L'eredità di Aldo Moro la conferma dei valori e dei principi dei popolari e liberaldemocratici
Postato da admin [15/05/2018 21:33]


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9 maggio h.16  Russott Hotel

 

L'eredità politica di Aldo Moro

la conferma dei valori e dei principi

dei popolari e liberaldemocratici

 

L'attualità del pensiero politico di Moro                          

(Calogero MANNINO)

 

Sul corsera del 31 marzo u.s. Ernesto Galli della Loggia scriveva un articolo

dal titolo estremamente significativo:

Inutile rimpiangere il disegno di Moro non aveva futuro. Si affidava ai partiti che però erano in declino.

 

Ed a principale pezza di appoggio di questo 'giudizio' citava la critica a Moro di Pietro Scoppola : " implicava inevitabilmente la necessità di subordinare ogni iniziativa, ogni decisione ed ogni concreto operare a logiche di partito che ben poco avevano a che fare con i problemi nuovi del paese:" 

Ancora Galli della Loggia richiamandosi a Scoppola dice: "ciò rendeva radicalmente inadeguato il disegno di Moro fosse il fatto che le lacerazioni politiche prodotte dalla modernità nel corpo della società italiana andavano mettendo in crisi proprio i partiti, lo strumento partito, la sua cultura la sua struttura il suo struttura il suo rapporto con i cittadini, sempre meno caratterizzabili come militanti"

 

Stando a questi giudizi, peraltro diffusi,

prevalendo la critica, quando non la demonizzazione dei partiti, della Repubblica dei partiti '

 il sacrificio della vita di Aldo Moro sarebbe valutato del tutto inutile.

Sotto un certo aspetto verrebbe la tentazione di convenirne, ma per altre ragioni. ( Intanto siamo passati dalla Repubblica dei partiti alla Repubblica dei partiti personali)

 Dopo il 9 maggio, (ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani) il problema del partito comunista,  quello che con felice formula Alberto Ronchey aveva definito  "il fattore K", aveva perduto ogni drammaticità e si era andato consumando, come cera al sole,  lentamente  sino al crollo del muro di Berlino, 1989.

Ed  il partito comunista, ribattezzato alla Bolognina, sarà, invece, il protagonista beneficiario del 1992.

l'anno " del processo in piazza " che Moro, con coraggio e lucidità profetica, aveva tentato  di 'esorcizzare' con un mirabile discorso parlamentare in occasione della messa in stato di accusa

degli on.li Tanassi e Luigi Gui.

In quella occasione Moro aveva provato a respingere il disegno ,già evidente allora, di criminalizzazione della politica. E l'attacco alla DC.

" Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perchè non è vero........Abbiamo certo commesso degli errori politici, ma le nostre grandi scelte sono state di libertà e di progresso ed hanno avuto un respiro storico....Certo un'opera trentennale per la quale si realizza una grande trasformazione morale, sociale economica, e politica , ha necessariamente delle scorie, determina contraccolpi, genera squilibri che devono essere risanati, tenendo conto delle ragioni per le quali esse si sono verificati.....ma non significa che tutto fosse sbagliato, ma solo che vi sono stati errori ed eccessi, in qualche misura inevitabili, in questo processo storico......

E come frutto  del nostro, come si dice, regime è la più alta e la più ampia esperienza di libertà che l'Italia abbia mai vissuto nella sua storia. Un esperienza di libertà capace di comprendere e valorizzare , sempre che non si ricorra alla violenza, qualsiasi fermento critico, qualsiasi vitale ragione di contestazione....e queste cose non ci sono state strappate. Noi le abbiamo rese, con una nostra decisione, possibili ed in certo senso garantite.

Per tutte queste ragioni, onorevoli colleghi, che ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che noi con ci faremo processare."

Era il 1977.

Questa premonizione solo per poco tempo : perchè il 9 marzo1978 Moro veniva fatto prigioniero, uccisi gli uomini della sua scorta, e dopo 55 giorni tragici barbaramente ucciso.

