Dell'immigrazione
Postato da admin [25/07/2018 23:01]


La redazione di Insieme in preparazione delle elezioni europee del 23-26 Maggio 2019 ha avviato una tribuna per i lettori nella quale saranno presentati una serie di articoli sui quali i nostri lettori possono intervenire con osservazioni, indicazioni e proposte. Dopo il primo articolo sul tema:” Come ci prepariamo alle prossime elezioni europee", editiamo il secondo articolo sul tema: "Megatrends demografici in Europa e nel mondo”.. Poi il

terzo articolo esamina i “ Megatrends etici, culturali e religiosi dell’Europa” e poi il quarto articolo esamina  "Europa e Islam"... Poi il quinto articolo esamina "L'unione europea alla prova dei nuovi equilibri internazionali"... Poi il sesto articolo esamina "Sovranità nazionale e sovranità europea"' . … Poi il settimo articolo "Sovranità monetaria e sovranità nazionale".... Poi ottavo articolo "I temi principali dell'agenda dell'Unione europea" .  Poi il nono "Dell'immigrazione"

Buona lettura, ricordando che la nostra tribuna è aperta ai vostri eventuali interventi.


Venezia 20 luglio 2018   Dell'immigrazione

Da quanto evidenziato nel capitolo secondo sui megatrends demografici in Europa  il tema dei flussi migratori verso l’Europa risulta essere tra i più rilevanti, se non il principale, causa determinante dello svilupparsi dei “sovranismi” e delle chiusure  nazionalistiche che, in taluni casi, assumono i caratteri di una vera e proprio xenofobia. 


Se come già citati nel capitolo secondo: “ Oggi gli africani sono 1,2 MLD nel 2015 saranno 2,4 MLD: intrapolazione lineare della popolazione dal 2020 al 2050  con y=(2.4-1.2)/4*x+1.2)*1000 dati in Milioni di abitanti, per decadi X=0,1,2,3,4, si assume quanto segue: nel 2020s x=1 gli africani siano 1.5MLD, nel 2030 x=2 siano 1.8MLD, nel 2040 x=3 siano 2.1MLD, nel 2050 x=4 siano 2.4MLD


  Popolazione Europa oggi 500 MLN nel 2050, 706 MLN : intrapolazione lineare della popolazione dal 2020 al 2050 con y=(706-500)/4*x+500) dati in Milioni di abitanti, per decadi X=0,1,2,3,4 si assume quanto segue: nel 2020 x=1 gli europei siano 551.5 Milioni, nel 2030 gli europei siano 603 Milioni, nel 2040 gli europei siano 654.5 Milioni, nel 2050 gli europei siano 706 Milioni.  


Nel decennio 2020 gli africani sono stimati a 1.5 MLD e gli Europei in 551.5 Mln, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 6.3%-14% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 94 milioni-210 milioni.. Se dal Nord Est Africa iniziasse un trasferimento (business Africa Ferries o Gateway umanitari) con l'attuale legge italiana che concede la cittadinanza dopo 10 anni, in media nel decennio 2020 diverrebbero italiani tra 9.4-21 Milioni d'africani. Sarebbero aspersi in Europa dalla via Greco-Italica circa 84.4 Milioni-189 Milioni d'africani. 


Nel decennio 2030 gli africani sono stimati a 1.8 MLD e gli Europei in 603 Milioni, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 12.5%-26% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 225 milioni-468 milioni. Se dal Nord Est africa iniziasse un trasferimento (business Africa Ferries o Gateway umanitari) con l'attuale legge italiana che concede la cittadinanza dopo 10 anni, in media nel decennio 2030 s diverrebbero italiani tra 22.5-46.8 Milioni di persone (oltre la metà dell'attuale popolazione italiana). Sarebbero aspersi in Europa dalla via Greco-Italica circa 202-421 Milioni d'africani. 


Nel decennio 2040 gli africani sono stimati a 2.1 MLD e gli Europei in 654.5 Milioni, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 25%-38% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 525-798 milioni di persone.

Nel decennio 2050 gli africani sono stimati a 2.4 MLD e gli Europei 706Milioni di persone, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere il 50% della popolazione,  con una pressione demografica potenziale di 1,2 miliardi

E’ evidente che ci troviamo di fronte a un fenomeno che ha assunto e potrà assumere dimensioni impressionanti destinate a incidere profondamente sugli equilibri geo politici ed economici tra Europa, Africa e il resto del mondo.

E’ altrettanto evidente che nessuna politica che si limitasse, come da qualche partito e dall’attuale governo si  propone, a innalzare barriere, blocchi navali, respingimenti , sarebbe in grado di ostacolare e annullare la spinta di milioni di giovani, affamati e prolifici se non si attiveranno strategie di sviluppo sul grande continente africano.

Che fare allora e quali proposte concrete noi Popolari possiamo avanzare all’interno del PPE e  nel prossimo Parlamento europeo ?

Il Dr Natale Forlani, già dirigente CISL e componente del direttivo dell’associazione “Costruire Insieme”(@costruireinsieme1) ha presentato un’organica proposta che è stata condivisa e che, a nostro parere, potrebbe essere assunta quale strategia possibile per i Popolari europei.

Riportiamo integralmente il testo della stessa così denominata: “ Per una comunità sicura e accogliente”. Essa potrebbe rappresentare il “ Manifesto per una buona politica per l’immigrazione”:

LA NOSTRA NAZIONE   E’ DIVENTATA UN  GRANDE PAESE DI ACCOGLIENZA DEGLI                IMMIGRATI

Nel corso dei venti anni recenti l’Italia , superando  i  5 mln di immigrati residenti , è diventato il terzo paese per numero di cittadini di origine straniera accolti nell’ambito delle nazioni aderenti alla Unione Europea.

Una popolazione composita , distribuita su numerosissime comunità di origine con caratteristiche eterogenee  per estrazione : linguistica , culturale e religiosa .  Frutto  di una crescita rapida ,  concentrata soprattutto negli anni 2000 , e che si sta incrementando anche  in ragione  del consolidamento territoriale delle singole comunità di origine,   e dei nuclei familiari di appartenenza , e per effetto di una forte natalità e delle  ricongiunzioni familiari .

NEL MERCATO DEL LAVORO ITALIANO

Gli immigrati rappresentano circa il 12% della popolazione attiva , l’ 11% di quella occupata  , il 15% di quella in cerca di lavoro .

 Sono in larghissima parte ,  circa il 90%,  lavoratori  dipendenti   impiegati in lavori manuali ed esecutivi , territorialmente concentrati nel nord e  nel centro Italia , con un peso rilevante  nel lavoro domestico , nelle costruzioni ,  nell’agricoltura  e assai  significativo nell’industria manifatturiera  nei settori  alberghiero e della ristorazione  ,   nelle fasce più giovani della popolazione attiva , con una particolare incidenza in quella degli  under 30.

La crescita della occupazione immigrata , che ha superato la cifra dei 2,4 milioni di unità lavorative ( distinte in circa 1,6 mln di extracomunitari  e 800 ml comunitari ) è stata costante anche durante gli  anni della crisi economica  compensando , in modo significativo , la rilevante perdita di occupati italiani.

Secondo le stime dell’ Istat,  tra il 2007 e il 2014  , a fronte di una diminuzione  di circa 1,5 mln di occupati autoctoni , il numero degli immigrati occupati si è incrementato di oltre 850 ml unità. Un fortissimo contributo alla crescita dell’occupazione immigrata è stato offerto dalla libera circolazione dei lavoratori neo comunitari, in particolare quella per i lavoratori rumeni , e dall ‘aumento dell’occupazione femminile nel settore dei servizi per le famiglie. 

Nel contempo è aumentato  sensibilmente anche  il numero degli immigrati in cerca di lavoro , che ha raggiunto il picco delle 450ml unità , e quello delle persone inattive , attualmente stimate in 1,2 mln di persone  come conseguenza  del  rilevante incremento della popolazione residente ( circa il 40% ) , e di quella in età di lavoro, nel periodo preso in considerazione ,  per effetto di nuove nascite e di ricongiunzioni familiari  e per via del contributo significativo offerto dall’incremento dei cittadini neo comunitari favoriti dal regime di libera circolazione .

La crescita concomitante dell’ occupazione , della disoccupazione e della inattività degli immigrati in Italia , rappresenta un caso unico nel panorama dei grandi paesi di accoglienza europei. Come diretta conseguenza  , il tasso di occupazione è diminuito di oltre il 10%  per la componente dei cittadini extracomunitari , e del  7% per quella dei neo  comunitari.

Nonostante la significativa ripresa dell’occupazione avvenuta nei tre anni recenti , alimentata soprattutto dalla crescita degli occupati italiani , la crisi economica ha prodotto effetti negativi   sui salari dei lavoratori immigrati ,  e sul reddito delle famiglie di riferimento . La media dei salari è diminuita  del 20% .  L’ incidenza dei nuclei familiari senza redditi da lavoro o da pensione ,sul totale dei gruppi di riferimento,  è di entità doppia  rispetto a quella dei nuclei familiari composti da italiani (  14 % rispetto al 7% )  con punte  superiori al 20% per le comunità di origine tunisina , marocchina , pakistana e egiziana.

ABBIAMO BISOGNO  DI PIU’ IMMIGRATI ?

Molte fonti , anche autorevoli , sostengono l’esigenza di programmare annualmente un flusso d’ingresso di nuovi immigrati    per la doppia finalità  di rigenerare la popolazione attiva italiana , destinata a comprimersi per via dell’invecchiamento della popolazione e della diminuzione delle nascite , e  per rendere sostenibile , con la crescita degli occupati immigrati , il finanziamento delle prestazioni sociali, a partire da quelle pensionistiche .

La decrescita demografica , e il contributo degli occupati di origine straniera al finanziamento delle prestazioni sociali sono elementi oggettivi della realtà italiana  .

 Ma  i dati disponibili , quelli  relativi alle tendenze del mercato del  lavoro e del reddito degli immigrati, e quelli forniti dall’osservatorio statistico dell’Inps  , che palesano  una concentrazione dei  contribuenti nelle fasce  esenti dal prelievo fiscale e nei settori a bassa contribuzione previdenziale ,  mettono in evidenza un drammatico problema di sostenibilità della immigrazione residente  ed ,  in particolare,  di quella di origine extra comunitaria .

Nonostante la ripresa dell’economia  e dell’occupazione  , rimane l’esigenza di riassorbire un bacino di circa 3 mln di disoccupati ,  tra i quali vengono ricompresi circa   430 ml immigrati  e buona parte dei 2, 4 mln di giovani che non studiano e non lavorano , composto in prevalenza da persone con bassa qualificazione .

Giova ricordare che il tasso di occupazione della popolazione italiana, attualmente al 58%, è assai distante dalle medie europee e lontano dal garantire livelli di sostenibilità per il sistema delle prestazioni sociali.

Pur ritenendo fondata la relazione esistente tra la crescita degli occupati immigrati e la scarsa propensione dei giovani italiani a svolgere determinate mansioni , risulta altrettanto difficile negare come la crescita di una popolazione scarsamente remunerata , e che  in molti ambiti settoriali e territoriali sconfina con il lavoro sommerso , finisca essa stessa per ostacolare una rivalutazione del lavoro manuale e un cambiamento delle aspettative delle persone in cerca di lavoro. 

Queste  dinamiche   contributo in modo significativo  alla bassa crescita dei  salari e dei livelli di produttività che caratterizza l’economia italiana .

I NUOVI FLUSSI D’INGRESSO DI  MIGRANTI   IRREGOLARI  :  FENOMENO STRUTTURALE  O IL  PRODOTTO DI POLITICHE INADEGUATE  ?

Dal secondo semestre 2014 ha preso corpo un sistematico flusso di ingresso di immigrati irregolari in Italia proveniente , in grande prevalenza , dal territorio libico . La natura di questi flussi migratori  ,  rimane costantemente caratterizzata da una grande prevalenza di emigranti per motivi economici ,provenienti in grande prevalenza dai paesi del centro Africa e del sud Sahara ,   e che , da una narrazione di parte , viene erroneamente identificata con i profughi in fuga da conflitti bellici .

Un flusso di  migranti irregolari   in buona parte  non identificati   e che ,  soprattutto nel corso del 2014 e 2015 , sono  rifluiti , verso altre nazioni del centro nord  Europa . 

I numeri , più delle parole , danno evidenza della quantità e della qualità del fenomeno : oltre 550 ml persone sbarcate nel territorio italiani , di cui solo 170 ml presenti nelle strutture di accoglienza , circa 200 ml domande di asilo .  Tra quelle che hanno ottenuto un riscontro dalle commissioni di esame , solo meno del 10% ha ottenuto tale riconoscimento . Un ulteriore 30% hanno ricevuto un  permesso per motivi umanitari o di protezione sussidiaria   , mentre il  60% sono state  respinte  per totale insussistenza di requisiti di protezione internazionale .

La scelta di effettuare a ridosso delle acque territoriali libiche le operazioni di salvataggio in mare , operata dal governo in carica nella seconda parte del 2014, ha oggettivamente favorito la crescita   di una rilevante bolla di emigranti per motivi economici nel territorio libico , senza peraltro ridurre il numero dei  decessi in mare  . Per i trafficanti di uomini era  diventata una consuetudine  caricare numeri abnormi di persone in modo improvvisato e su mezzi sempre meno adeguati.

 I ritardi delle Istituzioni Europee in materia di politiche per l’immigrazione  , legati alle indisponibilità di alcuni paesi a farsi carico delle nuove emergenze sono evidenti  .  Ma , altrettanto , è difficile negare che la distanza tra la rappresentazione  dei fenomeni , offerta anche dalle nostre  Autorità di governo, e le dinamiche reali  ,  abbia seriamente compromesso la credibilità e  l’autorevolezza delle proposte italiane .

Nonostante il  cambiamento di approccio culturale e politico  , operato dal governo in carica , Italia si ritrova ad aver cumulato una notevole mole di ritardi , di approccio culturale , nella revisione delle procedure di identificazione e espulsione , nelle modalità di gestione dell’accoglienza e di integrazione dei migranti  che hanno ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di protezione internazionale , sul versante degli accordi internazionali  con i paesi di origine dei migranti .

Questi ritardi hanno  riflessi  economici  e sociali che vanno ben oltre i costi dedicati alla accoglienza dei migranti irregolari .  Essi sono visibili nel degrado delle periferie urbane laddove si concentrano nuclei di immigrati con e senza permesso di soggiorno , nell’aumento del lavoro sommerso , nella crescente concorrenza nell’accesso alle misure assistenziali , che sono dotate di risorse limitate e che , con tutta probabilità , arriverà al culmine nell’occasione della emanazione dei bandi per l’accesso alle prestazioni economiche rivolte al contrasto della povertà.

AIUTARLI A CASA LORO ?  MOLTI ITALIANI LO STANNO GIA’ FACENDO

Nel mentre si è aperto uno stucchevole dibattito politico sulla opportunità di aiutare le popolazioni nei paesi poveri , o in via di sviluppo,  nell’ambito di uno scambio con i paesi di origine dei migranti che preveda un  reciproco controllo sugli esodi irregolari.

In una parte significativa del ceto politico  , la migrazione viene letta come fenomeno ineluttabile e come via privilegiata per contrastare l ‘impoverimento delle popolazioni  , per attenuare gli effetti dell’incremento demografico del continente africano , e compensare quelli legati all ’invecchiamento della popolazione nei paesi europei.

Le migrazioni possono certamente rispondere alle aspettative delle persone che aspirano ad un destino migliore , dare un contributo allo sviluppo dei paesi di origine tramite le rimesse dei migranti e le esperienze di lavoro  per quelli che rientrano , ed , altrettanto , a contenere il declino demografico dei paesi sviluppati .

Ma autorevoli  studi internazionali dimostrano che l’uscita dalle condizioni di povertà assoluta  di circa 1 mld di persone , nel corso degli ultimi venti anni ,  è avvenuta per effetto dello sviluppo locale dei paesi emergenti , che il contributo delle rimesse  non di rado è compensato in negativo da un esodo di risorse umane fondamentale per la crescita di un ceto  medio produttivo, che i tassi di natalità dei migranti si adeguano rapidamente a quelli delle popolazioni dei paesi di accoglienza.

Nel contempo vengono sottovalutate le iniziative promosse nei paesi poveri e in via di sviluppo , da importanti ordini religiosi negli ambiti della formazione professionale, della sanità e della assistenza  , le iniziative di gruppi e associazioni  volte a promuovere progetti di sviluppo locale , le adozioni a distanza delle famiglie  , stimate , per l’Italia ,in oltre un milione di erogazioni  l’anno da parte delle famiglie .

Iniziative corpose ma che non riscontrano l’attenzione di  istituzioni, prevalentemente assorbite  nel promuovere programmi di cooperazione onerosi e di dubbia efficacia riservati a gruppi ristretti di  organizzazioni non governative , e che , diversamente potrebbero  diventare il perno di una nuova politica di cooperazione internazionale sostenuta anche dalle istituzioni Europee

LA CITTADINANZA DEVE ESSERE IL RISULTATO DI UN PERCORSO DI INTEGRAZIONE

Un ramo del Parlamento ha recentemente approvato il testo di un disegno di legge che si propone di riconoscere il diritto di cittadinanza ai minori stranieri residenti , nati in Italia o ricongiunti , che abbiano portato a compimento ameno un  ciclo scolastico , con la finalità , a detta dei sostenitori , di rimediare una discriminazione nei confronti dei loro coetanei italiani, in quanto attualmente  costretti ad avanzare questa richiesta al raggiungimento della maggiore età.

E’ doveroso evidenziare  che i minori stranieri , accompagnati e non, beneficiano già degli stessi diritti sociali ed economici dei minori italiani e che alcuni diritti collegati alla acquisizione della cittadinanza , come quello di voto e di libera circolazione verso altri paesi , non sono disponibili per l’intera platea dei minori.

Tutto questo premesso , va altrettanto ricordato che nell’ordinamento italiano la richiesta della cittadinanza al raggiungimento della maggiore età , è un’opzione subordinata rispetto alla possibilità del minore di avere anticipatamente il riconoscimento  , come conseguenza della acquisizione della cittadinanza da parte di un genitore, dopo 10 anni di regolare residenza nel nostro paese.

Infatti oltre il 40% dei delle nuove cittadinanze rilasciate nel corso del 2015 e 2016 , circa 380ml complessive , è stato assegnato a minori stranieri .Sul piano pratico l’effetto della innovazione normativa proposta non è significativo.  I dieci anni di regolare soggiorno del genitore di solito coincidono con i tempi della frequenza dei  cicli scolastici da parte dei figli.
Ma è sconvolgente dal punto di vista culturale . Non solo si sottrae ai genitori il  diritto -dovere e la responsabilità di guidare i figli nel percorso di educazione e formazione, ma tende a produrre una singolare scomposizione dei nuclei familiari con effetti indesiderabili . Si pensi ad esempio alle possibili implicazioni sulle scelte delle famiglie riguardanti  la loro mobilità e ad un possibile rientro nei paesi di origine , dato che ben 64 paesi , da cui provengono la metà dei migranti residenti in Italia , non ammettono la doppia cittadinanza.

Pertanto, se si ritiene opportuno operare una manutenzione di una legge che sta comunque producendo buoni risultati , al fine di accelerare i tempi di acquisizione della cittadinanza  la via migliore è quella di premiare le persone e i nuclei familiari sulla base di una valutazione dei comportamenti attuati in ambito civile , scolastico e lavorativo. In questo modo si produrrebbero anche nuovi stimoli per accelerare i percorsi di integrazione.


PER UNA BUONA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE :  ALCUNE PREMESSE CULTURALI 


La natura di flussi migratori è cambiata radicalmente parallelamente alla rapida integrazione dei sistemi produttivi su scala globale e ai mutamenti tecnologici  nel campo della comunicazione e dei trasporti che hanno accelerato l’accesso alle informazioni e gli spostamenti delle persone.

In forte crescita sono i flussi migratori all’interno dei paesi sviluppati e tra questi con quelli in rapido sviluppo  nell’ambito dei quali una particolare incidenza è stata prodotta dalla libera circolazione dei cittadini dei paesi aderenti alla UE.  Nuove dinamiche  che concorrono  alla rapida formazione di un mercato del lavoro internazionale sulla spinta della internazionalizzazione delle imprese e dall’esigenza di formare adeguatamente le risorse umane per presidiare mercati , tecnologie e organizzazioni produttive .

E’ in questo ambito che si stanno formando le classi dirigenti , e quelli che potremmo definire  “i ceti esperti “ fondamentali per assicurare lo sviluppo economico e sociale di ogni territorio , anche attraverso la capacità di attrarre risorse umane qualificate analogamente a quanto avviene nel movimento dei capitali e delle imprese . Questa evoluzione ci interroga sul posizionamento del nostro paese , sulla sua capacità di attrarre risorse umane qualificate , e di garantire ai nostri giovani la possibilità di fare esperienze formative e lavorative in altri paesi in condizione di reciprocità  con gli stessi.

