Cosa ci insegna il voto siciliano e di Ostia
Postato da admin [07/11/2017 18:45]

La condizione di anomia e disaffezione che caratterizza la lunga stagione della crisi politica, istituzionale, economica e sociale dell’Italia, si conferma con il voto siciliano e la prova elettorale nella municipalità di Ostia ( oltre 226.000 ab.). In Sicilia si astiene dal voto il 54% degli elettori e al Comune di Ostia quasi due elettori su tre. In entrambi i casi si usciva da una situazione fallimentare  delle  amministrazioni precedenti

 

La più negativa di tutta la storia post bellica siciliana  quella di Crocetta a Palermo; addirittura inquinata da infiltrazioni criminali quella di Ostia.

 

In Sicilia prevale il centro destra  guidato da un galantuomo di Fratelli d’Italia, Nello Musumeci, con quasi il 40% dei voti, grazie a una vasta coalizione di partiti e movimenti, tenuti insieme dal “patto dell’arancino” siglato da Berlusconi, Salvini e Meloni.

 

Qui, come a Ostia, accade un fenomeno destinato a caratterizzare il prossimo scenario politico che precederà il voto delle elezioni di primavera: la nascita di un bipolarismo di tipo nuovo che si svolgerà tra il centro-destra nel quale, volenti o nolenti, si impone l’egemonia del Cavaliere, e il M5S, che, se non vuol fare la fine di Tano Belloni nel ciclismo ( “ l’eterno secondo”) dovrà attrezzarsi all’apertura a forme diverse di collaborazione.

 

Nonostante una legge elettorale, il “rosatellum”, costruito su misura delle forze politiche che hanno sin qui “illegittimamente” occupato le poltrone parlamentari, il PD renziano rischia molto. Dal voto siculo e ostiense risulta essere il grande sconfitto,  destinato a un processo di inevitabile, dolorosa e  seria autocritica dopo l’ubriacatura nel potere dell’effimera e fallimentare stagione  del “giovin signore”.

 

Emblematico il ritiro del guanto di sfida da parte del candidato premier grillino, Di Maio, con la rinuncia al dibattito televisivo con Renzi programmato per stasera; un dibattito che era stato  richiesto qualche giorno fa proprio dallo stesso Di Maio. Un gesto quello di Di Maio, che, seppur discutibile sul piano del galateo dei duellanti, pone l’accento sulla perduta leadership e conseguente credibilità politica funzionale del leader toscano.

 

Il voto siculo, poi, segna il tramonto, forse definitivo, dell’impresentabile Alfano, dopo le capriole compiute dalla sua condizione di delfino berlusconiano prima, a leader del Nuovo Centro Destra poi, per ridursi a reggicoda del centro-sinistra renziano a Roma come in Sicilia.

 

Un’operazione di trasformismo politico che, nemmeno ai suoi corregionali siciliani, esperti da una lunga storia di questa assai poco nobile rappresentazione  di incoerenze nella politica, è risultata digeribile.

 

Resta, infine, un grosso rammarico: la presenza anonima e frastagliata, seppur in campo, di molti gruppi e persone direttamente o indirettamente legati alla nostra tradizione democratico cristiana.

 

Gli amici dell’UDC, da tempo possessori, ma non proprietari, del simbolo dello scudo crociato, la cui legittima proprietà appartiene alla DC storica, oggi rappresentata dal Presidente, Gianni Fontana, che proprio domani si accinge a riaprire gli uffici della DC nella gloriosa sede di Piazza del Gesù, nonostante la recente sentenza favorevole a Rotondi nella causa con Cesa, hanno potuto sfruttare al meglio la loro ben nota presenza in terra siciliana, così come altri amici si sono candidati con alterne fortune, tanto nelle liste a sostegno di Musumeci, che in quelle a fianco del prof  Micari.

 

Insomma anche in Sicilia l’ennesima, e ci auguriamo ultima, palese dimostrazione dell’assenza di una cultura politica di chiara ispirazione democratica cristiana, che, come ha scritto con grande lucidità, l’amico Lillo Mannino  in un’intervista a Luca Rocca, sarebbe invece ciò che meglio servirebbe oggi alla Sicilia e all’Italia.

 

Se, come appare dopo il voto siciliano, il nuovo bipolarismo che si impone è quello tra il centro-destra a trazione berlusconiana, in cerca della definitiva legittimazione di supremazia rispetto a Lega e Fratelli d’Italia, e il M5S, c’è da chiedersi su quali culture politiche avvenga oggi il confronto.

 

Entrambi gli schieramenti, infatti, non solo sono incapaci da offrire una speranza a oltre la metà del corpo elettorale, ma sono loro stessi fondati su equilibri precari. Il centro  destra é un assiemaggio di posizioni diverse su molte questioni qualificanti che attengono ai governo del Paese; il M5S, ricettacolo del voto degli scontenti presenti nella metà degli elettori che partecipano al voto, è  rappresentato da un un gruppo di giovani inesperti che, almeno sin qui, là dove sono stati eletti in posizioni di responsabilità e di guida di governo, hanno dimostrato tutte le loro insufficienze e i loro pesanti limiti.

 

Con una finta sinistra renziana, caratterizzata dal peggior trasformismo di tutta la sua lunga e travagliata storia, molto più funzionale agli interessi dei poteri finanziari forti, che di Renzi sono stati i reali mallevadori, piuttosto di quelli della classi popolari e subalterne, e i due poli della nuova stagione politica prima descritti, risulta ancor più necessaria la discesa in campo di una forte realtà politica di ispirazione democratico cristiana.

 

Un partito come quello della DC che, con la prossima assemblea dei soci, il 18 novembre a Roma, convocherà il XIX Congresso nazionale, dopo una serie di iniziative politico culturali di grande rilievo, finalizzate alla messa a punto del programma per l’Italia, potrà rappresentare un fattore di interesse per il Paese.

 

Insieme agli amici di “Costruire Insieme”, guidati dall’amico sen Ivo Tarolli, Gianni Fontana intende concorrere alla costruzione di un nuovo soggetto politico in grado di offrire una speranza, soprattutto, ai renitenti al voto, e a quanti sono interessati a battersi per l’attuazione integrale della Carta costituzionale e a realizzare politiche ispirate ai valori dell’umanesimo cristiano capaci di saldare, come fece la DC nel suo tempo migliore, gli interessi dei ceti medi produttivi  con quelli delle classi popolari.

 

L’augurio che ci facciamo, da vecchi “DC non pentiti” è che molte altre associazioni, movimenti, gruppi, e persone dell’area cattolica, come in parte hanno già fatto, si aggiungano a tutti noi per realizzare insieme questo progetto. Senza la cultura dei cattolici che pone al centro la persona e la famiglia, il ruolo insostituibile dei corpi intermedi guidati dai principi della solidarietà e sussidiarietà, questo Paese non uscirà dalla condizione di anomia e non avrà futuro.

 

Ettore Bonalberti

Venezia 7 Novembre 2017

 

 


 
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