Pillole omeopatiche per gli Amici democristiani
Postato da admin [25/05/2017 23:06]

Pillole omeopatiche per gli Amici democristiani

 

Prima pillola omeopatica 

(da digerire con molta acqua, nella prima settimana di cura)

 

 

Premessa: Per  una  presenza  dei  cattolici  in  politica

 

La politica è servizio orientato al bene comune, che è bene di persone concrete nella loro singolarità e nella dimensione sociale in cui vivono: è ricerca di soluzioni adeguate ai problemi di fondo e a quelli quotidiani, nel tentativo di scoprire dietro ogni ruolo la persona che lo riveste, far emergere dietro ogni potere l'umanità di chi lo gestisce. E la proposta politica nasce dalla consapevolezza di un disegno culturale di base, che si imposta secondo prospettive morali di fondo: e non vi è progetto culturale e politico che più di quello impostato dalla dottrina cattolica sia finalizzato alla liberazione dell'uomo.

Si tratta della cosiddetta "Dottrina sociale della Chiesa" (o del Magistero sociale della Chiesa) elaborata nei concreti contesti storici lungo il corso di duemila anni, enunciata progressivamente dai papi, riassunta negli ultimi due secoli in specifiche Encicliche sociali, filtrando i contenuti evangelici in proposte sociali stimolanti: prezioso bagaglio culturale da offrire anzitutto ai cattolici (che ne devono acquisire la custodia) e inoltre al mondo intero, per il quale è stato confezionato. E' da aggiungervi il contributo di esperienza del Movimento cattolico che, dai tempi del beato papa Pio IX, ha tentato di tradurre quei principi in opere sociali e in formazioni politiche, non sempre con successo ma quasi sempre con dedizione e con rispetto delle esigenze concrete della vita.

Questo tesoro non deve essere tenuto nascosto: dobbiamo appropriarcene e subito distribuirlo, senza farci fuorviare da proposte mondane (cosiddette "laiche") le quali, nate da ben altri progetti culturali e da tutt'altre prospettive, non ci appartengono.

Occorre partire da lontano, ricostruire l'identità del pensiero sociale cattolico e tentare una lettura attenta della storia di questi due secoli, per uscire dalla cultura dominante inquinata da ideologie; e così, liberi da paure, considerare la politica come parte dell'azione storica costruttrice della Casa comune, nella certezza che i principi emersi dal mondo cattolico valgano per l'uomo di sempre. La Chiesa addita non solo speranze ultraterrene, ma anche un itinerario concreto nel mondo quaggiù: e la politica è - disse Paolo VI - "il nuovo nome della carità", anzi "l'espressione eroica della carità".

 

una forza politica cattolica

E' dunque opportuna una forza politica che si richiami ai valori cristiani e immetta nell'azione sociale una carica di speranza, affermi la forza della verità come stile dell'agire e punti sul rinnovamento delle coscienze.

E' venuta l'ora in cui i cattolici ricomincino a pensare e a prendere coraggio nel proporre la costruzione di una forza politica che offra programmi e princìpi e soluzioni concrete al paese. E agiscano non già per obbedienza a comandi della gerarchia, ma in quanto Laici consapevoli di essere essi stessi, nel campo sociale e politico, veri “sacerdoti” dotati di un carisma preciso (il Concilio lo ha ricordato). E dunque agiscano con la consapevolezza di essere chiamati a tradurre in forme concrete - con responsabilità non delegabile - quel patrimonio di idee che la storia ci ha consegnato.

 

... per la sfida del nostro tempo

Tale forza consapevole è importante perché il nostro tempo ci convoca al banco di prova di una testimonianza che ci chiama in causa sulla base del nostro stesso status di cristiani. E in presenza di prospettive politiche provenienti da poli avversi tra loro ma altrettanto lontani dalla prospettiva personalista e comunitaria che ci convoca, due poli entrambi legati a una visione consumistica edonistica materialistica, è urgente additare in una proposta politica i valori indispensabili alla difesa della persona e dei suoi inalienabili diritti, richiamando ogni persona al senso del dovere.

 

dalla attuale divisione... a una prospettiva di speranza

Ma i cattolici sono divisi. Crollata l'unità politica - per aver essi stessi distrutto quel Partito che era un punto concreto di riferimento - essi vanno ora (in coalizioni diverse e tra loro avverse) ad appoggiare scelte che non hanno a che fare con quella cristiana. Eppure occorre ricostruire quella perduta unità, occorre farlo per colmare il vuoto che si è creato e che ovunque si avverte: vuoto politico e morale, vuoto di idee e di proposte. Per rilanciare una prospettiva e ricominciare a progettare, coscienti che il mondo attende la traduzione del messaggio evangelico.

Del resto la gente non riesce a capire... perché mai dalla vita quotidiana siano spariti i segni del sacro, dagli ospedali il crocifisso, dalle scuole l'insegnamento religioso; e perché mai si debba consentire ai medici di procurare l'aborto, ai registi di profanare la morale; e perché mai l'economia - che non può essere finalizzata all'interesse di pochi - non debba rispondere a principi morali; e perché mai la politica non si impegni a difendere i deboli, i bambini e i vecchi, dalla pressione costante di una vita sociale da cui è scomparsa perfino la pietà...; e perché mai l'esigenza della pace, così diffusa nel comune sentire, non determini i programmi politici.

 

riandare alle sorgenti

In sintonia con tali vaste attese vogliamo riandare alle sorgenti, ai fondamenti, ai principi onde scaturisce la nostra speranza. Dove sono i programmi che orientavano fino a ieri il mondo cattolico? dove il personalismo comunitario, il pluralismo istituzionale, il solidarismo sociale? dove la "terza via" tra le due proposte economiche (capitalismo e socialismo), dove l'esigenza di una rivoluzione morale, dove la pietà per un pianeta che abbiamo offeso e ferito? dove un programma per la famiglia e per l'infanzia e l'indicazione di valori a una gioventù smarrita, cui si offre solo possibilità di sfrenatezza morale e droga e rumore... e morte?

 

esiste uno "specifico cristiano" in politica

Ecco allora l'esigenza di una alternativa. E' estremamente opportuno che il mondo cattolico abbia una visibilità politica, per dare fiducia nella possibilità di cambiamento. Certo i cattolici non sono vincolati a una particolare scelta politica; tuttavia vi sono principi di ordine etico politico che li identificano: soprattutto nel ribadire i valori della famiglia, e nella difesa degli ultimi e nell'additare alle nazioni l'unità del genere umano. Esiste una visione politica cattolica ispirata alla dottrina sociale della Chiesa, radicata sulla Parola rivelata, sperimentata nell'intervento generoso di molti nelle povertà di base. V'è uno specifico cristiano nella politica: princìpi irrinunciabili, che non sono di destra o di sinistra, e neppure di centro, ma si conformano a esigenze primarie e a situazioni concrete.

 

puntare in alto, ai valori permanenti

Per questo non saremo schierati a destra né a sinistra; e neppure al centro - se Centro significa stare a metà strada - ma guarderemo avanti e verso l'alto: per trarre le condizioni del presente a un futuro impostato secondo esigenze di base e valori supremi, guardando nella concretezza dell'oggi per costruire secondo quei valori che ci trascendono e ai quali adeguarsi sempre più. Guarderemo dunque non a destra o a sinistra ma in avanti e verso l'alto, là dove stanno i valori da attuare. "Né a destra né a sinistra, né al centro, ma in alto!": questa formula di don Primo Mazzolari ci serve per non etichettare il comportamento in base a leggi elettorali.

Il nostro tempo ci convoca a una azione sociale e politica dimensionata alla portata cosmica della sfida che è stata lanciata e che non possiamo ignorare o rimandare: la sfida di fondo non già tra l’uno o l’altro programma, ma quella, sempre rimandata o evitata, tra tra il primato della persona o quello dell'ideologia, tra chi addita valori e chi difende privilegi.

 

Per  un  primo  riesame  del  Movimento  Cattolico

 

Il Novecento - afferma il grande storico Chabod - è stato il secolo della presenza cattolica nell'agone politico, e questa rappresenta dunque la grande novità, assieme a quella del Partito comunista. Venivano i cattolici da una esperienza fortissima, epica, quella del "non expedit". Occorre ricordarlo, nella linea di quella "purificazione della memoria storica" che il Papa Wojtyla dice essere il punto decisivo per una limpida lettura della storia. Era la risposta dei cattolici alla offensiva che il nuovo Stato italiano con il Risorgimento nazionale aveva portato contro la Chiesa e contro la cultura e la tradizione del nostro Paese.

