L'unione europea alla prova dei nuovi equilibri internazionali
Postato da admin [12/06/2018 23:01]


La redazione di Insieme in preparazione delle elezioni europee del 23-26 Maggio 2019 ha avviato una tribuna per i lettori nella quale saranno presentati una serie di articoli sui quali i nostri lettori possono intervenire con osservazioni, indicazioni e proposte. Dopo il primo articolo sul tema:” Come ci prepariamo alle prossime elezioni europee", editiamo il secondo articolo sul tema: "Megatrends demografici in Europa e nel mondo”.. Poi il terzo articolo esamina i “ Megatrends etici, culturali e religiosi dell’Europa” e poi il quarto articolo esamina  "Europa e Islam"... Poi il quarto articolo esamina "L'unione europea alla prova dei nuovi equilibri internazionali"

Buona lettura, ricordando che la nostra tribuna è aperta ai vostri eventuali interventi.




 

Venezia 12 giugno 2018

 


L’unione europea alla prova dei nuovi equilibri internazionali


 


Dopo quanto è successo in Canada alla riunione del G8 (8 e 9 Giugno 2018), con il documento finale, prima sottoscritto e poi ripudiato da Donald Trump, riappare lo spettro di una guerra commerciale tra USA e resto del mondo, con particolare riferimento all’UE,  e lo scenario della geopolitica internazionale sembra stravolto. 


Trump con il suo cambio di strategia, apre un contenzioso forte con l’Europa e sembra affermare la volontà degli USA di sostituire al G8 una triade USA-Cina-Russia, con l’Europa ridotta a un ruolo laterale e marginale. Tutto ciò costituisce un elemento di una necessaria non rinviabile riflessione in previsione del rinnovo del prossimo Parlamento europeo. 


Le difficoltà operative nella governance dell’Unione europea, anche a seguito della Brexit, con le sue conseguenze tuttora in fase di complessa risoluzione; i contrasti con i Paesi di Visegrad e tra i Paesi del Nord e quelli mediterranei, non solo in materia di politiche di governo dei flussi migratori, si aggiungono a quelli più ampi della geopolitica internazionale, in conseguenza dei nuovi equilibri che l’annunciata “guerra doganale” con gli USA sembra determinare. 


L’instabilità politica della Germania, dove si sta consumando la lunga stagione dell’egemonia di frau Merkel, le difficoltà in cui si dibatte Macron in Francia, dopo e nonostante  l’ottimo risultato elettorale delle presidenziali, il trionfo dei partiti sovranisti in Austria, Ungheria e la stessa recente formazione del governo italiano giallo-verde; l’avvio del quarto round della Brexit, che si sta dimostrando assai più complicato rispetto alle premesse,  con riflessi contraddittori anche all’interno della stessa politica del Regno Unito, sono tutti elementi  che caratterizzano l’attuale difficoltà nel processo di costruzione e sviluppo dell’Unione europea. 


Come è noto,  Marzo del 2019 è la data fissata per la definitiva uscita della Gran Bretagna dall’UE. Al riguardo va tenuto presente che, in assenza di un accordo e nel caso  di “ un’uscita disordinata”,  il Regno Unito dovrebbe operare secondo le regole del WTO, con la sequela di controlli doganali e tariffe da esse prescritte. A Londra già si teme per la scarsità di prodotti di vario genere e conseguenze sul piano della stabilità dei prezzi e nella disponibilità anche su prodotti di prima necessità. 


Con l’uscita della Gran Bretagna si è riaperto, com’ è noto, il confronto acceso tra i 27 Paesi UE per decidere la definitiva allocazione delle sedi di EMA (Agenzia del farmaco), dopo il NO alla proposta dell’Italia per Milano e dell’EBA ( Autorità Bancaria) per la quale la Germania rivendicava la sede di Francoforte, dove già è allocata quella della BCE. 


 Per l’EMA, la sede vinta per sorteggio da Amsterdam, dopo i ricorsi respinti dell’Italia e della città di Milano, a tutt’oggi non è ancora in costruzione e l’edificio temporaneo che dovrà ospitare l’EMA nei primi mesi del 2019, quando avverrà il trasferimento, non sarà in grado di ospitare l’intero staff dell’agenzia (si parla di circa 900 dipendenti). Per l’EBA alla fine, anch’essa per sorteggio, è toccata alla Francia e sarà ubicata  a Parigi la sede della prestigiosa autorità bancaria europea, a riconferma del ruolo dominante di Germania e Francia ( la “ Framania”) nell’Unione europea. 


Con l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, d’altra parte, non è ancora ben chiaro il destino dell’Unione europea. Il Libro Bianco sul futuro dell’Europa mostra, infatti, cinque scenari diversi da qui al 2025: mantenimento dello status quo; semplice mercato unico; unità europea nella politica estera;  Europa a due  velocità; governance della politica dell’immigrazione col superamento del trattato di Dublino e politica comune della difesa. 


Sul fronte dell’area Euro, infine, emerge l’ipotesi di un ministro delle Finanze unico della zona euro e la trasformazione dell’ESM, il meccanismo di stabilità, in un Fondo monetario europeo. Tema particolarmente arduo  e delicato il completamento dell’unione bancaria con un sistema di garanzia unico per i depositi, prospettiva mal digerita e osteggiata sin qui dalla Germania. 


La prossima riunione del Consiglio  dei ministri dell’UE per la definizione del bilancio comunitario e la riduzione graduale sino all’annullamento del Quantitative Easing, sono i passaggi a breve più delicati cui dovrà far fronte l’Unione europea. L’Italia, con la nuova maggioranza di governo, si appresta a richiedere per l’ennesima volta uno sconto sul deficit, al fine di garantirsi una maggiore disponibilità sui conti pubblici e margini di investimento per il rilancio dell’occupazione. Tutto dipenderà dalle scelte che sul DEF in corso di definizione, il governo italiano sarà in grado di mettere in mostra rispetto alle attese dei partner europei. 


Se questi  sono i temi più urgenti della prossima agenda europea, non vanno dimenticati quelli più strettamente politici connessi alla deriva politica dell’Europa verso la destra radicale che accompagna la crisi profonda dei partiti tradizionali, gli assi portanti sin qui del parlamento europeo: PPE e SPD, una crisi che sembra inarrestabile.


 Nel prossimo articolo cercheremo di esaminare due temi, a nostro avviso, essenziali per proporre una seria proposta riformatrice di ispirazione popolare, europeista e trans nazionale, secondo i principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi e Schuman.


Il primo è quello del rapporto da rinegoziare nei trattati, al fine di superare i conflitti rivelatisi insanabili con la nostra Costituzione, specie quando, come nel caso del fiscal compact, quella decisione, nettamente in contrasto con gli stessi trattati liberamente sottoscritti, è stata il frutto di un regolamento di grado normativo inferiore ai trattati, redatto da euro-burocrati, con l’avallo irresponsabile anche di nostri autorevoli esponenti di governo. Fatto quest’ultimo ampiamente dimostrato dai saggi del prof Giuseppe Guarino, ahimè, sin qui  volutamente e colpevolmente misconosciuti.


