40 anni dopo
Postato da admin [04/11/2017 23:47]


5 novembre 2017 – 5 novembre 1977. Sono quarant’anni dalla Festa in cui quel trapasso è avvenuto: intendo la sua traslazione, da questo mondo corruttibile, alle braccia del Padre. La festa di un santo è il giorno della sua morte, perché segna la sua Nascita alla Vita. Alle donne al sepolcro l’angelo disse “Non temete… non è qui. E’ risorto!”. Ascoltiamolo dunque, questo Confessore della fede, perché è vivente! Il suo operato può riassumersi proprio in questo, nel comunicarci il senso della Resurrezione. “Risorgeremo infatti” proclamava con una convinzione non mai scalfita e con volto gioioso, entusiasta come gli Apostoli nel primo annuncio, quasi ubriachi di prima mattina (Atti d. Apost. 2,13)… e, gesticolando in questo annuncio, quella persona pareva gigantesca, avvolta di luce. “Come va, Professore?” (domanda di rito e generica): rispondeva “Tutto bene!” e spiegava “perché mi finirà bene”. Un entusiasmo contagioso: messaggio che veniva colto da quanti incontrava: lo fermavano a ogni passo, nel pur breve tragitto dall’Università (Via Laura) alla mensa di S. Francesco (piazza SS. Annunziata) e toccavano la sua giacca istintivamente, compresi da una devozione naturale: un riconoscimento di santità dato per normale. Per la “sua gente” della Messa del povero a san Procolo alla Badia Fiorentina egli commentava la liturgia (un uso importante che Pio XII rafforzò, quello di introdurre talora un laico a spiegare il rito dandogli valore di colloquio senza abbassare il tono sacrale della liturgia latina) e faceva un catechismo e una scuola di cultura politica, ascoltava le esigenze concrete e spezzava il pane del perdono e della speranza, tenendo desto il quadro dei valori e trasformando i problemi in sogni e in realtà di accettazione nella preghiera che li riassumeva facendo guardare in alto: e lo ha fatto dal 1934 per 43 anni! Aveva in mano il cuore di tutti e poteva ben scrivere L'attesa della povera gente, da uomo di governo, dopo aver scritto La nostra vocazione sociale, e Premesse della politica: e continuando poi a tradurre la parola degli ultimi ne I colloqui della Badia e ne La Badia (foglio di S. Procolo).

Vi era anche l’eco delle sue operazioni politiche, della scrittura della Costituzione e dell’opera di governo e di quella di sindaco e quella del più grande ministro degli esteri cioè del portatore di pace, che il secolo XX abbia avuto. Ma altri hanno detto di questa prodigiosa pubblica attività di lui. Io qui vogio ricordare il testimone Confessore della Fede nella vita quotidiana pur fermandomi ai minimi consueti spostamenti giornalieri. Il La Pira che ricordo è quello della SS Annunziata, ove chiudeva la giornata dopo esser passato alla Libreria a incontrare gli artisti cattolici, per poi rientrare a Casa Gioventù o al Convento di San Marco ove per tanti anni ha avuto stanza, accanto al Savonarola (che ogni anno a maggio andavamo a onorare nella Infiorata dinanzi a Palazzo Vecchio). Il La Pira della “sua” Firenze – la patria di elezione, da quando questo Levantino di Pozzallo pur fiero della sua terra, seguì il suo maestro Emilio Betti con cui si laureò. E fece di Firenze una città mondiale: scrollandola dalla dipendenza francese e laicista mediante la sensibilità rinascimentale dei santi fiorentini e la cultura medievale dantesca e giottesca e dei due ordini mendicanti di cui era Terziario, e della Pietà mariana. Da cui partì per giungere, sulla scala delle icone di Rubliev e della contemplazione ortodossa, a quella santa Russia che Pio XII consacrò a Maria. E da Palazzo Vecchio i Convegni per la Pace e la Civiltà cristiana, cui convennero politici di tutto il mondo e i Colloqui mediterranei con Israele e con l’Islam, a superare le contese nell’unità della comune famiglia di Abramo. E il suo toccare con mano problemi e movimenti invitando a dipanare le questioni cogliendo in ciascuna le basi nella storia e nell’ambiente geografico  culturale. Non può scindersi in lui il problema generale del mondo dagli agganci con il suo popolo delle parrocchie e della carità. La quale è servizio quotidiano: che egli esercitava avendo a disposizione molti angeli e soprattutto tre Arcangeli che la Chiesa non dimentica: Fioretta Mazzei, Antinesca Tilli, Pino Arpioni, inseparabili compagni della sua attestazione di Fede, uniti nella santità: la vera povertà è “servire” (titolo che egli dette a un foglio e a una editrice). Si tratta di una liturgia ecclesiale che egli professava fuori di chiesa, a rendere sante tutte le cose. E questa liturgia aveva nome Politica, la quale  non si riassume nel senso dello Stato ma nel dar voce alle realtà di base tangibili, a quella società di base che deve essere curata come una pianticella.