Le migrazioni dai paesi poveri, o in via di sviluppo , verso quelli più sviluppati continueranno ad avere un peso rilevante sui flussi migratori , ma rimane importante contingentarle , per motivi si sostenibilità generale e delle stesse persone coinvolte , agli effettivi  fabbisogni  del mercato del lavoro locale.

Pertanto è doveroso mantenere la distinzione  tra i doveri di accoglienza verso i profughi , sulla base del diritto internazionale e degli effettivi requisiti delle persone , e i migranti per motivi economici  per i quali gli stati devono mantenere la prerogativa di autorizzare gli ingressi , e il mantenimento della residenza in ragione delle opportunità di inserimento nel mercato del lavoro e di sostenibilità del reddito delle persone e dei nuclei familiari.

Infine  è doveroso porsi il problema di come concorrere al potenziamento delle iniziative delle istituzioni internazionali  per rafforzare gli interventi verso le persone in fuga da conflitti bellici o da gravi calamità naturali , in forte aumento, e che per la stragrande parte rifluiscono verso i paesi limitrofi altrettanto poveri.

Questi flussi migratori sono estremamente  diversificati al loro interno  , come  diverse sono le possibili soluzioni che vanno ponderate al fine di  valorizzarne  le potenzialità e di limitare i costi sociali , adottando analisi corrette e  avendo una chiara percezione del posizionamento del proprio Paese nelle dinamiche migratorie.

Consideriamo un grave errore approcciare questi problemi  con  gli  atteggiamenti  semplicistici , pro o contro i migranti  , che purtroppo  stanno dominando la scena politica .


LE INNOVAZIONI POSSIBILI


Nella consapevolezza che , per le ragioni evidenziate , sia necessario innovare profondamente le politiche per l’immigrazione sinora adottate in Italia e in Europa , vogliamo indicare quelli che , a nostro avviso , dovrebbero essere i capisaldi di una nuova politica sul tema.


REVISIONE DELLE MODALITA’ DI AUTORIZZAZIONE  DEGLI INGRESSI PER MOTIVI DI LAVORO


L ‘attuale  sistema di programmazione annuale degli ingressi per profili generici, ormai obsoleto e inutilizzabile ,va sostituito con uno più flessibile , basato sul rilascio alle imprese o ad intermediari accreditati, di una pre autorizzazione per la selezione di personale qualificato , previa verifica della  effettiva carenza di offerta disponibile nel territorio. Tale pre autorizzazione  deve essere  trasformabile in un permesso di soggiorno  provvisorio per motivi di  lavoro ,dopo l’accertamento delle condizioni di sussistenza della qualifica professionale , l’assenza di reati a carico , l ‘iscrizione a un corso per l’apprendimento della lingua italiana, la disponibilità di una abitazione.


CONDIZIONE DI PERMANENZA NEL TERRITORIO ITALIANO E DI RICONGIUNGIMENTO PER I FAMILIARI

Mantenimento del requisito minimo di reddito ovvero  obbligo di partecipare ai programmi di reinserimento lavorativo per i disoccupati . Verifica delle condizioni di apprendimento della lingua e della partecipazione ai percorsi scolastici obbligatori da parte dei figli . Definizione di un programma rivolto a contrastare i livelli di impoverimento dei nuclei familiari rigorosamente ancorato all’inserimento lavorativo e alla frequenza scolastica dei figli.


ACCELERAZIONE DELLE PROCEDURE E DEI TEMPI DI ACQUISIZIONE DELLA CITTADINANZA ITALIANA

Definizione di criteri , che possono dar luogo anche a punteggi, che consentano di anticipare i tempi di acquisizione della cittadinanza ( con un minimo di permanenza di 8 anni per almeno un genitore) , anche per figli nati in Italia o ricongiunti, sulla base della valutazione dei comportamenti delle persone e dei nuclei familiari negli ambiti : civile, scolastico, lavorativo.


POLITICHE PER L’ACCOGLIENZA DEI PROFUGHI ,  IN ITALIA E IN EUROPA , E DI SOSTEGNO AI PROGRAMMI DI COOPERAZIONE


  • Promuovere la costituzione di una forte  Polizia di Frontiera Europea , da impegnare nelle aree di elevata criticità dei flussi irregolari d’ingresso di migranti , sulla base di decisioni assunte nell’ambito del Consiglio dei Ministri della UE .  l’azione della Polizia di frontiera UE dovrà caratterizzarsi come supporto organico agli Stati aderenti più esposti nelle attività di contrasto, identificazione , espulsione dei migranti che non hanno i requisiti di protezione , trasferimento degli stessi in altri territori UE ;

  • Predisposizione di piani di distribuzione dei migranti che hanno il requisito di protezione, nell’ambito dei paesi aderenti alla UE verificando le condizioni di sostenibilità dei mercati del lavoro locali e finanziando i programmi di integrazione;

  • Definizione di un programma pluriennale di sostegno alla definizione di accordi bilaterali o multilaterali tra paesi aderenti con quelli di origine dei flussi migratori . Inserimento , nelle linee di intervento dei fondi sociali , dei programmi di sostegno alla mobilità circolare dei migranti per favorire esperienze formative e di lavoro con la prospettiva del rientro nei paesi di origine;

  • Revisione delle modalità e dei tempi di gestione dei ricorsi avversi ai pronunciamenti negativi delle commissioni di esame delle richieste di protezione internazionale,. Istituzione di un ramo della magistratura dedicata alla gestione di tali ricorsi , e riduzione , sino all’annullamento dei rimborsi per gli avvocati d’ ufficio nel caso di ricorsi palesemente infondati;

  • Istituzione di un albo dei soggetti accreditati a partecipare ai bandi per la gestione dei centri di accoglienza e di una attività di ispettorato permanente per la verifica delle attività svolte;

  • Distribuzione concordata con le regioni e con gli enti locali dei migranti che hanno richiesto il permesso di asilo ;

  • Definizione di un programma nazionale  di inserimento lavorativo , cofinanziato con fondi europei , nazionali e  regionali , per i profughi riconosciuti ,  basato su  un codice dei diritti e dei doveri del migrante , e avvalendosi delle agenzie del lavoro accreditate per sviluppare progetti di inserimento personalizzati remunerati sulla base dei risultati ottenuti;

  • Mobilitazione delle risorse nazionali destinate al sostegno dei programmi di cooperazione per la finalità di potenziare gli interventi delle associazioni , delle imprese , delle famiglie  nei paesi in via di sviluppo ritenuti di interesse strategico per l’Italia.


Se queste sono le indicazioni proposte da Natale Forlani e condivise dagli amici di “ Costruire Insieme”  in ambito europeo riteniamo che si dovrebbe proporre:


  •  di incentrare sulla tutela del diritto a non emigrare gli obiettivi strategici della politica di cooperazione allo sviluppo nazionale ed europea e conseguente lancio di una campagna europea da parte dell‘Italia “portiamo il lavoro in Africa”

  •  il potenziamento dei fondi europei per il sostegno alle iniziative promosse su base bilaterale e multilaterale con i paesi di origine dei migranti al fine di promuovere azioni di contrasto delle migrazioni irregolari;

  •  interventi di sostegno allo sviluppo locale e per la formazione delle risorse umane, anche attraverso programmi di migrazione circolare che prevedano il ritorno nei paesi di origine dei migranti;

  •  incentivi al partenariato tra microimprese europee e africane ed eliminazione delle barriere all’accesso di microimprese e microprogetti ai grandi programmi europei e internazionali.

  •  la riforma del Protocollo di Dublino sull’accoglienza dei rifugiati (ovvero superamento del principio che i rifugiati devono essere ospitati nel Paese di prima accoglienza);

  •  lo sviluppo a pieno regime di canali ufficiali UE di accesso con apposite procedure volte a contrastare il traffico di esseri umani attraverso le rappresentanze europee negli Stati d’origin;

  • promuovere la creazione di un’effettiva  Polizia di Frontiera UE attraverso una revisione della normativa vigente sulla guardia di frontiera e costiera europea, attribuendole il compito di intervenire a supporto degli Stati aderenti che lo richiedano, per fronteggiare i flussi di ingresso irregolari con azioni di contrasto, accertamento e gestione dei procedimenti di ricollocazione dei migranti irregolari non in possesso dei requisiti di protezione internazionale;

  • la predisposizione dei piani di sostegno per l’accoglienza ripartizione dei relativi oneri e la ricollocazione dei profughi con norme ispirate a più stringente solidarietà tra gli Stati membri UE con decisioni vincolanti assunte a maggioranza qualificata del Consiglio dei ministri UE 

Riteniamo che queste potrebbero essere le proposte che i Popolari italiani dovrebbero presentare ai colleghi del PPE  per farle diventare parte essenziale del programma elettorale del Partito nelle prossime elezioni europee.


La redazione di “ Insieme”



16.07.2018      "I temi principali dell'agenda dell'Unione Europea"

Avvicinandoci alla data delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo ( 23-26 Maggio 2019), riteniamo sia opportuno esaminare i principali temi che l’Unione europea  si troverà ad affrontare, sia sul piano legislativo che su quello della governance di sistema, in una fase caratterizzata dal pesante scontro tra “sovranisti” e “ europeisti” destinato a monopolizzare i prossimi mesi di campagna elettorale in tutti i 27 Paesi dell’Unione. 

In rapida sintesi possiamo indicare la seguente Agenda:

1)  situazione politica di Germania, Francia e Italia, Paesi fondatori della CEE con le tre           economie principali dell’Unione dopo l’uscita della  GB con la Brexit, insieme a quelle degli altri 24 Paesi UE;

2)  rapporti tra UE e Gran Bretagna e lo stato di avanzamento della Brexit;

3)  politica monetaria tra il rebus della flessibilità, unione bancaria, destino                                   dell’Euro e l’UE del futuro con l’incombente dilemma, nemmeno più sotto traccia: Euro SI, Euro NO;

4)  politiche sull’ immigrazione che, visti i trend esaminati nel capitolo 2, assume dimensioni imponenti di uomini e donne in fuga da guerre e/o condizioni di miseria e sottosviluppo intollerabili,  alla ricerca della sognata Europa.

 Quanto al primo punto è in atto in tutti i Paesi dell’Unione  lo scontro tra “sovranisti” ed “europeisti “ nel quale sembrano prevalere i primi: uscita della Gran Bretagna dall’UE con la  Brexit, elezioni in Ungheria, Austria, Italia; lo scontro con il gruppo dei Paesi di Visegrad ( Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia)   e i delicati equilibri politici nella Francia di Macron e nella Germania di frau Merkel costituiscono una situazione di estrema debolezza dell’Unione. Il prevalere largamente diffuso del “sovranismo” e del ritorno alle chiusure nazionalistiche deriva dal sostanziale fallimento delle politiche sin qui messe in campo dall’Unione europea e dal divario sempre più netto tra le attese dei cittadini europei e le risposte dell’Unione, guidate dagli interessi prevalenti dei poteri finanziari più volte citati.

Si aggiunga la debolezza strutturale di un’Unione divisa tra Paesi  dell’area Euro e Paesi al di fuori della moneta unica e una governance nella quale il potere è sostanzialmente nelle mani del Consiglio dei capi di governo e, di fatto, esercitato dalla Commissione europea, cui compete  in larga parte anche la stessa iniziativa legislativa (“codecisione” con il Parlamento europeo). Un Parlamento, unico organismo eletto dai cittadini europei, ridotto all’approvazione del Bilancio e a  esercitare un controllo democratico su tutte le istituzioni dell'UE e in particolare sulla Commissione, il potere di approvare o respingere la nomina dei commissari e il diritto di censurare collettivamente la Commissione. Insomma troppo poco per l’unico  organo rappresentativo della volontà dei quasi 400 milioni di elettori europei e più che sufficiente per la perdita di attendibilità dell’Unione presso i cittadini e gli elettori europei.

Di queste fondamentali esigenze di profonda revisione istituzionale dell’Unione si è discusso il 25 Marzo 2017,  data nella quale i leader europei con la “Dichiarazione di Roma” hanno concluso la prima fase di riflessione sulla UE a 27 e si sono impegnati a rendere la UE più forte senza escludere “ intensità diverse”, aprendo la porta a un’integrazione a più velocità. Ipotesi di riforma riprese in un documento di riflessione della Commissione il 31 Maggio 2017, nel quale si propone la creazione di un ministro delle Finanze della zona Eurocentro entro il 2020 e la trasformazione dell’ESM, il fondo di salvataggio UE, in un Fondo monetario europeo. Un progetto che vede ancora divisi Francia e Germania, con Macron che vorrebbe un super ministro dell’Eurozona. Quanto all’Unione bancaria, dopo la vigilanza unica e il meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie, resta da completare la garanzia unica sui depositi per tutelare i correntisti in caso di crisi bancarie, oggi sottoposti alla  spada di Damocle del “bail in”. Un tema quest’ultimo fortemente ostacolato dalla Germania e sulla soluzione del  quale Bruxelles punta a un accordo entro il 2019.

Prioritario in via assoluta è il tema dei rapporti tra l’Unione europea e la Gran Bretagna dopo l’esito del referendum inglese e la vittoria dei sostenitori della Brexit.  I temi in discussione e che la UE ritiene prioritari sono: il conto del divorzio, i diritti dei cittadini e i confini tra le due Irlande, con la Repubblica d’Irlanda inserita a pieno titolo nell’UE e l’Irlanda del Nord partecipe con il resto del Regno Unito  della Brexit.

 Su questi tre nodi è in atto un difficile confronto interno nel Regno Unito, tra l’ipotesi di “uscita soft” sostenuta dalla premier Teresa May e l’ala più secessionista dei conservatori, che ha causato le dimissioni del ministro della Brexit, David Davis e di quello degli Esteri, Boris Johnson, col rischio di una grave crisi politica e le probabili dimissioni del governo ed elezioni anticipate dagli esiti tutti da verificare.  Jeremy Corbin, leader dei laburisti, è pronto a occupare gli uffici al numero 10 di Downing street. In ogni caso è evidente che l’uscita della Gran Bretagna avrà contraccolpi sulla bilancia commerciale di entrambe le parti e potrebbe portare, come già lo stesso governo di Teresa  May ha stabilito, a delle limitazioni alla libera circolazione dei cittadini.

Comunque possa evolvere il tormentone post referendario inglese, questo confronto-scontro tra Unione europea e Gran Bretagna potrà concludersi  o senza alcun accordo (hard Brexit) o con il mantenimento di una parvenza di mercato unico e di unione doganale (soft Brexit). In ogni caso l’uscita inglese dall’UE comporterà, sin dal prossimo bilancio comunitario, una forte  riduzione delle risorse  che un contribuente netto come il Regno Unito assicurava, con inevitabili conseguenze su tutte le politiche dell’Unione.

La priorità rappresentata dalla Brexit sarà oggetto delle trattative in corso e dipenderà dall’evoluzione della situazione politica interna al Regno Unito. Trattative sulle quali sono forti le incursioni interessate di altri interlocutori, a partire dagli Stati Uniti, come la recente visita di Trump ha evidenziato, in uno scenario della geo politica fortemente messo a soqquadro da una guerra dei dazi doganali tra USA e Europa, Europa e Russia, USA e Cina, che non fa prevedere nulla di buono. Se con l’11 settembre 2001 e la crisi economica finanziaria del 2008 è stato inferto un duro colpo all’ordine internazionale post 1989, l’attuale guerra commerciale avviata tra Stati Uniti e Cina sta assumendo i caratteri della più grande guerra commerciale nella storia  economica dell’umanità, in piena età della globalizzazione, dalle conseguenze imprevedibili.

 Debolezza strutturale e funzionale dell’Unione europea, accompagnata dal prevalere di classi dirigenti nei diversi Paesi di livello largamente al di sotto di quelle che furono alla guida degli stessi sino agli anni ’90, sono le condizioni reali nelle quali si inseriscono le prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.

In questa oggettiva difficile situazione bisogna considerare come affrontare e risolvere i due temi oggi in primo piano dell’Europa: quello della sopravvivenza dell’unità monetaria ( Euro SI-Euro NO), che doveva rappresentare lo strumento in grado di favorire il processo di unificazione politica e quello di come gestire il fenomeno di dimensioni bibliche dell’immigrazione, che i megatrends demografici e etico culturali descritti ne hanno evidenziato la straordinaria cifra.

 

 Euro Si-Euro NO

La condizione di dominio esercitato dai poteri finanziari sulle politiche economiche e finanziarie dell’Unione europea descritte nel capitolo precedente, ha determinato l’attuale situazione di crisi tra la UE e i cittadini e gli elettori delle 27 nazioni. Una crisi tanto più grave nei Paesi dell’area euro. In questi, infatti, è ormai aperto il dibattito se sia opportuno oppure no mantenere il vincolo della moneta unica, l’euro, che doveva rappresentare lo strumento attraverso cui favorire il processo  di unificazione  politica dell’Europa.

In Italia, gravata da uno dei più elevati debiti pubblici dell’Unione europea, il dibattito ha assunto toni quanto mai forti, come si è potuto verificare nella formazione del governo giallo verde, con il “niet” alla nomina del prof Paolo Savona nel dicastero del Tesoro, oggi Economia e Sviluppo economico, per la netta opposizione proveniente dagli ambienti  finanziari e da quelli ufficiali dell’Unione di cui si è fatto interprete il Presidente Mattarella.

 Paolo Savona aveva il torto di essere stato, con il prof Guarino, uno dei primi nostri illustri economisti, con Nino Galloni, Giovanni Passali, Vladimiro Giacché , Alberto Bagnai e pochi altri, a mettere in discussione la “bontà” della scelta dell’euro nelle condizioni, termini e modi in cui quell’adozione, peraltro non unitaria, era stata compiuta in Europa e, in special modo, in Italia.

Dopo l’introduzione dell’euro, il 1 Gennaio 2002, a distanza di sedici anni, sono apparse evidenti le contraddizioni e i limiti di un’avventura monetaria che ha determinato, dopo il caso eclatante e per certi versi drammatico della Grecia, l’introduzione di alcune regole insensate come quella illegittima del “fiscal compact” ( decisione derivata da un regolamento che fissa obbiettivi del tutto contrari e alternativi a quelli fissati nei Trattati di Maastricht e di Lisbona) o quella del “bail in” ( le crisi delle banche a carico  non solo degli azionisti e obbligazionisti, ma addirittura dei correntisti) .

 Analisi e denunce approfonditamente descritte sono state svolte in saggi come quello di Nino Galloni e Giovanni Passali “ Eurocidio-La sana politica economica tra Scilla e Cariddi”; di Alberto Bagnai “ Il tramonto dell’euro - come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e il benessere in Europa”; di Vladimiro Giacché “ Anschluss- L’annessione-L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa”, oltre al più volte citato saggio del Prof Giuseppe Guarino “Cittadini europei e crisi dell’euro”.

L’Avv. Giuseppe Palma (www.scenarieconomici.it) ha delineato in maniera efficacissima come funziona l’euro, redigendo un “vademecum semplicissimo sulla moneta unica europea” che di seguito riportiamo: “ L’euro è un accordo di cambi fissi, per cui, al fine di poter riconquistare posizioni in termini di competitività, ciascuno Stato che vi ha aderito, non potendo più far leva sul cambio (svalutazione della moneta), è costretto ad incidere sul lavoro riducendo i salari e contraendo le garanzie contrattuali e di legge in favore del lavoratore (svalutazione del lavoro). In pratica, con la moneta unica, il peso della competitività viene scaricato sul lavoro: legge Fornero e Jobs Act vanno esattamente in questa direzione!

Ma non solo. La cessione di sovranità monetaria produce effetti devastanti anche in ordine ad altri motivi. Ciascuno Stato dell’Eurozona si trova costretto ad andarsi a cercare la moneta, e può farlo solo in tre modi:

1) chiedendola in prestito ai mercati dei capitali privati, quindi a banche private, assicurazioni etc. che applicano tassi di interesse commisurati all’affidabilità della finanza pubblica di ciascuno Stato a poterla “restituire”. In pratica lo Stato colloca mensilmente i propri Titoli di Stato sul mercato primario, cioè quelli battuti ogni mese dal Tesoro (così incamera la moneta), ed è quindi il mercato a decidere i tassi di interesse: più i conti dello Stato sono in ordine (cioè tagli selvaggi alla sanità, alle pensioni, all’istruzione, alla giustizia etc…) e più i tassi di interesse saranno bassi; più lo Stato aiuta cittadini e imprese (quindi spende a deficit) e più i tassi di interesse saranno alti;

2) andandola ad estorcere a cittadini e imprese attraverso l’aumento delle tasse, l’inasprimento dei sistemi di accertamento fiscale e i tagli selvaggi alle voci di spesa pubblica più sensibili come sanità e pensioni;

3) favorendo l’ingresso di capitali esteri attraverso gli investimenti stranieri e le esportazioni. Riguardo queste ultime, in termini di competitività – non potendo più intervenire sul cambio (cioè non potendo più svalutare la moneta) -, siamo costretti ad intervenire sul lavoro attraverso la contrazione dei salari e dei diritti fondamentali (svalutazione del lavoro), e medesimo discorso dicasi per attirare gli investimenti esteri: chi intende investire nel nostro Paese non vuole trovarsi irritanti commercialiche gli impediscano la realizzazione del massimo profitto, cioè deve poter gestire il capitale investito senza dover fare i conti tutti i giorni con i diritti fondamentali che, nella sostanza, costituiscono un intralcio alla realizzazione del massimo profitto. Diversamente, troverà convenienza ad investire in altri Paesi con legislazioni maggiormente flessibili in materia di lavoro.