 

Ritengo che nessuna ricostruzione del pensiero politico di Moro possa farsi prescindendo da questo tragico passaggio.

Marco Damilano, per contro, in un libro, molto bello, di recente pubblicato " Un Atomo di verità " titolo dato da  una frase di Aldo Moro: "datemi un milione di voti e toglietemi un atomo di verità e io sarò perdente."  ed ancora il titolo del libro :   

"Che cosa ha perso l'Italia con la morte di Moro. Perchè i tragici fatti del 1978 spiegano il nostro presente. E il nostro futuro."

La tesi di Damilano parte dalla memoria "sempre che non si ricorra alla violenza"

Nel 1992 terrorismo mafioso e rivoluzione giudiziaria  verificavano la profezia

 Marco Damilano,  coglie il nesso che lega l'assassinio di Moro, all'esito del 1992, fino alla crisi politico-istituzionale in corso, permette di contestare a Galli della Loggia l'ignoranza della linea che a partire dal 1968 era andato svolgendo Moro, e che si incentrava - nei suoi discorsi, articoli e scritti diversi - sul nesso intricato della crisi della società italiana, dello scontro generazionale che si era aperto, dell'ideologizzazione esasperata, dei profondi mutamenti delle posizioni culturali, e quindi della messa in discussione dei partiti e segnatamente della DC, quale era al momento.

E Moro, poi, riconduceva tutte le sue analisi alla strategia che non era dell'attenzione al partito comunista, senza essere prima dell'attenzione alla società italiana.

In questa ottica rimaneva fermo il criterio fondamentale della politica che da De Gasperi giungeva alle esperienze  E cioè quello della garanzia democratica.

Moro - quando era maturato il momento delle responsabilità di guida e direzione della DC - nelle due fasi distinte delle quali sarà protagonista - centro-sinistra e solidarietà nazionale - aveva considerato - -

 una costante della storia d'Italia : l'integrazione, via via, nel corso dei tempi, di una larga parte della società italiana che si era venuta a trovare fuori dalle stesse istituzioni.

Nel primo dopoguerra DeGasperi aveva affrontato questo problema con la coalizione maggiore possibile delle forze democratiche, avviando con la ricostruzione del paese distrutto dalla guerra e lo sviluppo di un economia moderna, che caratterizzerà l'irripetibile decenni 1953/63 detto "il miracolo economico" 

E De Gasperi aveva tenuto sempre saldo il quadro delle istituzioni democratiche collocando, poi l'Italia, Nazione sconfitta, al tavolo della pace nella prospettiva della solidarietà atlantica ed occidentale, oltretutto come scelta di civiltà rispetto al blocco sovietico.

De Gasperi, e con lui Scelba, sosterra l'urto - non soltanto della piazza e degli strascichi della violenza sempre vivi di alcuni segmenti della resistenza rossa - ma anche degli autorevoli e fermi inviti a mettere 'fuori legge' sia i comunisti che i nostalgici del fascismo, sempre nei termini dei principi e delle regole democratiche.

La linea della fermezza, dei Governi DeGasperi dal 47 in poi, è quella che si affida alla capacità della democrazia, delle sue regole e del suo spirito, di coinvolgere, convincere ed integrare.

La sfida al comunismo - forte nei toni e nella sostanza - era stata condotta sul piano della democrazia e delle sue regole.

Ed è su questo piano, con il concorso di circostanze storiche come la rivolta ungherese del 1956 - che, poi veniva vinta la prima sfida  antagonistica, quella con il partito socialista italiano, che nel 46/48 aveva scelto il frontismo, e che invece ripudierà al Congresso di Venezia del 1957

La formula centrista dell'alleanza dei partiti democratici era entrata in crisi con le elezioni politiche del 1953.