 

scelta politica e scelta sociale

L'Intransigentismo dell'ultimo Ottocento – cioè il rifiuto di collaborare con quel tipo di Stato - fu una scelta politico-sociale di estrema importanza. I cattolici si astenevano così dalla vita politica di uno Stato massonico dedicandosi ad aiutare in concreto il popolo attraverso l'impegno sociale. E di qui verrà, in seguito, l'azione politica, intesa quale sviluppo delle opere sociali e che in esse trova giustificazione, e che si corrompe quando invece viene smarrita tale dipendenza.

Per questo nella storia del movimento cattolico troviamo Antonio Federico Ozanam e le sue Conferenze di San Vincenzo, opera di cultura e di civiltà. Alle origini delle quali è la spiritualità di "monsieur Vincent" del XVII secolo e i carcerati e i condannati ai lavori forzati e gli appestati, e i Lazzaristi e i Servitori dei poveri e Luisa de Marillac e le Figlie della Carità, le sorelle "cappellone", segno e termometro di una società cristiana. Vincenzo, cioè anche Federico Ozanam: le cui Conferenze di San Vincenzo sono l'atto di nascita del movimento cattolico verso la metà del secolo XIX: con mons. Affre, vescovo di Parigi che nelle quarantottesche barricate scopriva una nuova terra di missione: ove un popolo privato dei diritti dalla società borghese era stato ingannato dai rivoluzionari che gli consegnavano fucili e quindi nuove oppressioni.

Ozanam quindi come punto di riferimento: Ozanam e il padre Lacordaire predicatore di Notre-Dame, che coglievano la forza cristiana delle libertà moderne su cui invece la Rivoluzione francese aveva impostato la tirannica ipoteca borghese. E’ l’invito alle opere di carità concreta e tangibile: e Ozanam e Lacordaire furono riferimento ideale per i laici cattolici, iniziando dal reclamare una scuola cattolica per formare le nuove generazioni.

Dall’intransigentismo nei riguardi della società laicista sorgerà l’Azione Cattolica entro la vita di base di uno Stato contrario alla Chiesa: e le Leghe contadine che davano coscienza al mondo contadino di rivendicare una sicura tradizione cattolica nella vita sociale e nella cultura) e le Casse rurali assieme a quelle Artigiane, che rispondevano alla esigenza di sostenere il mondo produttivo di base (quello contadino e quello della attività artigianale) mediante anticipi in denaro a basso costo.

Su questa base le parrocchie ebbero una funzione economico-sociale di importanza primaria, così come tutte le realtà di base, dalla famiglia allargata, quella contadina, alle aggregazioni vicinali (vicini da vicus, villaggio) ai piccoli comuni rurali, alle associazioni di quartiere nelle città; e il ,mondo della base si espresse direttamente nei confronti dei pubblici poteri pur senza avere diritto di voto, e fece sentire la sua voce: la voce di un paese reale di fronte alle istituzioni statali che costituivano il paese legale. Una contrapposizione vincente, perché in definitiva il paese legale deve dare voce al paese reale del quale esso ritiene di essere espressione.

Il divieto fatto dal beato Pio IX Mastai Ferretti - cui lo Stato italiano aveva sottratto il potere temporale riducendolo a prigioniero nella stessa Roma - il divieto ai cattolici di collaborare con quello Stato che non li rappresentava era lo stesso divieto che San Paolo pose alla comunità cristiana, invitandola a fare da sé le sue scelte civili e a trovare da sé al suo interno i suoi magistrati e i suoi tribunali: il che significa indipendenza e libertà nelle basi di vita.

Era questo che Pio IX prescriveva: non un abbandono della vita politica, ma sostituirsi a coloro che fanno politica impegnandosi subito e direttamente nel sociale, a curare le ferite, le disuguaglianze, a dare speranza e libertà al paese.

 

Democrazia come governo di base pluralista

Ed era questa la vera Democrazia: la quale nel linguaggio antico dei greci di Atene significa non già “Potere del Popolo” come con cattiva tradizione viene comunemente detto, bensì Potere dei Demi, cioè delle piccole realtà territoriali in cui si differenziava lo stato ateniese. V’erano circa 150 Demi nella piccola Attica (4.000 kmq in tutto), di circa 24 kmq ciascuno (un distretto che conteneva un villaggio), circoscrizioni rurali sorte spontaneamente e che presero a governare dalla base quel territorio, entro cui le singole famiglie avevano sede e protagonismo: e in tali Demi le decisioni erano prese nella assemblea rurale. Quei piccoli cantoni di realtà famigliari reggevano la intera democrazia nell’Attica mandando le decisioni ad Atene, ove l’assemblea cittadina accoglieva le proposte dei singoli Demi. Ed era vera democrazia finché l’assemblea cittadina non si affidò ai Demagoghi.

Ebbene, nell’Italia contadina delle parrocchie rurali le decisioni sociali si prendevano a livello di base: e tale Democrazia di base - essendo il popolo tradizionalmente cattolico - metteva in atto necessariamente una democrazia “cristiana” nei suoi valori e nei suoi programmi e nella composizione famigliare  e nella prospettiva ideale del suo agire: cioè nel mettere in pratica concreta – sociale / politica – i princìpi del Messaggio cristiano.

Il che ci fa intendere la frase del papa Leone XIII - così attento ai problemi sociali da stendere il primo vero manifesto politico cristiano aggiornato nella enciclica Rerum novarum – secondo cui “la democrazia, o sarà cristiana o non sarà affatto democrazia”. In effetti nessuna democrazia avulsa dal messaggio cristiano può mai esprimere una forma di Stato che riconosca centralità al popolo, che assicuri libertà e indipendenza alle comunità di base. Per cui lo Stato - espressione pubblica globale dei suoi componenti - deve riconoscere e tutelare i diritti dei singoli e delle comunità naturali di base ove essi vivono la loro vita. Qui è la sostanza e anche la forma di quello che sarà l’art. 2 della Costituzione, che il prof. La Pira mise a fondamento di tutto l’edificio costituzionale.

Così lo Stato “deve” riconoscere e tutelare quei diritti, i quali non sono prodotti dallo Stato ma che lo Stato si trova dinanzi nella vita reale; e sono questi diritti di base a fondare e a dare legittimità e autorità allo Stato. Perciò tale democrazia è cristiana e “pluralista” cioè emerge da varie aggregazioni di base, diverse una dall’altra. Essa infatti è costruita sulle singole comunità quale espressione di queste, non può essere calata dall’alto, né può essere un blocco unitario, deve essere “plurima”, perché molteplici sono appunto le aggregazioni naturali di base che esprimono questa vitalità.

Dunque una democrazia pluralista: intendiamo per pluralismo non già la possibilità di esprimere opinioni diverse (il che è doveroso) bensì la struttura che esprime la consistenza di una pluralità di basi sociali e di aggregazioni libere e indipendenti diverse tra loro, ognuna sovrana nel luogo in cui le singole famiglie vivono la loro vita. E poiché nelle parrocchie e nei villaggi e nei borghi e nelle contrade vivono persone diverse, questa democrazia rispetta e tutela le autonome espressioni dei singoli, dando a ogni singolo di realizzare con pieno diritto la sua libertà e i suoi doveri.

Qui sta la nostra radicale diversità da ogni concezione socialista e di democrazia sociale (che premette la società generale ai singoli centri di vita e conferisce ad enti astratti Società e Stato – che non hanno una consistenza concreta - una potestà assoluta) e altresì la diversità da tutte le teorie individualiste. Il pensiero che non preveda la stretta e continua relazione tra individuo e comunità famigliare e sociale non riesce a fondare alcuna premessa giuridica assoluta che possa avere qualche valore, ma solo imposizioni dall’alto che sacrificano la realtà di vita reale e la sottomettono a un potere tirannico. E’ invece la vita personale a esigere la presenza di una famiglia in cui vivere e di una aggregazione sociale in cui la famiglia possa avere spazio e lavoro e per comunicare.

L’art. 2 della costituzione è proprio il fondamento della Costituzione e dell’ordinamento tutto. L’art. 1 senza l’art. 2 non si sostiene e del resto potrebbe essere anche sviante: vi si dice che la Repubblica è “fondata sul lavoro”, dizione generica e ambigua perché invece lo Stato è fatto di persone umane e non di api operaie in un alveare! Esso voleva dire invece – e sarebbe stato assai meglio che lo avesse scritto! – voleva e vuol dire che lo Stato è fondato sulla vita delle persone, le quali hanno un loro spazio fisico e mentale, e perciò sulla possibilità data ad ognuno di accedere a un lavoro onesto e retribuito e dove il lavoro sia giustamente pausato dal riposo e da attività ricreative del corpo e dello spirito. Basterebbe rileggerlo in questo senso tale articolo 1 e coordinarlo all’art. 2 e divulgarlo, ed avremmo espresso il messaggio di una politica demo-cristiana.