Il secondo è il tema della sovranità monetaria che, nei modi  in cui si è sin qui realizzata a livello dell’Unione e in quasi tutti i Paesi componenti della stessa, con il controllo de facto della BCE e delle banche centrali dei diversi Paesi da parte degli edge funds anglo caucasici (kazari), riduce la “sovranità popolare” a  un ectoplasma senza sostanza; con le politiche economiche prone al dominio degli interessi dei poteri finanziari, che subordinano ad essi tanto l’economia reale che la politica. In sostanza, annullano de facto la democrazia e le fondamenta stesse su cui si regge il nostro patto costituzionale.



La redazione di “ Insieme”





Venezia 16 maggio 2018

Europa e Islam

La distribuzione dei musulmani nel mondo, secondo i dati del Pew Research Center sulla religione musulmana, sono i seguenti: 3.480.000 nel Nord America; 43.490.000 in Europa; 317.070.000 nel Medio Oriente e Nord Africa; 985.530.000 in Asia-Pacifico; 248.110.000 in Africa sub sahariana.  Questi dati sono così commentati da Priscilla Muro, il 1 Febbraio 2018,  con una nota su DOC-documenti.info (www.documentazione.info) - Oltre le opinioni : “Di che religione saranno gli immigrati nel 2050? Confermando i dati dell’anno scorso il rapporto Europe’s growing Muslim Populationredatto dal Pew Research Center, registra una percentuale sempre più alta di musulmani all’interno dei flussi migratori che riguarderanno l'Europa da qui a 33 anni. Il dossier mostra tre possibili scenari futuri: zero migrazion, medium migration, high migrazion. Vediamo che cosa significa.

Attualmente, i musulmani rappresentano circa il 4,9% della popolazione europea. Nel caso l’immigrazione dovesse fermarsi per sempre (zero migration), la loro percentuale aumenterebbe fino al 7,4%; se si dovesse arrestare il flusso dei rifugiati, ma non quello dei migranti regolari o dei richiedenti asilo (medium migration), si salirebbe all’11,2%; infine, se l’Europa dovesse registrare anche per gli anni a venire il numero di rifugiati avuto tra il 2014 e il 2016 (high migration), il 14% della popolazione europea sarebbe composta da fedeli di religione musulmana.

Migranti, rifugiati e migranti regolari: chi sono, da dove vengono e dove vanno

Le proiezioni non sono certezze matematiche. Tuttavia, il rapporto del Pew Research Center si basa su una serie di dati verificabili, prima fra tutti la costante crescita del numero di musulmani in Europa (passato da 19,5 milioni nel 2010 a 25,8 milioni nel 2016). Tale aumento è strettamente legato alle dinamiche dei flussi migratori: al primo posto della classifica dei paesi d’origine dei migranti troviamo infatti la Siria, a maggioranza musulmana.

Attualmente i musulmani rappresentano il 78% dei rifugiati, cioè coloro che hanno chiesto asilo politico e hanno ottenuto il riconoscimento del loro status da parte del Paese ospitante. Diverso è invece il caso dei migranti regolari, ovvero di chi si sposta per motivi connessi alla famiglia, allo studio o al lavoro. In questa categoria i musulmani sono il 46% e non rappresentano la maggioranza.

Per quanto riguarda le destinazioni, l’Italia, dove di certo non si può parlare di “invasione islamica”, si colloca al quarto posto nella lista delle mete scelte dai migranti dopo il Regno Unito, la Germania e la Francia. La Francia  e la Germania sono anche i Paesi con la maggior presenza di musulmani, rispettivamente l’8,8% e il 6,1% della popolazione.

In Europa i musulmani sono più giovani e hanno più figli

Gli scenari descritti dal rapporto si basano anche su un’altra considerazione: l’età media dei musulmani in Europa è di circa 30 anni (ben 10 anni in meno della media europea, che invece si aggira intorno ai 40). I musulmani (età media 23 anni) sono più giovani  anche rispetto all’intera popolazione mondiale (età media 28 anni). Inoltre la donna musulmana ha in media 2,6 figli contro l’1,6 della donna non musulmana. 

Elena Tebano, sempre citando i dati del dossier del Pew Research Center sulla religione musulmana in Europa, sul Corriere della sera, ha scritto: “oggi le persone di fede islamica nel Vecchio Continente sono 25,8 milioni, il 5 per cento della popolazione totale. A metà secolo potrebbero oscillare tra 35,8 o 75 milioni. Molti meno di quelli «percepiti». Nel 2050 ci saranno, senza contare i nuovi migranti, almeno 35,8 milioni di residenti musulmani in Europa, il 7 per cento della popolazione totale, che potrebbero arrivare a 75 milioni, cioè al 14 per cento della popolazione, se si registrasse un’elevata immigrazione. Lo stima il centro di ricerca americano Pew Research Centre, specializzato tra l’altro in demografia e religioni, che in un grande rapporto sull’Islam ha immaginato tre scenari: a zero immigrazione con una popolazione totale europea in calo a 480 milioni di abitanti (contro i 520 attuali), a immigrazione media e cioè se continuasse a tasso costante (in quel caso la popolazione musulmana sarebbe l’11 per cento , corrispondente a 57,9 milioni di persone, su un totale di circa 517 milioni di europei) o ad alta immigrazione, cioè se gli arrivi proseguissero per le prossime decadi ai ritmi eccezionalmente alti del 2015 e 2016. Anche nello scenario di crescita maggiore, «i musulmani sarebbero molti meno — scrivono i ricercatori — sia della popolazione cristiana che di quella senza religione» (in quel caso l’Europa arriverebbe a contare infatti 539 milioni di abitanti). La ricerca ha preso in considerazione 30 Paesi: i 28 dell’Unione europea più Svizzera e Norvegia”.

Di particolare interesse è lo studio di Francesco Marone e Marco Olimpio elaborato per  l’ISPI ( Italian Institute for international political studies), con specifico riferimento al caso Islam e Italia. Trattasi di un working paper sul tema: “ Conquisteremo Roma”- I riferimenti all’Italia e al Vaticano nella propaganda dello stato islamico, che viene così presentato dai due autori:

“Negli ultimi anni, l’Italia  non è stata colpita da attacchi terroristici di matrice jihadista, né ha sperimentato gli elevati livelli di radicalizzazione di alcuni dei suoi vicini europei. Significativamente, il numero di foreign fighters che hanno abbandonato il territorio italiano per unirsi allo Stato Islamico o ad altri gruppi jihadisti – circa 130 individui – è molto più basso se comparato ai numeri della Francia, della Germania, del Regno Unito, ma anche di paesi più piccoli come l’Austria o il Belgio.

Questo quadro di relativa quiete, tuttavia, presenta un’importante eccezione, riguardante la propaganda dello Stato Islamico, che menziona l’Italia e, in particolare, Roma con una frequenza che può apparire sproporzionata. Analizzando i contenuti ufficiali in lingua inglese pubblicati dallo Stato Islamico a partire dalla proclamazione del “Califfato” (nel giugno del 2014), il presente studio di carattere esplorativo ha contato 432 riferimenti all’Italia, al Vaticano e a Roma. La città è frequentemente citata, con diverse accezioni, anche nella propaganda in lingua araba.