Una lunga e difficile transizione aveva portato alla soglia del 1960, affrontando anche una fase drammatica come quella rappresentata dal Governo Tambroni, al primo Governo di centro-sinistra presieduto da Fanfani con l'appoggio esterno del PSI. Convergenze parallele - erano state  definite.

Era stato  il traguardo che  la DC guidata da Moro, in continuità con DeGasperi, si era dato per il primario obbiettivo dell'allargamento della base popolare dello Stato Democratico.

Era stata una Scelta travagliata e difficile. Che aveva trovato due linee di difficoltà se non di impedimento, quella della gerarchia della Chiesa Cattolica e quella degli alleati dell'Alleanza Atlantica. 

Erano intervenute, però, due circostanze favorevoli : la presidenza negli USA di J Kennedy, ed il Pontificato di Giovanni XXIII.

E  Moro aveva preparato il partito, e con il partito ed attraverso il partito ,la società italiana, che, sospinta dal ritmo sostenuto ed accelerato dello sviluppo economico, aveva visto cambiamenti e trasformazioni di ordine sociale e culturale molto complessi, ad affrontare una fase riformatrice, che si era rivelata ,poi, allo stato dei fatti contraddittoria e difficile.

Moro si era mosso dalla lezione di DeGasperi, che aveva vissuto dopo le elezioni del 1919 il dramma degli ostacoli ad integrare nello Stato da una parte le forze cattoliche, liberate dal non expedit, e che avevano trovato espressione nel partito popolare, e dall'altra, le forze del socialismo, che raccoglievano larga parte delle masse lavoratrici.

L'impedimento aveva generato il fascismo,

 come vera e propria rottura dello stesso Stato liberale e quindi dell'evoluzione democratica della società nazionale:

Proprio nei tre Convegni di San Pellegrino questa costante storica, analizzata in profondità con relazioni profonde , era stata elevata a ragione strategica della politica di centro-sinistra che si preparava.

Il processo risorgimentale incompiuto con l'esclusione dei cattolici, e poi delle masse lavoratrici, doveva trovare un suo ulteriore percorso nell'Unificazione civile ed economica dell'Italia.

Il centro-sinistra con le relazioni a S.Pellegrino, in particolare, di Gabriele De Rosa, Pasquale Saraceno, Mario Ferrari Aggradi, doveva preparare e gestire una nuova fase dello sviluppo ponendo al centro l'integrazione del Mezzogiorno d'Italia.

Così l'allargamento della base delle forze democratiche impegnate nell'azione di governo doveva rispondere ad un grande disegno dal respiro storico-

Quindi non un'operazione puramente parlamentare e di governo, ma un'operazione politica con un ambizioso progetto, dall'ampio respiro storico.

Certo gli esiti  di ogni progetto politico fanno i conti con il corso delle cose, quali si svolgono nel concreto

L'arrivo del PSI nell'area di governo aveva presentato non pochi problemi.

 Il PSI aveva portato una cultura conflittuale con l'economia privata: la nazionalizzazione dell'energia elettrica, anche per le modalità seguite non era stata scelta molto felice.  Ben presto il ritmo della crescita economica, con i connessi processi di redistribuzione delle risorse, aveva cozzato contro il problema dei conti pubblici, e poi, dell'inflazione.

Ma non soltanto questo e non era stato poco;  dalla scuola alla sanità alla politica urbanistica scelte di modernizzazione e di cambiamento si erano accompagnate ad effetti non positivi e contraddittori sul piano del consenso sociale.

Il condizionamento del PCI e più ancora delle aree culturali sulle quali il PCI esercitava un'egemonia, avevano spinto in una direzione massimalistica, che riguardata oggi può essere definita - al modo di Lenin - infantilistica.

Sopraggiunto il 68, il cui vento aveva fortemente spirato anche altrove, dagli USA alla Francia - la società italiana aveva perduto ogni forma e misura rapportabile alla storia da cui veniva.

Il mondo cattolico dopo la complessa stagione conciliare aveva assunto forme e modalità proprie della contestazione, ormai di moda.