E il debito pubblico, che negli Stati a moneta sovrana con una banca centrale che funge da prestatrice illimitata di ultima istanza non rappresenta alcun problema (vedasi ad esempio il Giappone), nell’eurozona è diventato un macigno che mette a repentaglio finanche il patto sociale! Il tutto aggravato dal fatto che la BCE– addirittura per suo statuto – non può garantire i debiti pubblici di nessuno degli Stati della zona euro (quindi non funge da prestatrice illimitata di ultima istanza). Il Quantitative Easing (QE) da unlato ha svalutato l’euro sul dollaro rendendo maggiormente competitiva l’intera eurozona in una comparazione globale ma non infra-Stati (quindi non l’Italia nei confronti della Germania che sono i due maggiori Paesi esportatori dell’eurozona), mentre dall’altro sta provvedendo ad “acquistare” i Titoli di Stato sul mercato secondario (cioè quelli già in circolazione) e non sul mercato primario (battuti mensilmente dal Tesoro e che incidono direttamente sulla finanza pubblica), quindi tutte le criticità connesse al debito pubblico restano e continuano a soffocare l’economia nazionale! Con l’ulteriore criticità che tra qualche mese avrà termine anche il programma di QE.

Tutto quanto sopra esposto collide aspramente con principi inderogabili della nostra Costituzione, uno su tutti ildiritto al lavoro, non a caso rubricato nei Principi Fondamentali della Carta agli artt. 1 e 4, successivamente specificato nella Parte Prima (dall’art. 35 all’art. 40).”

Risultato finale :

·       Tutti i Paesi dell’Eurozona non hanno più neanche il barlume della sovranità monetaria.

·       Tutti i Paesi dell’Eurozona, per avere soldi per finanziare pensioni, istruzione, trasporti, ecc., devono andare in condizioni di estrema debolezza presso banche, fondi pensioni, gruppi di affari privati e chiedere in prestito il denaro. Denaro che verrà dato in prestito in cambio di interessi crescenti in proporzione alla loro difficoltà economica come Paese. In definitiva l’attuale organizzazione finanziaria della moneta unica comporta:

1) la distruzione  dell'economia reale;

2) l’eliminazione di ogni controllo democratico;

3) la riduzione  dei cittadini in sudditi, schiavi dei "mercati".

 Illuminante al riguardo la lezione tenuta dal prof Antonio Maria Rinaldi durante gli “EFP Parliamentary Days” a Parigi (febbraio 2018)  nella quale afferma: “ L’Euro è ormai divenuto il principale elemento di contrasto in Europa, costituendo un insormontabile ostacolo all’unione e alla coesione, mentre invece paradossalmente sarebbe dovuto essere il mezzo di principale d’integrazione e aggregazione. Un progetto frettolosamente messo in atto per una scelta prettamente politica al fine di creare nuovi equilibri dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica, non è riuscito però nel suo originario scopo. Chi credeva che una stessa moneta fosse la conditio sine qua non per realizzare l’assioma “one market, one money” è rimasto profondamente deluso”.

E più avanti il prof Rinaldi ha affermato: “ L’euro si è tristemente dimostrato a nostro danno non una reale moneta, ma un accordo di cambi fissi la cui irrevocabilità e le sue regole sono state utilizzate come un subdolo metodo di governo con cui imporre decisioni fuori dalle democratiche legittime istituzioni dei Paesi membri. E’ pertanto inutile sforzarsi nel cercare di modificare o correggere l’attuale impianto dei Trattati e dei Regolamenti su cui si regge la moneta unica: risulterà impossibile raggiungere qualsiasi compromesso che possa essere considerato accettabile e i tentativi non faranno altro che procastinare l’agonia a cui siamo inesorabilmente tutti condannati” .

 Aggiungeva l’illustre docente: “ Quando ci è stato presentato il progetto d’integrazione europea non era stato previsto di estromettere i cittadini dalla condivisione della gestione della casa comune, ma di garantirgli pace, progresso e lavoro con l’attivo contributo di ogni risorsa democratica disponibile. Tutto questo non è minimamente avvenuto e il solo organo eletto democraticamente dal popolo è il Parlamento, il quale non ha alcun potere che possa competere con quelli a disposizione della Commissione, che non è eletta direttamente da nessuna volontà popolare e che prendono decisioni sopra la testa di tutti noi senza interpellare preventivamente i rispettivi Parlamenti nazionali o che esercitano pressioni sfacciatamente ricattatorie affinché vengano adottate”

 E ancora, più avanti: “ Inutile ricordare, in questa sede, la totale sospensione della democrazia che sta avvenendo in Italia dove sono stati designati gli ultimi tre Premier senza nessuna preventiva certificazione popolare! E’ vergognoso che questo sia potuto avvenire in un Paese occidentale che viene ancora accreditato e definito come democratico! E’ il prezzo da pagare da questa dittatura economica in atto in Europa, dove i Governi vengono condizionati dalle volontà Troika e non dei propri cittadini! Era questa l’Europa che volevamo e che ci era stata promessa? E come non accorgersi che questa moneta comune è utilizzata come mezzo tecnico al servizio della Troika per poter realizzare e imporre i suoi disegni? Abbiamo tristemente capito a nostre spese che questa democrazia si è trasformata nella più pericolosa e insidiosa dittatura possibile!

 Questo è stato possibile grazie al ricorso sempre più a “piloti automatici” che si sono surrogati e sostituiti in modo subdolo alla mediazione politica, interrompendo il contributo essenziale dei cittadini nei processi decisionali, come ad esempio nel caso del Patto di Stabilità e Crescita, il c.d. Fiscal Compact, l’ESM (European Stability Mechanism), all’Unione Bancaria, ecc.”

 E così concludeva: “ Essendo fortemente convinto che l’unico modo per salvare l’euro è di crearne 18 e in alternativa invitare gli amici tedeschi ad abbandonarlo al più presto per togliere finalmente il cappio che si sta inesorabilmente stringendo intorno al nostro collo. In ogni caso, la Germania, consapevole che si sta avvantaggiando oltremodo di una valuta, l’euro, notevolmente sottovalutata rispetto ai propri fondamentali, ben difficilmente prenderà una decisione in questa direzione e la soluzione più ragionevole rimarrebbe solamente quella di lasciare alle volontà di ciascun Paese la libera facoltà di poter mutare il proprio status di Paese “senza deroga” a Paese “con deroga”, così come già previsto dagli artt. 139 e 140 del TFUE e di poter pertanto tornare a conseguire in modo autonomo gli obiettivi di crescita, utilizzando propri strumenti di politica economica e monetaria con il pieno supporto delle rispettive valute sganciate dagli attuali vincoli automatici dimostratisi privi, non solo di validità economica e giuridica, ma anche colpevoli di aver interrotto il collegamento democratico essenziale e irrinunciabile nei processi decisionali fra cittadini e Istituzioni. Naturalmente con il massimo coordinamento fra i vari Governi nazionali per massimizzare la segmentazione controllata dell’area euro e facendo salvi gli interessi comuni così come indicato e auspicato dall’European Solidarity Manifesto di cui mi onoro di far parte.

 L’euro e i suoi dogmi hanno inflitto dei danni molto forti nelle economie dei Paesi membri e le cicatrici di queste ferite saranno visibili per moltissimi anni e il day after sarà visto più come una vera e propria liberazione che una vittoria. La possibilità di poter di nuovo perseguire autonome politiche economiche per il perseguimento della propria crescita dovrebbero rappresentare magnifiche opportunità per chi sarà in grado di compierle, anche se il vantaggio maggiore, come già ribadito più volte, sarebbe quello del ripristino della democrazia interrotta nell’assoluta convinzione che la democrazia, quella vera, non ha prezzo! In questo modo si riporterebbero i cittadini al centro di ogni interesse e non quelli graditi dalla finanza come invece sta perseguendo la dirigenza europea in nome di un neoliberismo esasperato e senza regole.

Tutti i tecnicismi per il ritorno alle proprie valute nazionali possono essere studiati, analizzati, discussi e tranquillamente risolti, mentre se abdichiamo ai principi della democrazia tutto sarà perso per sempre e non potremo sottrarci dal severo giudizio delle nostre generazioni future. Questo nell’interesse generale, ad iniziare dalla Germania perché sarà proprio lei a pagare il prezzo più alto di questo enorme ma effimero attuale vantaggio che presto non mancherà di presentargli un conto tanto più alto quanto più durerà questa situazione. Sono fermamente convinto che tutti i Paesi eurodotati siano in possesso di dettagliati e aggiornati “Piani B” per un’uscita ordinata e non caotica e scomposta dalla moneta unica. Questi “Piani B” di salvaguardia sono stati concepiti, da ciascun Paese che ha aderito all’euro, sin dal suo inizio, come una specie di “opting out” segrete predisposte alla stregua di piani per la sicurezza strategica nazionale nel caso in cui il Paese avesse avuto problemi valutando che il costo generale dell’appartenenza all’unione monetaria si fosse rivelata non più conveniente rispetto ai vantaggi ottenuti.

 Ma nello stesso modo sono altresì convinto che ormai nessun Paese prenderà l’autonoma decisione di uscita e questo avverrà solamente per un forte shock esterno imprevedibile che agirà da detonatore per un contagio che non sarà possibile governare e gestire. Ad esempio una forte inadempienza bancaria, potrebbe innescare una reazione a catena impossibile da imbrigliare con tutti gli attuali strumenti finanziari di tutela a disposizione dalla Troika. I titoli pubblici di molti Paesi dell’area euro sarebbero sottoposti a fortissime pressioni speculative e l’unico modo per poter gestire la situazione, senza consegnarsi definitivamente a meccanismi tipo ESM che imporrebbero delle contropartite inaccettabili, sarebbe l’immediato ritorno alle rispettive piene Sovranità monetarie. Questo potrà avvenire senza creare ulteriori gravi disagi solamente in funzione della bontà dei “Piani B” predisposti preventivamente dai rispettivi Governi e concertati con tutti gli altri.

Non confondiamo l’Europa con l’Unione monetaria: è nostro supremo dovere salvare l’Europa e pertanto dobbiamo liberarci al più presto dell’euro, perché non vorremo mai camminare sulle macerie di ciò che con immane fatica hanno costruito i nostri padri, ma garantire prosperità alle nostre generazioni future seguendo la strada irrinunciabile della democrazia. Ma forse chiedo troppo, perché la parola democrazia è stata sempre ignorata sia nei Trattati che nei Regolamenti di questa Europa dell’eurocrazia che si è allontanata totalmente dalla realtà dei suoi cittadini! Da italiano confido moltissimo nel ruolo e nelle posizioni che la Francia adotterà nel prossimo futuro.

Se ciascuno di noi avrà la lungimiranza di riprendersi le chiavi della propria casa per poter perseguire con autonomi e corretti strumenti di politica economica la gestione della propria crescita, i benefici saranno per tutti, garantendo ancora al Vecchio Continente il ruolo che si è conquistato in millenni di Storia.

So infine perfettamente che chi combatte questa battaglia può anche perdere, ma chi non combatte ha già perso e fino ad ora abbiamo perso solo una battaglia, NON LA GUERRA e alla fine l’Europa risorgerà perché vincerà la ragione!”

Come dar torto allora al Prof Paolo Savona[1], quando il 10 Luglio scorso, parlando alle Commissioni di Camera e Senato che si occupano di politiche comunitarie, nella sua specifica funzione di Ministro per i rapporti con l’UE,  ha ricordato che “«una delle case che ho frequentato, la Banca d’Italia, mi ha insegnato che non ci si deve preparare a gestire la normalità, ma l’arrivo del cigno nero, lo choc».

Egli aggiunse che: “ solo adesso «siamo tutti d’accordo, anche gli economisti tedeschi, che nel 2008 l’Europa non era preparata» ad una crisi così travolgente come quella degli ultimi anni. E ancora: «Mi dicono: “Ma tu vuoi uscire dall’euro”. Badate che possiamo trovarci nelle condizioni in cui non siamo noi a decidere ma siano altri. La mia posizione del “piano B”[2], che ha alterato la conoscenza  e l’interpretazione delle mie idee, è essere pronti a ogni evento». «Ma se si vuole che l’euro sopravviva - ha aggiunto Savona - ci vuole una stretta connessione tra architettura istituzionale dell’Ue e politiche di crescita».

 Il nostro amico ed esperto finanziario più volte citato, Alessandro Govoni, in maniera molto più netta, già il 3 Ottobre 2017 in un esposto denuncia  inviato a diverse Procure della Repubblica  sintetizzava  così la sua idea: “Perchè uscire dall'euro non è sufficiente, ma è necessaria anche la sovranità monetaria ed uscire dall'UE”

 Uscire dall'euro ed adottare la lira,   avrebbe soltanto un effetto "commerciale" : il cambio lira- euro , verrebbe posto dal Tesoro italiano in modo che la lira risulti svalutata del 30% rispetto all'euro con la conseguenza che le esportazioni italiane risulteranno più convenienti del 30%. E' quanto fece Amato nel 1992/93 svalutando la lira del 30% fino al 1998 per far sembrare l'Unione Europea costituita nel 1992 una cosa buona: le esportazioni italiane volarono tra il 1993 ed il 1998. Ma poi questo effetto positivo si esaurì nel 1999 con l'entrata in vigore dell'euro elettronico fissato ad un cambio lira/ marco tedesco che penalizzò la lira italiana del 40% e quindi le esportazioni italiane  divennero più care del 40% rispetto ai prodotti tedeschi . 

Per questo uscire  dall'euro non è sufficiente , in quanto anche gli altri Stati potrebbero svalutare la propria moneta per neutralizzare l'effetto  della svalutazione della lira . 

 Per ottenere effetti di sviluppo e duraturi nel tempo è necessaria la SOVRANITA' MONETARIA. Essa si ottiene soltanto se si realizzano contestualmente due condizioni : 

 1) se le banche commerciali che sono azioniste di maggioranza di Banca d'Italia venissero nazionalizzate in modo che in automatico risulti nazionalizzata anche Banca d'Italia .

 Il duo Giuliano Amato /Barucci nel 1992/93 fece esattamente il contrario: privatizzò le banche commerciali che di nascosto fecero entrare nella maggioranza in Banca d'Italia in modo che Banca d'Italia risultasse privatizzata anch'essa. 

 2) se venisse  re-introdotta la separazione tra banche di prestito e banche speculative, condizione imprescindibile per lo sviluppo della nazione in quanto le banche sarebbero  costrette a raccogliere il denaro per poterlo prestare ma per poterlo raccoglierlo sarebbe necessario che facciano in modo che famiglie  ed imprese lo producano. 

Banche ed economia reale in questo modo, con la separazione  bancaria sarebbero unite verso il comune scopo di far si che sia prodotto risparmio e quindi unite nello sviluppo della nazione . 

 Le banche ritornerebbero a fare le banche e non le interposte di speculatori internazionali,  al servizio di famiglie, imprese ed enti locali italiani 

 Il duo Giuliano Amato /Barucci nel 1992/93 fece esattamente il contrario: abolì la separazione bancaria col d.lgs n. 481 del 14 dicembre 1992 rompendo il vincolo fondamentale per lo sviluppo della nazione. Fondi speculatori iniziarono a creare denaro con un clic  a Nassau ed ad immetterlo nel sistema  bancario italiano attraverso la rete di cavi sottomarini internet sottratta allo Stato Italiano nel 1992/93 per illegittimamente prestarlo a famiglie, imprese ed a enti locali italiani, per poi evadere al fisco italiano le quote capitali restituite dai mutuatari attraverso un software installato nelle interposte ignare banche italiane  nel  1992/93 dal Provvedimento di Banca d'italia del 31 Luglio 1992.   

 Per ottenere che la categorie economiche italiane non  siano più vessate da direttive assurde (tipo quote latte, quote sugli agrumi, ...)  emesse dalla Commissione UE saltando il Parlamento Europeo,  sarebbe necessario uscire anche dall'UE, il che permetterebbe di liberarsi anche di tutti quei trattati sottoscritti nel 1992/93  come quello che ha costretto lo Stato italiano ad accettare l'importazione da Stati in cui la produzione viene effettuata con la forza a 80 dollari al mese per operaio come Bielorussia, Vietnam e Corea del Sud dove questi fondi speculatori  che è stato scoperto controllano Banca d'Italia producono le produzioni sottratte all'Italia nel 1992/93 quali abbigliamento (Bielorussia e Vietnam) , cavi sottomarini, elettrodomestici,  computer e componenti auto (Corea del Sud) . 

 E concludeva, rivolgendosi alle Procure,  con il suo permanente: “Ogni possibile reato sopra ascritto e descritto è sempre inteso come ipotizzato rimettendo all'illustrissima SV la verifica della certezza dello stesso e la sua richiesta punizione. “

Noi non crediamo sia utile né opportuno uscire dall’UE che i nostri padri hanno voluto, ma sappiamo che è assolutamente necessario cambiare rotta se vogliamo che l’Unione europea possa progredire verso un progetto di autentica confederazione di stati e regioni, con un Parlamento eletto a suffragio universale e un governo centrale eletto dallo stesso Parlamento, superando in tal modo l’attuale insostenibile costruzione artificiosa, inefficiente e inefficace, funzionale sin qui solo agli interessi dei  poteri finanziari dominanti. Questo, a nostro parere, dovrebbe essere uno degli obiettivi di tutti i Popolari europei che si riconoscono nel PPE e di tutti i democratici che si sentono impegnati nella costruzione dell’unità politica dell’Europa.

(1] Il Prof Paolo Savona con il Prof Antonio Maria Rinaldi è co-autore del saggio: “Europa Kaputt: (S)venduti all’euro”-10 Luglio 2013 con prefazione di Alberto Bagnai

[2] Il cosiddetto Piano B del prof Savona, in estrema sintesi, prevede di disporre di un piano dettagliato per il passaggio ad  una nuova moneta e delle correlate azioni di politica economica di supporto e di un efficace strumento di potere contrattuale da utilizzare in funzione deterrente (vedi sul sito: scenarieconomici.it)                           


05.07.2018 - Sovranità monetaria e sovranità nazionale


Il rapporto tra sovranità monetaria e sovranità nazionale è quello decisivo per comprendere la situazione reale esistente in Italia e in Europa alla vigilia delle elezioni europee del 23-26 Maggio 2019. Qualunque proposta di politica economica, infatti, che si intendesse avanzare nel nostro Paese e/o in Europa, senza aver chiara la situazione esistente tra poteri finanziari, gestione dei sistemi bancari e conseguenze sull’economia reale e sulla stessa politica, risulterebbe fuorviante.


Nell’Ottobre 2017 proponemmo un convegno sul tema: “ Sovranità monetaria e sovranità nazionale”, che si svolse ad Abano Terme (PD) con due relazioni base svolte dagli amici Dr Alessandro Govoni e Ing Davide Gionco, esperti finanziari, con i quali, da tempo, in collaborazione con l’associazione “ Costruire Insieme”, ci confrontiamo su come ripartire sul piano politico e organizzativo da Popolari in Italia e in Europa.


 Con una nota che l’amico Dr Govoni spedì’ l’8 Ottobre 2017 a numerose procure della Repubblica italiane, così era descritta la situazione in una mail avente per oggetto: “Perchéla mafia siciliana è stata sostituita nel 1992/93 e perchè il sistema è divenuto illiquido”.