L’analisi dei riferimenti individuati mostra che, a parte alcune eccezioni significative, lo Stato Islamico riserva particolare attenzione all’Italia perché si riferisce a Roma come simbolo dell’Occidente e della Cristianità. La maggior parte delle menzioni, infatti, riprende fonti islamiche secondarie che affermano che il Giorno del Giudizio giungerà soltanto quando i musulmani combatteranno i “Romani”, e profetizzano la loro conquista di “Roma” (originariamente sulla base di un riferimento storico al confronto secolare tra le forze musulmane e i “Romani” d’Oriente - ovvero i Bizantini - in epoca medievale). A ogni modo, la posizione centrale che la capitale italiana occupa nei messaggi jihadisti – anche in senso figurato – è un fenomenoallarmante, poiché può essere interpretata dai seguaci dello Stato Islamico come un’esortazione a compiere attacchi nella Città Eterna o, più in generale, in Italia.”

Il documento scaricabile in formato pdf dal sito di ISPI (www.ispionline.it) analizza i documenti in lingua inglese e araba con riferimenti e minacce alla società italiana, istruzioni per l’esecuzione di attacchi e rivendicazioni di carattere operativo.

E’ evidente che siamo in presenza di un fenomeno nuovo e inquietante aggravato dal differenziale demografico a netto vantaggio del mondo arabo e musulmano che dà concreta verifica a ciò che il presidente  algerino Boumedienne dichiarò all’ONU nel 1974: “ il ventre delle nostre donne ci darà la vittoria”. Una dichiarazione reiterata nel Marzo 2017 dal presidente turco Erdogan ( “ fate cinque figli, il futuro dell’Europa è vostro”). Una tesi sostenuta, peraltro, da uno dei più grandi esperti del mondo islamico, Bernard Lewis, professore emerito all’università di Princeton, il quale ha scritto: “ L’Islam prenderà l’Europa non con la spada, ma con la demografia”.

I megatrends demografici citati nel nostro secondo articolo, sono la dimostrazione realistica di tale condizione dell’Europa; una condizione che è il risultato di un processo di progressivo distacco dai valori della tradizione cristiana, così come sono stati egregiamente esposti da una nota del prof Fabrizio Fabbrini che vogliamo evidenziare. Trattasi di un commento che il prof Fabbrini ha svolto sulla nostro documento sui megatrends demografici in Europa e nel mondo.

Per Fabbrini l’Europa e l’Italia sono in preda alla sudditanza di dottrine totalitarie solo ammantate di colore economico (in realtà ideologie totalistiche di pensiero antiumano) come il socialismo e il liberismo, disastri mentali, che hanno la loro genesi nel punto di congiunzione tra giacobinismo di destra e di sinistra, che sono ad un tempo opposti ma solidali e coordinati. L'ambidestro Giacobinismo (ambidestro come il dio Efesto nella fucina dell'Etna): quello di destra radicale francese della Terza Repubblica (che condusse l'Europa al disastro della Grande Guerra, cioè, delle due guerre l'una all'altra collegate);  e quello di sinistra, ancora francese, già nella Révolution, ma che poi risorse veicolato dal marxismo che investì tutta Europa, inizialmente spegnendo il popolare socialismo nell'atteggiarsi a una superiore sedicente "scientificità", poi nelle due volontaristiche superfetazioni del Leninstalinismo e del Nazismo (che, ricordiamolo, era la Sinistra proletaria Social-nazionale o Nazional-Socialista - da qui la parola Nazismo - impostasi con voto popolare e poi in parlamento): e, del resto, già socialista era la Germania nel parlamento del Kaiser (quella che Lenin definì dei Socialtraditori). 

 

 Quanto al liberismo, fu anch'esso un parto giacobino: quello parigino della rivolta nobiliare e borghese del parlamento di Parigi dell'88, seguito dalla usurpazione borghese dell'89 che si proclamò Nazione e impose la tirannia parigina a tutta la Francia, moto imposto dai padroni del vapore, la borghesia imprenditoriale che aveva accolto il messaggio di Rousseau attraverso il discepolo Robespierre e fece il pieno con le Leggi antioperaie giacobine D'Allard - Le Chapelier del '91, traducendosi nei massacri del 1792-'95 (più morti francesi di quelli della Grande Guerra 1914-18).

 

 E questa rivolta tirannica parigina ebbe in seguito - per volere della Massoneria che, già alla genesi della Révolution con il Gran Massone di Palais-Royal Filippo égalité - ne afferrò il Testimone con il figlio di Filippo Egalité e non lo mollò più nei due mondi - quello americano già massonico di fine '700 / inizi '800 e quello europeo di lord Palmerston dagli anni Trenta a tutto il Risorgimento italiano (si pensi alla combine Palmerston-Garibaldi e al colonialismo europeo nel mondo. E questa vincente ala liberista massonica colonialista (come lucidamente Lenin nel saggio Dal Colonialismo all'Imperialismo dei 5 Mercati, del 1914) si esaltò nel globo portata dai Presidenti yankees, soprattutto Democratici: Roosevelt a inizio secolo, Wilson negli anni della Grande Guerra, e il secondo Roosevelt (e in realtà da tutti i presidenti americani, che furono massoni ad eccezione di Kennedy e forse di Clinton: non sappiamo ancora di Trump).

 

E' questa ala del giacobinismo di destra a intendersi con il sovietico Stalin, potenziandolo a dismisura nella seconda guerra mondiale e in tutta la storia successiva fino all'imprevisto incidente della comparsa di Gorbacev (unico rivoluzionario non violento dopo Gandhi, ma con difficoltà e realizzazioni molto maggiori), mettendo finalmente la sua ipoteca su tutto il mondo). E' quel giacobinismo di destra, dicevo, la vera matrice di quel che Tu giustamente chiami "ideologia neoliberista": e io aggiungerei "radicale", ma non trascurando che essa è sommata a quel giacobinismo di sinistra che ha non solo creato i più pesanti e inumani regimi della storia (regime Sovietico e satelliti, regime Maoista e satelliti), ma è stata la bandiera che più facilmente ha sedotto le masse in tutto il mondo, soprattutto nel nostro paese...

 

Fino a portare al mutamento negli atteggiamenti e nei programmi dei comunisti nostrani. Per cui quel che il regista Moretti, italiano ma infranciosato, diceva contro l'imborghesimento del PCI ("diteci, vi prego, qualcosa che sappia di Sinistra!") era giusto e motivato, ma denotava una incomprensione di fondo, questa: che una Sinistra non è mai esistita senza il suo fratello Borghese di Centro e Centrosinistra (una specie di Mister Heid che conviveva nell'animo del dottor Jeckyll): donde il perfetto connubio tra democratici americani e socialcomunisti europei anche al tempo della cosiddetta "Guerra fredda" (in realtà accordo di spartizione mondiale), o tra l'imbalsamato Breznev e l'ubriacone occidentalizzante Eltsin, o tra la Cina di Mao e quella odierna.


Ed è la Cina moderna l'esempio più importante di una tale fusione impensabile: è la più macroscopica superfetazione di quel connubio, concentrato in un solo regime, che è insieme la  più colossale mescolanza tra schiavismo comunista e potere finanziario dell'industrialismo sovrasviluppato: con l'esito di essere una nazione che esprime il più ampio numero dei più potenti capitalisti mondiali, superiore a quello delle sommate nazioni propriamente capitaliste (USA e Canada, Regno Unito e Germania e Francia), per cui 300 milioni di comunisti borghesi controllano il paese dominando su un miliardo di schiavi totali senza diritti se non servire o morire. E la affianca la Brasindia (Brasile+India) seconda potenza economica mondiale potenzialmente effusiva.