Così i mondi sociali. Chi può non ricordare un autorevole leader della CISL con il berretto di Lenin in capo guidare gli scioperi - talvolta violenti - che paralizzavano sovente le piazze d'Italia.

E nel mentre episodi forti del terrorismo avevano colpito una volta Milano, una volta Brescia e poi Bologna e l'Italicus.

Così per un lungo periodo che potremmo datare dal 1964 sino al 1978.

Nel corso di questi anni l'azione politica di Moro non si era smarrita. Anzi ad ogni punto o passaggio si era sviluppata con analisi profonde, talvolta sofferte e ricche di pathos, sempre lucide ed aperte all'intelligenza dei fatti.

 Aveva cercato, in ogni occasione,  di far comprendere che: " in verità, la democrazia, quando rispetti veramente le sue leggi, ha svolgimenti e risultati ineccepibili. Contrapporvi, soggettivamente, la violenza, significa sostituire con la forza l'unico principio razionale secondo il quale si compie l'esperienza sociale.." (articolo sul Giorno maggio 1977)

C'era sempre stato questo aspetto sostanziale e decisivo del magistero di Moro : educare alla democrazia con la democrazia:

Come democratici, e come democratici-cristiani, fedeli al patrimonio ideale del nostro partito, rifiutiamo la violenza e ci impegniamo a fare quello che abbiamo sempre fatto, ad andare fra la gente a far comprendere, ancora una volta ,il significato di deviazione grave che c'è in ogni manifestazione di intolleranza in ogni tentativo di piegare con la forza quello che non si piega con la libertà.........(..) e do avere fatto valere dell'aggregazione del consenso, del voto ed avendo costruito su queste basi un PAESE NUOVO....."

 ( discorso di Benevento 18 nov.1977)

E' un discorso da politico, ma apostolo di educazione democratica, che scruta i segni dei tempi e con procedere pensoso ne assume  una consapevolezza rara e fine

 " tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai: Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che storture , ingiustizie, zone d'ombra , condizione di insufficiente dignità e di insufficiente potere non siano ulteriormente tollerabili, l'ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze, all'intera umanità, la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani, sentendosi ad un punto snodale della storia non si riconoscono nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso da cui nasce una nuova umanità,....un nuovo modo di essere nella condizione umana." ( Cons.Naz.DC 21 nov.1968.)

Ora ripercorrendo la lettura di tutti i discorsi, gli articoli gli scritti del decennio 1968/78 cogliamo l'aspetto fondamentale della sua azione politica come pensiero, come ricerca degli aspetti più profondi, muovendo certamente da quelli fenomenologici per andare più a fondo nella comprensione dei moti di un'umanità nuova che Egli non giudica moralisticamente, ma che valuta per tutti i significati e le conseguenze possibili. " Questo paese non si salverà,la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere"

E' il cogliere la profonda crisi che attraversa la società e non soltanto quella italiana. Viene dal 68 ed ha raggiunto ai nostri giorni - ma lo sguardo acuto di Moro - lo ha colto negli esiti sconcertanti per il dominio di tutte le possibili forme dell'edonismo, sino alla volgarità, o del radicalismo, come ripercussione di forme tardo-leninistiche.

Moro non è un politologo.

Nella storia della DC, conosceremo altre voci che si eserciteranno nella politologia.

Non è un ideologo. Non ha  schemi prestabiliti e deterministici, supera, sempre ogni formulazione empirica, per scendere a fondo nelle cose, il cui flusso determina la storia.

E' un filosofo: Ragiona con il metodo socratico per pervenire  ' all'intelligenza dei fatti e delle cose' e sollecitare la maturazione di una consapevolezza non sociologica - nel senso dottrinario - ma più largamente antropologica.

Oggi vi è anche chi ravvisa nei suoi scritti e discorsi una sottile e pur visibile trama teologica.

Moro è un Cattolico dalla fede profondamente vissuta.