Scrive il Dr Govoni:


“ La mafia siciliana nel 1992/93 è stata sostituita, per effetto del 41/bis, dalla mafia georgiana, cd kazara. La mafia siciliana ha compiuto i suoi traffici illeciti dal 1936 al 1991, ma essendo Banca d’Italia in quel intervallo storico (1936-1991 ) pubblica (per il 74% dell’IRI ) e vigendo in quel intervallo storico (1936-1991 ) la separazione bancaria, il provento anche di questi traffici è rimasto, fino al 1991, nel territorio dello Stato Italiano. Il sistema economico italiano è stato infatti liquido fino al 1991 : la separazione bancaria consentiva che i denari raccolti dalle compagnie assicuratrici dell’IRI (Ass. Generali, INA, Toro, Alleanza) fossero dati dall’IRI alle sue banche (Comit e Banco Roma-Credito


Commerciale=74% del patrimonio bancario italiano ) perché queste li prestassero a famiglie , imprese ed a enti locali italiani. Il denaro restituito da mutuatari italiani con le rate, veniva restituito, per la sorte capitale, ai piccoli e grandi risparmiatori da cui le compagnie assicuratrici dell’IRI lo avevano raccolto. Il denaro pertanto rimaneva nel territorio italiano, il sistema economico italiano era divenuto sempre più liquido, le imprese e le famiglie prosperavano, si sviluppavano, l’Italia infatti era divenuta nel 1991, con soli 50 milioni di abitanti , la quinta potenza industriale mondiale.


A partire dal 1992/93 la mafia georgiana è stata letteralmente sostituita alla mafia siciliana per effetto del 41 bis, circa 800 mafiosi siciliani sono stati internati ed isolati tra loro, Banca d’Italia è stata privatizzata nel 1992/93 e controllata indirettamente da, è stato definitivamente scoperto (marzo 2017) , attraverso interposte banche quotate italiane sue azioniste di maggioranza, da detti fondi speculatori kazari e sempre nel 1992/93 fu abolita in Italia la separazione bancaria col d.lgs n. 481 del 14 Dicembre 1992. L’abolizione della separazione bancaria ha fatto sì che le banche italiane non fossero più purtroppo vincolate a raccogliere il denaro risparmiato tra il pubblico e qualcuno, questi fondi speculatori, si sono messi a crearlo con un clic a Nassau e poi ad immetterlo digitalmente, attraverso la rete di cavi sottomarini , sottratta allo Stato italiano nel 1992/93, nel sistema bancario italiano per mezzo di un software installato dal Provvedimento di Banca d’Italia del 31 Luglio 1992, al fine di illegittimamente prestarlo, questo denaro, a famiglie, imprese ed enti locali italiani. I mutuatari italiani dal 1992/93 hanno restituito le rate composte da quote capitali e quote interessi, ma le quote capitali, non essendo dal 1992/93 il denaro stato più raccolto, sarebbe confluito attraverso questo software fuori dal territorio italiano, in questi fondi speculatori.


Il sistema economico italiano progressivamente depauperato di questa enorme massa monetaria, calcolata dal 1992/93 in circa 1355 miliardi di euro, è divenuto progressivamente illiquido; l’Italia oggi infatti è in deflazione ed imprese, famiglie ed enti  locali italiani non riescono ad arrivare a fine mese senza indebitarsi ulteriormente e sotto la morsa del debito, sotto il peso, dal 1992/93 di abnormi interessi, anatocismo ed ulteriori addebiti con derivati che hanno fin quasi triplicato i costi del credito, i cui dati di tassi ed altri condizioni contrattuali sarebbero stati immessi nelle banche italiane dall’ESTERO attraverso questo software installato dal Provvedimento di Banca d’Italia del


31 Luglio 1992, non sono più riusciti a fare sviluppo .


L’Italia, dedotta l’attività bancaria, classificata improvvisamente come attività industriale a partire dal 1992/93, è infatti scivolata al 49 esimo posto come produzione industriale.


Questa finanza speculatrice kazara, convertitasi in massa all’ateismo nel 1820 ed anarchica, contro gli Stati, in quanto sovranazionale, controllerebbe dal 1992/93 , oltre all’industria in assoluto più redditizia, in quanto a costo di produzione zero, della suddetta creazione digitale del’importo dei prestiti concessi dal 1992/93 in Italia , Spagna, Grecia, Francia, Portogallo e dal 1998 anche nel Regno Unito e negli Stati Uniti , anche le seguenti industrie:


1) delle armi


2) dell’oppio (eroina, cocaina, exstasi, metadone , morfina e ketanina )


3) del gioco d’azzardo (Sisal, Bingo, slot …)


4) del sesso (love bar, pedofilia, hard core)


5) degli immigrati, delle ONG e del commercio d’organi


6) della produzione a forzato bassissimo costo del lavoro di abbigliamento anche   divise per eserciti in Bielorussia/Vietnam e di cavi sottomarini, device, semiconduttori, elettronica di consumo, elettrodomestici componenti d’auto in Corea del Sud, eseguite anche attraverso lo Stato vassallo del Giappone. Tutte produzioni sottratte allo Stato italiano, alle imprese italiane pubbliche e private italiane, dal 1992/93.


7) dei furti, attraverso la mafia nomade georgiana, nelle case e negozi di abbigliamento firmato, prevalentemente di cittadini italiani


8) degli outlet- village


9) del commercio ambulante in alcuni Stati dell’Est in cui vengono smistati i proventi dei furti


10) delle pellicole cinematografiche (film, sale cinema,…)


11) del controllo delle banche centrali (Italia, Spagna, Grecia, Francia, fino al 2015 Portogallo, Regno Unito, cosi controllando la BCE e poi Stati Uniti, Israele, Georgia, Arzebajan, fino al 2011 Marocco, Sudan del Sud, Qatar, Bielorussia, Vietnam, Corea del Sud e Giappone)


12) del controllo delle banche commerciali quotate azioniste della banche centrali di tali suddetti Stati


13) dell’acquisto in blocco attraverso la loro società immobiliare comune Black Stone delle case messe all’ asta in Italia, Spagna, Grecia, Francia, Regno Unito e Stati Uniti, dell'acquisto sempre tramite Black Stone dei centri logistici delle derrate alimentari primarie (grano, acqua) e di tutto ciò che può produrre affitti (caserme dei carabinieri, sedi di camere di commercio, dell'INPS, dell'INAIL)


14) del controllo delle banche d’affari che hanno piazzato derivati agli enti locali di Italia, Spagna, Grecia, Francia e Stati Uniti


15) delle controllo delle agenzie del rating per il declassamento del debito


16) della cartolarizzazione dei crediti in sofferenza, denaro che questa finanza speculatrice kazara si era auto- prestata senza poi restituirlo e che ha poi utilizzato per acquistare a prezzi stracciati aziende strategiche nazionali quotate in borsa


17) delle proprietà della società di gestione delle borse di New York, Parigi, Londra , Milano , Atene


18) del guadagno sul crollo delle borse, tramite le vendite allo scoperto, crollo ogni circa 7 anni delle borse di New York, Parigi, Londra , Milano , Atene (1994, 2001, 2008, 2016)


19) delle piattaforme di trading- on line tramite cui vengono effettuate le vendite allo scoperto


20) della riscossione dei tributi, attraverso interposte agenzie di Italia, Spagna, Grecia, Francia e Stati Uniti, a cui sottrarrebbero dal 2006 a loro insaputa sempre per il tramite di tale software, le quote capitali delle rateizzazioni


21) della stampa cartacea attraverso le agenzie di stampa (Rueters/Ansa e Bloomberg)


22) della rete di cavi sottomarini internet ed intranet attraverso Goldman Sachs


23) del kazaro jidhaismo islamico, ceceno e marocchino, votati al martirio, negli Stati o nelle aree dove vi è il rischio della perdita del controllo della banca centrale (Spagna- Catalogna, Regno Unito, Germania, Francia ) o dove il controllo è già stato perso (Marocco dal 2011) . Oltre 170 cellule Isis marocchine sarebbero pronte a colpire in Italia se il Mov. Cinque Stelle vincendo le elezioni mantenesse fede al suo programma politico con cui vuole re-introdurre la separazione bancaria e nazionalizzare Banca d’Italia.


24) in Italia, delle Chiese Evangeliche UCEBI ed Evangeliche luterane tedesche (CELI) , riunite sotto la sigla FCEI, riammesse in Italia dopo 66 anni da Giuliano Amato con l’accordo del 20 Marzo 1993 (nel 1927 si chiamavano Chiese Libere ), tra i 5.000 e i 7.000 battezzati da adulti


25) negli USA, delle corrispondenti Chiese Evangeliche del Sud (Texas) dette anche Cristian Science che costituiscono il 2% delle Chiese Evangeliche degli Stati Uniti, ma che di cristiano non hanno nulla in quanto talmudiche pertanto atee e anarchiche, votate al martirio, contro tutte le religioni e contro gli Stati , e degli atei anarchici Boy Scout d’America e della massoneria internazionale kazara


26) delle direttive della Commissione UE


27) della fuga di cervelli italiani verso le industrie controllate da essa finanza speculatrice kazara


28) della finta alternanza politica (il repubblicano Bush e il democratico Clinton sono sempre kazari) , del centro- sinistra e del centro- destra in Italia, della democratica Merkel e dell’altro socialdemocratico, nessuno di questi partiti ha pensato in 25 anni di nazionalizzare la banca centrale del proprio Stato .


29) della finta dinamicità aziendale : General Motors entra nel business delle batterie al litio per far concorrenza a Tesla, ma entrambe è stato scoperto che appartengono alla stessa società dei fondi kazari . L’intento è di far investire milioni di piccoli risparmiatori in un finto business per poi sottrarre loro i risparmi con vendite allo scoperto


30) della diffusione dell’ateismo e dell’anarchia


31) della diffamazione del Ministro del culto cattolico, dei cattolici, degli ebrei con pellicole supposte viziate da vilipendio come il film “Elle” con la Huppert o “L’Inganno” con Nicole Kidman dove i cattolici ed ebrei vengono fatti uccidere tra di loro.


32) della diffamazione del Vaticano raffigurandolo come ricco, che fa usura , che ha la proprietà delle banche italiane , che ha riserve di contante ed oro di inestimabile valore, quando invece è stato accertato dai bilanci redatti da un uomo dei kazari che lo IOR è una piccola banca, che non ha la voce crediti verso la clientela nei suoi bilanci , pertanto non ha erogato prestiti e quindi non può aver fatto usura, che ha solo 6 milioni di euro investiti in azioni delle banche su 178 miliardi di euro di capitale delle banche italiane, che ha solo 2 miliardi di euro di contante in cassa , Banca Popolare di Milano ha 9 miliardi di euro di contante in cassa, lo IOR è pertanto poco più grande della Cassa Rurale di Rivarolo che ha 6 filiali, che le Parrocchie sono estremamente indebitate con mutui che ristrutturano mutui, anatocistici ed usurai, concessi da banche controllate dai fondi speculatori kazari.


33) della diffamazione sull’8 per mille . E’ stato accertato che l’ 8 per mille viene distribuito dalla Legge Letta del 2012, lavori preparatori Berlusconi ,assegnando un pre-contributo fisso alle Chiese Evangeliche FCEI che sono in realtà atee in quanto talmudiche come rilevabile dal sito della Facoltà di Teologia Valdese di Roma, pertanto contrarie ad ogni religione e quindi non avrebbero diritto all’ 8 per mille, spettando esso solo alle confessioni religiose. Le Chiese Evangeliche FCEI secondo i dati del MEF redditi anno 2013 prenderanno nel 2017 oltre 40 milioni di euro con l’8 per mille . I conti


non tornano: le chiese Evangeliche FCEI nelle dichiarazioni dei redditi anno 2013 sono state scelte dal 1,44% dei contribuenti, ma prendono oltre il 3,5% dei fondi. Una cifra enorme, 40 milioni di euro per 5.000 (cinquemila ) battezzati da adulti in tutto in Italia adepti Evangelici FCEI, quasi 8.000 mila euro a testa ogni anno per adepto Evangelico FCEI . Sul sito dei progetti delle Chiese Evangeliche FCEI spicca il finanziamento di ONG che le Procure hanno accertato sono riconducibili al noto finanziere speculatore kazaro Soros come Save The Children e ActionAid. La Chiesa Cattolica percepirà invece circa 1 miliardo di euro suddiviso tra 39 milioni di cattolici italiani, 25 euro a testa, per cattolico italiano all’anno. E’ visibile a tutti l’immensa opera svolta dalle 26.000 parrocchie italiane con la catechesi e l’attività di oratorio quest’ultima aperta a tutti di qualsiasi religione essi siano ed un contributo di 25 euro per cattolico italiano all’anno elargito con l’8 per mille è di entità irrisoria rispetto all’opera prestata sul territorio dalla Chiesa cattolica .


34) della distruzione della religione cattolica e dei 39 milioni di cattolici italiani (71% della popolazione italiana ), ultimo baluardo rimasto al mondo contro lo strapotere di questa finanza speculatrice, della distruzione degli ebrei e della religione musulmana, della distruzione della famiglia al fine di creare degli anaffettivi, dei robot umani che essendo soli, senza più religione in cui rifugiarsi per poter sentire parole buone, invasi da profonda tristezza, in quanto comunque umani , possono solo trovare soluzione nel suicidio. La prova vivente della degenerazione a cui volutamente viene portato da questa finanza kazara l’essere umano è nel Giappone, stato vassallo di questa finanza speculatrice kazara, ininterrottamente dal 1931, società da essa trasforma al 100% atea, perfetti robot umani di produzione con il diversivo del gioco d’azzardo, della industria del sesso e dell’industria dell’ oppio. Nel 2016 in Giappone 21.000 studenti si sono suicidati, il numero noto. Oltre 50 mila persone si sarebbero suicidate in Giappone nel 2016, senza più difese famigliari, senza più una religione che possa dire loro buone parole, l’unico rimedio è auto-eliminarsi.


35) del petrolio e degli enormi introiti per centinaia di miliardi di dollari all’anno che porta a questa finanza speculatrice il consumo del petrolio (carburante auto, elettricità, gas da riscaldamento)


Uno studio del MIT di Boston, riportato sulla Treccani che qualcuno vorrebbe distruggere, ha dimostrato che affinché il petrolio non finisca di colpo tra il 2070 ed il 2080 , senza più possibilità di riprodursi, è necessario che la popolazione mondiale si riduca a 3,5 miliardi di individui. Le fonti rinnovabili come l’energia solare sarebbero la soluzione, ma questa finanza speculatrice kazara non guadagnerebbe più nulla sul consumo del petrolio se il petrolio dovesse essere sostituito dall’energia solare o geo-termica.


Alcune di queste industrie, quelle di cui ai punti 2,3,4,5, 6,8, 9, 14, rappresentano la n cd modernità, in nome di un progresso e di uno sviluppo che in realtà dal 1992/93 non è avvenuto, essendosi enormemente impoverite le classi medie di Italia, Spagna, Grecia, Francia, Portogallo, Regno Unito, Stati Uniti.


La povertà non si combatte a parole, ma solo ed unicamente con una Legge: quella che separa le banche di prestito da quelle speculative. Quando questa legge è applicata i cittadini , la classe media di quello Stato inizia a progredire ed a stare meglio. Quando invece questa Legge viene abolita, la classe media di quello Stato inizia ad impoverirsi ed i fondi speculatori ad arricchirsi sottraendo alla classe media il risparmio che essa aveva accumulato.


Questa finanza speculatrice kazara imperò ancora in alcuni Stati tra il 1920 ed il 1929 e portò al crollo, con studiate vendite allo scoperto, delle rispettive borse nel 1929, fallirono 9.000 banche, restrizione del credito, fallirono decine di milioni di imprese e si diffuse la povertà in tali Stati, tra cui l’Italia. I fondi speculatori kazari costrinsero, documenti desecretati nel 2007 del processo di Norimberga hanno dimostrato, il governo hitleriano a far scendere in guerra l’esercito della Germania per conquistare gli Stati che non avevano restituito il debito, che tali Stati avevano contratto con le banche controllate dai fondi speculatori kazari”.


Come molte altre denunce fatte dal dr Govoni a diverse procure della Repubblica anche questa terminava con il ricorrente periodo:


Ogni possibile reato sopra ascritto e descritto è sempre inteso come ipotizzato rimettendo all'illustrissima SV la verifica della certezza dello stesso e la sua richiesta punizione.


Ho voluto riportare integralmente la denuncia del dr Govoni che, da un lato, restano in attesa che la magistratura compia tutti gli accertamenti necessari, e, dall’altro, sottoporremo al vaglio rigoroso di storici e studiosi liberi da condizionamenti ideologici, per una seria revisione storica di ciò che accadde tra il 1929 e il 1936 e sino allo scoppio della II^ Guerra mondiale, al di là delle “letture” che si sono sin qui fatte di quegli anni cruciali della nostra storia.


Come il Dr Govoni, anch’io da diverso tempo, sostengo la necessità del ritorno alla legge bancaria del 1936 il che comporta:


1) il controllo pubblico di Banca d’Italia, oggi controllata di fatto dagli hedge funds anglo caucasici (kazari) : Rothsild/Warburg/J.P. Morgan/Rockfeller/ Walker Bush,Johnson, Jeferson Clinton i quali, attraverso i loro hedge fund (Vanguard , StateStreet, Fidelity, Franklyn Templeton, Northetn Trsut, T-Rowe Price, Black Rock, Blackstone, Bnp Paribas ) hanno acquisito le azioni delle tre banche dell’ IRI, Comit e CreditoItaliano/Banco Roma, che sono divenute nel 1992/93 le società per azionirispettivamente Banca Intesa e Unicredit. rappresentati nelle assemblee delle banche commerciali a loro volta controllore di Banca d’Italia, dallo studio legale Trevisan. Tesi questa confermata dal Ministero dell’economia e Finanza, il 2 Marzo 2017 in risposta all’interrogazione dell’On Villarosa (Q.T. n.453-interrogazione a risposta immediata in Commissione 5-10709-Mercoledì 1 Marzo 2017,seduta n.751) ), che verteva proprio sulla “disciplina dell’esercizio del diritto di voto per delega nell’assemblea e soci quotate in Borsa” e la presenza nella compagina azionaria di Banca d’Italia di tali società di hedge fund.


2) la separazione tra banche di prestito e banche speculative, premessa nini dispensabile per tornare a un corretto rapporto tra risparmi e investimenti nell’economia reale. Ora proprio l’On Villarosa è il nuovo sottosegretario al Ministero dell’economia e Finanze e avrà modo di essere conseguente rispetto a quanto sin qui sostenuto da semplice parlamentare.


Descrizione del rapporto tra sovranità monetaria e sovranità nazionale oggi nella realtà dell’Unione europea


Se quella descritta è la realtà della situazione finanziaria e bancaria dell’Italia, ancor più complessa è quella che lega e di fatto subordina la finanza, l’economia reale e la politica italiane rispetto ai vincoli/diktat dell’Unione europea.


Riportiamo integralmente quanto scrive Loretta Napoleoni, economista, nella newsletter Nuovi lavori sul sito www.nuovi-lavori.it


“Dall’inizio della crisi economica e finanziaria, il processo d’integrazione europea ha subito un’accelerazione che ha prodotto una serie di cambiamenti nel modo in cui Bruxelles monitora e guida le tappe della convergenza.


Per la prima volta negli Stati membri si è iniziato a parlare apertamente del progressivo abbandono della sovranità nazionale, un’espressione raramente pronunciata in passato, ad esempio, durante il processo di creazione della moneta unica. Rinunciare a “pezzi” di sovranità nazionale, bisogna precisare, fa parte del cammino comune che i paesi membri dell’Unione Europea hanno deciso di intraprendere decadi fa’, una verità ripetutamente enunciata nei trattati e di cui è intrisa la visione politica dei padri fondatori.


La mancanza di un piano di convergenza chiaro e ben organizzato da parte delle istituzioni europee ed i dubbi sulla struttura futura dell’Unione Europea, una volta raggiunta l’integrazione ottimale, ha fatto sì che nel tempo perdurasse una sorta di tabù dell’abbandono della sovranità nazionale. Poiché gli europei non hanno un’idea chiara di come convergere, ne’ di quanto convergere, hanno potuto ignorare i problemi relativi al trasferimento della sovranità nazionale fino a dimenticarne l’esistenza.


In realtà, la rinuncia alla sovranità nazionale è un problema comune nella creazione di stati federali o sovranazionali, ovvero nati da altri organi sovrani che scelgono di rinunciarvi, è questo il caso degli Stati Uniti d’America ma anche dell’Australia, nazioni governate da governi federali. E’ anche vero che il risultato finale del processo di convergenza dipende sempre da fattori imprevedibili e spesso richiede, come nel caso degli Stati Uniti, con la scelta della lingua inglese quale unico idioma nazionale, decisioni poco popolari per alcuni segmenti della popolazione.


Negli ultimi anni ci siamo resi conto che l’accelerazione nel processo di convergenza ha prodotto un diffuso discontento in Europa. Alla radice c’è l’abbattimento del tabù della sovranità nazionale: ormai è chiaro a tutti che se vogliamo procedere lungo la strada dell’integrazione dobbiamo delegare a Bruxelles sezioni sempre più grandi di questa stessa.


