LO STATO ESISTE ANCORA, PRIMI PASSI DI POLITICAESTERA ITALIANA NELL'ERA BIDEN
Postato da admin [19/05/2021 22:19]


LO STATO ESISTE ANCORA. PRIMI PASSI DI POLITICA ESTERA ITALIANA NELL’ERA BIDEN.

di orizzonte

 

Scrive un raffinato e colto scienziato della politica, come Gianfranco Miglio (in Genesi e trasformazioni del termine-concetto “Stato”, editrice Morcelliana, 2007, pag. 45 e ss) che il punto di partenza del concetto di Stato risiede nel vocabolo latino status, sostantivo verbale del verbo “stare”, che deriva dalla radice indo germanica “st”, madre di una grande quantità di termini d’uso comune, ma soprattutto giuridici, sociali e politici delle lingue indoeuropee.

In questa derivazione etimologica cogliamo due significati: stare e porre.

Con il primo si indica un quid di durevole, che non cambia, che non viene meno: ciò che sta; con il secondo si designa, invece, l’azione, volontaria, tesa a fare in modo che qualcosa non si muova e divenga stabile.

In tempi attuali questa rimembranza appare non inutile (in filosofia, divagando un po', Heidegger enuncia il movimento/accadimento dell’ente declinato in “esserci”. Cfr. M. Heidegger, Essere e tempo, Mondadori, 2016).

Il frullatore mediatico giornalistico utilizza, spesso, a sproposito lemmi il cui sotteso concetto non è sempre dotato di nitore definitorio, poiché non se ne conosce l’origine semantica.

L’autore, a tale proposito, sottolinea come questa distinzione vada a fondare la separazione fra il momento puramente conoscitivo, e il momento invece operativo, che consiste di scelte schiettamente valoriali intorno a cui la comunità, stanziata su di un territorio, si riconosce.

In altre parole, stare implica una constatazione circa l’esistenza di regole non modificabili, mentre porre richiama l’esplicita volontà di inserire in quell’universo umano, che ne è privo, proprio delle norme dotate di stabilità.

I latini, però, non definirono la nozione di status come “sistema politico”, preferendo ad esso attribuire il nome di res publica.

E, sino almeno al basso Medioevo, scrive Miglio, non sembra siano esistite particolari testimonianze scritte di quel vocabolo.

Lo Stato, come lo intendiamo noi, è sempre chiamato ora come Res publica, ora come Regnum, ora come Civitas, ora come Sacrum Imperium (e, più in generale, come Christiana Respublica).

La nozione moderna del concetto di Stato si affaccia con il XIII secolo d.c. e coincide con una notevole serie di trasformazioni sociali concatenate fra loro, come l’incremento demografico, la crescita delle città (specialmente a Nord), la migrazione dalle campagne verso i nuovi centri urbani, la moltiplicazione delle relazioni interpersonali a cui fanno seguito nuovi bisogni ed il trapasso dalla sola economia agricola a quella artigianale e mercantile. Si affermano nuovi ceti non nobiliari che costituiranno il nerbo di quella operosa classe borghese che verrà affermandosi nei secoli futuri.

La necessità di rivedere antiche consuetudini feudali impone, quindi, la definizione, con carattere di stabilità, di nuove disposizioni che tengano conto delle mutate esigenze sociali.

L’arbitrio dell’autorità regia nel definire le controversie diviene, così, troppo aleatoria. Occorre, anche attingendo al diritto romano, costruire un edificio di leggi che consentano la prevedibilità di ciò che è lecito e di ciò che non lo è.

Nel 1088 nasce lo “Studium” dell’Università di Bologna, primo ateneo dell’Europa occidentale, incentrato sulla facoltà di giurisprudenza per formare i tecnici imperiali.

Fra il 1250 ed il 1350 altri centri di formazione accademica si costituiscono ad Oxford (1167), a Cambridge (1209), a Padova (1222), a Napoli (1224).

Ma è con il 1400 che il concetto ed il vocabolo “Stato” iniziano a prendere il significato odierno. Uno studioso olandese, Hans de Vries, compie un’analisi dell’opera il Principe e del Discorso sopra il riformare lo stato di Firenze, giungendo a concludere che con quel termine il politologo fiorentino Machiavelli designa un gruppo ristretto di uomini che si dedicano all’esercizio del potere politico.

Questa breve digressione serve, innanzitutto, a farci comprendere come le relazioni internazionali attuali siano incentrate sui rapporti fra le entità che chiamiamo stati, attenendo, le stesse, molto chiaramente, alla loro storia politica sin dal loro sorgere. Di ciò si fa bene interprete lo storico Ennio di Nolfo nell’introduzione (pag. X) al suo noto, ben documentato e ponderoso (quasi 1400 pagine) volume di “Storia delle relazioni internazionali 1918-1992”, edito da Laterza.

