delle sue possibili conseguenze  tratteremo nel prossimo articolo. Intanto assumiamo le indicazioni del 9° Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo, come il vademecum di riferimento dei cattolici italiani ed europei e dei cittadini dell’Europa ispirati dai valori dell’umanesimo cristiano;  come uno strumento di riferimento essenziale per le  politiche da proporre e le scelte da compiere al voto europeo del maggio 2019.


 


La redazione di “ Insieme” (www.insiemeweb.net)


 


Venezia 21 aprile 2018 - Megatrends demografici in Europa e nel mondo

L'Unione europea (UE) è un'organizzazione internazionalepolitica ed economica a carattere sovranazionale, che comprende 27 paesi membri indipendenti e democratici (erano 28 prima dell’uscita del Regno Unito a seguito della Brexit). La sua formazione sotto il nome attuale risale al trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 (entrato in vigore il 1º novembre 1993), al quale gli stati aderenti sono giunti dopo un lungo percorso intrapreso dalle Comunità europee precedentemente esistenti e attraverso la stipulazione di numerosi trattati, che hanno contribuito al processo di integrazione europea.


Con oltre 500 milioni di cittadini l’Unione europea è uno dei grandi players sul piano economico, industriale e commerciale a livello planetario.


Per esaminare le questioni più rilevanti che attengono alle politiche europee, sia dal punto di vista istituzionale, che su quello economico, finanziario  e sociale, è indispensabile analizzare i megatrends, ossia “le grandi tendenze della società che creano discontinuità significative a livello di massa critica e che influenzano profondamente il contesto in in cui l'uomo vive e/o lavora, interpreta e gestisce il proprio tempo libero".

Il tema dell’immigrazione, che costituisce uno dei nodi essenziali della politica europea, è strettamente legato a quello della demografia che può essere così riassunto ( cito i dati di Marco Nicolini nel suo “ la storia del futuro”- la freccia della storia: dove diavolo sta andando la storia?”):


 “ Oggi gli africani sono 1.2MLD nel 2050 saranno 2.4MLD: intrapolazione lineare della popolazione dal 2020 al 2050  con y=((2.4-1.2)/4*x+1.2)*1000 dati in Milioni di abitanti, per decadi X=0,1,2,3,4, si assume quanto segue: nel 2020s x=1 gli africani siano 1.5MLD, nel 2030 x=2 siano 1.8MLD, nel 2040 x=3 siano 2.1MLD, nel 2050 x=4 siano 2.4MLD


Popolazione Europa oggi 500MLN nel 2050 706MLN: intrapolazione lineare della popolazione dal 2020 al 2050 con y=((706-500)/4*x+500) dati in Milioni di abitanti, per decadi X=0,1,2,3,4 si assume quanto segue: nel 2020 x=1 gli europei siano 551.5 Milioni, nel 2030 gli europei siano 603Milioni, nel 2040 gli europei siano 654.5 Milioni, nel 2050 gli europei siano 706 Milioni.


Nel decennio 2020 gli africani sono stimati a 1.5 MLD e gli Europei in 551.5 Mln, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 6.3%-14% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 94 Milioni – 210 Milioni. Se dal Nord Est Africa iniziasse un trasferimento (business Africa Ferries o Gateway umanitari) con l'attuale legge italiana che concede la cittadinanza dopo 10 anni, in media nel decennio 2020 diverrebbero italiani tra 9.4-21Milioni d'africani. Sarebbero aspersi in Europa dalla via Greco-Italica circa 84.4 Milioni-189 Milioni d'africani.


Nel decennio 2030 gli africani sono stimati a 1.8 MLD e gli Europei in 603 Milioni, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 12.5%-26% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 225 Milioni – 468 Milioni. Se dal Nord Est africa iniziasse un trasferimento (business Africa Ferries o Gateway umanitari) con l'attuale legge italiana che concede la cittadinanza dopo 10 anni, in media nel decennio 2030 s diverrebbero italiani tra 22.5-46.8 Milioni di persone (oltre la metà dell'attuale popolazione italiana). Sarebbero aspersi in Europa dalla via Greco-Italica circa 202-421 Milioni d'africani.


Nel decennio 2040 gli africani sono stimati a 2.1 MLD e gli Europei in 654.5 Milioni, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 25%-38% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 525-798 Milioni di persone.


Nel decennio 2050 gli africani sono stimati a 2.4 MLD e gli Europei 706Milioni di persone, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere il 50% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 1.2 MILIARDI.


Sono cifre impressionanti che denotano, da un lato, il declino demografico inarrestabile del nostro continente e, dall’altro, la presenza di una spinta migratoria di dimensioni mai conosciute nella storia dell’umanità, considerando che, oltre all’immigrazione dal continente africano deve essere valutata anche quella proveniente dal medio oriente devastato da sanguinose guerre e dall’estremo oriente ( Cina, Bangladesh, e altri Paesi).


Non possiamo che condividere le conclusioni di Marco Nicolini secondo cui:

“ Non ci vuole un genio per comprendere che già nel primo decennio 2020 la tensione tra Europa ed Africa potrebbe diventare critica.

Non ci vuole un genio per comprendere che già dal decennio 2030 esisteranno severe ripercussioni sugli equilibri geopolitici del Nord Est Africa, specie se le propensioni alla migrazione in Africa saranno così alte ed incentivate dall'Europa e dall'Italia”.

E non ci vuole nemmeno un genio a comprendere che, senza un profondo cambiamento culturale in Europa e di strategia politica per l’Africa finalizzata al suo sviluppo, non esistono politiche dei muri atte a contenere e tanto meno a evitare la fine dell’attuale condizione antropologica dell’Europa.

Ad ottobre 2017 la popolazione mondiale ha raggiunto la soglia di 7,5 miliardi di persone; in Asia vive poco più del 60% della popolazione mondiale, in Africa il 14,5%, in America il 13,6%, in Europa poco meno del 11%, mentre il resto risiede in Oceania (0,5%).

Crescita demografica dal 1960 al 2010

  • Europa da 605 milioni a 733 milioni di persone
  • America settentrionale da 199 milioni a 344 milioni di persone
  • America meridionale da 217 milioni a 580 milioni di persone
  • Africa da 282 milioni a 1007 milioni di persone
  • Asia da 1793 milioni a 4251 milioni di persone
  • Oceania da 16 milioni a 34 milioni di persone

fonte: Nazioni unite


Le cause di questa crescita esponenziale sono dovute essenzialmente a fattori di ordine demografico, come la diminuzione dei tassi di mortalità e l’aumento della speranza di vita della popolazione.  Esse sono a loro volta generate soprattutto dal miglioramento delle condizioni dell’igiene, della sanità e del tenore di vita quotidiano. In altre parole, gli abitanti della terra sono sempre più numerosi e, soprattutto, vivono più a lungo.

I dati sono due: demografia e sviluppo economico. E di questi oggi si sente molto parlare: si sente parlare di sviluppo sostenibile, sia dal lato economico che ecologico, si sente parlare della crescita della povertà e della crescita della popolazione. Entrambi, sia demografia che sviluppo economico sono aspetti della crescita: sono fondamentali e fra loro legati. Così se in una data regione non cresce né la popolazione né l'economia questo rappresenta un segnale della difficoltà di sviluppo della regione stessa.

Quello di cui si tratterà in questo articolo è l'approccio negli ultimi decenni verso la crescita demografica in relazione allo sviluppo economico.

Quando nel 1798 Thomas Malthus pubblica la prima edizione del suo "Saggio sui principi della popolazione", l'autore fa una previsione estrema: la crescita della popolazione porterà a un eccesso della domanda mondiale di cibo rispetto all'offerta mondiale di risorse alimentari entro la fine del diciannovesimo secolo. Come sappiamo, la previsione non fu certamente “azzeccata”, ma l'impatto del saggio fu tale da dare l'avvio ai dibattiti sulla sostenibilità della crescita: sostenibilità, da un lato della crescita economica e dall'altro della crescita della popolazione in  relazione alla scarsità delle risorse disponibili.

In concreto ciò che si è osservato nel rapporto tra crescita demografica e sviluppo economico – prendendo ad esempio i principali paesi industrializzati di oggi – è che lo sviluppo economico avvenuto tra Ottocento e Novecento ha avuto un riflesso negativo sulla crescita demografica. L'industrializzazione ha travolto quello che oggi è il mondo sviluppato: infatti la fertilità è scesa drasticamente, prima in Francia, poi in Gran Bretagna, poi in tutta l'Europa e in America. Ai giorni nostri i paesi poveri stanno attraversando la stessa transizione demografica di quelli ricchi, ma a ritmi molto superiori. Ad esempio, il passaggio da un numero medio di figli per donna (chiamato Tasso di Fertilità) pari a cinque a quello di due, richiese 130 anni in Gran Bretagna (1800-1930), ma appena 20 anni (1965-1985) in Corea del Sud. Molte madri nei paesi in via di sviluppo oggi hanno o avranno mediamente tre figli. La formula sembra essere questa: quanto più una popolazione è ricca, tanto più le famiglie diventano piccole e tanto più le famiglie si riducono tanto più una popolazione è ricca.

Ora qualcosa di simile sta accadendo nei paesi in via di sviluppo. Tanto più la fertilità è in calo, tanto più le famiglie stanno riducendo il numero di membri del loro nucleo in luoghi come il Brasile o l'Indonesia ma anche in alcune zone dell'India. Inoltre, il tasso di fertilità mondiale è 2,56, ma esistono almeno due velocità: la metà della popolazione (quella residente nelle zone più sviluppate) è ora a 2,1 o anche meno. Va considerato  che 2 è un livello di tasso cruciale in quanto ad esso corrisponde una crescita zero, cioè si mantiene la popolazione costante. Di solito questo tasso è chiamato "tasso di fecondità di sostituzione della popolazione" oppure “soglia di rimpiazzo”.

Tra il 2020 e il 2050 il tasso di fertilità totale mondiale scenderà, secondo le proiezioni, al di sotto del tasso mondiale di sostituzione; sicché si avrebbe un calo della popolazione.

Proprio mentre risorgono le preoccupazioni malthusiane e si temono le conseguenze di un pianeta sovraffollato, questi dati rilevano una tendenza alla stabilizzazione. Il declino della fertilità è sorprendente ma in qualche modo (per i più pessimisti) rassicurante. Ciò significa che le ripercussioni riguardanti un'esplosione demografica potrebbero essere mitigate.

Resta intatto, tuttavia, il diverso andamento demografico tra Europa e Africa e tra Europa e Asia con l’Europa avviata a un rapidissimo declino e in una certa profonda mutazione antropologica. Le ragioni di tale declino vanno ricercate, non solo nella verificata correlazione negativa tra crescita della popolazione e incremento del PIL (correlazione non condivisa in maniera univoca a livello scientifico) ma anche e soprattutto  in quelle di carattere culturale e etico sociali proprie dell’Occidente che ha abbandonato i suoi valori fondanti nel secolarismo dominante e con la fede cristiana confinata alle singole coscienze di minoranze sempre più silenti e disorganizzate.

Tema quest’ultimo assai caro alla cultura cattolica che approfondiremo nel prossimo articolo  dedicato al rapporto tra Europa e cristianesimo che è il tema del 9° rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo: Europa: la fine delle illusioni. Dell’Osservatorio Internazionale card.Van Thuân, a cura di Mons Giampaolo Crepaldi e Stefano Fontana,  edito da Cantagalli.

 

La redazione di Insieme (www.insiemeweb.net)

 




13.04.2018  Come ci prepariamo alle prossime elezioni europee

Le prossime elezioni europee si terranno dal 23 al 26 Maggio 2019 in tutti i Paesi dell’Unione europea.  La redazione di INSIEME intende prepararsi a quel voto aprendo un dibattito sui temi dell’Europa a 61 anni dalla firma del Trattato di Roma (25 Marzo 1957) in una situazione del Continente profondamente cambiata da allora.

Intendiamo aprire una tribuna nella quale, ci auguriamo, che molti dei nostri amici e lettori vorranno intervenire con le loro critiche, indicazioni e proposte. Sarà un modo diverso per prepararci al voto europeo e anche una possibilità di offrire agli elettori e ai candidati elementi utili, ai primi per scegliere con cognizione di causa partiti e persone da eleggere e, ai secondi, indicazioni e proposte  per il loro lavoro, se eletti.