C’e’ poi un altro fenomeno che alimenta l’ostilità dei popoli europei nei confronti di Bruxelles: la scarsa conoscenza dei meccanismi di convergenza, del loro funzionamento e degli obiettivi che si prefissano, in altre parole le modalità dell’integrazione. E’ su questo punto, in particolare, che il dibattito politico verterà nei prossimi mesi. In questa sede si analizzeranno due di questi processi: il progetto per un Fondo europeo comune (European Redemption Fund) ed il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership).


Il Fondo Europeo Comune


La creazione del Fondo europeo comune è frutto del processo di accelerazione della convergenza per far fronte alla profonda crisi finanziaria ed economica in cui dalla fine della prima decade degli anni 2000 si trova il Vecchio Continente.


I trattati di Maastricht (1992) e di Lisbona (2009) fissavano il tetto dell’indebitamento massimo risetto al PIL al 3% e quello del debito pubblico non oltre il 60% del PIL.


La serietà della crisi del credito e le divergenze finanziarie tra i paesi della periferia, i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), e nazioni come la Germania, la Finlandia o la Svezia ha convinto Bruxelles ad introdurre nuovi limiti per evitare che le divergenze aumentassero. E’ nato così il Trattato di Stabilità, meglio noto come Fiscal compact, secondo il quale gli stati membri si impegnano a rispettare il vincolo di pareggio di bilancio annuale, un accordo che rende impossibile l’ulteriore indebitamento, ed offre una metodologia precisa per far rientrare in un ventennio il debito pubblico nei limiti del 60%.


Per ora, soltanto l’Italia ha introdotto nella costituzione, con l’articolo 81, questa nuova regolamentazione.


Applicare le nuove regole sarà, però, molto costoso, specialmente per i paesi maggiormente indebitati come il nostro. Si calcola, infatti, che il Fiscal compact equivarrà a circa 40 miliardi di euro, soldi che sarà molto difficile reperire nel clima di recessione e deflazione in cui si trova non solo il nostro paese ma gran parte dell’Europa.


Per far fronte a questi ostacoli contingenti, Bruxelles ha incaricato un gruppo di 11 economisti europei di studiare una possibile soluzione di medio periodo. Costoro hanno aderito alla proposta avanzata nel 2012 dal German Council of Economic Experts nella quale si suggerisce la creazione di un Fondo di redenzione europeo (European Redemption Fund).


Il fondo raccoglierà tutte le eccedenze debitorie degli stati membri superiori al 60% del PIL contro una garanzia di beni patrimoniali nazionali, come le riserve valutarie e quelle auree, i beni del demanio e parte del gettito fiscale (IVA). In cambio, il fondo trasformerà il debito nazionale in debito europeo emettendo titoli obbligazionari europei ad un tasso inferiore a quello dei paesi membri poiché il fondo avrà un rating di AAA superiore a quello dei singoli stati membri. E’ chiaro che il procedimento implica la rinuncia ad alcune fette di sovranità nazionale da parte degli stati membri e l’impossibilita’ di tornare indietro; una volta trasformato il debito nazione in debito europeo non si potrà ‘rinazionalizzarlo’.


Le critiche mosse si riferiscono a questo punto ed alla garanzia dei beni nazionali, e cioè alla cessione di questi ad un ente sovranazionale europeo. Senza voler entrare nel merito di queste dispute, è bene ricordare che l’Italia, come tutti gli stati membri, ha accettato il principio di redistribuzione sovranazionale di alcune risorse nazionali, ad esempio con la costituzione dei fondi strutturali europei. Il processo di convergenza non può essere a senso unico e non può non significare la perdita di sovranità nazionale.


Il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti


Gli accordi stipulati tra Unione Europea e Stati Uniti per quanto riguarda la creazione di un asse Atlantico a carattere economico, commerciale e finanziario rientra nel processo di cessione della sovranità nazionale dei paesi membri ad un ente sovranazionale, l’Unione Europea. I firmatari, infatti, non sono gli Stati membri ma l’Unione.


Obiettivo del trattato è rimuovere le barriere non tariffarie e questo spiega perché i negoziati commerciali si stanno concentrando sulla rimozione di alcune regolamentazioni sociali e ambientali che proteggono i consumatori, i lavoratori e l’ambiente, e che, a detta di molti, sono d’intralcio ai profitti delle grandi imprese. Per esempio, le aziende statunitensi vorrebbero vedere l’Europa abbassare i suoi standard sul lavoro e porre fine al “principio di precauzione” – il cardine delle politiche di tutela dei consumatori e dell'ambiente su cui è basato il Regolamento REACH sulle sostanze chimiche e le sue severe norme sulla sicurezza alimentare e sulle etichette degli alimenti. Le aziende europee, invece, puntano contro le più severe norme americane sui medicinali, i dispositivi medici e i test, così come contro il loro più stretto regime di regolamentazione finanziaria.


Molte critiche sono state mosse nei confronti di questo trattato, anche e soprattutto da enti legati all’Unione Europea.


Vedi http://corporateeurope.org/trade/2013/10/brave-new-transatlanticpartnership-


social-environmental-consequences-proposed-eu-us


Il pericolo è la corsa verso il minimo comun denominatore, l’abolizione di regole e regolamentazioni che proteggono l’economia e la società in generale.


Non è questa la sede per entrare nel merito di queste critiche, è però importante capire che la cessione di sovranità implica l’accettazione di politiche, strategie e trattati da parte di enti ed organi europei sovranazionali diversi da quelli nazionali. Ciò significa anche la creazione di nuove istituzioni, come il Fondo di redenzione europeo, che si sostituiscono ad enti nazionali. In ultima analisi questo processo in tempo di pace deve poggiare sulla fiducia reciproca tra cittadini, Stati e Unione Europea, un rapporto che deve essere creato attraverso l’informazione e la conoscenza dei processi in corso.


L’Europa del futuro per funzionare ha bisogno di questo tipo di rapporto, senza il quale l’Unione continuerà a perdere il supporto dei popoli che ne fanno parte.”


Nell’articolo riportato integralmente della Dr.ssa Napoleoni è ben descritta la situazione esistente tra sovranità nazionale e sovranità europea, un rapporto tanto più sbilanciato dall’introduzione del “fiscal compact”, che il Prof Guarino nei suoi numerosi saggi ( v. il già citato: “Cittadini europei e crisi dell’euro” Editoriale Scientifica-anno 2014) ha dimostrato essere “illegittimo”, in quanto redatto dalla tecnocrazia europea in netto contrasto con gli obiettivi sottoscritti dagli Stati nei Trattati di Maastricht e di Lisbona. Si aggiunga il “paletto” introdotto dall’art.81, con l’obbligo del pareggio di Bilancio scritto in Costituzione e della sovranità nazionale si è fatto veramente strame. Quanto al rapporto tra sovranità nazionale e sovranità popolare di cui abbiamo ampiamente evidenziato nell’articolo precedente, è illuminante quanto ha scritto l’amico Ing Davide Gionco, esperto finanziario, su Attivismo.info il 30 Aprile 2018 con un articolo : “Lasovranità appartiene alle banche, che la esercitano senza limiti. – Chi ha usurpato il poteredel popolo in Italia? Con questo articolo si esaminano le vicende di quell’autentico “golpeblanco” che i poteri finanziari dominanti, con l’avallo del Presidente Napolitano el’esecutore, senatore a vita Mario Monti, oggettivamente realizzarono nel Novembre 2011contro il governo legittimo del presidente Silvio Berlusconi.


Insomma l’attuale ircocervo rappresentato dalla governance europea, che privilegia il ruolo della tecnocrazia di BXL, riducendo quello del Parlamento europeo a semplice organismo di rappresentanza, deve essere profondamente riformato, per tornare agli ideali originari dei padri fondatori. Finché la BCE e le Banche centrali dei Paesi dell’Unione sono controllate dagli hedge fund anglo-caucasici (kazari) le politiche economiche europee non potranno che essere funzionali agli interessi di quegli stessi poteri a scapito dei ceti medi e popolari dell’Europa.


Noi Popolari non vogliamo meno Europa, ma più Europa nella quale risulti determinante la volontà dei cittadini ed elettori europei. Siamo ben consapevoli che un'unione monetaria senza una democrazia politica è destinata a fallire. E questo è ilrischio che corre oggi l’Unione europea.


Condividiamo, infatti, integralmente quanto scrive la newsletter n.101 del 3 Luglio 2018 www.chiesadituttichiesadeipoveri.it:Ma l'Europa che chiude porti e frontiere, che fa la controrivoluzione con campi di espulsione e di detenzione (di "ancoraggio"!) dentro e fuori i confini del proprio territorio, è veramente l'Europa, è cioè quella "idea d'Europa" che corrisponde all'immaginario di un italiano, di un francese, di un berlinese quando sente parlare d'Europa? Noi, quando diciamo Europa, inevitabilmente pensiamo alla "piccola Europa", quella di Altiero Spinelli,


di De Gasperi, Schumann, Spaak, Adenauer, che nacque sulla spinta ideale del superamento dei conflitti culminati nella seconda guerra mondiale. Era un'Europa figlia della Resistenza e dell'antifascismo, aveva le stesse origini della Costituzione italiana, per questo le due andavano d'accordo. Essa escludeva l'Est, nata com'era a ridosso della cortina di ferro, era parte integrante della NATO, incorporata nel sistema Occidente. Noi ne lamentavamo la ristrettezza e il settarismo atlantico, ma le culture erano omogenee, le classi politiche di governo pensavano allo stesso modo. L'Europa dei 28 ha invece una tutt'altra origine, nasce dal capitalismo vincente che si è proclamato globale alla caduta del Muro, si è europeizzato a Maastricht e con Prodi ha integrato nell'Unione Europea e nel sistema Occidente i Paesi dell'Est, precipitosamente sottratti all'influenza russa (intesa come exsovietica).


Questa Europa, figlia di un'altra storia, non ha parentele con la Costituzione italiana, e si vede. Non è che da noi ê venuto meno l'europeismo, è l'Europa che non si trova più. A questo punto deve essere chiaro che se la partita politica è importante, quella culturale lo è ancora di più. Perciò il magistero del governo è pericoloso, e gli eventi seguiti al 4 marzo ne portano la responsabilità. Ora infatti tutto deve essere cominciato di nuovo e la cultura che abbiamo perduto o stiamo perdendo, quella che un tempo fu l'anima dell'Europa e anche nostra, dovrà essere il primo scalino per salire a una nuova cultura, a un'anima più dilatata e fraterna”.


La redazione di “ Insieme”




28 giugno 2018 Sovranità nazionale sovranità europea


Ci sono due temi che è opportuno approfondire in vista delle  elezioni europee del Maggio 2019:

  1. il rapporto venutosi a creare tra la sovranità nazionale costituzionalmente garantita e la sovranità europea;

  2. il rapporto tra la sovranità popolare e la sovranità monetaria che è  strettamente connesso con la condizione di quello precedente.

 

 L’art. 1 della Costituzione recita:   L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Si tratta di accertare se questo fondamentale articolo su cui regge il patto costituzionale sia o meno compatibile con gli obblighi derivanti dall’avvenuta sottoscrizione dei Trattati internazionali;  essenzialmente, con riferimento all’UE, il Trattato di Maastricht, firmato il 7 Febbraio 1992.

 

In linea generale è da ritenersi che la governance della Commissione dell’Unione europea non possa stravolgere la nostra Costituzione, dato che trasferire funzioni non può significare perdere sovranità.

 

Non v’è dubbio, tuttavia, che, con l’approvazione a grandissima maggioranza parlamentare dell’art 81 della Costituzione e l’avvenuta  introduzione dell’obbligo della parità di bilancio nella carta fondamentale, sia stato inflitto un vulnus mortale alla nostra sovranità, col rischio di mettere in subordine, rispetto ai dati monetari e del bilancio, i diritti fondamentali sanciti dalla stessa Costituzione.

 

 Felice Di Maro, su Economia e Finanza- Economia Internazionale – 7 Giugno 2016  (vedi www.money.it), molto opportunamente scrive: “L’Unione europea rappresenta un unicum del Pianeta Terra. Gestisce una serie di funzioni che gli stati hanno trasferito privandosi della loro sovranità. Il risultato è che siamo in una crisi perenne e ci resteremo se non avviene una svolta. Trasferendo funzioni di fatto si trasferisce sovranitàe quando questa si sposta dagli stati verso entità inter-statuali evapora, cioè non esiste più. L’Unione europea è il nuovo ordine post-statuale con poteri tra loro autonomi come la Banca centrale europea, la Commissione, il Consiglio dell’Unione europea, il Parlamento europeo.  La Corte di Giustizia europea è la guardiana della corretta interpretazione della legge europea, ovvero i Trattati. L’organismo sovranazionale del quale l’Italia fa parte, denominato Unione Europea, è una Federazione? No, non lo è.  Si tratta di una forma politica mai vista prima e fa parte comunque di quella governance multi-livello che si è formata in maniera alquanto silenziosa e in prevalenza in contesti economici-finanziari e si è successivamente sviluppata con l’adozione della moneta unica, l’euro. Si è imposta come un nuovo processo di governo con caratteristiche distinte proprio a livello di politiche sociali.”

 

Siamo in presenza di una differenza essenziale tra l’Italia e l’Unione Europa, una realtà che sarà ulteriormente ben evidenziata nel prossimo capitolo relativo al rapporto tra sovranità monetaria e sovranità popolare. La diversità sta nella differenza degli scopi perseguiti dalle due istituzioni: quelli  dello Stato italiano e dell’Unione Europea.

 

Da un lato: ” L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” ( concetto introdotto alla Costituente dal DC Amintore Fanfani, con la piena adesione del PCI di Togliatti) e : “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Dall’altro: “Il Trattato di Maastricht”, cito ancora Di Maro, “ Gazzetta ufficiale delle Comunità europee 29/7/1992 (N.C 191/6) Art. 3A comma 1:

Ai fini enunciati all’articolo 2, l’azione degli Stati membri e della Comunità comprende, alle condizioni e secondo il ritmo previsti dal presente trattato, l’adozione di una politica economica che è fondata sullo stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri, sul mercato interno e sulla definizione di obiettivi comuni, condotta conformemente al principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. (mia l’evidenza in grassetto)

Come si vede, mettendo a confronto i due modelli economici, mentre la Costituzione tutela il cittadino, il Trattato di Maastricht tutela invece i profitti.  E’ evidente che siamo in presenza di due entità istituzionali, nella fattispecie lo Stato italiano e l’Unione europea,  che perseguendo finalità diverse e, per molti versi, contrastanti, se non addirittura antagoniste, il conflitto non può che rivelarsi permanente.

Il Prof Vladimiro Giacché affronta questo tema nel suo saggio, edito da Imprimatur:   Costituzione Italiana contro Trattati Europei- Il conflitto inevitabile”- Ed. Imprimatur, evidenziando che, dopo la guida di Giscard d’Estaing della cosiddetta Convenzione Europea, di fatto, quel Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa, non sia mai entrato in vigore, dopo le bocciature dei referendum indetti in Francia e in Olanda, unici Paesi dell’Unione che sottoposero il Trattato di Maastricht al giudizio degli elettori.

Se il concetto di Costituzione europea è da allora scomparso dal dibattito nell’Unione, di fatto gran parte di quel testo è stato ripreso entrando a far parte del diritto comunitario, col Trattato di Lisbona ( 2007), ossia il trattato che modifica i trattati precedentemente sottoscritti. Il Trattato di Lisbona è entrato in vigore il 1 Dicembre 2009, dopo la grave crisi dei sub prime negli USA e l’emergere di un debito greco assai più elevato di quello sino a quel momento previsto.

Le errate politiche messe in campo dall’Unione europea ( lo squilibrio della bilancia commerciale scambiata per una crisi del debito pubblico e il rifiuto di far funzionare la Banca centrale europea, come avviene per la FED, la Banca centrale americana, quale prestatore di ultima istanza, unitamente  alla difesa ad oltranza delle banche francesi e tedesche) hanno determinato le conseguenze durissime sul piano economico e sociale dei paesi debitori, sino ad imporre alla Grecia, le drammatiche pesanti condizioni della Troika e  all’Italia, il nuovo testo dell’art 81 della Costituzione, ossia l’obbligo del pareggio di bilancio.

Se l’art.1 recita : “ L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”) e l’art.3  della Costituzione ( “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”), gli articoli sui “ Rapporti economici” ( quelli che vanno dall’art  35 al 47) indicano gli strumenti e il metodo per dare concretezza ai principi fondamentali della Carta ( dall’art 1 all’art.12). Siamo cioè in presenza di un rapporto strutturale e armonico per cui la Costituzione economica è strutturalmente  connessa ai principi fondamentali.

E’ lucidissima l’analisi che il prof Giacché compie sull’idea di società contenuta nei trattati europei i quali, in sostanza, danno assoluta priorità al tema della stabilità dei prezzi, che coincide poi con la lotta all’inflazione; un’idea ben diversa da quella indicata dalla nostra Costituzione repubblicana.

Nei Trattati europei  ciò che risultano come principi sovraordinati a tutti gli altri non sono il lavoro e la piena occupazione, ma “ la stabilità dei prezzi” e  “ l’indipendenza della Banca centrale” dai governi. Sarà interessante accertare a chi appartenga realmente la proprietà della BCE, al di là della sua governance. E’ un tema che affronteremo nel capitolo dedicato al rapporto tra sovranità monetaria e sovranità popolare, per verificare esattamente come e dalle scelte di chi dipenda il controllo e il  funzionamento della BCE.

Il mantenimento della “stabilità dei prezzi” è l’obiettivo principale indicato nei Trattati, al quale le stesse politiche economiche generali, seppur ispirate al principio di “un’economia di mercato aperta ( non più sociale) e in libera concorrenza” devono essere subordinate.

Infine e di conseguenza, la Banca centrale europea è l’unica banca centrale ad avere quale unico obiettivo il mantenimento della stabilità dei prezzi, o meglio la lotta all’inflazione. Il prof Giacché ricorda come sia stato proprio Guido Carli a scrivere nelle sue memorie: “ è difficile accettare con animo leggero il fatto che l’obiettivo della stabilità dei prezzi sia indicato senza alcun riferimento al livello occupazionale e dunque al benessere della comunità che si sono date questa nuova Costituzione monetaria. Ho provato ripetutamente nel corso del negoziato ( per il Trattato di Maastricht n.d.r.) a inserire tra i criteri anche il livello di disoccupazione……Senza successo”.

In definitiva nei trattati europei l’obiettivo della stabilità dei prezzi viene di fatto sovraordinato a tutti gli altri e la lotta alla disoccupazione diviene secondario. Insomma la tutela del lavoro, che nella Costituzione italiana è assunta a fondamento del patto costituzionale, nei trattati europei è assunta in funzione del tutto  subordinata rispetto a quello della stabilità dei prezzi. La stabilità monetaria, intesa come lotta all’inflazione è l’obiettivo che persegue l’UE in via prioritaria, se non esclusiva, e tale priorità é pronta a scartare politiche attive del lavoro e/o di stimolo all’economia, in quanto potenzialmente inflazionistiche.

E’ da questa dicotomia sostanziale che discendono le politiche economiche dell’Unione europea, compresa quella del fiscal compact. Quest’ultimo è il risultato di una decisione tecnocratica in netta contrapposizione e alternativa agli stessi obiettivi sanciti nei Trattati, e, come tale, illegittimo. Un’illegittimità magistralmente dimostrata dal Prof  Giuseppe Guarino nei suoi saggi ( tra i quali : “ Cittadini europei e crisi dell’euro”- Editoriale scientifica  ES).

Il vulnus dell’art 81 alla Costituzione

La modifica all’art 81 della Costituzione, introdotta con legge costituzionale 1/2012 ("Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale"), rappresenta il vulnus più profondo recato alla nostra Carta, in grado di minare l’esigibilità degli stessi diritti che la Carta garantisce.

Trattasi di una modifica degli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, inserendo nella Carta il principio del pareggio di bilancio. La legge costituzionale è entrata in vigore l'8 maggio 2012, ma le sue disposizioni hanno avuto effetto a partire dall'anno 2014.

La grave crisi economica e finanziaria in cui versava l’Italia nel 2011, con il debito pubblico e gli interessi sullo stesso debito sempre più elevati, che spinsero il Paese sull’orlo del default, determinò le forti richieste di intervento da parte europea e internazionale: richieste che indussero il governo Berlusconi a misure restrittive sulla finanza pubblica.

Fu Tremonti a proporre, l’8 settembre 2011 ( è sempre una data emblematica l’8 settembre nella storia italiana?!), un disegno di legge costituzionale che prevedeva di introdurre il principio del pareggio di bilancio in Costituzione. Quel disegno di legge in soli tre mesi ( 10 Novembre 2011) fu approvato dalla Commissione affari costituzionali e dalla Commissione bilancio della Camera dei deputati.