Quindi non per semplice pratica di preghiera e devozione. Che pure ha lasciato immagini significative. (Inginocchiato in un banco nel fondo della Chiesa, con la fronte inclinata sulla mano: Una vera e propria icona religiosa) Per Moro il cristiano doveva essere uomo politico non da cristiano, ma in quanto tale.

Moro è un pensatore Cattolico. Ha letto ma intensamente riflettuto sugli scritti di Jacques Maritain e di Emmanuel Mounier. Ha compreso ed elaborato la dottrina personalistica. Ha conquistato anche per via dei suoi studi filosofico-giuridico, in modo particolare ed originale, il concetto di persona umana, che supera ogni nozione di puro individuo - e si riporta ad una dignità superiore, e centrale anche rispetto alla Stato. L'incontro con la filosofia di Gabriel Marcel gli ha fatto conquistare la dimensione spirituale della creatura umana, che nonostante l'inoggettivabilità sua propria, non è qualcosa di astratto dal mondo materiale, ma è incarnata nella realtà storica e si esplica solo attraverso un'attività pratica concreta.E' l'aspetto non compreso nel tempo della Sua prigionia che si evidenzia nelle sue lettere, che, anzi, furono equivocate sino al limite del dubbio sulla tenuta del Suo equilibrio psicologico-intellettuale.

L'orizzonte del suo pensiero,  attraverso gli approfondimenti tomistici, è S Agostino,

C'è una narrazione diffusa e talvolta stantia  sul pessimismo di Moro. Ma è quello che viene dalla riflessione che da S Agostino conduce a Pascal. L'uomo libero, ma fragile esposto al vento della storia, quella personale e quella comune nella quale è inserito. La sua riflessione filosofica e giuridica lo condurrà ad una moderna concezione dello Stato,che supera il formalismo di Kelsen, rifiuta la concezione dello Stato etico ed hegeliano e respinge la dottrina 'teologica' di Carl Schmitt. -

" S'intende bene che lo Stato al quale lavorano i Cattolici ..è uno Stato libero e giusto , uno Stato che conosca e riconosca i propri limiti, che sappia di essere ,la rivendicazione costante e vigorosa di tutte le libere associazioni umane sono i segni di questa complessa visione....La preoccupazione parte, sia pure fornita di una speciale funzione , in un complesso travaglio sociale che impegna in diverse forme ed in diverse direzioni l'attività umana:......la considerazione per la Famiglia, il favore per le autonomie locali che sono presidio di libertà.......la preoccupazione cristiana di di salvare la società nelle sue varie e ricche espressioni  dal monopolio statale si salda intimamente con la difesa ed il potenziamento dello Stato:...."

(da Studium marzo 1947)

Norberto Bobbio, a proposito di concezione di Moro dello Stato ne segnalerà il pathos religioso.

E' quella che garantisce la funzione dello stesso la garanzia della libertà e del potere della libertà degli uomini. E proporrà sempre - durante il suo tempo- l'ineliminabile ed essenziale funzione del partito "" il partito deve aderire alla realtà, per orientarla e plasmarla secondo la sua intuizione, alla luce dei suoi ideali umani: Il partito è un Ripeterà, poi, ""che la funzione del partito è alta deve " associare e guidare""  articolazione della società in direzione dello Stato.

Funzione costituzionale quella del partito, strumento della democrazia. Questo sin dalle discussioni alla Assemblea Costituente.

Durante la quale Moro, aveva frequentato la Comunità del Porcellino, dove aveva trovato un rapporto di amicizia con Giorgio LaPira. Erano entrambi domenicani del Terzo Ordine, avendo assunto Moro il nome di fra Gregorio.

 E' stata Questa dimensione della sua personalità, estremamente complessa partecipe di tutti i moti, gli accenti della    cultura del tempo attraversato, con una sensibilità ed una intelligenza, che gli aveva permesso, senza imbattersi in confusioni e pasticci, un confronto aperto e non esteriore con gli indirizzi  della cultura del tempo, particolarmente con il pensiero di Benedetto Croce e la sua particolare concezione del liberalismo.

