Il problema dei malati è sempre la solitudine
Postato da admin [24/11/2010 19:48]

Da "IL GAZZETTINO" di martedì 23 novembre 2010 pag. 19
Il problema dei malati è sempre la solitudine» Giovanni Poles, esperto in cure palliative: «Solo tre su seimila hanno chiesto la fine». La sua indagine è costruita sul dialogo e sul rapporto instaurato con circa seimila pazienti. E il risultato è davvero distante da ciò che emerge nel sondaggio di questa settimana. Perché solo tre persone, nella sua attività professionale, hanno alluso alla parola 'eutanasia'. E le richieste, poi, sono venute meno nel momento in cui le famiglie dei malati sono diventate più presenti nelle loro vite. Perché il loro problema era la solitudine. Sarebbe, dunque, l'esperienza per Giovanni Poles, oncologo ed esperto in cure palliative, a fornire il dato più aderente alla realtà quando si esprime un'opinione sulla 'dolce morte'. Una discrepanza nelle conclusioni che presume una mancanza di informazioni? "Ho l'impressione che oggi ci sia molta più confusione rispetto a qualche anno fa. Complici i media che non aiutano ad approfondire i percorsi medici con cui è possibile accompagnare il malato terminale alla fine della propria esistenza. Sto parlando di cure palliative. Di un approccio che rappresenta una risposta concreta contro i dolori fisici. Oggi, infatti, la scienza consente - e con successo - di alleviare la sofferenza; senza trascurare gli aspetti psicologici dei malati, offrendo inoltre un prezioso sostegno anche alle loro famiglie. Si tratta, quindi, di un progetto molto importante e impegnativo; curare, in questo caso non significa guarire il paziente, ma prendersi cura della persona sofferente e del microcosmo di relazioni che ruota intorno a lui". Intanto a Nordest si nota un incremento di pareri favorevoli sull'eutanasia.  "E ancor più da quando si è cominciato a trattare la questione della direttiva anticipata. Il problema è che quando i media affrontano tale argomento, spesso non si tratta di disquisizioni ed approfondimenti equilibrati, ma piuttosto di esposizioni categoriche". E spesso non si parla di cure palliative. "Esattamente. In realtà tale metodologia nel nostro Paese è stata adottata sin dagli anni Ottanta. E dagli anni Novanta è entrata a tutti gli effetti nelle nostre strutture ospedaliere. Tra l'altro, poi, è di quest'anno la legge (38/2010) con la quale in Italia vengono inquadrati i criteri e le reti necessarie al fine di dare il maggior beneficio sul fronte delle cure palliative ai pazienti terminali. Mentre in Veneto la legge regionale n. 7 del 2009 ha addirittura anticipato quella nazionale ed è entrata ancor più nel merito della questione". I giovani compatti nel sostenere la 'dolce morte'. "Mentre tra gli ultrasessantenni il disaccordo aumenta. Non ci sono dubbi sul fatto che sia l'esperienza a determinare un punto di vista equilibrato. Sono certo che la più diffusa opinione delle nuove generazioni sia dovuta alla 'lontananza' dalla questione 'fine dell'esistenza'; e molto più vicina invece ai media che, ripeto, sono troppo categorici nella trattazione e nella traduzione della situazione in cui si trovano i malati terminali. Così tra accanimento terapeutico ed eutanasia si perdono di vista le cure palliative. Si smarrisce l'opportunità di approfondire un itinerario di accompagnamento del malato, sostenuto sia fisicamente che psicologicamente. Ed è proprio con questi supporti che viene a mancare la richiesta dolorosa di 'farla finita'. Voglio ripetere che nella mia esperienza solo tre malati su seimila hanno parlato di eutanasia; e che il pensiero si è dissolto nel momento in cui è stato intercettato il vero dolore che non era quello fisico, bensì il sentirsi abbandonati dalla propria famiglia". Cambieranno gli approcci in futuro? "Se cambierà il modo di tradurre la realtà da parte dei media. Se si assisterà ad una corretta diffusione dei percorsi che la medicina contemporanea propone per prendersi cura di chi si avvicina alla conclusione della propria esistenza. Con serenità e con dignità".

 


 
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