Persa la maggioranza parlamentare, il 12 Novembre, Berlusconi si dimise e sarà il neo senatore a vita nominato da Napolitano, Mario Monti, incaricato ad assumere la funzione di Presidente del Consiglio, a varare con un primo decreto legge una manovra correttiva di 63 miliardi di euro e politiche molto più restrittive sui conti pubblici.  E sarà proprio il governo Monti, sotto l’azione dei Paesi europei, che all’inizio del 2012 adottarono tutti le norme “illegittime” del fiscal compact, a far adottare nell’arco di poche settimane il nuovo articolo 81.

Esso fu approvato il 30 novembre 2011 dalla Camera dei Deputati con 464 si, 0 no e 6 astenuti e il 17 aprile 2012 fu il Senato che approvò definitivamente quella legge costituzionale con 235 si,11 no e 34 astenuti. Doppia lettura alla Camera e al Senato e maggioranza superiore ai 2/3.  Quella legge non richiedeva nemmeno più la verifica referendaria e nemmeno sarà più possibile ricorrere a un eventuale referendum popolare per abrogarla o confermarla, diventando in tal modo parte integrante e  drammaticamente “innovativa” della Costituzione repubblicana.

E’ evidente che con tale norma si prevede l’equilibrio tra entrate e uscite anno per anno, contraddicendo così uno degli elementi cardini dell’economia keynesiana, ovvero il raggiungimento dell’equilibrio in un intero ciclo economico.

 Scrive al riguardo il costituzionalista Alessandro Mangia ( A.Mangia- La nostra Costituzione è schiava di banche e finanze, il Sussidiario.net, 25 giugno 2015) www.il sussidiario.net, come ricorda Giacché nel suo saggio: “ di fatto il vincolo di bilancio rappresenta ormai, all’interno del nostro ordinamento costituzionale, un principio superiore a cui tutti gli altri diritti devono piegarsi…Il principio del pareggio di bilancio è solo apparentemente una norma costituzionale tra le altre. In realtà è lo  strumento attraverso cui si è realizzato l’aggancio definitivo a una politica economica e a una politica sociale che è destinata a mutare definitivamente- e drammaticamente-il volto del Paese, come questi anni di crisi dovrebbero avere dimostrato a tutti”.

Sovranità nazionale  e sovranismo

 

Il tema del rapporto tra sovranità nazionale e sovranità europea è divenuto tanto più attuale con le affermazioni elettorali conseguite dai cosiddetti “partiti sovranisti” in diversi Stati dell’Unione; tra cui, il caso Italia, retta dal governo giallo-verde del M5S e Lega, è uno  dei più importanti, considerato il ruolo e il peso dell’Italia nella UE: terza economia industriale europea e paese fondatore dell’Unione.

 

Per “sovranismo”, l’enciclopedia  Treccani scrive : «Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione. L’affievolimento di sovranità degli Stati a favore di un ordinamento sovrastatuale non tocca minimamente l’unità politica degli Stati-nazione. Solo da noi si riesce a sposare un “sovranismo” anti-europeo con una devolution anti-nazionale».

 

 

Qual’ è lo stato attuale dei rapporti tra i principi della Costituzione italiana e i Trattati europei in generale e, in particolare, tra Costituzione italiana e decisioni normative di secondo rango, come quelle del fiscal compact, frutto delle decisioni di organi tecnocratici, in palese difformità dagli stessi obiettivi fissati dai trattati e , dunque, illegittimi come il prof Giuseppe Guarino, già citato,  con i suoi saggi in proposito ha autorevolmente saputo dimostrare?

 

Il Dr Vladimiro Giacché, presidente del Centro europeo Ricerche, nel suo saggio già citato, con dovizia di riferimenti costituzionali e ai Trattati Europei evidenzia “il conflitto inevitabile” tra la nostra Costituzione con questi ultimi, atteso che: “ Lotta all’inflazione e autonomia della banca centrale, massima concorrenza e minimo intervento dello Stato nell’economia sono i principi chiave dei  trattati europei”. Il saggio dimostra che: “ essi esprimono un’idea di società  in conflitto con quella propria della nostra Costituzione e con la tutela dei diritti fondamentali che questa prevede, a cominciare  dal diritto al lavoro.

 

E proprio con riferimento all’avvenuta introduzione dell’art 81 nella Costituzione, così ribadisce: “ Tale conflitto è reso evidente dalla forzatura rappresentata dall’inserimento  in Costituzione , in obbedienza alle regole europee del Fiscal compact, del nuovo art.81 che prevede l’obbligo di bilancio; un vero e proprio cuneo che scardina il sistema  dei fondamentali diritti costituzionali. Contro la logica  del “ vincolo esterno” che quell’articolo rappresenta  è necessario riconfermare  la validità dell’impianto  originario della nostra Costituzione e la sua priorità  sui trattati europei.”

Sulla base di quanto sin qui esposto appare chiaro che ogni altro ragionamento sulla compatibilità tra trattati europei e Costituzione italiana risulti pleonastico. Sulla volontà dell’UE abbiamo introdotto, con l’approvazione dell’art 81 nella Costituzione,  un vulnus nella nostra Carta fondamentale; un vincolo insuperabile per qualsivoglia politica economica che si intenda adottare diversa da quella dell’austerità imposta dalle politiche europee. Non serve nemmeno più la Troika è  più che sufficiente lo sbarramento dell’art 81.

Non è questa l’ispirazione fondamentale della nostra Carta Costituzionale; non era questa l’idea di Europa dei padri fondatori e non erano questi gli ideali che ispirarono e che indussero l’Italia a sottoscrivere i Trattati. In definitiva, non è questa l’Europa che, come Popolari italiani, intendiamo concorrere a ricostruire dopo il voto del 23-26 Maggio 2019.

La redazione di Insieme

 

 

Venezia 12 giugno 2018

 


L’unione europea alla prova dei nuovi equilibri internazionali


 


Dopo quanto è successo in Canada alla riunione del G8 (8 e 9 Giugno 2018), con il documento finale, prima sottoscritto e poi ripudiato da Donald Trump, riappare lo spettro di una guerra commerciale tra USA e resto del mondo, con particolare riferimento all’UE,  e lo scenario della geopolitica internazionale sembra stravolto. 


Trump con il suo cambio di strategia, apre un contenzioso forte con l’Europa e sembra affermare la volontà degli USA di sostituire al G8 una triade USA-Cina-Russia, con l’Europa ridotta a un ruolo laterale e marginale. Tutto ciò costituisce un elemento di una necessaria non rinviabile riflessione in previsione del rinnovo del prossimo Parlamento europeo. 


Le difficoltà operative nella governance dell’Unione europea, anche a seguito della Brexit, con le sue conseguenze tuttora in fase di complessa risoluzione; i contrasti con i Paesi di Visegrad e tra i Paesi del Nord e quelli mediterranei, non solo in materia di politiche di governo dei flussi migratori, si aggiungono a quelli più ampi della geopolitica internazionale, in conseguenza dei nuovi equilibri che l’annunciata “guerra doganale” con gli USA sembra determinare. 


L’instabilità politica della Germania, dove si sta consumando la lunga stagione dell’egemonia di frau Merkel, le difficoltà in cui si dibatte Macron in Francia, dopo e nonostante  l’ottimo risultato elettorale delle presidenziali, il trionfo dei partiti sovranisti in Austria, Ungheria e la stessa recente formazione del governo italiano giallo-verde; l’avvio del quarto round della Brexit, che si sta dimostrando assai più complicato rispetto alle premesse,  con riflessi contraddittori anche all’interno della stessa politica del Regno Unito, sono tutti elementi  che caratterizzano l’attuale difficoltà nel processo di costruzione e sviluppo dell’Unione europea. 


Come è noto,  Marzo del 2019 è la data fissata per la definitiva uscita della Gran Bretagna dall’UE. Al riguardo va tenuto presente che, in assenza di un accordo e nel caso  di “ un’uscita disordinata”,  il Regno Unito dovrebbe operare secondo le regole del WTO, con la sequela di controlli doganali e tariffe da esse prescritte. A Londra già si teme per la scarsità di prodotti di vario genere e conseguenze sul piano della stabilità dei prezzi e nella disponibilità anche su prodotti di prima necessità. 


Con l’uscita della Gran Bretagna si è riaperto, com’ è noto, il confronto acceso tra i 27 Paesi UE per decidere la definitiva allocazione delle sedi di EMA (Agenzia del farmaco), dopo il NO alla proposta dell’Italia per Milano e dell’EBA ( Autorità Bancaria) per la quale la Germania rivendicava la sede di Francoforte, dove già è allocata quella della BCE. 


 Per l’EMA, la sede vinta per sorteggio da Amsterdam, dopo i ricorsi respinti dell’Italia e della città di Milano, a tutt’oggi non è ancora in costruzione e l’edificio temporaneo che dovrà ospitare l’EMA nei primi mesi del 2019, quando avverrà il trasferimento, non sarà in grado di ospitare l’intero staff dell’agenzia (si parla di circa 900 dipendenti). Per l’EBA alla fine, anch’essa per sorteggio, è toccata alla Francia e sarà ubicata  a Parigi la sede della prestigiosa autorità bancaria europea, a riconferma del ruolo dominante di Germania e Francia ( la “ Framania”) nell’Unione europea. 


Con l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, d’altra parte, non è ancora ben chiaro il destino dell’Unione europea. Il Libro Bianco sul futuro dell’Europa mostra, infatti, cinque scenari diversi da qui al 2025: mantenimento dello status quo; semplice mercato unico; unità europea nella politica estera;  Europa a due  velocità; governance della politica dell’immigrazione col superamento del trattato di Dublino e politica comune della difesa. 


Sul fronte dell’area Euro, infine, emerge l’ipotesi di un ministro delle Finanze unico della zona euro e la trasformazione dell’ESM, il meccanismo di stabilità, in un Fondo monetario europeo. Tema particolarmente arduo  e delicato il completamento dell’unione bancaria con un sistema di garanzia unico per i depositi, prospettiva mal digerita e osteggiata sin qui dalla Germania. 


La prossima riunione del Consiglio  dei ministri dell’UE per la definizione del bilancio comunitario e la riduzione graduale sino all’annullamento del Quantitative Easing, sono i passaggi a breve più delicati cui dovrà far fronte l’Unione europea. L’Italia, con la nuova maggioranza di governo, si appresta a richiedere per l’ennesima volta uno sconto sul deficit, al fine di garantirsi una maggiore disponibilità sui conti pubblici e margini di investimento per il rilancio dell’occupazione. Tutto dipenderà dalle scelte che sul DEF in corso di definizione, il governo italiano sarà in grado di mettere in mostra rispetto alle attese dei partner europei. 


Se questi  sono i temi più urgenti della prossima agenda europea, non vanno dimenticati quelli più strettamente politici connessi alla deriva politica dell’Europa verso la destra radicale che accompagna la crisi profonda dei partiti tradizionali, gli assi portanti sin qui del parlamento europeo: PPE e SPD, una crisi che sembra inarrestabile.


 Nel prossimo articolo cercheremo di esaminare due temi, a nostro avviso, essenziali per proporre una seria proposta riformatrice di ispirazione popolare, europeista e trans nazionale, secondo i principi dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi e Schuman.


Il primo è quello del rapporto da rinegoziare nei trattati, al fine di superare i conflitti rivelatisi insanabili con la nostra Costituzione, specie quando, come nel caso del fiscal compact, quella decisione, nettamente in contrasto con gli stessi trattati liberamente sottoscritti, è stata il frutto di un regolamento di grado normativo inferiore ai trattati, redatto da euro-burocrati, con l’avallo irresponsabile anche di nostri autorevoli esponenti di governo. Fatto quest’ultimo ampiamente dimostrato dai saggi del prof Giuseppe Guarino, ahimè, sin qui  volutamente e colpevolmente misconosciuti.


Il secondo è il tema della sovranità monetaria che, nei modi  in cui si è sin qui realizzata a livello dell’Unione e in quasi tutti i Paesi componenti della stessa, con il controllo de facto della BCE e delle banche centrali dei diversi Paesi da parte degli edge funds anglo caucasici (kazari), riduce la “sovranità popolare” a  un ectoplasma senza sostanza; con le politiche economiche prone al dominio degli interessi dei poteri finanziari, che subordinano ad essi tanto l’economia reale che la politica. In sostanza, annullano de facto la democrazia e le fondamenta stesse su cui si regge il nostro patto costituzionale.



La redazione di “ Insieme”





Venezia 16 maggio 2018

Europa e Islam

La distribuzione dei musulmani nel mondo, secondo i dati del Pew Research Center sulla religione musulmana, sono i seguenti: 3.480.000 nel Nord America; 43.490.000 in Europa; 317.070.000 nel Medio Oriente e Nord Africa; 985.530.000 in Asia-Pacifico; 248.110.000 in Africa sub sahariana.  Questi dati sono così commentati da Priscilla Muro, il 1 Febbraio 2018,  con una nota su DOC-documenti.info (www.documentazione.info) - Oltre le opinioni : “Di che religione saranno gli immigrati nel 2050? Confermando i dati dell’anno scorso il rapporto Europe’s growing Muslim Populationredatto dal Pew Research Center, registra una percentuale sempre più alta di musulmani all’interno dei flussi migratori che riguarderanno l'Europa da qui a 33 anni. Il dossier mostra tre possibili scenari futuri: zero migrazion, medium migration, high migrazion. Vediamo che cosa significa.

Attualmente, i musulmani rappresentano circa il 4,9% della popolazione europea. Nel caso l’immigrazione dovesse fermarsi per sempre (zero migration), la loro percentuale aumenterebbe fino al 7,4%; se si dovesse arrestare il flusso dei rifugiati, ma non quello dei migranti regolari o dei richiedenti asilo (medium migration), si salirebbe all’11,2%; infine, se l’Europa dovesse registrare anche per gli anni a venire il numero di rifugiati avuto tra il 2014 e il 2016 (high migration), il 14% della popolazione europea sarebbe composta da fedeli di religione musulmana.

Migranti, rifugiati e migranti regolari: chi sono, da dove vengono e dove vanno

Le proiezioni non sono certezze matematiche. Tuttavia, il rapporto del Pew Research Center si basa su una serie di dati verificabili, prima fra tutti la costante crescita del numero di musulmani in Europa (passato da 19,5 milioni nel 2010 a 25,8 milioni nel 2016). Tale aumento è strettamente legato alle dinamiche dei flussi migratori: al primo posto della classifica dei paesi d’origine dei migranti troviamo infatti la Siria, a maggioranza musulmana.

Attualmente i musulmani rappresentano il 78% dei rifugiati, cioè coloro che hanno chiesto asilo politico e hanno ottenuto il riconoscimento del loro status da parte del Paese ospitante. Diverso è invece il caso dei migranti regolari, ovvero di chi si sposta per motivi connessi alla famiglia, allo studio o al lavoro. In questa categoria i musulmani sono il 46% e non rappresentano la maggioranza.

Per quanto riguarda le destinazioni, l’Italia, dove di certo non si può parlare di “invasione islamica”, si colloca al quarto posto nella lista delle mete scelte dai migranti dopo il Regno Unito, la Germania e la Francia. La Francia  e la Germania sono anche i Paesi con la maggior presenza di musulmani, rispettivamente l’8,8% e il 6,1% della popolazione.

In Europa i musulmani sono più giovani e hanno più figli

Gli scenari descritti dal rapporto si basano anche su un’altra considerazione: l’età media dei musulmani in Europa è di circa 30 anni (ben 10 anni in meno della media europea, che invece si aggira intorno ai 40). I musulmani (età media 23 anni) sono più giovani  anche rispetto all’intera popolazione mondiale (età media 28 anni). Inoltre la donna musulmana ha in media 2,6 figli contro l’1,6 della donna non musulmana. 

Elena Tebano, sempre citando i dati del dossier del Pew Research Center sulla religione musulmana in Europa, sul Corriere della sera, ha scritto: “oggi le persone di fede islamica nel Vecchio Continente sono 25,8 milioni, il 5 per cento della popolazione totale. A metà secolo potrebbero oscillare tra 35,8 o 75 milioni. Molti meno di quelli «percepiti». Nel 2050 ci saranno, senza contare i nuovi migranti, almeno 35,8 milioni di residenti musulmani in Europa, il 7 per cento della popolazione totale, che potrebbero arrivare a 75 milioni, cioè al 14 per cento della popolazione, se si registrasse un’elevata immigrazione. Lo stima il centro di ricerca americano Pew Research Centre, specializzato tra l’altro in demografia e religioni, che in un grande rapporto sull’Islam ha immaginato tre scenari: a zero immigrazione con una popolazione totale europea in calo a 480 milioni di abitanti (contro i 520 attuali), a immigrazione media e cioè se continuasse a tasso costante (in quel caso la popolazione musulmana sarebbe l’11 per cento , corrispondente a 57,9 milioni di persone, su un totale di circa 517 milioni di europei) o ad alta immigrazione, cioè se gli arrivi proseguissero per le prossime decadi ai ritmi eccezionalmente alti del 2015 e 2016. Anche nello scenario di crescita maggiore, «i musulmani sarebbero molti meno — scrivono i ricercatori — sia della popolazione cristiana che di quella senza religione» (in quel caso l’Europa arriverebbe a contare infatti 539 milioni di abitanti). La ricerca ha preso in considerazione 30 Paesi: i 28 dell’Unione europea più Svizzera e Norvegia”.

Di particolare interesse è lo studio di Francesco Marone e Marco Olimpio elaborato per  l’ISPI ( Italian Institute for international political studies), con specifico riferimento al caso Islam e Italia. Trattasi di un working paper sul tema: “ Conquisteremo Roma”- I riferimenti all’Italia e al Vaticano nella propaganda dello stato islamico, che viene così presentato dai due autori:

“Negli ultimi anni, l’Italia  non è stata colpita da attacchi terroristici di matrice jihadista, né ha sperimentato gli elevati livelli di radicalizzazione di alcuni dei suoi vicini europei. Significativamente, il numero di foreign fighters che hanno abbandonato il territorio italiano per unirsi allo Stato Islamico o ad altri gruppi jihadisti – circa 130 individui – è molto più basso se comparato ai numeri della Francia, della Germania, del Regno Unito, ma anche di paesi più piccoli come l’Austria o il Belgio.

Questo quadro di relativa quiete, tuttavia, presenta un’importante eccezione, riguardante la propaganda dello Stato Islamico, che menziona l’Italia e, in particolare, Roma con una frequenza che può apparire sproporzionata. Analizzando i contenuti ufficiali in lingua inglese pubblicati dallo Stato Islamico a partire dalla proclamazione del “Califfato” (nel giugno del 2014), il presente studio di carattere esplorativo ha contato 432 riferimenti all’Italia, al Vaticano e a Roma. La città è frequentemente citata, con diverse accezioni, anche nella propaganda in lingua araba.

L’analisi dei riferimenti individuati mostra che, a parte alcune eccezioni significative, lo Stato Islamico riserva particolare attenzione all’Italia perché si riferisce a Roma come simbolo dell’Occidente e della Cristianità. La maggior parte delle menzioni, infatti, riprende fonti islamiche secondarie che affermano che il Giorno del Giudizio giungerà soltanto quando i musulmani combatteranno i “Romani”, e profetizzano la loro conquista di “Roma” (originariamente sulla base di un riferimento storico al confronto secolare tra le forze musulmane e i “Romani” d’Oriente - ovvero i Bizantini - in epoca medievale). A ogni modo, la posizione centrale che la capitale italiana occupa nei messaggi jihadisti – anche in senso figurato – è un fenomenoallarmante, poiché può essere interpretata dai seguaci dello Stato Islamico come un’esortazione a compiere attacchi nella Città Eterna o, più in generale, in Italia.”

Il documento scaricabile in formato pdf dal sito di ISPI (www.ispionline.it) analizza i documenti in lingua inglese e araba con riferimenti e minacce alla società italiana, istruzioni per l’esecuzione di attacchi e rivendicazioni di carattere operativo.

E’ evidente che siamo in presenza di un fenomeno nuovo e inquietante aggravato dal differenziale demografico a netto vantaggio del mondo arabo e musulmano che dà concreta verifica a ciò che il presidente  algerino Boumedienne dichiarò all’ONU nel 1974: “ il ventre delle nostre donne ci darà la vittoria”. Una dichiarazione reiterata nel Marzo 2017 dal presidente turco Erdogan ( “ fate cinque figli, il futuro dell’Europa è vostro”). Una tesi sostenuta, peraltro, da uno dei più grandi esperti del mondo islamico, Bernard Lewis, professore emerito all’università di Princeton, il quale ha scritto: “ L’Islam prenderà l’Europa non con la spada, ma con la demografia”.