 

Per ottenere tutte le informazioni sul Parlamento europeo basta collegarsi al sito:www.europarl.europa.eu, mentre una sintesi dei compiti e funzioni del Parlamento europeo è ben descritta nel sito: http://www.europarl.europa.eu/pdf/divers/IT_EP%20brochure.pdf .

 

Dalla lettura di questo documento, nel sito sopra riportato, i cittadini europei possono avere un’informazione precisa sul funzionamento del parlamento europeo e delle principali istituzione dell’Unione.

Ciò che si agita in Europa, dopo le elezioni in Francia, Germania e Italia e dopo quelle a suo tempo tenutesi in Olanda, Spagna e più recentemente in Ungheria, e la scelta di uscita del Regno Unito dalla UE, è la rappresentazione di un malessere diffuso che attraversa, con modalità ed equilibri politici diversi, tutta l’Europa. Un’Europa che vive, come il resto del mondo, la nuova situazione epocale della globalizzazione, nella quale è intervenuto il superamento del principio caro al prof Zamagni, del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), ossia non è più la politica che detta i fini, ma è la finanza che fissa obiettivi e regole subordinando ad essi, economia reale e la politica, All’etica tradizionale subentra quella degli edge funds caucasici  (kazari) speculativi  con sede legale nella city of London e sede fiscale nel Delaware, che dominano la BCE e tutte le principali banche nazionali, subordinando ai loro interessi l’ economia reale e le politiche europee e nazionali.

Da parte nostra cercheremo di analizzare il caso Europa dalla nostra visuale di cattolici impegnati nella politica, utilizzando  come bussola di orientamento il recente rigoroso "Nono rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo" dell’Osservatorio Internazionale Card Van Thuân, redatto a  a cura di Mons Giampaolo Crepaldi e Stefano Fontana. Il 9° rapporto ha  come tema L’ Europa: La Fine delle illusioni- edizione  Cantagalli –Ottobre 2017

Lo faremo con la prossima nota, esaminando, innanzi tutto,  i megatrends europei: demografici, strutturali e culturali.

Ci auguriamo che questa nostra indagine sullo stato dell’arte della politica europea possa risultare interessante per i nostri lettori.

 

La redazione di Insieme

 

 


Così Londra sta smontando la Brexit
Postato da admin [12/07/2018 22:49]



 Riela (Bocconi): "Con la linea soft May smentisce se stessa e tradisce la volontà popolare"

LUCA LA MANTIA

Theresa May si accinge a rendere noti i dettagli del "white paper" sulla Brexit. Documento nel quale è condensata la svolta "soft" del divorzio dall'Unione europea per favorire il raggiungimento di un accordo con Bruxelles, che ancora manca. La scelta ha rischiato di mandare in frantumi il governo britannico. In polemica con la premier il ministro della Brexit, David Davis, e quello degli Esteri, Boris Johnson (due falchi della linea dura) hanno lasciato l'esecutivo, lamentando il tradimento della volontà popolare, espressa nel referendum del 23 giugno 2016. Ma è così? Lo abbiamo chiesto a Stefano Riela, docente di politica economica europea all'università "Bocconi" di Milano. 

Perché la "soft Brexit" paventata da May ha povocato questo terremoto politico? 
"Il piano proposto da Theresa May contraddice quanto affermato dalla stessa premier nel discorso alla Lancaster House di inizio 2017. In quella occasione aveva affermato che la sola Brexit in grado di rispettare la volontà dei cittadini del Regno Unito passava attraverso tre 'no': al mercato unico, all'unione doganale e alla competenza della Corte Ue negli affari britannici. Dunque una 'hard Brexit'. Quanto prodotto venerdì scorso dal governo britannico è, invece, la combinazione di alcuni elementi che tiene insieme aspetti dell'unione doganale, la giurisdizione della Corte Ue e un po' di immigrazione. Il risultato è una finta Brexit e giustamente Davis e Johnson hanno parlato di tradimento della volontà popolare". 

Come mai per Londra è diventata l'unica strada percorribile?
"Si vuole evitare la reintroduzione di controlli tra Eire (che resta nell'Ue) e Irlanda del Nord (britannica). Per scongiurare questo scenario, l'unica soluzione possibile è l'unione doganale e il mantenimento dello stesso regime tariffario adottato dall'Ue. Così facendo, però, la Gran Bretagna perde la possibilità di siglare accordi di commercio in modo autonomo e indipendente con altri Paesi. Tramontano, quindi, tanto l'aspirazione, su cui si era basata parte della propaganda pro Brexit, alla stipulazione di intese unilaterali - ad esempio con gli Stati Uniti - tanto il sogno di un Regno Unito 'capitale' delle ex colonie comprese nel Commonwealth. May, in sostanza, aveva due scelte: più autonomia ma con una reintroduzione dei controlli lungo il confine irlandese o mantenimento dell'unione doganale. Ha optato per questa seconda possibilità, almeno nel breve periodo, in attesa di creare un nuovo modello, tutto da vedere, che preveda due politiche doganali diverse, una europea e una britannica, ma sempre senza frontiere tra le due parti dell'Irlanda. Qui, però, entriamo nel campo dell'incerto. Per cui vorrei soffermarmi su un altro aspetto..."

Quale?
"Quello relativo alla libera circolazione dei beni, altra violazione degli intendimenti iniziali. Si tratta di un tema fortemente caldeggiato dalle imprese, in particolare britanniche. Queste hanno, infatti, tutto l'interesse, sia in qualità di acquirenti che di venditori, ad avere accesso al mercato dell'Europa continentale. May ha proposto una libero commercio per beni e prodotti agricoli, tenendo fuori i servizi. Decisione, questa, con cui si è attirata numerose critiche interne, visto che l'80% dell'economia si basa proprio sui servizi. In realtà, però, non aveva altra scelta..."

In che senso?
"L'Ue è sempre stata chiara nel ribadire che il mercato unico o si prende nel suo complesso non si prende. Non si può scegliere un elemento escludendone altri. Ad esempio non si può dire: 'prendo in servizi ma non l'immigrazione'. Deve, infatti, essere assicurata la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone. Posizione che Bruxelles ha ribadito a Londra non appena sono stati ufficializzati i risultati del referendum del 2016. Quello proposto da May, dunque, non è un mercato unico, ma è limitato, come detto, ai soli beni e servizi agricoli. E cionostante il mantenimento di una qualche forma di libero commercio contraddice la linea della 'hard Brexit'. Non solo: fintanto che la Gran Bretagna resterà nell'Ue continuerà a essere rappresentata in seno agli organi europei, nel momento in cui, invece, l'uscita diverrà operativa Londra diventerà ricettore passivo delle normative comunitarie per quanto riguarda i prodotti commerciati con l'Ue. C'è, infine, la questione relativa alla giurisdizione della Corte europea. La proposta di May la esclude, eppure difficilmente Bruxelles accetterà l'esistenza di un organo terzo chiamato a decidere solo sulle controversie riguardanti gli scambi con il Regno Unito".

Dopo il rimpasto di governo, ha chiesto ai Tory di restare uniti, agitando lo spettro di un esecutivo laburista guidato da Jeremy Corbyn. Un cambio in corsa al 10 di Downing Street che effetti avrebbe sui negoziati con Bruxelles?
"A parole tutti sono pronti a dar battaglia per veder crescere il proprio consenso politico. La realtà, però, è un'altra: la Brexit è una patata bollente che chiunque avrebbe paura di maneggiare. Mi chiedo: quale modello di uscita dall'Ue può proporre Corbyn per tenere in piedi il tutto? Se eliminiamo le soluzioni intermedie, obiettivamente non percorribili, le opzioni si riducono a due: nessun accordo (quindi l'hard Brexit) o il mantenimento di una parvenza di mercato unico e unione doganale (cioè la soft Brexit). 

Nei negoziati Bruxelles sta sfruttando il suo maggiore potere negoziale per imporre le sue condizioni. Crede che mantenendo una linea dura si voglia fare di Londra un esempio per scoraggiare nuove fughe dall'Ue?
"Non serve, non vedo nuove fughe all'orizzonte. E' vero, si è parlato spesso di possibile uscita dall'Unione europea di alcuni Paesi dell'est, come Ungheria e Polonia, ma non credo avverrà. Non gli conviene".

Si spieghi...
"Il Regno Unito è un contribuente netto dell'Ue. Su questo i 'brexiteers' come Johnson, prima del referendum, avevano ragione: uscire dall'Unione, in termini di bilancio, comporterà un risparmio per Londra, sia pur con numeri più bassi rispetto a quelli ostentati durante la campagna elettorale. Polonia e Ungheria, invece, sono beneficiari netti, danno, quindi, meno rispetto a quanto ricevono dall'Ue in termini di aiuti all'agricoltura, alle regioni povere e altro... Di conseguenza non sarebbero in grado di giustificare economicamente il divorzio da Bruxelles. Aggiungo un'altra cosa: uscire dal mercato unico e dall'unione doganale significa dover trattare da soli a livello internazionale, con un minore peso negoziale rispetto a quello dato dall'unione di 28 Paesi".  

E questo è, forse, anche il motivo per cui Trump è stato uno dei maggiori sponsor della Brexit...
"Esatto. Da un punto di vista matematico il ragionamento del presidente Usa non fa una piega: per una superpotenza è sempre meglio negoziare con uno Stato piccolo e debole che con una federazione di Paesi come l'Unione europea".

La nazionale inglese ha sfiorato  la finale a Russia 2018. Lo spirito patriottico generato da un'eventuale vittoria del Mondiale di calcio avrebbe potuto far tornare alla ribalta il "leave", oggi in calo rispetto al "remain" secondo i sondaggi che monitorano il sentimento popolare circa la scelta compiuta nel 2016? 
"Potenzialmente sì. Mi preme sottolineare, però, che un argomento così rilevante come la partecipazione del Regno Unito all'Ue non può essere lasciato alla volatilità della natura umana. Ai tempi del referendum pluripremiati docenti britannici ammisero di non essere in grado di dare un voto sulla Brexit. Oggi capiamo che tanti elementi non erano chiari neanche allora. L'argomento era troppo delicato e complesso per essere trattato con lo strumento della democrazia diretta. L'Ue non è nata per referendum ma con l'assunzione di responsabilità in prima persona da parte dei leader politici europei".  

 


"Gaza: ecco perché c'è il rischio di una nuova guerra"
Postato da admin [17/05/2018 16:34]


Il parere di due giornalisti corrispondenti da Roma: il palestinese Jamal Jadallah e l'israeliano Yossi Bar


FEDERICO CENCI E LUCA LA MANTIA


La già traballante pace in Terra Santa rischia di soccombere sotto i colpi degli ultimi significativi avvenimenti. L’inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, la commemorazione palestinese della nakba, ossia la catastrofe, come chiamano la nascita dello Stato d’Israele, hanno reso incandescente il clima.

Il bollettino delle vittime e dei feriti al confine tra la Striscia di Gaza e Israele continua a salire di ora in ora. E il timore è che la situazione possa deflagrare in una nuova operazione militare dello Stato ebraico sulla Striscia, come già avvenuto a cavallo tra il 2008 e il 2009 e nell’estate 2014. Un timore condiviso da due giornalisti, soci dell’Associazione Stampa Estera di Roma, l’uno israeliano e l’altro palestinese. In Terris li ha intervistati per chiedere loro una lettura di quanto sta avvenendo. Jamal Jadallah scrive dall’Italia per il quotidiano palestinese Al-Quds e per l’agenzia di stampa Wafa, mentre Yossi Bar è corrispondente della radio pubblica israeliana e del quotidiano Maariv.

Cosa pensa dell’atto di forza compiuto dal presidente Trump di spostare l’ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme?

Jadallah: “La mia risposta risiede nelle proteste del popolo palestinese. Gli Stati Uniti da sempre hanno finanziato gli insediamenti israeliani e ora, come ha giustamente dichiarato dal presidente Abu Mazen, non hanno aperto un’ambasciata a Gerusalemme, ma hanno stabilito un nuovo, simbolico insediamento. Secondo le leggi internazionali, le Nazioni Unite e la gran parte dei Paesi occidentali democratici, Gerusalemme deve essere capitale dei due Stati e su questo principio si basa il processo di pace. Dunque qualsiasi atto unilaterale è illegittimo, specie se proviene da parte di chi dovrebbe avere il ruolo di mediatore, ossia gli Stati Uniti”.