Un’analisi spietata quella del prof Fabbrini, confermata dalla sciagurata decisione politico istituzionale dell’UE di rinunciare, all’atto dell’approvazione della Costituzione europea, al riferimento alle comuni radici giudaico cristiane per affermare i valori di una società laicista e irreligiosa dominata dal relativismo etico e politico culturale. Una condizione etica e  socio culturale quella dell’Europa di assoluta vulnerabilità e facilmente dominabile da un flusso immigratorio di giovani, affamati e prolifici, come quello delle popolazioni musulmane in fuga dall’Africa e dall’Asia, in cerca di fortuna.

Senza forti valori etici di riferimento sarà impossibile contenere e/ contrastare quelli di un’immigrazione ad alto tasso di crescita demografica, nella quale la presenza di soggetti ispirati dalla fede nel Corano è assai elevata. Si sono voluti misconoscere e nascondere i principi giudaico cristiani fondanti della cultura occidentale, facendo prevalere gli orientamenti radical socialisti di Ventotene su quelli dei padri fondatori  popolari ( Adenauer, De Gasperi, Schuman)   e, così operando,  si finirà col perdere, in un meticciato confuso, anche quelli di derivazione laicista e illuministica della rivoluzione borghese.

Si aprono scenari assolutamente nuovi e diversi da quelli che hanno caratterizzato la vicenda dell’Unione europea, dalla sua formazione all’esplosione del fenomeno migratorio dell’ultimo decennio. Cercheremo di fornire il nostro contributo secondo un approccio popolare, con alcune proposte di soluzione al di fuori dalle pulsioni demagogiche, giustificazionistiche e/o elettoralistiche con cui si è sin qui prevalentemente affrontato tale tema.


La redazione di Insieme (www.insiemeweb.net)


Venezia 14.05.2018          I megatrends  etici, culturali  e religiosi dell’Europa



Esaminati i megatrends demografici che indicano un’Europa destinata all’inevitabile “meticciato”, conseguenza di un divario demografico di tipo esponenziale tra il vecchio Continente e l’Eurasia, in questo terzo articolo intendiamo affrontare ciò che caratterizza la situazione europea sul piano culturale e degli orientamenti etici e religiosi. 


In un articolo a cura della redazione  de Il Foglio del 26 Marzo 2018 si scrive di una ” Europa al capolinea cristiano”.


Partendo dal rimpianto di Novalis che, già nel 1799, avvertiva il rischio di una crisi epocale e nel suo “ La cristianità, ossia l’Europa”, ricordava:  “ i bei tempi in cui l’Europa fu terra cristiana”, Il Foglio sottolinea come “la desacralizzazione del continente, da allora, non si sia mai arrestata”. In quell’articolo si ricorda come: “ nel 2000, anno in cui si discuteva dell’inserimento del riferimento alle radici giudaico-cristiane nella Costituzione europea, l’allora cardinale Joseph Ratzinger disse che, prima che un concetto geografico, l’Europa era cultura e storia. “ Citando un articolo de “Il Guardian”, il Foglio evidenzia come l’Europa stia marciando verso una società post cristiana ( esito di un sondaggio effettuato dalla St.Mary University Twichenham di Londra) . In Repubblica ceca il 91 per cento dei giovani tra i 16 e i 29 anni dichiara di non avere affiliazioni religiose. In Estonia, Svezia e Olanda, la percentuale scende tra il 70 e l’80 per cento. Insomma l’ateismo sta diventando la norma per concludere che : “ l’Europa  è ormai una terra senza Dio, e senza il cristianesimo, di cui si perde traccia anche nei paesi che storicamente hanno rappresentato la cultura europea: in Francia i cristiani adulti sono soltanto il 26 per cento, il 20 in Germania.  Cosa  sarà l’Europa, se sottomessa al politically correct o a un nuovo Dio, non si può dire. Per  la sopravvivenza delle nostre radici forse, sarà comunque tardi”. (estratto dall’articolo de Il Foglio del 26.3.2018: “Europa al capolinea post-cristiano”)  


Un recente interessante contributo è stato offerto dallo storico della filosofia Rémi Brague, in occasione del conferimento di un dottorato honoris causa dalla Pontificia università Giovanni Paolo II di Cracovia, l’11 Gennaio 2018.


In quell’occasione Brague tenne una lectio magistralis in francese dal titolo: “Qu’est - ce que l’Europe peut faire avec le Christianisme?” ( testo tradotto in italiano su www.tempi.it), Brague sostiene che Europa è cristianesimo e nell’Occidente che ha dimenticato le proprie radici l’annuncio cristiano non pretende di apportare alla cultura nuovi contenuti, ma di fornire una nuova e più grande prospettiva.


E’ questo un tema che acquisterà una più forte valenza quando affronteremo la questione del ruolo del turbo capitalismo finanziario dominante in Europa e nel mondo e il cui più serio antidoto culturale è proprio rappresentato dagli orientamenti pastorali indicati dalla dottrina sociale della Chiesa dalla “Centesimus Annus” di  Papa Giovanni Paolo II, alla “Caritas in veritate” di Papa Benedetto XVI, alla “Evangelii Gaudium” e “Laudato Si” di Papa Francesco.


Il contributo più importante e completo sulla situazione socio culturale dell’Europa è, in ogni caso,  quello offertoci dal 9° Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo, dedicato al tema specifico: Europa: la fine delle illusioni.


Stefano Fontana, curatore con Mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, del Rapporto dell’Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân  sulla dottrina sociale della Chiesa, edito da Cantagalli, sintetizza i contenuti di quel rapporto con la newsletter n.878 del 27 Marzo 2018 che  riportiamo integralmente:


   

Quale futuro per l’Europa?

Radici cristiane e relativismo radicale, popoli e politiche dell’Unione.

 


Scrive Stefano  Fontana:


Il nostro Rapporto sull’Europa esprime un giudizio piuttosto severo sul processo di Unificazione e sull’attuale impostazione dell’Unione Europea fino al punto da considerarla, per alcuni suoi aspetti un progetto fallito, come dice il titolo del Rapporto, e addirittura un pericolo. Sappiamo bene che una simile valutazione diverge rispetto a quanto si sente dire in ecclesialese come pure in linguaggio politichese, ossia che ci vuole più Europa. Sappiamo anche che oggi i critici dell’Unione Europea sono accusati di populismo identitario. Tuttavia  abbiamo ugualmente mosso apertamente le nostre critiche. Il cardinale Angelo Bagnasco, intervenendo alla presentazione del Rapporto a Roma, lo ha definito un atto di amore per l’Europa. Lo è certamente verso l’Europa, non però verso l’Unione Europea. Alla fine della sintesi introduttiva del Rapporto, firmato oltre che da me anche dagli altri direttori dei sei Centri di ricerca che hanno contribuito alla stesura dello stesso tra i quali il Centro Studi Livatino, si trova scritto che un aiuto all’Europa verrà in futuro proprio da coloro che oggi criticano, anche duramente, l’attuale situazione dell’Unione Europea. 