Le analisi, le riflessioni, i discorsi, le prese di posizione assunte in particolare nel decennio 67/68 - 77/78 non si erano limitate a scandagliare le posizioni tattiche delle varie forze politiche nel quadrante politico contingente, ma avevano approfondito le relazioni con gli sviluppi, complessi e contraddittori della società italiana, in uno al contesto internazionale. Basterebbe ricordare tutta la sua attività di Ministro degli Esteri.

Si era reso conto e si chiedeva sovente dei mutamenti profondi e convulsi dei quali registra gli aspetti positivi ma anche tutte le problematicità.

In particolare per la ricaduta sulla stessa linea politica della DC vorrei ricordare  il passaggio che aveva condotto dall'approvazione  della legge sul divorzio al referendum del 74 gestito e vissuto con atteggiamento pensoso e problematico.

Il  tema del rapporto con la Chiesa, in una stagione nella quale era avanzata la secolarizzazione gli aveva fatto rimeditare l'esperienza ed il pensiero di Luigi Sturzo.

Già nel 1959, alla vigilia dell'avvio del centro-sinistra- quando uno dei problemi più ardui ed improbi si era presentato, quello dell'autonomia del partito politico da vincoli confessionali, Moro aveva promosso  il convegno all'Eliseo su Sturzo- che alla dominante linea iniziativista (iniziativa democratica era la corrente che aveva ereditato gli esiti finali del dossettismo coniugandoli con una giovane (allora) generazione degasperiana)   sembrava un fuori tempo.  Per Moro invece aveva rappresentato il recupero di una lezione essenziale. Che si consoliderà e tornerà nella sua riflessione,intanto già nei temi della discussione del Convegno di S.Pellegrino e più in avanti nel tempo, quando la proposta "popolarismo" di Sturzo sarà colta come lo sbocco finale del travagliato processo di accostamento finale del PCI al quadro democratico e che implicherà il rinnovamento e riposizionamento del partito che era stata  DC nello schieramento politico.

Dalla riflessione di Sturzo aveva colto gli elementi per superare ogni forma di integralismo o di indugio sugli eviti integralistici dell'esperienza dossettiana.

Ma da Dossetti con il quale aveva durante la fase costituente gestito un rapporto ravvicinato che aveva condotto alla formulazione e poi approvazione di alcuni articoli della Costituzione ( quello sulla Famiglia, quello sulla scelta della pace art.4 - che avrà un segno permanente negli indirizzi della politica estera)

aveva con riserbo e discrezione dissentito sulla valutazione che " il comunismo avrebbe vinto "

Su questa valutazione Dossetti aveva segna il suo ritiro dalla vita pubblica.

Moro su questa valutazione, invece, si era misurato con la sua azione politica nel tempo che aveva affrontato.

Quando il centro-sinistra aveva esaurito i margini della propria vitalità ( la crisi economica - la crisi petrolifera - il quadro sociale fortemente tumultuoso è il caso di dire - i segni della possibile degenerazione con il terrorismo)

Egli, però, nel discorso al XIII Congresso della DC nel 1976 ne aveva rivendicato i meriti: " con la formula del centro-sinistra il paese è cresciuto e la democrazia si è sviluppata e consolidata Moro che sin dal 1968 aveva posto il tema della strategia dell'attenzione al PCI " dopo aveva affrontato sotto un aspetto - politicamente - più cogente l'ordine di un possibile rapporto di collaborazione. Non più confronto, ma convergenza sul piano governativo.

" E' questa flessibilità attenta ed anticipatrice, che ha fatto in questo trentennio il nostro partito così capace di comprendere, far proprie e guidare le spinte evolutive della nostra società. "

Il risultato elettorale del 1976 - oggi spesso ricordato per la ricorrenza di una precisa circostanza aveva presentato due vincitori.