Da queste basi era nata l’Opera dei Congressi, che dette vita all’Azione Cattolica, la cui organizzazione era parrocchiale e interveniva nelle povertà reali. E dalle stesse basi sociali nacquero poi le proposte nazionali a un coordinamento politico ispirato al messaggio cattolico. E nacque, con il santo papa Pio X, la Democrazia cristiana, traduzione concreta di quel che aveva affermato Leone XIII sulla democrazia, in linea con le idee di Pio IX, di cui Leone XIII è stato fedele continuatore.

Leone XIII aveva anche detto, in altra enciclica, che Stato e Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine e grado, indipendenti e sovrani (e queste stesse parole furono inserite poi, per mezzo di Giorgio La Pira (su dettatura di mons. Montini, poi papa Paolo VI) nella Costituzione italiana all’art. 7. In realtà Leone ricordava l’antico monito di Gelasio I (494 d.C.) all’imperatore Anastasio che poneva la distinzione tra le due supreme potestà universali, Papato e Impero e fu elemento fondante il diritto internazionale. E la applicò all’Italia e a ogni Stato moderno: contro l’onnipotenza dello Stato nazionale, che aveva preteso di dar ordini alla Chiesa Ma anche contro la – pur moderata - sentenza del Cavour che proclamava “libera Chiesa in libero Stato”, formula attinta al cattolico belga Charles de Montalembert. No, disse il papa, tale formula non è accettabile, perché concede troppo potere allo Stato: e può adottarsi negli USA ove le chiese stesse (la cattolica e le protestanti) hanno notevole forza sociale che la tradizione conserva indipendentemente in uno Stato il quale ha nella sua costituzione un esplicito fondamento religioso. Invece là come in Italia uno Stato “laico” (e irreligioso nel fondo) si confronta con la Chiesa, la libertà di entrambe le istituzioni non garantisce la vita della più debole (quella disarmata): donde il pericolo di indebite ingerenze dello Stato nella vita quotidiana, mediante il potere coattivo che esso possiede.

Di fronte a uno Stato “laico” la Chiesa ha un solo modo di difendersi, quello di fare patti chiari fin dall’inizio. E’ uno stile che, ribadendo la importanza ma anche la diversità tra queste due istituzioni, esige un Concordato ove si stabiliscano i confini tra le due potestà. Ciò aveva ben intuito il grande papa veneziano Pio VII Chiaramonti con il segretario di Stato card. Consalvi, appena dopo l’esperienza napoleonica che lo aveva messo in prigione.

 

La nascita della Democrazia cristiana

Da Pio X nacque la DC: e don Romolo Murri il 3 settembre 1900 fonda a Roma la Democrazia cristiana italiana alla presenza di qualche centinaio di giovani. Ma la sua esigenza di riformare, assieme alla politica, anche la società e la Chiesa stessa, lo mette in conflitto con l’Opera dei Congressi che vede in ciò un vulnus all’Intransigentismo di allora. E ciò gli varrà l’accusa di modernismo. Sospeso a divinis e la scomunica per essersi presentato alle elezioni politiche in una lista di Radicali (1909). Lo riabiliterà Pio XII nel 1943: e in quell’anno Degasperi intitolerà il nuovo partito di cattolici esattamente con la denominazione del Murri, Democrazia cristiana: don Luigi Sturzo scriverà “Fu Murri a spingermi definitivamente verso la Democrazia cristiana e da allora vi sono rimasto sempre fedele”. E’ il Murri comunque il fondatore dello spirito democristiano, cui si attenne Don Sturzo, meno teorico di lui e più pratico e disinteressato al fenomeno modernista: come del resto Degasperi che tenne sempre presente il Murri distinguendo in lui il pensiero politico da quello teologico, essendo Degasperi un rigoroso “tomista”.

Ci pensò Giolitti a venir incontro al desiderio democristiano di inserirsi nelle istituzioni: e nacque il Patto Gentiloni (1912), a portare consensi al Giolitti che era stato contestato per la dispendiosa e inutile guerra di Libia: i cattolici avrebbero votato quei candidati del partito liberale che erano anche cattolici. E fu un trionfo elettorale di Giolitti nel 1913 e della sua politica sociale ed economica.

Ma il mondo cattolico non lo seguì più nel momento in cui invece avrebbe dovuto dare la sua più ampia adesione, allo scoppio della Grande Guerra. Quel leader – conscio dei pericoli – aveva sostenuto la neutralità: e i cattolici lo seguirono nel 1914, ma in pochi mesi sciolsero le file, e si gettarono nell’intervento: e neppure accanto all’impero austriaco (nell’eco della Triplice Alleanza) ma nel campo avverso, guidato dalla Massoneria internazionale. Furono dunque corrivi a un “tradimento” non giustificato neppure dalla indipendenza dei territori di Trento e di Trieste, che l’Austria ci offriva Gratis. Vinse l’ottuso nazionalismo: eppure alla notizia di quella tragedia era morto di crepacuore Pio X e Benedetto XV era il papa della pace! (così almeno è stato detto!).

Dopo il tragico conflitto – che il papa Benedetto XV definì “Inutile Strage” (assai tardi però! Solo nel ‘17! Dopo aver consentito a quella strage cui avrebbe dovuto opporsi dall’inizio!!!) – i cattolici dovevano impegnarsi nella ricostruzione e nella pace. Ed era ora che vi fosse una presenza politica cristiana. Fu il sacerdote siciliano Luigi Sturzo (amico del Murri) a prendere l’iniziativa, e dopo averlo sperimentato nelle realtà politiche di base comunali, lanciò il discorso famoso “Ai Liberi e ai Forti” che puntava a dare coraggio a quella che si presentava come una grande impresa, alla luce della Croce vincente sul mondo (a imitazione della Crociata, e con il segno crociato, ma che sostituiva alle armi la parola e l’azione sociale). Ed ebbe subito una gran quantità di consensi.

Ormai il non expedit di Pio IX e di Leone XIII non valeva più: era stato Pio X ad allentarlo: ma tale disciplina rimase: l’azione dei cattolici in politica non avrebbe impegnato la Chiesa, e il nuovo Partitio ebbe nome di Popolare significando che una politica cattolica era proprio quanto il Popolo esigeva; e che i cattolici entravano in politica per vocazione sociale e non per comando da parte ecclesiastica. E il Vaticano dimostrò la sua simpatia consentendo che fosse un prete a presentarsi come parlamentare e segretario politico di un partito: non mise divieti e ciò mostra l’apertura del papa della Pace.

 

Il Risveglio...

Quella formazione politica cattolica tornò ad essere presente dopo la fine del fascismo ed ebbe un enorme consenso di voti e governò il paese con moderazione e saggezza. Commise anche errori, ma non tali da portare a una sua emarginazione. Eppure i suoi leaders nel 1993 decisero di mutar nome e contenuti a quel partito (a imitazione dei mutamenti introdotti in altre formazioni politiche) rinominandolo popolare e subito decisero di non richiamarsi più alla dottrina della Chiesa e di “suicidarsi” confluendo in altre formazioni politiche, di destra laicista o di sinistra marxista, senza alcun riferimento alla matrice cristiana. E il mondo si chiede perché mai ciò sia avvenuto, se lo chiedono anche altre forze politiche, data la buona memoria storica che la DC aveva lasciato di sé.

Ora il tribunale ha espresso la Sentenza che in realtà quella DC non è mai spirata e che è tuttora viva. Una occasione nuova si presenta dunque ai cattolici che non intendano rinunciare a una diretta presenza politica. Ora è dunque tempo di rilanciare questa forza politica: anche perché nel paese trova espressione ogni impostazione culturale tranne quella cattolica: vi sono partiti marxisti e liberali, perfino quelli comunisti e che riprendono moduli autoritari… manca solo una posizione che si ispira alla dottrina della Chiesa.

E da molti anni il cittadino è costretto a una rigida polarizzazione, a un aut-aut tra una cosiddetta Destra e una cosiddetta Sinistra. E v’è una nuova formazione che (pur senza un chiaro orientamento: lo dice il nome stesso 5 Stelle che non ha contenuti politici precisi e riceve consensi da quanti non si sentono interpretati dagli attuali partiti): perché mai non offrire una scelta secondo una proposta organica e già collaudata nel corso della storia?