Bar: "Si tratta di una scelta coraggiosa. Se lo guardiamo da un punto di vista generale è sicuramente un fatto storico. In concreto, tuttavia, cambia poco o nulla, visto che tutte le ambasciate in Israele, da sempre, hanno consolati e uffici a Gerusalemme. C'è poi un'altra cosa da considerare: Trump ha sì spostato la rappresentanza diplomatica Usa ma non è intervenuto sulla questione dei confini della capitale. Quindi non è detto che sia d'accordo con una nostra espansione a Gerusalemme est. Non solo: con Trump esiste un tacito accordo per evitare nuovi insediamenti in Cisgiordania. Di sicuro una mossa unilaterale, come quella del presidente americano, non favorisce la pace. Detto questo i fatti di Gaza non sono la conseguenza dello spostamento dell'ambasciata ma della tragedia di 3 milioni di persone costrette a vivere sotto la dittatura di Hamas, che le obbliga a manifestare".  

Su questa crisi incide anche il contesto geopolitico? Penso alla crisi sul nucleare tra Stati Uniti e Iran…

Jadallah: “Assolutamente no. Noi palestinesi, per inciso, siamo contro le armi nucleari, che siano in possesso dell’Iran o di Israele non cambia nulla. L’unica certezza, nel contesto geopolitico attuale, è che la politica estera statunitense non rispetta il diritto e la legalità internazionali”.

Bar: "Non credo. Quella di Gaza è un'azione pianificata da mesi da parte di Hamas per ottenere visibilità internazionale, cosa puntualmente avvenuta. Del resto quando muoiono 61 civili e centinaia sono feriti è difficile sostenere di avere ragione. Anche se bisognerebbe capire che queste persone sono prigionieri deliberatamente mandati al macello di Hamas, che se ne frega della vita umana. Altrimenti avrebbero fatto di tutto per evitare che almeno i minori fossero in pericolo". 

La rivalità tra Fatah e Hamas può aver contribuito ad alzare la tensione sulla Striscia?

Jadallah: “Se così fosse, le manifestazioni si verificherebbero soltanto sulla Striscia (governata da Hamas, ndr). E invece stanno avvenendo anche in Cisgiordania (governata da Fatah, ndr). È chiaro che le tensioni nella Striscia di Gaza hanno maggiore eco mediatica, perché ci sono state molte vittime e la zona si trova sotto embargo da parte di Israele. Tutto il popolo palestinese proclama il diritto a tornare ad essere libero nella sua patria; un diritto che viene negato dal 1917, dalla dichiarazione Balfour con cui la Gran Bretagna, che occupava la nostra terra, gettò le basi per la nascita dello Stato ebraico”.

Bar: "Non credo, perché le persone che vivono al di fuori della Striscia di Gaza hanno molta paura di Hamas. E questa è anche la ragione per cui le due forze non riescono a mettersi d'accordo sulle elezioni palestinesi. Del resto Hamas è un'organizzazione che persegue l'obiettivo di occupare l'intero Stato di Israele, di cacciare i suoi abitanti o di costringerli a vivere sotto il loro dominio. La mia speranza, tuttavia, è che un giorno anche loro possano essere coinvolti in trattative per arrivare a un'intesa. Ipotesi oggi resa difficile dal duro approccio del governo Netanyahu, non solo nei confronti di Hamas ma anche dei palestinesi moderati. Spetta alla comunità internazionale mettere tutti attorno a un tavolo perché questa situazione si trascina da troppi anni senza alcun risultato".  

È vero che Hamas sta usando scudi umani, come ritengono le autorità israeliane?

Jadallah: “Chi formula simili accuse sta assediando Gaza con un embargo: chiaramente utilizza ogni tipo di diffamazione pur di giustificare un simile crimine. Israele ha sempre agito in questo”.

Bar: "Certamente. A Gaza è tutto sotto il controllo della dirigenza di Hamas. Si tratta di una vera e propria dittatura. C'è chi li chiama scudi umani, chi prigionieri. Se viene loro ordinato qualcosa lo fanno o vengono ammazzati. Chi altrimenti porterebbe bambini (persino neonati) alle manifestazioni, col rischio di essere uccisi dai soldati israeliani?". 

C’è il rischio di una nuova operazione militare israeliana sulla Striscia, come avvenuto nel 2008 e nel 2014?

Jadallah: “Certo che c’è il rischio, ed è molto forte. Del resto l’attuale governo israeliano è alleato della destra integralista, che ha la pretesa di cacciare tutti i palestinesi dalla Palestina”.

Bar: "Il rischio c'è. Lunedì Israele ha bombardato le postazioni di Hamas nella Striscia. Basta una piccola miccia per scatenare una nuova guerra".

 

 


Vladimiro Giacchè - Europa cosa è successo da Maastricht in poi
Postato da admin [19/04/2018 21:46]


 


Sotto le bombe: la testimonianza di una donna siriana
Postato da admin [15/04/2018 20:54]


Nella notte fra venerdì e sabato Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno fatto scattare il raid militare in rappresaglia al presunto uso da parte del regime siriano di armi chimiche contro la popolazione civile. Il Pentagono ha fatto sapere che almeno 120 missili sono stati lanciati contro tre obiettivi sulla città di Damasco. Questo, nonostante finora non ci siano prove ufficiali sull'impiego di armi chimiche nella strage compita nella regione del Ghouta. Per conoscere l'esatta dinamica degli eventi, bosognerà attendere la risposta del team dell'Organizzazione internazionale per la proibizione delle armi chimiche.

La crisi siriana ha avuto inizio il 15 marzo 2011 a Damasco con le prime dimostrazioni pubbliche contro il governo centrale del presidente Bashar al-Assad, parte del contesto più ampio della cosiddetta primavera araba, per poi svilupparsi in rivolte su scala nazionale e quindi in vera e propria guerra civile a partire dall'inizio del 2012; il conflitto è ancora in corso.

Per conoscere il punto di vista di chi vive in prima persona il dramma di una guerra iniziata ormai da 7 anni, In Terris ha intervistato Myriam (nome di fantasia), un'insegnante siriana che vive in Italia da oltre un decennio. 

Myriam, che vita facevi in Siria?
"In patria facevo l’insegnante, vivevo bene e non mi mancava nulla. Poi mi sono sposata con un italiano e mi sono trasferita nel Bel Paese".

Hai parenti che abbiano vissuto i bombardamenti di venerdì notte?
"I miei parenti sono 8 anni che vivono sotto le bombe! I miei genitori e mio fratello vivono ad Aleppo, mentre ho dei cugini a Damasco".

Sei riuscita a parlare con loro dopo il raid?
"No. Sono 7 anni che non rientro in Siria: dall’inizio della guerra. Coi miei familiari parlo a volte al telefono, ma loro cercano di raccontarmi il meno possibile per non farmi preoccupare. Però su Facebook mi arrivano le notizie in arabo di quello che succede realmente lì".

Hai scoperto qualcosa?
"Sì. Dai social per esempio – e non dai miei parenti - ho saputo che anche la casa dei miei genitori è stata distrutta da un bombardamento, così come tutto il quartiere dove vivono".

Come vivono - o sopravvivono - le persone comuni?
"Malissimo perché non c’è più niente. Hanno bombardato tutto e la gente vive di carità e della protezione del Signore".

Tu sei cristiana?
"Sì, sono cristiana".

Come riescono i tuoi parenti a sopravvivere in realtà come Aleppo o Damasco?
"Non me lo dicono. Non so come fanno a mangiare, a bere … credo che vivano solo per miracolo. Non solo loro, ma anche tutti quelli che sono rimasti in quelle zone e non sono scappati in altre nazioni, perché in Siria manca anche il minimo indispensabile: non hanno acqua potabile, né corrente elettrica né medicinali".

Secondo te, chi sono i ribelli?
"Sono mercenari che vengono da fuori".

Non sarebbero dunque siriani?
"No. A mio avviso, sono combattenti professionisti pagati dalle nazioni più potenti del mondo. I giornali non ne parlano perché le notizie che arrivano in occidente non sono sempre vere. Tutta l’Europa è stata ingannata. Ma noi che viviamo e veniamo dalla Siria sappiamo la verità, come si viveva lì prima dell’inizio della guerra".

Quale sarebbe la verità?
"La verità, secondo il mio punto di vista, è che in Siria sotto gli Assad – prima il padre e poi il figlio - vivevamo benissimo, non mancava niente a nessuno".

Ma nel 2011 qualcosa è cambiato. Come hai vissuto la Primavera Araba?
"Con molta preoccupazione per la mia gente. Perché nelle guerre e negli scontri muoiono soprattutto gli innocenti, la povera gente. Mentre i potenti sono protetti e nessuno fa loro del male. Il popolo è quello che muore. Migliaia e migliaia di vittime: chiese, ospedali, case, città andate interamente distrutte. Chi ci rimette è sempre il popolo; i politici per esempio sono ancora tutti vivi".

Che cosa speri per la Siria
"Spero che ritorni tutto come prima della guerra. Ma ormai i morti sono morti. Le case non ci sono più, il Paese è in ginocchio. Per rimetterlo in sesto ci vorranno forse dei decenni".

In questo conflitto hai perso dei cari?
"Sì, purtroppo tantissimi".

Quanti?
"Tra parenti, amici, conoscenti stretti e colleghi in questi 7 anni ho perso almeno 200 persone".

MILENA CASTIGLI

 

 


Una prima interpretazione al voto della Germania
Postato da admin [25/09/2017 20:53]


Una prima interpretazione e commento al voto della Germania redatta dagli amici di multicentro. multicentrorisarcimenti@gmail.com



La stampa controllata definisce ultra-nazionalisti coloro che hanno conquistato voti in Germania. 

In  realtà guardando il loro programma vogliono la nazionalizzazione delle banche commerciali tedesche in modo che la Bundesbank ritorni ad essere pubblica e vogliono che venga reintrodotta la separazione bancaria in modo che le banche , Commerzbank, Deutsche Bank,... ritornino a fare le banche in favore di famiglie, imprese ed enti  locali  tedeschi e non le entità controllate da fondi speculatori internazionali.

 

 Non sono ultra , sono semplicemente "statisti" , come erano  statisti Craxi, Moro, Lincoln, Kennedy,...e come erano statisti i Magistrati Falcone e Borsellino. 

 

Qualcuno li definirebbe con un termine moderno POPULISTI, perche chi rappresenta e difende lo Stato ed i suoi cittadini , chi difende la classe media è oggi chiamato dalla stampa controllata POPULISTA.

 

La classe media costituiva prima del 1992/93 circa l'80% della popolazione complessiva di Italia, Francia, Spagna, Grecia, Regno Unito, Germania ed USA. Dopo quattro crolli di borsa dal 1992 provocati nel 1994, 2001, 2008, 2016 con vendite allo scoperto da queste entità finanziarie,   le rispettive classi medie sono diventate sempre più povere avvicinandosi sempre più alla soglia di povertà o varcandola. 

 

I PIL mondiali crescono, perche è cresciuta dal 1992/93 la produzione di petrolio, di armi , di oppio, del gioco d'azzardo  e di cavi sottomarini effettuata in paesi in cui il costo del lavoro è stato tenuto da questi fondi speculatori con la forza sotto gli 80 dollari al mese,   ma queste entità finanziarie oltre ad essere proprietarie di tutte queste industrie, controllano anche dal 1992/93,   la rete di cavi sottomarini intranet/internet di Italia, Francia, Spagna, Grecia, Regno Unito, Germania ed USA e controllano pertanto il flusso di denaro sottraendolo a tali  Stati che cosi non riescono a  tassarle:, nulla è rimasto agli Stati di questa pseudo opinabile ricchezza prodotta a livello mondiale dal 1992/93.

 Pertanto è ovvio che le rispettive classi medie,- colpite da tassazione crescente in quanto tali Stati sempre piu indebitati con derivati dal 1992/93 hanno dovuto pagare sempre maggiori interessi a queste entità finanziarie, addebitandoli ai propri cittadini con la tassazione, -siano diventate sempre più povere. 

 E' ovvio che le rispettive classi medie abbiano sempre più perso il lavoro, non essendo piu competitive  con un costo del lavoro a 80 euro al mese dove il lavoro è stato delocalizzato (Bielorussia, Vietnam, Corea del Sud, Birmania,..) da queste entità finanziarie. 

Le  classi medie  sono diventate dal 1992/93  sempre più precarie cosi in Germania, come in Italia, come in Spagna, come in Grecia, come in Francia come nel Regno Unito , come negli USA, esattamente tutto come quanto già accaduto purtroppo nel 1920-1929 negli stessi identici Stati,  quando queste entità finanziarie purtroppo ancora vi imperarono assumendo il controllo della   

rispettiva banca centrale. 