I megatrends demografici citati nel nostro secondo articolo, sono la dimostrazione realistica di tale condizione dell’Europa; una condizione che è il risultato di un processo di progressivo distacco dai valori della tradizione cristiana, così come sono stati egregiamente esposti da una nota del prof Fabrizio Fabbrini che vogliamo evidenziare. Trattasi di un commento che il prof Fabbrini ha svolto sulla nostro documento sui megatrends demografici in Europa e nel mondo.

Per Fabbrini l’Europa e l’Italia sono in preda alla sudditanza di dottrine totalitarie solo ammantate di colore economico (in realtà ideologie totalistiche di pensiero antiumano) come il socialismo e il liberismo, disastri mentali, che hanno la loro genesi nel punto di congiunzione tra giacobinismo di destra e di sinistra, che sono ad un tempo opposti ma solidali e coordinati. L'ambidestro Giacobinismo (ambidestro come il dio Efesto nella fucina dell'Etna): quello di destra radicale francese della Terza Repubblica (che condusse l'Europa al disastro della Grande Guerra, cioè, delle due guerre l'una all'altra collegate);  e quello di sinistra, ancora francese, già nella Révolution, ma che poi risorse veicolato dal marxismo che investì tutta Europa, inizialmente spegnendo il popolare socialismo nell'atteggiarsi a una superiore sedicente "scientificità", poi nelle due volontaristiche superfetazioni del Leninstalinismo e del Nazismo (che, ricordiamolo, era la Sinistra proletaria Social-nazionale o Nazional-Socialista - da qui la parola Nazismo - impostasi con voto popolare e poi in parlamento): e, del resto, già socialista era la Germania nel parlamento del Kaiser (quella che Lenin definì dei Socialtraditori). 

 

 Quanto al liberismo, fu anch'esso un parto giacobino: quello parigino della rivolta nobiliare e borghese del parlamento di Parigi dell'88, seguito dalla usurpazione borghese dell'89 che si proclamò Nazione e impose la tirannia parigina a tutta la Francia, moto imposto dai padroni del vapore, la borghesia imprenditoriale che aveva accolto il messaggio di Rousseau attraverso il discepolo Robespierre e fece il pieno con le Leggi antioperaie giacobine D'Allard - Le Chapelier del '91, traducendosi nei massacri del 1792-'95 (più morti francesi di quelli della Grande Guerra 1914-18).

 

 E questa rivolta tirannica parigina ebbe in seguito - per volere della Massoneria che, già alla genesi della Révolution con il Gran Massone di Palais-Royal Filippo égalité - ne afferrò il Testimone con il figlio di Filippo Egalité e non lo mollò più nei due mondi - quello americano già massonico di fine '700 / inizi '800 e quello europeo di lord Palmerston dagli anni Trenta a tutto il Risorgimento italiano (si pensi alla combine Palmerston-Garibaldi e al colonialismo europeo nel mondo. E questa vincente ala liberista massonica colonialista (come lucidamente Lenin nel saggio Dal Colonialismo all'Imperialismo dei 5 Mercati, del 1914) si esaltò nel globo portata dai Presidenti yankees, soprattutto Democratici: Roosevelt a inizio secolo, Wilson negli anni della Grande Guerra, e il secondo Roosevelt (e in realtà da tutti i presidenti americani, che furono massoni ad eccezione di Kennedy e forse di Clinton: non sappiamo ancora di Trump).

 

E' questa ala del giacobinismo di destra a intendersi con il sovietico Stalin, potenziandolo a dismisura nella seconda guerra mondiale e in tutta la storia successiva fino all'imprevisto incidente della comparsa di Gorbacev (unico rivoluzionario non violento dopo Gandhi, ma con difficoltà e realizzazioni molto maggiori), mettendo finalmente la sua ipoteca su tutto il mondo). E' quel giacobinismo di destra, dicevo, la vera matrice di quel che Tu giustamente chiami "ideologia neoliberista": e io aggiungerei "radicale", ma non trascurando che essa è sommata a quel giacobinismo di sinistra che ha non solo creato i più pesanti e inumani regimi della storia (regime Sovietico e satelliti, regime Maoista e satelliti), ma è stata la bandiera che più facilmente ha sedotto le masse in tutto il mondo, soprattutto nel nostro paese...

 

Fino a portare al mutamento negli atteggiamenti e nei programmi dei comunisti nostrani. Per cui quel che il regista Moretti, italiano ma infranciosato, diceva contro l'imborghesimento del PCI ("diteci, vi prego, qualcosa che sappia di Sinistra!") era giusto e motivato, ma denotava una incomprensione di fondo, questa: che una Sinistra non è mai esistita senza il suo fratello Borghese di Centro e Centrosinistra (una specie di Mister Heid che conviveva nell'animo del dottor Jeckyll): donde il perfetto connubio tra democratici americani e socialcomunisti europei anche al tempo della cosiddetta "Guerra fredda" (in realtà accordo di spartizione mondiale), o tra l'imbalsamato Breznev e l'ubriacone occidentalizzante Eltsin, o tra la Cina di Mao e quella odierna.


Ed è la Cina moderna l'esempio più importante di una tale fusione impensabile: è la più macroscopica superfetazione di quel connubio, concentrato in un solo regime, che è insieme la  più colossale mescolanza tra schiavismo comunista e potere finanziario dell'industrialismo sovrasviluppato: con l'esito di essere una nazione che esprime il più ampio numero dei più potenti capitalisti mondiali, superiore a quello delle sommate nazioni propriamente capitaliste (USA e Canada, Regno Unito e Germania e Francia), per cui 300 milioni di comunisti borghesi controllano il paese dominando su un miliardo di schiavi totali senza diritti se non servire o morire. E la affianca la Brasindia (Brasile+India) seconda potenza economica mondiale potenzialmente effusiva.

Un’analisi spietata quella del prof Fabbrini, confermata dalla sciagurata decisione politico istituzionale dell’UE di rinunciare, all’atto dell’approvazione della Costituzione europea, al riferimento alle comuni radici giudaico cristiane per affermare i valori di una società laicista e irreligiosa dominata dal relativismo etico e politico culturale. Una condizione etica e  socio culturale quella dell’Europa di assoluta vulnerabilità e facilmente dominabile da un flusso immigratorio di giovani, affamati e prolifici, come quello delle popolazioni musulmane in fuga dall’Africa e dall’Asia, in cerca di fortuna.

Senza forti valori etici di riferimento sarà impossibile contenere e/ contrastare quelli di un’immigrazione ad alto tasso di crescita demografica, nella quale la presenza di soggetti ispirati dalla fede nel Corano è assai elevata. Si sono voluti misconoscere e nascondere i principi giudaico cristiani fondanti della cultura occidentale, facendo prevalere gli orientamenti radical socialisti di Ventotene su quelli dei padri fondatori  popolari ( Adenauer, De Gasperi, Schuman)   e, così operando,  si finirà col perdere, in un meticciato confuso, anche quelli di derivazione laicista e illuministica della rivoluzione borghese.

Si aprono scenari assolutamente nuovi e diversi da quelli che hanno caratterizzato la vicenda dell’Unione europea, dalla sua formazione all’esplosione del fenomeno migratorio dell’ultimo decennio. Cercheremo di fornire il nostro contributo secondo un approccio popolare, con alcune proposte di soluzione al di fuori dalle pulsioni demagogiche, giustificazionistiche e/o elettoralistiche con cui si è sin qui prevalentemente affrontato tale tema.


La redazione di Insieme (www.insiemeweb.net)


Venezia 14.05.2018          I megatrends  etici, culturali  e religiosi dell’Europa



Esaminati i megatrends demografici che indicano un’Europa destinata all’inevitabile “meticciato”, conseguenza di un divario demografico di tipo esponenziale tra il vecchio Continente e l’Eurasia, in questo terzo articolo intendiamo affrontare ciò che caratterizza la situazione europea sul piano culturale e degli orientamenti etici e religiosi. 


In un articolo a cura della redazione  de Il Foglio del 26 Marzo 2018 si scrive di una ” Europa al capolinea cristiano”.


Partendo dal rimpianto di Novalis che, già nel 1799, avvertiva il rischio di una crisi epocale e nel suo “ La cristianità, ossia l’Europa”, ricordava:  “ i bei tempi in cui l’Europa fu terra cristiana”, Il Foglio sottolinea come “la desacralizzazione del continente, da allora, non si sia mai arrestata”. In quell’articolo si ricorda come: “ nel 2000, anno in cui si discuteva dell’inserimento del riferimento alle radici giudaico-cristiane nella Costituzione europea, l’allora cardinale Joseph Ratzinger disse che, prima che un concetto geografico, l’Europa era cultura e storia. “ Citando un articolo de “Il Guardian”, il Foglio evidenzia come l’Europa stia marciando verso una società post cristiana ( esito di un sondaggio effettuato dalla St.Mary University Twichenham di Londra) . In Repubblica ceca il 91 per cento dei giovani tra i 16 e i 29 anni dichiara di non avere affiliazioni religiose. In Estonia, Svezia e Olanda, la percentuale scende tra il 70 e l’80 per cento. Insomma l’ateismo sta diventando la norma per concludere che : “ l’Europa  è ormai una terra senza Dio, e senza il cristianesimo, di cui si perde traccia anche nei paesi che storicamente hanno rappresentato la cultura europea: in Francia i cristiani adulti sono soltanto il 26 per cento, il 20 in Germania.  Cosa  sarà l’Europa, se sottomessa al politically correct o a un nuovo Dio, non si può dire. Per  la sopravvivenza delle nostre radici forse, sarà comunque tardi”. (estratto dall’articolo de Il Foglio del 26.3.2018: “Europa al capolinea post-cristiano”)  


Un recente interessante contributo è stato offerto dallo storico della filosofia Rémi Brague, in occasione del conferimento di un dottorato honoris causa dalla Pontificia università Giovanni Paolo II di Cracovia, l’11 Gennaio 2018.


In quell’occasione Brague tenne una lectio magistralis in francese dal titolo: “Qu’est - ce que l’Europe peut faire avec le Christianisme?” ( testo tradotto in italiano su www.tempi.it), Brague sostiene che Europa è cristianesimo e nell’Occidente che ha dimenticato le proprie radici l’annuncio cristiano non pretende di apportare alla cultura nuovi contenuti, ma di fornire una nuova e più grande prospettiva.


E’ questo un tema che acquisterà una più forte valenza quando affronteremo la questione del ruolo del turbo capitalismo finanziario dominante in Europa e nel mondo e il cui più serio antidoto culturale è proprio rappresentato dagli orientamenti pastorali indicati dalla dottrina sociale della Chiesa dalla “Centesimus Annus” di  Papa Giovanni Paolo II, alla “Caritas in veritate” di Papa Benedetto XVI, alla “Evangelii Gaudium” e “Laudato Si” di Papa Francesco.


Il contributo più importante e completo sulla situazione socio culturale dell’Europa è, in ogni caso,  quello offertoci dal 9° Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo, dedicato al tema specifico: Europa: la fine delle illusioni.


Stefano Fontana, curatore con Mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, del Rapporto dell’Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân  sulla dottrina sociale della Chiesa, edito da Cantagalli, sintetizza i contenuti di quel rapporto con la newsletter n.878 del 27 Marzo 2018 che  riportiamo integralmente:


   

Quale futuro per l’Europa?

Radici cristiane e relativismo radicale, popoli e politiche dell’Unione.

 


Scrive Stefano  Fontana:


Il nostro Rapporto sull’Europa esprime un giudizio piuttosto severo sul processo di Unificazione e sull’attuale impostazione dell’Unione Europea fino al punto da considerarla, per alcuni suoi aspetti un progetto fallito, come dice il titolo del Rapporto, e addirittura un pericolo. Sappiamo bene che una simile valutazione diverge rispetto a quanto si sente dire in ecclesialese come pure in linguaggio politichese, ossia che ci vuole più Europa. Sappiamo anche che oggi i critici dell’Unione Europea sono accusati di populismo identitario. Tuttavia  abbiamo ugualmente mosso apertamente le nostre critiche. Il cardinale Angelo Bagnasco, intervenendo alla presentazione del Rapporto a Roma, lo ha definito un atto di amore per l’Europa. Lo è certamente verso l’Europa, non però verso l’Unione Europea. Alla fine della sintesi introduttiva del Rapporto, firmato oltre che da me anche dagli altri direttori dei sei Centri di ricerca che hanno contribuito alla stesura dello stesso tra i quali il Centro Studi Livatino, si trova scritto che un aiuto all’Europa verrà in futuro proprio da coloro che oggi criticano, anche duramente, l’attuale situazione dell’Unione Europea. 


Errori nel progetto originario


La radicalità della nostra valutazione è data anche dal fatto che secondo noi gli errori di impostazione sono addebitabili anche al progetto originario e non solo a successivi eventuali intoppi o deviazioni. All’origine erano presenti due progetti, il primo impostato secondo i principi della Dottrina sociale della Chiesa, il secondo impostato secondo il Manifesto di Ventotene. Bisogna riconoscere che ad imporsi è stato quest’ultimo, mentre il processo di unificazione si allontanava progressivamente dal primo di pari passo con la secolarizzazione della società europea. Il Manifesto di Ventotene concepiva il processo di unificazione come un percorso rivoluzionario, socialista, condotto non dai popoli né attraverso i popoli bensì da un’avanguardia di intellettuali e politici che lo avrebbero imposto dall’alto. Si trattava di un progetto di tipo illuminista, giacobino e, fatte le debite distinzioni, leninista. Esso comportava l’idea di riplasmare il popolo europeo e, secondo l’impostazione rousseauiana,. di dargli un’altra natura. Lo schema era il medesimo del liberalismo massonico italiano che, una volta fatta l’Italia, volle impegnarsi dall’alto a fare, o meglio a rifare, gli italiani. Del resto solo in questo spirito – come vedremo anche in seguito – si può comprendere l’impegno ideologico delle istituzioni europee e la nascita addirittura di una ideologia europeista. L’europeismo oggi è una ideologia che demonizza chi la contraddice accusandolo di populismo. Il Manifesto di Ventotene diceva come doveva essere fatta l’Unione Europea e ne stabiliva i contenuti culturali, identificandoli con quelli dell’ideologia che conciliava Gramsci con Gobetti, il socialismo con il liberalismo, lo statalismo per quanto riguarda i bisogni pubblici e l’individualismo amorale per quanto riguarda la vita privata. In altri termini era il progetto della società radicale o, per dirla con Augusto Del Noce di una società irreligiosa e opulenta.


L’occasione mancata

Nel nostro Rapporto evidenziamo come ci sia stato un momento nella storia dell’Unione Europea in qui questo schema poteva essere messo in discussione. Ci riferiamo al 1989 e al 1991, ossia al crollo del comunismo nell’Europa orientale. Ciò, come si sa, fu interpretato come la necessità di procedere verso l’Unione politica con il trattato di Maastricht (1992), ma poteva essere anche interpretato in altro modo, come insistentemente chiedeva Giovanni Paolo II. La richiesta di inserire nella costituzione europea il riferimento a Dio non era una richiesta integralista, ma intendeva ricondurre le riflessioni sull’Europa alle loro autentiche fonti affinché essa potesse ritrovare la propria strada. L’Unione si sarebbe allontanata dall’Europa, mentre Giovanni Paolo II voleva che il processo di unificazione fosse a servizio dell’Europa, dall’Atlantico agli Urali. Per far questo essa doveva ricollegarsi con le sue origini cristiane, ma la strada intrapresa fu altra e gli interventi insistenti di Giovanni Paolo II furono disattesi.

Imperi e Stato moderno

L’Unione Europea trovava nella storia dell’Europa due modelli a cui rifarsi: il modello dell’Impero e il modello dello Stato moderno. Il modello dell’Impero era un sapiente equilibrio sedimentato nella storia tra centro e periferia, tra reductio ad unum e coexistentia membrorum, tra identità e pluralità. Le nazioni e i popoli venivano valorizzati e nello stesso tempo unificati dalla comune religione e dalla funzione imperiale. L’epoca degli imperi finì con la conclusione della prima guerra mondiale e con essi sparì dall’Europa anche la funzione pubblica della religione. L’altro modello era quello dello Stato moderno, assoluto e accentrato, che sacrifica la coexistentia membrorum sotto la reductio ad unum. È il moderno Leviatano che, come scriveva Carl Schmitt commentando Hobbes, era Uomo, Dio, animale e macchina nello stesso tempo. L’Unione Europea non è diventata un Super Stato dal punto di vista formale, ma ha assunto molti aspetti e funzioni tipiche del Leviatano. E’ diventata una enorme macchina di burocrati e funzionari omogenei tra loro e che condividono la stessa ideologia europeista che alla fine si riduce a due soli elementi: la democrazia formale e la libertà vuota di contenuti.

Una costruzione artificiale


Bisogna riflettere sull’artificialità della costruzione dell’Unione Europea. Il Leviatano di Hobbes è una costruzione artificiale, senza rapporti con la natura sociale dell’uomo e senza alcun debito verso uno stato di natura che ne limiterebbe la potenza assoluta. L’Unione Europea, pur dicendosi a servizio delle nazioni e dei popoli, in realtà è una costruzione artificiale di trattati, gestiti da una classe artificiale di burocrati, e con una cultura artificiale essa stessa priva di alcun legame con la legge morale naturale. Lo prova il fatto che dalle istituzioni europee arrivano ormai sistematicamente agli Stati membri pressioni indebite perché essi approvino leggi contrarie alla vita e alla famiglia, ossia contro i dettami della legge morale naturale, con cui l’Unione Europea ha tagliato i ponti. I cosiddetti “nuovi diritti” sono sostenuti dalla cultura dell’Unione europea, sono al centro di molte raccomandazioni del Parlamento europeo, sono difesi dalle Corti di giustizia europee sicché il cittadino che ad esse ricorre contro il proprio ordinamento giuridico statale in tema di diritto alla vita, per esempio, non trova adeguata difesa. Nella fase propedeutica all’ammissione all’Unione, agli Stati richiedenti viene posta la condizione di attuare una legislazione sui nuovi diritti, in assenza della quale lo Stato darebbe prova di discriminazione.


L’opposizione al diritto naturale

Su questo tema dei diritti umani c’è nell’Unione una lotta trasversale sia all’interno dei singoli Stati sia tra Stati. Su questo terreno i Paesi dell’Unione sono molto divisi, tra loro e al loro interno. Le organizzazioni della società civile che difendono il diritto alla vita e la famiglia tra uomo e donna si contrappongono ai gruppi progressisti che invece vogliono estendere i nuovi diritti all’autodeterminazione individuale al di là di ogni regola morale e giuridica. Le istituzioni europee solitamente stanno dalla parte di questi ultimi, ma non riescono ad evitare il conflitto sociale e politico su questi temi. E la parte che difende il diritto naturale sente che le istituzioni europee le sono nemiche, aumentando così la disaffezione nei loro confronti. Quando gli Stati Uniti di Trump hanno eliminato i finanziamenti internazionali alle organizzazioni che provocano l’aborto di massa, l’Unione europea li ha in parte sostituiti aumentando il budget a ciò finalizzato e diventando così la prima finanziatrice al mondo. La contesa interna ai Paesi c’è ormai anche tra Paesi e Paesi. Molti Stati dell’est europeo hanno blindato in costituzione la famiglia naturale, oppure la negazione del riconoscimento pubblico dell’omosessualità o il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale. Questi Paesi sono entrati in conflitto ideologico con le istituzioni europee, che li hanno osteggiati. L’antropologia diventa sempre di più terreno di divisione europea. La tendenza dell’Unione è di uniformare, ma alcuni Paesi ormai reagiscono contro l’appiattimento. I quattro Paesi di Visegrad – Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria – rivendicano la propria identità culturale, religiosa ed etica dall’appiattimento ideologico europeo.

Culture e popoli

Proprio su questo terreno della identità culturale e religiosa dei popoli europei si notano i maggiori sintomi del deficit nel processo di unificazione. Il nesso tra popolo e cultura è fondamentale. Se è indubitabile che esista una cultura europea, anche se è poi difficile precisarla data la notevole quantità delle sue componenti, è altrettanto indubitabile che essa nasce dalle culture dei singoli popoli che non assorbe in sé appiattendole. La cultura, ci ha insegnato Giovanni Paolo II, è una strada verso la natura umana, la quale trascende tutte le culture, le relativizza e ne permette una valutazione etica. I popoli cercano di realizzare la comune natura umana secondo vari percorsi, le culture appunto. Esse non sono autoreferenziali, valgono in quanto svelano l’uomo quale esso è e si mettono al suo servizio. E’ per questo che nelle culture si possono insinuare anche elementi negativi, quando esse non rispettano l’uomo e proprio la natura umana svolge in questi casi il ruolo di criterio di giudizio e di valutazione morale della cultura stessa. Tolto il concetto di natura umana, la cultura viene stabilita convenzionalmente a tavolino da parte dei poteri forti. L’Europa è sempre stata un incrocio di culture e di popoli, incrocio reso possibile dal comune riferimento alla natura umana, riferimento garantito dalla religione cristiana. E’ infatti impareggiabile la visione della persona umana nata in Europa, trasmessa poi all’Occidente non come espressione di una cultura di parte ma come conquista universale. Ma oggi in Europa avviene proprio questo: ci si è congedati dalla natura umana e, quindi anche dalle culture dei popoli e delle nazioni che si vorrebbe uniformare e amalgamare artificialmente come dentro un tritacarne. Stanno nascendo nel nostro continente nuove rivendicazioni del diritto alla propria  identità culturale e spesso questo viene rivendicato in polemica con le istituzione europee.