 O meglio nessun vincitore, come oggi.

Ed i due contendenti - così avevano affrontato la campagna elettorale - si erano trovati a dover concordare quelle scelte che avevano portato ai due governi Andreotti del 1976 e del 1978.

Berlinguer aveva preparato questa ipotesi, poi concretizzatasi, con i tre  saggi su Rinascita, con l'ultimo dei quali , in particolare, aveva avanzato la linea del compromesso storico.

Tutta la vicenda politica ,però, per molti soggetti della politica (dell'opinione pubblica, della stampa, delle strutture parallele) veniva rappresentata con il segno del cedimento e del rischio democratico.

In Parlamento non vi erano resistenze ed opposizioni politiche. Non vi era più il PSI disponibile a responsabilità di governo da quando la segreteria DeMartino aveva portato avanti la linea " degli equilibri più avanzati"

La resistenza e l'opposizione erano fuori dal Parlamento. Nell'incrocio torbido di segmenti degli apparati dello Stato, di organizzazioni parallele la cui giustificazione era stata data come misura di difesa dal comunismo e dall'URSS. Ed il fiorire di organizzazioni di contestazione e poi di vero e proprio terrorismo.

Moro sin dal 1964 aveva dovuto affrontare questo complessivo problema della resistenza - antistituzionale - alla politica. Basterà ricordare il piano Solo, o i molteplici attacchi terroristici allo Stato.

Moro aveva cercato di affrontare il groviglio dei problemi con la razionalità e lucidità che gli erano propri.

In nessun passaggio dei suoi discorsi era mai stata indicata la prospettiva dell'alleanza con il PCI come alleanza definitiva. Era una fase transitoria quella che Egli aveva proposto.

"" siamo chiamati ora e qui ....."

Il cumulo dei problemi non consente semplificazioni: Aveva la consapevolezza che la DC presentava elementi forti di stanchezza, ripiegata nel correntismo e nel clientelismo,

 Aveva una classe dirigente che richiedeva di essere ricambiata, mentre nella società era cresciuta l'esigenza di un ricambio generazionale,

Nel cumulo dei problemi, rinnovamento del partito, rinnovamento dello Stato, ripresa dello sviluppo e lotta alll'inflazione, il ridursi della forza della DC, la mancanza di una maggioranza capace di assicurare la governabilità. L'incalzare del partito comunista forte dei suoi cambiamenti. Da tempo la borghesia italiana lo aveva accarezzato. a parte la militanza della cultura e della parte più rilevante degli organi di informazione.

Egli aveva visto il baratro che si era aperto davanti al paese se non fosse stata avviata una politica di ricomposizione del quadro democratico.

IL sistema di libertà e la democrazia come istituzione della libertà e del potere dei cittadini, era l'orizzonte permanente al quale tendere.

Si era accorto delle debolezze che venivano da tante parti.

 E nelle lettere dal carcere, poi,  le esporra', a volte con forti accenti polemici.

Anche verso il suo partito, la Democrazia Cristiana che "non gli stava dietro."

Quel plumbeo atteggiamento di pura remissione a quel che stabilisce il partito comunista, quando la parola di Pecchioli era quella che decideva, anche perche coincideva con le finalità del campo avverso. E' stato questo il paradosso di questa tragica storia.

L'affermazione decisa di Pecchioli dopo il 16 marzo : per noi è già morto. Non si può trattare.

 

Questo paradosso ha trovato la sua immagine iconica ed ironica nel monumento che è stato realizzato a Maglie, Moro è stato rappresentato con il giornale l'Unità in tasca. Come se avesse cambiato partito.

Moro per il suo realismo disincantato era sensibile all'utopia ma non sfuggiva la realtà.