Quando  il controllo della banca centrale è pubblico, come lo fu in Italia dal 1936 al 1991 guadagnano lo Stato ed i suoi cittadini,  quando invece diviene  privato,  guadagnano ovviamente questi pochissimi  privati ed i loro pochi adepti.



Ogni possibile reato sopra ascritto e descritto è sempre inteso come ipotizzato rimettendo all'illustrissima S.V. la verifica della certezza dello stesso a la sua richiesta punizione.



 

 


Rigurgiti di grandeur
Postato da admin [29/07/2017 21:08]

Rigurgiti di grandeur

(di Diplomaticus)

 

 La grandeur francese di Macron passa attraverso il 23% dei consensi ottenuti dall'ex funzionario della Banca Rothschild alle ultime elezioni. Ha avuto il merito di spazzare il vecchio sistema politico francese ma, pulito il Paese, è rimasto il vuoto.

          Macron non ha alcuna esperienza né politica né diplomatica. Poco male, noi abbiamo Alfano e Renzi. Ha cominciato con il dire che, in fondo, se Bashar Assad resta a Damasco non è la fine del mondo. Poi ha espresso simpatia per le opinioni (si fa per dire) dell'amico Trump, di cui condivide l'ignoranza del mondo.Infine, sulla ben nota questione degli emigranti, oltre a chiudere, rafforzandola, la porta della frontiera italo-francese, se ne è uscito con le solite sciocchezze sugli emigranti buoni (perché politicamente perseguitati) e cattivi (perché affamati), propugnando interventi decisivi in Africa.

          Vale la pena di ricordare che Parigi ha truppe in Ciad, in Niger, in Mali e financo in Algeria, che ben si guardano dall'intervenire per bloccare gli esodi da quei Paesi verso il Mediterraneo. Se volesse, Macron potrebbe farlo senza difficoltà ma, in realtà, non gliene frega nulla.

          Il vicino italiano è un vicino scomodo, chiacchierone, incapace, velleitario. Basta una pacca sulle spalle per accontentarlo. Se poi lo si riceve all'Eliseo, va in brodo di giuggiole. Parigi è sempre Parigi.

          Quanto alla Libia, che è a un passo dalle nostre coste e non alle loro, va ricordato che il pasticcio Gheddafi fu provocato da Francia ed Inghilterra dopo che Berlusconi aveva firmato accordi molto importanti con il leader libico, che stava sullo stomaco a Londra e a Parigi. Ustica insegni.

          L'Italia, perenne cireneo della politica mediterranea, da qualche tempo è stata incaricata dalle Nazioni Unite di fare qualcosa per il nuovo leader libico prescelto, Carraj, emerso fra una decina di capibanda del momento. In un certo senso, ci è stata assegnata una sia pur cautissima funzione di mentorship sulla situazione libica e così abbiamo riconosciuto il governo Carraj, inviato un ospedale militare e contingenti e risorse vari. Insomma, siamo piuttosto impegnati in Libia.

          Si tratta di una funzione molto delicata, dovendo mediare fra un governo diretto dal Generale Haftar, uomo con un esercito forte, protetto dall'Egitto, e quello di Carraj, che non ha un esercito. Haftar si è schierato con l'Arabia Saudita nella crociata anti sciita, appoggiata da Trump durante la sua famosa visita a Gedda. Quindi, Haftar, indirettamente, è un alleato degli Stati Uniti, anche se questi hanno sponsorizzato la decisione dell'Onu a favore di Carraj.

          In vena di protagonismo, Macron convoca a Parigi sia Carraj sia Haftar per propore la sua mediazione ed accordi di cooperazione, sempre al fine, s'intende, di ristabilire pienamente la sovranità libica. Naturalmente, l'Italia non è invitata, ma tanto, siamo così buoni amici che la scortesia passa con un buffetto sulle spalle.

          Macron promette d'intervenire in Libia subito, entro luglio, no, entro agosto, no, forse in autunno. Promette e smentisce, come i venditori di tappeti con i quali colloquia. Ma la Francia è la Francia, mica l'Italia, che ha il peso di tutta l'emigrazione irrefrenabile che passa per la Libia.

          L'Italia non è affidabile, per Macron. Non è affidabile al punto che la Fincantieri, che dovrebbe divenire la proprietaria dei cantieri navali di St, Nazaire, non gli da nessuna fiducia. Meglio nazionalizzare i cantieri francesi, rimangiandosi gli accordi fatti a suoi tempo dal Presidente Hollande.

          Come esordio del nuovo, non c'è che dire: non manca nulla: incapacità politica, arroganza diplomatica, statalismo a tutte vele, nostalgie golliste. Forse potrà accontentare la Le Pen, ma è certamente un vicino molto scomodo. Che farà l'Italia?

          Qui non si tratta solo di sgarbi diplomatici ma d'interessi economici. Quando la Banca Nazionale del Lavoro è diventata francese, come tutte le grandi reti di distribuzione agro alimentari italiane, a Roma nessuno ha mosso un dito. Anzi, erano tutti contenti. Questa sì che era Europa!

          Gli sciocchi e codardi reggitori della nostra cosa pubblica hanno visto in Macron il Renzi francese, la risposta ai populismi temuti. Eccola, la risposta, dopo qualche mese: schiaffi e presunzioni imperiali. Se l'Europa è questa, dispiace dirlo, meglio soli.

          Il nostro Consiglio dei Ministri ha varato un intervento navale di coordinamento con i guardacoste libici, forniti da noi, con personale addestrato da noi, per pattugliare il mare territoriale libico (12 o 50 miglia? Nessuno lo sa più.) Prevediamo interventi hot-spot nel territorio libico, proprio come Macron. Ci faremo la concorrenza a chi paga di più?

          La nostra politica estera non è mai stata né intelligente né lungimirante, troppo conscia delle debolezze politiche interne. Ma c'è un limite a tutto, anche all'immobilismo. La palla al piede dell'immigrazione ci rende fragili ed impotenti, ad esclusivo vantaggio altrui.      La questione libica è troppo importante per noi per far finta di niente, inviando la nostra squadra navale in acque libiche, come se Macron e le sue esternazioni diplomatiche non esistessero.

          E' buona cosa non rispondere alle provocazioni ma ogni tanto, qualche bacchettata va data, con buona pace dei buonisti.

 

Roma, 28 luglio 20017.

 

 

 


L'Italia ha deciso di inviare navi nelle acque libiche
Postato da admin [29/07/2017 21:01]


L’Italia ha deciso di inviare navi nelle acque libiche. Per MARA MALDO l’Italia rischia di trovarsi con brutte conseguenze da quanto accade nel Paese nordafricano

29 luglio 2017 Mara Maldo


In Libia così come in Sicilia le cose non sono come sembrano. Farebbero bene a convincersene Paolo Gentiloni e uno stranamente silente sull’argomento Matteo Renzi. Per decifrare la Libia può venire in aiuto la tradizione: l’incomparabile mix tra cultura berbera e cultura araba. Se, ad esempio, in libico si dirà ya jày min gheyr ‘azùma ya ga’ed min dùn fràsh, ossia “chi arriva senza essere invitato si ritroverà senza letto”, ponendo l’accento sul fatto che non si è stati invitati, in italiano in questi giorni il proverbio dovrebbe suonare come un chiaro monito a iniziative militari tanto invocate dal circuito della comunicazione quanto non richieste dai diretti interessati.


O ancora, illi thsàbhu Musa yatl’u far’ùn, “colui che si credeva Mosè si è rivelato faraone”, che invece fa riferimento alla cultura musulmana, opponendo i personaggi di Mosè, simbolo positivo, a quello del faraone, personaggio negativo nel Corano. Come non cogliere nella saggezza delle tribù del deserto l’allusione al presidente francese Macron, tanto prodigo a parole nell’auspicare collaborazione tra pari nella gestione delle vicende euro-mediterranee, delicate e dolorose , quanto sovranista e neocoloniale nel gestirne lo sviluppo?


Le cose in Libia non sono come sembrano. Infatti, il presidente francese Emmanuel Macron ha incontrato a Parigi i leader dei due principali schieramenti: Fayez al-Serraj, primo ministro del governo libico riconosciuto dall’Onu, e il generale Khalifa Haftar, capo dell’Esercito nazionale libico che controlla la Libia orientale. L’obiettivo dell’incontro, dichiara l’Eliseo, era quello di favorire la ricerca di un accordo sul futuro del Paese. Si tratta di un fatto grave: la comunità internazionale, cioè Europa e Stati Uniti, aveva riconosciuto all’Italia un ruolo ordinativo nello scacchiere libico, ma nei fatti si è concretizzata un’alternativa, quella della Francia, che ha spiazzato e messo fuori gioco il Bel Paese.


La Libia riveste un ruolo fondamentale sotto diversi aspetti: è di vitale importanza nell’ambito dell’approvvigionamento energetico, considerando la rilevanza del petrolio libico. Rappresenta poi uno snodo cruciale per la guerra al terrorismo perché gruppi internazionali di terroristi (per lo più ceceni, tunisini, algerini e afghani) si muovono nel deserto subsahariano a cavallo tra Algeria, Mali, Niger e appunto Libia, costituendo una minaccia per i paesi nordafricani ed europei. La stessa Libia sta diventando un nuovo terreno fertile per l’Isis. Inoltre, com’è noto, la vicenda libica impatta sul problema del flusso migratorio (in cui il governo Renzi ha già subìto una pesante sconfitta dopo la stipula dell’accordo tra Unione europea e Turchia).


Questa iniziativa geo-strategica della Francia ha uno scopo preciso. La Francia si accredita così come gestore della situazione euro-mediterranea, in collaborazione con Egitto e Turchia, e lascia fuori l’Italia da questo scenario. Nonostante i timori di chi paventava una Francia sovranista nel caso di vittoria alle elezioni di Marine Le Pen, oggi il vero sovranista è Macron. Oltre alla Libia, la Francia di Macron ha toccato gli interessi italiani anche in materia di immigrazione, come nel caso della politica francese al valico di Ventimiglia, che è, in pratica, una sistematica violazione di Schengen.


Macron è riuscito a riunire i due leader libici. Da questo accordo potrebbe derivare una comune collaborazione tra le due parti contro l’Isis, con tutte le conseguenze nella guerra internazionale al terrorismo. E soprattutto, se si arriverà a un accordo tra Haftar e Serraj sul flusso migratorio, questo rubinetto sarà regolato dalla Francia e per l’Italia sarebbe un enorme punto interrogativo. Dobbiamo considerare che la Francia regola già a monte l’afflusso dal deserto del Mali alla Libia perché, com’è noto, un contingente francese presidia da tempo quell’area.


In Libia le cose non sono come sembrano. Tra le dune del deserto, sotto la sabbia, si nascondono gli scorpioni.


 


I tentacoli di Teheran
Postato da admin [05/07/2017 20:06]

Nella generale confusione mediorientale, c’è un convitato di pietra, Israele, che in questi anni tumultuosi ha fatto pochissimo parlare di sé. Eppure i suoi confini sono con la Siria, tormentata da una sanguinosa guerra civile.

            Israele tace ed affila in silenzio le sue armi, dall’intelligence. Aspetta che Trump mantenga la sua promessa di spostare l’Ambasciata americana a Gerusalemme. Sarebbe un riconoscimento importante per una Gerusalemme finalmente israeliana, anche perché, inevitabilmente, tutti gli altri Paesi occidentali seguirebbero l’esempio americano. Ma la promessa di Trump, come molte altre, non si è ancora realizzata.

            Il fronte palestinese tace. Troppe sono le incognite per schierarsi da qualche parte nel conflitto siriano. I Palestinesi hanno bisogno di tutti, Siriani e Russi, Iraniani e Saudiani, in contrasto fra loro, oltre che degli Americani.

            Quindi, alla frontiera di Gaza si tace, salvo qualche missile sperduto che fa più rumore che danni. C’è stato qualche scontro a fuoco sul confine siriano, ma nulla di più.