Errori nel progetto originario


La radicalità della nostra valutazione è data anche dal fatto che secondo noi gli errori di impostazione sono addebitabili anche al progetto originario e non solo a successivi eventuali intoppi o deviazioni. All’origine erano presenti due progetti, il primo impostato secondo i principi della Dottrina sociale della Chiesa, il secondo impostato secondo il Manifesto di Ventotene. Bisogna riconoscere che ad imporsi è stato quest’ultimo, mentre il processo di unificazione si allontanava progressivamente dal primo di pari passo con la secolarizzazione della società europea. Il Manifesto di Ventotene concepiva il processo di unificazione come un percorso rivoluzionario, socialista, condotto non dai popoli né attraverso i popoli bensì da un’avanguardia di intellettuali e politici che lo avrebbero imposto dall’alto. Si trattava di un progetto di tipo illuminista, giacobino e, fatte le debite distinzioni, leninista. Esso comportava l’idea di riplasmare il popolo europeo e, secondo l’impostazione rousseauiana,. di dargli un’altra natura. Lo schema era il medesimo del liberalismo massonico italiano che, una volta fatta l’Italia, volle impegnarsi dall’alto a fare, o meglio a rifare, gli italiani. Del resto solo in questo spirito – come vedremo anche in seguito – si può comprendere l’impegno ideologico delle istituzioni europee e la nascita addirittura di una ideologia europeista. L’europeismo oggi è una ideologia che demonizza chi la contraddice accusandolo di populismo. Il Manifesto di Ventotene diceva come doveva essere fatta l’Unione Europea e ne stabiliva i contenuti culturali, identificandoli con quelli dell’ideologia che conciliava Gramsci con Gobetti, il socialismo con il liberalismo, lo statalismo per quanto riguarda i bisogni pubblici e l’individualismo amorale per quanto riguarda la vita privata. In altri termini era il progetto della società radicale o, per dirla con Augusto Del Noce di una società irreligiosa e opulenta.


L’occasione mancata

Nel nostro Rapporto evidenziamo come ci sia stato un momento nella storia dell’Unione Europea in qui questo schema poteva essere messo in discussione. Ci riferiamo al 1989 e al 1991, ossia al crollo del comunismo nell’Europa orientale. Ciò, come si sa, fu interpretato come la necessità di procedere verso l’Unione politica con il trattato di Maastricht (1992), ma poteva essere anche interpretato in altro modo, come insistentemente chiedeva Giovanni Paolo II. La richiesta di inserire nella costituzione europea il riferimento a Dio non era una richiesta integralista, ma intendeva ricondurre le riflessioni sull’Europa alle loro autentiche fonti affinché essa potesse ritrovare la propria strada. L’Unione si sarebbe allontanata dall’Europa, mentre Giovanni Paolo II voleva che il processo di unificazione fosse a servizio dell’Europa, dall’Atlantico agli Urali. Per far questo essa doveva ricollegarsi con le sue origini cristiane, ma la strada intrapresa fu altra e gli interventi insistenti di Giovanni Paolo II furono disattesi.

Imperi e Stato moderno

L’Unione Europea trovava nella storia dell’Europa due modelli a cui rifarsi: il modello dell’Impero e il modello dello Stato moderno. Il modello dell’Impero era un sapiente equilibrio sedimentato nella storia tra centro e periferia, tra reductio ad unum e coexistentia membrorum, tra identità e pluralità. Le nazioni e i popoli venivano valorizzati e nello stesso tempo unificati dalla comune religione e dalla funzione imperiale. L’epoca degli imperi finì con la conclusione della prima guerra mondiale e con essi sparì dall’Europa anche la funzione pubblica della religione. L’altro modello era quello dello Stato moderno, assoluto e accentrato, che sacrifica la coexistentia membrorum sotto la reductio ad unum. È il moderno Leviatano che, come scriveva Carl Schmitt commentando Hobbes, era Uomo, Dio, animale e macchina nello stesso tempo. L’Unione Europea non è diventata un Super Stato dal punto di vista formale, ma ha assunto molti aspetti e funzioni tipiche del Leviatano. E’ diventata una enorme macchina di burocrati e funzionari omogenei tra loro e che condividono la stessa ideologia europeista che alla fine si riduce a due soli elementi: la democrazia formale e la libertà vuota di contenuti.

Una costruzione artificiale


Bisogna riflettere sull’artificialità della costruzione dell’Unione Europea. Il Leviatano di Hobbes è una costruzione artificiale, senza rapporti con la natura sociale dell’uomo e senza alcun debito verso uno stato di natura che ne limiterebbe la potenza assoluta. L’Unione Europea, pur dicendosi a servizio delle nazioni e dei popoli, in realtà è una costruzione artificiale di trattati, gestiti da una classe artificiale di burocrati, e con una cultura artificiale essa stessa priva di alcun legame con la legge morale naturale. Lo prova il fatto che dalle istituzioni europee arrivano ormai sistematicamente agli Stati membri pressioni indebite perché essi approvino leggi contrarie alla vita e alla famiglia, ossia contro i dettami della legge morale naturale, con cui l’Unione Europea ha tagliato i ponti. I cosiddetti “nuovi diritti” sono sostenuti dalla cultura dell’Unione europea, sono al centro di molte raccomandazioni del Parlamento europeo, sono difesi dalle Corti di giustizia europee sicché il cittadino che ad esse ricorre contro il proprio ordinamento giuridico statale in tema di diritto alla vita, per esempio, non trova adeguata difesa. Nella fase propedeutica all’ammissione all’Unione, agli Stati richiedenti viene posta la condizione di attuare una legislazione sui nuovi diritti, in assenza della quale lo Stato darebbe prova di discriminazione.


L’opposizione al diritto naturale

Su questo tema dei diritti umani c’è nell’Unione una lotta trasversale sia all’interno dei singoli Stati sia tra Stati. Su questo terreno i Paesi dell’Unione sono molto divisi, tra loro e al loro interno. Le organizzazioni della società civile che difendono il diritto alla vita e la famiglia tra uomo e donna si contrappongono ai gruppi progressisti che invece vogliono estendere i nuovi diritti all’autodeterminazione individuale al di là di ogni regola morale e giuridica. Le istituzioni europee solitamente stanno dalla parte di questi ultimi, ma non riescono ad evitare il conflitto sociale e politico su questi temi. E la parte che difende il diritto naturale sente che le istituzioni europee le sono nemiche, aumentando così la disaffezione nei loro confronti. Quando gli Stati Uniti di Trump hanno eliminato i finanziamenti internazionali alle organizzazioni che provocano l’aborto di massa, l’Unione europea li ha in parte sostituiti aumentando il budget a ciò finalizzato e diventando così la prima finanziatrice al mondo. La contesa interna ai Paesi c’è ormai anche tra Paesi e Paesi. Molti Stati dell’est europeo hanno blindato in costituzione la famiglia naturale, oppure la negazione del riconoscimento pubblico dell’omosessualità o il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale. Questi Paesi sono entrati in conflitto ideologico con le istituzioni europee, che li hanno osteggiati. L’antropologia diventa sempre di più terreno di divisione europea. La tendenza dell’Unione è di uniformare, ma alcuni Paesi ormai reagiscono contro l’appiattimento. I quattro Paesi di Visegrad – Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria – rivendicano la propria identità culturale, religiosa ed etica dall’appiattimento ideologico europeo.