Può dirsi forse che quella proposta è stata bocciata dalla storia? No certo! La storia ha bocciato altri partiti, come quello socialista, che si estinse per mancanza di consensi, e quello comunista, che crollò per il crollo del regime sovietico al quale era indissolubilmente legato: donde i vari tentativi dei comunisti di ripresentarsi sotto altro nome: PDS, poi DS, infine PD… Ma la DC fu l’unico partito che non venne bocciato dalla storia né dall’intervento della magistratura (come accadde al PSI) né dagli elettori… Scomparve solo per la volontà suicida dei suoi dirigenti di allora, nel luglio 1993: cedendo alla imitazione di altri (i comunisti) che avevano mutato sigla. Ma ha lasciato nella memoria di moltissimi un positivo ricordo, di correttezza democratica e di buongoverno…

 

Giudizio storico sul Movimento cattolico in politica

 

a) Sul Partito Popolare

E’ vero che – come disse lo storico Chabod negli anni ’50 – il fatto nuovo della politica italiana nel XX secolo è la nascita del Movimento cattolico: ma dobbiamo convenire che non eccessivamente positiva fu la prima edizione di tale presenza. La quale, non ostante l’ottima qualità dei suoi componenti, fu segnata da uno spirito eversivo delle istituzioni vigenti gettandosi a capofitto contro l’equilibrato governo Giolitti e colpendolo al cuore su una questione di esile rilievo (la nominatività dei titoli bancari) aprendo la strada al fascismo ed entrando nel primo governo Mussolini (di concentrazione nazionale).

Con questo ho detto tutto quel che resta da dire su QUELLA esperienza (non prendo neppure in considerazione la questione dell’Aventino che era scelta giusta ma senza la fermezza che sarebbe stata necessaria e incamerando invece una denominazione di antifascismo senza averne i contenuti necessari).

E potrei anche chiudere su questa esperienza fallimentare del Partito Popolare... se non l'avessero POI rieditata altri cattolici i quali, autonominandosi anch'essi Partito Popolare con l'intenzione precisa di rifarsi a quella esperienza senza averne colto il limite, hanno voluto anche ripetere quello stesso iter del passato mettendo in crisi il governo Berlusconi (governo di moderati paragonabile forse a quello di Giolitti di allora) per appoggiare senza riserve il governo delle Sinistre. Determinanti, come allora: non già per sostituire a un governo laico uno cattolico, ma per avallare – nel nuovo come nel vecchio caso - formule ben distanti dalla tradizione cattolica. Ed esattamente così come Mussolini non poteva affermarsi senza l'appoggio dei cattolici, analogamente i DS del 1995 non potevano affermarsi senza l'appoggio dei cattolici, che glie la dettero attraverso la formazione dell'Ulivo, entro cui il nuovo Partito Popolare si dissolse, mettendo in tal modo la parola "fine" all'impegno cattolico in politica.

Questo è doveroso ricordare come fatto storico senza neppur dare giudizi in merito alla bontà dei singoli governi; però è un fatto che i cattolici nell'uno e nell'altro caso non hanno mirato né a governare né a correggere il governo altrui, bensì solo a far da sgabello ad altri, cioè a idee estranee a quelle di un movimento cattolico.

 

b) la Democrazia Cristiana: suo valore

Di ben più ampio respiro e di più elevato livello sociale e culturale e politico è stata l'operazione della Democrazia Cristiana, che merita ben altro giudizio storico. Che deve essere annunciato come positivo per l’intero Paese dal punto di vista della stabilità democratica, per la sincera e concreta difesa delle libertà, per il rispetto delle minoranze e delle opposizioni; per aver tenuto lontano gli insidiosi miraggi di regimi antiumani e di affermazioni di forza cui pur altre democrazie illustri si son fatte trascinare; e per aver creato le premesse della crescita economica del Paese e l'aver contribuito allo sviluppo civile di tutti gli italiani.

Il nome Democrazia cristiana non indicava un raggruppamento di “cristiani” ma un ideale cui tendere: verso una democrazia attuata secondo i principi e i metodi della tradizione cristiana, nella convinzione che solo in essi si realizzino condizioni di vita umane. Era un ritorno alle origini: a due valori forti, Cristianesimo e Democrazia (per i quali valgono ancor oggi le definizioni di Jacques Maritain nel saggio che porta questo titolo).

Il termine Democrazia è equivoco se non lo si qualifica: non ogni democrazia siamo disposti ad avallare, non quella giacobina, non le democrazie popolari dell'Est, non la democrazia borghese individualista, ma la democrazia pluralista che trova la sua definizione proprio nel pensiero cristiano. D'altra parte l'appellativo cristiana a qualificare una posizione politica sarebbe ambiguo se non fosse riferito unicamente al termine democrazia: infatti il cristianesimo ha avuto in politica varie espressioni (neoguelfismo, cristianesimo liberale, intransigentismo, ecc.) non tutte sottoscrivibili in pieno: e proprio per non creare equivoci i cattolici han voluto legare il richiamo al cristianesimo con quello alla democrazia. Cristiani sì ma democratici: ad accogliere il mondo moderno nelle sue migliori espressioni.

 

c) … e suoi limiti

Il giudizio positivo sui governi a guida democristiana dovrebbe essere considerato “categorico”.

Dobbiamo aggiungere però – a onor del vero - che molti furono gli errori compiuti dai democristiani: ne vedremo alcuni. Si riassumono nel non aver considerato talune conseguenze storiche poste dall'avvento della società moderna, e che sono sintetizzabili nella avvenuta scristianizzazione del nostro paese, visibile anche nella perdita di immagine subìta dalle nostre belle campagne e dalle nostre città, che vennero esteticamente degradate, segno evidente di elementi negativi di fondo, che non sono stati evidenziati con la cura necessaria. Ne parleremo. Ma deve dirsi già, a premessa, che questo scempio poteva essere evitato del tutto o almeno largamente corretto.

Il giudizio critico primario riguarda una certa difformità tra la gestione del potere da parte dei cattolici e i nobili principi che erano stati additati sia nelle "Idee ricostruttive " di Degasperi, sia nel coevo "Codice di Camaldoli" dell’estate 1943 (eppur non esattamente coincidenti).

La colpa di tale difformità non va però assegnata solo ai politici cattolici di allora ma all'intero mondo cattolico e, in primis, ai suoi prèsuli ecclesiastici. L'azione politica infatti è condizionata sempre da una tendenza della cultura di base presente nell’ambito sociale, dalle premesse sociali di questa: e occorre riconoscere che il mondo cattolico di base, quello delle parrocchie e delle diocesi, non ha approfondito, non ha riflettuto. L'errore evidente e massiccio da ciò conseguito è di aver trascurato ogni tipo di approfondimento culturale, e dunque ogni tipo di intervento decisivo, ogni riflessione attenta agli eventi, ogni idea di rispettare le premesse di fondo, quasi vi fosse una idiosincrasia verso le premesse culturali. Sì che il poderoso esercito organizzato nel Partito è stato privato dall’apporto di una classe intellettuale o almeno di una scheggia impegnata di essa. Tanto da rinunciare persino all’unico punto di riferimento davvero inossidabile, quello del Papa come capo della Chiesa e quale titolare della Santa Sede, elemento soprannazionale la cui importanza e la sua stessa nozione sfugge persino alla gran parte dei cattolici.

 

a) il fastidio per la cultura

Questo fastidio per la cultura ha portato in definitiva alla crisi dello stesso mondo cattolico impegnato in politica. L'esatto opposto di quel che “contemporaneamente” ha segnato il partito comunista da parte di Antonio Gramsci, la cui "via italiana al socialismo" seguita da Palmiro Togliatti (parallela e contrapposta alle Idee ricostruttive degasperiane) ha portato al balzo e al trionfo delle idee marxiste e al consolidamento progressivo del Partito comunista, non tanto e non solo elettoralmente parlando, quanto al modo di pensare e dunque al riferimento ai valori etici e giuridici e perciò alla mentalità comune del nostro paese. Basti pensare che un solo Partito ha prodotto una stampa uniforme e costruttiva nel 90% dell’editoria italiana (sì che la Mostra del libro italiano attuata in Francia da Berlusconi registrava il 98% di pubblicazioni prodotte dalla sinistra marxista): e congiuntamente il Partito Democrazia cristiana non ha saputo dar voce neppure ad una editrice (sì, una, ma con solo cinque titoli! Le “Cinque Lune” che non esprimono alcuna cultura di livello) e neppure a un giornale di partito che non fosse un bollettino, e neppure una rivista che avesse il suono di un accento cattolico.