 


Il posto di Dio nella pubblica piazza


Ma la cultura è anche altro. Giovanni Paolo II ci ha anche insegnato che essa nasce sempre dalla domanda fondamentale dell’uomo riguardo a Dio. Tutte le culture hanno sempre avuto un’origine religiosa. Solo la cultura moderna e illuminista, come ha anche insegnato Benedetto XVI, nasce invece senza Dio o contro Dio. In Europa è nata la prima cultura antireligiosa al mondo, una sistematica espulsione di Dio dalla pubblica piazza, che poi si è estesa oltre i confini europei. L’espulsione di Dio dalla sfera pubblica ha prodotto proprio in Europa i totalitarismi. Lo Stato ideologico è nato in Europa con la Rivoluzione francese, proprio per l’espulsione di Dio dalla vita pubblica e poi è continuato in altre forme, anche più devastanti. La domanda è questa: negando Dio dalla pubblica piazza, anche l’Unione Europea è un potere ideologico? E’ inevitabile che senza Dio le culture si inaridiscano e si avvitino su se stesse, perdendo di vista anche altri valori umani e laici, in un processo di dissoluzione o, come direbbe Carl Schmitt, di disperazione. Lo stesso Schmitt e lo storico Ernest Nolte hanno sostenuto che la nascita dello Stato ideologico in Europa ha sempre prodotto guerre civili. Quella  della Francia rivoluzionaria, quella dentro la Germania nella repubblica di Weimar dopo la sconfitta della prima guerra mondiale, la stessa prima guerra mondiale, quella del nazismo contro gli ebrei, quella italiana dopo il 25 luglio, quella nella Russia sovietica dopo la rivoluzione d’ottobre … guerre civili. Oggi si dice che con il percorso di unificazione europea il continente ha avuto la pace. In parte è vero. Se però dimentichiamo la Bosnia e il Kosovo della metà degli anni Novanta e se oggi dimentichiamo Crimea e Ucraina. A caratterizzare lo Stato ideologico è, secondo Nolte, la presunzione di colpevolezza … contro l’ebreo o contro il borghese capitalista. Anche oggi in Europa c’è una presunzione di colpevolezza ideologica: quella contro i bambini non ancora nati, fronte su cui le istituzioni europee sono molto impegnate.



Il bene comune e la sussidiarietà


 Se esaminiamo la costruzione dell’Unione Europea e la sua attuale situazione, possiamo riscontrare che sui principi fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa le carenze sono piuttosto gravi. In particolare sui due principi fondamentali del bene comune e della sussidiarietà la distanza si fa notare.


La visione del bene comune della Dottrina sociale della Chiesa ha due aspetti oggi completamente disattesi in Europa. Il primo è che esso è dietro di noi prima che davanti a noi. Ne fa parte l’ordine naturale in cui siamo inseriti e l’ordine storico della tradizione da cui riceviamo i principi e i valori. Il bene comune è un ordine etico e non materiale. Esso può esserci anche in una situazione di povertà quando non si fa violenza all’ordine naturale delle cose. L’ideologia europeista, invece, si fonda sull’idea che ciò che viene dalle istituzioni europee sia il bene e che non ci siano ordini oggettivi da rispettare. Il secondo è il suo carattere verticale: il primo bene comune è Dio, sul quale si fonda ultimamente la stessa legittimazione dell’autorità. L’Unione Europea si è messa invece sulla strada di una secolarizzazione religiosa molto accentuata fondata sull’indifferenza alle verità delle religioni che sono considerate tutte uguali e tutte diverse e nessuna degna di godere di un particolare ruolo pubblico.


Poi c’è il principio di sussidiarietà. Il trattato di Maastricht lo contempla, ma anche lo deforma, interpretandolo in senso unicamente funzionalistico e strumentale. Quel principio ha senso solo in un sistema di ordine sociale e morale nel  quale le società inferiori devono essere messe in grado di agire liberamente per poter assolvere ai propri doveri oggettivi. Senza di questo il principio diventa solo una rivendicazione di spazi per esercitare presunti diritti individuali non ancorati a dei doveri. Prevalgono le due visioni errate di sussidiarietà: quella che la considera una elargizione dello Stato sovrano alle società inferiori e quello che la considera una rivendicazione libertaria e anarchica delle società inferiori stesse. In ambedue i casi esso è disancorato da un ordine sociale e politico oggettivo.



Il problema politico dell’Islam


Vorrei terminare questa breve rassegna sull’Unione Europea dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa accennando al fatto che non c’è una visione politica del problema dell’Islam, che rappresenta un problema politico. In molti Stati europei si sono già presentati alle elezioni partiti islamici. Come ha scritto il filosofo Remi Brague quando si importano musulmani non si importa una religione si importa una civiltà. Ora, nell’Islam: non esiste il concetto di diritto naturale, l’etica coincide con quanto è permesso o vietato religiosamente, la rivelazione divina possiede immediatamente anche un significato giuridico, la comunità prevale sull’individuo, non esiste il concetto di persona così come elaborato nell’occidente cristiano, la donna è antropologicamente inferiore all’uomo e ciò è frutto di rivelazione, obbedire a Maometto equivale ad obbedire ad Allah perché il Corano scritto è perfettamente conforme al Corano eterno, la comunità musulmana ha una superiorità antropologica su tutti gli altri e si espande per conquista. Nell’Unione Europea non c’è una politica sull’Islam e non si tiene conto di questo elemento: l’Islam non è solo una religione. La vuota laicità europea è incapace di rispondere all’Islam.



 Del problema politico dell’Islam in Europa e delle sue possibili conseguenze  tratteremo nel prossimo articolo. Intanto assumiamo le indicazioni del 9° Rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo, come il vademecum di riferimento dei cattolici italiani ed europei e dei cittadini dell’Europa ispirati dai valori dell’umanesimo cristiano;  come uno strumento di riferimento essenziale per le  politiche da proporre e le scelte da compiere al voto europeo del maggio 2019.


 


La redazione di “ Insieme” (www.insiemeweb.net)


 


Venezia 21 aprile 2018 - Megatrends demografici in Europa e nel mondo

L'Unione europea (UE) è un'organizzazione internazionalepolitica ed economica a carattere sovranazionale, che comprende 27 paesi membri indipendenti e democratici (erano 28 prima dell’uscita del Regno Unito a seguito della Brexit). La sua formazione sotto il nome attuale risale al trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 (entrato in vigore il 1º novembre 1993), al quale gli stati aderenti sono giunti dopo un lungo percorso intrapreso dalle Comunità europee precedentemente esistenti e attraverso la stipulazione di numerosi trattati, che hanno contribuito al processo di integrazione europea.


Con oltre 500 milioni di cittadini l’Unione europea è uno dei grandi players sul piano economico, industriale e commerciale a livello planetario.


Per esaminare le questioni più rilevanti che attengono alle politiche europee, sia dal punto di vista istituzionale, che su quello economico, finanziario  e sociale, è indispensabile analizzare i megatrends, ossia “le grandi tendenze della società che creano discontinuità significative a livello di massa critica e che influenzano profondamente il contesto in in cui l'uomo vive e/o lavora, interpreta e gestisce il proprio tempo libero".

Il tema dell’immigrazione, che costituisce uno dei nodi essenziali della politica europea, è strettamente legato a quello della demografia che può essere così riassunto ( cito i dati di Marco Nicolini nel suo “ la storia del futuro”- la freccia della storia: dove diavolo sta andando la storia?”):


 “ Oggi gli africani sono 1.2MLD nel 2050 saranno 2.4MLD: intrapolazione lineare della popolazione dal 2020 al 2050  con y=((2.4-1.2)/4*x+1.2)*1000 dati in Milioni di abitanti, per decadi X=0,1,2,3,4, si assume quanto segue: nel 2020s x=1 gli africani siano 1.5MLD, nel 2030 x=2 siano 1.8MLD, nel 2040 x=3 siano 2.1MLD, nel 2050 x=4 siano 2.4MLD


Popolazione Europa oggi 500MLN nel 2050 706MLN: intrapolazione lineare della popolazione dal 2020 al 2050 con y=((706-500)/4*x+500) dati in Milioni di abitanti, per decadi X=0,1,2,3,4 si assume quanto segue: nel 2020 x=1 gli europei siano 551.5 Milioni, nel 2030 gli europei siano 603Milioni, nel 2040 gli europei siano 654.5 Milioni, nel 2050 gli europei siano 706 Milioni.


Nel decennio 2020 gli africani sono stimati a 1.5 MLD e gli Europei in 551.5 Mln, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 6.3%-14% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 94 Milioni – 210 Milioni. Se dal Nord Est Africa iniziasse un trasferimento (business Africa Ferries o Gateway umanitari) con l'attuale legge italiana che concede la cittadinanza dopo 10 anni, in media nel decennio 2020 diverrebbero italiani tra 9.4-21Milioni d'africani. Sarebbero aspersi in Europa dalla via Greco-Italica circa 84.4 Milioni-189 Milioni d'africani.


Nel decennio 2030 gli africani sono stimati a 1.8 MLD e gli Europei in 603 Milioni, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 12.5%-26% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 225 Milioni – 468 Milioni. Se dal Nord Est africa iniziasse un trasferimento (business Africa Ferries o Gateway umanitari) con l'attuale legge italiana che concede la cittadinanza dopo 10 anni, in media nel decennio 2030 s diverrebbero italiani tra 22.5-46.8 Milioni di persone (oltre la metà dell'attuale popolazione italiana). Sarebbero aspersi in Europa dalla via Greco-Italica circa 202-421 Milioni d'africani.


Nel decennio 2040 gli africani sono stimati a 2.1 MLD e gli Europei in 654.5 Milioni, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere 25%-38% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 525-798 Milioni di persone.


Nel decennio 2050 gli africani sono stimati a 2.4 MLD e gli Europei 706Milioni di persone, si stima che gli africani che vorrebbero migrare in Europa potrebbero essere il 50% della popolazione, con una pressione demografica potenziale di 1.2 MILIARDI.


Sono cifre impressionanti che denotano, da un lato, il declino demografico inarrestabile del nostro continente e, dall’altro, la presenza di una spinta migratoria di dimensioni mai conosciute nella storia dell’umanità, considerando che, oltre all’immigrazione dal continente africano deve essere valutata anche quella proveniente dal medio oriente devastato da sanguinose guerre e dall’estremo oriente ( Cina, Bangladesh, e altri Paesi).


Non possiamo che condividere le conclusioni di Marco Nicolini secondo cui:

“ Non ci vuole un genio per comprendere che già nel primo decennio 2020 la tensione tra Europa ed Africa potrebbe diventare critica.

Non ci vuole un genio per comprendere che già dal decennio 2030 esisteranno severe ripercussioni sugli equilibri geopolitici del Nord Est Africa, specie se le propensioni alla migrazione in Africa saranno così alte ed incentivate dall'Europa e dall'Italia”.

E non ci vuole nemmeno un genio a comprendere che, senza un profondo cambiamento culturale in Europa e di strategia politica per l’Africa finalizzata al suo sviluppo, non esistono politiche dei muri atte a contenere e tanto meno a evitare la fine dell’attuale condizione antropologica dell’Europa.

Ad ottobre 2017 la popolazione mondiale ha raggiunto la soglia di 7,5 miliardi di persone; in Asia vive poco più del 60% della popolazione mondiale, in Africa il 14,5%, in America il 13,6%, in Europa poco meno del 11%, mentre il resto risiede in Oceania (0,5%).

Crescita demografica dal 1960 al 2010

  • Europa da 605 milioni a 733 milioni di persone
  • America settentrionale da 199 milioni a 344 milioni di persone
  • America meridionale da 217 milioni a 580 milioni di persone
  • Africa da 282 milioni a 1007 milioni di persone
  • Asia da 1793 milioni a 4251 milioni di persone
  • Oceania da 16 milioni a 34 milioni di persone

fonte: Nazioni unite


Le cause di questa crescita esponenziale sono dovute essenzialmente a fattori di ordine demografico, come la diminuzione dei tassi di mortalità e l’aumento della speranza di vita della popolazione.  Esse sono a loro volta generate soprattutto dal miglioramento delle condizioni dell’igiene, della sanità e del tenore di vita quotidiano. In altre parole, gli abitanti della terra sono sempre più numerosi e, soprattutto, vivono più a lungo.

I dati sono due: demografia e sviluppo economico. E di questi oggi si sente molto parlare: si sente parlare di sviluppo sostenibile, sia dal lato economico che ecologico, si sente parlare della crescita della povertà e della crescita della popolazione. Entrambi, sia demografia che sviluppo economico sono aspetti della crescita: sono fondamentali e fra loro legati. Così se in una data regione non cresce né la popolazione né l'economia questo rappresenta un segnale della difficoltà di sviluppo della regione stessa.

Quello di cui si tratterà in questo articolo è l'approccio negli ultimi decenni verso la crescita demografica in relazione allo sviluppo economico.

Quando nel 1798 Thomas Malthus pubblica la prima edizione del suo "Saggio sui principi della popolazione", l'autore fa una previsione estrema: la crescita della popolazione porterà a un eccesso della domanda mondiale di cibo rispetto all'offerta mondiale di risorse alimentari entro la fine del diciannovesimo secolo. Come sappiamo, la previsione non fu certamente “azzeccata”, ma l'impatto del saggio fu tale da dare l'avvio ai dibattiti sulla sostenibilità della crescita: sostenibilità, da un lato della crescita economica e dall'altro della crescita della popolazione in  relazione alla scarsità delle risorse disponibili.

In concreto ciò che si è osservato nel rapporto tra crescita demografica e sviluppo economico – prendendo ad esempio i principali paesi industrializzati di oggi – è che lo sviluppo economico avvenuto tra Ottocento e Novecento ha avuto un riflesso negativo sulla crescita demografica. L'industrializzazione ha travolto quello che oggi è il mondo sviluppato: infatti la fertilità è scesa drasticamente, prima in Francia, poi in Gran Bretagna, poi in tutta l'Europa e in America. Ai giorni nostri i paesi poveri stanno attraversando la stessa transizione demografica di quelli ricchi, ma a ritmi molto superiori. Ad esempio, il passaggio da un numero medio di figli per donna (chiamato Tasso di Fertilità) pari a cinque a quello di due, richiese 130 anni in Gran Bretagna (1800-1930), ma appena 20 anni (1965-1985) in Corea del Sud. Molte madri nei paesi in via di sviluppo oggi hanno o avranno mediamente tre figli. La formula sembra essere questa: quanto più una popolazione è ricca, tanto più le famiglie diventano piccole e tanto più le famiglie si riducono tanto più una popolazione è ricca.

Ora qualcosa di simile sta accadendo nei paesi in via di sviluppo. Tanto più la fertilità è in calo, tanto più le famiglie stanno riducendo il numero di membri del loro nucleo in luoghi come il Brasile o l'Indonesia ma anche in alcune zone dell'India. Inoltre, il tasso di fertilità mondiale è 2,56, ma esistono almeno due velocità: la metà della popolazione (quella residente nelle zone più sviluppate) è ora a 2,1 o anche meno. Va considerato  che 2 è un livello di tasso cruciale in quanto ad esso corrisponde una crescita zero, cioè si mantiene la popolazione costante. Di solito questo tasso è chiamato "tasso di fecondità di sostituzione della popolazione" oppure “soglia di rimpiazzo”.

Tra il 2020 e il 2050 il tasso di fertilità totale mondiale scenderà, secondo le proiezioni, al di sotto del tasso mondiale di sostituzione; sicché si avrebbe un calo della popolazione.

Proprio mentre risorgono le preoccupazioni malthusiane e si temono le conseguenze di un pianeta sovraffollato, questi dati rilevano una tendenza alla stabilizzazione. Il declino della fertilità è sorprendente ma in qualche modo (per i più pessimisti) rassicurante. Ciò significa che le ripercussioni riguardanti un'esplosione demografica potrebbero essere mitigate.

Resta intatto, tuttavia, il diverso andamento demografico tra Europa e Africa e tra Europa e Asia con l’Europa avviata a un rapidissimo declino e in una certa profonda mutazione antropologica. Le ragioni di tale declino vanno ricercate, non solo nella verificata correlazione negativa tra crescita della popolazione e incremento del PIL (correlazione non condivisa in maniera univoca a livello scientifico) ma anche e soprattutto  in quelle di carattere culturale e etico sociali proprie dell’Occidente che ha abbandonato i suoi valori fondanti nel secolarismo dominante e con la fede cristiana confinata alle singole coscienze di minoranze sempre più silenti e disorganizzate.

Tema quest’ultimo assai caro alla cultura cattolica che approfondiremo nel prossimo articolo  dedicato al rapporto tra Europa e cristianesimo che è il tema del 9° rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo: Europa: la fine delle illusioni. Dell’Osservatorio Internazionale card.Van Thuân, a cura di Mons Giampaolo Crepaldi e Stefano Fontana,  edito da Cantagalli.

 

La redazione di Insieme (www.insiemeweb.net)

 




13.04.2018  Come ci prepariamo alle prossime elezioni europee

Le prossime elezioni europee si terranno dal 23 al 26 Maggio 2019 in tutti i Paesi dell’Unione europea.  La redazione di INSIEME intende prepararsi a quel voto aprendo un dibattito sui temi dell’Europa a 61 anni dalla firma del Trattato di Roma (25 Marzo 1957) in una situazione del Continente profondamente cambiata da allora.

Intendiamo aprire una tribuna nella quale, ci auguriamo, che molti dei nostri amici e lettori vorranno intervenire con le loro critiche, indicazioni e proposte. Sarà un modo diverso per prepararci al voto europeo e anche una possibilità di offrire agli elettori e ai candidati elementi utili, ai primi per scegliere con cognizione di causa partiti e persone da eleggere e, ai secondi, indicazioni e proposte  per il loro lavoro, se eletti.

 

Per ottenere tutte le informazioni sul Parlamento europeo basta collegarsi al sito:www.europarl.europa.eu, mentre una sintesi dei compiti e funzioni del Parlamento europeo è ben descritta nel sito: http://www.europarl.europa.eu/pdf/divers/IT_EP%20brochure.pdf .

 

Dalla lettura di questo documento, nel sito sopra riportato, i cittadini europei possono avere un’informazione precisa sul funzionamento del parlamento europeo e delle principali istituzione dell’Unione.

Ciò che si agita in Europa, dopo le elezioni in Francia, Germania e Italia e dopo quelle a suo tempo tenutesi in Olanda, Spagna e più recentemente in Ungheria, e la scelta di uscita del Regno Unito dalla UE, è la rappresentazione di un malessere diffuso che attraversa, con modalità ed equilibri politici diversi, tutta l’Europa. Un’Europa che vive, come il resto del mondo, la nuova situazione epocale della globalizzazione, nella quale è intervenuto il superamento del principio caro al prof Zamagni, del NOMA ( Non Overlapping Magisteria), ossia non è più la politica che detta i fini, ma è la finanza che fissa obiettivi e regole subordinando ad essi, economia reale e la politica, All’etica tradizionale subentra quella degli edge funds caucasici  (kazari) speculativi  con sede legale nella city of London e sede fiscale nel Delaware, che dominano la BCE e tutte le principali banche nazionali, subordinando ai loro interessi l’ economia reale e le politiche europee e nazionali.

Da parte nostra cercheremo di analizzare il caso Europa dalla nostra visuale di cattolici impegnati nella politica, utilizzando  come bussola di orientamento il recente rigoroso "Nono rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo" dell’Osservatorio Internazionale Card Van Thuân, redatto a  a cura di Mons Giampaolo Crepaldi e Stefano Fontana. Il 9° rapporto ha  come tema L’ Europa: La Fine delle illusioni- edizione  Cantagalli –Ottobre 2017

Lo faremo con la prossima nota, esaminando, innanzi tutto,  i megatrends europei: demografici, strutturali e culturali.

Ci auguriamo che questa nostra indagine sullo stato dell’arte della politica europea possa risultare interessante per i nostri lettori.

 

La redazione di Insieme

 

 


 
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