Nello stesso senso si esprime anche H. Kissinger nel suo “Ordine mondiale” (pag. 8 e 9 edito da Mondadori), nel quale il celebre statista e diplomatico americano afferma come i principii della pace di Westfalia (1648), che pose fine alle guerre del trent’anni, costituiscano ancor oggi l’impalcatura su cui si reggono le relazioni statuali, ossia: indipendenza nazionale, interesse nazionale, non ingerenza negli affari altrui (il principio di sovranità, a dire il vero, in certi contesti organizzativi sovranazionali è assai più sfumato - forse in modo più giuridico, che sostanziale- e meno cogente in virtù di trattati conclusi ad hoc. Si pensi agli artt. 21 e seguenti del TUE, concernenti la politica estera dell’Unione, nonché quella di difesa e di sicurezza. Sul punto, però, ad una attenta disamina del comportamento delle cancellerie dei vari Paesi, è difficile negare come, al contrario di magniloquenti proclami, ciascuna di esse difenda fondamentalmente il proprio tornaconto anche a discapito delle altre).

La nuova amministrazione americana ha impresso una decisa svolta nelle relazioni internazionali rispetto alla precedente.

Il gruppo ristretto di consiglieri del presidente proviene dai ranghi molto ben rodati dei vari apparati deputati a plasmare la politica estera di potenza degli Usa: dal Dipartimento di stato, all’intelligence militare e civile (con le sue articolazioni tecnologiche, pensiamo alla NSA), al Pentagono, all’industria militare (vero e proprio volano per le innovazioni tecnologiche anche nel segmento civile con l’agenzia DARPA - Agenzia militare per la ricerca avanzata che ha avuto il ruolo di motore nella creazione di Internet e di tutte le sue applicazioni di cui si sono, poi, avvalsi gli imprenditori civili- ed a questo modello anche l’Italia potrebbe ispirarsi, specialmente nel momento attuale di spinta tecnologica verso i segmenti della intelligenza artificiale, delle energie nuove, dei nuovi materiali, della fusione nucleare, ma anche della sanità, con le ricerche sui virus e sulle neuroscienze. I politici più avveduti ci dovrebbero pensare. Una Agenzia italiana, gestita da una struttura con poco personale, ma molto qualificato, della Difesa, strettamente collegata all’Istituto Italiano di tecnologia, all’Enea, al CNR, all’INFN, all’Accademia dei Lincei, ai più avanzati Politecnici e migliori facoltà universitarie scientifiche, sarebbe estremamente utile in una prospettiva lungimirante. I brevetti ottenuti resterebbero di proprietà di tutti noi, cioè dello stato, secondo le norme sulle invenzioni di servizio. Sarebbe un eccellente modo anche di incrementare la ricerca di base).

Dal segretario di stato Blinken, a Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale, a L. Austin, ministro della difesa ed ex capo degli stati maggiori congiunti, sono tutte persone che hanno precedentemente e con successo operato nei settori di attività che loro sono stati assegnati odiernamente e sono ben stimate nelle articolazioni burocratiche che dirigono.

Senza dimenticare che lo stesso presidente Biden, avvocato, ha una lunga carriera sia da vice presidente, che da senatore come capo della commissione “Esteri” che già di per sé gli garantisce relazioni personali e conoscenza dei temi internazionali di amplissimo respiro ed esperienza.

Per un Paese come il nostro, inserito nella Nato e nella UE, la postura assunta nei temi geopolitici dagli Usa va sempre attentamente seguita.

E, su questo aspetto, possiamo dire, innanzitutto, che Washington ha inasprito le relazioni con Pechino, suo concorrente nel dominio globale, su diversi fronti.

Il primo di essi riguarda (in questo, per il vero, ricambiato dalla nuova prospettiva di autonomia economica cinese, incentrata su alta tecnologia, IA e robotica sospinta da industria di stato e dalla domanda di consumo sempre più interna e meno dipendente da quella estera) la forte riduzione della interdipendenza commerciale e tecnologica fra Usa e Cina, volta a tagliare le cosiddette catene  del valore. Con l’ ordine esecutivo la presidenza punta a ridurre la dipendenza del sistema industriale americano dalla fornitura di materiali cruciali per esso: dai semiconduttori, alle batterie per auto elettriche, alle terre rare (i 17 elementi chimici della tavola periodica necessari per produrre micro chips, magneti, catalizzatori, cavi di fibra ottica per le comunicazioni di cui la Cina è il primo esportatore al mondo), tutte componenti indispensabili per l’industria militare, dell’auto, della informatica, delle telecomunicazioni e della sanità statunitense.

In questo quadro, si auspica un’azione sinergica con Taiwan (non a caso destinataria di aiuti militari sempre più consistenti e difesa dalle mire di riunificazione alla Repubblica popolare), Corea del sud e Giappone, al fine di potenziare la produzione di semiconduttori di cui l’isola di Formosa è leader, specialmente di quelli di dimensioni piccolissime sino a 5 nanometri.

Il secondo mira a costruire un fronte di contenimento cinese includendovi non soltanto i tre stati asiatici menzionati, ma anche (e questa è la novità) l’India e richiedendo alla stessa Nato un certo riorientamento strategico sul versante del Pacifico, specialmente delle sue componenti aeronavali.