Questi due diversi atteggiamenti sono specularmente inversi: la Democrazia cristiana ha perduto tutto perché non ha curato la cultura, il mondo comunista ha vinto tutto proprio perché l'ha curata. La cultura è stata intesa dai cattolici come un fatto da intellettuali, - che la DC non ha saputo mai esprimere dal suo seno - nel mondo marxista italiano invece la cultura è stata la premessa di ogni posizione politica.

 

 

b) l'ottusa contrapposizione

Il successo del movimento marxista nella conquista delle masse nel dopoguerra ha dato ai cattolici un grande alibi, questo: la necessità di fare Argine contro i Comunisti (attenzione, non contro le idee comuniste, ma contro le masse organizzate). Un alibi per nascondere l'indolenza del non far azione di cultura, vestendo armi e scudo da combattenti per la Croce. Una contrapposizione necessaria certamente, ma svolta in modo acritico e sostanzialmente ottuso, quindi fatalmente perdente. Incapace di parlare di valori, incapace di mettere a nudo gli altrui disvalori, ambigua nel coordinarsi alla difesa di disvalori (la difesa del padronato agricolo e della industrializzazione forzata e delle armi atlantiche e di tutto ciò che è USA). 

Nel 1948 questa contrapposizione di pura aggregazione di forze era giustificata dal fatto che il partito comunista si poggiava su uno Stato diverso e avverso, l'Unione Sovietica (nulla si faceva senza i precisi ordini di Stalin, questo il Bollettino di guerra di Togliatti), in una scelta di campo antinazionale che meglio poteva qualificarsi come Secessione e Intelligenza con lo straniero (e tale legame con il blocco sovietico rimase anche dopo di allora, fino alla estinzione dell'URSS).

Ma la giustificazione dell'argine al Comunismo come forza politica (non venne neppur in mente la sua forza morale e culturale) è stata spesso una scusa per la rinuncia a una più decisa politica sociale. Infatti per far argine al Comunismo si ricorse al fronte capitalista: questa la innaturale e colpevole debolezza dei Democristiani. La DC ha certo dovuto garantire stabilità in un dato quadro internazionale imposto a Yalta nel '45 dalle potenze vittoriose nella Guerra mondiale, cioè la spartizione tra Est e Ovest, e ha necessariamente optato per l'Occidente. Ma i cristiani non dovevano limitarsi a questo, dovevano offrire ben altro respiro; anche perché - come diceva il filosofo Augusto Del Noce - quando tu imposti la politica in funzione di "anti- (comunismo o fascismo)” sei sempre in una posizione di "battuta seconda", cioè dove il protagonista è l'altro, non sei tu.

Che cosa si sarebbe dovuto fare, allora? La cosa più semplice: informare sui crimini del comunismo reale, valutandoli alla luce dei valori di fondo avvertiti dai più semplici tra i comuni mortali; additare la inconciliabilità tra quelle posizioni e non solo con la dottrina cattolica ma con quelli della cultura civile. E, salvo la brevissima parentesi elettorale del 1948, né prima né dopo di essa si fece alcun cenno. Si parlò solo di crimini di Hitler, che peraltro era già sepolto, e non di crimini di Stalin, che era vivo e vegeto e presente nei suoi dipendenti italiani. Ci si alleò anzi con costoro, per salvare – si disse - non so quale Paese da non so quale Pericolo! Occorreva fare cultura spicciola, insomma, nei seminari e nelle scuole, nella carta stampata e negli altri mezzi di comunicazione di massa. Avvisare e denunciare. Dire almeno una parola sulle foibe del Carso (che continuarono per anni dopo la guerra e la pace) e non tacerne, come si è fatto invece, per mezzo secolo… e quale mai operaio – se da noi informato - avrebbe mai più osato innalzare, allora, la bandiera rossa inneggiando alla Libertà comunista? O avrebbe potuto osar associare negli inni la Libertà con il Comunismo? Occorreva svelare che Comunismo significa un bel No allo Sciopero e al Voto e un No al Sindacato: e non avremmo avuto l'insopportabile assurdità di sindacati che si richiamano al comunismo!

Venne invece detto soltanto che il comunismo attentava alla proprietà! E allora, quale mai maggior invito ai diseredati di iscriversi proprio a quel Partito? E' evidente che i maggiori propagandisti del partito comunista sono stati i democristiani che dicevano queste cose. E si chiamarono all'appello i Proprietari, e si fece lega con i Massoni, che perfino Mussolini aveva sconfitto e disperso senza sforzo… Se dunque c'è stato un partito suicida fin dal suo nascere, questo fu la DC, che per dir male del partito comunista lo ha esaltato come movimento antiproprietario e antimassonico.

Invece il Codice di Camaldoli aveva pensato in modo ben diverso. Si osservi che in esso non c'è nessun accenno al marxismo né ad altre ideologie, in quanto si tratta di un discorso tutto propositivo, mirante al protagonismo del mondo cattolico.

 

c) anni '50: la scelta industriale scristianizzante

Invece l'aver indicato quale problema centrale il "pericolo" alle proprietà da parte del comunismo avanzante è stato come rinunciare a una politica propositiva. Del resto, l'argine al comunismo che fu decretato non significava una vera lotta a quel sistema, in quanto contemporaneamente i democristiani della prima ora si improvvisarono come improvvida Sponda al comunismo stesso, agevolandolo e legittimandolo, nel fascio antifascista di comodo già nei governi postbellici e anche nelle amministrazioni comunali e provinciali, in un generoso quanto insensato regalo a quella cultura di morte. Lo si legittimò per non alimentare - si disse - la tensione all'interno del paese!... e stendendo il velo del silenzio sugli orrori dal comunismo commessi (e che si stavano commettendo) né si sa perché.

La lotta al comunismo venne concentrata solo nel suo aspetto teorico di aggressione alla proprietà privata... Nella rinuncia all'ampio programma di riforme sociali, si scelse di non utilizzare l'enorme fiducia che le masse avevano dato al partito cattolico; e si imboccò la via del “centrismo”, in una soluzione liberista nell'economia, precisamente antitetica a quella cristiana (attenzione! Non diversa o complementare ma antitetica: nella sua premessa all'edizione del "Codice di Camaldoli", Taviani spiegò come non sia possibile coniugare liberismo e cristianesimo).

E si lasciò che le forze del potere economico avviassero una industrializzazione massiccia e rapida e non regolata nei tempi e nei modi. Questo è il peccato grave della DC: si dimenticò delle sue scelte prioritarie di sostegno della civiltà contadina, si dimenticò delle campagne, non adottò provvidenze per lo sviluppo del settore agricolo, non lo confortò con la cultura, si vergognò anzi del mondo contadino: forse per non imitare la retorica fascista (che però era sacrosanta) delle campagne e della battaglia del grano (con la quale però Mussolini si conquistò il paese), ribadì anzi l'istintiva sudditanza dei contadini verso il mondo operaio e cittadino: quel senso di vergogna di essere i sacerdoti della terra!

Ne conseguì un avvilimento dell'agricoltura e di tutta la società legata alla terra, con l'esodo massiccio dalle campagne: e la conseguente scristianizzazione del Paese e di tutte le sue strutture e di tutti i suoi contenuti e di tutte le sue scelte. Destrutturare il sistema agricolo, infatti, significa colpire al cuore la civiltà contadina, cioè l'unica vera e coerente civiltà cristiana, frutto di secoli di missione della Chiesa, che aveva avallato e confortato l'intrinseca religiosità che la forza contadina possedeva già nell'ancestrale paganesimo.

Il che del resto era anche sconsiderato dal punto di vista di pura politica economica, perché ignorava che la campagna è il primo fattore di produzione, detto perciò in linguaggio economicistico Settore Primario (accanto alla produzione delle miniere). Di fronte a cui doveva esser messo il passo dell’industria, la quale dal punto di vista economico deve occupare solo un posto gregario alla prima, in quanto cura la trasformazione dei prodotti, e perciò è chiamato Settore Secondario.

E occorre che qualcuno ci spieghi che cosa significa Civiltà industriale, dal momento che è impossibile considerarla elemento basilare di civiltà in quanto ha bisogno di presentarsi come gregario alle campagne, in quanto è servizio di trasformazione di prodotti.