Gli era stato chiaro che al partito  comunista, che maturasse tutte le condizioni per diventare partito di governo di uno Stato collocato nell'Occidente, Alleanza Atlantica, MEC  e tutte le altre istituzioni,e quindi si avviasse ad una profonda trasformazione e mutazione identitaria si dovesse contrapporre un partito di tipo popolare, le cui linee lungo tutti i discorsi del decennio trascorso aveva delineato: " si, la Democrazia Cristiana deve essere ricostituita, ...che essa rinasca libera dall'arroganza del potere "

( da un articolo de Il Giorno,13 maggio 1977) Non c'è nelle (mie) osservazioni alcun segno di disperazione e di sfiducia. Siamo in tempo per cambiare,  se ci pieghiamo a cogliere gli insegnamenti delle cose ed ad ascoltare la voce della coscienza.....C'è scavare ancora e tanto nella direzione della libertà che non è pienamente affermata.ma è insieme necessario volere appassionatamente la tenuta dello Stato che abbia come base la dignità, la serietà e la responsabilità della persona

.E non si può esigere che lo Stato adempia ai propri compiti, se tutti non fanno il loro dovere:"

 

Ma il 9 maggio 1978 la sua vita è stata stroncata.

Tragicamente. E' così doloroso e sconvolgente apprendere, oggi, che a "via Fani c'erano anche le brigate rosse"

e che il suo assassinio forse (?) non è stato compiuto da un brigatista ma da un ndraghentista. Queste sembrerebbero le acquisizioni della II^ Commissione Moro.

Tutto l'epistolario dal carcere è il suo testamento politico, ma anche umano.

 E' la Sua ultima  lezione politica, ma anche e sopratutto filosofica e morale.

Moro non è stato mai un moralista.

E' stato un lucido osservatore delle pieghe che andavano segnando la fisionomia della società italiana e della stessa politica.

Nelle Sue analisi c'è il patrimonio di pensiero al quale attingere, ancora oggi.

Il fondamento - in ogni tempo della sua vita ed azione politica - è sempre la " persona umana " la sua dignità, la sua libertà, il suo potere.

Il suo legame al concetto di comunità  che,entro cerchi circoncentrici, parte dalla prima decisiva linea, quella della famiglia e procede verso le altre linee di integrazione, autonomie locali, associazioni libere, sindacati, mantenendo sempre la perrsona umana al centro.

E' una visione personalista che fa riferimento non soltanto alle elaborazioni di J Maritain ed Emmanuel Mounier ma che si arricchiscono  della forza della sua riflessione filosofica e giuridica.

Lo Stato, la pena. sono i temi dei suoi fondamentali libri  di dottrina giuridica. Lo Stato democratico, l'uomo libero. In una realtà storico-sociale nella quale partendo  da Toniolo e dalla dottrina sociale della Chiesa che proprio sotto il Pontificato di Giovanni XXIII e di Paolo VI si era articolata in modo adeguato ai nuovi tempi.

Mai nessun economicismo, pur nel riconoscimento del valore della libertà e della responsabilità sul piano dell'iniziativa economica e quindi nel superamento di ogni forma statalistica - che, invdce, era il vezzo dell'indirizzo socialista del tempo.

Una vera e propria concezione antropologica è il suo contributo al futuro

Una concezione  fondata sul primato dell'uomo, in quanto creatura di Dio, partecipe del mistero della vita. "" Omne agens agit sibi simile " E da quella visione trascendentale dell'uomo colta da S.Tommaso, Egli ricavava che l'essere umano - creato per la Divina bontà _  poteva essere buono.

Perchè Egli era un uomo buono. Sempre pronto a cogliere la dove c'era il bene da valorizzare sempre per rendere il male meno determinante.

Risuonano, ancora, nelle orecchie di chi ha potuto ascoltarle le parole della Preghiera di Paolo VI : " Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo simile alla grossa pietra rotolata all'ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il De Profundis , il grido cioè ed il pianto dell'ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffocala nostra voce.

e chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per l'incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il Suo spirito immortale, segnato dalla fede nel Cristo, che è la resurrezione e la vita. Per lui, per lui.  

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 


 
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