 Il tema dell’aiuto vaccinale a New Delhi ben si inscrive in questa prospettiva, così i recenti scontri armati alla frontiera fra Cina e India.

Anche l’Australia, che pure ha intensi scambi di materie prime con Pechino, si sta riorientando e ricompattando all’interno del cd. QUAD ( Quadrilateral security dialogue fra Usa, Giappone, India e Australia).

Gli Usa, dopo il grande freddo di Trump, hanno pienamente ripreso i cordoni di comando dell’alleanza atlantica per a) riconfermare la centralità dell’Europa nella esigenza che la stessa resti in “area americana” b) evitare il formarsi di binomi (che da economici possano scivolare verso quelli geopolitici) fra Germania e Russia e/o Germania e Cina, tali da frantumare l’area della UE c) apprestare una rinnovata linea di demarcazione con la Russia (che, però, mantiene verso la Cina sia interessi economici, che molte diffidenze in materia di confini. Questi ultimi corrono per oltre 4.000 km e, lo ricordiamo, nel 1969, furono oggetto di scontro militare fra i due stati sul fiume Ussuri di demarcazione. E’, davvero, credibile un solido legame fra Cina e Russia o, piuttosto, quest’ultima preferirebbe un migliore rapporto con gli Usa in cambio di accordi di sicurezza ai suoi confini, collaborazioni economiche più intense, interscambio commerciale di materie prime contro high tech americana?).

Nel nuovo confronto fra Usa e Cina il Mediterraneo acquisisce la centralità di specchio d’acqua di congiunzione fra Atlantico e, via Suez, Pacifico, il che porta ad emersione l’importanza di Roma in uno scenario oramai affollato, in cui altri attori si sono aggiunti (a quelli preesistenti di Francia e  Inghilterra), come la Turchia, la Russia (per il vero esistente da anni con l’appoggio della Siria, a cui si è aggiunta la sua forte presenza militare in Libia), Israele, l’Egitto ,la Cina e l’Algeria.

Il blocco del canale egiziano a causa della porta container mastodontica “Ever given” da 220.000 tonnellate, lunga 400 metri, ha evidenziato vistosamente quanto sia cruciale quella via d’acqua per il commercio mondiale.

L’Italia, con l’attuale governo, sembra prendere finalmente coscienza della necessità di rafforzare i legami economici, politici e di difesa con la Libia, assumendosi maggiore responsabilità agli occhi di Washington. Non a caso il nostro Premier l’ha scelta come prima visita all’estero, speriamo foriera dell’inizio di un più marcato dialogo e presenza italiana nella consapevolezza che quel territorio rappresenta per Roma una sponda fondamentale per motivi petroliferi, ma anche strategici, in quanto orientata geograficamente verso la Penisola.

In politica estera non esistono vuoti pneumatici, allorquando un potere si ritira o si dissolve, un altro vi subentra (è il tema che riguarda adesso lo sganciamento dall’Afghanistan). Una Libia priva di guida sufficiente (l’errore di non avere previsto un serio piano di ricostruzione dopo la caduta di Gheddafi resta ancora la principale pecca) ha favorito l’insediamento militare di Russia e Turchia, che hanno oscurato il ruolo della Francia ed hanno dato vita ad una alleanza/rivalità che in questo quadrante le vede su fronti opposti, ma che sul Bosforo alterna competizione a concordia potenzialmente duratura. La stessa condizione sembra affacciarsi anche nei Balcani.

Non a caso, Atene è divenuta il nuovo centrale avamposto americano per il contenimento cinese, ma anche per il monitoraggio stretto su Ankara.

Di particolare utilità e spessore appaiono le missioni italiane a Gibuti e in Mali, assediato dagli integralisti jihadisti.

Esse possono dare consistenza all’esigenza di proteggere i flussi mercantili, anche italiani, verso l’indo pacifico, in alleanza con la flotta americana e proiettare stabilità in centro Africa, utile ad incoraggiare lo sviluppo economico di quei territori, impedendo la crescita di terrorismo, povertà, e, favorendone l’industrializzazione, determinare la nascita di classi medie di consumatori, aprendo ai prodotti italiani nuovi mercati di sbocco e materie prime necessarie alla transizione ecologica (pensiamo al nickel, ad esempio, necessario per le batterie delle auto elettriche del futuro).

In questa prospettiva si inquadra anche il riavvicinamento fra Italia e Francia (ormai prossime alla firma del trattato del Quirinale, in riequilibrio rispetto all’asse franco tedesco) che tocca aspetti della innovazione tecnologica, delle cooperazioni navali, pur constatando alcune divergenze su Libia e su operazioni industriali in Italia.

Il mondo post pandemia dovrà essere affrontato in un mutato quadro generale, nel quale l’abilità sarà quella di cogliere rapidamente il vantaggio sui concorrenti, dimostrando la volontà di impegnarsi con tutte le componenti del sistema Paese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 
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