Eppure i nostri bravi cattolici (nessuno dei quali sapeva qualcosa di economia, dovendo rifarsi solo al mondo dei liberali, il quale - lo vedremo - era intimamente congiunto, su questo, con i marxisti) hanno preteso l’abiura del popolo contadino al suo settore primario e la sua conversione alla fabbrica operaia, alle macchine (e ciò dietro il modello laicista e insieme comunista, quello del martello accomunato alla falce). E vi furono pur intellettuali cattolici che osarono editare una rivista dal titolo “Civiltà delle Macchine”! Sì, erano “cattolici” nel senso che eran gente pia e devota (pur se da loro usciranno taluni dei più fanatici extraparlamentari corrivi al crimine, insomma assassini)…

E tutto ciò senza aver preparato una sostituzione, senza aver evangelizzato la Città, che venne consegnata alla fabbrica e ai suoi meccanismi atei, pensati e voluti dagli atei e sostenti da una filosofia atea non mai contrastata, sulla quale aveva potere onnipotente il verbo marxista.

E se pur la DC ha il merito di aver assicurato la stabilità dell'assetto democratico nella difesa delle libertà e nel tener lontani insidiosi miraggi di affermazioni di forza, tuttavia la funzione assunta da essa quale Argine al comunismo le ha fatto smarrire il programma originario. Anzi la DC varò essa stessa congiuntamente proprio gli obiettivi principali delle due massime ideologie avverse, cioè tanto del Capitalismo quanto delle Sinistre: l'industrializzazione sfrenata da una parte, dall’altra (ma congiunta con essa) la proletarizzazione. Ne conseguì un drastico svilimento della società contadina: e con l'adesione di quelle masse allo stereotipo della società consumistica metropolitana.

Anche le "partecipazioni statali" nel mercato produttivo - additate dal Codice di Camaldoli, che prese atto di una realtà nuova del secolo XX, e con intenti sociali - sono state realizzate senza un'etica economica – dobbiamo ammettere che l’economia non interessò i leaders democristiani, che infatti la appaltarono ai partners laici: donde il conseguente processo di corruzione. 

 

d) anni '60 et ss: la disastrosa opzione nazionalizzante senza senso dello Stato

Tuttavia, la DC fu riformista nella prima ora, tanto da provocare la reazione di destra (visibile nelle elezioni del 1951); ma quando poi, dopo la parentesi centrista del boom economico, si decise la svolta a sinistra – avvertita come “doverosa” per gestire socialmente le fonti di energia, con le nazionalizzazioni - da allora ogni riforma (come quella delle partecipazioni statali) è stata realizzata senza un adeguato controllo e senza un'etica economica che impedisse spartizioni di potere e processi di corruzione.

 

e) anni ’90 et sqq: la tragica privatizzazione

E tuttavia peggiore di quei processi di corruzione è l'attuale rinuncia (dagli anni ’80) alle partecipazioni statali, il riflusso totale nel privato. In questo campo tutte le tematiche di allora sono oggi cancellate dalla memoria del mondo cattolico, sì che le persone poste a guidare le industrie dello Stato sono quelle che hanno venduto le industrie di Stato: si veda il caso Romano Prodi, che inaugurò tale tendenza: Fiduciario dell'Amministrazione delle aziende statali, le ha al contrario smantellate, con svendita (sottocosto!) ai privati.

 

i tre problemi dimenticati dai cattolici

E non dobbiamo dimenticare che la DC non ha risposto alle maggiori sfide del mondo moderno con i valori cristiani cui pur intendeva rifarsi: le sfide cioè della pace, dell'ambiente, della partecipazione politica:

a) al problema della pace occorreva rispondere con l'abolizione del ricorso alla forza e con la scelta rigorosa della nonviolenza (il potente richiamo biblico "non ucciderai!");

b) al degrado ambientale doveva contrapporre una chiara scelta ecologica (il potente richiamo biblico "la Terra è di Dio!");

c) al dirigismo politico e alla sparizione delle autonomie doveva opporre una scelta di base civica e del mondo contadino, assicurando il Pluralismo di base cioè la reale Democrazia.

 

a) il problema della Pace

Il non avere detto una sola parola sul problema della pace è stata una inqualificabile vergogna, poiché si tratta proprio della "carta di riconoscimento" del cristiano (amare chi ci ama è da tutti, solo se sapremo amare i nemici, da questo saremo riconosciuti: parola di Gesù!). La nonviolenza è il cuore del Cristianesimo: ma in Italia gli obiettori di coscienza venivano condannati e privati dei dritti civili; e, se cattolici, ricevevano in aggiunta la solenne scomunica da parte della Chiesa. Avete letto bene: "scomunica" da parte della Chiesa ed "espulsione dai pubblici uffici" da parte dello Stato. E' successo questo proprio al sottoscritto, obiettore del 1965-66 (cioè dopo il famoso Concilio Ecumenico!): non solo condannato al carcere, ma privato della S. Messa e della Comunione per decreto dell'Ordinariato Militare (scomunica "latae sententiae" prevista specificamente e da sempre per gli obiettori); ed espulso dal Posto conseguito per Concorso nella Università di Roma quale Assistente di Ruolo. E dire che quel caso fu assai clamoroso... ma Nessuno fece caso a quelle due conseguenze, così gravide di significati da disonorare la società civile ed ecclesiale!

E quanto alla Nonviolenza, si tratta di un messaggio che il mondo cattolico non ha ancora assimilato: e ancor oggi si viene apertamente a giustificare nel mondo cattolico l'uso della forza e la pratica della guerra; né solo della guerra di difesa (come un tempo lontano) ma altresì la stessa guerra di intervento giudicato "umanitario": si pensi all'invasione del Kossovo, decisa all'insaputa del Paese dal Governo di Sinistra! I miei interventi su "Avvenire" (il giornale dei Vescovi) vennero prima irrisi dalla presentazione della Direzione, poi cestinati; e venne perfino giustificata la stessa “Guerra preventiva” quale misura contro il Terrorismo Internazionale (due volte in Iraq, e in Afghanistan, con violenze vili inaudite)... Tanto che la nonviolenza, scartata dal mondo cattolico ufficiale (quello delle parrocchie e della stampa cattolica), ha dovuto emigrare e approdare ad altri lidi: prima presso i Radicali, che la storpiarono, poi perfino tra i Comunisti, addirittura tra quelli di Rifondazione, di Bertinotti, i quali perciò la ridicolizzarono avendo essi congiuntamente lo sguardo fermo a Fidel Castro e al Ché Guevara dopo avere sostenuto i regimi di morte marxisti in tutto il mondo (anche attraverso l'ampio sostegno dei Sindacati  mondiali che premiavano con i Premi della Pace il Mengistu etiopico sterminatore di milioni di connazionali etiopi). Così quello che era un punto di identificazione del cristiano - la Nonviolenza - ha finito per divenire bandiera di partiti e movimenti che hanno a loro fondamento l'uso sistematico della violenza.

 

b) il problema dell'Ambiente

Il non aver detto il mondo cattolico una sola parola sulla difesa dell'ambiente ha fatto sì che l'Ambientalismo fosse una bandiera diversa e sostanzialmente acattolica (laica anticristiana) con i Verdi (né servì l’ottimo cattolico Alex Langer per riscattare una tale anima), che nell'agire politico sono poi subito franati, immiserendo essi stessi il grande tema ecologico e mettendosi a ruota dei comunisti (quanto di vero nella battuta andreottiana delle angurie, verdi all'esterno ma rosse all'interno!). E nulla si è fatto (nulla i Verdi hanno fatto) né contro la violenza nelle campagne (non si è urlato contro le stalle moderne ove le mucche sono tenute imprigionate, né contro i moderni lager del pollame di allevamento; né contro la costrizione assurda degli alberi da frutta schiacciati a lame sottili per consentire la raccolta rapida con le macchine!), né contro il gravissimo problema dell'elettrosmog, lasciando che le antenne per i telefoni cellulari svettassero sulle case al centro delle città, portando continuo nocumento alla salute e perfino frequentemente la morte.