Culture e popoli

Proprio su questo terreno della identità culturale e religiosa dei popoli europei si notano i maggiori sintomi del deficit nel processo di unificazione. Il nesso tra popolo e cultura è fondamentale. Se è indubitabile che esista una cultura europea, anche se è poi difficile precisarla data la notevole quantità delle sue componenti, è altrettanto indubitabile che essa nasce dalle culture dei singoli popoli che non assorbe in sé appiattendole. La cultura, ci ha insegnato Giovanni Paolo II, è una strada verso la natura umana, la quale trascende tutte le culture, le relativizza e ne permette una valutazione etica. I popoli cercano di realizzare la comune natura umana secondo vari percorsi, le culture appunto. Esse non sono autoreferenziali, valgono in quanto svelano l’uomo quale esso è e si mettono al suo servizio. E’ per questo che nelle culture si possono insinuare anche elementi negativi, quando esse non rispettano l’uomo e proprio la natura umana svolge in questi casi il ruolo di criterio di giudizio e di valutazione morale della cultura stessa. Tolto il concetto di natura umana, la cultura viene stabilita convenzionalmente a tavolino da parte dei poteri forti. L’Europa è sempre stata un incrocio di culture e di popoli, incrocio reso possibile dal comune riferimento alla natura umana, riferimento garantito dalla religione cristiana. E’ infatti impareggiabile la visione della persona umana nata in Europa, trasmessa poi all’Occidente non come espressione di una cultura di parte ma come conquista universale. Ma oggi in Europa avviene proprio questo: ci si è congedati dalla natura umana e, quindi anche dalle culture dei popoli e delle nazioni che si vorrebbe uniformare e amalgamare artificialmente come dentro un tritacarne. Stanno nascendo nel nostro continente nuove rivendicazioni del diritto alla propria  identità culturale e spesso questo viene rivendicato in polemica con le istituzione europee.

 


Il posto di Dio nella pubblica piazza


Ma la cultura è anche altro. Giovanni Paolo II ci ha anche insegnato che essa nasce sempre dalla domanda fondamentale dell’uomo riguardo a Dio. Tutte le culture hanno sempre avuto un’origine religiosa. Solo la cultura moderna e illuminista, come ha anche insegnato Benedetto XVI, nasce invece senza Dio o contro Dio. In Europa è nata la prima cultura antireligiosa al mondo, una sistematica espulsione di Dio dalla pubblica piazza, che poi si è estesa oltre i confini europei. L’espulsione di Dio dalla sfera pubblica ha prodotto proprio in Europa i totalitarismi. Lo Stato ideologico è nato in Europa con la Rivoluzione francese, proprio per l’espulsione di Dio dalla vita pubblica e poi è continuato in altre forme, anche più devastanti. La domanda è questa: negando Dio dalla pubblica piazza, anche l’Unione Europea è un potere ideologico? E’ inevitabile che senza Dio le culture si inaridiscano e si avvitino su se stesse, perdendo di vista anche altri valori umani e laici, in un processo di dissoluzione o, come direbbe Carl Schmitt, di disperazione. Lo stesso Schmitt e lo storico Ernest Nolte hanno sostenuto che la nascita dello Stato ideologico in Europa ha sempre prodotto guerre civili. Quella  della Francia rivoluzionaria, quella dentro la Germania nella repubblica di Weimar dopo la sconfitta della prima guerra mondiale, la stessa prima guerra mondiale, quella del nazismo contro gli ebrei, quella italiana dopo il 25 luglio, quella nella Russia sovietica dopo la rivoluzione d’ottobre … guerre civili. Oggi si dice che con il percorso di unificazione europea il continente ha avuto la pace. In parte è vero. Se però dimentichiamo la Bosnia e il Kosovo della metà degli anni Novanta e se oggi dimentichiamo Crimea e Ucraina. A caratterizzare lo Stato ideologico è, secondo Nolte, la presunzione di colpevolezza … contro l’ebreo o contro il borghese capitalista. Anche oggi in Europa c’è una presunzione di colpevolezza ideologica: quella contro i bambini non ancora nati, fronte su cui le istituzioni europee sono molto impegnate.



Il bene comune e la sussidiarietà


 Se esaminiamo la costruzione dell’Unione Europea e la sua attuale situazione, possiamo riscontrare che sui principi fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa le carenze sono piuttosto gravi. In particolare sui due principi fondamentali del bene comune e della sussidiarietà la distanza si fa notare.


La visione del bene comune della Dottrina sociale della Chiesa ha due aspetti oggi completamente disattesi in Europa. Il primo è che esso è dietro di noi prima che davanti a noi. Ne fa parte l’ordine naturale in cui siamo inseriti e l’ordine storico della tradizione da cui riceviamo i principi e i valori. Il bene comune è un ordine etico e non materiale. Esso può esserci anche in una situazione di povertà quando non si fa violenza all’ordine naturale delle cose. L’ideologia europeista, invece, si fonda sull’idea che ciò che viene dalle istituzioni europee sia il bene e che non ci siano ordini oggettivi da rispettare. Il secondo è il suo carattere verticale: il primo bene comune è Dio, sul quale si fonda ultimamente la stessa legittimazione dell’autorità. L’Unione Europea si è messa invece sulla strada di una secolarizzazione religiosa molto accentuata fondata sull’indifferenza alle verità delle religioni che sono considerate tutte uguali e tutte diverse e nessuna degna di godere di un particolare ruolo pubblico.


Poi c’è il principio di sussidiarietà. Il trattato di Maastricht lo contempla, ma anche lo deforma, interpretandolo in senso unicamente funzionalistico e strumentale. Quel principio ha senso solo in un sistema di ordine sociale e morale nel  quale le società inferiori devono essere messe in grado di agire liberamente per poter assolvere ai propri doveri oggettivi. Senza di questo il principio diventa solo una rivendicazione di spazi per esercitare presunti diritti individuali non ancorati a dei doveri. Prevalgono le due visioni errate di sussidiarietà: quella che la considera una elargizione dello Stato sovrano alle società inferiori e quello che la considera una rivendicazione libertaria e anarchica delle società inferiori stesse. In ambedue i casi esso è disancorato da un ordine sociale e politico oggettivo.



Il problema politico dell’Islam


Vorrei terminare questa breve rassegna sull’Unione Europea dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa accennando al fatto che non c’è una visione politica del problema dell’Islam, che rappresenta un problema politico. In molti Stati europei si sono già presentati alle elezioni partiti islamici. Come ha scritto il filosofo Remi Brague quando si importano musulmani non si importa una religione si importa una civiltà. Ora, nell’Islam: non esiste il concetto di diritto naturale, l’etica coincide con quanto è permesso o vietato religiosamente, la rivelazione divina possiede immediatamente anche un significato giuridico, la comunità prevale sull’individuo, non esiste il concetto di persona così come elaborato nell’occidente cristiano, la donna è antropologicamente inferiore all’uomo e ciò è frutto di rivelazione, obbedire a Maometto equivale ad obbedire ad Allah perché il Corano scritto è perfettamente conforme al Corano eterno, la comunità musulmana ha una superiorità antropologica su tutti gli altri e si espande per conquista. Nell’Unione Europea non c’è una politica sull’Islam e non si tiene conto di questo elemento: l’Islam non è solo una religione. La vuota laicità europea è incapace di rispondere all’Islam.