E’ qui il La Pira che riscopre la vocazione mediterranea del nostro popolo mentre i più si volgevano all’Atlantico. Il Mediterraneo è realtà che unisce le varie sponde – sottolineava – mentre gli Oceani le separano. E quando il nostro orizzonte era il Mediterraneo abbiamo avuto l’unità del mondo (il diritto romano di cui egli era grande intenditore; e l’interazione tra popoli liberi uniti in una pace universale: e il Cristianesimo è nato in tale contesto). E nel Mediterraneo si concentra la famiglia di Abramo. L’Atlantico porta invece divisione nel cuore dell’Europa, aggregando solo una metà di questa: ma l’Europa come realtà forgiata dal Cristianesimo non esiste senza l’Oriente (per respirare ci devono esserci due polmoni). E dunque i colloqui con l’Est europeo cui il colore rosso ci privò di quella comunione essenziale. Non per nulla Gorbacev riconosce in La Pira il suo maestro, nella formula “l’Europa è una dall’Atlantico agli Urali”: non può esistere un’ Europa legata a una sola metà di se stessa, come l’eredità greca non poté vivere senza l’apporto di quella latina. Da ciò il suo limitato fervore per l’unione europea: importante se vi si intenda il ritrovo di comuni radici cristiane, non invece se è fomento di disunione con l’Est. L’America? se ne stia nel suo, non è stata lei a coniare la formula “l’America agli Americani”? Dunque, né Atlantici né Europeisti: nostra patria è il mondo, e possiamo parlare di pace solo se lo teniamo presente. Ma non per unificare il mondo! bensì per convivere nella diversità, che è condizione insuperabile di esistenza e libertà: la diversità è “costitutiva” della persona individuale e associata, non esiste la cultura ma le culture, unificando violeremmo ciò che la storia e la natura hanno impostato. Perciò far centro sul Mediterraneo, perché si tratta di un bacino collettore di genti diverse, da accogliere nella loro diversità.

E la dottrina cristiana serve al mondo quale valvola di sicurezza per orientare non solo le scelte di pace ma per dettare anche una politica economica: perché questa non sia statalista, ma capace di esprimere forze interne di base: perché la Società è più grande dello Stato, il quale ne è solo una delle molte espressioni. E il cittadino non può essere ridotto al “contribuente”! Ciò vale anche nelle questioni di lavoro: donde la critica alla società che intenda gestire tutti i rapporti: sognava di ridare senso al lavoro come forza creativa e, con il beato Toniolo, i legami corporativi, che lo statalismo ha distrutto: nella corporazione il lavoratore era difeso nel giusto salario e si riappropriava del lavoro da cui il capitalismo lo ha alienato. Puntava sulla “proprietà del mestiere”: il lavoro è un aspetto della persona, la quale non può essere subordinata al posto di lavoro: il Codice civile ha messo il diritto del lavoro nel campo dei diritti relativi (pur con titolo a parte), delle obbligazioni, trasformando il lavoro in merce di scambio scambio, mentre deve inserirli nel campo dei diritti reali, cioè nei diritti assoluti.

E penso alla sua militanza politica cittadina e statuale e internazionale come tessitura a fili intrecciati perché teneva legate tutte le realtà, operando nel piccolo pensando ai grandi problemi: curando anche quel Partito che tenne sempre in onore, quel Partito che c’era e non c’è più: e di cui un po’ tutti avvertono la mancanza. Diceva Pino Arpioni che da La Pira non ci si attendano miracoli di guarigione, poiché egli fu uomo politico e i suoi miracoli saranno politici. Se ne rileggiamo la vita, vedremo che ne ha fatti in molte parti… Eppure uno ne vogliamo chiedere, e in questa Ricorrenza lo attendiamo come imminente: un miracolo di resurrezione nella sfera politica: di un Partito che sia davvero solo “parte” e non gestore del tutto: quel Partito suo, che era espressione sia pur incompleta del popolo cattolico (e ribadiva con Leone XIII “Democrazia non può esserci se non cristiana”) ma che ha voluto suicidarsi, sedotto dal suicidio che altri partiti hanno attuato. Quella DC da cui si è allontanata perfino la Chiesa italiana nelle sue gerarchie… Ma proprio in questa contingenza storica di disaffezione alla politica e di evidente debolezza delle piccole formule esistenti, una rinascita della Democrazia Cristiana, con quel nome convocante, sarebbe un Dono che la “gente comune” apprezzerebbe. I più non lo credono possibile, a meno di un “miracolo”: ma la povera gente - la gente comune - crede ai miracoli… E, se questo miracolo avvenisse… allora rivedremmo un La Pira beatificato come Dottore della Chiesa, che si propone perché la sua Lezione non può interrompersi. Ho idea che il Santo Padre sia propenso alla sua canonizzazione, così come l’attuale Capo della Chiesa italiana che è stato sempre un fedele “lapiriano” … e come erano d‘accordo di fatto i papi che lo hanno conosciuto e hanno avuto corrispondenza anche epistolare con lui.

E’ questo l’augurio che lancio in questa Festa del 5 novembre che segue immediata Ognissanti e la Commemorazione dei Defunti, cioè di coloro che hanno già accolto il Professore e i suoi tre arcangeli nel loro abbraccio.

Fabrizio Fabbrini

 

4 novembre 2017

 


 
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