 

c) il problema delle Autonomie

Il non avere i cattolici detto una parola sulle autonomie civiche e sul mondo delle comunità agrarie è stato ancor più strano. Infatti, mentre per gli altri due princìpi, pur patrimonio genuinamente cristiano, non si poteva invocare alcun precedente programma politico (davvero i cattolici non sono mai stati pacifisti nella loro storia, davvero non hanno mai saputo neppur cos'è l'ambientalismo, e ciò pur nel loro antico amore per le campagne), invece l’argomento delle autonomie (su cui forse non potranno citarsi riferimenti evangelici) è stato proprio un cavallo di battaglia del Movimento cattolico, anzi della plurisecolare tradizione cattolica. Fin dalla società medievale, il cui cosmo è stato costruito proprio dalla Chiesa sulle autonomie di base, fino alla difesa delle autonomie contro l'avanzata protestante che le distruggeva (il famoso contrasto tra cantoni contadini cattolici e zone industrial/commerciali dei Riformati, intelligentemente individuato da Max Weber). E vi fu quella "avanzata congiunta" del Re e della Borghesia che chiamano Assolutismo: e tutto ciò preparava la destrutturazione delle campagne e la imposizione delle enclosures (recinzione dei campi e l'uso esclusivo della proprietà da parte dei borghesi e l'estromissione dei contadini da quelle terre in cui essi erano stati per lunghi secoli i conduttori diretti, o "direttari"): donde la tragedia della industrializzazione e della nascita del proletariato.

Ed è stata, quella delle autonomie, una lotta che definì l'identità politica e culturale del mondo cattolico contro i moderni Leviathani: si pensi al coraggio dei Gesuiti del '700 nelle “Riduzioni” del Paraguay, coraggio evangelico pagato addirittura con la censura papale/massonica/giansenista e la abolizione della stessa Compagnia di Gesù: il più vergognoso disarmo in cui il papato – del francescano marchigiano Clemente XIV - ridusse la Chiesa nei confronti del mondo borghese, esponendola agli imminenti assalti di questo nella stagione dei Sovrani detti "illuminati" e della Rivoluzione francese). E si pensi alla resistenza cattolica contro i Giacobini (i cattolici della Vandea contro il Giacobinismo di Parigi); fino alla smagliante prova di resistenza della Chiesa dell'Ottocento (contro quel tipo di Risorgimento che fu in realtà una piemontesizzazione della penisola…).

E ancora: l'età del Non éxpedit del beato Pio IX (il Papa Martire) e poi quella delle Leghe Bianche e della difesa delle comunità naturali e degli usi civici: dalle geniali idee del Toniolo (irrise allora, e ancor oggi, da tanti cattoliberali). E don Luigi Sturzo, che puntò sulle autonomie, ribadite dal Codice di Camaldoli, con uno sforzo che giunse a dar impronta alla Costituzione proprio in quegli articoli ove più forte si fece sentire l'influsso dei cattolici.

Ma la paura del comunismo ha fatto dimenticare questa gloriosa storia del Movimento cattolico e la tematica delle autonomie civiche e rurali come punto di riferimento e come obiettivo politico: tutto dimenticato da quel professionisti cattolici della politica affascinati dal pensiero laico liberale e ... innamorati del Centralismo Statale nel secondo Dopoguerra.

Così questa bandiera delle autonomie è passata in mani altrui:

a) in parte in quella dei Socialcomunisti, i quali, dopo aver fieramente avversato le autonomie regionali (anni 1948-51), poi, dopo il proprio successo alle elezioni comunali del 1951 (dovuto anche alle disattente parrocchie vogliose di ostentare carità e che non tennero conto del bando emesso nel '49 dal papa con la scomunica ai comunisti e ai loro fiancheggiatori) puntarono sulle autonomie regionali come via al controllo - totale e veramente squadrista, ma in modo totalizzante - del potere locale;

b) in parte, a scoppio ritardato (anni '80-'90), nelle mani della Lega (Lombarda e Bergumista) e della Liga (Veneta): si tratta di versioni diverse, si sa, dalla tematica originaria, ma che non sarebbero neppur nate se fossero stati i cattolici a interpretare l'idea delle autonomie e a darne il significato forte originario.

... Strano a dirsi, il Meridione non espresse quelle tematiche, che pur potevano dar soluzione a molti suoi mali. E non lo fece perché - dopo essere stato avvilito dal Risorgimento e nell'Unità d'Italia – esso si pose come Blocco di fronte allo Stato con atteggiamento di Creditore, a pretendere un intervento speciale continuo, avendo il Meridione stesso assunto mentalità unitaria statalista (anziché di regionalismo nel quale aveva fino allora contato); consegnandosi quindi, per le soluzioni di base locali, alla rinata Mafia.

E si pensi al disinteresse dei politici cattolici per le autonomie linguistiche: si limitarono a ratificarle solo in Val d'Aosta e in Alto Adige: ricevendone solo in quest’ultima gratitudine: la Suedtiroeler Volkspartei fu sempre alleata fedele della DC, al contrario della Union Valdotaine, inossidabile cellula comunista (ma invero qui non vi fu difesa di autonomie, poiché quel valdostano è l’unica lingua esistente nella piccola regione).

 

urgenza di riprendere questi temi

Quelle tre grandi tematiche dimenticate dai cattolici occorre invece riprendere in un rilancio ampio, quale bandiera del cattolicesimo politico, sicuri anche di incontrare le attese dei più, perché si tratta di tematiche oggi più convocanti di quanto lo furono nel passato, se abbiamo la forza di depurarle da improprie deviazioni e farne capire invece il senso rivoluzionario rispetto all'attuale modulo di vita.

 

"scelta religiosa" e abominio della desolazione

 

Dunque va detto e ribadito questo giudizio storico obiettivo: il mondo politico cattolico - vittorioso alle urne e in una difesa delle istituzioni, che ha sempre saputo onorare con imparzialità - nel suo complesso però ha ceduto: e su un punto importante, proprio nella difesa dei valori morali, e lo fece proprio nella sua apertura sociale al mondo laico, negli anni ’60 e ‘70… Donde la libera pornografia, che è attentato palese alla costituzione - ma non ho visto molti stracciarsi le vesti: forse per paura di esser considerati "retrogradi"? - e divorzio, e aborto, e liberalizzazione di droghe, e un attacco al valore della famiglia e in generale alla cattolicità in ogni sua dimensione... in una con l’attacco ai valori della Tradizione comunque, anche della tradizione accettata dal blocco marxista.

E il mondo cattolico (quasi per invasamento) optò per una "scelta religiosa"! E’ la famosa scelta dell'Azione Cattolica di Carlo Carretto e soprattutto di Vittorio Bachelet, e delle ACLI (il mondo sindacale cattolico) di Gabaglio... E così il mondo cattolico organizzato di base non si fece più sentire in sede politica… E proprio quel che Mussolini volle nel 1930 (che l'Azione Cattolica non si occupasse di politica), cui fieramente rispose il papa Pio XI con la secca enciclica "Non abbiamo bisogno", si è così d'un tratto realizzato trent'anni dopo, senza che nessun potere laico lo avesse richiesto: e in regime di totale rispetto del diritto di parola e di azione… Un suicidio politico, insomma! La Scelta religiosa è certamente il fatto più grave in assoluto: ha causato la vera morte del mondo cattolico tout-court.

Così si lasciò che la DC agisse avulsa dal mondo cattolico. E questo (sulla scia della tesi della unità politica dei cattolici) continuò a funzionare solo come serbatoio di voti nei momenti elettorali, ma anche in quei momenti disinteressandosi del partito, senza cioè più indicare alla DC (unico partito di riferimento) le persone da candidare: il che invece la DC chiedeva alle diocesi. Era doveroso che il mondo cattolico provvedesse il suo Partito di persone generose e valide che garantissero la difesa dei princìpi cristiani. Non lo fece: lasciò così la politica ai politici; creò compartimenti stagni tra parrocchia e partito, credendo in ciò di far azione moralmente encomiabile!

Con il risultato di una grave caduta di tensione morale sia nel Partito perché non più impegnato ad attuare principi cristiani esplicitati, sia nel mondo cattolico perché non più stimolato, questo, a responsabilizzarsi di fronte alle scelte politiche.

Che cosa facesse poi questo mondo cattolico disinteressato alla politica, che cosa facesse nella sua sbandierata "scelta religiosa", non si sa, dal momento che proprio allora le parrocchie si spogliavano del loro ruolo di espressione sociale: e distruggevano le loro attrezzature sportive e chiudevano oratori e teatrini e sale cinematografiche e vendevano terreni e le chiese stesse. Così le diocesi si spogliavano oltre che di arredi sacri (rifornendo i mercati antiquari) e vasti terreni e cappelle e chiese (trasformandole in magazzini e negozi - proprio come nelle requisizioni giacobine e napoleoniche, anzi in modo più vasto - anche di attività secolari, enti assistenziali, campi da gioco, cinema, teatri, operando proprio l'avvento di quella Desolazione prevista dal profeta Daniele, "l'abominio della desolazione" attuato nella stessa Casa del Signore. E la gioventù allora, non più convocata negli spazi parrocchiali, si avviava alle Discoteche, ad assorbire fumo e rumore e sesso e droga e morte.