            A leggere le cronache israeliane, la popolazione è divisa su una questione religiosa che, ad un osservatore esterno, sembra piuttosto lunare. C’è, infatti, una forte polemica sulla partecipazione mista di uomini e donne lungo il muro del Pianto. Per gli Ortodossi è blasfemia che uomini e donne possano pregare assieme, per tutti gli altri, invece, il problema non esiste. Dal punto di vista dei rigoristi si tratta di una questione fondamentale. Poiché i rigoristi sono gli ortodossi e la maggior parte degli ebrei americani è sefardita, e cioè ortodossi, l’atteggiamento conciliante del Governo di Tel Aviv in materia ha creato un forte dissenso. La questione non è banale, perché dagli ebrei americani arrivano cospicue donazioni a Israele le quali, a causa di questo contenzioso, sono fortemente diminuite.

            I problemi veri, però, dal punto di vista geopolitico, sono in tutt’altra direzione. Che il regime di Assad sorretto da Russi e Iraniani crolli o meno lascia indifferente Tel Aviv. Resterebbe sempre un nemico a Damasco, con il quale, però, non c’è mai stato uno scontro significativo.

            Preoccupa, invece, la questione iraniana.

Il conflitto latente fra Arabia Saudita, nemico giurato di Israele ma alleato degli Stati Uniti, amici di Israele, e l’Iran, altro nemico giurato, lascia intravedere uno scenario prossimo venturo inquietante per Israele.

            L’improvvida decisione americana di affidare l’Iraq ad un governo sciita in un Paese a maggioranza sunnita, ha permesso all’Iran di partecipare con l’esercito iraqeno ricostituito alla sconfitta dell’ISIS ed alla presa di Mosul.

            L’Iran si sta espandendo al di là dell’Eufrate ed i suoi tentacoli stanno arrivando in Siria.  Il credo religioso della minoranza che governa con Assad quello che resta della Siria governativa, è alouita e, dunque, indifferente al contenzioso fra Sciiti e Sunniti... Dietro alla Siria c’è il Libano, dove Teheran alimenta gli Hetzbollah con armi sofisticate e molto denaro, anch’essi nemici giurati di Israele.

            L’azione militare israeliana, salvo il caso della guerra dei sei giorni, è sempre stata un eccellente esempio del “mordi e fuggi”: bombardamenti mirati sugli aeroporti, sui depositi di armi e munizioni, sulle infrastrutture logistiche. In spazi ristretti, come il Sinai o il Libano, queste operazioni militari si sono sempre concluse con successo.

            L’ipotesi di un’estensione sciita dall’Iran al LIbano, invece, cambia il quadro della situazione.

            Secondo fonti israeliane, l’insieme dei combattenti arabi dispone, all’incirca, di circa 100.000 missili. Un arsenale imponente che, se concentrato su un territorio limitato, offre un ottimo bersaglio. Se disperso tra l’Iran, l’Iraq, la Siria e il Libano, diventa un’arma formidabile e sfugge a qualunque attacco preventivo. Questa è la prima ragione inquietante per l’esercito d’Israele.

            La seconda questione, invece, è l’espansionismo iraniano che, in tal modo, cerca di arrivare al Mediterraneo. Un corridoio Teheran – Mediterraneo, infatti, da tempo è nella strategia iraniana, così da portare la guerra alle frontiere d’Israele.

            Ciò spiega altresì le vanterie di Trump che vede nell’Iran il solito “Stato canaglia” e che vorrebbe rinegoziare l’accordo nucleare firmato da Obama.

            L’espansionismo iraniano è fonte di preoccupazione poi per la Cina, che dovrebbe pagare un pedaggio politico per la sua auspicata “via della seta” e per la Russia, non molto favorevole ad un integralismo di marca sciita che si affacci vicino alle sue basi navali ed aeree in Siria.

            I Kurdi, poi, temono di dover far le spese per tutti, come al solito, e sono l’unica forza combattente sul campo, sperando sempre, alla fine del pasticcio siriano, di potersi ritagliare uno Stato fra Iraq, Siria e Turchia ed una piccola parte dell’Iran.

            In conclusione, il disegno iraniano è abbastanza chiaro e mira, come obiettivo finale, alla distruzione dello Stato di Israele.

            Tel Aviv è da sempre accerchiata ma ora la situazione sta leggermente cambiando. Per questo il dissidio fra riformisti e ortodossi è roba da ridere, anche se appassiona le masse, mentre i veri problemi sono lì, all’angolo, dopo le alture del Golan.



(di Diplomaticus)




 

 


lo zio Sam ha perso il cappello
Postato da admin [25/05/2017 23:11]

Lo zio Sam ha perso il cappello

(di Diplomaticus)

 

 

 

            La parabola discendente dell’imperialismo americano si evidenzia con l’imprevedibile ascesa di Trump quale nuovo Presidente degli Stati Uniti. Che cosa è successo, in realtà? Chi ha votato Trump? I bianchi razzisti e misogini del Ku Klux Kan, come ci diceva l’establishment occidentale?

            Si era sicuri che i bianchi di Boston votassero la Clinton, come i latino americani (Portoricani, Cubani, Messicani immigrati illegalmente), gli afro americani, e gli immigrati di matrice islamica. Ma non è stato così. Se tutte queste etnie avessero votato per la Clinton, a Trump sarebbe rimasta solo una manciata di bianchi poveri e disoccupati, una manciata di nulla.

Invece, come sappiamo, è accaduto il contrario, anche se la Clinton ha avuto tre milioni in più di voti, ma il sistema elettorale americano è quello che è.

Trump è la punizione che ci aspetta. Lo chiamano populismo. Fa ridere. È, invece, una rivolta contro l’idiozia livellatrice di un certo tipo di cultura pacifista, che ha fatto diventare un valore diffuso la rinuncia a qualunque valore tradizionale, sventolando il complesso di colpa dell’uomo bianco, schiavista, cristiano e guerrafondaio. Una rivolta, però, può anche essere stupida e finire male. A colpi di testa, si sbatte dovunque. È un po’ quello che sta succedendo al 45° Presidente degli Stati Uniti.

Trump è un imprenditore, avvezzo a decisioni rapide e personali, magari improvvisate. Ma questo non conta. Anche se maldestro, è lui il Presidente, e governa.

Trump è sostanzialmente interessato ai problemi di politica interna. Lo diceva il suo motto elettorale: America first. Inoltre, è molto sensibile ai problemi energetici (egli stesso è un petroliere) ed è molto vicino al mondo finanziario internazionale.

Le sue idee: la costruzione del muro in Messico (peraltro iniziato da Clinton, nel 1996, rafforzato dieci anni dopo da Georg W. Bush, con il Secure Fence Act, e di cui sono stati già costruiti a suo tempo 1,100 km), la cancellazione dell’Obama Care, la prevalenza degli interessi energetici del Paese, non ne fanno un grande attore sulla scena internazionale. Di politica estera sembra abbastanza digiuno. D’altro canto, dopo la sostanziale neutralità estera di Obama, c’era da aspettarsi un vuoto, almeno per qualche tempo, nella politica estera  nordamericana..

Le sue idee sull’Europa e sulla Nato sono ampiamente condivisibili. La Nato è un ferrovecchio pagato dagli Stati Uniti, concepito in altri tempi contro la Russia, checché se ne dica. L’Europa è un’Unione in agonia, che conta poco o niente, agnello indifeso ed indifendibile in un contesto mondiale. Se gli Europei non pensano loro stessi a difendersi, perché dovrebbero farlo gli Stati Uniti?

Più oscillante, sembra, la sua opinione sulle relazioni internazionali.

Con la Russia di Putin, agli inizi, sembrava che vi fosse un interesse a stringere rapporti più amichevoli mentre la Cina era un pericoloso nemico. La questione nordcoreana ha fatto, invece, della Cina un amico e della Russia un nemico.

Ma lo stato dei rapporti con Mosca è avvolto nelle nebbie. Accuse contro accuse: se la Russia ha favorito la Clinton alle elezioni oppure lui. Non si capisce. Prima Trump esultava per l’inchiesta che faceva lo FBI, poi ne ha cacciato il responsabile, impedendogli di farla. Ora, invece, pare che abbia svelato segreti di Stato al Ministro degli esteri russo, Lavrov.  Putin, gentilmente, si offre come testimone per dire che non è vero. Israele, che dovrebbe essere la fonte dei segreti trasmessi, è indignata: non darà più informazioni alla CIA.

Trump se la cava, pensa lui, dicendo che un Presidente può fare tutto quello vuole. Sciocchezze.

 

Con la Corea del Nord, fonte dell’improvvisa simpatia con la Cina, c’è stato un voltafaccia. Pochi giorni fa Trump ha detto che si sarebbe sentito onorato d’incontrare il leader nordcoreano. Ciononostante, continuano le smargiassate nordcoreane, nonostante i cauti avvertimenti cinesi (sospensione dei voli di Air China su Pyongyang, sospensione delle forniture di carbone nordcoreano). Allo stesso tempo Trump raffoorza il dispositivo nucleare attorno alla penisola coreana.

Sulla questione palestinese ha stretto calorosamente la mano ad Israele, proponendo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato (ora a Tel Aviv) e, qualche settimana dopo, si è impegnato con il Presidente del governo palestinese a risolvere una volta per tutte cinquant’anni di conflitto. O ha degli assi in mano o è uno sprovveduto.

Ha confermato la grande amicizia con l’Inghilterra, nel solco della tradizione, ma anche una grande indifferenza per il resto dell’Europa, compresa la Germania. All’Italia, nella visita di Gentiloni che gli chiedeva aiuti per la Libia, ha risposto, e glielo ha poi ricordato alla fine: pagate di più per la Nato, l’unica cosa che sembra che lo interessi davvero.

Sulla Siria, dopo i missili lanciati che hanno fatto gran fragore ed infuriato Putin, c’è un silenzio di tomba.

Con la Turchia: si è congratulato per la vittoria referendaria di Erdogan, lo riceve a Washington con tutti gli onori, con lui condanna come terrorista il PKK, il partito dei Kurdi turchi e, contemporaneamente, svincola gli aiuti militari per i Kurdi siriani che combattono l’ISIS.

In conclusione, è difficile penetrare il mistero della visione geopolitica contraddittoria di Trump. Al momento, sembra oscillare fra una non politica ed una politica dell’improvvisazione. Sembra fuori di testa.

Gli assetti geopolitici del mondo sono diventati tripolari: Cina, Russia e Stati Uniti. Certo, ci sono anche altre potenze, come l’India, l’Iran, il Brasile, ma sono potenze regionali, non a dimensioni mondiali. Titti gli altri contenziosi esistenti e possibili sono solo punture di spillo. Gli Stati Uniti sono stretti fra due altri due grandi leaders e saranno necessarie competenze, grandi capacità diplomatiche e di prospettazione del futuro. Un compito non facile.

Sarà l’amministrazione Trump in grado di gestire questo passaggio? Lo vedremo al G7 di Taormina?

 

 

Roma, 17 maggio 2017.

 

 

 


La Marianne elettorale
Postato da admin [25/04/2017 10:21]


La Marianne elettorale

(di Stelio W. Venceslai)

 

 

 

La Francia vota e si spacca. L’incubo non è il terrorismo, ma la pochezza dei candidati, tutti formato Hollande. L’unico maschio è la Le Pen. Dice cose vecchie con l’aria di  dirne di nuove, ma sono logore. Un’Europa stantia, un euro logoro, il rigore alle frontiere: tutta roba vecchia. Ormai lo dicono tutti, anche nelle mercerie.

Troppo poco per cambiare cavallo. Il primo turno è andato, più o meno secondo le precisioni. Il terrorismo non ha né scalzato né favorito le posizioni di nessuno. La Francia ha votato, voterà ancora al secondo turno, anche se voterà male, perché cerca ciò che non c’è, l’affermazione napoleonica ed il boom economico. Niente da fare

Il Paese non ha tanto paura del terrorismo quanto della disoccupazione. È la situazione economica quella che preoccupa tutti, specie la provincia che si riscalda sulle chiome della Le Pen. Nel Paese c’è una frattura fra chi sta meglio e ci sta peggio, tra la città e la provincia, fra i giovani e i non più giovani. Non c’è neppure transizione ma solo disorientamento. E qui pesca la Le Pen, nella pancia del Paese, un po’ come ha fatto Trump.

La polizia, per quanto vigile, numerosa e addestrata, non riesce a prevenire nulla. La magistratura, come in Italia, rimette in libertà criminali che poi fanno stragi, l’opinione pubblica è disorientata. Che fare? L’asse franco-tedesco è diventato una chimera. L’euro traballa sotto i colpi di un dollaro in ascesa, l’economia non è più così brillante come si sperava. La Francia vorrebbe in fondo chiudersi in se stessa. Non è uno splendido isolamento: ma una preda assediata dai cacciatori. Tutti ce l’hanno contro quelli che vengono da fuori, ma il male è dentro, nei figli deviati delle migrazioni africane in seno alla Francia metropolitana. Lo sanno tutti, ma la croce va addosso ai disgraziati che approdano in Francia, nell’illusione di trovare asilo.

