I tentacoli di Teheran
Postato da admin [05/07/2017 20:06]

Nella generale confusione mediorientale, c’è un convitato di pietra, Israele, che in questi anni tumultuosi ha fatto pochissimo parlare di sé. Eppure i suoi confini sono con la Siria, tormentata da una sanguinosa guerra civile.

            Israele tace ed affila in silenzio le sue armi, dall’intelligence. Aspetta che Trump mantenga la sua promessa di spostare l’Ambasciata americana a Gerusalemme. Sarebbe un riconoscimento importante per una Gerusalemme finalmente israeliana, anche perché, inevitabilmente, tutti gli altri Paesi occidentali seguirebbero l’esempio americano. Ma la promessa di Trump, come molte altre, non si è ancora realizzata.

            Il fronte palestinese tace. Troppe sono le incognite per schierarsi da qualche parte nel conflitto siriano. I Palestinesi hanno bisogno di tutti, Siriani e Russi, Iraniani e Saudiani, in contrasto fra loro, oltre che degli Americani.

            Quindi, alla frontiera di Gaza si tace, salvo qualche missile sperduto che fa più rumore che danni. C’è stato qualche scontro a fuoco sul confine siriano, ma nulla di più.

            A leggere le cronache israeliane, la popolazione è divisa su una questione religiosa che, ad un osservatore esterno, sembra piuttosto lunare. C’è, infatti, una forte polemica sulla partecipazione mista di uomini e donne lungo il muro del Pianto. Per gli Ortodossi è blasfemia che uomini e donne possano pregare assieme, per tutti gli altri, invece, il problema non esiste. Dal punto di vista dei rigoristi si tratta di una questione fondamentale. Poiché i rigoristi sono gli ortodossi e la maggior parte degli ebrei americani è sefardita, e cioè ortodossi, l’atteggiamento conciliante del Governo di Tel Aviv in materia ha creato un forte dissenso. La questione non è banale, perché dagli ebrei americani arrivano cospicue donazioni a Israele le quali, a causa di questo contenzioso, sono fortemente diminuite.

            I problemi veri, però, dal punto di vista geopolitico, sono in tutt’altra direzione. Che il regime di Assad sorretto da Russi e Iraniani crolli o meno lascia indifferente Tel Aviv. Resterebbe sempre un nemico a Damasco, con il quale, però, non c’è mai stato uno scontro significativo.

            Preoccupa, invece, la questione iraniana.

Il conflitto latente fra Arabia Saudita, nemico giurato di Israele ma alleato degli Stati Uniti, amici di Israele, e l’Iran, altro nemico giurato, lascia intravedere uno scenario prossimo venturo inquietante per Israele.

            L’improvvida decisione americana di affidare l’Iraq ad un governo sciita in un Paese a maggioranza sunnita, ha permesso all’Iran di partecipare con l’esercito iraqeno ricostituito alla sconfitta dell’ISIS ed alla presa di Mosul.

            L’Iran si sta espandendo al di là dell’Eufrate ed i suoi tentacoli stanno arrivando in Siria.  Il credo religioso della minoranza che governa con Assad quello che resta della Siria governativa, è alouita e, dunque, indifferente al contenzioso fra Sciiti e Sunniti... Dietro alla Siria c’è il Libano, dove Teheran alimenta gli Hetzbollah con armi sofisticate e molto denaro, anch’essi nemici giurati di Israele.

            L’azione militare israeliana, salvo il caso della guerra dei sei giorni, è sempre stata un eccellente esempio del “mordi e fuggi”: bombardamenti mirati sugli aeroporti, sui depositi di armi e munizioni, sulle infrastrutture logistiche. In spazi ristretti, come il Sinai o il Libano, queste operazioni militari si sono sempre concluse con successo.

            L’ipotesi di un’estensione sciita dall’Iran al LIbano, invece, cambia il quadro della situazione.

            Secondo fonti israeliane, l’insieme dei combattenti arabi dispone, all’incirca, di circa 100.000 missili. Un arsenale imponente che, se concentrato su un territorio limitato, offre un ottimo bersaglio. Se disperso tra l’Iran, l’Iraq, la Siria e il Libano, diventa un’arma formidabile e sfugge a qualunque attacco preventivo. Questa è la prima ragione inquietante per l’esercito d’Israele.

            La seconda questione, invece, è l’espansionismo iraniano che, in tal modo, cerca di arrivare al Mediterraneo. Un corridoio Teheran – Mediterraneo, infatti, da tempo è nella strategia iraniana, così da portare la guerra alle frontiere d’Israele.

            Ciò spiega altresì le vanterie di Trump che vede nell’Iran il solito “Stato canaglia” e che vorrebbe rinegoziare l’accordo nucleare firmato da Obama.

            L’espansionismo iraniano è fonte di preoccupazione poi per la Cina, che dovrebbe pagare un pedaggio politico per la sua auspicata “via della seta” e per la Russia, non molto favorevole ad un integralismo di marca sciita che si affacci vicino alle sue basi navali ed aeree in Siria.

            I Kurdi, poi, temono di dover far le spese per tutti, come al solito, e sono l’unica forza combattente sul campo, sperando sempre, alla fine del pasticcio siriano, di potersi ritagliare uno Stato fra Iraq, Siria e Turchia ed una piccola parte dell’Iran.

            In conclusione, il disegno iraniano è abbastanza chiaro e mira, come obiettivo finale, alla distruzione dello Stato di Israele.

            Tel Aviv è da sempre accerchiata ma ora la situazione sta leggermente cambiando. Per questo il dissidio fra riformisti e ortodossi è roba da ridere, anche se appassiona le masse, mentre i veri problemi sono lì, all’angolo, dopo le alture del Golan.



(di Diplomaticus)




 

 


 
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