 

il suicidio della DC

Da un certo punto, negli anni '70, dopo la questione del Referendum per il divorzio, si pensò alla Riforma della DC: ad andare a recuperare quello che era stato perduto. E si pensò ad una Ricostruzione, ad una Rifondazione della DC... Ma non si trovarono persone adatte né programmi perché tale ripensamento era ben lungi dall’essere approfondito: e poi una vera ricostruzione non vi fu, eppure permase il discorso di una Rifondazione.

E dopo anni di passività nel Pentapartito, ecco alfine la grande idea di "rifondazione" in che cosa consistè: si decise di togliere di mezzo quel simbolo e quella denominazione, rinunciare allo scudo crociato (e anzi alla stessa formula di un partito cattolico).

Ciò per imitazione dal PCI, che era diventato PDS (Partito Democratico di Sinistra). Eppure la differenza era grande: il partito comunista, essendosi appoggiato unicamente all'URSS ed essendo quella esperienza storica risultata fallimentare, doveva, per sopravvivere dinanzi all’elettorato senza smascherarsi né riconvertirsi, doveva dunque travestirsi! doveva registrare il venir meno di una grande illusione, che durava dall'ottobre del '17. Svelata la grande bugia, il partito non poteva presentarsi dinanzi ai suoi elettori senza esserne sbugiardato. Di qui il travaglio che lo ha attraversato portandolo al mutamento del Nome. Ma la DC non aveva quel tipo di colpe da rimproverarsi: i suoi errori erano di inadeguatezza personale di singoli politici o gruppi ai principi cristiani, ma quegli ideali non sono stati trovati carenti o contraddittori o bugiardi. Né l'elettorato era stanco della DC, bensì di talune persone che - spesso per comportamento non del tutto conforme al Vangelo - l'hanno interpretata e sono apparse inadeguate a quel simbolo.

Ma i segretari politici di allora (il rigoroso riformista Martinazzoli, con il suo partner o clown Buttiglione) e talune Giovanne d'Arco improvvisate (la Bindi e la Martini e la Jervolino ecc.) condotte da un Gesuita famoso e saccente (padre Bartolomeo Sorge) sentenziarono che la DC dovesse fare harachiri. Ed ecco, nel '93 la DC sparire, per tentare - trasformandosi - di acquistare nuove posizioni di potere; ma questa stupidità di fondo, ignorante di ciò che era l’animo e l’attesa delle masse deluse, da allora è sparita per sempre, e con essa il mondo cattolico che fa politica.

 

sul fiato corto del nuovo Partito Popolare

Per giudicare del riedito Partito Popolare occorre esaminare quanto esso fece nella prima azione da questo compiuta. Siamo nel 1994. Era giunto il momento fecondo in cui i cattolici, parzialmente sconfitti alle urne, potevano (per la prima volta in cinquant'anni) rimaner fuori dal governo, a ripensare i valori politici di base, attenti a intervenire su questioni fondamentali. Invece il Partito Popolare - che aveva tutti i voti di quel che restava della DC, cioè di quanti credono all'impegno politico unitario dei cattolici - ha voluto rientrare nel gioco politico per poter contare di più, mutando alleati senza preavvertirne gli elettori. E in un paese ove una situazione economica disastrata stava per venire sanata, ha aperto senza scrupoli una crisi al buio, senza uno stato di necessità, freddamente, con premeditazione. Dicembre 1994!

Il PPI aveva promesso, per bocca di Martinazzoli, di fronte al governo Berlusconi del 1994, una "opposizione diversa": attendere e vigilare, appoggiare le misure socialmente condivisibili, opporsi alle altre. Invece ha impedito che si governasse; né ha frenato i decreti demagogici sulla Scuola o la corsa alle privatizzazioni, ma si è unito al coro contro provvedimenti di rigore miranti a eliminare gli sprechi. Anziché preoccuparsi della ripresa della occupazione, ha lottato contro gli spot televisivi, invocato leggi antitrust. Se almeno avesse denunciato le indecenze che la TV di Stato propinava; se avesse difeso il buoncostume e la cultura! Invece ha speculato sul dissidio interno alla maggioranza, agendo in concerto con forze (Lega e PDS) fino a ieri dichiaratesi estranee l’una all’altra. Così questo partito, nato dalla DC senza quel dibattito interno che pur caratterizzò il PCI (nella analoga decisione, di tramutarsi in PDS); e che, rinnegando cinquant'anni di esperienza di una cristiana democrazia, si è denominato Partito Popolare, ha già ripetuto l'errore di tre quarti di secolo prima, quando il PPI di allora affossò il governo Giolitti e tutta l'esperienza liberale per poi appoggiare il governo Mussolini: rifiutò cioè un governo non ottimale (Berlusconi) per accettarne uno pessimo, mostrando impazienza nell'agire e incertezza nei valori.

 

Per una Democrazia Cristiana

La Democrazia Cristiana è l'unico partito che non è morto per aver registrato la sua fine storica ma solo per suicidio da parte dei suoi componenti. Essa non aveva denominazione di Partito, cioè non voleva rappresentare "una parte" del popolo, ma indicare una Mèta, ponendo insieme le due grandi parole del nostro tempo, "democrazia" e "cristianesimo". Lungi dall'essere un "partito dei cattolici" - come invece in molti esperimenti di cattolici sedicenti avanzati: "Cattolici per il Socialismo", "Cattolici popolari" ecc. - si orientava però su quei due valori che, messi insieme, erano nelle attese di tutti, perché a tutti sta a cuore che la società realizzi l'uguaglianza nella libertà. Dunque non una democrazia "di cristiani" bensì una “Democrazia "cristiana", cioè che ha ad obiettivo i principi etici politici del Cristianesimo. Il nome non è questione secondaria: i nomi dipendono dalle cose e ne sono oggettivazione ("nomina sunt consequentia rerum"), come il pensiero cristiano ha affermato contro il nominalismo di sempre.

Ma come si può recuperare il patrimonio ideale cattolico buttando a mare questa forte indicazione del nome? Non sono falliti i grandi ideali Democrazia e Cristianesimo; è fallita invece una politica legata a interessi di gruppi egemoni, che, incurante del programma democratico e cristiano, ha fatto scelte liberiste e laiciste: in perfetta contraddizione con gli ideali di fondo. Invece il mutamento di nome indusse a pensare che fosse sbagliato puntare sull'ideale democratico, e sbagliato richiamare la politica ai principi cristiani. Se si toglie l'etichetta "cristiana", con quale coraggio mai osare presentarsi al mondo cattolico da parte di un cattolico che voglia far politica: e in qual modo distinguersi da altri partiti? I partiti si riconoscono non solo dai programmi su singole cose da fare, ma soprattutto dai programmi orientati a determinati princìpi.

E Democrazia cristiana è nome più antico di Partito popolare, nacque assai prima e su idee di una tradizione cattolica già attivamente operante nella società civile. Quando poi i cattolici scesero in campo nel primo dopoguerra non poterono usare quel nome antico perché ciò era osteggiato in ambienti ecclesiastici: e si scelse la formula Partito popolare per indicare che la cattolicità entrava in campo contro la società dei notabili, scegliendo le esigenze degli ultimi. Oggi che la società è mutata e non è più solo una espressione di notabili, non ha senso chiamarsi "popolare".

Di estremo significato invece è dire: ci schieriamo con tutte le forze che intendono la politica come realizzazione degli assetti democratici; ci schieriamo per illustrare la grande novità e attualità della dottrina politica cristiana: l'unica organica dottrina politica esistente. E mentre proporre il Partito popolare significò indicare un’esperienza tramontata e non del tutto felice (che nell'impatto con il fascismo si autodistrusse), richiamarsi alla DC significa invece riandare a una esperienza storica che, con tutti gli errori (e con la rabbia che ha creato nelle masse fedeli e non interpretate), ha rappresentato un punto fermo nella stabilità e nella crescita civile del paese.

E oggi che sappiamo dalla Magistratura che la DC non è morta – il suo harakiri fu solo un “tentativo di suicidio” – possiamo cogliere l’occasione storica di pensare a una politica tale da riproporre la dottrina sociale cristiana, senza la pretesa di essere l’unico partito a interpretarla, ma con la speranza di offrire al Paese una prospettiva popolo verso un futuro di prosperità e di libertà e di pace.

 

Fabrizio Fabbrini

 

 

Spero che dopo questa prima pillola omeopatica non vogliate rifiutare la seconda, che vi somministrerò tra breve.

ff

 


 
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