Chi vincerà? Il primo turno non è indicativo. La Le Pen è appena a un punto dal primo, Macron, ma ha dietro una schiera di fans, un partito che si è via via costruito nel tempo. Macron ha un partito da appena un anno. Dietro non ha nessuno, solo l’establishement, che però il Paese reale detesta. Si coalizzeranno tutti contro di lei, dalla destra fino a quello che resta della sinistra. Li unisce l’idea della grandeur, ma li divide tutto. Infatti, i partiti tradizionali, socialisti e repubblicani, sono stati annientati: vecchie formule, vecchie complicità. Il sussiego ha nascosto l’impotenza.

Se al secondo turno vincerà Macron, avremo un Presidente nuovo di zecca, giovane, ma di cui non si sa nulla. A giudicare da quello che ha detto ai suoi elettori, parla troppo, parla male ed ha idee confuse. In più, ha una brutta moglie. A giugno ci saranno le elezioni politiche. Quanti deputati potrà portare Macron? Come farà il suo governo? Le divisioni che hanno portato a più candidature presidenziali gli permetteranno di svolgere un’azione sicura?

È un po’ quello che potrebbe accadere in Italia. Sono tutti contro 5Stelle. Vinceranno loro, ma con chi potranno governare? Almeno fino al prossimo diktat del padrone genovese, 5Stelle professa la sua religione: non facciamo alleanze con nessuno. Con qualunque legge che non sia liberticida, non potranno governare. Andremo a nuove elezioni oppure a un governo di pastafrolla (tanto ci siamo abituati), formato dal comune sentire anti 5Stelle.

Se, invece, in Francia, nonostante la coalizione degli altri, la Le Pen dovesse superare anche il secondo turno, addio Europa. Potrebbe essere un bene. Il trauma della fine darebbe una scossa sismica a tutti, anche a noi Italiani, così incapaci di pensare a un futuro diverso. Potrà la Germania della Merkel assumersi il peso di tutta la baracca comunitaria? Difficile. Via l’Inghilterra, via la Francia, fuori, praticamente i Paesi di Visegrad e l’Austria, cosa resta se non l’antico Impero germanico? Paurosamente, questo ricorda la situazione ante seconda guerra mondiale. Una Germania troppo forte, con i suoi satelliti, fa paura. Davvero dovremo parlare tedesco?

L’idea di una Francia vogliosa di riprendere attivamente i rapporti europei e con la Germania, come ha promesso Macron, attizza i nostri interessi. Siamo sempre in cerca di qualche alleato, ma l’Italia non è la sponda della Francia, da sempre orientata verso il Reno. L’illusione di un asse latino è dura a scomparire né l’America è più il padrone buono che paga i satelliti riottosi perché gli fanno comodo.

Gentiloni a Washington con il cappello in mano si è sentito dire che bisogna pagare di più, che occorre fare la guerra “vera” all’ISIS e che, per quanto riguarda la Libia, sono fatti nostri. Il pasticcio libico, dovuto all’inintelligenza francese, grava tutto sulle nostre spalle. L’America, dunque, è sempre più lontana, anche per la Francia. Dove vada Trump non è dato di saperlo; è un po’ distratto da quelle che, per lui, sono ancora delle novità. Si vede dalle sue reazioni viscerali: un po’ di missili in Siria, un po’ di polemica con la Corea del Nord, una sculacciata a Maduro, in Venezuela. Avanti il prossimo.

Elezioni francesi a parte, dove potrebbe andare l’Italia, in questo fumoso contesto? Mussolini proclamò la neutralità, almeno per un anno, ma poi s’accostò a quello che pareva il più forte ed è finita com’è finita. Nel disastro finale trovammo il coraggio di cambiare alleato, tanto per restare nella tradizione: l’Italia comincia le guerre con un alleato e le finisce con un altro.

Alla prima guerra mondiale facemmo lo stesso, cambiando alleato lì per lì.  Non è da escludere che la storia della nostra politica estera si possa ripetere di nuovo. In fondo, quella di traccheggiare, da noi, è un’arte antica. Dobbiamo sperare che in Francia vinca il buon senso, non la paura. È un nostro interesse.

Se Francia e Germania trovassero un accordo per rilanciare un’Europa diversa, l’Unione avrebbe quella funzione politica che le manca. Il carro franco-tedesco, ci piaccia o no, è l’unico che può traghettare il continente nel mondo di oggi. Sono i governi i colpevoli della paralisi comunitaria. Chi è contro l’Europa vede solo una parte del problema: l’Europa non cammina se gli Stati non vogliono. Proviamo a fare a meno degli Stati.

Ma ci vuole coraggio. Con la grandeur del passato non si vive, come non si vive con la romanità o con la nostalgia. Per avere coraggio occorre saper decidere. La ricerca del consenso, il buonismo a tutti i costi, essere l’Obama di tutti non bastano nel mondo di oggi.

 

 

Roma, 24 aprile 2017.

 

 

 

 


Notte fonda
Postato da admin [15/03/2017 21:23]

Notte fonda

(di Stelio W. Venceslai)


 

            La Turchia si allontana dall’Europa. Quel pezzetto di terra attaccato alla Grecia non è più Europa. Fa parte di un altro contesto, neppure asiatico, neppure mediorientale. Solo turco.

            Diciamolo pure: la Turchia da almeno un decennio voleva essere Europa. Non l’abbiamo voluta. I Turchi sì, a milioni, purché lavorassero e stessero buoni, il loro Stato no. La Turchia, in quanto tale, ha sempre fatto paura. Ora si tirano le somme di tanta sciocchezza.

            Cerniera del Medio Oriente, unico Paese democratico islamico assieme al Marocco, membro della NATO e non nemico di Israele, baluardo di sempre rispetto all’espansionismo russo, con un’economia vigorosa ed un esercito di tutto rispetto, ora alza la voce con Erdogan e ricatta l’Occidente.

            Quest’uomo è riuscito, nel giro di pochi anni, a velare le donne, a limitare se non a distruggere il tradizionale potere istituzionale che Kemal Ataturk aveva conferito all’esercito, ha compresso la già predominante componente laica, ha fatto un clamoroso giro di walzer con la Russia, con la Siria, con l’islamismo.

            Gli è bastato con un colpo di Stato malfatto per sospendere la democrazia, mettere in galera l’élite del Paese, imbavagliare l’opposizione, strizzare l’occhio all’ISIS e poi attaccarlo per far piacere ai Russi, purché gli diano mano libera nel massacrare i Kurdi e così via.

            L’islamismo gli ha dato alla testa. 

Sventola un nuovo slogan: l’islamismo turco contro il fascismo occidentale. La verità storica non è il suo forte ma forte può essere il potere di suggestione di Erdogan. Già l’ISIS faceva confusione fra Crociati cristiani e Templari, presunti assassini di Arabi, contro i quali non hanno mai combattuto. In Palestina si scontrarono con gli Egiziani, con i Turchi, con i Mongoli, ma non con gli Arabi.

            Ora, che il fascismo fosse nemico degli Arabi e, più in genere, dell’Islamismo, è una grande sciocchezza. Anzi, fu proprio il contrario. Il gran Muftì di Gerusalemme simpatizzava per l’Asse, al punto che fu imprigionato dagli Inglesi. Una brigata araba era in preparazione in Italia e le simpatie arabe andavano proprio verso Berlino e Roma.

            Certo, il loro interesse era quello di liberarsi di Francia ed Inghilterra, ma ci fu un’indubbia e provata confluenza di simpatie verso l’Italia e la Germania. Questa è la storia, povera ancella dimenticata.

            Dal suo nuovo palazzo di 1.500 stanze il nuovo Sultano ha ricevuto la signora Merkel, prima d’insultarla, assiso su un trono. Neppure Bokassa aveva fatto tanto.

            Ora Erdogan propone una riforma della costituzione turca che gli darebbe tutti i poteri: un re assoluto. Ne avrebbe più di Trump, alle prese con un Congresso diffidente e con una stampa ostile, ne avrebbe più di Putin, che ha comunque un’opposizione.

Gli manca solo il potere spirituale del Papa, ma forse ci proverà in futuro. Il nuovo Sultano potrebbe realizzare quell’unione islamica che non è riuscita a nessuno.

            Erdogan fa la voce grossa con l’Olanda. Per fortuna non hanno confini comuni, altrimenti muoverebbe l’esercito. Il fatto è che deve avere il consenso del popolo al suo referendum per approvare la nuova costituzione che ha ritagliato sulla sua figura. I sondaggi dicono che non è sicuro che vinca. Gli servono voti. Ci sono milioni di Turchi in Europa, con doppia cittadinanza. Allora, vuole fare campagna elettorale anche con loro.

            Il sindaco di Rotterdam, che, fra l’altro, è un marocchino, gli ha detto di no. Tuoni e fulmini. Un’offesa alla sovranità internazionale del nuovo Sultano. Danimarca e Germania si sono allineate con l’Olanda. Solo la Francia ha ceduto. Ma non importa. L’Unione europea è fascista e nemica.

            La nostra Mogherini balbetta di negoziati diplomatici per abbassare i toni. Ha ragione, una volta tanto. I toni bassi sono consueti in un’Europa allo sfascio per colpa di governi incapaci di un colpo d’ala. Ora si raccolgono i frutti di decenni di tolleranza e d’incapacità. Abbiamo pagato la Turchia perché si trattenesse i profughi. Erdogan ci ricatta. Si è preso i soldi ma ora minaccia di aprire le porte e far emigrare in Europa milioni di profughi. Sua Maestà non tollera offese, tanto qualcun altro pagherà ciò che perderà dagli Europei.

            In realtà, la Turchia è allo sbando, in una situazione pericolosa per tutti. Se vince il referendum, farà sempre di più la voce grossa. Se perde il referendum ci saranno tragedie per tutti.

            Per contro, va detto che Erdogan ha scelto il momento giusto.

            L’Olanda è sotto elezioni. La politica di Erdogan ha dato fiato all’anti islamismo locale e, allo stesso tempo, ha dato una spruzzata d’orgoglio agli Olandesi. Certo, i fatti di Srebrenica pesano e il governo olandese non ha fatto nulla per cancellare quella vergogna.

            In Francia ci saranno a maggio le elezioni presidenziali: quattro candidati di cui tre inquisiti (compresa la Le Pen). Sembra di stare in Italia.

            In Germania cresce l’ondata “populista” contro la Merkel. Cosa accadrà alle prossime elezioni? La soluzione europeista preconizzata dalla Merkel è la vecchia idea dell’Europa a due velocità, deprecata a suo tempo da tutti.  Secondo Gentiloni va bene, perché è convinto che saremo nella prima. Mi sembra un’illusione.

            In Italia, solo Dio sa come andranno a finire le elezioni future. Per il momento si parla di evitare il referendum contro i voucher e tutela di diritti civili, un tema che appassiona al punto che la Camera era pressoché vuota quando se ne discuteva. Sulla legge elettorale, invece, silenzio. Solo le primarie del PD fanno testo. Tra scandali e silenzi (inquisiti perfino il Sole24Ore, perfino il comandante dell’Arma dei Carabinieri) tutto scorre tranquillo, aspettando gli eventi degli altri.

            Intanto, continuano gli sbarchi. Se può essere consolatorio, qualcuno ci guadagnerà.

 

Roma, 15 marzo 2017.

           

 

 


Il discorso di Trump al Congresso degli Stati Uniti d'America
Postato da admin [03/03/2017 17:28]

E' evidente che giornalisti commentano con un pregiudizio a prescindere Trump; nessuno ha commentato positivamente il suo discorso; gli Americani ben il 70% lo hanno giudicato molto positivo e unificante per gli USA. 

Quindi consiglierei di leggere il suo discorso attentamente e per intero: c'e' una Vision per gli Americani e un progetto di Sostenibilita, per le infrastrutture e per la sicurezza mai realizzato con tante risorse (trilioni di dollari) che prima sono state disperse all'Estero anche verso nemici degli USA con miseri risultati geopolitici e di pessimo ritorno perche' c'e' stato un forte regresso del benessere della popolazione americana. 