 Del problema politico dell’Islam in Europa e delle sue possibili conseguenze  tratteremo nel prossimo articolo. Intanto assumiamo le indicazioni del 9° Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo, come il vademecum di riferimento dei cattolici italiani ed europei e dei cittadini dell’Europa ispirati dai valori dell’umanesimo cristiano;  come uno strumento di riferimento essenziale per le  politiche da proporre e le scelte da compiere al voto europeo del maggio 2019.


 


La redazione di “ Insieme” (www.insiemeweb.net)


 


Venezia 21 aprile 2018 - Megatrends demografici in Europa e nel mondo

L'Unione europea (UE) è un'organizzazione internazionalepolitica ed economica a carattere sovranazionale, che comprende 27 paesi membri indipendenti e democratici (erano 28 prima dell’uscita del Regno Unito a seguito della Brexit). La sua formazione sotto il nome attuale risale al trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 (entrato in vigore il 1º novembre 1993), al quale gli stati aderenti sono giunti dopo un lungo percorso intrapreso dalle Comunità europee precedentemente esistenti e attraverso la stipulazione di numerosi trattati, che hanno contribuito al processo di integrazione europea.


Con oltre 500 milioni di cittadini l’Unione europea è uno dei grandi players sul piano economico, industriale e commerciale a livello planetario.


Per esaminare le questioni più rilevanti che attengono alle politiche europee, sia dal punto di vista istituzionale, che su quello economico, finanziario  e sociale, è indispensabile analizzare i megatrends, ossia “le grandi tendenze della società che creano discontinuità significative a livello di massa critica e che influenzano profondamente il contesto in in cui l'uomo vive e/o lavora, interpreta e gestisce il proprio tempo libero".

Il tema dell’immigrazione, che costituisce uno dei nodi essenziali della politica europea, è strettamente legato a quello della demografia che può essere così riassunto ( cito i dati di Marco Nicolini nel suo “ la storia del futuro”- la freccia della storia: dove diavolo sta andando la storia?”):


 “ Oggi gli africani sono 1.2MLD nel 2050 saranno 2.4MLD: intrapolazione lineare della popolazione dal 2020 al 2050  con y=((2.4-1.2)/4*x+1.2)*1000 dati in Milioni di abitanti, per decadi X=0,1,2,3,4, si assume quanto segue: nel 2020s x=1 gli africani siano 1.5MLD, nel 2030 x=2 siano 1.8MLD, nel 2040 x=3 siano 2.1MLD, nel 2050 x=4 siano 2.4MLD


Popolazione Europa oggi 500MLN nel 2050 706MLN: intrapolazione lineare della popolazione dal 2020 al 2050 con y=((706-500)/4*x+500) dati in Milioni di abitanti, per decadi X=0,1,2,3,4 si assume quanto segue: nel 2020 x=1 gli europei siano 551.5 Milioni, nel 2030 gli europei siano 603Milioni, nel 2040 gli europei siano 654.5 Milioni, nel 2050 gli europei siano 706 Milioni.


Nel decennio 2020 gli africani sono stimati a 1.5 MLD e gli Europei in 551.5 Mln, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 6.3%-14% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 94 Milioni – 210 Milioni. Se dal Nord Est Africa iniziasse un trasferimento (business Africa Ferries o Gateway umanitari) con l'attuale legge italiana che concede la cittadinanza dopo 10 anni, in media nel decennio 2020 diverrebbero italiani tra 9.4-21Milioni d'africani. Sarebbero aspersi in Europa dalla via Greco-Italica circa 84.4 Milioni-189 Milioni d'africani.


Nel decennio 2030 gli africani sono stimati a 1.8 MLD e gli Europei in 603 Milioni, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 12.5%-26% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 225 Milioni – 468 Milioni. Se dal Nord Est africa iniziasse un trasferimento (business Africa Ferries o Gateway umanitari) con l'attuale legge italiana che concede la cittadinanza dopo 10 anni, in media nel decennio 2030 s diverrebbero italiani tra 22.5-46.8 Milioni di persone (oltre la metà dell'attuale popolazione italiana). Sarebbero aspersi in Europa dalla via Greco-Italica circa 202-421 Milioni d'africani.


Nel decennio 2040 gli africani sono stimati a 2.1 MLD e gli Europei in 654.5 Milioni, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 25%-38% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 525-798 Milioni di persone.


Nel decennio 2050 gli africani sono stimati a 2.4 MLD e gli Europei 706Milioni di persone, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere il 50% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 1.2 MILIARDI.


Sono cifre impressionanti che denotano, da un lato, il declino demografico inarrestabile del nostro continente e, dall’altro, la presenza di una spinta migratoria di dimensioni mai conosciute nella storia dell’umanità, considerando che, oltre all’immigrazione dal continente africano deve essere valutata anche quella proveniente dal medio oriente devastato da sanguinose guerre e dall’estremo oriente ( Cina, Bangladesh, e altri Paesi).


Non possiamo che condividere le conclusioni di Marco Nicolini secondo cui:

“ Non ci vuole un genio per comprendere che già nel primo decennio 2020 la tensione tra Europa ed Africa potrebbe diventare critica.

Non ci vuole un genio per comprendere che già dal decennio 2030 esisteranno severe ripercussioni sugli equilibri geopolitici del Nord Est Africa, specie se le propensioni alla migrazione in Africa saranno così alte ed incentivate dall'Europa e dall'Italia”.

E non ci vuole nemmeno un genio a comprendere che, senza un profondo cambiamento culturale in Europa e di strategia politica per l’Africa finalizzata al suo sviluppo, non esistono politiche dei muri atte a contenere e tanto meno a evitare la fine dell’attuale condizione antropologica dell’Europa.

Ad ottobre 2017 la popolazione mondiale ha raggiunto la soglia di 7,5 miliardi di persone; in Asia vive poco più del 60% della popolazione mondiale, in Africa il 14,5%, in America il 13,6%, in Europa poco meno del 11%, mentre il resto risiede in Oceania (0,5%).

Crescita demografica dal 1960 al 2010

  • Europa da 605 milioni a 733 milioni di persone
  • America settentrionale da 199 milioni a 344 milioni di persone
  • America meridionale da 217 milioni a 580 milioni di persone
  • Africa da 282 milioni a 1007 milioni di persone
  • Asia da 1793 milioni a 4251 milioni di persone
  • Oceania da 16 milioni a 34 milioni di persone

fonte: Nazioni unite


Le cause di questa crescita esponenziale sono dovute essenzialmente a fattori di ordine demografico, come la diminuzione dei tassi di mortalità e l’aumento della speranza di vita della popolazione.  Esse sono a loro volta generate soprattutto dal miglioramento delle condizioni dell’igiene, della sanità e del tenore di vita quotidiano. In altre parole, gli abitanti della terra sono sempre più numerosi e, soprattutto, vivono più a lungo.

I dati sono due: demografia e sviluppo economico. E di questi oggi si sente molto parlare: si sente parlare di sviluppo sostenibile, sia dal lato economico che ecologico, si sente parlare della crescita della povertà e della crescita della popolazione. Entrambi, sia demografia che sviluppo economico sono aspetti della crescita: sono fondamentali e fra loro legati. Così se in una data regione non cresce né la popolazione né l'economia questo rappresenta un segnale della difficoltà di sviluppo della regione stessa.

Quello di cui si tratterà in questo articolo è l'approccio negli ultimi decenni verso la crescita demografica in relazione allo sviluppo economico.