Il discorso di Trump, a mio avviso, non e' ne' di destra, né di sinistra, ma e' un discorso concreto con investimenti concreti e priorità che mette al primo posto la ricostruzione e il benessere degli Stati Uniti d'America. Rapporti bilaterali da rivedere e il rifiuto di una politica dei diritti umani che analizza il capello per Israele e invece chiude gli occhi per Cina e Arabia Saudita!. 

Per l'immigrazione Trump ha avuto il coraggio e l'intuizione di avviare una svolta per ridare lavoro agli americani che non ce l'hanno: saranno accolti prima gli immigrati con competenze che servono e poi gli altri; metodo che attua già l'Australia con altri Paesi e così gli immigrati si integrano benissimo in quei paesi. Per evitare l'enorme flusso di clandestini dal Messico Trump rafforzerà il muro e i controlli. Ma  davvero pensiamo che un'indiscriminata accoglienza in Italia senza capacità di riceverli dignitosamente per vivere e non per essere schiavi a raccogliere pomodori o nei Call center a 2/3 euro all'ora sia meglio che aiutare i loro Paesi  con finanziamenti di progetti che creino le condizioni per rimanere nelle loro terre?

A questo interrogativo aveva già risposto la Pastorale del Papa emerito Benedetto XVI ed e' ancora attuale e di buon senso sulla base delle ultime precisazioni sul tema fatte da Papa Francesco. E per i cattolici adulti Italiani una riflessione: come si fa ad essere tutti contro Trump che ha bloccato i finanziamenti a tutte le organizzazioni che sono a favore dell'aborto o che sono contro la vita e i rapporti antropologici naturali? Infine Trump lascia la piena libertà di educazione in USA, un valore che per noi cattolici era fino a pochi anni fa "non negoziabile" rivendichiamolo nelle prossime elezioni come un diritto per una grande comunità visto che con questi Governi di fanno leggi per diritti individuali e di minoranze che stanno sradicando l'identità e le tradizioni del popolo italiano.

A me sembra che Trump stia rovinando i piani dell' Elite miscredente e pagana, della grande Finanza e anticattolica che controlla i grandi media e TV e che vogliono oscurarlo con tutti i mezzi a loro disposizione. 

Ripristiniamo il principio del NO. M.A. (Non Overlapping Magisteria): la Politica, con la P maiuscola fissa gli obiettivi, l'Economia/la Finanza sono strumenti per realizzare quegli obiettivi, l'Etica e' l'insieme di alcuni valori fondanti che tengono unita una società. 

Che Dio illumini i Rappresentanti dei Popoli a salvare l'identità antropologica dell'umanità, e noi tutti a persuadere qualcuno (il proprietario di TESLA, l'auto senza guidatore e del Progetto verso Marte) a volere oscurare e manipolare l'uomo attraverso le nuove applicazioni dell'Intelligenza artificiale, introducendo indiscriminatamente i robot al posto dell'uomo, addirittura assoggettandolo al potere tecnologico.  


Vice Presidente ALEF (Associazione Liberi e Forti) 

Docente di Etica professionale e Relazioni industriali

 

 


Immigrazione: Zaia ha ragione
Postato da admin [14/06/2015 18:12]

Gli immigrati non sono per definizione nostri nemici, lo è invece la superficialità e la disorganizzazione e il disinteresse con cui è affrontato il tema da parte dello stato, e la strumentalizzazione politica, sia da destra che da sinistra, o economica (ma lo stato, la città di Roma, dormivano? quanti dirigenti non hanno licenziato a tempo?). 

Questo espone seriamente la popolazione italiana a rischi e a costi importanti. Il tema è molto serio e sparare sul povero Alfano, vittima anche lui mi sembra della lavativa, inutile e pasticciata burocrazia ltaliana e degli uomini che la compongono, pressato da forze politiche a cui di risolvere il problema non importa nulla, e da un governo a cui basta "rottamare", "innovare", anche se poi non ha una seria politica internazionale (per non parlare di altro), non sa fare nulla e non ha capito che non basta cambiare, è necessario anche sapere dove andare (in fondo anche il nazismo era innovazione a suo tempo), Così lo stato scarica sulle regioni, magari su quelle del nord, alle quali sono frequentemente delegate le soluzioni dei problemi, salvo poi non ascoltarle quando li risolvono. Fa bene Zaia ad opporsi a questo modo di operare, ma non è degli immigrati che io non mi fido, ma di uno stato che si dimostra sempre più inefficace e chiacchierone, senza avere una vera visione e capacità operativa, costituito da confusi rottamatori, è chiaro che così il rischio è troppo elevato, e come spesso accade si scaricano sui cittadini gli sforzi necessari.

E intanto ci si dimentica, su questo la lega ha ragione, che ci vuole prima una politica internazionale adeguata (chissà perché non ne parla nessuno) e che in Italia non c'è una seria politica per lo sviluppo economico del paese (e anche di questo non si parla più): a me sembra che si parli degli immigrati per non parlare dei veri problemi degli italiani: una burocrazia che non funziona, politici incapaci di un governo non eletto, una giustizia che non sa neppure arrestare un immigrato che minaccia di uccidere la moglie. Credo che Brugnaro riuscirà a vincere a Venezia, lo sostengo perché sa fare una gestione efficiente delle cose, e credo che il Veneto debba diventare capofila delle Regioni efficienti.

Buone elezioni.

Daniele Malerba

 


La solidarietà tra occidentali ed orientali
Postato da admin [08/06/2015 22:50]

NOTA STAMPA: LA SOLIDARIETA' TRA OCCIDENTE ED ORIENTE.

 

 

Caro Lettore,

 

 

mi permetto d'inoltrare questa nota stampa, sono Mauro Nicoletti, ingegnere civile (ufficio professionale in San Donà di Piave) www.inmingegneria.it e già docente del Politecnico di Milano e membro di molteplici associazioni a livello italiano:

·       Scuola Master F.lli Pesenti;

·       Isiamed

·       Associazione Democrazia Cristiana

la vita professionale mi porta a girare il mondo, specialmente nel Medio Oriente.

 

L'ultimo viaggio è stato in Libano, all'Ordine degli Ingegneri e degli Architetti di Beirut a parlare di costruzioni in zona sismica: Dall'esperienza dell'Aquila al Libano.

In aereo ho potuto incontrare Padre Makhoul FARHA dell'Ordine dei Padri Carmelitani del Libano che mi ha narrato le tristi vicende dei cristiani in Libano (riporto nostra ultima corrispondenza):

 

*************

 

Carissimo Mauro Nicoletti,

PAX TECUM!

In seguito alla nostra lunga conversazione sull' aereo tra Beirut e Roma, eccomi ora nella mia sede a Beirut, tra i miei frati,la mia comunità e la mia gente, che sta vivendo un momento molto drammatico a causa dell'invasione degli "ISIS" nelle faccia orientale del Libano, alla frontiera con la Siria. Sembra che le battaglie sono accese da due settimane, preghiamo e speriamo che accade il peggio con l'espulsione il resto dei cristiani (18.000) abitanti in quella parte.

La ringrazio di cuore, per il suo interesse e la sua missione. Spero di poter incontrarci un giorno faccia a faccia per parlare ancora di temi di cultura.

 

*************

 

a fronte di questa situazione, come uomo, non posso restare insensibile e mi permetto di chiederti di Unirti a me nella carità verso chi soffre anche con poco, se fossi interessato inoltrami una mail a:

mro.nicoletti@libero.it

 

Un caro Saluto

Mauro Nicoletti

 

 


Australia da' lezione di civiltà a tutto l'occidente
Postato da admin [17/05/2015 19:13]

A fronte di una dichiarazione del ministro Australiano, Antonino Giannone   invita i Cattolici italiani in politica a riflettere su quanto qui sotto riportato:

 

AUSTRALIA DA' LEZIONE DI CIVILTA' A TUTTO L'OCCIDENTE!!

Ai musulmani che vogliono vivere secondo la legge della Sharia Islamica, recentemente è stato detto di lasciare l'Australia, questo allo scopo di prevenire e evitare eventuali attacchi terroristici.

Il primo ministro John Howard ha scioccato alcuni musulmani australiani dichiarando:

GLI IMMIGRATI NON AUSTRALIANI DEVONO ADATTARSI!

"Prendere o lasciare, sono stanco che questa nazione debba preoccuparsi di sapere se offendiamo alcuni individui o la loro cultura. La nostra cultura si è sviluppata attraverso lotte, vittorie, conquiste portate avanti da milioni di uomini e donne che hanno ricercato la libertà.

La nostra lingua ufficiale è l'INGLESE, non lo spagnolo, il libanese, l'arabo, il cinese, il giapponese, o qualsiasi altra lingua. Di conseguenza, se desiderate far parte della nostra società, imparatene la lingua!

La maggior parte degli Australiani crede in Dio. Non si tratta di obbligo di cristianesimo, d'influenza della destra o di pressione politica, ma è un fatto, perché degli uomini e delle donne hanno fondato questa nazione su dei principi cristiani e questo è ufficialmente insegnato. E' quindi appropriato che questo si veda sui muri delle nostre scuole. Se Dio vi offende, vi suggerisco allora di prendere in considerazione un'altre parte del mondo come vostro paese di accoglienza, perché Dio fa parte delle nostra cultura. Noi accetteremo le vostre credenze senza fare domande. Tutto ciò che vi domandiamo è di accettare le nostre, e di vivere in armonia pacificamente con noi.

Questo è il NOSTRO PAESE; la NOSTRA TERRA e il NOSTRO STILE DI VITA. E vi offriamo la possibilità di approfittare di tutto questo. Ma se non fate altro che lamentarvi, prendervela con la nostra bandiera, il nostro impegno, le nostre credenze cristiane o il nostro stile di vita, allora vi incoraggio fortemente ad approfittare di un'altra grande libertà australiana: IL DIRITTO AD ANDARVENE. Se non siete felici qui, allora PARTITE. Non vi abbiamo forzati a venire qui, siete voi che avete chiesto di essere qui. Allora rispettate il paese che Vi ha accettati".

 


Venti di guerra: é il tempo dell'unità a prescindere
Postato da admin [16/02/2015 19:01]

Il 1 Marzo compirò settant'anni. Appartengo alla prima generazione della Repubblica italiana, quella che, grazie al Signore, ha potuto vivere settant'anni di ininterrotta pace e che, adesso, all'avvio dell'ultimo miglio di vita, sente spirare  forti e drammatici venti di guerra dalla vicina Libia.

La mia generazione è stata quella che ha attraversato la lunga stagione della democrazia italiana; i forti contrasti ideologici tra democristiani e comunisti vissuti sempre sul piano della correttezza e rispetto reciproci. E' stata la generazione del tempo di Papa Giovanni XXIII, della Mater et Magistra e della Pacem in Terris , di Kennedy e di Kruscev. Per chi, come me, scelse fin da ragazzo l'appartenenza alla DC, è stata la generazione che ebbe la fortuna di conoscere uomini come Gonella, Scelba, Fanfani, Moro, La Pira, Andreotti, Marcora e Donat Cattin.

Da " DC non pentito" ho vissuto la fine ingloriosa della DC, che una sentenza a sezioni riunite della Suprema Corte di Cassazione ha dichiarato " non essere mai stata sciolta giuridicamente", e sperimentato la lunga attraversata nel deserto nel ventennio della seconda Repubblica sino al crepuscolo di questa terza che sembra nascere sotto il segno del trasformismo più indecente e in assenza di qualsiasi riferimento ideale.

Ho denunciato gli errori e le omissioni di Napolitano e l'indecente situazione di crisi istituzionale determinatasi dal Novembre 2011 (dimissioni forzate del legittimo governo Berlusconi) e giunta sino all'elezione del Presidente della Repubblica con un Parlamento politicamente, se non giuridicamente, illegittimo. Un Parlamento che continua a sfornare provvedimenti a colpi di maggioranza, per lo più su decreti di un governo privo di alcuna credibilità politica e di legittimità democratica.,

Della sovranità popolare posta a fondamento costituzionale  della nostra democrazia si fa scempio da molto, troppo tempo.

E' in tale situazione di crisi istituzionale  che un fatto politico nuovo è emerso con drammatica realtà, dopo gli errori compiuti da quell'irresponsabile di Sarkozy, dalla Libia del post Gheddafi, ormai in preda al caos e all'avanzata tumultuosa dell'ISIS, il neo califfato islamico.

A poche miglia dalle nostre coste si tratta di fronteggiare un avversario che ha già inserito il nostro ministro degli esteri Gentiloni e l'Italia nella lista nera dei "nemici crociati "da combattere con l'obiettivo di conquistare Roma, il centro della cristianità.

Tutto ciò porta a riconsiderare  integralmente non solo le nostre piccole valutazioni politico elettorali di breve periodo, ma la stessa cultura ispirata ai valori della pace e della tolleranza su cui abbiamo costruito le nostre fondamentali certezze.

Una generazione che ha sempre visto le armi con disgusto e mai si era sognata di sperimentare la realtà di una guerra alle proprie frontiere, anche se da  tempo l'Italia partecipa a numerose "missioni di pace" in diverse situazioni internazionali, dalle guerre permanenti del medio oriente, alle tragiche vicende balcaniche, si trova ora a fare i conti con un'emergenza che ci riguarda direttamente da vicino.

E stavolta non ci sono più le vituperate basi americane di Sigonella e la VI flotta Nato di Napoli, e gli amici americani pronti a difenderci, ma molto dipenderà dai noi stessi e dalla risposta che l'Europa per prima dovrà elaborare in tempi brevissimi.

Paolo Gentiloni ha dichiarato che "siamo pronti a combattere" e il ministro della difesa Pinotti, che sono disponibili "5000 soldati" alla bisogna.

Credo che tutto ciò non possa essere affrontato da un governo e da un parlamento oggettivamente unfit, sia da un punto di vista politico istituzionale, che delle competenze specifiche sin qui espresse da una compagine di improvvisati "compagneros" del giovane boys scout fiorentino.

Certo, se l'Italia dovrà affrontare un'imprevista situazione di guerra contro un nemico insidioso che ha già presenti  nel nostro territorio  potenziali nuclei combattenti collusi con l'estremismo islamico, si imporrà una diversa articolazione del potere e l'assunzione di un'unitaria responsabilità da parte di tutte le forze politiche dentro e fuori del Parlamento.

Non so se avremo il tempo per nuove elezioni e  per l'aggiornamento della carta costituzionale. Oggi, in piena crisi economica e sociale, si aggiungono, infatti, una nuova e ancor più drammatica emergenza, alla quale si dovrà corrispondere con una presa di coscienza e di responsabilità collettiva unitaria. Ora è il tempo dell'unità a prescindere.

 

Ettore Bonalberti

 

 

 


Riflessioni da un viaggio tra Ucraina e Romania
Postato da admin [13/01/2015 22:34]

Ho avuto modo di visitare  l'Ucraina e la Romania .

L' Ucraina ha tre grandi svantaggi: il freddo, la Russia e la convinzione di essere una grande potenza. Sgombriamo il campo dell' ultima parte e cioè la dimensione internazionale del Paese. L'Ucraina è stata  ridimensionata dalle vicende dell'ultimo anno.

La Russia, sfruttando la mezza rivoluzione di Kiev di piazza Maidan (che secondo i russi era prevalentemente di destra )ha approfittato della situazione per prendersi la Crimea, che era il balcone che guarda il mare Nero,un grande mare per esercitazioni e che guarda i Dardanelli e cioè il mare Mediterraneo  e quindi  uno sguardo alla politica europea e non è cosa da poco, se pensiamo che la Russia ha fatto guerre e perso milioni di uomini per avere uno sbocco al mar Mediterraneo sempre contrastata da Londra .

La Russia si è presa  questo gioiello e poi si è ripresa  l'altro gioiello  che é la zona della regione orientale dell'Ucraina più ricca e industrialmente avanzata, ricca di carbone e di aziende minerarie e industriali .

La Russia per ora si può accontentare, solo che il parlamento di Kiev fa di tutto per arroventare la situazione e lo scontro  facendo dichiarazioni di volere la adesione alla comunità Europea e in futuro l'adesione alla Nato, ben sapendo che la Russia non accetterà mai la dislocazione di missili atomici ai suoi confini , appoggiandosi anche a un precedente e cioè la crisi di Cuba dell'ottobre del 64, quando Kennedy sfiorò la terza guerra mondiale quando  l'URSS aveva aiutato Cuba a sistemare  rampe di missili a 100 chilometri dalla Florida .

Allora perche la cosa può andare in un verso per l'America e non per la  Russia ?

E' meglio che tutto si fermi qui e che l'Ucraina ,ora potenza di terzo livello ,sia e resti neutrale diventando  un territorio dove predomina il mercato, a qualsiasi prezzo ,come la Romania e la Moldavia.

C'é poi la questione del freddo di questo paese ,chiamato cosi perché' terra di confine ,legato al gas che finora l'Ucraina è riuscita ad avere a un prezzo economico, ma che da marzo prossimo Putin vuole il pagamento in anticipo e non é un prezzo da poco .

Quindi più tasse ,meno incentivi agli investimenti ,difficoltà economica nella vita pratica e una minaccia sempre presente alla spalle, sennò c'e' solo il freddo .

L'Ucraina si trova con un orso troppo vicino a sé,  perciò deve  stare buona buona, per non cadere nelle conseguenze gravissime e che già ora sta soffrendo, perché' il confronto con la Russia dissangua le due economie  .

L' Ucraina si trova con meno soldi ora e lo si vede con un' economia debole nei paesi e villaggi che non hanno  neanche i soldi per sistemare le buche nelle strade; strade che sono la vergogna  di ogni cittadina della provincia, quando per fare un pezzo di strada si è costretti a spostarsi con la macchina da una parte all'altra per superare le fosse e le buche esistenti.

Pagina nuova  e diversa invece in Romania: ho avuto occasione di constatare  il periodo  di rinascita che l'economia della Romania sta vivendo . 

Molti italiani si trovano in Romania e credo che abbiano fatto bene, perché ora la Romania sta vivendo una fase  di ricostruzione economica notevole e lo realizzerà col nuovo presidente di centro destra   .

Oggi la Romania é un'impresa che sta costruendo  strade,quartieri,aziende,case .

E non  ha l'orso  nero sopra la testa come  l' Ucraina .

 

Armando Todesco

 

 

 

 

 


Malessere diffuso e atti di guerra
Postato da admin [08/01/2015 21:32]

Malessere diffuso e  atti di guerra

 

Da tempo denunciamo una situazione di anomia, espressione di un malessere sociale diffuso a livello internazionale, dove prevale il turbo capitalismo finanziario;  europeo, per la crisi di una struttura istituzionale costruita malamente e vittima di regolamenti comunitari illegittimi, ahimè sin qui non sottoposti agli indispensabili correttivi, e in Italia, in particolare, per i dati inquietanti di ciò che sociologicamente indichiamo come il disagio sociale.

 

Se a tutto questo si aggiunge quanto accaduto ieri a Parigi con l'attacco di un gruppo organizzato  di estremisti islamici alla redazione del giornale satirico "Charlie Hebdot" con la  tragica scia dei 12 morti,  un autentico atto di guerra contro le libertà occidentali, la situazione assume tinte assai fosche.

 

Alla vigilia delle prossime elezioni in Grecia, squassata da una crisi economico sociale al limite della tenuta di sistema, a quella delle prossime elezioni presidenziali francesi, annunciate dalle fantasiose ipotesi del libro dello scrittore francese Michel Houellebecq di una deriva islamica della Francia nel 2022 e dalla programmata imminente giornata di protesta anti islamica a Parigi, considerando anche ciò che sta covando in seno alla società tedesca con i movimenti nazionalistici e anti immigratori  in rapida ascesa, il quadro complessivo di ciò che accade e può succedere in Europa desta molte e fondate preoccupazioni.

 

Siamo in presenza di un'Europa vecchia, stanca e sfiduciata, con tassi di natalità incapaci di garantire il ricambio generazionale é sottoposta all'onda d'urto irrefrenabile di milioni di giovani, affamati, prolifici, provenienti dall'Africa e dall'estremo oriente, con tassi di immigrazione dalle complicate situazioni di integrazione sociale, come quelle che si stanno sperimentando in Francia, Gran Bretagna, Svezia e nella stessa Germania.

Ricorderemo alcuni dati tratti da un'indagine del dr Netri evidenziati nel sito di Ticino on line (www.tio.ch): in Europa ci sono circa 20 milioni di musulmani, contando anche i milioni di musulmani nativi dei Balcani. Le maggiori concentrazioni sono in Francia 5 milioni, in Germania 4 milioni e in Gran Bretagna 2 milioni.
In Inghilterra predominano i pakistani e i bengalesi; in Francia, Belgio e Spagna sono più numerosi gli arabi; in Germania i turchi; ma in tutti i paesi europei, l'islam è fondamentalmente un miscuglio di persone provenienti da tutto il mondo musulmano.
La forte concentrazione di queste popolazioni potrebbe finire per moltiplicare la loro influenza. Oggi a Londra vivono 1 milione di musulmani, ossia un ottavo della popolazione.
Ad Amsterdam, i musulmani costituiscono più di un terzo dei credenti, superando i cattolici nonché tutte le varie confessioni protestanti messe insieme.

I musulmani dominano o mirano a dominare alcune importanti città europee, tra cui, per esempio, Amsterdam e Rotterdam in Olanda; Strasburgo e Marsiglia (e molti sobborghi parigini) in Francia; Duisburg, Colonia e i quartieri berlinesi di Kreuzberg e Neukölln in Germania; Blackburn, Bradford, Dewsbury, Leicester, East London e la periferia di Manchester in Inghilterra.
Questi luoghi, dato che l'immigrazione non si ferma e il potere elettorale e la consapevolezza politica dei musulmani aumentano, hanno un carattere sempre più marcatamente musulmano.

E la difficile integrazione, non riducibile all'auspicato e ragionevole meticciato culturale,  dovrebbe avvenire in un'Europa sempre più laicista, atea, che vive senza drammi la chiusura di migliaia di chiese, soprattutto cattoliche e protestanti, con punte elevatissime in Danimarca, Inghilterra, Olanda; un'Europa che, con la strage di Parigi, è sottoposta a questo autentico atto di guerra foriero di altre possibili manifestazioni di analoga violenza.

 

Per le nostre generazioni nate all'indomani della seconda guerra mondiale, cresciute nella costanza di decenni di pace, disancorate progressivamente dai valori fondanti dell'etica, nella nuova società della globalizzazione caratterizzata dal prevalere del pensiero nichilista e del relativismo morale, si tratta di sperimentare una fase totalmente nuova e diversa, lontanissima dai parametri ideologici su cui avevamo costruito le nostre certezze e le nostre speranze. Una situazione tanto più grave considerata la circostanza del permanere delle guerre in atto tra Siria, Irak, Libia e in molte altre parti del continente africano e all'interno della stessa Europa, dove continua l'irrisolto conflitto  russo.-ucraino, con flebili indicazioni e risposte da parte dell'impotente e  divaricata politica europea.

 

A tutto ciò va aggiunto il quadro sociale della realtà italiana, più volte descritto euristicamente in quella che ho definito la teoria dei quattro stati (la casta; i diversamente tutelati; il terzo stato produttivo; il quarto non Stato) che dagli ultimi dati statistici è così caratterizzata:

secondo i dati del Centro studi di Unimpresa, nel complesso l'area del disagio sociale tocca 9,21 milioni di persone nel terzo trimestre 2014 e ai 3 milioni di disoccupati, Unimpresa aggiunge i lavoratori con contratti a tempo determinato, sia part time (677 mila) che a tempo pieno (1,74 milioni), poi i lavoratori autonomi part time (813 mila) i collaboratori ( 375 mila) e quelli con contratti a tempo indeterminato part time ( 2,5 milioni). Sono circa 6,2 milioni di persone con incerte prospettive di futuro per il proprio lavoro.

 

Con un tasso di disoccupazione salito al 13,4 % contro l'11,5% dell'eurozona  e al 10% dell'UE e con quello della fascia giovanile di età compresa tra i 15 e i 24 anni al 43,9 % (dati ISTAT) la situazione è giunta al limite della sostenibilità e dell'equilibrio sociale.

 

A Roma, intanto, in Parlamento si discute di Italicum e di riforma del Senato, mentre la voce di noi popolari è sempre più indistinta, flebile e colpevolmente divisa.

 

Non è iniziato sotto i migliori auspici questo nuovo anno e servirebbe un forte riscatto delle coscienze e la messa in campo delle migliori energie morali, culturali e politiche.

 

Un impegno al quale vorremmo fornire ancora una volta il nostro modesto contributo.

 

Ettore Bonalberti

Venezia, 8 Gennaio 2014

 

 

 


 
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