Quando nel 1798 Thomas Malthus pubblica la prima edizione del suo "Saggio sui principi della popolazione", l'autore fa una previsione estrema: la crescita della popolazione porterà a un eccesso della domanda mondiale di cibo rispetto all'offerta mondiale di risorse alimentari entro la fine del diciannovesimo secolo. Come sappiamo, la previsione non fu certamente “azzeccata”, ma l'impatto del saggio fu tale da dare l'avvio ai dibattiti sulla sostenibilità della crescita: sostenibilità, da un lato della crescita economica e dall'altro della crescita della popolazione in  relazione alla scarsità delle risorse disponibili.

In concreto ciò che si è osservato nel rapporto tra crescita demografica e sviluppo economico – prendendo ad esempio i principali paesi industrializzati di oggi – è che lo sviluppo economico avvenuto tra Ottocento e Novecento ha avuto un riflesso negativo sulla crescita demografica. L'industrializzazione ha travolto quello che oggi è il mondo sviluppato: infatti la fertilità è scesa drasticamente, prima in Francia, poi in Gran Bretagna, poi in tutta l'Europa e in America. Ai giorni nostri i paesi poveri stanno attraversando la stessa transizione demografica di quelli ricchi, ma a ritmi molto superiori. Ad esempio, il passaggio da un numero medio di figli per donna (chiamato Tasso di Fertilità) pari a cinque a quello di due, richiese 130 anni in Gran Bretagna (1800-1930), ma appena 20 anni (1965-1985) in Corea del Sud. Molte madri nei paesi in via di sviluppo oggi hanno o avranno mediamente tre figli. La formula sembra essere questa: quanto più una popolazione è ricca, tanto più le famiglie diventano piccole e tanto più le famiglie si riducono tanto più una popolazione è ricca.

Ora qualcosa di simile sta accadendo nei paesi in via di sviluppo. Tanto più la fertilità è in calo, tanto più le famiglie stanno riducendo il numero di membri del loro nucleo in luoghi come il Brasile o l'Indonesia ma anche in alcune zone dell'India. Inoltre, il tasso di fertilità mondiale è 2,56, ma esistono almeno due velocità: la metà della popolazione (quella residente nelle zone più sviluppate) è ora a 2,1 o anche meno. Va considerato  che 2 è un livello di tasso cruciale in quanto ad esso corrisponde una crescita zero, cioè si mantiene la popolazione costante. Di solito questo tasso è chiamato "tasso di fecondità di sostituzione della popolazione" oppure “soglia di rimpiazzo”.

Tra il 2020 e il 2050 il tasso di fertilità totale mondiale scenderà, secondo le proiezioni, al di sotto del tasso mondiale di sostituzione; sicché si avrebbe un calo della popolazione.

Proprio mentre risorgono le preoccupazioni malthusiane e si temono le conseguenze di un pianeta sovraffollato, questi dati rilevano una tendenza alla stabilizzazione. Il declino della fertilità è sorprendente ma in qualche modo (per i più pessimisti) rassicurante. Ciò significa che le ripercussioni riguardanti un'esplosione demografica potrebbero essere mitigate.

Resta intatto, tuttavia, il diverso andamento demografico tra Europa e Africa e tra Europa e Asia con l’Europa avviata a un rapidissimo declino e in una certa profonda mutazione antropologica. Le ragioni di tale declino vanno ricercate, non solo nella verificata correlazione negativa tra crescita della popolazione e incremento del PIL (correlazione non condivisa in maniera univoca a livello scientifico) ma anche e soprattutto  in quelle di carattere culturale e etico sociali proprie dell’Occidente che ha abbandonato i suoi valori fondanti nel secolarismo dominante e con la fede cristiana confinata alle singole coscienze di minoranze sempre più silenti e disorganizzate.

Tema quest’ultimo assai caro alla cultura cattolica che approfondiremo nel prossimo articolo  dedicato al rapporto tra Europa e cristianesimo che è il tema del 9° rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo: Europa: la fine delle illusioni. Dell’Osservatorio Internazionale card.Van Thuân, a cura di Mons Giampaolo Crepaldi e Stefano Fontana,  edito da Cantagalli.

 

La redazione di Insieme (www.insiemeweb.net)

 




13.04.2018  Come ci prepariamo alle prossime elezioni europee

Le prossime elezioni europee si terranno dal 23 al 26 Maggio 2019 in tutti i Paesi dell’Unione europea.  La redazione di INSIEME intende prepararsi a quel voto aprendo un dibattito sui temi dell’Europa a 61 anni dalla firma del Trattato di Roma (25 Marzo 1957) in una situazione del Continente profondamente cambiata da allora.

Intendiamo aprire una tribuna nella quale, ci auguriamo, che molti dei nostri amici e lettori vorranno intervenire con le loro critiche, indicazioni e proposte. Sarà un modo diverso per prepararci al voto europeo e anche una possibilità di offrire agli elettori e ai candidati elementi utili, ai primi per scegliere con cognizione di causa partiti e persone da eleggere e, ai secondi, indicazioni e proposte  per il loro lavoro, se eletti.

 

Per ottenere tutte le informazioni sul Parlamento europeo basta collegarsi al sito:www.europarl.europa.eu, mentre una sintesi dei compiti e funzioni del Parlamento europeo è ben descritta nel sito: http://www.europarl.europa.eu/pdf/divers/IT_EP%20brochure.pdf .

 

Dalla lettura di questo documento, nel sito sopra riportato, i cittadini europei possono avere un’informazione precisa sul funzionamento del parlamento europeo e delle principali istituzione dell’Unione.

Ciò che si agita in Europa, dopo le elezioni in Francia, Germania e Italia e dopo quelle a suo tempo tenutesi in Olanda, Spagna e più recentemente in Ungheria, e la scelta di uscita del Regno Unito dalla UE, è la rappresentazione di un malessere diffuso che attraversa, con modalità ed equilibri politici diversi, tutta l’Europa. Un’Europa che vive, come il resto del mondo, la nuova situazione epocale della globalizzazione, nella quale è intervenuto il superamento del principio caro al prof Zamagni, del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), ossia non è più la politica che detta i fini, ma è la finanza che fissa obiettivi e regole subordinando ad essi, economia reale e la politica, All’etica tradizionale subentra quella degli edge funds caucasici  (kazari) speculativi  con sede legale nella city of London e sede fiscale nel Delaware, che dominano la BCE e tutte le principali banche nazionali, subordinando ai loro interessi l’ economia reale e le politiche europee e nazionali.

Da parte nostra cercheremo di analizzare il caso Europa dalla nostra visuale di cattolici impegnati nella politica, utilizzando  come bussola di orientamento il recente rigoroso "Nono rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo" dell’Osservatorio Internazionale Card Van Thuân, redatto a  a cura di Mons Giampaolo Crepaldi e Stefano Fontana. Il 9° rapporto ha  come tema L’ Europa: La Fine delle illusioni- edizione  Cantagalli –Ottobre 2017

Lo faremo con la prossima nota, esaminando, innanzi tutto,  i megatrends europei: demografici, strutturali e culturali.

Ci auguriamo che questa nostra indagine sullo stato dell’arte della politica europea possa risultare interessante per i nostri lettori.

 

La redazione di Insieme

 

 


 
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